Quo vadis Europa?

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/quo-vadis-europa/ – https://www.informazionecattolica.it/2023/08/21/quo-vadis-europa/ e, in spagnolo sulla rivista in America Latina: https://vocesdelperiodista.mx/voces-del-periodista/internacional/quo-vadis-europa/

Quo vadis Europa? – “Henry Kissinger ha tuttora una considerevole influenza” – scrIve The Economist. L’ex Segretario di Stato americano sostiene che la ricerca contemporanea dell’ordine mondiale richiederà una strategia coerente per affermare un concetto di ordine nell’ambito delle varie regioni, e per mettere in rapporto tra loro questi ordini regionali.

Il consigliere geopolitico più ascoltato al mondo è per una revisione del concetto di equilibrio.

Il vecchio ordine è in costante mutamento, però la forma di ciò che lo sostituisce è altamente incerta. Per Kissinger serve trovare dei criteri per il superamento delle differenze. Inoltre, nelle sfide della nostra epoca, il centenario ma sempreverde stratega sostiene che l’America deve avere un ruolo primario, risoluto e significativo, sia dal punto di vista filosofico che geopolitico. “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” – riflette il “grande vecchio”, riprendendo una frase di James Reston sul suo Defenders of the Faith, del 2009.

La storia come mutamento

Si può, cioè, pensare alla storia come a un fiume, ma le sue acque saranno sempre in mutamento. (Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, 2023)

Il Prof. Giulio Tremonti, Presidente dell’Aspen Institute, si chiede, proprio come Kissinger: “Quo vadis Europa?”

Adenauer, nel 1957, riferendosi alla nascente Comunità Europea citò un proverbio tedesco: “gli alberi non devono impedire di vedere il bosco”.

Oggi è valido l’opposto: il bosco, troppo fitto, non deve impedire di vedere gli alberi! Significa che per diventare europei non dobbiamo dimenticare di essere italiani.

E’ ciò che Kissinger definirebbe “l’ordine nelle varie regioni”. Anziché valorizzare la sua storia e civiltà – prosegue Tremonti – l’Italia si è posta in incondizionata subordinazione dell’Europa, introducendo questa clausola in Costituzione nel 2000. E poi, ancora, quando nell’autunno del 2011 abbiamo ceduto al vizio storico della “chiamata dello straniero”.

E’ ciò che Kissinger chiamerebbe mutamento dell’equilibrio in una struttura più grande, unitaria e cooperante.

La critica di Tremonti

Tuttavia, Il Prof. Tremonti critica, con argomenti appropriati ed una significativa pars construens, questa Europa, che “fa ciò che non dovrebbe fare: infinite regole e de minimis, su tutto e per tutto, cercando di normalizzare, di standardizzare per “Direttiva” o per “Regolamento” tutte le realtà storicamente proprie dei vari Stati dell’Unione, cercando di cancellarle d’ufficio e di colpo, per sostituirle con modelli sociali nuovi universalistici, artificiali e oramai fallimentari”.

Le soluzioni proposte dall’ex Ministro dell’economia e delle finanze dei governi Berlusconi II, III, IV sono:

a) lasciare alla sovranità dei nostri Stati ciò che non è essenziale per l’Unione. L’Europa, per evitare la Brexit, propose all’Inghilterra di eliminare molte delle regole europee che considerava non necessarie all’Unione, e comunque, contrarie alle sue tradizioni. Lo ha fatto dichiarando che tale “concessione” era completamente compatibile coi vigenti trattati.

b) Fare come l’Europa, ciò che invece finora non si è fatto: concentrarsi su sicurezza, intelligence e difesa dei confini, finanziate emettendo titoli europei (Eurobond). [Giulio Tremonti, Le Tre Profezie, Ed. Solferino, 2020]

“Serve uscire dal paradigma suicida”, col coraggio e la saggezza del vero statista, “per cui un continente, più è importante nel mondo – come l’Europa – più deve essere debole!”.

I BRICS

Orgoglio nazionale, sovranità non devono rimanere slogan o parole vuote, perché negli altri continenti si sta correndo.

Il Presidente dell’Istituto Italia BRICS, già presidente della Commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, il 18 Agosto ha precisato che il BRICS diventerà sempre più un’alleanza di Paesi uniti dall’obiettivo di liberarsi dal neocolonialismo dell’Occidente collettivo e di determinare autonomamente le politiche di cooperazione, sviluppo collettivo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso. Anche questo proposito, in teoria, potrebbe piacere a Kissinger, ma certamente non con la marginalizzazione degli USA.

Perciò è questo il momento di un sussulto d’orgoglio “made in Italy”, svincolandosi dalla UE in tutti gli ambiti possibili e già garantiti dai trattati internazionali.

Dio li fa, Licio li accoppia

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Paolo Ojetti su “L’Europeo” del 7/01/1977 scrisse che “Il potere temporale della Chiesa si appoggia e si ramifica grazie alle solite complicità: chi porta alle casse della Santa Sede i mezzi per rinsaldare il potere finanziario sono sempre le banche le grandi società immobiliari, le società assicuratrici, il capitale tradizionalmente vicino agli ambienti della Curia […]. E poi chiosò con una stilettata: “tra l’investimento misericordioso e quello redditizio, la Chiesa sceglie tuttora il secondo”.

Agostino Giovagnoli nella prefazione al testo “IOR” di Francesco Anfossi (Edizioni Ares, 2023) dimostra che non è sempre stato così. Fondato da Papa Pio XII nel 1942, lo IOR raccolse un’ eredità di fine Ottocento per garantire il mantenimento dei flussi finanziari alle opere di religione di tutto il mondo, mantenendosi, per volontà dello stesso Santo Padre papa Pacelli un investimento misericordioso di sostentamento del clero e delle sue buone opere di carità. Fu certamente un’intuizione meravigliosa di Papa Pacelli, utilizzata allo scopo di utilizzare il denaro per i nobili scopi dell’evangelizzazione dei popoli, del soccorso alla povertà, del mantenimento dei beni della Chiesa e del clero. In parte, dopo la morte di Pio XII (1958) i fini di questa istituzione non furono all’altezza del compito assegnato.

Nell’ottobre del 1959 il cardinale Domenico Tardini, Segretario di Stato di Giovanni XXIII, convocò per la prima volta una conferenza stampa a Villa Nazareth per illustrare il bilancio della Santa Sede. si trattava di bilanci assai modesti. Anfossi scrive che “si basava molto sui servizi bancari del Banco di Roma, del Santo Spirito e della Cariplo fungendo da cassa del Vaticano”. 

Il “cambiamento climatico” rispetto al periodo di Pio XII, iniziò con la Presidenza dello Ior di Mons. Paul Marcinkus. La strada dello Ior si intrecciò, anzitutto con quella di Michele Sindona ma soprattutto col Banco ambrosiano di Roberto Calvi, di cui Francesco Anfossi parla con particolari inediti conservati nelle carte del cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato di Karol Wojtyla. Già dagli anni ’70 Licio Gelli, fondatore e Gran Maestro della Loggia massonica P2 continuava a tessere la sua tela massonica internazionale. Iscritti troviamo, dunque, Michele Sindona (tessera n. 1612), Roberto Calvi (tessera n. 1624) e il finanziere Umberto Qrtolani (tessera n. 1622).

Quest’ultimo si inserisce molto bene nella Democrazia Cristiana, intrattenendo rapporti soprattutto con Amintore Fanfani e Giulio Andreotti. Ortolani fonda l’Agenzia di stampa Italia (poi venduta all’ENI) e riesce a farsi eleggere presidente dell’Associazione stampa italiana all’estero. Attraverso le sue conoscenze politiche, lo si vede spesso all’interno delle mura leonine perché fa parte della ristretta cerchia del cardinale Giacomo Lercaro, noto per le sue posizioni ultra-progressiste durante il Concilio Vaticano II, tra i primi religiosi a instaurare il dialogo coi comunisti. le prebende di Lercaro e le frequentazioni politiche di alto livello gli varranno l’insegna del Cavalierato dell’Ordine di Malta e, più tardi, il ruolo di Gentiluomo di Paolo VI, nonché di suo consulente finanziario.

Mentre negli Stati Uniti il duo Gelli-Ortolani rimane piuttosto defilato, ad agire è un terzetto composto da tre finanzieri: il responsabile dello Ior Paul Casimir Marcinkus, Michele Sindona e Roberto Calvi, presidente di un istituto di credito di primaria importanza all’epoca, ossia il Banco Ambrosiano. I tre sono accomunati da caratteristiche molto simili: l’alta frequentazione di ambienti religiosi, la passione per gli affari (non importa di quale tipo)  e da una smisurata ambizione.

La vicenda del Banco Ambrosiano si concluse col suicidio della segretaria di Calvi e la morte a Londra del banchiere, che fu trovato impiccato a un’impalcatura sotto il Blackfriars Bridge. Si trattò di una vicenda oscura, in cui entrarono Licio Gelli e la P2, Umberto Ortolani, Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Il Ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta disse che “si trattò della più grave deviazione di un’importante istituzione bancaria rispetto alle regole della professione verificatasi in un grande Paese industriale in questi ultimi quarant’anni”. Il democristiano Andreatta afermò che vi era una corresponsabilità dello Ior nella mala gestio della più importante banca privata italiana, chiedendo al Vaticano di pagare 1.159 milioni di dollari. Marcinkus respinse le accuse, dicendo che lo Ior avrebbe concesso solo delle “lettere di patrocinio” a Calvi per frenare ulteriori debiti e finanziamenti alle società. Il riciclaggio era, inoltre, il reato compiuto in gran segretezza per conto di persone molto poco raccomandabili, di tutto il mondo. In particolare, la Commissione d’inchiesta accertò che i soldi sporchi della Banda della Magliana venivano ripuliti in questo sistema finanziario.

M.A. Calabrò, in “Le mani della mafia”, Ed. Associate, Roma 1991, scrive che il quadro del Banco Ambrosiano era disastroso. Calvi, insomma, nei primi anni (1971-1977) passati al vertice dell’Ambrosiano aveva “svaligiato” la banca, e ciò era avvenuto grazie alla filiale di Nassau.

Il “pozzo” senza fondo di miliardi di lire svaniti nel nulla e di acquisizioni societarie incrociate, comprende anche una serie di società scoperte anni dopo la loro costituzione. Risulteranno essere ben 24, tutte cariche di debiti e dislocate tra Panama e l’Europa, poste sotto l’ombrello della capogruppo-schermo, la manic Holding Sa. Attraverso questo fondo, la Loggia P2 controllava segretamente l’Ambrosiano: ciò costituisce uno dei punti fondamentali all’origine del crac della “Banca dei preti”.

Su La Stampa del 6/4/1975, parlando in terza persona, Sindona disse: “[Andreotti] disse che per tre volte aveva chiamato Sindona al capezzale della lira. Mi regalò pure una fontana di Trevi rifatta in argento da una scultrice amica sua”. All’American Club di Roma il banchiere siciliano viene proclamato “uomo dell’Anno 1973”. Ad assegnare il premio al massone piduista, nonché riciclatore di denaro sporo, il suo vecchio amico John Volpe, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. Questo riconoscimento venne inte4rpretato come un doveroso omaggio a un banchiere che, due anni prima, sostenne la rielezione di Richard Nixon alla presidenza USA, devolvendo – stando a varie fonti – un milione di dollari. Una fortuita coincidenza volle l’8 Agosto 1974, Nixon debba dimettersi da presidente in seguito al clamoroso “scandalo Watergate”.

L’edificio del Watergate era stato costruito dalla Genale Immobiliare (ex proprietà del Vaticano), ovvero la stessa degli affari tra Sindona, Marcinkus e l’americano Bludhorn. 

Anche Gelli era ben introdotto negli ambienti politici americani, tanto che fu presente alle cerimonie di insediamento alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter e del repubblicano Ronald Reagan.

E’ grazie a questa complicità ad alto livello che a Sindona arrivano forti sostegni finanziari. Ad accorrere in suo soccorso è il Banco di Roma, istituto a capitale pubblico. Per una finanziaria sindoniana, la Moneyrex, il Banco conduce operazioni r servizi finanziari che avrebbe potuto benissimo realizzare da sola. Nel luglio e nel dicembre del 1974, la filiale di Nissau del Banco di Roma effettuò un prestito a Sindona di 130 milioni di dollari. E il 20 giugno successivo, perché il banchiere possa tamponare le falle della sua disastrosa attività, sempre il Banco di Roma – presieduto da un vertice di nomina andreottiana – gli accordò altri 100 milioni di dollari. Feudo politico della destra DC, la banca romana cercò poi di correre ai ripari: a luglio, i dirigenti distaccarono ben 40 funzionari negli istituti di credito del banchiere siciliano (Banca Unione, Banca Privata Finanziaria e anche Edilcentro-Sgi) per capire che cosa si nascondesse nell’ormai dissestato dissestato universo finanziario sindoniano.

