La normativa europea per diventare scemi

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Ma cos’hanno nella testa i commissari europei, merda e segatura? Non riesco a esprimermi in modi più civili e cortesi davanti a un esempio di demenza istituzionale contro le più comuni espressioni augurali, inoffensive e bonarie, che si usano da svariati secoli e non hanno mai ferito nessuno. Provo a ripensare al provvedimento ritirato, al Natale cancellato dall’Europa, più varie censure; un tema su cui, lo confesso, mi ero promesso di non intervenire. La nausea di ripetersi, l’inutilità di opporre seri ragionamenti all’idiozia antinatalizia e antisessi, l’inevitabile sarcasmo che ti scappa…

Capisco che un cantante, un influencer, un cretino qualunque possa dire quelle fregnacce; ma che lo faccia in un documento ufficiale il massimo organismo dell’Unione Europea, la suprema autorità verso cui tutti noi sudditi e cittadini dobbiamo scappellarci, è inaccettabile, insopportabile. Non è questione di idee diverse o dissenso, è solo buon senso e senno comune. Come si può solo pensare di cancellare il Buon Natale perché esclude o può urtare la suscettibilità di chi non è cristiano? Quando mai qualcuno si è sentito escluso da un augurio così innocuo e benigno? Come si può censurare poi il riferimento a “signore e signori”, a Maria e ai nomi cristiani, per sostituirli con formule più neutre (nel primo caso colleghi, che peraltro è maschile), più fluide (cioè transgender) o con nomi non derivanti dalla tradizione cristiana? Basta con Maria e Giuseppe, chiamiamoli Bim e Bum, con la stessa iniziale e le stessa finale, così evitiamo disparità di genere. Ma non hanno nulla di più serio, più importante di cui occuparsi che quella di preparare polpettine di sterco, per essere appena più gentili, da lanciare contro la tradizione popolare e religiosa?

Il documento, come sapete, è stato ritirato e verrà ripresentato magari in forme più furbe e ipocrite. Ma che sia quella la linea ispiratrice dell’Unione Europea, la sua Ideologia e il suo Canone, è una conferma, se consideriamo i precedenti, il contesto, i commissari nominati e gli interventi delle corti europee. Ma in che mani siamo? Apprendo dai giornali la biografia della promotrice, la commissaria europea dell’uguaglianza Helena Dalli, laburista maltese, nota per le battaglie Lgbti+ e per i legami con l’ex premier Joseph Muscat, cacciato dopo l’uccisione della giornalista Daphne Caruana Galizia. Helena faceva l’attricetta con lo pseudonimo Helena Abella. Un passato da modella e concorrente a Miss Mondo, poi donna di potere, un figlio nei guai per droga, a lei dedicò un articolo proprio Caruana Galizia, pochi mesi prima di essere uccisa, in cui ricordava “i due figli messi a libro paga del governo” e denunciava “Una ministra per l’Uguaglianza che pratica clientelismo e nepotismo”.

La cosa più grave non è il caso personale, ma il ruolo politico che le hanno assegnato; è grave che gli orientamenti sull’Europa su tematiche così delicate, sensibili, debbano essere nelle mani di una così. Chi l’ha voluta se non i socialisti con l’accordo degli altri gruppi di comando in Europa? E non ha mica fatto tutto da sola.

Con enorme sforzo e santa pazienza, anche se non si può dire, ho letto le motivazioni contenute nel documento della Commissione europea intitolato Union of Equality, indirizzato alla comunicazione interna ed esterna.

Nel testo veniva cancellata la parola Natale, natalizio, buon Natale, e sostituita con vacanze, festività; si raccomandavano nomi generici e non cristiani, si sconsigliavano espressioni come “colonizzazione di Marte” perché alludono a un capitolo nefasto di storia da cancellare, meglio “insediamenti umani su Marte” (io suggerirei di sostituire direttamente colonizzare con coglionizzare, è più adatto al tenore del discorso). Nella premessa Dalli spiega che dobbiamo sempre offrire “una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale”. Mi rifiuto di controbattere, di argomentare il dissenso: siamo alla demenza più cieca e al disprezzo più grossolano delle più comuni tradizioni, usi linguistici, modi di dire che mai hanno suscitato esclusione, odio, negazione. Una sola cosa vorrei dire: se si crede che l’uguaglianza si ottenga azzerando tutto, rendendo neutra o asettica ogni identità, varietà, cultura, il risultato sarà l’uguaglianza seriale dei bottoni, non delle persone. Ogni attacco, esclusione, mortificazione ed eliminazione del prossimo sono nati da modelli, ideologie, religioni che nulla hanno a che vedere con le espressioni che l’Europa vuol cancellare; non è teoria, basta la cronaca. Di fronte a simili argomentazioni lascio la difesa di Natale al bue e all’asinello che saranno sicuramente più convincenti dei commissari europei.

MV, La Verità (2 dicembre 2021)

DA

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-normativa-europea-per-diventare-scemi/

Vestiti da donna a scuola? Ha ragione il Prof. Martino Mora

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Conosco da tanti anni il Prof. Martino Mora. E’ persona colta e distinta, elegante e molto determinata nell’argomentare ciò che ritiene giusto. Abbiamo opinioni differenti su alcune cose e che c’è di male? Non siamo tutti uguali (per Grazia di Dio!). Ho sempre avuto il piacere di un confronto schietto con lui, negli ultimi anni solo epistolare, ovvero social. E’ un cattolico sempre alla ricerca della verità, con passione e tenacia, è un ottimo insegnante (così mi dicono amici milanesi, ma io non ne dubito, perché è molto preparato e persona mite ed affabile). Abbiamo sempre avuto simili simpatie politiche, con quella capacità critica e vis polemica che ci rende antipatici agli “yes men”, ai disonesti, ai carrieristi ed ai paraculi, che non hanno, per forza, un colore politico. Anche in politica non la pensiamo sempre allo stesso modo; lui fervido autonomista, convinto legittimista e controrivoluzionario, io, certamente autonomista e controrivoluzionario, ma con modelli più vicini alla storia politica della destra italiana. Siamo sempre stati dalla stessa parte della barricata nel difendere etica e morale, intese sia come diritto naturale che come diritto divino. Oggi, si potrebbe dire che difendiamo, ciascuno con i suoi mezzi, la società naturale e, con essa, per forza, siamo dalla parte del decoro e del buon senso. Ciò che gli è capitato non può avermi stupito, altrimenti dimostrerei di vivere su Marte. Ma mi ha sconvolto perché egli è stato cacciato da scuola per non aver accettato, in classe, tre alunni travestiti da donna. Ai miei tempi (anni ’80) non solo nessun ragazzo sarebbe riuscito a uscire di casa con la gonna, ma se anche fosse accaduto, il mio direttore didattico o preside l’avrebbe subito mandato a casa a cambiarsi con una nota sul libretto personale. E, a casa, mamma e papà avrebbero proseguito col resto…

