Il Papa sdoppiato

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il mistero di Papa Bergoglio e del suo sdoppiamento. C’è il Bergoglio quotidiano che, come scrive il teologo dem Vito Mancuso “piccona quotidianamente la struttura tradizionale della Chiesa, piccona i pilastri della tradizione”, ed è perciò il beniamino di tutte le sinistre, atee, radicali, verdi, chic, populiste e comuniste del pianeta. È il Bergoglio che parla sempre di accoglienza dei migranti, ammicca agli islamici, dimentica i cristiani perseguitati e uccisi, appoggia progressisti e rivoluzionari, anche radical e laicisti, avversa chi non rientra nel suo orizzonte sindacale-ong-ecologista, ammicca alle unioni gay, al femminismo, al politically correct.

Ma ogni tanto, dalla porticina laterale e secondaria della Santa Sede esce un Bergoglio minore, clandestino, irriconoscibile rispetto al precedente. Quasi tutti fanno finta di non vederlo, di non sentirlo, compresi i tradizionalisti, e lui dice delle cose da Papa più che da Bergoglio. Dalle segrete del Vaticano viene fuori il Papa che condanna duramente l’aborto e paragona i medici che praticano l’aborto addirittura a sicari, ribadendo che l’aborto equivale a un omicidio. I media mettono la sordina a quel Bergoglio, fingono di non averlo ascoltato, lo citano en passant e subito si riprendono il Bergoglio quotidiano.

Ma il Papa nascosto insiste, rifà capolino e difende, forse un po’ sottovoce, la vita, la nascita e la famiglia, quella naturale e tradizionale; solidarizza con le madri argentine che manifestano nelle piazze per il diritto alla vita. Ma nei media e nella comunicazione appare solo il Bergoglio in favore delle unioni gay, allineato allo spirito del tempo, alle battaglie sui diritti civili, ai temi ambientali.

E ancora. Dalla porticina della sacrestia, con passo furtivo, spunta il Papa che difende il significato e il valore del presepe, usa parole appropriate e ormai desuete per lui, si richiama alle tradizioni cristiane, famigliari e francescane più antiche e più vere. Ma la lettera apostolica dedicata all’Admirabile signum non la cita nessuno, non ci bada nessuno; molti preti di base continuano a chiedere di non fare presepi per non ferire la sensibilità dei bambini atei o di altre religioni o di famiglie d’altro genere. E il racconto ufficiale di Bergoglio in Vaticano ci mostra il presepe degli alieni allestito in piazza San Pietro, della serie “cristiani su Marte”; un oltraggio al creato e alla tradizione francescana. “Horribilis come l’anno 2020”, nota Nicola Porro. Continua a leggere

Scientismo paranoide

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Fonte: Il giornale del Ribelle

di Stefano D’Andrea

Ve li ricordate gli scienziati, anche dell’accademia dei Lincei, che nove mesi fa, senza sapere nulla di coronavirus, senza sapere nulla di immunità naturale, senza ipotizzare il carattere stagionale del virus, senza aver approfondito qualche dato sulla resistenza dei bambini al virus, senza sapere se gli asintomatici contagino e, eventualmente, a quale livello di carica virale e in che misura rispetto ai sintomatici, senza sapere quanti fossero gli asintomatici, senza sapere quanti malati andassero effettivamente in terapia intensiva, senza calcolare quanto incidesse sulla diffusione  del virus il normale spontaneo distanziamento sociale che sarebbe stato subito messo in atto spontaneamente dai soggetti intimoriti, senza sapere che la malattia nella forma tipica prende soprattutto soggetti non candidabili alla terapia intensiva, tracciarono delle curve esponenziali che prevedevano che se non ricorrevamo subito al lockdown, le terapie intensive sarebbero entrate in crisi e avremmo rischiato sei milioni di morti? Dico: sei milioni di morti.
Ecco, ANCHE QUESTA È LA SCIENZA.  Perciò la fiducia nella scienza – la quale scienza è anche quegli scienziati, il loro modo infantile e ridicolo di ragionare e di schematizzare e la loro modestissima intelligenza – che è lo SCIENTISMO, è una cosa stupida. La scienza, che è tutta la scienza anche quella cattiva, è anche stupida. Perciò la fiducia nella scienza (che è anche la scienza stupida, non soltanto la scienza seria) è una idiozia. Molto interessante è anche il fatto che se è vero che la professoressa Gismondo sbagliò a dire che covid era “poco più di una influenza,” essa sbagliò di poco, perché avrebbe dovuto dire che covid “è più grave di una influenza ma è mille volte più simile a una influenza che a una peste o all’ebola”. Al contrario quegli scienziati, compresi fisici dell’accademia dei Lincei, sbagliarono di moltissimo. Eppure, i semicolti italiani hanno creduto di sfottere per mesi la Gismondo, che ha sbagliato ma di poco, anziché gli scienziati che previdero la possibilità di sei milioni di morti e che sbagliarono di moltissimo sulla base di un modellino che rivela il loro infantilismo e la loro modestissima capacità di ragionare, per il solo fatto che lo hanno pensato.
Perché è accaduto? Perché la persona educata (inconsapevolmente) da trenta anni di televisione del dolore e del terrore, nonché sulla base della “morale” (in realtà demenziale idea) che il diritto alla (massima durata di ogni) vita sarebbe un diritto superiore a tutti gli altri, non bilanciabile, opta per la scienza che la impaurisce e che spinge al principio di massima precauzione, anziché per la scienza che la rassicura.
Il nostro fallimento, nella vicenda covid, è dovuto alla perfetta simbiosi tra scientismo e paura (paranoica) della morte. Lo scientismo paranoide.