Già da qualche tempo la Magistratura aveva messo sotto controllo le operazioni. Emergerà che Sindona, oltre a sovvenzioni mensili di qualche decina di milioni (dei primi anni ’70) alla DC ha versato un contributo di ben 2 miliardi dell’epoca. Ed emerse pure che il primo “protettore” politico del mafioso bancarottiere era Giulio Andreotti. Per mesi Sindona si dibatte per uscire dalla palude, manda segnali, soprattutto ai politici ed ai massoni amici, tenta ricatti, inscena un finto rapimento coinvolgendo i suoi compari della mafia. Ordinò l’assassinio dell’avv. Giorgio Ambrosoli, che era il suo curatore fallimentare, ma uomo integerrimo nell’onestà.

E Gelli? Come accertò la Commissione d’inchiesta parlamentare sulla Loggia P2, il Maestro venerabile operò a lungo nei traffici sindoniani. Nella relazione di minoranza, il missino Giorgio Pisanò rivolse un’aspra critica ai colleghi di maggioranza della Commissione, che non avrebbero indagato a fondo su certi legami tra i personaggi coinvolti nell'”affaire Sindona”. Finché gli affari del banchiere (affiliato alla massoneria nel maggio-giugno 1974) filavano lisci, il materassaio di Pistoia proseguiva nella sua tessitura massonica a Roma, espandendo i suoi rapporti in Sud America con personaggi di primissimo piano, soprattutto in Argentina.

L’ironia: “soldi santi e affari diabolici”  è più che azzeccata in questo imbarazzante spaccato di storia italo-vaticana. L’intreccio tra una finanza piena di ombre a una gestione da parte di uomini consacrati a Dio grida scandalo agli occhi del mondo, induce a perdere la Fede, nella rabbia che sovviene di fronte al famoso “pecunia non olet”. San Tommaso d’Aquino ha scritto che “l’avidità è un peccato contro Dio, proprio come tutti i peccati mortali, in quanto l’uomo condanna le cose eterne per il bene delle cose temporali”.

Considerate questo avvertimento di San Giovanni Maria Vianney, Patrono dei parroci:

L’avarizia è un amore disordinato dei beni di questo mondo. Sì, figli miei, è un amore regolato in modo malato, un amore fatale, che ci fa dimenticare il buon Dio, la preghiera, i sacramenti, per amare i beni di questo mondo – oro, argento e terre. L’uomo avido è come un maiale, che cerca il cibo nel fango senza curarsi della sua provenienza. Chinandosi al suolo, non pensa ad altro che alla terra; non guarda più il Cielo, la sua felicità non è più lì. L’uomo avaro non fa del bene fino alla morte. Guardate con che avidità raduna ricchezze, con quanta ansia le mantiene, quanto è afflitto se le perde… In mezzo alle ricchezze, non ne gode; è come se fosse immerso in un fiume e tuttavia morisse di sete; sdraiato su un letto di grano, muore di fame; ha tutto, figli miei, e non osa toccare nulla; il suo oro è per lui sacro, lo rende la sua divinità, lo adora…”

Anche la Scrittura è piena di avvertimenti. Dall’Antico Testamento:

“L’occhio dell’avaro non si accontenta di una parte, l’insana cupidigia inaridisce l’anima sua” (Siracide 14, 9).

Allo stesso modo, il Nuovo Testamento avverte:

“E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni»” (Luca 12, 15).

Infine, è sempre bene ricordare ai buonisti di oggi che Gesù cacciò i mercanti dal tempio con la verga contro un sistema economico, politico e religioso economicista, che non può piacere a Dio. Così, profondamente adirato il Signore gridò: «La Scrittura dice: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate una spelonca di ladri». Ebbene, noi dovremmo tremare, di fronte a tanta giusta severità. Eppure Mammona o il Vitello d’Oro, nella nostra società sembrano divenuti i fini di molti, certamente di cinici speculatori, come Soros, i Rothscild, Bill Gates. Invidiare la loro ricchezza è il primo passo verso l’abisso.

Lasceranno, comunque, tutto in questo mondo e dovranno rispondere nell’Altro se: “ Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” ( 2 Timoteo, 4:7)  

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Cfr: Licio Gelli, Vita, Misteri, scandali del capo della Loggia P2. di Mario Guarino e Fedora Raugei – prefazione di Paolo Bolognesi (Ed. Dedalo, 2016, eu. 21,00)

Cfr.: IOR, Luci e ombre della Banca Vaticana dagli inizi a Marcinkus di Francesco Anfossi (Ed. Ares, 2023, eu. 16,80)

 

La manipolazione del potere e gli antidoti

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Gianluca Magi è uno storico delle idee e delle religioni ed un filosofo particolarmente prolifico di scritti e opere interessanti. E’ alla VI ristampa 2021 di Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura per quelli di “Piano B Edizioni”.

“La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità” – Joseph Goebbels.

Il desiderio di dominio dell’uomo sull’uomo, le strategie di manipolazione, il controllo sociale e l’arte dell’inganno sono antiche quanto la storia dell’umanità. Per molti rappresentano l’arma più potente nel gioco del potere. L’essere umano contemporaneo è ridotto ad un soggetto passivo e il pensiero critico è sacrificato alla claustrofobia digitale.

Dalle 30.000 pagine che costituiscono i Diari (Tagebucher) di Joseph Goebbels, scritti dal 1923 al 1945, dalla sua vasta produzione pubblicistica, Gianluca Magi ha desunto 11 principi operativi di propaganda e manipolazione, assieme ad altri insigni collaboratori. L’attualità delle tecniche utilizzate dal Prof. Goebbels paiono molto simili a quelle del mainstream odierno e di molta controinformazione prezzolata, funzionale al Sistema di potere, perché controlla e mantiene nel recinto le masse, fingendo un’opposizione fittizia e, quindi, completamente inutile e priva di risultati.

Queste tattiche si basano sul presupposto dell’incapacità di giudizio delle masse. Se leggiamo il famosissimo testo di Gustave Le Bon Psicologia delle folle che ebbe gran successo tra il 1910 e il 1930, ci rendiamo conto che esse sono caratterizzate da: 1. Impulsività, mutevolezza, irritabilità. 2. Suggestionabilità e credulità tanto da poter osservare completa uguaglianza del dotto e dell’imbecille nella folla. 3.Esagerazione e semplicità dei sentimenti delle masse. Esse non conoscono né il dubbio, né l’incertezza e si pongono sempre agli estremi. 4. Intolleranza degli avversari e obbedienza assoluta a capi carismatici, mancanza di senso critico personale fino all’adulazione e all’idealizzazione di chi si identifica come leader.

Goebbels, così come tutti gli esperti di comunicazione, propaganda e manipolazione sono consapevoli delle dinamiche e delle caratteristiche indicate dallo studio del medico Gustave Le Bon e, pertanto, si possono scorgere in loro almeno una delle 11 caratteristiche che sono state individuate da Gianluca Magi:

  1. Semplificazione e nemico unico: adottare una sola idea, un unico simbolo. Scegliere un avversario e insistere sull’idea che sia lui la fonte di tutti i mali. nei mass media l’applicazione di questo principio consiste nel giocare la carta della confusione, amplificando ed enfatizzando una presunta dichiarazione o gesto, così da renderli “criminali” e creare nell’ascoltatore il convincimento che quello sia il vero male dei mali.
  2. Unanimità. Condurre la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti. Creare l’illusione che siano opinioni approvate, universalmente diffuse e professate. In tal modo si crea una falsa impressione di umanità.
  3. Volgarizzazione. Tutta la propaganda deve essere popolare, semplice, chiara, stereotipata, fare appello ai sentimenti e alla fantasia, adattandosi al meno intelligente degli individui ai quali è diretta. Quanto più grande è la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. la capacità ricettiva delle masse è molto limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
  4. .Orchestrazione. La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e slogan e ripeterli instancabilmente, senza dubbi né incertezze. Uniformi nei principi e multiformi nelle sfumature: presentarli sotto diverse prospettive e forme, però convergendo sempre sullo stesso concetto. Una menzogna, tanto più è sfrontata e ripetuta, tanto più risulta convincente. La parola propaganda fu usata per la prima volta da papa Gregorio XV, allorché istituì nel 1622 la Sacra Congregazione De propaganda fide (“sulla fede da diffondere”) un’eccellente organizzazione che servì a contrastare la crescente minaccia protestante.
  5. Continuo rinnovamento. Occorre pubblicare costantemente informazioni e argomenti nuovi, anche non strettamente pertinenti, per denigrare l’avversario a un tale ritmo che, quando eventualmente risponderà, il pubblico sarà già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse. Questo metodo è utilizzato, fin dalla Riforma luterana, con i mezzi del progresso, contro la Chiesa Cattolica, accusata di ogni peggior crimine come l’Inquisizione, il processo a Galileo Galilei, le Crociate, la morale sessuale.L’addetto stampa di Goebbels, il dott. Wilfred Von Oven disse che “Propaganda significa combattere su tutti i campi di battaglia dello spirito, generare, moltiplicare, distruggere, sterminare, costruire, abbattere”. Se ci pensiamo è ciò che dal Concilio Vaticano II i “papi conciliari” ed i loro collaboratori stanno facendo nei confronti della Tradizione Cattolica e della liturgia.
  6. Contagio psichico. Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo. “L’uomo se non è percosso, non apprende” – Menandro – Epigrafe greca dei Diari di Goebbels 17/10/23 – 25/06/24 La propaganda è sempre un mezzo in vista di un fine. La propaganda che ottiene i risultati desiderati è buona. Così, la propaganda è il primo passo verso l’organizzazione.
  7. Trasposizione e contropropaganda. Scaricare costantemente sull’avversario i propri errori, difetti e responsabilità. Rispondere all’attacco con l’attacco. Surrogarsi all’avversario nelle sue vittorie. Se non è possibile negare le cattive notizie, se ne inventino di nuove per distrarre e incolpare qualcun altro. nel mondo moderno i media spesso fungono da “arma di distrazione di massa” da un vero problema verso uno più futile ma di interesse.
  8. Esagerazione calcolata e travisamento. Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave. Il continuo “allarme fascismo”, a seguito di futili episodi di cronaca da parte  di certi giornalisti e di alcuni media è giunto al grottesco ma su una fascia di popolazione che si vuole coccolare per mantenerne certo il voto, la tessera o l’acquisto del quotidiano, fa ancora presa. Nella cosiddetta falsa controinformazione, invece, prende piede un altro inganno: “stiamo assumendo al nostro servizio tutti gli esperti di profezie occulte – scriveva Joseph Goebbels nei suoi Diari – che riusciamo a trovare. Nostradamus dovrà rassegnarsi una volta di più ad essere citato”. E non solo lui. Pur di eccitare le passioni del volgo per crearsi una “pétite Eglise” o un piccolo orto ove raccogliere generosi oboli, o una visibilità personale a causa di frustrazioni, si scomodano i santi, i profeti e l’Apocalisse al fine di accalappiare creduloni e persone generalmente in disagio sociale o crisi religiose.
  9. Silenziamento. Passare sotto silenzio le cattive notizie e le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare con diversivi le notizie che potrebbero favorire l’avversario. Tipico delle sètte non solo religiose. “Non voltarti, continua a marciare”! – direbbe Goebbels, perché non deve giungere all’adepto alcun dubbio sulle persone o sui loro comportamenti poco ortodossi.
  10. Verosimiglianza. Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie, o calunnie e presentare questi argomenti come confermati da fonti solide, autorevoli e diversificate, se necessario, anche prezzolate. Il lettore contemporaneo faccia da sé il parallelismo più adeguato.
  11. Trasfusione. Diffusione di argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti emotivi e primitivi, tra cui pregiudizi, odi, amori.

E’ chiaro che per non cadere nelle trappole della propaganda e della manipolazione sono necessari degli anticorpi. Il primo è la ragionevolezza, il secondo è la prudenza, il terzo è lo studio, il quarto è l’informazione diretta, il quinto è una vita sociale attiva ed eterogenea, il sesto è il confronto con persone assolutamente fidate, il settimo è un’esperienza di vita personale in più ambienti, l’ottavo è il retto discernimento che proviene da un buon senso critico basato sui dati fattuali e sulla logica, il nono è la capacità di comprendere le menzogne e smascherarle, il decimo è costruirsi una rete di informatori ampia e molto credibile, l’undicesimo, che racchiude tutte le altre è la Fede, che se ben conosciuta, dà le risposte corrette ad ogni incertezza.

Il falò delle vanità

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di Alastair Crooke*

Fonte: Come Don Chisciotte

L’arroganza consiste nel credere che una narrazione artificiosa possa, di per sé, portare alla vittoria. È una fantasia che ha attraversato tutto l’Occidente, soprattutto a partire dal XVII secolo. Recentemente, il Daily Telegraph ha pubblicato un ridicolo video di nove minuti in cui si sostiene che “le narrazioni vincono le guerre” e che le battute d’arresto in uno scenario bellico sono un fatto accidentale: ciò che conta è avere un filo narrativo unitario articolato, sia verticalmente che orizzontalmente, lungo tutto lo spettro – dal soldato delle forze speciali sul campo fino all’apice del vertice politico.