Perciò, nell’abbracciarlo, gli rivolgo la piena solidarietà mia e di tutto il Circolo “Christus Rex-Traditio” che rappresento, con una promessa: se avrai ripercussioni lavorative e se non ti arrecheremo ulteriori problemi, verremo noi a renderti il merito che, fino a qualche anno fa era la normalità per un insegnante. Nicola Porro e il Prof. Mora spiegano bene le motivazioni nell’articolo che segue, che non sono né bigotte né reazionarie…

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TRE RAGAZZI IN AULA VESTITI IN GONNA. IL PROF LI FA USCIRE. E FINISCE NEI GUAI

Qualche tempo fa, non ci saremmo neppure posti il problema. A scuola si va per imparare a far di conto, a leggere e a scrivere. Non per combattere battaglie per questo o per quel motivo. Il luogo merita il giusto contegno, anche nel vestirsi. Sarà per questo che un professore del liceo scientifico “Bottoni” di Milano s’è rifiutato di fare lezione a tre studenti vestiti “in modo inappropriato”. Cioè con la gonna.

Il “sit-in” è stato messo in atto in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, lo scorso 25 novembre. I maschietti si sono vestiti con la gonna perché – dicono – “troppo spesso” viene usata come “scusante di molestie, discriminazioni, stupri”. Il prof di storia e filosofia, però, appena li ha visti agghindati da signorine (uno con gonna lunga, il secondo con un tutu, il terzo con le unghie dipinte di rosso) li ha cacciati dall’aula per vestiario “inappropriato”.

Il caso è esploso – manco a dirlo – sui social network. E tanto tuonò che alla fine piovve. Gli altri studenti si stanno ribellando alla scelta del prof Martino Mora, uscendo dall’aula non appena il malcapitato tenta di fargli entrare in testa qualcosa sulla Critica della ragion pura di Kant. Non solo. Gli alunni si sono pure rivolti alla preside, Giovanna Mezzatesta, che ha preso in mano la questione. “Sto redigendo la relazione con i fatti accaduti – dice a La Stampa – che sono due: il fatto che Mora non abbia assolto al compito di vigilanza poiché ha cacciato dalla classe tre alunni e, poi, che si sia rifiutato di fare lezione. Aggiungerò anche le varie schifezze che ha scritto su Facebook contro di me e contro la scuola. E appena sarà pronta la consegnerò all’ufficio scolastico provinciale, che prenderà provvedimenti nei suoi confronti”. Per il prof appare scontata ormai la sospensione, che potrebbe arrivare già prima di Natale.

Il diretto interessato dal canto suo, resta fermo sulle sue posizioni. “Quel vestiario era inaccettabile, totalmente inadeguato al contesto. E avrei avuto la stessa reazione se fossero venuti vestiti da clown o da Babbo Natale“. Il bello è che dopo essersi rivolti alla preside, i tre giovani sono riusciti ad ottenere che il professore venisse “cacciato” dalla scuola. “La dottoressa Mezzatesta ha dato un ordine che non poteva dare – ribadisce il Mora – quello di allontanarmi da scuola, sono quindi io la parte lesa”. Anche perché, dice con qualche ragione il professore, “per solidarizzare con le donne non c’è bisogno di vestirsi da donne“. Si possono fare cortei, dichiarazioni sui social, iniziative varie: ma tra i banchi ci si presenta ben abbigliati. “Io a scuola – conclude il prof – vado in giacca e cravatta non perché voglio fare l’elegantone ma perché considero la scuola un santuario di coltura e educazione che merita un vestiario adeguato. E voglio che gli alunni facciano lo stesso: non siamo al Carnevale di Viareggio”. Come dargli torto?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/gonnelle-a-scuola-ha-ragione-il-prof-di-milano/ 

La sinistra Maneskin

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QUINTA COLONNA

di Ugo Boghetta 

Fonte: Ugo Boghetta

Sinistrati contro sinistrati (seconda parte)