La pandemia, il guinzaglio e la museruola

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Fonte: Marcello Veneziani

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Marcello Veneziani ad Apostolos Apostolou, uscita sulla rivista ateniese theflagreport.com

Con il coronavirus il sistema politico mondiale, quello che si chiama governo sovranazionale organizza un mondo clinico “ideale”. Niente fuori dal normale clinico. Oggi parliamo di profilassi assoluta, ecco lo slogan nuovo della politica. Soprattutto la profilassi, perché la virulenza si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema e cosi, deve trovare una soluzione il sistema politico globale. Questo è il piano politico oggi? Che ne dici Marcello Veneziani?

Il potere sanitario che si è imposto con la pandemia è l’applicazione di quel regime della sorveglianza e del controllo capillare di cui si era parlato negli anni scorsi. Mai era accaduto che fossero così ristrette le libertà e i diritti elementari, costituzionali e fondamentali dei cittadini e dei popoli. Mai era accaduto che fosse così palese l’uso della paura e il terrorismo sanitario per tenere sotto pressione i popoli e per disperdere ogni resistenza. La motivazione, naturalmente, è inoppugnabile: si tratta di fronteggiare il contagio. Ma la ricorrenza delle ondate (siamo nel pieno della seconda ondata e già si parla della terza per il 2021), il profitto politico, economico e farmaceutico evidente di chi gestisce la pandemia o ne trae benefici, il controllo mediatico quasi assoluto e l’ombra inquietante del modello cinese, che è stato fonte del virus ed è ora modello di riferimento per affrontare la pandemia, lasciano pensare che ci sia un disegno globale dietro tutto questo.

Il governo sovranazionale vuole uno spazio super protetto come campo di concentramento che il corpo perde tutte le sue difese. Il governo vuole un regime di sorveglianza a 360 gradi, rieducazione e lavaggio del cervello dell’intera popolazione. Forse il virus diventa l’arma per questo lavaggio, questo abbiamo visto poco tempo fa, con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’ America. Come vedi questa opinione? Continua a leggere

Dante pensatore celeste, fondatore d’Italia

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In occasione del prossimo settecentenario della sua morte, esce in libreria come strenna natalizia Dante nostro padre, edito da Vallecchi (pp.224 18 euro), a cura di Marcello Veneziani, autore dell’ampio saggio introduttivo e curatore di una selezione tra tutti i suoi scritti in prosa. Ecco uno stralcio dalla sua introduzione.

Quando il mondo sembra crollare, le civiltà precipitano, i popoli sono disorientati, la solitudine globale prevale, la strada maestra è una sola: tornare al principio e ai principi da cui principiò il nostro cammino. Dante Alighieri è il nostro princeps, l’Inizio da cui discende l’unità geospirituale, culturale e linguistica della nostra civiltà. Perciò ho dedicato a lui, Dante nostro padre, un saggio e un’antologia delle sue pagine più belle in prosa. Dante è il poeta, il profeta, il fondatore, lo scrittore e il testimone originario dell’Italia nostra. È l’apice solitario in cui si incrocia il mondo classico; l’Imperium romano, il pensiero antico, la cristianità. In lui prende voce, anima e corpo la civiltà italiana come paradigma della civiltà universale. Dante è il ponte tra l’antichità e la posterità, ma anche tra l’umano e il divino, tra il sacro e la storia. Autentico pontifex, facitore di ponti, come si diceva nell’antica Roma e poi nella tradizione cattolica. Ma al tempo stesso è il precursore tradito, disatteso, inascoltato. Il maestro che non ebbe discepoli.

Se pensiamo ai grandi capolavori e ai grandi autori di tutti i tempi, nessuna opera e nessun autore può paragonarsi a Dante e alla sua opera per una ragione che trascende l’arte della narrazione, il prodigio della scrittura, la potenza delle immagini: è la capacità di trasformare il lettore, l’intenzione di condurlo in un cammino spirituale e iniziatico verso la salvezza, accompagnato per mano dall’autore medesimo che si mette in gioco nel suo racconto, di cui è protagonista, testimone e medium. Le grandi opere, i classici, sfidano l’usura del tempo e narrano storie esemplari che valgono in ogni tempo. Ma i capolavori che segnano una civiltà sono quelli che trasformano i suoi lettori.

Così Dante descrisse la sua missione nella XIII Epistola: “rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità” nel senso della beatitudine. In Dante il reale e l’ideale, la storia e l’escatologia, il mito e la teologia, personaggi storici e figure letterarie di fantasia, uomini, santi, diavoli, angeli e divinità s’intrecciano in un disegno di rinnovamento universale dell’anima, del corpo e della mente di ciascuno. Unico, irripetibile itinerario di trasformazione e di salvezza. Dante induce il suo lettore a fare un bilancio integrale della propria vita, a confrontarsi con la morte e con l’aldilà, a giudicare la propria anima e le proprie azioni in relazione al tempo e all’eternità. Nessun altro autore, nessuna altra opera spinge a guardarsi dentro e a osare oltre, in un cammino di redenzione integrale.