Il succo è che “noi” (l’Occidente) abbiamo una narrativa irresistibile, mentre quella della Russia è “goffa”, quindi, è inevitabile che gli Stati Uniti vincano.

È facile deriderla, ma possiamo comunque riconoscere in essa una certa sostanza (anche se questa sostanza è un’invenzione). La narrazione è ormai il modo in cui le élite occidentali immaginano il mondo. Che si tratti dell’emergenza pandemica, del clima o dell’Ucraina, tutte le “emergenze” sono ridefinite come “guerre”. E tutte sono”guerre” che devono essere combattute con una narrazione unitaria e obbligatoria di “vittoria”, contro la quale è vietata ogni opinione contraria.

L’ovvio difetto di questa arroganza è che richiede di essere in guerra con la realtà. All’inizio il pubblico è confuso, ma, man mano che le menzogne proliferano e si stratificano, la narrazione si separa sempre di più dalla realtà, anche se le nebbie della disonestà continuano ad avvolgerla. Lo scetticismo del pubblico si fa strada. Le narrazioni sul “perché” dell’inflazione, sul fatto che l’economia sia o no sana, o sul perché dobbiamo entrare in guerra con la Russia, iniziano a perdere colpi.

Le élite occidentali hanno scommesso tutto sul massimo controllo delle “piattaforme mediatiche”, sull’assoluto conformismo dei messaggi e sulla spietata repressione delle proteste come loro progetto per continuare a mantenere il potere.

Eppure, contro ogni previsione, i media mainstream stanno perdendo la loro presa sul pubblico statunitense. I sondaggi mostrano una crescente sfiducia nei confronti dei media statunitensi. Quando è apparso il primo show “anti-messaggio” di Tucker Carlson su Twitter, il rumore delle placche tettoniche che si scontravano è stato imperdibile, mentre più di 100 milioni di americani (uno su tre) ascoltavano l’iconoclastia.

Il punto debole di questo nuovo autoritarismo “liberale” è che i suoi miti narrativi chiave possono essere infranti. Basta poco; lentamente, la gente inizia a parlare della realtà.

Ucraina: come si vince una guerra che non si può vincere? La risposta dell’élite è stata la narrazione. Insistendo, contro la realtà dei fatti, che l’Ucraina sta vincendo e la Russia sta “cedendo”. Ma questa arroganza alla fine viene smontata dai fatti sul campo. Anche le classi dirigenti occidentali si rendono conto che la loro richiesta di un’offensiva ucraina di successo è fallita. Alla fine, i risultati militari sono più potenti delle chiacchiere politiche: Uno schieramento è distrutto, i suoi molti morti diventano la tragica “forza” per rovesciare il dogma.

Saremo in grado di estendere all’Ucraina l’invito ad aderire all’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte… [tuttavia] a meno che l’Ucraina non vinca questa guerra, non c’è alcun problema di adesione da discutere” – ha dichiarato Jens Stoltenberg a Vilnius. Così, dopo aver esortato Kiev a gettare altre (centinaia di migliaia) di uomini nelle fauci della morte per giustificare l’adesione alla NATO, quest’ultima volta le spalle alla sua protetta. Dopotutto, si trattava di una guerra non vincibile fin dall’inizio.

L’arroganza, ad un certo livello, risiede nel fatto che la NATO contrappone la sua presunta “superiorità” in termini di dottrina militare e di armamenti alla deprecata rigidità – e “incompetenza” – militare russa di stampo sovietico.

Ma le operazioni militari sul campo hanno rivelato la dottrina occidentale per quel che è – arroganza – con le forze ucraine decimate e le armi della NATO ridotte a carcasse fumanti. È stata la NATO ad insistere sulla rievocazione della Battaglia del 73 Est (nel deserto iracheno, ma ora trasportata in Ucraina).

In Iraq, il “pugno corazzato” aveva facilmente perforato le formazioni di carri armati iracheni: si trattava infatti di un “cazzottone” che aveva messo al tappeto l’opposizione irachena. Ma, come ammette francamente il comandante statunitense di quella battaglia di carri armati (il colonnello Macgregor), il suo risultato contro un’opposizione demotivata era stato in gran parte fortuito.

Tuttavia, il “73 Easting” è un mito della NATO, trasformato in dottrina generale per le forze ucraine – una dottrina strutturata sulla circostanza unica dell’Iraq.

L’arroganza – in linea con il video del Daily Telegraph – sale tuttavia in verticale per imporre la narrazione unitaria di una prossima “vittoria” occidentale anche sulla sfera politica russa. È una vecchia storia che la Russia sia militarmente debole, politicamente fragile e incline alle spaccature. Conor Gallagher ha dimostrato con ampie citazioni che era stata esattamente la stessa storia anche nella Seconda Guerra Mondiale, si trattava di un’analoga sottovalutazione della Russia da parte dell’Occidente – combinata con una grossolana sopravvalutazione delle proprie capacità.

Il problema fondamentale del delirio è che l’uscirne (se mai succede) avviene ad un ritmo molto più lento degli eventi. Questo disallineamento può definire gli esiti futuri.

Potrebbe essere nell’interesse del Team Biden supervisionare un ritiro ordinato della NATO dall’Ucraina, in modo da evitare che diventi un’altra debacle in stile Kabul.

Perché ciò avvenga, il Team Biden ha bisogno che la Russia accetti un cessate il fuoco. E qui sta il difetto (ampiamente trascurato) di questa strategia: semplicemente, non è nell’interesse della Russia “congelare” la situazione. Ancora una volta, l’ipotesi che Putin “prenderebbe al volo” l’offerta occidentale di un cessate il fuoco è un modo di pensare arrogante: i due avversari non sono congelati nel senso basilare del termine – come in un conflitto in cui nessuna delle due parti è riuscita a prevalere sull’altra e sono bloccate.

In parole povere, mentre l’Ucraina è strutturalmente sull’orlo dell’implosione, la Russia, al contrario, è del tutto plenipotente: Dispone di forze ingenti e fresche, domina lo spazio aereo e ha quasi il dominio dello spazio elettromagnetico. Ma l’obiezione fondamentale ad un cessate il fuoco è che Mosca vuole che l’attuale collettivo di Kiev se ne vada e che le armi della NATO siano fuori dal campo di battaglia.

Quindi, ecco il problema: Biden ha un’elezione, e quindi sarebbe adatto alle esigenze della campagna democratica avere un “disimpegno ordinato”. La guerra in Ucraina ha messo in luce troppe carenze logistiche americane. Ma anche la Russia ha i suoi interessi.

L’Europa è la parte più intrappolata dall’”allucinazione”, fin dal momento in cui si è gettata senza riserve nel “campo” di Biden. La narrazione dell’Ucraina si è interrotta a Vilnius. Ma l’amour propre di alcuni leader dell’UE li mette in conflitto con la realtà. Vogliono continuare ad alimentare il tritacarne ucraino, a persistere nella fantasia di una “vittoria totale”: “non c’è altro modo che una vittoria totale – e sbarazzarsi di Putin… Dobbiamo correre tutti i rischi per questo. Nessun compromesso è possibile, nessun compromesso“.

La classe politica dell’UE ha preso così tante decisioni disastrose in ossequio alla strategia statunitense – decisioni che vanno direttamente contro gli interessi economici e di sicurezza degli europei – che ha molta paura.

Se la reazione di alcuni di questi leader sembra sproporzionata e irrealistica (“Non c’è altro modo che una vittoria totale – e sbarazzarsi di Putin”) – è perché questa “guerra” tocca motivazioni più profonde. Riflette il timore esistenziale di un disfacimento della meta-narrazione occidentale che farà crollare la sua egemonia e, con essa, la struttura finanziaria occidentale.

La meta-narrazione occidentale “da Platone alla NATO, è quella di idee e pratiche superiori le cui origini risalgono all’antica Grecia e che, da allora, sono state raffinate, estese e trasmesse nel corso dei secoli (attraverso il Rinascimento, la rivoluzione scientifica e altri sviluppi presumibilmente unicamente occidentali), cosicché oggi noi occidentali siamo i fortunati eredi di un DNA culturale superiore“.

Questo è ciò che probabilmente avevano in mente gli autori del video del Daily Telegraph quando avevano insistito sul fatto che “la nostra narrativa vince le guerre”. La loro arroganza risiede nella presunzione implicita che l’Occidente, in qualche modo, vince sempre – è destinato a prevalere – perché è il destinatario di questa genealogia privilegiata.

Naturalmente, al di fuori della comprensione generale, è accettato che la nozione di “Occidente coerente” sia stata inventata, riproposta e utilizzata in tempi e luoghi diversi. Nel suo nuovo libro, The West, l’archeologa classica Naoíse Mac Sweeney contesta il “mito del padrone”, sottolineando che era stato solo “con l’espansione dell’imperialismo europeo d’oltremare nel XVII secolo che aveva iniziato ad emergere un’idea più coerente di Occidente, utilizzata come strumento concettuale per tracciare la distinzione tra il tipo di persone che potevano essere legittimamente colonizzate e quelli che potevano essere legittimamente i colonizzatori”.

Con questa invenzione dell’Occidente era arrivata anche l’invenzione della storia occidentale, un lignaggio elevato ed esclusivo che ha fornito una giustificazione storica per la dominazione occidentale. Secondo il giurista e filosofo inglese Francis Bacon, nella storia dell’umanità ci sono stati solo tre periodi di apprendimento e civiltà: “uno tra i Greci, il secondo tra i Romani e l’ultimo tra noi, cioè le nazioni dell’Europa occidentale“.

Il timore più profondo dei leader politici occidentali – complice la consapevolezza che la “Narrazione” è una finzione che raccontiamo a noi stessi, pur sapendola essere di fatto falsa – è che la nostra epoca sia stata resa sempre più e pericolosamente dipendente da questo meta-mito.

Se la fanno sotto non solo a causa di una “Russia potente”, ma piuttosto per la prospettiva che il nuovo ordine multipolare guidato da Putin e Xi, che si sta diffondendo in tutto il mondo, faccia crollare il mito della civiltà occidentale.

Fonte: www.strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2023/07/17/a-bonfire-of-the-vanities/

Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

*Alastair Crooke CMG, ex diplomatico britannico, è fondatore e direttore del Conflicts Forum di Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente. In precedenza è stato una figura di spicco dell’intelligence britannica (MI6) e della diplomazia dell’Unione Europea.

“Non fu un incidente, uccisi dal governo”. La rivelazione choc

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di Nicola Porro

“Non fu un incidente, uccisi dal governo”. La rivelazione choc

Ogni giorno uno sguardo alternativo al mondo americano e sudamericano

Il presidente dell’Iran in Venezuela, Nicaragua e Cuba: “Abbiamo interessi e nemici comuni”

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ieri ha incontrato Nicolás Maduro a Caracas e ha firmato 25 accordi in molteplici settori al fine di rafforzare la cooperazione contro i “nemici comuni”. “La relazione tra Iran e Venezuela non è una normale relazione diplomatica, ma una relazione strategica tra due paesi che hanno interessi comuni, visioni del mondo comuni e nemici comuni”, ha detto Raisi in una dichiarazione con Maduro, in cui ha detto di voler ampliare il commercio bilaterale a 10 miliardi di euro l’anno.

“L’Iran sta giocando un ruolo da protagonista come una delle più importanti potenze emergenti nel nuovo mondo”, ha detto Maduro. “Insieme saremo invincibili!”, ha gridato il leader socialista con un’immagine sullo sfondo delle bandiere del Venezuela e dell’Iran che si fondono in una sola. Maduro ha consegnato al presidente iraniano la decorazione “Order Libertadores y Libertadoras de Venezuela”. Oggi il presidente iraniano è da Ortega, in Nicaragua, poi a Cuba.

Il governo cubano è responsabile della morte dei dissidenti Oswaldo Payá e Harold Cepero

I due morirono in un incidente d’auto nel 2012 e ieri, il principale gruppo per i diritti umani nell’emisfero occidentale, la Corte Interamericana, ha concluso che gli agenti della sicurezza dello stato cubano sono stati coinvolti nella loro uccisione e che il regime dell’Avana ha la responsabilità della loro morte. Nel rapporto che conclude l’indagine aperta nel 2013, la Commissione interamericana dei diritti umani, afferma che le morti di Payá, il fondatore del Movimento di liberazione cristiano, e Cepero furono politicamente motivate. “Entrambi sono stati sottoposti a vari atti di violenza, molestie, minacce, attentati alle loro vite e, infine, un incidente automobilistico che ha causato la loro morte”.

“Ci sono prove gravi e sufficienti per concludere che agenti statali hanno partecipato alla morte di Payá e Cepero e, di conseguenza, la Commissione conclude che lo Stato è responsabile della violazione del diritto stabilito nell’articolo I della Dichiarazione americana a danno di Oswaldo Payá e Harold Cepero”. “Dopo più di 10 anni, la verità ha prevalso”, ha detto Rosa María Payá, la figlia di Payá. “Ora è ufficiale, come dimostra questa decisione della Corte Interamericana, il regime cubano ha ucciso mio padre, Oswaldo Payá e Harold Cepero. Nulla può compensare le perdite subite dalle nostre due famiglie, ma oggi abbiamo fatto un grande passo verso la giustizia, che arriverà solo quando l’eredità di democrazia e libertà a cui mio padre e Harold hanno dedicato la loro vita si realizzerà nel nostro paese.”