Nella prima parte sono stati riassunti gli interventi ed il senso del dibattito rilanciato in Italia dopo l’articolo apparso sull’Economist contro la cosiddetta sinistra illiberale.
Si potrebbe pensare che sia un argomento futile o solo incipiente. Ma le cose non stanno così. Sono temi forti e che fanno già parte della nostra quotidianità sociale, politica e culturale.
Prima di proseguire, tuttavia, va premesso che il testo originario, e quasi tutti gli interventi, partono dall’assunto che il liberalismo classico sia buono, coerente e vero. Ma così non è. Che il mercato non funzioni come miglior allocatore di risorse  è un fatto. Così è per la libera iniziativa e la concorrenza che dovrebbero creare ricchezza per tutti. A fronte di una potenza tecnologica mai raggiunta invece assistiamo da decenni ad aumenti esponenziali di povertà e differenze. Inoltre, Il rapporto fra democrazia e liberalismo è  stato sempre problematico: oggi è di opposizione. Che il liberalismo poi non sia violento è una totale falsità. Il liberalismo è stato  violento nel nazionalismo quanto nella globalizzazione. Anche all’interno dei singoli stati il liberalismo è sempre stato violento, ma al coperto delle istituzioni. Gli ossimori sono dunque  tanti. L’ultimo è lo statalismo antistatale. Ora è buon il deficit ma si va verso altre privatizzazioni ed esternalizzazioni. I buchi della Pubblica Amministrazione vengono coperti con precari per attuare il piano della Next Generation (!?): poi tutti a casa. Alla fine avremo uno Stato ulteriormente spolpato: una carcassa. Ma come diceva Walter Benjamin, il capitalismo è una religione … e le religioni non sono confutabili. Serve altro. A chi comunque volesse approfondire l’argomento consiglio il libro di Andrea Zock: “Critica della ragione liberale”.
Il dibattito invece ha due scopi molto chiari: unire i liberali, ripulire e propagandare il nuovo capitalismo: buono, digitale, verde, inclusivo.
Ritornando alla questione, va detto che molti fatti dimostrano che il rapporto fra impianto liberale e la cosiddetta sinistra illiberale non è chiaro, spesso si confonde, a volte sono la stessa cosa. Come evidenzia Carlo Galli.
Prendiamo l’immigrazione. I sinistrati pensano  che l’immigrazione  non debba essere regolamentata e i confini controllati. Ciò avviene a causa di un approccio moralistico cui non è secondario il senso di colpa del passato colonialismo e di un certo pauperismo terzomondista. Mentre non c’è quasi nessuna attenzione al colonialismo odierno fatto di globalizzazione e finanza con le loro guerre e rapine a bassa e alta intensità. Le terribili ed anche tragiche vite dei migranti andrebbero riferite a queste cause proponendo cambiamenti politici strutturali. Altrimenti, ad esempio, l’immigrazione peggiora le condizioni dei paesi da cui si fugge. Invece, si sostiene che al diritto (giusto) ad emigrare corrisponda un ugual diritto ad entrare in un  qualsiasi paese senza permesso. Chi pensa invece che l’immigrazione debba essere controllata e compatibile con la situazione sociale, politica e culturale di un paese,  è definito fascista. Eppure questo approccio è molto più coerente con le posizioni della sinistra quando questa era tale.
Sostenere la stessa idea di patria, fonte della Costituzione e per cui i partigiani combatterono, è fascismo. Sostenere un’idea diversa dall’Unione Europa e della moneta unica che tenga conto delle differenze fra nazioni e popoli, è fascismo.
Ormai il termine fascista è una condanna onnipresente.
Anche chi non vuole vaccinarsi è un fascista!? Con questo approccio, tutti gli errori commessi nella gestione del Covid, sono coperti. Coloro che sollevano problemi e criticità ragionevoli sono sono bollati. Così diventa impossibile discutere criticamente di una situazione che non è una dittatura, ma colpevole improvvisazione sanitaria. Cui non è secondaria una strumentalizzazione politica atta a tener incollata una maggioranza che senza l’emergenza non starebbe insieme un minuto. La comunicazione propagandistica di stampo bellico, dunque, è già un esempio di quel conformismo soffocante denunciato come pericolo solo potenziale da Alessandro De Nicola. C’è da dire che anche la parte opposta no vax e no mask ha lo stesso atteggiamento.  Anche questi  ritengono che il green pass sia fascismo. Del resto, anche questo movimento ha un’impronta ideologica non certamente opposta  al liberalismo.
Il ddl Zan è l’ultimo esempio del mazzo.  Se la proposta infatti non è passata, è perché al fondo c’è una impostazione radicale e settaria tipica delle nuove filosofie transgenders la cui purezza non può essere messa in discussione: o con loro .. o fascisti. Ma la colpa di quanto avvenuto non è di qualche sinistra illiberale ma proprio del PD: partito fulcro del liberalismo.
Tutti fascisti dunque. Le sinistre, l’una impotente stante la stasi della lotta di classe su vasta scala, l’altra votata ai nuovi orizzonti liberali, cercano conferma di appartenenza e verginità perdute nei tempi che furono:  fascismo/antifascismo. È una follia. Così non si alimenta altro che una visione paranoica. I fascisti sono quattro gatti anche se, come sempre, buoi per tutti gli usi. Ed il capitalismo non ha bisogno di fascismo. Non ha nemici esterni. Il nemico è esso stesso. Il  capitalismo ha solo bisogno di girare senza sosta. Se si ferma è perduto. Ha bisogno di nuove occasioni di profitto, nuove culture, consumi selettivi, diversificazione dei bisogni e personalizzazione delle merci. Lo spettro del controllo non è politico ma è intrinseco al mercato ed alla digitalizzazione.
In effetti, il pensiero liberale è in crisi dal 2008. Ora la soluzione sarebbe il Grande Reset. E così si cercano sponde un po’ ovunque: il virus, i transgenders, i giovani contro il riscaldamento globale. Ma differenza di Galli, penso che non siamo all’estremismo infantile ma a quello senile.
Tuttavia, tante questioni sollevate siano questioni reali e discriminazioni in atto. Discriminazioni che trovano anche riscontro nella lingua e nei simboli. Che il conflitto avvenga e debba avvenire anche su linguaggi e simboli non ci piove. Ma sono i contenuti, le impostazioni, le proposte  ad essere sbagliate, a volte assurde o anche ridicole. Pensare di migliorare il mondo creando discriminazioni alla rovescia secondo faglie di genere o etnie è da condannare e da combattere.  Le discriminazioni e le contraddizioni continuerebbero ad agire a prescindere. Tutto porta alla solito gattopardismo: che tutto cambi perché nulla cambi. L’operatore ecologico cui è stato cambiato nome, ora è più precario di quanto si chiamava spazzino. Parimenti non è condivisibile la visione del mondo attinente la questione di genere. Visione che, peraltro, vede opinioni diverse anche all’interno dello stesso campo femminista. Si può infatti essere per il concetto binario maschio/femmina senza avvallare  discriminazioni. Assolutizzare poi l’atomo-individuo porta ad una società parossistica è sempre più inevitabilmente nichilista. E l’ambiente non si salverà certo solo con più tecnologia poiché il problema è il rapporto fra specie umana e natura.
Il fatto è che l’assenza sostanziale di un proposta alternativa post-capitalista lascia tutto il campo ad un ideologia unica liberal-liberista pur piena di sfumature. Ma, appunto, si tratta di sfumature, parzialità, frammenti, frattaglie.

Green incompatibile col Pil

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QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

C’è stato il G20 di Roma centrato su Climate Change and Environment e Sustainable Development. A seguire è venuto Cop26 di Glasgow organizzato dalle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. I cosiddetti “Grandi della Terra” hanno scoperto improvvisamente l’ambientalismo e fanno di tutto per accreditarsi come difensori del Pianeta. Non fan che parlare di bio e di green e hanno eletto a stella polare, vezzeggiata e coccolata, quel ‘mostrino ‘ di Greta Thunberg. Naturalmente né il G20 di Roma, in cui Mario Draghi se la dava da leader mondiale, né Cop26 hanno cavato, anche a detta dei commentatori più benevoli, un ragno dal buco. Né potevano. Come ha notato sul Fatto Luca Mercalli nessun Paese sviluppato si è detto disposto a rinunciare a “standard di vita che nel mondo occidentale continuiamo a considerare non negoziabili, né a fermare la crescita economica così come la intendiamo oggi”. Siamo quindi, come al solito, di fronte a una truffa, tanto per tener buoni i giovani innocenti, ma inconsapevoli e creduloni, che manifestano in buona parte del mondo. Non si può inneggiare all’ambientalismo e, nello stesso tempo, alla crescita del Pil. Sono incompatibili. Né c’è “energia rinnovabile”, eolica o solare che sia, che può risolvere la questione. Perché ogni energia, qualsiasi energia, vuole per essere innescata altra energia. “Nulla si crea e nulla si distrugge” dice Democrito. La sola cosa seria da fare è ridurre i consumi e quindi la produzione. Ma da questo orecchio, essendo malati di otite permanente, nessuno ci sente, né i cosiddetti Grandi della Terra né i comuni cittadini.  Insomma per parlare seriamente bisognerebbe rovesciare da cima a fondo l’attuale modello di sviluppo. Vi immaginate un Premier che dicesse io non vi prometto più beni materiali, più viaggi, migliori automobili, più innovazione, più tecnologia, più bellurie di ogni tipo ma vi propongo meno beni materiali, meno viaggi, meno automobili, siano esse a benzina o elettriche, meno innovazione, meno tecnologia, meno bellurie, insomma meno consumi, ma più tempo per voi? Sarebbe fucilato sul campo sia dai consumatori che dai produttori.

