Foibe, Veneziani: “Bisogna avere il coraggio di citare i sicari: furono i comunisti”

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DI MARCELLO VENEZIANI

“Abbiate l’onesto coraggio di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze”. In vista del Giorno del Ricordo, che ricorre domani, Marcello Veneziani rivolge una “raccomandazione” alle “autorità”, perché abbiano “l’onesto coraggio” di dire quello che quel massacro fu davvero, citandone apertamente i “sicari”, che “furono i comunisti“. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe”, aggiunge Veneziani.

Ecco perché le Foibe finirono nell’omertà

Per il giornalista, che all’argomento dedica un lungo articolo su La Verità dal titolo “Parlate di Foibe? Dite la parola comunismo”, il Giorno del Ricordo “è l’ultima commemorazione dedicata all’amor patrio istituita nel nostro Paese”, e va preservata dal “calendario dell’oblio” e dalla “indecorosa semiclandestinità” in cui sono finite tutte le altre ricorrenze nazionali. “Le foibe – prosegue Veneziani – finirono nell’omertà sin da quando furono perpetrate. Perché tiravano in ballo le responsabilità del Pci e dei partigiani rossi nei massacri; incrinavano il rapporto con la vicina Yugoslavia di Tito; c’era il tabù della cortina di ferro e non si dovevano sfrucugliare gli assetti stabiliti”. “Furono per decenni – ricorda – il ricordo atroce di una minoranza di profughi e il ricordo polemico di una minoranza di ‘patrioti’, in prevalenza legati al vecchio Movimento sociale italiano e ai monarchici. Infine fu ufficializzato il suo ricordo con l’istituzione della giornata”.

“Un capitolo nostrano degli orrori del comunismo”

Rifiutando la “pretesa assurda e meschina di bilanciare con il Giorno del Ricordo la Giornata della memoria” e di svolgere “odiosi paragoni contabili”, Veneziani è comunque costretto a mettere a paragone le due ricorrenze, ricordando che “per ogni ricordo delle foibe ci sono 100 ricordi istituzionali e mediatici della Shoah“. Lo fa perché, al di là dei numeri che sono “imparagonabili”, “l’orrore delle foibe assume grande rilievo, numericamente più rilevante della stessa Shoah, se è inteso come un capitolo nostrano degli orrori perpetrati del comunismo nel mondo, che si contano – come scrisse Stéphane Courtois – in 80 milioni di vittime, in gran parte non in tempo di guerra”.

“Non menatela con i fanatismi nazionalistici”

Veneziani invita, quindi, a non rimuovere la verità storica e a mettere da parte lo “Scurdammoce o’ passato” che sembra essere il nostro “unico inno nazionale”. Per questo rivolge la sua “raccomandazione alle autorità per la giornata di domani”. “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe. Non fu semplicemente – sottolinea – il frutto di una guerra tra odii nazionalistici. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani, che sposarono – come scrissero in un documento infame dell’epoca – la tattica delle foibe“.

Veneziani: “Chiamate i sicari per nome: furono i comunisti”

“Abbiate l’onesto coraggio – sono le parole di Veneziani alle autorità – di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze. È come se nella Giornata della Memoria non fosse mai citato il nazismo ma ce la prendessimo con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nell’invasione della Polonia e poi nella caccia e lo sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole dello sterminio e va citato per nome: il nazismo per la Shoa e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Le responsabilità dei comunisti italiani nelle Foibe

Lo sterminio degli italiani nelle foibe e la loro espulsione-espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista; la guerra di classe dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi; la guerra etnica contro gli italiani. Non saltate i due precedenti passaggi e abbiate l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti“. “Il nazionalismo – avverte Veneziani – in questo caso c’entra assai meno. Tant’è vero che collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani, i quali si sentivano prima di tutto comunisti. E solo dopo, ma molto dopo, italiani. Per senso storico e carità di patria – conclude Veneziani nel suo articolo su La Verità – teniamo a mente che i carnefici del passato non hanno eredi”.

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Foibe, Veneziani: “Bisogna avere il coraggio di citare i sicari: furono i comunisti”

Palamara ad Affari:‘La spartizione continua. In magistratura tutto come prima’

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DI ANTONIO AMBROSI

Credere nella giustizia? Dubbi, correnti, corporativismo, Cossiga, magistratura che cambia il corso della storia. Dopo il libro Palamara a 360 gradi, rivela…

“A fronte di quanto successo e di quanto si legge, riga per riga, nel suo libro con Alessandro Sallusti, la frase che c’è nei tribunali ‘La legge è uguale per tutti’ è ancora vera?”