Paolo Manzo, 14 giugno 2023

 

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Due concetti chiave stanno riempiendo le agende degli imprenditori: la competitività del business e la sostenibilità dell’impresa. Due dimensioni che rischiano di apparire in contrasto, se non si tiene conto degli effetti sulle relazioni con gli istituti finanziari, con i propri clienti e in generale sul posizionamento di mercato dell’azienda.

È proprio da questa visione che ha preso il via Open-es, l’alleanza tra mondo industriale, finanziario ed istituzionale per supportare tutte le imprese nel connettere la competitività e sostenibilità del proprio business. Banche, imprese, associazioni, service provider, uniti per offrire a tutte le aziende una piattaforma digitale e gratuita per misurare, migliorare e valorizzare il proprio profilo ESG.

Questo è infatti ormai il “codice segreto”, ESG, in cui nonostante l’ordine dei fattori, la dimensione chiave per un’azienda moderna è rappresentata proprio dall’ultima lettera, la Governance. Governance significa individuare opportunità e rischi, definire priorità e azioni concrete e monitorarne i progressi e gli impatti sui risultati aziendali.

Consapevoli di questo sempre più imprese si stanno unendo a Open-es, una community collaborativa di più di 12.000 realtà che oltre alle funzionalità della piattaforma hanno a disposizione momenti di confronto, condivisione best practice e formazione sul campo. Agli imprenditori serve concretezza, un linguaggio semplice e per comprendere come collegare gli aspetti ESG con la propria strategia di Business. La piattaforma Open-es è stata pensata proprio per questo! Gli istituti finanziari e i principali gruppi industriali hanno un ruolo chiave in questa sfida e grazie all’evoluzione tecnologica e ai modelli di integrazione è sempre possibile trovare una soluzione per collaborare. La “call to action” di Open-es è aperta a tutti, un’occasione unica per il nostro sistema per unire le forze a favore delle imprese e affrontare questo percorso nell’unico modo possibile: Insieme!

La Francia brucia. Non è la prima volta negli ultimi tempi, ma questa volta non si tratta di operai o pensionati in caduta sociale libera. Questa volta a protestare sono i giovani delle banlieu e i figli degli immigrati. E la loro non è una protesta pacifica: è violenta ed eversiva quante altre mai.Le violenze che hanno messo a ferro e fuoco l’intero Paese sono esplose dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di un giovane di origine algerina ad un posto di blocco. Ma la reazione esagerata ha dimostrato chiaramente che quell’uccisione, per quanto esecrabile e le cui dinamiche restano comunque ancora da chiarire, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai pieno, oppure se si preferisce la miccia messa su di un serbatoio saturo. La sinistra ha puntato subito il dito sul razzismo e sulla discriminazione diffusa che sarebbe propria di una parte della società francese e che andrebbe combattuta con una prevenzione fatta di leggi dure. Si sono persino previsti nuovi reati di opinione, come non bastasse quel che è successo quasi nelle stesse ore all’incauto allenatore del Paris Saint Germain, Christophe Galtier, che aveva osato dire che nella squadra c’erano troppi arabi e neri. Non è, né sarebbe, un bello spettacolo inasprire pene così aleatorie. Soprattutto per la patria dei lumi, lì dove è fiorita sin dal Settecento la liberté de plume affermata dai suoi philosophes.

Per approfondire

Se disagio c’è, le cause sono molto più profonde. A fallire drammaticamente è, in queste ore, la politica dell’integrazione e delle “porte aperte” che ha caratterizzato per anni la Francia. In primo luogo, l’idea che francesi si potesse diventare per una semplice adesione agli ideali universalisti della République, e cioè per una “naturale” assimilazione ai suoi principi di “pura Ragione”. Gli obiettivi colpiti dai rivoltosi sono proprio quelli statali, dalle scuole ai municipi, dalle caserme agli uffici pubblici. Sembra un paradosso ma non lo è: proprio l’idea di una pacifica “assimilazione” ha partorito un multiculturalismo di fatto che ha riproposto le differenze dividendosi il territorio nazionale per appartenenenza etnico-religiosa e sottraendolo alla giurisdizione dello Stato centrale.

C’era molta arroganza nella pretesa repubblicana, l’arroganza di parlare in nome della verità. E, soprattutto, c’era l’idea che le differenze culturali e storiche che sono il bagaglio di ogni essere umano potessero essere sradicate in un batter d’occhio, solo per un movimento della volontà. E c’è stata molta protervia e ipocrisia da parte di Emmanuel Macron che, nascondendo la polvere sotto il tappeto, si è permesso di dare lezioni all’Italia di Giorgia Meloni e Matteo Salvini proprio su una nostra presunta capacità di integrare. Speriamo che la lezione arrivi forte alle classi dirigenti europee, non solo francesi: solo controllando e governando l’immigrazione, limitandola drasticamente e selezionandola, scaglionandola nel tempo, si può sperare che i valori liberali e democratici su cui si fonda la nostra civiltà possano ancora avere un futuro.

Ogni giorno uno sguardo esclusivo sul mondo americano e sudamericano

L’Ong “SOS Orinoco” denuncia l’invasione di minatori brasiliani nelle terre YanomamiL’organizzazione ha mostrato cosa sta accadendo al popolo Yanomami. In sintesi, i brasiliani si sono aggiunti ai chavisti nel distruggere le loro riserve. In un video pubblicato sul proprio account Twitter, l’organizzazione ha mostrato, attraverso immagini satellitari, “l’invasione del territorio venezuelano che sta avvenendo in questo momento da parte dei garimpeiros brasiliani alle sorgenti del fiume Orinoco, il terzo fiume più grande del mondo e casa del popolo ancestrale degli Yanomami.

L’esercito venezuelano chiede soldi per fare entrare i brasiliani che usano gli indigeni venezuelani come lavoratori quasi schiavi”, ha denunciato l’organizzazione. “È scandaloso vedere i media mostrare che Maduro sta fingendo che sta ponendo fine alle attività minerarie illegali a Yapacana e in altri parchi nazionali dell’Amazzonia ma basta vedere i satelliti per vedere come l’attività mineraria illegale continui ad espandersi”.

La Bolivia ha firmato accordi sul litio con la società nucleare statale russa Rosatom e il gruppo cinese Citic Guoan

Lo ha annunciato ieri il governo di La Paz, mentre cerca di sviluppare le sue enormi ma sinora non sfruttate risorse di questo metallo, necessario per fabbricare le batterie delle auto elettriche.

Gli Stati Uniti di Biden (e del filocubano González) e il Venezuela di Maduro (e dello psichiatra Rodríguez) si incontrano in gran segreto in Qatar

Il presidente dell’Assemblea venezuelana, Jorge Rodríguez, e Juan González, consigliere speciale per l’emisfero occidentale presso il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, si sono incontrati tre settimane fa senza mediatori o terzi. La rivelazione è del quotidiano El País che sottolinea come il Qatar abbia acquisito un rilievo inaspettato nella mediazione tra l’amministrazione Biden e la dittatura di Maduro. Oltre ad ospitare questo incontro, il Qatar ha infatti fatto sforzi per intercedere tra i due paesi, che si sono riavvicinati con l’arrivo a Washington di Biden e Gonzalez. Gli incontri erano tenuti segreti fino allo scoop di ieri de El País in modo che nessuno potesse interferire nel dialogo tra Washington e Caracas.

Paolo Manzo, 1° luglio 2023

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Articolo completo: “Non fu un incidente, uccisi dal governo”. La rivelazione choc (nicolaporro.it)

“God save the Queen”. Biden, nuova gaffe: cosa ha detto?

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La frase di Joe lascia tutti a bocca aperta. Il presidente degli Usa di nuovo nel mirino dopo l’ennesimo “scivolone”

Cosa dici, Joe Biden? Continua la saga delle gaffe del presidente americano, gaffe in mondovisione e che il mondo continua a guardare alimentando i dubbi sulla sua ricandidatura alle elezioni del 2024. Durante il National Safer Communities Summit in Connecticut, Joe ha chiuso il suo discorso con una frase che in pochi hanno compreso davvero: “Alright? God save the Queen, man”. Cosa che cosa?

Il presidente Usa ha parlato una trentina di minuti di fronte ad una folla numerosa e senza grossi intoppi. Tema: riforma del controllo delle armi. Quando ogni cosa sembrava essersi conclusa nel migliore dei modi, ecco lo scivolone finale. Proprio all’ultimo. La chiusura “insolita”, notata anche dalla Bbc, sta ovviamente facendo il giro dei social. Perché qui le questioni sono due: primo, non si capisce a cosa si riferisse benché secondo Olivia Dalton, portavoce della Casa Bianca, Biden stesse parlando con qualcuno tra la folla; e secondo, anche avesse voluto fare un omaggio agli amici inglesi, Joe dovrebbe sapere che adesso a Buckingham Palace regna un “king” e non più la compianta Queen Elisabetta.

A questo si aggiungano le recenti gaffe messe a segno dal leader democratico. Di “cadute”, fisiche e non solo, il presidente Usa ne ha mostrate molte al mondo. Gli scivoloni dalla scaletta dell’Air Force One. Quegli occhi chiusi durante una conferenza sul clima che sapevano molto di sonno. Un’altra volta la caduta dalla bicicletta in Delaware. Ultimamente, durante il G7 in Giappone, è inciampato sulle scale del santuario di Itsukushima. Senza dimenticare la caduta dal palco, qualche giorno fa, quando Biden è inciampato su un sacchetto rotolando in terra. Tutti elementi che favoriscono la narrazione di Donald Trump, suo possibile avversario alle prossime elezioni, che vorrebbe Joe troppo vecchio e poco in forma per diventare di nuovo commander in chief.

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Politica fluida e conservatori bolsi: così l’ideologia woke travolge l’Europa

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L’EDITORIALE – su Affaritaliani.it di oggi

di Matteo Castagna
A fronte di una galassia conservatrice sempre più fiacca divampa l’ideologia woke: il totalitarismo culturale che banna tutto ciò che non è politically correct
Politica e ideologia woke, “se i conservatori non si svegliano dal torpore dovremo soccombere al delirio transumano progressista”: il commento 
Nell’agone politico, destra e sinistra nascono con la Rivoluzione Francese nel 1789. Il filosofo francese Marchel Gauchet scrive che “coloro i quali tenevano al re e alla religione si erano messi alla destra del presidente per sfuggire ai discorsi, alle indecenze e alle urla che avevano luogo nella parte opposta, dove stava la componente rivoluzionaria”.
Nel periodo della Restaurazione, in Francia e poi in Europa, la destra era occupata dai monarchici cattolici contro-rivoluzionari, mentre dalla parte opposta vi erano coloro che intendevano sovvertire l’ordine morale, sociale e politico, ovvero i giacobini anticattolici e anticlericali. Nel XX secolo, la sinistra era rappresentata dai social-comunisti, mentre la destra dai monarchici e dai fascisti. Ci furono ulteriori sfumature, che inglobavano i liberali e i cattolici, a seconda delle circostanze storiche. Nel XXI secolo non ha più senso parlare di “destra e sinistra” perché le ideologie che le reggevano sono sostanzialmente morte.
Nel XXI secolo si parla di posizioni conservatrici e patriottiche per quella che fu, storicamente, la destra, e di progressiste e globaliste per quella che fu la sinistra. Ad eccezione delle posizioni radicali, che non sono rappresentate in Parlamento, almeno in Italia, la globalizzazione viene accettata da tutto l’arco costituzionale e tutti si dichiarano liberali, liberisti e libertari.
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Per cui sfumano le differenze tra le due parti, soprattutto sul piano economico (tutti liberisti) e morale (tutti libertari). Questa situazione si è creata perché il modello imposto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, è stato quello anglo-americano, con una decisiva accelerata dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1989. Possiamo, dunque, parlare di evoluzioni e involuzioni nel tempo, del pensiero e dell’azione di entrambe le parti. Le crisi, generalmente, sono le cause dei cambiamenti. Le guerre sono i mezzi con cui si impongono i nuovi ordini/disordini. Il maggior potere possibile sul mondo è il grande Vitello d’Oro, il fine degli avidi e dei corrotti.
Oggi, osserviamo una politica fluida come la società, ove tra i conservatori prendono posizione tre corpi estranei, che ne riducono l’efficacia subordinando lo schieramento ai paradigmi dei progressisti, ridimensionando l’orizzonte valoriale: i liberali, gli anticattolici, gli opportunisti globalisti, che potrebbero tranquillamente cambiare casacca, senza colpo ferire. Anche tra i globalisti, buona parte della componente liberale e ex democristiana, figlia del modernismo, è trasformista per stipendi e privilegi, ma a livello culturale e sociale si sta imponendo una nuova ideologia che, progressivamente costituirà il bagaglio elettorale dei globalisti, ovvero del partito Radicale di massa.
Al momento, dalla parte opposta, si notano le pesanti infiltrazioni di questa wéltanschauung che oscura il sovranismo e l’identità e affievolisce la Tradizione, che dovrebbe costituire la solida roccia sulla quale basare la filosofia, l’economia e l’azione politiche. “La destra è sempre tradizione – ha scritto recentemente Marcello Veneziani – ho un’idea diversa da quella irregimentata nell’establishment italo-euro-atlantico, che include anche la destra di governo”.(cfr. Barbadillo, 7/4/2023)
Dunque, a fronte di una galassia conservatrice fiacca un po’ confusa, ha gioco più facile la nuova ideologia, costola del globalismo, che, come per il movimento sovversivo del 1968 muove i primi passi nelle Università francesi ma giunge dagli Stati Uniti. Si definisce “cultura woke“.
“La woke culture è inoltre il substrato della call-out culture (molto vicina alla più nota cancel culture) – scrive il giornalista ed esperto di comunicazione Andrea Zanini su Formiche del 06/12/2021 –  ossia la minacciosa e spesso violenta censura nei confronti di soggetti ritenuti colpevoli di idee e comportamenti disallineati da valori considerati progressisti e, più in generale, politicamente corretti; sono infatti molteplici i casi in cui attivisti woke hanno ostracizzato professori e accademici impedendogli di parlare ad eventi pubblici, manipolandone le dichiarazioni e proscrivendoli sui social e sui media tradizionali, fino ad arrivare, in alcuni casi, a provocarne le dimissioni”.
La nuova “ghigliottina woke” è l’isolamento assoluto dell’uomo della tradizione, che non avrà mai alcuna difesa da parte di quei Conservatori bolsi, che pensano solo agli affari e si vendono al miglior acquirente. Questo fenomeno sta pericolosamente dilagando nelle università americane, laddove woke è sinonimo di vigile allerta nella lotta contro le “ingiustizie della maggioritaria e prepotente cultura dei maschi bianchi”, che penalizzerebbero gli afroamericani, le donne, le identità sessuali diverse da quelle categorizzate biologicamente e via dicendo. Nelle teorizzazioni più estreme gli ideologi della woke culture affermano addirittura l’inutilità della lettura di testi o della fruizione di opere di autori non conformi ai canoni woke.