La sola cosa seria che possiamo fare è ridurre il superfluo di cui ci nutriamo. Qui nasce però il problema che mi pose quel grande storico, economista ed intellettuale dotato anche, cosa assai rara, di sense of humour ( “Le leggi fondamentali della stupidità umana”) che è stato Carlo Maria Cipolla: “Bisogna intendersi su che cosa consideriamo superfluo e cosa necessario. Per lei necessari sono magari i libri, per altri qualcuno degli infiniti beni che ci vengono offerti”. Vero. Però è altrettanto vero che l’area del superfluo è immensa da quando si è affermata, agli albori della Rivoluzione industriale, la terrificante legge di Say: “l’offerta crea la domanda”. La modernità ha creato bisogni di cui l’uomo non aveva mai sentito il bisogno. “Si scopre la natura illimitata dei bisogni o, piuttosto, la facilità con cui gli esseri umani si lasciano influenzare. Si scopre cioè che i bisogni possono essere eterodiretti, suscitati artificialmente e dall’esterno. Nasce il consumatore e con lui la produzione di massa del futile e anche dell’inutile” ( Il denaro <Sterco del demonio>). Oggi sono nate negli Usa e, naturalmente sbarcate immediatamente in Italia, le ‘Tiktoker House’ cioè scuole dove influencer, che non san nulla di nulla, insegnano ad altri, in genere giovani, che ne san meno di loro come influenzare il mercato ad uso di questa o quella azienda.

Usciremo mai da questo circolo vizioso? No, perché, per riprendere Cipolla, la prevalenza del cretino è indistruttibile. In quanto ai giovani che scendono in strada senza sapere “di che sangue e di che lacrime grondi” ciò che chiedono, la sola cosa, modesta ma onesta, che possono fare è: invecchiare.

Dostoevskij contro l’Italietta e i progressisti

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Oggi all’Ambasciata russa a Roma verrà ricordato il bicentenario della nascita di Fedor Dostoevskij, il testimone più acuto dell’epoca che ha perso Dio senza guadagnare umanità. Dostoevskij è ricordato per i suoi capolavori letterari, per alcune vicende biografiche come la condanna a morte e la grazia in extremis e per alcuni suoi pensieri che ancora balbettiamo nei nostri giorni: da “La bellezza salverà il mondo” a “Se non c’è Dio tutto è permesso”, al terribile aut aut: “Tra Cristo e la Verità scelgo Cristo”. Un’alternativa impossibile per un credente, giacché in Cristo s’incarna la Verità e dunque coincidono; se scegli l’Uno alla fine ti ritrovi l’altra, e viceversa. La stessa cosa si può dire a contrario per un vero miscredente perché nega Cristo ma anche ogni Verità assoluta.

Vorrei soffermarmi sulla sua implacabile diagnosi del nostro tempo e sulla sua polemica con i progressisti umanitari; partendo non dalla Russia ma dall’Italia. Dostoevskij ha parole di fuoco sull’Italia da poco unita sotto il regno dei Savoia: “L’Italia, un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valori universali, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese ‒ un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di un volta) e per di più pieno di debiti non pagati…” Queste pagine sembrano scritte da un borbonico o da un asburgico e invece sono i pensieri di Dostoevskij nel Diario di uno scrittore del 1877. Non c’è però disprezzo verso l’Italia, anzi c’è il confronto tra la grandezza universale e spirituale dell’Italia grande e la piccineria borghese dell’Italietta unita.

Infatti lo scrittore proseguiva: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo; l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano di essere i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale”. Questa visione di Dostoevskij, che evoca il de Monarchia di Dante e il Sacro Romano Impero, si estendeva poi all’Europa, di cui criticava la subordinazione alla borsa e al credito internazionale. Pagine profetiche a giudicare dai nostri giorni.

Dostoevskij indagò sull’uomo del sottosuolo a cui dedicò le celebri Memorie. Quel cupo senso di oppressione, quella mancanza di cielo come asfissia, quella vicinanza agli inferi; un senso della terra concepito a rovescio, non legame concreto col suolo su cui siamo piantati e camminiamo, ma un carcere e un soffitto incombente sulle nostre teste che impedisce la libertà, costringe all’introspezione e toglie il respiro. L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij non si redime con la rivoluzione, abbattendo il sovrano o il potere; perché l’alienazione più vera sorge dalla separazione dell’anima dalla vita, dell’eternità dal tempo. Dostoevskij critica l’utopia rivoluzionaria e cosmopolita che procede “verso il regno astratto di un’umanità universale che non è mai esistita in nessun luogo, e così facendo taglia ogni legame col popolo”. È una critica ante litteram al bolscevismo, una critica che diventò profezia per il ‘900. Questa gente “sostanzialmente astratta” scrive in una lettera a Griscenko, esprime “uno sconfinato amore per l’umanità, ma solo se considerata in generale. Ma poi, se l’umanità s’incarna in un uomo concreto, in una persona, allora essi non sono capaci di tollerarla” anzi provano avversione. Analoghi pensieri aveva espresso Giacomo Leopardi sul cosmopolitismo.

In un’altra lettera a Strachov, Fedor fustigava il sogno rousseauiano e illuminista “di rifare daccapo il mondo sulla ragione” o sull’idea di una natura astratta, fino a tagliare le teste, perché è la cosa più facile, non potendo cambiarle. L’amore per l’umanità, scrive Dostoevskij, è inconcepibile senza la simultanea fede nell’immortalità dell’anima. Senza quella prospettiva i legami con la terra si spezzano e la perdita di una vita ulteriore porta al suicidio o al delitto: “perché dovrei astenermi dallo sgozzare il prossimo, dal rubare, o dal rifugiarmi nel mio guscio?” scrive a Ozmidov.

Tesi che lo scrittore ribadì anche al Congresso della Pace di Ginevra, indetto sotto l’egida massonica e socialista (vi partecipò anche Garibaldi). Dure le sue critiche al socialismo che recide tutti i legami e sostituisce la carità con la violenza; ma aspre pure le sue critiche all’usura, con punte antisemite, al potere economico e ai circoli finanziari; alla “barbarie del comfort” e alle elites atee e cosmopolite, “tutti questi liberalucci e progressisti”.

