IL CONSERVATORISMO COME IDEOLOGIA NAZIONALE DELLA RUSSIA DI OGGI

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QUINTA COLONNA

di Lorenzo Berti

Accusata di essere ‘fascista’ dalla sinistra e ‘comunista’ dalla destra. Al di là di ogni fuorviante banalizzazione andiamo ad analizzare il retroterra ideologico e culturale della Russia di oggi.

Archiviato traumaticamente il periodo comunista sovietico, la Russia degli anni ’90 è stata velocemente catapultata nel mondo del liberal-capitalismo. Il ‘sogno’ della democrazia si è però ben presto tramutato in incubo fatto di povertà, disuguaglianze sociali, banditismo e degrado morale. A porre un freno alla decadenza della neonata Federazione Russa arrivò Vladimir Putin, l’Uomo della Provvidenza.

Funzionario del Kgb in epoca sovietica ma anche fervente ortodosso, comincia a fare politica a San Pietroburgo con l’élite liberale grazie alla quale giunge al potere nel 1999. La sua caratteristica principale fin dall’inizio è quella di essere un uomo d’ordine. “La Russia ha esaurito la sua quota di rivoluzioni” e “il benessere di un popolo dipende primariamente dalla stabilità”, afferma. Tutti gli sforzi di Putin nei suoi primi anni al Cremlino sono concentrati verso la necessità di restaurare un ordine interno. Ci riesce pacificando la Cecenia, ristabilendo l’autorità statale e mettendo fine al saccheggio delle ricchezze pubbliche da parte dei gangster assurti al ruolo di oligarchi. Una volta fatto ciò occorreva costruire una nuova ideologia sulla quale posare le fondamenta dello Stato.

Quasi sempre i cambiamenti nella società russa sono avvenuti in modo repentino e violento: la modernizzazione in senso europeista voluta da Pietro il Grande, la rivoluzione bolscevica, il crollo dell’Unione Sovietica. Si avverte quindi un naturale bisogno di trovare stabilità e unità. In quest’ottica Putin definisce il patriottismo come “l’unica ideologia possibile nella società moderna”. Secondo l’ex-diplomatico Luca Gori, autore dell’ottimo volume La Russia eterna[1], “l’obiettivo strategico consisteva nel dotarsi di un’articolata piattaforma di valori coerenti con la tradizione storica della Russia in cui tutti i cittadini potessero riconoscersi”. In un certo senso possiamo dire che

L. Gori, “La Russia eterna”, Luiss.

Putin ha innalzato ad ideologia la Russia stessa, rappresentata come civiltà unica, indipendente e immutabile, unita da un filo identitario che partendo dalla Rus’ di Kiev e passando per Impero zarista e Unione Sovietica arriva fino all’odierna Federazione Russa. Il tutto costellato da una serie di imprese eroiche da celebrare, come le battaglie di Aleksandr Nevskjj, la resistenza all’invasione napoleonica, l’assedio di Sebastopoli, la vittoria nella Grande Guerra Patriottica e oggi la difesa del Donbass. Indicativa dal punto di vista simbolico è la scelta di Putin di tornare all’inno sovietico cambiandone però le parole. Non stupisce pertanto ascoltare il Presidente russo tessere le lodi degli Zar conservatori Nicola I e Alessandro III ma anche del leader comunista Josef Stalin, al quale viene riconosciuto il merito di aver tutelato l’ordine e l’integrità dello Stato conducendo il popolo alla vittoria nella Seconda Grande Guerra Patriottica. Nessuna rivalutazione invece della figura di Lenin, colpevole con il suo estremismo di aver portato alla dissoluzione dell’Impero zarista.

L’ideologia nazionale che si sta formando in Russia è antitetica rispetto al liberalismo dominante in Occidente. “L’idea liberale è diventata obsoleta. È entrata in contrasto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione. I valori tradizionali sono più stabili e più importanti per milioni di persone dell’idea liberale”, spiega in modo chiaro e perentorio Vladimir Putin in un’intervista al Financial Times nel 2019. La questione dell’incompatibilità tra Russia e democrazia è da tempo oggetto di discussione per i politologi. Le ragioni a sostegno di questa tesi sono molteplici: l’eredita storica bizantino-mongola, la forte influenza della religione Ortodossa, l’isolamento geografico e l’enorme estensione territoriale, il carattere multietnico e multireligioso della popolazione, il costante senso di accerchiamento e di minaccia dovuto alla mancanza di confini geografici naturali e alle numerose invasioni subite, l’isolamento nelle relazioni internazionali (“Gli unici alleati della Russia sono il suo esercito e la sua flotta” secondo lo Zar Alessandro III). Ma ci sono anche importanti motivazioni di carattere culturale.

Non esiste nessun ‘culto della libertà’ in Russia simile a quanto invece vi è in Occidente. Lo scrittore Nikolaj Berdjaev sostiene che “non c’è nulla di più tormentoso per

Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev (1774-1948)

l’uomo della libertà”. L’individualismo è elemento completamente estraneo alla mentalità ortodossa che invece attribuisce un valore positivo alla sofferenza e al sacrificio. “Il piccolo borghese è incompatibile con il carattere russo e ringraziamo Dio per questo” scrive il filosofo Georgij Fedotov. Anche l’iniziativa economica privata e la cultura imprenditoriale non sono mai state molto incoraggiate. Per tutti questi motivi i liberali in Russia non sono mai riusciti a coinvolgere le masse, dalle quali vengono percepiti come un élite esterofila quando invece il prerequisito necessario per aspirare ad una carriera politica è essere un patriota. Anche nello scenario politico odierno i liberali filo-occidentali alla Navalny hanno un peso politico del tutto irrilevante e la principale opposizione al partito di governo ‘Russia Unita’ è rappresentata dal Partito Comunista (KPRF).

La Russia è una delle poche nazioni sviluppate nel mondo di oggi dove l’egemonia culturale è saldamente in mano ai conservatori. A conferma di ciò l’approvazione plebiscitaria della riforma costituzionale in senso sovranista e conservatore voluta dal Putin nel 2020. Nella nuova costituzione viene introdotto il riferimento alla fede spirituale in Dio come fondamento della nazione, si definisce esplicitamente il matrimonio come unione tra un uomo e una donna (chiudendo quindi a qualsiasi possibile rivendicazione Lgbt), si afferma la preminenza del diritto nazionale rispetto a quello internazionale e si fa divieto di ricoprire cariche politiche a chi possiede la doppia cittadinanza (ovvero quasi tutti gli oligarchi filo-occidentali).

La Russia secondo i conservatori non deve ricalcare modelli di sviluppo provenienti dall’esterno ma svilupparsi in base ai suoi specifici valori. Per farlo occorre sapersi difendere da attacchi e ingerenze esterne, sia dal punto di vista militare che spirituale. “La fede tradizionale e lo scudo nucleare sono due cose che rafforzano lo Stato russo e creano le condizioni necessarie per garantire la sicurezza dentro e fuori il paese”, parole di Vladimir Putin. La convinzione dell’unicità e della predestinazione del popolo russo trae ispirazione tra le altre cose anche dal mito della ‘Terza Roma’. Ivan IV durante la sua incoronazione proclamò: “Due Rome sono cadute ma non Mosca. E non vi sarà una quarta Roma”. La Russia come erede degli imperi romano e bizantino, ultimo baluardo contro la sovversione anticristiana.