Zanini prosegue nello spiegare questo inquietante scenario: “Un altro requisito di questo totalitarismo culturale è la pretesa che siano gli studenti a decidere che cosa studiare. E’ la negazione della fondamentale figura del maestro, colui che per studi ed esperienza ha titolo ad insegnare…”. E’ evidente a tutti che, nel mondo dominato dai social media, qualsiasi mitomane possa, grottescamente, laurearsi su Facebook. Al voto si sostituirebbe il numero di like…

C’è infine un elemento che rappresenta il vero il cavallo di Troia della woke culture, ossia la pretesa di voler difendere dalla cultura dominante dei maschi bianchi le culture oppresse, ghettizzate e negate, un obiettivo sul quale liberali progressisti non possono che concordare. Peccato che gli assunti e i metodi della woke culture portino alla società dell’assurdo, del caos e della follia. Il problema è che di fronte a questa minaccia, una società dalla pancia piena, quasi totalmente apatica e paurosa come quella occidentale, non riesca a reagire.

I conservatori, troppo spesso appiattiti su questa decadenza o in altre faccende affaccendati, dovrebbero riflettere sulle loro responsabilità verso i figli d’Europa, che non possono avere come modello i Ferragnez, Bello Figo o i Maneskin, senza cadere nella peggiore decadenza, mai vista nella storica culla della Civitas Christiana.

 

Il futuro dell’organizzazione umana

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di Katehon think tank

In molti Paesi, esperti e professionisti discutono dell’applicazione delle tecnologie digitali, compresa l’intelligenza artificiale, al flusso di lavoro, alla gestione e alla vita stessa. A questo proposito, è interessante l’analisi preparata dal Pew Research Center, che include un sondaggio sociale su questo tema.

Va notato che, nell’illustrare le loro risposte, molti di questi esperti hanno affermato che il futuro di queste tecnologie avrà effetti sia positivi che negativi sull’attività umana. Hanno anche osservato che per secoli le persone hanno permesso ad altre organizzazioni di prendere decisioni per loro o sono state costrette a farlo dalle autorità tribali e nazionali, dai leader religiosi, dai burocrati governativi, dagli esperti e persino dagli stessi strumenti tecnologici.

Inoltre, questi esperti concordano ampiamente sul fatto che gli strumenti tecnologici digitali diventeranno sempre più parte integrante del processo decisionale delle persone. Questi strumenti forniranno alle persone una quantità crescente di informazioni che, come minimo, le aiuteranno a esplorare le scelte e a utilizzare le esperienze mentre viaggiano per il mondo.

Gli esperti di entrambe le parti concordano anche sul fatto che il momento attuale è un punto di svolta che determinerà in larga misura l’autorità, l’autonomia e l’agenzia delle persone, man mano che l’uso della tecnologia digitale si diffonderà in un numero sempre maggiore di aspetti della vita quotidiana. Collettivamente, le persone si troveranno ad affrontare domande come: in quali cose le persone vogliono davvero il libero arbitrio? Quando si sentiranno a proprio agio nel rivolgersi all’intelligenza artificiale per prendere decisioni? E in quali circostanze saranno disposti a lasciare le decisioni interamente ai sistemi digitali?

Un campione di opinioni generali sull’attività umana

Richard Watson, autore di “Digital vs Human: How we will live, love and think in the future”, ha commentato: “Il 2035 è un po’ presto perché gli esseri umani diventino più dipendenti dall’”intelligenza” delle macchine – il 2045 è più probabile. Nel 2035, gli esseri umani si limiteranno a cooperare e collaborare con le macchine e, nei casi più importanti, ci fideremo ancora del giudizio umano piuttosto che dell’intelligenza artificiale. Questo non significa che le aziende tecnologiche non cercheranno di togliere il libero arbitrio alle persone, e il lavoro di Shoshana Zuboff è interessante in questo contesto. Come può il processo decisionale automatizzato cambiare la società umana? Come si chiede Zuboff: chi decide? Chi crea le macchine e per quale scopo? Chi è responsabile quando sbagliano? Quali pregiudizi conterranno? Credo sia stata f a chiedersi se le macchine che pensano possono portarci a diventare persone che non pensano. È una forte possibilità, e ne stiamo già vedendo i segni”.

I sistemi basati sull’IA non saranno progettati in modo tale che gli esseri umani possano facilmente controllare il processo decisionale. Il paradigma dominante sia per la ricerca di base che per la progettazione di prodotti industriali nel campo dell’IA è quello di cercare di sviluppare sistemi/modelli di IA che soddisfino o superino le capacità umane. (Rob Reich, professore di scienze politiche e direttore del Centro per l’etica nella società dell’Università di Stanford).

Saggi di esperti sull’attività umana e la vita digitale

La maggior parte di coloro che hanno risposto a questo sondaggio ha dato risposte brevi a questa domanda di ricerca. Tuttavia, alcuni hanno scritto risposte a più livelli in un formato di saggio più lungo. La sezione del rapporto dedicata ai saggi è piuttosto lunga, quindi offriamo prima un esempio di commenti di alcuni di questi saggisti.

Paul Saffo ha avvertito che è probabile che in futuro “coloro che controllano la nostra intelligenza sintetica vi daranno un margine di manovra sufficiente a non farvi accorgere della vostra prigionia”.

Jamais Cacio ha condiviso diversi scenari convincenti per il 2035, che vanno da persone che traggono grandi benefici da “macchine di grazia amorevole” a una dittatura digitale che potrebbe persino includere “una replica digitale completa del famigerato leader autoritario di un tempo”.

“Per quanto brillanti possano diventare le IA, gli avatar e i bot, non saranno mai veramente autonomi. Lavoreranno sempre per qualcuno, e quel qualcuno sarà il loro capo, non voi, gli sfortunati utenti” – Paul Saffo, guru della predittività della Silicon Valley.

Suggerisce di esaminare alcune delle principali categorie in cui è probabile che avvenga questo smistamento:

“Decisioni personali e di vita importanti (istruzione, matrimonio, figli, occupazione, luogo di residenza, morte): non vedo una completa automazione del processo decisionale nelle decisioni personali importanti, anche se il supporto decisionale potrebbe migliorare, ad esempio con una scelta relativa nell’istruzione e nell’occupazione.

“Decisioni finanziarie (acquisto di una casa, investimenti personali, ecc.): le decisioni finanziarie riceveranno un maggiore supporto e vedo una delega significativa delle decisioni di investimento, soprattutto quelle semplici. Ma non credo che il sistema di intelligenza artificiale deciderà mai quale casa comprare.

“Utilizzo di servizi essenziali (sanità, trasporti): il supporto per l’IA nella sanità e nei trasporti continuerà a crescere, ma non vedo decisioni sanitarie di vita o di morte completamente automatizzate. Dubito che le auto senza pilota funzioneranno su larga scala, se non in ambienti controllati, finché non saranno disponibili sistemi di intelligenza artificiale altamente affidabili.

“Soluzioni sociali (governo, sicurezza nazionale): il governo deve affrontare sfide enormi su molti fronti. Potremmo risparmiare molto denaro e aumentare l’equità razionalizzando e automatizzando la riscossione delle imposte, ma è difficile vedere la volontà di farlo finché ridurre al minimo l’amministrazione pubblica rimane una priorità per un’ampia parte della popolazione. Non vedo altri 15 anni per cambiare la situazione. L’uso dell’IA per la sicurezza nazionale continuerà a crescere e deve rimanere sotto il controllo umano, soprattutto in situazioni offensive. Con un’adeguata supervisione, la sorveglianza basata sull’IA dovrebbe effettivamente ridurre gli attacchi erronei dei droni, come quelli recentemente riportati dalle principali organizzazioni giornalistiche”.

Gli scenari per il 2035 e oltre spazieranno probabilmente dalle persone che beneficeranno di “macchine di grazia amorevole” all’essere sotto il tallone di dittatori digitali.

Jamais Kasio , illustre ricercatore del Future Institute, ha previsto che entro il 2035 è probabile che nel futuro delle organizzazioni coesistano diversi scenari.

“In primo luogo, ho suggerito che le condizioni del 2045 saranno probabilmente molto diverse dal mondo del 2035. Il mondo di metà secolo sarà un’evoluzione del mondo che abbiamo creato nei due decenni precedenti. Entro il 2045, sospetto che i nostri tre scenari saranno i prossimi”.

Niente IA, niente grida: per molte ragioni, entro il 2045 saranno rimaste poche, se non nessuna, vere IA e gli esseri umani prenderanno le decisioni più importanti. Potrebbe essere una scelta (un rifiuto consapevole dell’IA, magari dopo un disastro globale) o una coincidenza (gli effetti di un disastro climatico sono così diffusi che le tecnologie infrastrutturali come l’energia, i pezzi di ricambio e i programmatori non sono più disponibili).

Il tutto sotto la cura di macchine dalla grazia amorevole: la piena fioritura del secondo scenario del 2035, in cui le nostre macchine/Is prendono effettivamente decisioni molto più intelligenti e sagge degli esseri umani, e va bene così. Lasciamo che sia la tecnologia a fare le scelte importanti per noi, perché è semplicemente più brava. Funziona.

Dittatori digitali: la piena fioritura del terzo scenario nel 2035. In questo caso assistiamo a un massiccio consolidamento del potere nelle mani di un numero molto ristretto di “umani”, ibridi di IA e pregiudizi umani. Forse anche una replica digitale completa del famigerato leader autoritario di un tempo, capace di vivere per sempre in ogni dispositivo.

La maggior parte degli esperti di questo sondaggio ha sostenuto che l’ecosistema globale della conoscenza in rete, dell’intelligenza artificiale (IA) e delle comunicazioni è gestito da circoli potenti che seguono i principi del capitalismo di mercato o dell’autoritarismo politico.

Argomenti di chi si aspetta che la tecnologia impedisca alle persone di controllare le decisioni chiave

I potenti interessi che creano questa tecnologia hanno pochi incentivi a rispettare la discrezione umana.

La maggior parte degli esperti di questo sondaggio ha sostenuto che l’ecosistema globale della conoscenza in rete, dell’intelligenza artificiale (IA) e delle comunicazioni è gestito da interessi potenti che seguono i principi del capitalismo di mercato o dell’autoritarismo politico.

Un intervistato anonimo ha scritto: “La domanda dovrebbe essere: “Gli esseri umani controlleranno i grandi sistemi di IA?”. Le aziende sono già agenti, in realtà lo erano già negli anni ’70 e ’80, prima che i computer prendessero piede. Le grandi aziende sono entità con menti, desideri ed etica propri, indipendenti dalle persone che lavorano per loro. Sono più preoccupato dalla monopolizzazione e dal potere di mercato che dal fatto che l’IA abbia una mente propria. Il problema “Amazon controlla l’IA che gestisce il tuo mondo” è Amazon, non l’IA”.