La grandezza incomparabile di Dante è consegnata certamente alla Divina Commedia e poi alle sue rime sparse, le sue poesie. Ma l’itinerario tra le sue opere che precedettero, seguirono e s’intrecciarono con la sua opera poetica è fondamentale per capire il suo pensiero e dispiegare la sua visione del mondo, il suo cammino iniziatico, le sue passioni civili e intellettuali, il tormentato rapporto col suo tempo, la sofferenza e le invettive di esule dolente. Quattro opere più il suo epistolario e il suo ultimo scritto costituiscono il cammino tra le stazioni cruciali dantesche: l’Amore, la Sapienza, la Lingua, la Politica, la Patria, la Terra. E sullo sfondo l’Universo, l’Impero, l’Italia e la sua Firenze. Ossia Vita Nova, Convivio, De Vulgari Eloquentia, De Monarchia, più l’Epistolario e la Questio de aqua et terra, per la prima volta comprese in un florilegio.

L’altra ragione del ritorno a Dante è civile ed è strettamente collegata alla nostra identità italiana: Dante è il Padre dell’Italia, come realtà spirituale e culturale, prima che storica e politica; colui che ha affermato la necessità di riunire le sparse e riottose membra d’Italia e far risorgere la civiltà italiana, figlia della romanità e della cristianità, erede della civilitas romana e del pensiero greco ripensato alla luce del pensiero arabo e cristiano; figlia dell’Imperium, del diritto romano e della chiesa cattolica apostolica romana.

Quello dantesco è l’amor patrio di un esule, non di un migrante; e di una patria perduta, non di un paese in cui prendere cittadinanza; è la storia di un uomo costretto a partire, a lasciare la casa, il suolo natio, a vivere il dispatrio lontano dalla sua Firenze.

Il volto grave e mansueto, l’espressione malinconica e pensosa, la bruna carnagione, i capelli neri e folti, la modesta statura che con gli anni s’incurvò, il viso lungo e il naso aquilino, i grandi occhi e le grandi mascelle, il labbro di sotto avanzato, il mento prominente in quel che chiameremmo prognatismo, detto anche “il morso inverso” (…) Dante ebbe carattere spigoloso, come il suo profilo. Esacerbato dall’esilio e dagli anni, con un forte senso dell’onore e della dignità, apparve agli occhi di Giovanni Villani, che lo conobbe di persona e poi ne scrisse nella sua storia di Firenze, definendolo “presuntuoso”, “schifo e isdegnoso” e “mal grazioso” incline a “garrire e sclamare” cioè a inveire, anche alzando il tono della voce. E soprattutto aveva uno spiccato orgoglio. È forse il tratto più “moderno” di Dante che più lo allontana dalla tradizione: quel rinunciare all’impersonalità d’autore e tendere a porsi al centro della scena e della sua stessa opera, farsi protagonista dei suoi stessi scritti, fino a sfiorare l’egocentrismo con tratti vittimistici. Orgoglio d’autore, o in una chiave più positiva, Dante metteva in gioco tutto se stesso nell’opera, si faceva testimone dei suoi versi e dei suoi testi. E pur essendo immerso appieno nella sua visione del sacro e della trascendenza, fremeva in lui un anelito incontenibile di libertà come fierezza.

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Dante pensatore celeste, fondatore d’Italia

Bertolaso smonta il governo: “Questa non è emergenza, è incompetenza”

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Sono poche righe, scritte da un signore, Guido Bertolaso, che di emergenze ne ha viste molte. E sono un commento a caldo riferito alle chiusure natalizie. Non si potrà certo accusare di essere lunare, non si potrà certo accusare di non considerare i nostri morti. È un formidabile J’accuse che dovete leggere. Eccolo:

“Ecco fatto: segregati in casa per tutte le feste, anziani abbandonati, turismo demolito, nazioni confinanti strapiene di sciatori, decessi fra i più alti del mondo, e lo saranno ancora per settimane.
Strillate per i morti negli Usa? Il rapporto di popolazione fra noi e gli americani è di 5,5. I nostri 993 che abbiamo perso ieri fanno in proporzione 5.461 poco più del 50% degli Usa!! Lo sapete quanti giorni di scuola hanno fatto i liceali della Campania dal 4 marzo scorso ad oggi? 14.

Tutto questo perché il Governo non è stato in grado di gestire la seconda ondata che loro stessi avevano previsto. Continuano a chiamarla EMERGENZA, a quasi un anno dall’inizio della pandemia. Chiamiamola con il giusto nome: INCOMPETENZA. I Covid hospital della Fiera di Milano e di Civitanova Marche sono pieni da settimane (purtroppo) ma erano inutili giusto?

Il Presidente del Consiglio continua a fare conferenze a reti unificate senza contraddittorio, ignorando l’esistenza del Parlamento e omettendo di usare l’unica parola che dovrebbe pronunciare: SCUSATECI”.