La base ideologica di partenza del conservatorismo russo è la famosa triade di Uvarov “Ortodossia, Autocrazia, Nazionalità”, ma facendo un analisi più approfondita si possono distinguere correnti di pensiero differenti al suo interno. C’è un conservatorismo liberale, più moderato, che contempla la possibilità un giorno di costruire un sistema democratico anche in Russia. Il conservatorismo sociale focalizza la sua attenzione verso il rafforzamento dell’assistenza paternalistica da parte dello Stato ai suoi ‘figli’ più deboli e bisognosi di aiuto. Gli etnonazionalisti sostengono la centralità dei russi etnici rispetto agli altri popoli che compongono la Federazione Russia, contestano l’accoglienza di immigrati provenienti dalle repubbliche asiatiche ex-sovietiche e talvolta sposano l’idea del politologo Vadim Cymburskij di una ‘Isola Russia’ che limiti il

Aleksandr Gelʹevič Dugin, 61 anni.

suo raggio d’azione alla tradizionale sfera di influenza regionale senza sfidare apertamente l’egemonia mondiale americana. C’è poi un conservatorismo ortodosso, per cui Stato e Chiesa devono formare una perfetta ‘sinfonia’, contraddistinto dall’attenzione verso le politiche a favore della famiglia e di contrasto ad aborto e diritti Lgbt. Anche i conservatori ortodossi nutrono una forte ostilità verso il modello globalista statunitense. Secondo il politico Egor Kholmogorov “l’America si è trasformata in un aggressivo califfato Lgbt, fondamentalmente in nulla diverso dal califfato islamico”. Infine ci sono i conservatori eurasisti secondo cui “la Russia non è né Europa né Asia ma uno specifico mondo geografico chiamato Eurasia”. Uno dei più noti esponenti di questa corrente è il filosofo Aleksandr Dugin, teorico della ‘Quarta Teoria Politica’ che parte dal superamento delle tre più diffuse ideologie politiche (liberalismo, comunismo e nazionalismo) per elaborare una nuova sintesi. Alla democrazia liberale Dugin contrappone la ‘democrazia organica’ in cui non risulta importante tanto l’architettura istituzionale quanto invece la capacità del Capo di essere in sintonia con il popolo. Analogamente a livello geopolitico contrappone l’Eterna Roma, ovvero la Russia erede degli imperi che poggiavano la loro forza sullo Stato e la spiritualità, all’Eterna Cartagine, rappresentata dagli Stati Uniti con la loro essenza individualistica e materialistica. Uno scontro eterno e metafisico che non può essere eluso.

Lorenzo Berti

[1] L. Gori, La Russia eterna. Origini e costruzione dell’ideologia postsovietica, Luiss University Press, Milano 2021.

Fonte: https://domus-europa.eu/2023/01/20/il-conservatorismo-come-ideologia-nazionale-della-russia-di-oggi-di-lorenzo-berti/

Ma cos’è che brucia al “libero” Occidente?

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QUINTA COLONNA

di Antonio Catalano

L’esperienza insegna che nulla accade mai per caso nei rapporti tra gli Stati, che la “sensibilità” verso una questione, quale essa sia, quando ci sono di mezzo grandi interessi, addirittura geopolitici, è direttamente proporzionale alla possibilità di incidere sul corso degli eventi. Così “stranamente” accade che la Cina adesso sia nel mirino dell’apparato sanitario-mediatico, lo stesso che negli ultimi tre anni ha inoculato la religione atea cara alla grande distribuzione farmaceutica (signora Ursula von der Leyen perché non ci parla dei suoi messaggini privati con il capo di Pfizer?).
E così, chissà perché [ironia], proprio quando la Cina stringe rapporti più forti con la Russia e il mondo dei Brics si allarga (Algeria) aumenta l’isteria della mai sopita Cattedrale Sanitaria (che, naturalmente, agisce per conto terzi) la quale usa in modo del tutto arbitrario dati e numeri per convincere della necessità di tornare a misure restrittive che hanno dimostrato di avere una grande utilità nel campo del controllo sociale. Tant’è che Pechino parla di vero e proprio “sabotaggio”.
Al Libero Occidente brucia il fatto che Russia e Cina si parlino sempre di più. Ieri infatti Putin e Xi Jinping hanno tenuto in video-conferenza un colloquio non certo soltanto per darsi gli auguri di fine anno. Nella video-conferenza non si sono usate parole di circostanza. Tutt’altro. Putin: «Puntiamo a rafforzare la collaborazione tra le forze armate russe e cinesi […] Un posto speciale nell’intera gamma della cooperazione militare e tecnico-militare, che aiuta a garantire la sicurezza dei nostri Paesi e a mantenere la stabilità nella regione». Ancora: «Il coordinamento tra Mosca e Pechino nell’arena internazionale, anche nell’ambito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, dei Brics e del Gruppo dei 20, serve a creare un ordine mondiale equo basato sul diritto internazionale». Da parte sua, Xi Jinping si è reso «disponibile a rafforzare la collaborazione strategica».
Basta così per capire qual è la posta in gioco?
Video del colloquio Putin-Xi Jinping [durata: 10’26”]: 

Intervista a Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Cattolico Christus Rex

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LA GAZZETTA DELL’EMILIA, 27/12/22 IN EVIDENZA

Di Matteo Pio Impagnatiello Pilastro di Langhirano, 26 dicembre 2022 –

  • Può parlarci del Circolo Christus Rex che lei ha fondato? Quando è nato e di cosa si occupa?

Il Circolo Christus Rex viene fondato ufficialmente il primo gennaio del 2007, ma era già attivo un gruppo con il nome di Avanguardia Scaligera già dal 2003. L’attività cattolico-tradizionalista-militante parte nel 1999. Il Circolo si occupa fondamentalmente di tre cose: la formazione cattolica tradizionale sul catechismo di San Pio X e sulla storia della dottrina sociale della Chiesa di mons. Umberto Benigni ogni primo mercoledì del mese (on line per raggiungere tutti), gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, predicati secondo il metodo di padre Vallet dai sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia (To); informazione, poiché l’uomo è essere sociale ed ha diritto di conoscere la Verità di ciò che lo circonda, senza le fesserie del politicamente corretto/pensiero unico; azione militante, al fine della trasmissione pubblica della Fede attraverso l’esempio della vita di un cattolico fedele alla Tradizione, quindi conforme ai dieci comandamenti ed ai precetti della Chiesa. Evidentemente, tutto questo riceve una grande grazia dal Cielo attraverso una vita sacramentale costante, composta da una confessione frequente e dall’assistenza all’unica santa Messa cattolica tradizionale, non in comunione con gli eresiarchi conciliari. Per coloro che fossero interessati, tali celebrazioni sono in tutta Italia e consultabili nei luoghi e negli orari sul sito www.sodalitium.biz

All’interno del Circolo vi sono più persone con ruoli ed ambiti ben precisi, per l’apostolato cattolico-tradizionale, tra cui l’avvocato Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita, il professor Giovanni Perez, l’ingegner Raffaele Amato, l’avvocato Andrea Sartori ecc…

  • I cattolici e il loro impegno nell’agone politico italiano ed europeo: qual è o quale dovrebbe essere il loro compito nella società odierna?