Argomenti di chi si aspetta che la tecnologia sia progettata in modo che le persone possano controllare le decisioni chiave.

Molti esperti fiduciosi sul futuro dell’attività umana osservano che nel corso della storia l’uomo e la tecnologia hanno sempre superato ostacoli significativi. La società si sta adattando attraverso una migliore regolamentazione, una migliore progettazione, l’aggiornamento delle norme sociali e la modernizzazione dell’istruzione. Le persone tendono ad adattarsi e/o ad accogliere sia gli aspetti positivi che quelli negativi del cambiamento tecnologico. Questi esperti prevedono che ciò avverrà anche con la diffusione di sistemi autonomi in rapida evoluzione.

Riflessioni finali sull’attività umana

Barry Chudakov , fondatore e direttore di Sertain Research, ha scritto: “Sarebbe saggio prepararsi a ciò che significa coscienza condivisa. Oggi questa condivisione avviene in modo casuale: prendiamo uno strumento e, una volta che iniziamo a usarlo e vediamo come è programmato, possiamo renderci conto (e possiamo rimanere scioccati) di quanto lo strumento usurpi la discrezionalità. Dobbiamo sapere cosa significa condividere la tecnologia e le persone e quanto, eventualmente, siamo disposti a condividere con lo strumento. Utilizzeremo sempre più l’intelligenza artificiale per aiutarci a risolvere i problemi insidiosi del cambiamento climatico, dell’inquinamento, della fame, dell’erosione del suolo, della scomparsa delle coste, della biodiversità, ecc. In questa divisione dell’azione, le persone cambieranno. Come cambieremo noi?”.

Conclusioni

I progressi di Internet e delle applicazioni online hanno dato grande potere alle persone, aumentando la loro capacità di risolvere problemi complessi, consentendo loro di condividere e accedere alle conoscenze in modo quasi istantaneo, aiutandole a diventare più efficienti e migliorando la loro capacità personale e collettiva di comprendere e modellare il loro ambiente. Le macchine, i bot e i sistemi intelligenti, basati in gran parte sull’intelligenza autonoma e artificiale (AI), continueranno questo progresso. Per farlo, ci sono dei compromessi. Alcuni temono che si sia verificata e si verificherà una devastante perdita del “libero arbitrio” individuale, del diritto e/o della capacità di prendere decisioni nel proprio interesse, di fare scelte al di là dei parametri stabiliti da interessi aziendali o governativi, di rispondere alla più ampia gamma di opzioni e così via.

Domanda: entro il 2035, le macchine intelligenti, i bot e i sistemi basati sull’intelligenza artificiale saranno progettati in modo tale che le persone possano facilmente controllare la maggior parte delle decisioni rilevanti per la loro vita attraverso la tecnologia?

I risultati di questa domanda riguardano l’evoluzione della progettazione uomo-macchina in relazione all’attività umana entro il 2035:

Il 56% di questi esperti ritiene che entro il 2035 le macchine, i bot e i sistemi intelligenti non saranno progettati in modo tale che l’uomo possa controllare facilmente la maggior parte dei processi decisionali attraverso la tecnologia.

Il 44% ha dichiarato di sperare o aspettarsi che, entro il 2035, le macchine, i bot e i sistemi intelligenti saranno progettati in modo tale che le persone possano controllare facilmente la maggior parte dei processi decisionali attraverso la tecnologia.

Nella sezione demografica di questo sondaggio, 342 dei 540 intervistati che hanno risposto alla domanda originale “sì-no” hanno fornito una spiegazione scritta della loro risposta. Degli esperti che hanno risposto a una o più domande demografiche: il 73% ha dichiarato di risiedere in Nord America e il 27% in altre parti del mondo; il 75% dei 321 intervistati che hanno risposto alla domanda sull’identità sessuale ha dichiarato di identificarsi come uomo, il 24% come donna e lo 0,6% in altro modo. Dei 342 intervistati che hanno indicato la loro “area di interesse principale”, il 37% si è identificato come professore/insegnante; il 15% come futurista o consulente; il 15% come ricercatore scientifico; il 7% come sviluppatore o amministratore di tecnologie; il 9% come sostenitore o attivista degli utenti; il 5% come imprenditore o dirigente d’azienda; il 4% come pioniere o creatore di Internet o di strumenti online; e l’8% ha indicato la sua area di interesse principale come “altro”.

 

Articolo completo: Il futuro dell’organizzazione umana | Геополитика.RU (geopolitika.ru)

Cancel Culture: tra follia e paradossi

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di Matteo Castagna

LA CULTURA, PER ESSERE VERAMENTE TALE, DEVE SAPER ESPRIMERE UNA VISIONE DEL MONDO

“Essere conservatori – scrisse Moeller van den Bruck – non significa dipendere dall’immediato passato, ma vivere dei valori eterni”.

La cultura e l’arte – insegna Adriano Romualdi – non possono pretendere di essere loro stesse il tempio, ma solo il vestibolo del tempio. La verità vivente è oltre. il fervente cattolico José Antonio Primo de Rivera raccomandava ai suoi falangisti “il sentimento ascetico e militare della vita”. La cultura, dunque, per essere veramente tale, deve saper esprimere una “visione del mondo”. Non per nulla, Julius Evola ha paragonato la tradizione ad una vena che ha bisogno di innumerevoli capillari per portare il sangue in tutto il corpo. Il filosofo Friedrich Nietzsche osservò acutamente: “una volta il pensiero era Dio, poi divenne l’uomo, ora si è fatto plebe. Ancora un secolo di lettori e lo spirito imputridirà, puzzerà”. Sembra proprio che avesse ragione, perché se ci guardiamo attorno, osserviamo una decadenza, causata principalmente dal materialismo ateo e dal liberalismo socio-politico che non ha eguali nella storia.

Le sinistre hanno scelto il grande Capitale di matrice americanista, con la società tecnocratica e pornografica di massa. Il pregio della cultura, soprattutto nelle sue espressioni nella pittura e nella scultura è che, per forza di cose, assume caratteristiche antidemocratiche e antiegualitarie, perché espressione di intellettuali e/o artisti che vogliono lasciare un’impronta universale, frutto di un pensiero che si trasforma in letteratura, simboli, dipinti e statue destinati a restare, per sempre, davanti ad un pubblico serio, l’espressione della bellezza di ciò che è vero, reale, autentico. La cultura contrasta, per essenza, con le mode fugaci, con le canzonette, con gli effimeri convegni e gli orrori dei decadenti progressisti, che arrivano all’esaltazione del brutto oggettivo. Noi che, come ha scritto Abel Bonnard, siamo uomini che rimaniamo “fedeli alle leggi della vita in una società che se ne allontana”, rigettiamo “esempi di ritualistica obliterazione – nei tempi di cancel culture e nel pieno degli scontri tra manifestanti e polizia seguiti all’omicidio di George floyd – in cui prima di scomparire il cancellato fa il botto” (Il Venerdì di Repubblica, 9/10/2020).

Nel testo “Iconoclastia” (Eclettica Edizioni, 2020) gli autori Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci riassumono il concetto di cancel culture “come una forma di damnatio memoriae dei personaggi al centro degli attacchi della seconda ondata del movimento femminista MeToo. Nella sostanza, lo scopo è distruggere tutti coloro che si oppongono ai supposti valori morali del MeToo. I mezzi utilizzati, soprattutto sui social-media mirano alla gogna pubblica, mentre “la cancel culture è l’esilio previo esproprio dei beni”. Il paradosso sta nel fatto che i propugnatori o sostenitori della cancel culture appartengano tutti alla galassia liberal, ovvero coloro che, a parole, sono i paladini del pluralismo e della democrazia. I radical chic ritengono di non essere loro a voler cancellare la cultura e la memoria storica che si oppone alle loro idee, ma è la cultura che merita di essere cancellata, perché impresentabile ai loro occhi perfetti, però, con l’ipocrisia che li contraddistingue sempre, non vogliono mettere la testa sul ceppo nominando spontaneamente ed esplicitamente i cosiddetti “colpevoli”.

D’altronde, come scrive Virgilio Ilari su “Limes”, l’obiettivo di questa rivolta non è ” correggere le discriminazioni, ma piuttosto di instaurare una sorta di colpevolizzazione laica succedanea di quelle confessionali”. Chi si desidera colpevolizzare per diffondere un’innaturale uguaglianza totalitaria? L’uomo bianco, religioso, identitario, patriota, con famiglia numerosa, legato al solo diritto naturale, conservatore, tradizionalista, né green, né ecologista, né animalista, onnivoro, libero e, primariamente, dotato di pensiero critico, non condizionabile dalle follie del deep State. Per i liberal il nemico del Terzo millennio, che merita la cancel culture, è l’uomo della Tradizione e con lui i simboli e la mentalità della società organica e della comunità di destino.
Nel deserto umano, in cui belano tante pecore, i leoni continueranno a ruggire davanti alla boria e all’ odio del globalista militante o inconsapevole.

 

Articolo completo: https://www.informazionecattolica.it/2023/05/02/cancel-culture-tra-follia-e-paradossi/

Articolo pubblicato anche sulle riviste online www.2dipicche.news di ieri, La Voce del Periodista (in spagnolo) e sul sito www.unavox.it 

Sulla questione della “religione civile”

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di Igor Igorevich Murog

L’approccio fenomenologico allo studio della “religione civile

Dal punto di vista della sociologia fenomenologica, il cui fondatore è considerato Alfred Schütz, che ha sviluppato le idee di Edmund Husserl, il mondo oggettivo è conosciuto da una persona specifica. Il mondo che ci circonda è ovviamente oggettivo, ma inizia ad avere importanza per noi solo quando viene percepito ed esplorato dalla nostra coscienza soggettiva. Una direzione speciale della scienza, che studia l’interazione e la comunicazione nella vita quotidiana tra le persone, è chiamata microsociologia.

Così, nel corso della vita, incontriamo molte realtà create dalla scienza, dalla religione o dall’arte, ma la realtà della vita quotidiana, che incontriamo ogni giorno, volenti o nolenti, è quella più rilevante per noi. Questa realtà comprende la “religione civile”, un fenomeno non tanto cattivo o buono quanto inevitabile.

I primi mezzi con cui l’uomo inizia la cognizione sono i sensi: vedere, gustare, odorare, toccare. Ma non sono affatto sufficienti per comprendere il mondo nella sua interezza. Le impressioni ricevute attraverso i sensi sono caotiche e hanno bisogno di essere ordinate. Per questo motivo, l’uomo ha iniziato a organizzare le esperienze sensoriali in fenomeni con caratteristiche comuni. Poiché i fenomeni del mondo circostante sono percepiti da tutti i membri della comunità, l’individuo, dopo averli identificati, entra in interazione con gli altri, sicuro di percepire il mondo allo stesso modo.

In questo modo, è emerso gradualmente un insieme di ciò che viene comunemente chiamato conoscenza di senso comune [18], condiviso da tutti gli esseri umani, che permette loro di coesistere pienamente. Tuttavia, questa categoria non è affatto immutabile, perché man mano che la società si sviluppa e diventa più complessa, emergono nuovi ruoli sociali che, di conseguenza, danno origine a nuove realtà. Così ogni individuo vede il mondo in modo leggermente diverso, con il buon senso che gli permette di capire gli altri.

La particolarità del mondo di oggi è che è molto sfaccettato e i rappresentanti di diversi gruppi sociali costruiscono e ricreano le loro realtà in modi diversi. Il compito dei fenomenologi è quello di dare una rappresentazione il più possibile oggettiva del mondo attraverso la comprensione di altri punti di vista. Nel farlo, non sono molto interessati alle differenze oggettive. L’enfasi è sul modo in cui certi costrutti sociali vengono percepiti a livello di coscienza ordinaria. In questo modo, ogni individuo è, in una certa misura, in grado di influenzare il senso comune sociale su cui si basa la sistematizzazione e la definizione dei concetti oggettivi che costituiscono la conoscenza scientifica.

Tuttavia, l’individuo, in quanto membro di un particolare gruppo sociale, utilizza una scala di valori specifica del suo cosiddetto gruppo di origine e le sue idee sulla realtà sono simili a quelle dei suoi membri. Poiché il suo gruppo sociale non è l’unico esistente, e ce ne sono altri, i loro mondi intersoggettivi possono differire in modo significativo. Vorremmo sottolineare che il mondo intersoggettivo contiene conoscenze che includono credenze ed elementi di credenza, che sono reali nel senso che sono definiti dagli stessi partecipanti all’interazione [12].

È così che emergono gruppi di “noi” e “loro”. Quando interagisce o migra da un gruppo a un altro, un individuo deve almeno essere consapevole che incontrerà un ordine socioculturale diverso, che può portare a situazioni problematiche e persino a conflitti.

Ad esempio, in epoca sovietica, molti cittadini delle repubbliche sovietiche si classificavano come appartenenti al gruppo socio-etnico “russo”, allora considerato prestigioso. Allo stesso modo, oggi alcuni uomini d’affari non sono inclini a identificarsi come imprenditori, ma preferiscono identificarsi con la classe operaia o con gli intellettuali, il che si riflette in ultima analisi nel loro pensiero e nel loro comportamento.