A queste figurazioni del nichilismo Dostoevskij oppone l’idea di un risveglio religioso, nazionale e popolare, un vero e proprio risorgimento dell’anima russa. “Come l’oro si forgia col fuoco”, così non può esserci resurrezione senza croce e senza dolore. Quella terribile visione fa di Dostoevskij un profeta tragico, apocalittico, lontano dall’umanità presente e pure vicino alla ragione più profonda della sua crisi. Di Dio a Fedor restò la sete, il tormento e l’inquietudine. Così si ritrovò riverso per terra, come dopo una delle sue crisi epilettiche, ad aspettare invano la Sua visita e la visione mistica. Profetico Fedor, tra l’attesa di Dio e la visione del nulla. La religione in Dostoevskij costeggia l’abisso, la sua fede è un urlo nero che non smette di scuoterci. Come Dante anche lui attraversò l’Inferno per risalire fino a Dio. Dantoevskij.

MV, La Verità (10 novembre 2021)

Senza alternative i Popoli finiscono male

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QUINTA COLONNA

Che fare, oltre a denunciare? Sarebbe bello suonare la carica, invocare il risveglio dei popoli e della politica, ma sarebbe ipocrita: in sede politica puoi fare poco, nelle piazze puoi fare ancor meno, l’estremismo è il miglior alleato del potere perché ne legittima le restrizioni; le rivoluzioni e le guerre non si usano più, nessuno è disposto a rischiare nulla e se pure potesse, sarebbe destinato solo a soccombere, a prendere mazzate. Qualcuno cerca perlomeno di capitalizzare i dissensi, ricavare profitti personali o politici ma spaccia illusioni. Perché poi il contraccolpo dei fallimenti è la diserzione, la disaffezione, la fuga nel privato o nel velleitario radicalismo.

di Marcello Veneziani

Qual è la password del potere vigente nella nostra società, italiana, europea e globale? Ha il nome casereccio di una signorina, Tina, ma è in realtà un acronimo lanciato dai leader liberisti degli anni ottanta, poi ripreso dai socialdemocratici, dall’intero establishment e da tutti quelli che non ammettono altre possibilità: Tina, anzi T.I.N.A. è la sigla per dire There Is Not Alternative, non c’è alternativa. Abbiamo imboccato una strada a senso unico, la direzione è obbligata e non si può sgarrare. Vi faccio tre esempi diversi della sua applicazione. A livello europeo, se non accetti i dogmi dell’Europa, se ti appelli alla civiltà, alla tradizione, al diritto nazionale e non ti pieghi agli editti imperativi, sei considerato fuori: è il caso della Polonia che per aver difeso con argomentazioni giuridiche di buon senso, la sovranità nazionale e la tradizione giuridica dello Stato libero e democratico, è messa fuori dal consesso europeo e se non rientra sarà punita sospendendo ogni fondo. Non è un caso a sé, come taluni s’illudono di pensare; già c’era stato il precedente con l’Ungheria, con un governo legittimo, rieletto con più voti di prima, libero e democratico, guidato da un signore che era nel partito popolare, d’ispirazione cristiana. E c’è il caso dei dodici paesi europei che vogliono fortificare i confini ma l’UE non lo permette. Ma soprattutto vale come minaccia, spada di Damocle e avvertimento a tutti i popoli europei e a tutte le forze politiche: se provate a sgarrare, a votare in direzione non conforme, sappiate che vi taglieremo i fondi e l’ossigeno. Messaggio diretto per l’Italia, la Francia e chiunque coltivi intenzioni “sovraniste” di fuoruscita dall’alveo consentito, la forbice tecnocratica e sinistro-progressista.

Secondo esempio, globale. L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per comunicare col suo popolo e far conoscere la sua azione politica è stato costretto a farsi un suo network alternativo, che ha chiamato la Verità (Trump è passato da Bannon al nostro Belpietro); perché Facebook e Twitter lo hanno oscurato, “bannato”, insomma censurato. Ma lui può permettersi d’investire 875 milioni di dollari.

Terzo esempio, locale. Chi critica il green pass non può manifestare senza essere da un verso assimilato a frange estremiste di destra, di sinistra o anarchiche e dall’altro verso castigato e colpito, a volte anche fisicamente. Perché la politica è ormai la continuazione della sanità con altri mezzi: e se ti opponi, devi vedertela con i protocolli sanitari e con gli obblighi previsti per protrarre lo stato d’emergenza anche in tempi ordinari e in ambiti che poco o nulla hanno a che vedere con la prevenzione e la salute. Potrei continuare e soffermarmi sui diritti civili, il dogma globale dell’aborto e l’impossibilità di sottrarsi ai nuovi obblighi e alle nuove censure.

In tutta onestà reputo sterile e puerile il ribellismo di piazza e inadeguata e inefficace l’opposizione politica a questo andazzo; non sono un seguace di Trump e penso che vi siano altre priorità sociali, economiche, vitali, spirituali e ideali rispetto ai pass o i muri. Ma resta il problema di fondo: siamo entrati, senza accorgercene, in modo asettico, neutrale, in una  sfera totalitaria. Perché TINA si traduce così: non è ammesso nulla che non sia dentro quell’alveo. Non c’è alternativa, non può essere nemmeno pensata, se consideriamo la censura estesa anche alle opinioni.

Certo, il populismo sgangherato che ha governato il nostro Paese ha offerto un alibi formidabile per invocare il rigore e il passaggio di testimone a più credibili e affidabili “governance”. Ma il problema resta, ed è un problema strutturale con inquietanti prospettive future. Dopo aver vissuto la fase espansiva della globalizzazione in termini di mercato, economia, tecnologia e assimilazione dei modelli di vita e di consumo, ora siamo nella fase repressiva della globalizzazione, intesa come un orizzonte totalitario a cui non puoi sottrarti. Globale si traduce con Totale. Eppure la vita, l’intelligenza, la libertà hanno bisogno di alternative, altrimenti soffocano.

Che fare, oltre a denunciare? Sarebbe bello suonare la carica, invocare il risveglio dei popoli e della politica, ma sarebbe ipocrita: in sede politica puoi fare poco, nelle piazze puoi fare ancor meno, l’estremismo è il miglior alleato del potere perché ne legittima le restrizioni; le rivoluzioni e le guerre non si usano più, nessuno è disposto a rischiare nulla e se pure potesse, sarebbe destinato solo a soccombere, a prendere mazzate. Qualcuno cerca perlomeno di capitalizzare i dissensi, ricavare profitti personali o politici ma spaccia illusioni. E quindi? Si, denunciare, pensare altrimenti, criticare, sottrarsi, proporre alternative, seminare contraddizioni in campo avverso, inserirsi nei varchi incustoditi, insomma fare la propria parte fino in fondo, ma senza atteggiamenti infantili o rancorosi e senza aspettative di salvezza. Perché poi il contraccolpo dei fallimenti è la diserzione, la disaffezione, la fuga nel privato o nel velleitario radicalismo.