E’ una grande delusione per noi vedere che troppi politici, a livello soprattutto europeo, non applicano ciò in cui  dicono di credere. Ad esempio, ricordo che nel 2008 un eurodeputato che non è mai stato cattolicissimo, come l’onorevole Mario Borghezio, ha voluto costruire con noi  un presepio nel Parlamento europeo. Questo fatto destò più paura e timore nei confronti dei cosiddetti deputati cattolici rispetto a coloro che non lo erano, suscitando in noi stupore e anche tanto apprezzamento, fino al punto che, nonostante i mugugni, l’allora presidente del Parlamento europeo si complimentò pubblicamente in Aula per l’iniziativa e ci ringraziò. Noi pensammo che, a differenza di quanto si vociferava, il presepe non era considerato divisivo per nessuno.

  • A settembre di quest’anno è stata pubblicato il suo ultimo lavoro editoriale, libro scritto insieme all’avvocato Gianfranco Amato. Vuole illustrarcelo?

“Patria e Identità” è il mio terzo libro, scritto con l’amico di tante battaglie, Gianfranco Amato, con il quale condividiamo innanzitutto la fede, la necessità della preghiera e dell’azione militante, per mantenere viva la Tradizione cattolica, alla faccia di quei modernisti che vorrebbero cancellarla, ridurla o adeguarla, a seconda dei loro comodi. Dunque, questo libro nasce dalla volontà di far pensare chiunque, credente e non credente, nei confronti della Patria e dell’Identità. Abbiamo voluto, avendo sensibilità differenti nell’approccio al prossimo, firmare ciascun capitolo con il proprio nome e cognome all’interno di tre parti: “Uno sguardo sulla politica”, “Un’occhiata sulla società”, “Una sbirciata sulla Chiesa”.

  • Si è già fatta un’idea sull’Esecutivo in carica? Cosa ne pensa?

Noi elettori abbiamo votato, fondamentalmente, per due partiti, secondo quello che la legge elettorale prevede. Pertanto, la x l’abbiamo messa su Fratelli d’Italia, ma nel nostro contesto lo stesso voto andava sia alla Camera sia al Senato a candidati della Lega e, nello specifico, a Lorenzo Fontana per la Camera (poi divenuto presidente della medesima e mio amico personale, dal 1996) nonché al Senato, a Paolo Tosato. Nell’uninominale abbiamo votato per Fratelli d’Italia. Possiamo dire, nella pratica, che la legge elettorale ci ha fatto quindi votare sia Fratelli d’Italia sia la Lega, dai quali, data la vicinanza e l’amicizia che ci lega da tanti anni, ci aspettiamo una coerenza in merito ai principi morali cristiani, che sempre con noi hanno sostenuto.

  • La società – italiana ed europea – si trova all’interno di una crisi che non è solamente socio-economica, ma soprattutto valoriale. Può la Chiesa contribuire ad “invertire la rotta”, per realizzare un modello alternativo di società?

Oggi la Chiesa ufficiale ha preso la posizione globalista, pseudo-pacifista, politicamente del deep state. Dunque noi cattolici dobbiamo stare attenti, come lo siamo dal Concilio Vaticano II (1962-1965), a quanto affermano le presunte Autorità ecclesiastiche. Ci tengo, in modo  particolare,  a dare un messaggio di speranza: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Nessuno disperi, ma compia la volontà di Dio e la salvezza eterna sarà pronta per lui. Viva Cristo Re e Maria Regina. Sub Christi vexilli regis militare gloriamur!

  • “Dio, Patria, Famiglia”: possono insieme rappresentare un manifesto d’amore, anche al giorno d’oggi?

Questo trinomio è l’identificazione dell’Amore, anche da un punto di vista cronologico. Prima dobbiamo amore, adorazione e culto a Cristo, seconda Persona della Santissima Trinità e Figlio di Dio, il quale ha voluto che i popoli fossero distinti in diverse Patrie, che dobbiamo amare, perché dono di Lui. Nelle famiglie, composte unicamente per volontà divina e naturale, da una mamma e un papà uniti nel sacro vincolo del matrimonio. Ciò che ci viene propinato in questo tempo è solo sovversione dell’ordine naturale, in odio a Cristo ed alla Verità.

Fonte https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/39737-intervista-a-matteo-castagna,-responsabile-nazionale-del-circolo-cattolico-christus-rex&ct=ga&cd=CAEYACoTNjI1OTU5OTkyMDk5MjI2MjE2MzIZNGVlYTFkNmIzZjM2MmY0YTppdDppdDpJVA&usg=AOvVaw1UMwP98VwKtqgBXzB0–Bm

 

L’Articolo è stato ripreso anche sul Quotidianoweb: https://www.quotidianoweb.it/costume-e-societa/intervista-a-matteo-castagna-responsabile-nazionale-del-circolo-cattolico-christus-rex/

La difesa della famiglia: “Catechesi cattolica del matrimonio”

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QUINTA COLONNA

Segnalazione del Centro Studi Federici

Noël Barbara, Catechesi cattolica del matrimonio, Centro Librario Sodalitium, euro 25,00, pag. 622.
 