Trovandosi in un certo ambiente socioculturale, l’individuo ne assimila i valori nel corso della comunicazione quotidiana e si forma una certa idea sia del gruppo sociale “di provenienza” sia del proprio posto in esso. Nel processo di socializzazione, l’individuo inizia a confrontare “noi” e “loro”, il che è il punto di partenza per la formazione di un’identità sociale che influenzerà inevitabilmente la scelta delle strategie di vita, nonché la stessa volontà di interagire con i membri di altri gruppi sociali, in un modo o nell’altro.

Lo possiamo osservare ogni volta che qualcuno parla o agisce secondo un certo “noi”. Inoltre, a seconda dei valori socioculturali prevalenti nella società, gli atteggiamenti verso il gruppo “loro” cambiano, e questo si può osservare nelle realtà russe contemporanee. Ad esempio, durante l’epoca sovietica, i colpevoli di tutte le nostre disgrazie erano “loro-borghesi” e “loro-americani”. Ora sono rimasti solo questi ultimi.

Dobbiamo quindi capire dove la società russa e quella americana hanno un terreno comune e dove invece divergono completamente. È importante passare dalla semplice raccolta di fatti alla considerazione di questioni essenziali per la sopravvivenza dell’intera comunità umana, cioè le questioni centrali del rapporto delle persone tra loro e del rapporto dell’uomo con Dio.

Fondamenti religiosi della civiltà del globalismo

Come si è detto, nella società premoderna esisteva un’immagine unitaria del mondo e per il piccolo gruppo di persone che la componeva, come una famiglia o una comunità, era abbastanza facile interagire. In seguito, però, è nata l’esigenza di organizzarsi in comunità più ampie, i cui membri hanno iniziato a comprendere e a costruire un’immagine del mondo circostante a modo loro. Di conseguenza, si è creata una grande quantità di informazioni e la necessità di immagazzinarle per funzionare e cooperare con successo. Così, la percezione olistica del mondo è stata sostituita da una percezione sfaccettata. Nel corso del tempo, i metodi di elaborazione dei dati si sono allontanati sempre più dal pensiero naturale e il loro ruolo è aumentato, portando alla nascita di strutture immaginative.

Grandi gruppi di persone, dalle famiglie alle nazioni, erano in grado di collaborare su larga scala sulla base di un’idea comune che esisteva nelle loro menti e li aiutava a costruire città e persino interi imperi con centinaia di milioni di persone.

La “finzione” comune divenne gradualmente parte della coscienza collettiva. Riproducendola, ripetendo le gesta degli eroi dei miti, compiendo riti, incarnando gli archetipi della loro coscienza in forma simbolica, le persone sacralizzavano il tempo storico, introducendo in esso un certo significato superiore che aiutava le persone ad elevarsi al di sopra dei problemi della vita quotidiana; di conseguenza, la “finzione” (o “mito”) era molto duratura e nel corso del tempo, partendo da semplici leggende e dal folklore locale, si è sviluppata in ideologie nazionalistiche intorno agli Stati moderni. Nacquero così varie credenze, divinità, rituali e infine la prima o le prime religioni. In ambito accademico, tali fenomeni vengono definiti “finzioni”, “costruzioni sociali” e “realtà immaginarie” [15,69]. [15, с. 69]. Questo sembra importante, perché “la mitologia non è definita dalla storia di un popolo, al contrario, la sua storia è definita dalla sua mitologia” [9]. [9].

Tuttavia, i più non sono disposti ad accettare che l’ordine in cui vivono esista solo nella loro immaginazione. Il motivo è che l’ordine immaginato è soggettivo e intersoggettivo, cioè esiste nell’immaginazione compenetrata di milioni di persone. È radicato nel mondo reale: da un lato, la geografia, la flora e la fauna limitano la nostra percezione, mentre dall’altro, l’ordine immaginario stesso, che sembra più vicino alla realtà del mondo reale circostante, la limita e crea la propria realtà. Dà forma ai nostri desideri: nasciamo in un certo ambiente socioculturale; di conseguenza, i nostri desideri emergono sotto l’influenza delle idee prevalenti nella società (romanticismo, capitalismo, umanesimo).

Samuel Huntington, nel suo libro Lo scontro delle civiltà, sostiene che a partire dagli anni Novanta la competizione tra sistemi socio-politici, economici e ideologici è stata sostituita da una competizione tra civiltà [14]. In questo contesto, le civiltà sono i gruppi più grandi che si differenziano tra loro principalmente per la religione. Ma c’è un altro indicatore della macro-cultura delle civiltà: la lingua [2].

Oltre alle ben note civiltà “regionali”, nel XXI secolo si sta formando quella che viene comunemente definita “civiltà universale” o civiltà del globalismo. V.L. Inozemtsev ha addirittura paragonato la “teoria della globalizzazione” alla dottrina religiosa che, a suo avviso, non è altro che l’”occidentalizzazione” iniziata a partire dalla metà del XV secolo, l’”espansione del modello “occidentale” di società e l’adattamento del mondo alle esigenze di questo modello”. [8, с. 58].

Tenendo presente che la cultura è la chiave della rivoluzione, la religione è la chiave della cultura, e anche il fatto che l’uomo è un essere religioso in linea di principio, ogni civiltà, in conformità con i suoi orientamenti di valore, ha una o un’altra forma di religione. La religione, infatti, è ciò che determina in ultima analisi i valori.

Per quanto riguarda gli orientamenti valoriali del globalismo, essi sono il prodotto del culmine dello sviluppo della società e della cultura dell’Europa occidentale, un’estrema semplificazione e un’estrema sminuizione. I bisogni culturali più elevati, gli alti valori e la diversità culturale vengono semplificati fino all’essenziale e sminuiti fino al materiale.

Sua Santità il Patriarca Kirill, nella sua relazione all’apertura delle XXI Letture natalizie internazionali del 2013, ha detto che: “dobbiamo distinguere tra i valori inventati dall’uomo e quelli rivelati da Dio. I primi sono relativi, transitori e spesso cambiano con il corso della storia e lo sviluppo delle leggi della società umana. I secondi sono eterni e immutabili, proprio come Dio è eterno e immutabile”. [6].

Invece di svilupparsi, tali valori portano al degrado, promuovendo attivamente la soddisfazione di bisogni principalmente personali, generando una cultura dell’egoismo, la priorità dei bisogni materiali, il consumo di massa, gli interessi correnti e, di conseguenza, l’oblio storico [17].

Vale la pena notare che nel mondo moderno la maggior parte delle società è caratterizzata dal pluralismo religioso, per cui la base dell’unità della società in esse è inevitabilmente presente la “religione civile”, che è la base della civiltà del globalismo.

Cambiamenti assiologici nel mondo moderno

Esistono religioni teistiche, con Dio al centro, e religioni umanistiche, che mettono al centro l’uomo. In questo contesto, per religione si intende un sistema di valori basato sulla credenza in un ordine superiore indipendente dall’uomo, in base al quale si affermano valori universali assoluti. Come si può notare, questi ultimi sono molto popolari nella nostra epoca. Da questo punto di vista, umanesimo, comunismo, capitalismo, liberalismo e nazismo possono essere definiti una sorta di “religione”.

Così, se parliamo di capitalismo, non si tratta solo di una dottrina economica, ma di un insieme di regole che suggeriscono alle persone come comportarsi, pensare, insegnare ed educare i propri figli. La crescita economica, si sostiene, o il percorso per raggiungerla, è il bene supremo, perché da essa dipendono la giustizia, la libertà e persino la felicità. Il capitalismo si basa sulla convinzione di una crescita economica costante. E mentre nel Medioevo milioni di persone venivano distrutte per “giusta” rabbia dalle “guerre sante”, dalle crociate e dall’Inquisizione, oggi il capitalismo distrugge indifferentemente milioni di persone per convenienza economica o politica.

Se ci rivolgiamo alla famiglia, che tradizionalmente è stata la base dell’ordine sociale, oggi il mercato e lo Stato ne svolgono le funzioni e i compiti, così come quelli della comunità locale. È lo Stato che coltiva e alimenta consapevolmente i valori umanistici liberali in contrapposizione ai valori familiari. L’opinione pubblica, gli psicologi professionisti, i legislatori, tutti tendono a esentare i bambini dalla disciplina e dalla responsabilità in famiglia, dall’obbligo di obbedire agli anziani. La letteratura romantica e ancor più i media spesso ritraggono l’individuo come un combattente contro lo Stato e il mercato, ma in realtà egli esiste solo grazie ad essi. Perché gli ideali che ispirano l’individuo a lottare per i diritti e le libertà sono gli strumenti obbedienti dello Stato e la sua pietra angolare attraverso cui esiste la mitologia statale.

Il rapporto Stato-mercato-individuo non è facile da costruire, ma funziona. La maggior parte dei bisogni materiali è soddisfatta dagli Stati e dai mercati, che coltivano comunità immaginarie e le adattano alle loro esigenze. I due esempi più importanti di comunità statali e di mercato sono la nazione e i consumatori, e il nazionalismo e il consumismo sono le due idee fondamentali che ne derivano.

Ma la liberazione dell’individuo ha delle conseguenze. Poiché ogni individuo è in grado di scegliere il proprio percorso di vita, gli impegni della vita, in particolare quelli familiari, sono sempre più difficili da assumere, in quanto manca una solida base morale. Così, con la tacita approvazione dello Stato, le famiglie e i legami sociali si stanno sgretolando.

La scienza è un’altra “religione” del XXI secolo. Oggi viviamo nell’era della rivoluzione scientifico-tecnologica. Per stabilizzare e unificare la società, la cultura globale moderna ha diffuso la fede nelle tecnologie e nei metodi di indagine scientifica che offrono possibilità inedite di conoscere il mondo. La fede nel potere del progresso tecnologico può per molti versi sostituire anche la verità della religione tradizionale.

Uno dei maggiori punti di forza della scienza moderna è la sua flessibilità rispetto a leggi già apparentemente immutabili; è curiosa e capace di andare “oltre”, il che la distingue da tutte le tradizioni precedenti. La sua disponibilità a scartare rapidamente le teorie fallite le permette di svilupparsi in modo dinamico.

In altre parole, la scienza, ad ogni scoperta, è in grado di riconoscere l’ignoranza collettiva sulle questioni più importanti. Charles Darwin, ad esempio, ipotizzò solo l’origine delle specie e il rapporto tra uomo e scimmia, ma non insistette sul fatto di aver risolto l’enigma della vita, perché si rese conto che i dati della paleontologia erano ancora insufficienti. I fisici stanno ancora cercando di superare l’impasse degli infiniti matematici e di modellare il passato del Big Bang, nonché di spiegare il funzionamento simultaneo delle leggi della meccanica quantistica e della relatività generale nell’universo.

Ogni nuova scoperta porta a dibattiti accesi tra teorie concorrenti. Lo possiamo osservare nei dibattiti sulla gestione più efficiente dell’economia, quando una parte può essere assolutamente sicura dei propri metodi, ma la successiva crisi finanziaria o lo scoppio della bolla del mercato azionario dimostrano il suo fallimento e costringono a rivedere l’intera disciplina.

Capita che su alcune questioni tutti i fatti esistenti siano a favore di un’unica ipotesi esistente, che viene quindi postulata, ma la comunità scientifica è sempre pronta a metterne in dubbio la veridicità alla comparsa di nuove scoperte [11]. Tutto questo ha portato a un problema completamente nuovo che i nostri antenati non hanno dovuto affrontare. Le conoscenze di buon senso accumulate nel corso dei secoli, che hanno già permesso a milioni di persone di interagire efficacemente, possono ora essere messe in discussione.

L’inaffidabilità di questi “miti” comuni ci porta a riflettere su come preservare l’unità della società e come garantire il funzionamento degli Stati e delle istituzioni internazionali in queste condizioni.

Tutti i tentativi contemporanei di stabilizzare l’ordine socio-politico sono costretti a ricorrere a uno dei due metodi più lontani dalla scienza. Il primo è quello di prendere una teoria scientifica e dichiararla come verità finale e assoluta, proprio come fecero i nazisti quando proclamarono che la loro politica razziale era un’estensione dell’impeccabile teoria biologica. La seconda è quella di lasciare stare la scienza e vivere secondo una verità assoluta non scientifica. Questa è la strategia di tutte le religioni mondiali e dell’umanesimo liberale, che si basa su una fede dogmatica nella dignità e nei diritti unici dell’uomo.

D’altra parte, la scienza è costretta ad affidarsi a credenze religiose e ideologiche perché vi attinge per giustificare le sue enormi spese e quindi per ricevere finanziamenti (13). È plasmata da interessi economici, politici e religiosi con i quali è interconnessa, in un modo o nell’altro. La direzione della ricerca è raramente stabilita dagli scienziati stessi. Lo stretto feedback tra scienza, potere e società è stato, e continua ad essere, uno dei principali motori dello sviluppo storico.