Nicola Porro, 4 dicembre 2020

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Bertolaso smonta il governo: “Questa non è emergenza, è incompetenza”

Il fiasco del telegrillino Scanzi

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Ci fu un tempo quando il leader piddino Pierluigi Bersani veniva sbertucciato in diretta streaming dai grillini assetati di onestà. La controfigura di Maurizio Ferrini, degno erede del più grande Partito Comunista d’occidente, trattato a pesci in faccia dai parvenu di Grillo: Roberta LombardiVito Crimi, e l’Italia intera rideva, incredula, compiaciuta, sconsolata. Ma, per dirla come la Paola Taverna, “era un altro momento”.

Poi le cose cambiano e come se cambiano e la sintesi del nuovo momento è la seguente: i grillini entrano nei palazzi del potere, si convertono a tutti i vizi possibili, dall’allergia per le auto blu passano alla difesa dell’auto blu per la morosa del premier Giuseppi, il potere, come diceva quello, logora, gli ozi, come sapeva Annibale, infiacchiscono, la setta grillara si sfarina e il Pd, erede del mejo comunismo democratico, si mette a fagocitare i giovani scavezzacolli per digerirli con la mollezza di un pitone.

Era un altro momento: poi verrà il momento delle convergenze parallele, per carità non chiamatele inciuci, chè si offendono. E le convergenze vanno celebrate come si deve, ciascuno ha i suoi officianti, i 5 Stelle hanno il Fatto con tanto di emittenza televisiva che sarebbe La Nove dove, prodotta da Loft, ci si esalta con Accordi e Disaccordi, sorta di Porta a Porta, di Che Tempo che fa grillino con Andrea Scanzi e Luca Sommi nel ruolo di padroni di casa. Peccato solo i riscontri siano lievemente divergenti. Più disaccordi che accordi, e dire che l’ultima puntata, del 2 dicembre, aveva il più eccitante dei menu: proprio l’amico del giaguaro smacchiato Bersani, uno di quelli che hanno in testa un’idea meravigliosa, si chiama patrimoniale, e poi il ritroso, schivo Massimo Galli, immunologo in una delle sue rarissime apparizioni televisive, proprio strappate con la forza; anche lui ha in testa una idea meravigliosa, si chiama lockdown hard.

Roba calda coi due virgulti del comunismo d’antan: ma poi, dico, vuoi mettere le domande serrate, lo stile informale ma senza sconti dei due conduttori? E chi se lo perde? Disgraziatamente, se lo sono persi in massa. A legioni proprio, a emorragia di ascolti: 1,9%, roba da televisione condominiale. Ma come si spiega ‘sto fatto? E sì che non mancava la partecipazione straordinaria di Marco Travaglio, uno che quanto ad epifanie è ancor più tirato di Galli e di Burioni, roba che Lucio Battisti gli avrebbe spicciato casa. Niente: 1,9%. No, dico: uno e nove percento: incredibile! (la citazione qui è raffinata, chissà chi la coglierà)

Però che brutto paese che siamo: ma lo vogliamo capire o no che Scanzi è il più amato dagli italiani social? Che è un fenomeno, l’Uomo Ragno, la rockstar del giornalismo? E poi che fai, gli dai manco il 2%? Più follower che spettatori: funziona così, che peccato, che disdetta. E non è da dire che Accordi e Disaccordi funzioni come il memorabile “Orizzonti della scienza e della tecnica”, una martellata in nuca di Fantozzi ai titoli di testa: qui si fa la storia televisiva, signori, qui si educa e si rieduca il popolo, si recuperano amici, momenti, si tracciano alleanze, c’è venuto pure il capo Giuseppi e Scanzi si è fatto il selfie con Giusy che teneva il suo libro su Salvini cazzaro verde: roba istituzionale, di classe, raffinatissima.

Proprio vero: da un grande potere mediatico derivano grandi responsabilità. Solo che il pubblico, a quanto pare, non se ne accorge: negazionisti di merda. Vedi però come cambiano le cose: Travaglio voleva fare “la nuova destra liberale montanelliana” e si schiera con Fratoianni sulla patrimoniale, i novax diventano supervax, gli antiautoblu ci salgono e non ne scendono più, il notav è morto, il notax è morto e anche il noMes non si sente troppo bene.

Altri momenti. Ma che stiamo a rivangare? Come diceva Roger Martin du Gard, “la vita sarebbe impossibile se ricordassimo. Tutto sta a scegliere quello che si deve dimenticare”. Quanto a chi si ritiene larger than life, soccorre Chesterton: “Se vediamo un gigante, esaminiamo prima la posizione del sole e assicuriamoci che non si tratti dell’ombra di un pigmeo”. Uno – e nove – per cento: incredibile! Ma su con la vita: si può sempre fare peggio. Altri momenti, grandi momenti: forse la riabilitazione del compagno Bersani non è stata capita né dai grillini né dai piddini, quantomeno in veste di televisori: si potrebbe andare tutti ad Accordi e Disaccordi, vengo anch’io, no tu no. Era troppo avanti, era un altro momento troppo in anticipo.

L’importante è esagerare sia nel bene che nel male, senza mai farsi capire, e se hai in mano solo mosche, prova a darci anche del tu. Poi, quando uno è, o si crede, il più grande, tutto il resto è noia, non ho detto gioia, ma basta essere convinti. E pazienza se, con Charles Regismanset, “un uomo pieno di sé è sempre vuoto”. Uno – e nove – percento: incredibile!