Prefazione del Dottor Jean Rivière, Professore alla Facoltà di medicina di Bordeaux 
Ho accettato volentieri di scrivere la prefazione alla “Catechesi cattolica del matrimonio” del Rev.do Padre Barbara, dopo averla letta con attenzione sotto un duplice punto di vista: quello dell’uomo sposato cattolico medio, di mezza età, padre di famiglia numerosa, ogni giorno alle prese con i diversi aspetti della vita coniugale, e anche quello di medico, ancor più in grado di constatare ogni giorno lo smarrimento delle intelligenze e dei cuori in questo campo. Per quanto ne so, questo libro non ha attualmente nulla di equivalente. Già a questo solo titolo esso merita di interessare, e l’esperienza ha già permesso di verificare che il suo contenuto, il suo stile, la sua preoccupazione di non lasciare nell’equivoco i problemi più delicati, hanno sollevato molte domande, turbato delle coscienze troppo ignoranti della dottrina della Chiesa. 
Dovremo stupirci se in futuro la lettura di questa catechesi susciterà delle obiezioni e delle discussioni? Non credo, perché a ben pensarci ci si accorge facilmente che la Chiesa cattolica ha sempre rivendicato e rivendica ancora un imprescindibile diritto di sguardo sulla morale. 
Quanti coniugi cercano, senza trovarlo sempre, l’aiuto del consiglio di un prete nei loro problemi di sposi! Quanto appare necessario lo sviluppo di un lavoro d’équipe fra clero, sociologi, medici, ecc…, se si vuole arrivare a delle soluzioni veramente cristiane in questo o quel caso concreto! ll sacerdote non ha per missione di insegnare la morale? Questo libro non ci dice altro che la condotta dei “figli di Dio impegnati nello stato del matrimonio”. La qualità sacerdotale dell’autore lungi dallo scandalizzare, non può che ispirare fiducia in quelli che lo leggeranno. 
Nella nostra epoca che si vanta di essere illuminata, il ricordare il concetto cristiano dell’amore e il senso profondo degli “obblighi” del matrimonio sembrerà forse desueto. Infatti si constata ogni giorno che numerosi focolari ignorano tutto della dottrina della Chiesa sul matrimonio oppure non ne conoscono che dei frammenti sparsi, scoordinati, raccolti per caso. Questa ignoranza, diciamolo senza rancore, non risparmia gli ecclesiastici.
Non bisognerebbe d’altra parte equivocare sulle intenzioni dell’autore. Gli applicherei volentieri questa bella definizione: “lo spirito duro e il cuore dolce”. 
Questo catechismo non costituisce una requisitoria. Anzi, Padre Barbara non ha consacrato dei mesi a questo lavoro per il piacere di soddisfare qualche “integrismo” di principio o di fatto in un campo in cui tante coscienze oneste cercano delle soluzioni a situazioni spesso dolorose. 
Ma schivare i problemi, annegare le difficoltà nel sentimentalismo o nei fantasmi di una sessualità più o meno incosciente, non ha mai aiutato ne mai aiuterà un’anima a camminare nella luce di Dio. Ora, chi possiede ancora la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo se non la Chiesa cattolica? 
Il primo dovere della carità non è di illuminare coloro che camminano nell’oscurità?
La dottrina della Chiesa sul matrimonio resta la pietra d’angolo delle unioni cristiane. Se su certi punti la discussione rimane aperta, preferibilmente fra persone competenti e al di fuori dello spazio pubblico, nell’insieme, la via tracciata dalla Chiesa in questo campo come in altri, è l’unica capace di portare la pace nelle anime, talvolta a prezzo di una pesante croce. Ma piacere e felicità non si confondono, e Nostro Signore Gesù Cristo ha parlato più spesso di via stretta che di via larga. 
Bisogna ringraziare Padre Barbara di averlo saputo ricordare, nascondendo la sua persona dietro l’autorità del pensiero della Chiesa. 
Quarta di copertina
Papa Pio XI, già nel 1930, osservava nella Casti Connubi che “dobbiamo considerare di primaria importanza che i fedeli siano bene istruiti circa il matrimonio, a voce e in iscritto non una volta sola e superficialmente, ma spesso e ampiamente, con argomenti chiari e solidi”. Memore di questo insegnamento l’autore di questo libro, P. Barbara, quando era giovane prete in Algeria francese, su mandato del suo Vescovo cominciò ad occuparsi della preparazione dei fidanzati al matrimonio e continuò questo ministero quando predicava gli Esercizi spirituali di s. Ignazio. Egli faceva notare giustamente come i sacerdoti, che non si devono sposare, studiano bene la dottrina sul matrimonio in teologia morale per poter confessare e consigliare al meglio, mentre invece i laici, che si devono sposare, non la studiano per niente e questa è una anomalia che se era vera negli anni sessanta è purtroppo ancor più vera oggi, quando l’ignoranza religiosa, in seguito al Concilio Vaticano II, ha raggiunto livelli un tempo inimmaginabili.
Questo libro, che non aveva ad oggi in Italia nulla di equivalente, si propone di colmare questa lacuna, cioè la non conoscenza del catechismo sul matrimonio da parte delle persone che si impegnano in esso, mettendo a loro disposizione in maniera semplice e accessibile, sotto forma di catechismo con domande e risposte, la dottrina cristiana, per vivere al meglio e con la grazia di Dio questo sacramento così importante per la vita e la salvezza di molti cattolici. Quanti coniugi cercano, spesso senza trovarlo, l’aiuto del consiglio di un sacerdote nei loro problemi di sposi! La qualità sacerdotale dell’autore, lungi dallo scandalizzare, non può che ispirare fiducia in quelli che lo leggeranno.
Nella nostra epoca che si vanta di essere illuminata e che confonde spesso l’amore con il piacere, ricordare il vero concetto cristiano dell’amore che è il sacrificio potrà sembrare forse desueto ma è più che mai necessario. La via tracciata dalla Chiesa in questo campo come in altri, è l’unica capace di portare la pace nelle anime, talvolta a prezzo di una pesante croce. Ma piacere e felicità non si confondono, e Nostro Signore Gesù Cristo ha parlato più spesso di via stretta che di via larga. La dottrina della Chiesa sul matrimonio resta la pietra angolare delle unioni cristiane.
Questo libro è utile sia alle coppie sposate e ai fidanzati che si preparano al matrimonio, sia ai sacerdoti o ai catechisti che si occupano della catechesi prematri-moniale. È di notevole interesse, inoltre, la seconda parte del libro che raccoglie moltissimi documenti del magistero, in particolare di Pio XII, Pastor Angelicus, su tutte le questioni inerenti al matrimonio.

Cancellate il Natale, abortite Gesù, ce lo chiede l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il Natale è cancellato, Gesù è abortito, e la Corte europea per i diritti dell’uomo acconsente, anzi risarcisce colei che aveva profanato la Chiesa urinando sui gradini dell’altare. D’ora in poi, seguendo le direttive dell’Europa e della sua corte suprema, anziché celebrare la Nascita di Gesù Bambino, faremo meglio a celebrarne l’aborto, nel nome dei diritti della donna. E la cancellazione del Natale, grado supremo della cancel culture, con il patrocinio della massima corte europea.

Se dovessi riassumere il senso peggiore del nostro tempo, e racchiudere in un episodio lo spirito capovolto con cui si compendia il corrente e morente anno 2022 alle porte di Natale, dovrei risalire a quell’episodio accaduto in Francia e conclusosi davanti alla corte europea. Dunque, in un infausto giorno del 2013 (lo stesso anno maledetto in cui uno scrittore, Dominique Venner, si suicidò in Notre Dame), una donna in topless, Eloise Bouton, fece irruzione nella chiesa della Madeleine a Parigi, con la scritta sulle spalle “Il Natale è cancellato” e dopo aver mimato l’aborto di Gesù bambino, concluse la sua performance urinando sui gradini dell’altare. I tribunali francesi avevano condannato l’attivista femminista e abortista a una pena pecuniaria e detentiva. Ma la Corte europea dei diritti umani, lo scorso 13 ottobre, ha ribaltato la sentenza del tribunale francese e dopo aver riconosciuto il proposito della donna come “molto nobile” e prezioso per i diritti delle donne, in particolare sul diritto all’aborto, ha “condannato” la Francia a pagare circa 10mila euro per danni morali, e sottolineo morali, più spese legali. Risarcita ed elogiata, con tante scuse dell’Europa.