È molto difficile ma è necessario provarci, a lasciar tracce del proprio dissenso e della propria visione alternativa; magari i tempi cambiano, gli equilibri mutano, nuovi fattori col tempo potranno cambiare verso alla storia, la realtà prima o poi insorge… Di più, onestamente, non è dato fare o sperare.

Onda su onda, ci porta alla deriva

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

La quarta ondata del covid annunciata con grande allarme dai media; il terzo vaccino nell’arco di sei mesi prescritto praticamente a tutti con una campagna martellante; il novanta per cento di vaccinati indicata come nuova soglia d’immunità, dopo il settanta e dopo l’ottanta per cento dei mesi scorsi; il terzo anno di pandemia e di emergenza che si annuncia con certezza e apprensione: si può insinuare il dubbio che qualcosa non stia funzionando, che i poteri pubblici, politici, amministrativi e sanitari, e i loro corifei mediatici, abbiano fallito clamorosamente la sfida dei contagi e delle terapie, considerando che si alza sempre l’asticella e si rimanda sempre la salvezza? O si deve per forza concentrare ogni responsabilità, ogni attenzione e ogni condanna sulla esigua minoranza che non si è vaccinata e si ribella al green pass, con manifestazioni che gli stessi media giudicano di poco rilievo e con quattro gatti?

Avevo deciso in questa pandemia di sospendere ogni giudizio, non ritenendomi in grado di esprimere pareri netti e autorevoli in merito o indicare soluzioni alternative; con tutte le perplessità che ho sempre coltivato, ho continuato a seguire di malavoglia le prescrizioni e le proscrizioni imposte. Con una sola raccomandazione: allargare e non restringere i campi di ricerca e di sperimentazione, non limitarsi ai vaccini ma investire di più sulle cure per debellare o neutralizzare il virus. Insomma aggredire il covid su vari fronti, a monte e a valle. Personalmente ho usato come strategia di sopravvivenza quella di evitare tutti i programmi televisivi sul tema e cambiare canale o media quando appariva il santino del virologo di turno e dei centouno virologi di complemento. Sottrarmi, senza nessuna pretesa di insegnare a nessuno il mestiere. Non ho dunque alcuna tesi precostituita, nessuna soluzione alternativa, nessuna propensione al complotto.

Però quando ti alzi la mattina del 5 novembre del 2021 e vedi che il titolo principale dei principali giornali e media italiani è incentrato sulla quarta ondata, sull’euroterrorismo, sul pericolo che viene dall’est (dove peraltro sono già sotto osservazione i dodici paesi europei colpevoli di voler ripristinare i confini per arginare l”immigrazione), allora dici: basta, non se ne può più, non potete tenere l’umanità così a lungo in una gabbia di terrore, di obblighi e divieti, spostando continuamente gli obbiettivi da raggiungere, e facendo ricadere ogni colpa sui pochi che non seguono le vie obbligate. Se dopo venti mesi un virus non viene debellato nonostante l’80% di popolazione sia vaccinata, e anche due volte, se il covid è ancora virulento e pericoloso, vogliamo dirlo che siamo davanti a una sconfitta, anzi un fallimento delle classi dirigenti e delle forze sanitarie, farmaceutiche e amministrative senza precedenti? La moltiplicazione dei dubbi a questo punto è più che legittima: la strada intrapresa senza se e senza ma, imposta ai quattro quinti della popolazione, considerando che il restante quinto è per meta costituito da bambini, è stata davvero quella giusta? Un virus che supera il biennio, ditemelo voi perché io non lo so, ha precedenti? O se volete riformulo la domanda: è concepibile che all’entrata nel terzo anno di covid, si debbano ancora allestire, intensificare e amplificare vaccini, controlli e allarmi, senza contemplare soluzioni alternative o supplementari? E sfiorando la blasfemia, la bestemmia contro il dio vaccino: e se ci fosse un nesso tra le varianti e i vaccini, nonostante le dimostrazioni che il contagio riguarda in particolare chi non si è vaccinato? Dobbiamo considerare normale che i virologi si portino avanti col lavoro e si proiettino non nell’anno venturo ma addirittura nel 2023, che era un modo proverbiale per indicare il futuro lontano, predicendo che in quell’anno ci faranno un vaccino multitasking, onnicomprensivo, prodigioso, incluso di anti-influenzale? Se dopo sei mesi siamo al terzo vaccino, dopo ventiquattro mesi saremo alla dodicesima dose? Siamo entrati in un serial horror, in un raggiro universale, in una truffa colossale o che? A fronte di un fallimento così vistoso sono legittimi i dubbi, anche quello di aver imboccato una strada sbagliata, oltre che esserci affidati a percorsi sanitari e farmaceutici errati o inadeguati.

Il dramma, lo ammetto onestamente, è che non siamo in grado di opporre un’altra soluzione organica, né abbiamo poteri, voce in capitolo, mezzi e condizioni per poter indicare altri percorsi o correggere quelli presenti.

Dobbiamo però vigilare con la massima attenzione su quel delicato passaggio in cui il regime della sorveglianza sanitaria si estende automaticamente ad altri ambiti civili, culturali, politici, sociali. È impressionante l’ondata repressiva e liberticida che c’è in giro che esonda dai confini sanitari e si allarga ovunque. Oscuramenti sui social, intimidazioni, censure dappertutto e nuove restrizioni si annunciano in ogni campo. Lo dico anche per esperienza personale. Considerando che i social sono, bene o male, l’unico luogo in cui il privato dissenso si fa pubblico, è di una gravità enorme. Se solo tocchi certi temi “sensibili” o presunti tali, anche argomentando, non insultando nessuno né semplificando con tesi “oltraggiose”, sei subito censurato e punito. E non puoi prendertela con nessuno perché ti dicono che il mandante è l’algoritmo, dunque la censura è anonima, come la banda dei sequestri. Anonimo, come il covid.

La colpa in ambo i casi non è di chi usa questi agenti anonimi per veicolare e controllare la gente ma del caso o della tecnica. Se non possiamo fare e dire molto in ambito sanitario, sorvegliamo almeno le linee di frontiera della nostra libertà, della nostra dignità e dei diritti. Occhio alla dogana, alle mascherine ideologiche e agli sconfinamenti delle “ondate” sanitarie. Cantava Bruno Lauzi: “onda su onda il mare ci porterà alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva”…

Una speranza per il Cile

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QUINTA COLONNA

dell’Avv. Gianfranco Amato

Il 21 novembre 2021 si terranno in Cile le elezioni presidenziali. Stando ai sondaggi, il candidato di destra José Antonio Kast sembra aver preso il volo, e inizia a distanziare il rivale di sinistra, Gabriel Boric, inizialmente considerato come favorito. Questa circostanza non può che far piacere a tutti i sinceri pro-life e pro-family di casa nostra. E spiego il perché. Io ho avuto modo di conoscere personalmente Kast e sua moglie Maria Pia nel 2017, quando mi trovavo a Santiago del Cile inviato da alcune università a tenere delle conferenze sulla famiglia e contro l’ideologia gender. Fu in quell’occasione, infatti, che mi incontrai con questo parlamentare, avvocato, cattolico praticante, coniugato con nove figli, e appartenente con tutta la famiglia all’esperienza religiosa del movimento mariano Schoenstatt, che era curioso di conoscermi.