Max Del Papa, 3 dicembre 2020

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Il fiasco del telegrillino Scanzi

Totò, l’italiano qualunque contro i caporali

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Aveva ragione Totò quando divideva l’Italia in uomini e caporali. L’eterno divario tra plebe e classi dirigenti con la perversione italica del trasformismo, per cui cambiano i regimi ma i caporali sono sempre gli stessi, mutano solo casacca. Ai caporali e a Totò nell’inconsueta veste di storico, dedica ora un saggio Emilio GentileCaporali tanti, uomini pochissimi (ed. Laterza). Ma a Totò si addice la dimensione del mito, della leggenda, più che della storia. Quanto a Uomini e Caporali, vorrei ricordare che la censura cinematografica nel 1955 cancellò dal copione un caporale comunista ma lasciò la frase “si stava meglio quando si stava peggio” che fu poi la bandiera di tutti i nostalgici. Lo ricordo a Veltroni che ha fatto di recente una lettura sinistrese e antifascista del comico napoletano, poggiando sulla sua famosa frase “poi dice che uno si butta a sinistra”.

Totò rappresentò l’autobiografia collettiva e comica dell’Italia in bianco e nero, l’Italia che ancora amava Napoli e la considerava la capitale spiritoso-sentimentale d’Italia. I tratti dello spirito nazionale erano da lui mimati in versione grottesca: l’italiano imbroglione e pomicione, paraculista e pastasciuttista, malinconico ed euforico, sbafatore e mariuolo, gesticolante e chiassoso, comiziante, anarchico ma in cuor suo monarchico.

Qualcuno insinua dietro il Totò comico popolare un Totò quasi impegnato e incompreso. Le pezze d’appoggio più vistose sono due. La prima è la celebre poesia ‘A livella, che dette il titolo a una raccolta di poesie di Totò, in cui il comico parlava di due defunti, uno di nobili natali e uno proletario che lo invitava a lasciare ai vivi la prosopopea aristocratica perché la morte è una livella, ci fa tutti uguali. Questa poesia viene accreditata come una sorta di manifesto ideologico di Totò, una specie di comunismo mortuario, quasi che Totò, oltre la comicità, fosse in cuor suo un egualitario, un livellatore. È una sciocchezza. Quando smetteva di fare il comico, Totò era scostante e a tratti anche sprezzante, manteneva le distanze e teneva soprattutto a una cosa: al suo titolo di principe, quantomeno sedicente. Totò a quel titolo presunto teneva più di ogni cosa, persino più della sua fama di artista e del suo successo. E teneva a scindere il poveraccio di scena dal nobile di casata quale diceva d’essere. Rideva degli umili e dei potenti, dei gerarchi fascisti e dei voltagabbana antifascisti.

La seconda contraffazione è l’importanza centrale data al suo film con Pasolini, Uccellacci ed uccellini, considerato quasi il testamento del miglior Totò, non comico ma intellettuale a sua insaputa, rispetto al vile Totò da cassetta, nazionalpopolare che conosciamo. In realtà quel film fu un episodio della sua vita d’artista e fu forse l’unico film in cui Totò fu alieno, eterodiretto, interpretò un ruolo assegnato, smise di essere se stesso e d’improvvisare, pure il suo repertorio lo usò fuor di casa. Non fu un brutto film, anzi fu tra i migliori; ma fra quelli di Pasolini, non di Totò. Quello non era il vero Totò. Non è per quello che viene ancora amato e ricordato.

Totò unificò l’Italia a rovescio, attraverso il lato comico, partendo da Napoli, dalla miseria e dalla vita intima e privata. Unì colti e ignoranti, plebe ed élite, furbi e fessi, nel culto della sua comicità. Mi ricordo da bambino al cinema a vedere Totò: ridevano i cafoni che sputavano le bucce delle fave arrostite sulla gente seduta davanti e ridevano in galleria i borghesi, i professionisti e nei palchi le coppiette. Ridevo io, di anni sette, e ridevano mia madre e mio padre, professori. Ridevano i semplici, che consideravano Totò la versione antica di Franco e Ciccio, e ridevano gli appassionati di teatro e letteratura. Unificava le generazioni, e anche noi stessi: mi sorprendo a ridere ancora delle battute che mi facevano ridere da bambino. Non amo rivedere i film già visti, eccetto che per Totò. Ho coltivato amicizie nel culto della comune totolatria. Ma Totò ha rappresentato anche la duplice vocazione plebea e aristocratica del nostro paese, l’impossibilità di essere seriamente borghese. O signori o pezzenti: miseria e nobiltà. In lui si rispecchiava la schizofrenia del ceto medio, aspirante alla nobiltà e risucchiato dalla plebe. Totò rappresentava questi eccessi anche nella sua vita: da bambino era Antonio Clemente, nato povero nel povero rione Sanità, ma poi si scoprì il Principe de Curtis da Costantinopoli, e si faceva chiamare favolosamente Sua Altezza. Cronaca e leggenda, senza di mezzo la storia. Il suo talento partorì, per dirla in un ossimoro, un realismo surreale: nei suoi film c’era l’Italia vera, la vita vera, le persone veraci del suo tempo ma il suo modo d’affrontarle era surreale.