In verità la stessa corte europea, in sigla CEDU, si era pronunciata in precedenza in modo assai diverso, anzi opposto: una donna aveva equiparato il rapporto sessuale di Maometto con Aicha che aveva allora nove anni, a una forma di pedofilia. La Corte in quel caso riconobbe colpevole la donna di “dolosa violazione dello spirito di tolleranza” perché alimentava un pregiudizio che attentava alla pace religiosa. E la condannò a una pena detentiva e pecuniaria. Fateci capire: se si profana una Chiesa, si urina sull’altare, si inneggia all’aborto di Gesù, è libertà di espressione e merita un elogio; si è invece deplorati e condannati se s’insinua che Maometto il profeta dell’Islam, fu pedofilo (affermazione sconveniente, ne convengo, e non solo perché ferisce credenti islamici ma non tiene conto della differenza di tempi e luoghi, di culture, storie e religioni). Un paese e un continente per millenni cristiano, unito dalla civiltà cristiana, assolve chi profana in Chiesa Gesù Cristo e condanna chi in luogo laico offende la suscettibilità degli islamici. Ma che mondo è?

Torno ai nostri giorni, e paragono questa sentenza assolutoria all’esemplare condanna del tifoso che davanti alle telecamere dette addirittura una pacca sulle chiappe di una giornalista sportiva davanti allo stadio di Empoli: un anno e mezzo di detenzione, diecimila euro di risarcimento alla giornalista offesa e perfino 5mila euro all’ordine dei giornalisti che si era costituito parte civile. E’ un altro tribunale, ma il paragone viene spontaneo: pensate, una pacca sui glutei è peccato mortale e reato atroce mentre la profanazione di una Chiesa, di una Religione, della figura di Gesù Cristo, del Santo Natale, con una serie di atti osceni in luogo sacro, è libertà d’espressione e diritto inviolabile. Capite in quali mani siamo noi europei, a quale Corte sono affidati i Diritti Umani?

E’ un episodio, direte, ma mi sembra il simbolo più rappresentativo, alle soglie di Natale, dello spirito dell’epoca: la giustizia europea è intollerante se trasgredisci al catechismo politicamente corretto ma è compiacente e garantista se profani la religione che ha permeato per millenni la nostra civiltà, che è ancora seguita da milioni di fedeli, che è alle origini perfino degli stessi diritti umani, del rispetto sacro della persona e della vita umana, della solidarietà e della carità…

Con un precedente del genere sarà difficile nella giurisprudenza europea tornare alla realtà, ai principi e al diritto come l’abbiamo conosciuto nei secoli. Ad aggravare la situazione è il silenzio dei media, la rara o inesistente d’indignazione, il freddo e neutrale sguardo da cronisti con cui si è freddamente annotato e archiviato la sentenza.

Tornando alla sentenza natalizia, è spiegato che “lo scopo dell’esibizione a seno nudo” della manifestante, “organizzata secondo le procedure previste dal movimento Femen, era quello di trasmettere in un luogo di culto simbolico, un messaggio relativo a un dibattito pubblico e sociale sulla posizione della Chiesa cattolica su una questione delicata e controversa, ossia il diritto delle donne di avere il libero controllo sul proprio corpo, compreso il diritto d’abortire”. Capite? Avendo applicato la protesta a Gesù bambino, è conseguente il rimprovero alla Madonna di aver accettato, senza batter ciglio, un figlio non voluto e non procreato in una relazione umana, mentre avrebbe dovuto chiamare i gendarmi all’apparizione dell’angelo molestatore, che annunciava la nascita e avrebbe dovuto sporgere denuncia contro Ignoti perché lo Spirito Santo l’aveva ingravidata violando “il libero controllo del proprio corpo”.

Dunque se dobbiamo attenerci fedelmente e scrupolosamente alle direttive europee, quando tornate a casa, trasformate il presepe della Natività in una manifestazione multietnica in favore della libertà di abortire. Celebrate la nascita dell’aborto più che del Bambinello, e vergognatevi della civiltà cristiana, perché se al posto della Natività avesse sancito il Diritto d’Aborto, avremmo un Gesù Cristo in meno nella storia del mondo e duemila anni di diritti della donna in più. E il bue e l’asinello non più costretti dalla bestia umana a star lì a sfiatarsi per giorni e giorni…

La Verità – 22 dicembre 2022

In Italia chi tocca la magistratura muore

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QUINTA COLONNA

di Leonardo Lugaresi

Fonte: Leonardo Lugaresi

In Italia chi tocca la magistratura muore. È così da almento trent’anni, perché la magistratura italiana ha un potere illimitato, che esercita su tutti gli altri soggetti, pubblici e privati, senza dovere, di fatto, rispondere a nessuno dei suoi atti. Un potere senza responsabilità e senza contrappesi, che non siano quelli, soggettivi, della personale correttezza morale dei singoli magistrati. Se si vuole una prova impressionante di tale assunto, che può sembrare a prima vista un po’ forte, basta guardare a che cosa è successo, nei mesi scorsi, dopo la dirompente e circostanziata denuncia di un “pentito”, quell’ex magistrato Luca Palamara, già segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, che sta al “sistema” – come lo chiama lui – esattamente come Buscetta stava alla mafia: un “pezzo grosso”, che sa tutto e che, per suoi interessi, rivela alcune cose importanti e gravissime, documentandole con precisi riferimenti a fatti, persone, luoghi e date. Che cosa è successo? Assolutamente niente. Palamara non è stato nemmeno querelato, mentre quasi ogni pagina del suo libro dovrebbe dare adito a querele, se le cose che dice sono campate in aria. Tamquam non esset, per stare al linguaggio dei legulei (di una volta, perché quelli di adesso il latino non lo sanno).
Una delle grandi colpe storiche di Berlusconi, che pure non era organico a quel sistema e da esso fu anzi ferocemente combattuto, è stata di aver sempre pensato esclusivamente alla tutela dei propri interessi privati, senza neanche mai neppure tentare di metter mano ad una riforma dell’ordinamento giudiziario italiano. Quando si farà il bilancio della sua opera nella storia italiana di questi decenni – bilancio che a mio avviso sarà pesantemente negativo proprio in ragione delle grandi potenzialità che la sua entrata in politica conteneva e che, in buona parte per colpa sua, non ha realizzato – tale scelta scellerata di impegnarsi solo in maldestre leggi ad personam peserà molto nel giudizio.
Ora, dopo l’incommentabile Bonafede e l’evanescente Cartabia, pare che il nuovo guardasigilli Carlo Nordio, che per quarant’anni è stato un magistrato stimatissimo, voglia accingersi all’impresa. Le reazioni scomposte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che sarebbero grottesche se non fossimo in Italia dove suonano minacciose, fanno già capire che sarà guerra. Io non so se il ministro, e soprattutto il governo di cui fa parte, avrà la forza e la volontà politica di andare avanti, o se dopo un po’ si fermerà e farà marcia indietro. Ma se tenesse duro e portasse a casa almeno qualche risultato concreto nell’indispensabile opera di riforma del sistema della giustizia, riportando almeno in parte il potere della mogistratura entro i confini costituzionali, a garanzia dei cittadini e a ripristino della sovranità democratica, farebbe già moltissimo per il nostro paese. Solo per questo si sarebbero meritati il voto che gli ho dato. Sinceri auguri al ministro Nordio.