Scoprii, infatti, che avevamo le stesse identiche idee in tema di vita, famiglia, educazione e libertà religiosa. Kast è un politico che ha sempre avuto il coraggio di affermare pubblicamente di essere a favore della vita e contro l’aborto ed eutanasia, a favore della famiglia naturale e contro il cosiddetto “matrimonio omosessuale”, a favore della libertà educativa dei genitori e contro l’indottrinamento gender nelle scuole, a favore della libertà religiosa e contro gli attacchi laicisti del potere massonico.

Kast è uno dei pochi che non ha esitato a parlare pubblicamente di “dictadura gay”, e denunciare la violenta intolleranza della lobby LGBT, che ha potuto sperimentare personalmente. Nell’aprile del 2018, infatti, Kast si era recato nella città di Iquique per partecipare in qualità di relatore ad una conferenza presso l’Università Arturo Prat (UNAP). Non ha potuto parlare perché prima che riuscisse a raggiungere l’aula dove si teneva l’incontro è stato assalito da un folto gruppo di studenti che lo hanno aggredito e malmenato al punto da costringerlo al ricovero in ospedale per diverse lesioni, tra cui anche una slogatura al piede. Una violenta aggressione durata più di mezz’ora, in cui Kast è stato preso a pugni, a schiaffi e colpito a distanza con una serie di oggetti. Insieme a lui sono stati malmenati anche l’avvocato Ignacio Dülger e il dirigente politico Hector Vergara, due suoi preziosi collaboratori.

Oggi Kast è un papabile presidente della repubblica cilena.

Il suo programma elettorale, intitolato Per tornare a credere, ha il pregio di contenere le stesse coraggiose posizioni di sempre, senza arretrare di un millimetro. Basta leggere, ad esempio,nel capitolo Famiglia e Diritti Umani, il punto n.27 che prevede testualmente «l’abrogazione immediata della legge sull’aborto e la predisposizione di un piano di sostegno permanente per la maternità, anche attraverso il reperimento di risorse finanziarie necessarie per aiutare le madri e le famiglie che decidono di portare a termine gravidanze indesiderate o difficili, nonché la revisione delle procedure e delle disposizioni in tema di adozione». Oppure il punto n.32 dedicato alla necessità che lo Stato riconosca «il ruolo fondamentale delle chiese cristiane (di varie confessioni) che condividono la visione antropologica cristiana che ha fondato la civiltà occidentale su cui si radica la società cilena, a cominciare dalla visione di famiglia­».

C’è anche qualcosa per ovviare a tanti «casi Bibbiano» che si verificano nel mondo. Il punto n.35, infatti, prevede l’istituzione di un «Avvocato Difensore del diritto dei genitori ad educare i propri figli», partendo dalla «revisione delle attuali competenze dei tribunali minorili, dove i genitori non possono contare su un’adeguata difesa contro le accuse da parte di istituzioni ideologizzate che molto spesso tentano di privare i genitori del loro diritto di educare i propri figli, diritto fondamentale dell’uomo e prioritario rispetto allo Stato». Detto così, senza mezzi termini.

Assolutamente da leggere è il capitolo Educazione, il cui punto n. 66 prevede l’«abrogazione della riforma del sistema scolastico», nella parte in cui non viene consentito «ai genitori l’esercizio del diritto di scelta del tipo di educazione ed istruzione da impartire ai propri figli, e il diritto di usufruire di istituti scolastici d’eccellenza», nonché l’«eliminazione di tutti i programmi e le materie d’insegnamento che costituiscano propaganda o sostegno dell’aborto e della ideologia gender». Un punto preciso del programma, il n.78, prevede addirittura l’«abrogazione di tutte le circolari e le istruzioni che attentano direttamente alla libertà d’istruzione, al diritto dei genitori di educare i propri figli e alla libertà religiosa di tutti i cileni». Cominciando proprio dalle circolari e istruzioni che pretendono di imporre l’ideologia gender».

Anche sulla libertà d’educazione il programma elettorale di Kast non scherza. Queste le iniziative che nel punto n.75 si impegna ad assumere: «Pieno riconoscimento del diritto dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni sulla base del diritto alla libertà d’insegnamento. Assicurazione del diritto dei genitori di scegliere non soltanto l’istituto scolastico per i propri figli, ma anche di poter impedire che venga imposta agli studenti qualunque forma di indottrinamento ideologico. Consentendo, in particolare, l’opposizione al cosiddetto “matrimonio omosessuale” e all’adozione di minori da parte di coppie dello stesso sesso, giacché si ritiene interesse superiore del bambino il diritto ad avere un padre ed una madre».

Tutte cose che vengono riprese anche nel capitolo Sovranità e politica estera, il cui punto n.15 evidenzia la necessità, «in nome del principio di autodeterminazione del popolo cileno, di rivendicare la sovranità e l’assoluto rispetto della Costituzione, tutelandola da qualunque tentativo esterno di vincolare l’ordinamento giuridico cileno in materie come aborto, “matrimonio omosessuale”, identità di genere, controllo statale, diritto di priorità dei genitori nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli».

Se José Antonio Kast dovesse davvero vincere le elezioni e diventare Presidente della Repubblica, occorrerebbe ponderare seriamente se non sia il caso di trasferirsi in Cile.

La Corte Europea dei diritti condanna l’Italia, “violato il giusto processo”

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QUINTA COLONNA

Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Imprenditore catanese chiede giustizia alla Cassazione ma per la Corte il suo ricorso è inammissibile. Interviene la CEDU, il caso

Muore mentre aspetta giustizia, con altri. La Corte Europea dei diritti dell’uomo dice che aveva diritto a presentare ricorso. La Cassazione lo aveva considerato inammissibile.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per violazione dei principi del giusto processo. Nella sentenza 55064 del 28 ottobre scorso la Corte Europea riscontra che la Cassazione attribuisca un peso sproporzionato agli atti formali, a scapito della sostanza. I criteri previsti dal codice italiano per i ricorsi in Cassazione sono eccessivamente formali, con conseguente violazione dell’art. 6/1 della CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

La Suprema Corte di Cassazione, rappresenta il giudice di legittimità di ultima istanza delle sentenze emesse dalla magistratura ordinaria: in sostanza si presenta ricorso per errori di diritto. Presentare un ricorso in Cassazione richiede degli avvocati abilitati ed è complesso. Però anche se l’ammontare del lavoro in Cassazione incide sul funzionamento dei ricorsi, questi non devono essere interpretati in modo troppo formale, limitando il diritto di accesso e incidendo così sulla sostanza di questo diritto che ha il cittadino.