Totò fu lo scopritore della Padania sbarcando con Peppino a Milano; il simil-tedesco con cui lui si rivolgeva al vigile milanese era il segno di un’Italia mal unificata. Per essere uomini di mondo, sosteneva Totò, bisogna aver fatto tre anni di militare a Cuneo, come dire all’estero, in Legione straniera. Ma Totò coltivava il sentimento del contrario – origine del comico, secondo Pirandello – e rovesciò il procedimento secessionista: partì dalla separazione tra Padania e Napoletania ma poi riuscì a fondere i due paesi sul versante comico. Ho visto milanesi che si sbellicavano alle sue battute e si riconoscevano nei suoi ritratti. Se i fratelli Bandiera furono i simboli intrepidi dell’Italia risorgimentale, i fratelli Caponi, Totò e Peppino, furono i simboli dell’Italia senza eroi. Totò, fondatore di Farsa Italia e di un ameno regime totolitario.

MV, Panorama, n.48 (2020)

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Totò, l’italiano qualunque contro i caporali

L’imbecille globale è al potere

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di Marcello Veneziani

A parte il corso permanente e intensivo di angoscia e terrore causa pandemia, ogni mattina, pomeriggio e sera, ovunque tu sei e a qualunque fonte d’informazione ti colleghi – video, radio, giornali, web ma anche film, concerti, omelie, lezioni a scuola o all’università, discorsi istituzionali – c’è un Imbecille Globale che ripete sempre lo stesso discorso: “Abbattiamo i muri, niente più frontiere tra popoli, fedi, razze, sessi e omosessi, non più chiusure in nazioni, generi, famiglie, tradizioni ma aperti al mondo”. Te lo dice come se stesse esprimendo un’acuta e insolita opinione personale, originale; finge di ribellarsi al conformismo della chiusura e al potere del fascismo (morto da 75 anni) mentre lui, che coraggioso, che spregiudicato, è aperto, non si conforma, ha la mente aperta, il cuore aperto, le braccia aperte, è cittadino del mondo. Sfida i potenti, lui, che forte. Sta ripetendo all’infinito, da imbecille prestampato qual è, il Catechismo Precompilato dei Cretini Allineati al Canone del Tempo. Tutti per uno, uno per tutti. L’Imbecille è globale perché lui sa dove va il mondo e si sente cittadino del mondo. L’idiota planetario si moltiplica in mille versioni.

C’è l’Imbecille Cantante che dal palco, ispirato direttamente dal dio degli artisti, dichiara che lui canta contro tutti i muri e tutti i razzismi. Che eroe, sei tutti noi. Poi vedi l’Imbecille Attore o Regista che dal podio lancia il suo messaggio originale e assai accorato, perfettamente uguale a quello del precedente cantautore, ma lui lo recita come se l’umanità l’ascoltasse per la prima volta dalla sua viva voce. “Io non amo i muri, non mi piace chi vuole alzare muri” Che bravo, che anticonformista. Segue a ruota l’Imbecille Intellettuale, profeta e opinionista che per distinguersi dal volgo rozzo e ignorante, dichiara anche lui la Medesima Cosa, sui muri ci piscio, morte al razzismo, morte a Hitler (defunto sempre da 72 anni), viva l’accoglienza, i neri, i gay e i trans. L’Idiota Collettivo, versione ebete dell’Intellettuale Collettivo post-gramsciano, non pensa in proprio ma scarica l’app ideologica che genera risposte in automatico. Poi c’è l’Imbecille a mezzo stampa o a mezzobusto che riscrive o recita ispirato l’identica pisciatina contro i Muri. E poi c’è il Presidente o la Presidente, che in veste d’Imbecille Istituzionale, esprime lo stesso, identico Concetto, col piglio intrepido di chi sfida i Poteri Forti (ai cui piedi è accucciato o funge da zerbino). Continua a leggere

“Nature” mette in crisi i metodi imposti per il contrasto al Covid dal Governo Conte

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Di Matteo Castagna

Una sola cosa è certa in questo periodo di emergenza sanitaria, dichiarata dal Governo giallofucsia: regna l’incertezza. Sotto il cielo del Covid c’è un’enorme confusione.

Scienziato che incontri, ricetta che trovi – dicono alcuni, tra il serio ed il faceto – ma esistono protocolli ufficiali nazionali, imposti da Conte con Speranza (il ministro della Salute, occorre specificare…) assieme al Cts, ovvero il Comitato Tecnico Scientifico, selezionato, secondo imprecisati criteri, per dare le indicazioni di prevenzione e contrasto alla malattia.

Le principali direttive riguardano l’uso pressoché costante della mascherina, il distanziamento sociale per evitare assembramenti, la chiusura di territori ed attività commerciali considerati, potenzialmente, più a rischio.

Sollevare dubbi, perplessità o proporre alternative a queste indicazioni è considerato roba da negazionisti, da mettere alla berlina o al pubblico ludibrio, per la nuova società fluida che tanto piace al cattolico adulto ed abortista Joe Biden.

Questo perché quando si pronuncia la scienza eterodiretta dai media mainstream e benedetta dalle grandi case farmaceutiche, si passa sempre dall’opinabile al dogmatico. Il dogma deve scomparire solo dalla religione cattolica, perché è un fastidioso ostacolo al relativismo (cioè il “diritto” di credere e propagandare il falso), ma deve essere da tutti riconosciuto quando a pronunciarsi è la pseudo-scienza progressista, che strizza l’occhio sinistro a certa politica e quello destro alla Fondazione di Bill Gates per il controllo delle nascite.