Unione europea: cadere dal pero e non chiedersi perché ci si è saliti!

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QUINTA COLONNA

di Ugo Boghetta

UNIONE EUROPEA: FINIREMO COME CASAMICCIOLA?

Sergio Frabbini non smette di illuminarci dalle colonne del Sole 24 domenicale sullo stato, convulso, dell’Unione Europea. Poiché ormai da tempo le cose non evolvono verso gli Stati Uniti d’Europa, il nostro continua a sorprendersi e lamentarsi. Cade sempre dal pero ma non si chiede mai se non sia stato un errore salirci. L’articolo di Domenica 27 novembre è tutto dedicato al voltafaccia di Scholz il quale, all’atto della sua elezione a capo dello stato tedesco, ha affermato che si sarebbe impegnato a portare l’Unione verso uno “stato federale”. Ora invece, a causa della guerra, ha cambiato completamente politica perseguendo solo gli interessi germanici. Le azioni adottate a tale scopo, scrive Fabbrini, sono tante a partire  dall’ostacolare qualsiasi “soluzione europea per favorire quelle nazionali”.
Scholz ha infatti deciso di investire unilateralmente 200 miliardi per sussidiare le imprese tedesche, senza pensare all’impatto negativo che ha sulle quelle degli altri paesi. Cosa che peraltro hanno già fatto gli Usa. Anzi, ha affermato recentemente Bonomi, presidente della Confindustria, che Biden ha imposto alle imprese americane di rifornirsi solo da produttori USA.  Poi è andato a fare affari in Cina, concedendo agli stessi di entrare nel grande porto di Amburgo. Ha anche deciso di investire 100 miliardi nella difesa, ma acquistando gli F35 americani a discapito dello stesso progetto franco-tedesco per la costruzione di un aereo europeo. Non contento di ciò ha proposto a 15 paesi Ue di acquisire tre sistemi di difesa aerea  basati su tecnologie americane e israeliane mettendo fuori gioco l’analogo programma franco-italiano.  Per tacitare la Francia ha siglato con questa una accordo sull’energia che Fabbrini afferma essere solo una foglia di fico. Che è tuttavia pur sempre un accordo bilaterale! E come se nulla fosse ha rispolverato la contrarietà alla riforma del Patto di Stabilità.
Nell’agosto scorso Scholz ha chiarito la sua visione dell’Europa. Ha affermato infatti che interesse nazionale tedesco sarebbe quello di unire tutti i paesi ad est. Di fatto, afferma Fabbrini, questo supererebbe l’Unione verso un associazione di carattere internazionale di fatto confederale finalizzata alla centralità germanica senza condizionamenti. Insomma: bye bye Unione.
Il nostro afferma, bontà sua, che tutto ciò è contrario ai nostri interessi nazionali e che per questi motivi dovremmo allearci con Francia, che vuole una Unione politica, e Spagna.
Dunque anche Fabbrini ritiene superata l’Unione?
Sta di fatto che il caos è massimo e gli unici che sembrano avere le idee chiare sono gli americani contro la Russia, l’Europa e la Germania in particolare. E la Germania che, letteralmente sotto tiro (vedi i sabotaggi dei gasdotti), cerca una via solitaria per tutelare i propri interessi. Cosa tutt’altro che facile. Ad esempio, gli Stati dell’est sono ormai quasi tutti filo americani. Ancora una volta dunque la Germania si trova al centro del guazzabuglio europeo.
Nel medesimo numero del Sole si trova anche un’intervista a Tronchetti Provera, il quale afferma che le imprese italiane stanno perdendo contratti perché siamo, guarda caso, in una crisi asimmetrica che non colpisce gli Usa e l’Asia ma solo l’Europa. Tronchetti Provera affronta anche  il tema  dello stato sociale in decrescita affermando che: “solo la sua difesa consente di mantenere la continuità della democrazia”. Un altro che casca dal pero: tutto ciò si verifica da quando siamo entrati nell’Unione e nell’euro.
Come si vede salgono alti lai e recriminazioni contro questo e quello. C’è l’esigenza di una risposta europea, ma nel contempo appare impossibile. Anzi si sta andando da tutt’altra parte. Se in passato le crisi del 2008 e covid hanno portato ad interventi nel segno del “PiùEuropa” quali il QE e il PNRR, ora l’Unione di Bruxelles, per tenere insieme i pezzi vara la svolta bellicista; vedi la recente assurda mozione che definisce la Russia terrorista. Così, al contrario, le crepe si allargano.
Nonostante tutto ciò in Italia abbiamo il governo più filoamericano della storia della Repubblica e, dunque, in questo momento, il più antinazionale!
Siamo in un Mondo Nuovo come scrive Limes. Servono idee nuove. Poiché, così continuando, rischiamo di finire come Casamicciola. Tante errori, tante avvisaglie, tanti avvertimenti, …….. poi una frana disastrosa e mortifera!

Cibo sintetico, insetti e altre leccornie.

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QUINTA COLONNA

di Alfio Krancic

Sostiene marco Cappato:

Marco Cappato

Viva la carne sintetica, viva il cibo sintetico. (una volta provata la sicurezza, valutato l’ impatto ambientale e… tutti gli altri aspetti che solo l’ideologia antiscientifica può considerare irrilevanti, come lo sono per il Ministro Lollobrigida)

Sostiene Carlo Cottarelli…

Carlo Cottarelli

·Lollobrigida dice che il governo si opporrà in ogni modo al cibo sintetico perché contrario alla nostra cultura. Capisco l’opposizione per motivi sanitari, ma perché lo stato deve impedirmi di mangiare o bere quello che voglio? Anche la coca cola non era parte della nostra cultura.

Dopo il via libera agli alimenti OMG, agli insetti eccoci ai cibi sintetici, in particolar modo alla carne sintetica. Scrive Carlo Cottarelli: “ma perché lo stato deve impedirmi di mangiare o bere quello che voglio?” Giusto. Perchè impedire agli antropofagi di mangiare carne umana o bere sangue umano? Tranquilli ci arriveremo. Abbiate un po’ di pazienza. “Loro” stanno lavorando per il nostro bene. Non disturbiamoli

https://alfiokrancic.com/2022/11/18/cibo-sintetico-inseti-e-altre-leccornie/

 

Sun Tzu entra in un bar a Kherson…

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QUINTA COLONNA

di Pepe Escobar

Fonte: Controinformazione

Deal or no deal, il “generale Winter” sta arrivando in città, pronto a intrattenere il suo ospite d’onore Sun Tzu (l’arte della guerra) con così tanti nuovi piatti a tavola.

L’annuncio del ritiro di Kherson potrebbe aver segnato uno dei giorni più cupi della Federazione Russa dal 1991.

Lasciare la riva destra del Dnepr per allestire una linea di difesa sulla riva sinistra può esprimere un senso di sconfitta militare. Lo stesso generale Armageddon, sin dal suo primo giorno di lavoro, aveva lasciato intendere che questo avrebbe potuto essere inevitabile.