Il caso. La persona che presenta ricorso è il gestore di un’impresa commerciale di Catania. A novembre 2003 il proprietario dei negozi che erano stati affittati alla persona notifica una domanda di sfratto. A marzo 2008, il Tribunale di Catania ordina la risoluzione del contratto di affitto, con l’ordine di lasciare i locali. A ottobre 2009, la Corte d’Appello di Catania conferma la sentenza. Ma a marzo 2010 la persona presenta ricorso alla Cassazione, esponendo in circa una cinquantina di pagine una sintesi dell’oggetto della controversia e dello svolgimento del procedimento, indicando i motivi del ricorso e la motivazione della sentenza impugnata, con i reperti e i documenti correttamente presentati. Ma la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Da qui la presentazione di un ulteriore ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo che il 28 ottobre scorso si esprime in favore del ricorrente. Per la Cassazione, invece, questi non aveva indicato, per ciascun motivo, le ipotesi di ricorso. Ma secondo i giudici di Strasburgo i criteri erano stati sufficientemente rispettati. 

L’uomo intanto è deceduto. I suoi eredi e chi ricorreva con lui sono però andati avanti.
La prima sezione della CEDU, composta dal presidente Ksenija Turković e dai giudici Péter Paczolay, Alena Poláčková, Gilberto Felici, Erik Wennerström, Raffaele Sabato, Lorena Schembri Orland, e Renata Degener, cancelliere di sezione, hanno deciso che per questo motivo l’Italia dovrà risarcire l’uomo con 9.600 euro più qualsiasi imposta che potrebbe essere dovuta su tale somma. 

Secondo i giudici di europei “anche se il carico di lavoro della Corte di Cassazione descritto dal governo rischia di porre difficoltà all’ordinario funzionamento del trattamento dei ricorsi”, il diritto alla giustizia non può essere limitato, cioè “non devono essere interpretate in modo troppo formale per limitare il diritto di accesso a un tribunale in modo tale o in misura tale da incidere sulla sostanza stessa di tale diritto”.

La sentenza non riguarda il solo caso del dirigente catanese. La Corte Europea ha infatti  rilevato un intervento rispetto alla legittimità per tre diversi ricorsi, per un totale di otto ricorrenti. Negli altri due ricorsi però, oltre quello dell’uomo, i giudici europei non hanno ravvisato la violazione come nel caso del gestore dell’impresa catanese: nel primo “l’indicazione degli atti del giudizio nel merito era irregolare poiché, per ogni passaggio citato, mancava il rinvio agli atti originari richiesti dalla giurisprudenza interna”, e nel secondo l’avvocato dei ricorrenti “si è limitato a trascrivere gran parte dell’esposizione dei fatti della sentenza della Corte d’appello, le conclusioni dei ricorrenti in appello, parte dell’impugnazione”, come motivazione e dispositivo della sentenza della Corte d’Appello.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/cronache/corte-europea-diritti-uomo-condanna-italia-violato-giusto-processo-il-caso-765666.html

Altro che “modello Italia”: nel resto d’Europa lo stato di emergenza è finito (o sta per finire)

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QUINTA COLONNA

di Gabriele Costa

Roma, 2 nov – La volontà del governo italiano è chiara: prolungare quanto più possibile lo stato di emergenza. Mario Draghi e il suo fido scudiero Roberto Speranza, infatti, non ne vogliono sapere di rispettare la naturale scadenza del 31 gennaio 2022: l’ipotesi sul tavolo è quella di rinnovare lo stato di emergenza almeno fino a marzo, con l’obbligo di green pass sul luogo di lavoro addirittura fino a giugno.

La cosa ancora più divertente (o inquietante) è che queste misure orwelliane vengono spacciate dai media nostrani come una sorta di «modello Italia»: tutto il mondo assiste meravigliato alle prodezze di «Supermario», e anzi starebbe valutando l’opportunità di imitarci. Ovviamente, niente di più falso: la stampa estera, anche quella progressista, ha espresso più di una perplessità sulla natura «democratica» delle misure adottate dal governo italiano. Ma non c’è solo questo: invece di imitarci, le altre nazioni europee stanno remando in direzione opposta. Se guardiamo poco fuori dai nostri confini, infatti, lo stato di emergenza o è finito oppure sta per finire.

Lo stato di emergenza negli altri Paesi

Francia: il caso più simile al nostro è quello francese. Il presidente Macron vorrebbe estendere lo stato di emergenza – e l’obbligo di green pass – quanto più possibile. Il governo transalpino aveva incassato l’approvazione della Camera per la proroga fino al 31 luglio 2022. Ma il Senato ha stoppato tutto: non si andrà oltre il 28 febbraio 2022.

Germania: al momento proseguono le trattative per la formazione del nuovo esecutivo che, salvo sorprese, sarà formato da Spd, Verdi e Fdp. Tutti e tre i partiti hanno già annunciato che intendono allentare le misure restrittive. Lo stato di emergenza scade il prossimo 25 novembre 2021. E tutto fa pensare che non verrà ulteriormente prorogato. Oltre a questo, per marzo 2022 è anche prevista l’abolizione di tutte le altre restrizioni anti-Covid.

Regno Unito: come tutti sanno, Boris Johnson ha decretato la fine dello stato di emergenza lo scorso 19 luglio 2021 (già ribattezzato freedom day). Senza contare che è stato rimosso persino l’obbligo di mascherina in luoghi chiusi come pub, ristoranti e mezzi pubblici, a meno che non siano particolarmente affollati.

Spagna: anche Madrid ha detto addio allo stato di emergenza lo scorso 10 maggio 2021. Solo le Regioni hanno facoltà di introdurre alcune limitazioni, qualora la curva epidemiologica superi il livello di guardia. Di più: la Corte costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale lo stato d’emergenza, anche per ciò che riguarda il marzo 2020. Di conseguenza, il governo dovrà rimborsare tutte le multe (circa un milione) comminate ai cittadini che avevano violato le restrizioni.

Paesi scandinavi: anche all’estremo Nord le restrizioni non piacciono. A parte il caso Svezia, la nazione con le limitazioni più blande del continente, anche Danimarca e Norvegia hanno deciso di non prolungare lo stato di emergenza, che è scaduto rispettivamente il 10 e il 24 settembre 2021.

Gabriele Costa

 

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