“L’auspicio del libro è che la legge sia uguale per tutti. Il motivo per il quale si entra in magistratura è quello. Lo rivendico orgogliosamente ed è quello che mi ha ispirato e mi ispirerà sempre”.

“Lei dice che oggi ‘racconta’ perché lo deve ai tanti magistrati che non c’entrano con il sistema che descrive nel libro. Perché, dopo tutto quello che è successo, le dobbiamo credere e pensare che le sue parole siano sincere?”

“Perché l’idea e l’immagine che il sistema delle correnti potesse identificarsi solo con una persona è un’immagine che penso non convinca più nessun magistrato. Non convince i tanti magistrati che nell’immediatezza dei fatti fecero circolare una lettera aperta a Palamara, sulle mailing list, chiedendo di spiegare quello che era accaduto. Ed è quello che ho fatto. Non c’è un prima e un dopo. C’è la volontà di fare una riflessione sul sistema che comprende anche me. Ma non può ‘comprendere solo me’”.

“Lei racconta nel libro, ma lo abbiamo anche capito in parte dalle sue intercettazioni, dei casi De Magistris, Salvini, Gratteri, Mastella, Forleo, Berlusconi, cioè di quando la magistratura, in qualche modo, fa politica nel Paese. Non fa più paura della politica che esercitano i politici? La magistratura ha più strumenti della politica, incidendo sulle libertà e sulle proprietà, sulle vite delle persone e può distruggerle. E la magistratura ha cambiato il corso della storia?

“La magistratura vive nella storia, vive nel rapporto con le altre istituzioni. Il problema dei rapporti tra magistratura e politica esiste, tanto è vero che nel 1948 i costituenti previdero l’autorizzazione a procedere nell’articolo 68, creando una linea di confine”.

“E’ stata superata questa linea di confine?”

“E’ stata abbattuta nel 1993 quando il parlamento, dopo i noti fatti che riguardarono l’onorevole Craxi, la toglie. Da quel momento c’è un’inevitabile sconfinamento, al di là della legittimità delle inchieste. La politica si sente scoperta quando c’è un doveroso accertamento della magistratura. E’ ovvio che la magistratura deve indagare nei confronti di tutti, nessuno escluso. Ma si determina uno sconfinamento che oggi rimane limitato solo esclusivamente a quando c’è una richiesta di misura cautelare. In quel caso torna la palla in mano alla politica ma non essendoci invece per la richiesta di rinvio a giudizio quell’elemento non è più rimasto nelle mani della politica e viene strumentalizzato all’esterno. Questo è il cortocircuito. Il politico deve pensare che il problema c’è e va risolto”.

“Quando il cittadino sente queste cose e le trasla su sé stesso che deve pensare? Cioè se al corpo più potente del Paese accade questo a me che può succedere?”

“Il cittadino comune deve avere fiducia nella giustizia. Ci sono tanti magistrati che a questi meccanismi sono totalmente estranei, non partecipano alla cosiddetta organizzazione del potere che è limitata solo ad una cerchia ben individuabile di persone: coloro i quali procedono con le nomine, non uno solo ma i rappresentati di più gruppi. Ogni corrente ha un rappresentante, ogni corrente cerca di piazzare il proprio uomo nell’ufficio più importante, ogni corrente cerca di aumentare il consenso all’interno della magistratura. I problemi che hanno riguardato la mia persona si inserivano in questo contesto”.

“Quindi ad un cittadino che è in causa con un magistrato cosa consiglia? Oltre a farsi il segno della croce, visto lo spirito corporativo che incombe e difende i colleghi. Cosa deve fare? Avere un grande e potente avvocato? Avere molti soldi per le cause? Sperare in chi è slegato da queste logiche corporative? Ma come è possibile avere questa speranza se poi il potere all’interno della magistratura, anche nelle nomine del magistrato locale, funziona come lo descrive lei?”

“Al cittadino dobbiamo ricordare sempre che c’è un articolo fondamentale che dice che il giudice è soggetto soltanto alla legge e quindi il magistrato deve ispirarsi soltanto a quei principi ed esistono i mezzi di impugnazione. Il consiglio è di avere fiducia e ricorrere a tutti gli strumenti processuali che l’ordinamento gli mette a disposizione, nessun escluso. Il tema però di cui parlo io è legato all’organizzazione interna della magistratura, su come ha voluto dare attuazione all’autonomia e indipendenza sancita dalla Costituzione.”