Così com’è sulla scacchiera, Kherson è dalla parte “sbagliata” del Dnepr. Tutti i residenti di Kherson Oblast – 115.000 persone in totale – che volevano essere trasferiti a latitudini più sicure sono stati evacuati dalla riva destra.

Il generale Armageddon sapeva che era inevitabile per diversi motivi:
nessuna mobilitazione dopo che i piani iniziali dell’operazione SMO hanno colpito la polvere; distruzione di ponti strategici attraverso il Dnepr – con tanto di metodico martellamento ucraino di ponti, traghetti, pontoni e moli per tre mesi; nessuna seconda testa di ponte a nord di Kherson o a ovest (verso Odessa o Nikolaev) per condurre un’offensiva.

E poi, la ragione più importante: l’armamento massiccio unito alla NATO, quella che de facto guida la guerra, si è tradotta in un’enorme superiorità occidentale in ricognizione, comunicazioni, comando e controllo.

Militari NATO in Ucraina

Alla fine, il ritiro di Kherson potrebbe essere una perdita tattica relativamente minore. Eppure, politicamente, è un disastro assoluto, un imbarazzo devastante.

Cherson è una città russa. I russi hanno perso, anche se temporaneamente, la capitale di un nuovissimo territorio annesso alla Federazione. L’opinione pubblica russa avrà enormi problemi ad assorbire le notizie.

L’elenco degli aspetti negativi è considerevole. Le forze di Kiev si assicurano il fianco e possono liberare le forze per andare contro il Donbass. L’armamento fornito da parte dell’Occidente collettivo ottiene una spinta importante. Il sistema HIMARS ora può potenzialmente colpire obiettivi in ​​Crimea.

L’ottica è orrenda. L’immagine della Russia nel Sud del mondo è gravemente offuscata; dopotutto, questa mossa equivale all’abbandono del territorio russo, mentre i crimini di guerra seriali ucraini scompaiono all’istante dalla “narrativa” principale.

Come minimo, molto tempo fa i russi avrebbero dovuto rafforzare il loro principale vantaggio strategico testa di ponte sul lato occidentale del Dnepr in modo che potesse resistere, a meno di un’alluvione della diga di Kakhovka ampiamente prevista. Eppure i russi hanno ignorato per mesi anche la minaccia del bombardamento della diga. Questo spiega una pianificazione terribile.

Ora le forze russe dovranno conquistare di nuovo Kherson. E parallelamente stabilizzare le linee del fronte; tracciare confini definitivi; e poi sforzarsi di “smilitarizzare” per sempre le offensive ucraine, tramite negoziati o bombe a tappeto.

È abbastanza rivelatore che una serie di tipi di informazioni della NATO, dagli analisti ai generali in pensione, sono sospettosi della mossa del generale Armageddon: la vedono come una trappola elaborata, o come ha detto un analista militare francese, “una massiccia operazione di inganno”. Uno stile Sun Tzu classico. Questo è stato debitamente incorporato come narrativa ufficiale ucraina.

Quindi, per citare Twin Peaks , quel classico eversivo della cultura pop americana, “i gufi non sono quello che sembrano”. In tal caso, il generale Armageddon cercherebbe di allungare gravemente le linee di rifornimento ucraine; indurli all’esposizione; e poi cimentarsi in un’enorme sparatoria al tacchino.

Quindi o questa è una mossa stile Sun Tzu; o un accordo è dietro le quinte, in coincidenza con il G20 per la prossima settimana a Bali.

L’arte dell’affare

Sembra che sia stato raggiunto un accordo tra Jake Sullivan e Patrushev.
Nessuno conosce davvero i dettagli, nemmeno quelli che hanno accesso agli sgargianti informatori della quinta colonna a Kiev. Ma sì, l’accordo sembra includere Kherson. La Russia manterrebbe il Donbass ma non avanzerebbe verso Kharkov e Odessa. E l’espansione della NATO sarebbe definitivamente congelata. Un affare minimalista, forse.

Questa ipotesi spiegherebbe perché Patrushev è stato in grado di imbarcarsi su un aereo per Teheran in contemporanea all’annuncio della ritirata di Kherson e di occuparsi, in tutta tranquillità, di importanti affari di partnership strategica con Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano.

L’accordo potrebbe essere stato anche il “segreto” insito nell’annuncio di Maria Zakharova che “siamo pronti per i negoziati”.

I russi lasceranno la sponda del fiume Dnepr in una ritirata militare gestita. Ciò non sarebbe possibile senza negoziati militari-militari gestiti.

Queste trattative di back channel vanno avanti da settimane. Il messaggero è l’Arabia Saudita. L’obiettivo degli Stati Uniti, a breve termine, sarebbe verso una sorta di accordo di Minsk 3 – con annessa mediazione Istanbul/Riyadh.

Nessuno presta la minima attenzione al pagliaccio della coca cola Zelensky. Sullivan è andato a Kiev per presentare una sorta di fatto compiuto.

Il Dnepr sarà – nella tesi – il fronte stabile e negoziato.

Kiev dovrebbe ingoiare una linea di contatto congelata a Zaporizhye, Donetsk e Lugansk – con Kiev che riceve elettricità da Zaporozhye, quindi cessa di bombardare la sua infrastruttura.

Gli Stati Uniti avrebbero escogitato un prestito di 50 miliardi di dollari più parte dei beni russi confiscati – cioè rubati – per “ricostruire” l’Ucraina. Kiev riceverà moderni sistemi di difesa aerea.

Non c’è dubbio che Mosca non accetterà nessuna di queste disposizioni.

Si noti che tutto questo coincide con l’esito delle elezioni americane, dove i democratici non hanno esattamente perso.

Nel frattempo la Russia sta accumulando sempre più guadagni territoriali nella battaglia per Bakhmut.

Non ci sono illusioni di sorta a Mosca sul fatto che questo cripto-Minsk 3 sarebbe rispettato dall’Impero “non in grado di accettare accordi”.

Jake Sullivan è un avvocato di 45 anni con zero background strategico ed “esperienza” pari a una campagna per Hillary Clinton. Patrushev può mangiarlo a colazione, pranzo, cena e spuntino a tarda notte – e vagamente “accettare” qualsiasi cosa.

Allora perché gli americani sono disperati per offrire un accordo? Perché potrebbero intuire che la prossima mossa russa con l’arrivo del generale Winter dovrebbe essere in grado di vincere definitivamente la guerra alle condizioni di Mosca. Ciò includerebbe la chiusura del confine polacco con una lunga mossa a freccia dalla Bielorussia verso il basso. Con il taglio delle linee di rifornimento per armi, in tal caso il destino di Kiev sarebbe segnato.

Deal or no deal, il “generale Winter” sta arrivando in città, pronto a intrattenere il suo ospite d’onore Sun Tzu con così tanti nuovi piatti a tavola.