Il tutto avviene in un clima di terrore generalizzato, che, in alcuni casi, sta sfociando in autentiche psicosi da parte di varie persone, soprattutto del cosiddetto ceto medio, quello che è meglio se sta sul divano imbavagliato e chiuso a chiave piuttosto che totalmente arrabbiato nelle piazze o, disobbediente nei propri negozi. Meglio annichilire il polmone produttivo del Paese, piuttosto che averlo contro, in maniera scatenata. Meglio un imprenditore italiano imbottito di bromuro per l’ansia da Coronavirus che un operaio polacco che grida la sua rabbia con slogan e, soprattutto principi completamente fuori moda, come “Dio, Onore e Patria!”.

Allora, per evitare ogni accusa di negazionismo, perché negare l’evidenza è da idioti, ma pensare e scrivere basandosi sui fatti è un servizio alla verità, ci sarebbe da chiedersi perché sia passata in sordina una notizia molto importante, che non viene data dai soliti medici non allineati al “sanitariamente corretto” Prof. Bassetti o Prof. Zangrillo, minacciati e screditati in maniera oggettivamente vergognosa dai soloni della libertà di ricerca e di espressione: la rivista scientifica Nature, tra le più prestigiose al mondo nella comunità scientifica internazionale, pubblicata dal 4 Novembre 1869. Una ricerca australiana, presente sul portale della grande rivista, ci dice che è certo che ogni sistema immunitario reagisce in maniera diversa al virus.

All’inizio della prima ondata, una coppia piuttosto giovane di Melbourne ha partecipato ad un matrimonio. Dopo pochi giorni ed alcuni sintomi tipici del Covid-19, risultano positivi al tampone. A casa, la coppia ha tre figli, di cui due risulteranno lievemente sintomatici, mentre la bimba di 5 anni, quella che aveva avuto maggiori contatti stretti coi genitori, completamente asintomatica. Otto giorni dopo la comparsa dei sintomi, i figli risulteranno tutti negativi al tampone. Oggi, la famiglia è completamente guarita, ma gli scienziati si sono posti le ovvie domande: come è possibile che soggetti che hanno un codice genetico pressappoco simile rispondano in modo così diverso al virus? E perché sistemi immunitari simili danno risposte tanto distanti l’una dall’altra, accertato che tutti i soggetti hanno reagito? Perché i figli, quelli con sintomi, risultano negativi?

I risultati salivari e sierologici combinati mostrano che, nonostante i bambini non diano prove virologiche di infezione, tutti e tre hanno sviluppato risposte anticorpali contro il Covid-19 e ognuno in modo differente. E dall’analisi risulta che la bambina, che è rimasta asintomatica tutto il tempo, ha dato la risposta anticorpale più robusta. La discordanza tra i risultati dell’analisi virologica e le prove sierologiche cliniche, potrebbero essere l’effetto di una diversa sensibilità delle mucose dei soggetti (per questo motivo i due bambini sintomatici risultano comunque negativi).

Non si comprende però perché la risposta della bambina sia stata così diversa dalle risposte degli altri familiari. Un ruolo chiave protettivo potrebbero averlo giocato gli anticorpi della mucosa salivare ma l’aspetto, scrivono gli scienziati, merita conferma in studi più ampi. La capacità anticorpale dei bambini ha permesso loro di reagire in modo più efficace dei genitori. La reazione ha evitato una replicazione del virus dentro di loro. Nonostante lo stretto contatto con i genitori infettati i bambini sono sempre risultati negativi ed hanno sviluppato sintomi minimi o assenti. Ce l’ha raccontato praticamente solo il giornalista libero Antonio Amorosi su Affaritaliani.it: non lo trovate strano nella patria di chi passa le ore ad ammantarsi di pluralismo?

Dunque, dall’analisi scientifica di questa situazione, è lecito dedurre che le misure imposte con certezza inoppugnabile dal Governo e dai suoi esperti, possano essere discutibili e discusse, senza incorrere nella scomunica del prof. Galli? Potremmo permetterci di chiedere una risposta di Burioni agli scienziati di Nature o il pensiero in materia di Arcuri? Troveranno il tempo di leggere una così importante rivista scientifica, anche su un monopattino o seduti ad un banco a rotelle? Ai posteri, l’ardua sentenza. A noi, invece, restano i consueti “pensieri ereticamente corretti”, espressi anche con un pizzico di ironia, perché non è difforme (almeno per ora) da quanto sancisce l’art. 21 della Costituzione.

DA

“Nature” mette in crisi i metodi imposti per il contrasto al Covid dal Governo Conte

Dopo la Casta venne la Feccia

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Siamo passati dalla Casta alla Feccia; stavamo messi male, siamo finiti peggio. Tredici anni fa due giornalisti del Corriere della sera, Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, pubblicavano la Casta, un libro che ebbe largo successo di pubblico e forte incidenza politica. Dove portò quel documentato atto di accusa contro la Casta? All’antipolitica, al populismo, a Beppe Grillo, alla Casaleggio & Associati e al Movimento 5Stelle. La denuncia del male propiziò l’avvento del peggio. Chi veicolò quel messaggio anticasta, usando quel libro, pensava a un passaggio di mano dai politici ai tecnici, tramite l’Europa, i magistrati e i protettorati economico-finanziari. Quel messaggio destabilizzante fu sposato dall’establishment per delegittimare la politica e uscire dall’era berlusconiana con un passaggio di mano. Ma il malumore popolare verso la classe politica era di vecchia data e “l’utilizzatore finale” di quella campagna contro la Casta fu il movimento grillino che poi andò al potere.