Così, la scienza e il capitalismo hanno determinato il destino dello sviluppo mondiale secondo le linee europee. Questa simbiosi, unita alla mentalità “esplora e conquista” dei conquistatori europei, è stata adottata anche nel XXI secolo.

Secondo Robert Bellah, la religione nella società attraversa cinque fasi di sviluppo: primitiva, arcaica, storica, prima moderna e moderna [4, p. 268]. Sembra che la società occidentale sia dominata dalla religione moderna “che afferma il mondo”, con una ricerca di principi etici personali, un crescente soggettivismo e un desiderio di miglioramento continuo dell’intera cultura della società e dei valori del sistema personale, mentre la Russia e l’intera civiltà orientale, se seguiamo la qualificazione di R. Bellah, si trova nella fase religiosa storica. Inoltre, apparteniamo a civiltà diverse. Se esaminiamo attentamente la struttura gerarchica della società occidentale e la confrontiamo con quella orientale, vediamo che la prima è basata sull’individualismo e la seconda sul collettivismo, cioè la civiltà occidentale è basata sull’egocentrismo, mentre quella orientale è basata sulla coscienza comunitaria.

I valori di base e la cultura sono diversi nell’Europa moderna, negli Stati Uniti, nel mondo occidentale in generale e nel mondo orientale, compresa la Russia. Così, ogni americano, a livello di coscienza quotidiana, sa quali sono i valori fondamentali della sua cultura: la libertà, il regno della democrazia e il successo materiale (il sogno americano). Questi valori sono radicati in Europa, perché gli Stati Uniti sono un Paese di immigrati. Tuttavia, gli Stati europei sono relativamente piccoli in termini di territorio e popolazione, quindi, come la maggior parte dei piccoli gruppi etnici, sono caratterizzati dal nazionalismo, che occasionalmente si riversa oltre i loro confini. Per la Germania del XX secolo si tratta della sua forma estrema, il fascismo; per la Gran Bretagna, ex impero coloniale, dell’oppressione passata delle colonie e dello sfruttamento della popolazione indigena; per la Francia, del problema degli immigrati usati come forza lavoro; per la Grecia, della situazione attuale dell’ortodossia mondiale.

Le origini del nazionalismo e del razzismo sono quindi da ricercare nell’individualismo, in un atteggiamento arrogante nei confronti degli “altri” e nella consapevolezza della propria superiorità etnica. Come nelle relazioni interpersonali, quando ci si comporta in modo egoistico e si cerca di imporre il proprio punto di vista trascurando e ignorando le proprie carenze e non cercando di capire o ascoltare l’altra parte, credendo che la propria opinione sia l’unica corretta e spacciandola come verità evidente. Per quanto riguarda gli americani, non possono fare a meno di esportare i loro valori a causa di tutto questo. Eppure, al centro della civiltà europea ci sono il cristianesimo, la famiglia e l’etica del lavoro.

La maggior parte delle persone tende a considerare la gerarchia della propria società come naturale, come l’unica possibile. È composta da molti fattori, poi solidificata e trasmessa di generazione in generazione, mentre alcune persone la modificano di tanto in tanto.

Oggi l’umanità è alle soglie della civiltà globale e le ragioni sono molteplici. Una delle più importanti è la continua espansione della civiltà anglosassone. È difficile sostenere che la vita socioculturale si stia unificando lungo le linee occidentali. Essa porta alla formazione di un nuovo tipo di civiltà globale e, a quanto pare, la religione che la unisce dovrebbe essere universale e missionaria. Si tratta quindi di creare una nuova teologia globale. Sebbene la globalizzazione in quanto tale sia iniziata negli ultimi secoli, l’idea stessa di un ordine universale è nata molto tempo fa. Nel primo millennio erano già emersi tre ordini mondiali universali: economico – il denaro, politico – gli imperi, religioso – le religioni mondiali.

Pertanto, la civiltà emergente non ha una nuova logica. Viene solo rafforzata da nuovi “miti” nel corso del tempo. Crediamo in questo o quell’ordine non perché sia una verità oggettiva, ma perché credere in esso ci permette di interagire e trasformare la società.

La nostra conoscenza dell’ordine delle cose deriva dalla cultura e le basi di questa conoscenza si trovano nella teologia cristiana. Sorge una domanda legittima: non ci sono cristiani che vivono negli Stati Uniti, in Europa, in Russia? Il sogno americano è condiviso da tutti nel desiderio di avere un lavoro che piace, di avere successo e di provvedere dignitosamente alle proprie famiglie. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Tuttavia, tutti hanno bisogno di un obiettivo elevato e ciò che sta accadendo ora è un deliberato abbassamento degli standard morali di una persona.

Dal nostro punto di vista, ciò è dovuto al fatto che i valori civici, come la tecnologia moderna, sono sfuggiti al controllo dell’umanità. Prima erano solo uno strumento di social networking, poi è stato inventato il pulsante “Mi piace”, dopodiché è iniziata una vera e propria guerra per l’attenzione delle persone in base alle loro preferenze, il cui scopo era quello di passare più tempo possibile sul proprio gadget e, di conseguenza, guadagnare più soldi possibile da esso (ricordate la fede nella crescita economica). L’uomo non è più in grado di controllarsi, ora è la tecnologia a farlo.

Quasi la stessa trasformazione avviene con i valori civici. R. Bella nei suoi primi lavori ha dimostrato che la “religione civile” è ben istituzionalizzata, pensata ed elaborata con cura. Ma ora che vediamo ciò che sta accadendo nel mondo, è giusto dire che i valori civili non sono più nei limiti del buon senso e della buona volontà, e il protestantesimo, con il suo desiderio di adattare Dio a se stesso rendendolo conveniente, ha avuto conseguenze terribili quando gli europei si trovano di fronte alla cristianofobia e nei loro Paesi sono state approvate leggi contrarie ai canoni biblici.

Essere, non sembrare

Come è già stato detto, la mitologia nazionale è incredibilmente importante perché riproduce l’etnicità [1]. In questo senso, un codice comune di comprensione del bene, del buono e del cattivo è di fondamentale importanza. La Russia ha il vantaggio che la religione nel nostro Paese è ora nella sua fase storica di sviluppo e prevalgono i valori morali tradizionali. Tuttavia, c’è anche uno svantaggio. Avendo un enorme potenziale, non investiamo nelle infrastrutture e si ha l’impressione che la Russia sia un Paese arretrato. Sembra che questo sia dovuto proprio al fatto che la nostra psicologia nazionale non ha l’attitudine a trasformare il mondo che ci circonda attraverso il lavoro professionale.

Allo stesso tempo, per ogni russo è chiaro che i valori fondamentali si imparano in famiglia, e nel caso degli Stati Uniti e dell’Europa moderna questa importante funzione è affidata allo Stato, perché le leggi adottate e i “valori” imposti dall’alto hanno la priorità su quelli che vengono trasferiti di generazione in generazione e cresciuti in famiglia. Questa è la più grande mancanza di libertà di tutti: vivere secondo le leggi imposte dall’alto da una minoranza.

Perché questo è diventato possibile? Perché i cristiani, e non solo i cristiani, la maggior parte delle persone di buona volontà notano come funzionano le cose e hanno opinioni simili. La risposta è questa: ci sono persone al potere o in strutture vicine al potere che, per una ragione o per un’altra, per un motivo o per un vantaggio, accettano e comunicano tali atteggiamenti dall’alto. La questione del perché lo facciano rimane aperta. È possibile ipotizzare che siano guidati dalle passioni e non agiscano per il bene.

Qual è l’alternativa? L’egemonia europea è terminata nel XX secolo, quando la “capitale del mondo” si è trasferita oltreoceano. Guerre come quella del Vietnam e quella d’Algeria hanno dimostrato che anche le superpotenze possono essere sconfitte se trasformano una guerra locale in una questione di portata globale. Nel XXI secolo c’è la possibilità che arrivi la fine dell’egemonia americana.

I cristiani si trovano ad affrontare nuove sfide in ogni epoca, ed è importante capire quale sia la sfida di oggi e come rispondere ad essa. Un esempio emblematico per noi sono i grandi Cappadoci – San Basilio il Grande, San Gregorio il Teologo e San Giovanni Crisostomo – che sono stati in grado di spiegare l’insegnamento del Vangelo nella loro lingua ellenica moderna. Il loro esempio è fonte di ispirazione e può essere ripreso.

La società russa può essere considerata solo nominalmente ortodossa e di chiesa, perché di fatto non è sufficientemente istruita sulle questioni di fede e, come hanno dimostrato alcuni eventi recenti (ad esempio i raduni a favore di Alexei Navalny, le proteste contro la guerra, l’emigrazione), non è politicamente monolitica. Rispetto alla società occidentale, il nostro approccio etico e valoriale è molto diverso. Ad esempio, la maggioranza dei nostri concittadini è contraria alla promozione dell’omosessualità, alla giustizia minorile, ecc. Queste opinioni si basano sulla “mitologia” e sul codice di comprensione del bene e del male caratteristici della comunità territoriale.

Per contrastare l’individualismo e per trovare una sana alternativa alla democrazia e alla libertà nell’interpretazione occidentale, è necessario avere qualcosa di nostro che aiuti a unire non solo i cittadini della Russia, ma che possa essere offerto al mondo intero.

Nella nostra storia, molti studiosi e filosofi hanno cercato di farlo, a partire dal monaco Filoteo con l’ideologia “Mosca è la terza Roma”, proseguendo con il conte S.S. Uvarov, che ha formulato la teoria della nazionalità ufficiale, e successivamente con i filosofi N.A. Berdyaev, I.I. Ilyin e altri [10; 16; 5; 7].

Oggi, tuttavia, c’è un periodo di vuoto ideologico e la Costituzione della Federazione Russa stabilisce che nessuna ideologia può essere riconosciuta come ideologia ufficiale dello Stato. Allo stesso tempo, se ci riferiamo all’esperienza degli Stati Uniti, la “religione civile” americana non è prescritta e non è dogmatica, ma esiste e consolida un enorme Paese multinazionale, multiculturale e multireligioso. E questo è reso possibile dai valori fondamentali della civiltà occidentale, che si adattano perfettamente alla coscienza nazionale e corrispondono alla comprensione comune degli americani del bene e del male.

Sembra che sia giunto il momento di utilizzare l’esperienza storica del nostro Paese e, tenendo conto della sua piattaforma civile e religiosa, di offrire una propria “mitologia”, semplice e comprensibile, che si adatti a tutti i cittadini russi indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa e nazionale. A nostro avviso, valori fondamentali come la fede, la giustizia e la pace potrebbero essere la base. Le definizioni di questi concetti sono già contenute nel documento “Valori fondamentali – la base dell’identità nazionale” [3] adottato nel 2011. [3], adottato nel 2011 in occasione della riunione del Consiglio mondiale del popolo russo, dove:

– La fede è la fede in Dio, la cura per la conservazione delle tradizioni religiose dei popoli, l’incarnazione di queste tradizioni nei fatti, la fedeltà alle convinzioni e ai principi di vita moralmente fondati, compresi quelli delle persone non religiose;

– Giustizia, intesa come uguaglianza politica e sociale, equa distribuzione dei frutti del lavoro, retribuzione dignitosa e giusta punizione, giusto posto di ogni persona nella società e della nazione nel sistema di relazioni internazionali;

– Pace (civile, interetnica, interreligiosa) – risoluzione pacifica dei conflitti e delle contraddizioni nella società, fratellanza dei popoli, rispetto reciproco delle particolarità culturali, nazionali e religiose, conduzione non conflittuale delle discussioni politiche e storiche.

Oggi è importante capire che l’epoca in cui viviamo è caratterizzata dal dinamismo e che tutto sta cambiando molto rapidamente. La propaganda attuale in Russia si concentra sul patriottismo e sulla vittoria, ma il patriottismo da solo e la consapevolezza di essere una nazione vittoriosa nella Seconda guerra mondiale non sono sufficienti. Una generazione si succede all’altra e la storia è soggetta a riconsiderazione e a deliberata distorsione. E l’idea generale, attraverso la replica di elementi culturali e informativi, ci incoraggia a spendere tutte le nostre energie per la sua realizzazione e a mettere in gioco la nostra vita.

Così, oggi, la lotta per i valori morali tradizionali al di fuori della legge divina e del senso comune è il compito prioritario dei cristiani moderni, ed è importante utilizzare a questo scopo tutti i mezzi disponibili, soprattutto tutti i canali culturali e mediatici. Ma non basta parlarne, anche se il problema non è trascurabile. A differenza degli Stati Uniti, dove è sufficiente agire nell’ambito della “religione civile”, nel nostro Paese è importante essere, cioè professare per tutta la vita i suddetti principi, e non solo adempierli formalmente. Questo vale per ogni cittadino del nostro Paese, non importa se musulmano o cristiano, russo, bashkir o tataro.

ARALDO DEGLI SCIENZIATI INTERNAZIONALI N. 4, 2022 (22)

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Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/sulla-questione-della-religione-civile

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