Fonte: Strategic Culture

Traduzione: Luciano Lago

ISRAELE COMMETTEREBBE UN ERRORE GEOSTRATEGICO IRREVERSIBILE ARMANDO KIEV

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Oggi il Ministro israeliano alla Difesa Benny Gantz ha detto esplicitamente a Radio Kol Chai che il suo Paese non venderà armi all’Ucraina. Perché Israele può e l’Italia no? (n.d.r.)

L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev ha appena messo in guardia Israele dall’inviare armi a Kiev, dopo che il ministro degli Affari della Diaspora dello Stato ebraico, Nachman Shai, ha chiesto al suo Paese di attraversare finalmente il Rubicone in risposta alla notizia del Washington Post (WaPo) secondo cui l’Iran si starebbe preparando a fornire a Mosca missili balistici. Egli ha affermato che una tale mossa “distruggerebbe tutte le relazioni interstatali tra le nostre nazioni”, il che è certamente vero e sarebbe quindi un errore geostrategico irreversibile che Tel Aviv non può permettersi.

Solo alla fine del mese scorso Zelensky ha finto di scandalizzarsi per il rifiuto di Israele di inviare i suoi sistemi di difesa aerea, i cui calcoli ho spiegato a lungo qui. Quel pezzo cita anche alcuni miei precedenti lavori dell’inizio di quest’anno sugli intrecci delle relazioni russo-israeliane, che i lettori potrebbero apprezzare per una conoscenza di base fondamentale. In breve, Tel Aviv si è saggiamente resa conto che il superamento della linea rossa di Mosca nella guerra per procura della NATO guidata dagli Stati Uniti contro la potenza mondiale appena restaurata attraverso l’Ucraina potrebbe indurre il Cremlino a dare carta bianca all’Iran in Siria per attaccare Israele per procura.

Fino a questo momento, la Russia ha contenuto l’Iran con mezzi indiretti, influenzando il suo alleato siriano a scoraggiare tali attacchi e “facilitando passivamente” le centinaia di attacchi di Israele contro l’IRGC e Hezbollah ogni volta che questi hanno iniziato a immagazzinare armi nella Repubblica araba proprio per questo scenario (indipendentemente dal fatto che ciò fosse tacitamente approvato da Damasco). In precedenza, gli Stati Uniti hanno cercato di provocare una spaccatura russo-israeliana sulle attività controverse dell’Agenzia ebraica in quella Grande Potenza eurasiatica, le cui conseguenze ho spiegato qui nel caso in cui fossero riuscite.

Questa intuizione rimane rilevante alla luce delle ultime tensioni nelle loro relazioni, legate all’appello del ministro Shai al suo Paese di armare Kiev in risposta all’ultimo rapporto del WaPo. Il possibile invio di missili balistici iraniani nella zona di conflitto potrebbe in realtà essere solo un finto pretesto infowar per qualcosa che il governo di coalizione, sempre più impopolare, potrebbe aver pianificato di fare già da un po’ di tempo, in concomitanza con le tese elezioni legislative del 1° novembre, che potrebbero riportare Benjamin (“Bibi”) Netanyahu al potere in caso di sconfitta, come alcuni iniziano a prevedere.

Questo scenario di “sorpresa d’ottobre” potrebbe comportare un’escalation manipolata delle ostilità per procura israelo-iraniane in Siria, allo scopo di presentare i candidati in carica come “forti in materia di sicurezza nazionale”, la cui percezione, artificialmente costruita, avrebbe lo scopo di “allontanare” da Bibi una parte della sua base, al fine di garantire che la coalizione mantenga il potere. Questa sequenza di eventi potrebbe essere avviata dall’invio di armi a Kiev da parte di Israele, che potrebbe spingere la Russia a lasciare che l’Iran faccia quello che vuole contro Israele attraverso la Siria, creando così il pretesto per una grande campagna di bombardamenti israeliani in quel Paese.

Questo sarebbe estremamente pericoloso di per sé per la stabilità regionale, soprattutto perché l’Iran potrebbe prevedibilmente chiedere ai suoi alleati della Resistenza in Libano di unirsi direttamente alla mischia, portando così a un conflitto molto più ampio. La prerogativa di decidere se questo accadrà o meno è solo di Israele, che potrebbe aver calcolato erroneamente di poter contenere l’escalation che le autorità della sua coalizione potrebbero benissimo mettere in moto nel prossimo futuro per motivi di interesse politico interno a scapito degli interessi di sicurezza nazionale del Paese.

Per quanto riguarda questi ultimi, essi riguardano semplicemente il mantenimento della cosiddetta “pace fredda” tra Israele e l’Iran (compresi gli alleati della resistenza locale della Repubblica islamica come Hezbollah) il più a lungo possibile, fino a quando Tel Aviv non riuscirà a riconquistare il vantaggio militare sempre più perso nei confronti del suo rivale. Questa osservazione si basa sull’ultimo accordo appena concluso da Israele con il Libano sul territorio marittimo conteso, che testimonia il desiderio di Tel Aviv di preservare lo status quo, almeno per ora. Detto questo, è immaginabile che i cosiddetti “integralisti” possano avanzare le loro argomentazioni sul perché Israele dovrebbe “scuotere” la regione.

La rottura degli Stati Uniti con i leader sauditi ed emiratini del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) in merito agli ultimi tagli alla produzione dell’OPEC+, che hanno concordato di coordinare con la Russia, insieme ai sospetti sulle intenzioni strategico-militari a lungo termine dell’amministrazione Biden rispetto al suo continuo desiderio di negoziare un nuovo accordo nucleare con l’Iran, potrebbe creare la percezione convincente che la “finestra di opportunità” di Israele per riguadagnare il suo vantaggio sulla Repubblica Islamica si stia rapidamente esaurendo. Questa mentalità potrebbe portare alcuni dei suoi decisori a flirtare disperatamente con scenari molto pericolosi.

Obiettivamente, sarebbe un errore geostrategico irreversibile per Israele mettere in moto lo scenario analizzato in cui si creano le condizioni per creare il falso pretesto su cui giustificare un’escalation della sua guerra per procura con l’Iran in Siria. Non c’è alcuna garanzia che le dinamiche risultanti possano essere controllate, e la loro prevedibile spirale fuori controllo potrebbe persino portare gli Stati Uniti ad appendere Israele al chiodo a causa dei calcoli politici interni dei Democratici al governo in vista delle elezioni di metà novembre, temendo giustamente che un’altra guerra straniera possa mettere l’opinione pubblica ulteriormente contro di loro.

Per il momento, nonostante le immense pressioni occidentali e i pericolosi calcoli politici interni di alcuni membri della coalizione al governo, gli interessi di sicurezza nazionale di Israele sono indiscutibilmente meglio serviti dal mantenimento dello status quo strategico-militare regionale nei confronti dell’Iran per un futuro indefinito. Interrompere unilateralmente questo status a causa delle pressioni statunitensi e di considerazioni elettorali a breve termine sarebbe un errore geostrategico irreversibile che, nel peggiore dei casi, potrebbe persino mettere a repentaglio l’esistenza dello Stato ebraico, motivo per cui deve essere evitato ad ogni costo.

Pubblicato in partnership su One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/israele-commetterebbe-un-errore-geostrategico-irreversibile-armando-kiev

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