Certo, tra la Casta – che indicava più la prassi della Prima repubblica poi ripresa della Seconda – e l’Anticasta del grillismo c’è stato di mezzo il berlusconismo, che fu populismo antipolitico in versione soft (“mi consenta”); ci fu l’alternanza, lo sdoganamento della destra in funzione bipolare e la riduzione della sinistra comunista all’Ulivo di Prodi e al partito democratico. Però dopo la parabola berlusconiana, dopo la disastrosa parentesi dei tecnici e la veloce eclissi renziana, siamo arrivati a La Feccia, che potrebbe essere il titolo di una saga sull’era presente della politica, aggravata dal covid.

Cos’è la feccia? È il residuo melmoso che si deposita sui fondi del vino, le sostanze più grevi residue in barile. Nel gergo corrente e figurato indica la parte peggiore della società o di un mondo. Le fasce meno produttive della società, i meno preparati e meno competenti, i detriti di una società, i rimasugli di una categoria.

La feccia è emersa soprattutto sul terreno della politica travestita di populismo: quando vanno al potere gruppi e individui senza alcuna qualifica o formazione, alcun curriculum, alcuna storia e provenienza politica; quando il loro pregio è solo la verginità di esperienze e mestieri, immunità alla cultura, assenza di carriera politica e ruoli significativi nella società; quando uno vale uno, a tutti lo stesso reddito, nomine a sorteggio e Vaffa generale, si può dire che la feccia vada al potere. La feccia riguarda gran parte dell’attuale classe di governo, inclusi i loro nominati, e alcuni settori dell’opposizione. Non a caso il blocco sociale di riferimento della feccia non è costituito da ceti produttivi, lavoratori o professionisti, operai o commercianti, dipendenti, salariati o partite Iva; ma disoccupati e spostati, il popolo del reddito di cittadinanza. O quelli che furono definiti “scappati di casa”. Dovevano aprire il parlamento come una scatola di tonno: il tonno è sparito, è rimasto il residuo gelatinoso.

Ma la feccia riguarda anche altri ambiti e denota il degrado delle classi dirigenti: per esempio quel fondo melmoso, tra partigianeria, carrierismo e affarismo che ha portato alla luce nella magistratura il caso Palamara. Lotte di potere, sentenze pilotate, campagne orchestrate, cordate di clan. Quel mondo oscuro delle toghe è il rimasuglio di quel che era la magistratura ai tempi della civiltà giuridica. Ora sentenze politiche, indagini a orologeria, obbiettivi mirati, pressioni di tipo camorristico.

O altro esempio di feccia, quel sottobosco universitario fondato sugli stessi criteri emersi nella magistratura, in cui si fa carriera, si pubblica, si trovano padrinati per logiche, cartelli di appartenenza, affiliazioni di clan in cui il merito, la capacità, gli studi non contano nulla o contano poco; da quel mondo deriva l’attuale presidente del consiglio, non certo dalla tradizione prestigiosa dei giuristi prestati alla politica, come furono i Vassalli e i Giugni, i Rodotà e i Cassese, i Conso e i Bonifacio, solo per citarne alcuni, senza risalire ai padri costituenti. Ora, al tempo della feccia, abbiamo Conte…

O ancora, il potere mafioso delle organizzazioni culturali e dei gruppi che controllano e determinano i successi e gli insuccessi editoriali, al cinema, in tv. La feccia è pure in quel mondo di sotto che affianca l’odierna politica, ed è cresciuto a sua immagine e somiglianza, per esempio nell’informazione pubblica, e che ne è la prosecuzione nella società civile; o quel mondo in cui si fa carriera per meriti sessuali e omosessuali (le lobbies omosessuali in politica, nelle istituzioni e nell’informazione pubblica sono un’altra rappresentazione della feccia). Se la casta era circondata da faccendieri, la feccia è attorniata da traffichini, versione pezzente dei faccendieri.

La feccia è pure quel che resta della politica di un tempo, dopo la rottamazione, le scissioni e i ricambi peggiorativi; la feccia è il rimasuglio politico di epoche diverse; se togli alla politica le sue motivazioni alte, le sue giustificazioni più significative, la battaglia contro le ingiustizie sociali ed economiche, se la politica diventa solo gestione e conservazione con ogni mezzo e a prezzo di ogni dignità del potere acquisito, allora anche i residui della politica passata, a partire dalla sinistra di potere, sono la melma rimasta dopo che è finita la stagione delle passioni civili.

Il tempo della feccia non ha ideologi o intellettuali ma influencer e animatori, non ha esperti e ricercatori ma star e figurini da talk show, non ha eroi, al più vittime, non ha artisti o scrittori che giganteggiano ma palloni gonfiati e posatori. È tempo che qualcuno scriva il seguito a La Casta, o meglio il suo contrappunto. La Feccia.

MV, Panorama n.48 (2020)

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Dopo la Casta venne la Feccia

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