“Come si fa quando il magistrato può essere guidato da suoi interessi personali e nessuno può fare nulla? Le faccio un esempio spicciolo: un magistrato coinvolto, nella questione che sta dirimendo, perché legato affettivamente alla compagna dell’indagato e lo perseguita, come è possibile avere fiducia?”

“Queste sono situazioni che il Consiglio Superiore, teoricamente la Procura generale… mi lasci dire… invece di preoccuparsi solo delle mia chat… dovrebbero preoccuparsi anche di cose del genere”.

“Ha dedicato molti anni a mediare tra le correnti della magistratura, dedicherà ora il suo tempo a demolire e raccontare questo mondo che i più non conoscono?

“Più che demolire a contribuire ad un’opera di reale rinnovamento della magistratura, quella che tanti magistrati mi chiedono.”

“La disaffezione per la politica ha prodotto l’antipolitica, il caso Palamara e le sue critiche a cosa possono portare? Ci può essere una deriva o no?

“Mi auguro che la magistratura sappia riscattarsi e che al di là della mia vicenda personale possa portare innanzitutto a squarciare il velo dell’ipocrisia interna”.

“Cresce nel Paese un sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni, ora anche della giustizia. E’ un sentimento molto pericoloso. La magistratura ha in sé la capacità di riformarsi nel sentimento di vicinanza con il cittadino, con quel senso comune di giustizia? E come?”.

“Ci sono tanti magistrati che preferiscono stare più riparati e tranquilli. Ma le assicuro che esistono tanti magistrati che hanno questi sentimenti”.

“Lei ha detto: La magistratura è una casta che alimenta il sistema di cui facevo parte. La magistratura come può uscire da sola da questa situazione?”

“No, no, diciamolo meglio. Esiste un problema giustizia, è evidente. Nel 1987, su iniziativa dei Radicali ci fu un referendum. L’80% degli italiani si espresse a favore della responsabilità civile dei magistrati e quindi contro i magistrati. Nel 1996 il ministro Flick volle introdurre le pagelle e i magistrati dissero ‘no, non vogliamo farci controllare’. Questi erano segnali che forse noi non abbiamo saputo raccogliere. Perché è prevalsa l’idea dell’autoprotezione della casta. Qualcosa poi non ha funzionato, nei casi De Magistris, il caso Forleo, anche il libro che sta andando così forte dimostra che c’è volontà di capire, di sapere e che la vicenda non può essere ridotta a una persona, una serata, eccetera. Se ci sono 50 magistrati che si muovono in un certo modo non è una cosa da niente, sono 50 magistrati e come funziona questo sistema andava spiegato bene e non è stato fatto…”.

“Anche da quello che scrive, se non lo sapevamo prima, i magistrati non sono dèi ma uomini ed hanno i pregi e i difetti degli uomini…”

“Assolutamente si”.

“Ora la questione é: il primato della giustizia può venire prima delle piccolezze, del credo, dell’interesse, dell’ideologia dell’uomo magistrato? Questo dubbio si solleva in tutte le vicende raccontate…”

“Però la giustizia è un bene talmente supremo e fondamentale in uno Stato democratico che deve venire prima di ogni cosa, di ogni singola vicenda personale, deve vincere la giustizia”.

“Lei si ritrova adesso, ora si è anche iscritto al partito Radicale, in modo diverso e con un altro tipo di storia dalla stessa parte della barricata di personaggi enormi come Sciascia, Cossiga, Tortora con quel clamoroso errore giudiziario che lo riguardava e che poi originò il referendum che citava. Non le sembra tardi? Perché è questa la critica che le viene fatta…”

“Lo so ma io facevo e ancora adesso faccio il magistrato. Io le critiche le accetto volentieri ma se dovevo parlare prima, prima quando? Io sto parlando… sono ancora dentro la magistratura. Ancora non me ne sono andato”.

“Intendo prima della sua vicenda personale, prima delle inchieste che la riguardano…”

“Chi mi ha frequentato e mi conosce sa quali sono le mie idee dentro la magistratura. Pubblicamente è chiaro: avevo un ruolo di rappresentanza politica ed ho difeso l’Anm contro Berlusconi, ad esempio. Nemmeno nel libro lo rinnego perché doveva prevalere l’idea dell’autoprotezione. Dal Csm ho partecipato al meccanismo correntizio che purtroppo caratterizza quel mondo. Lei potrebbe chiedermi ‘nella magistratura come va?’”

“Infatti ci si chiede, visto che la magistratura resta organizzata in correnti. Chi è oggi nel ruolo che assolveva lei? O con che cosa è stato sostituito per fare quelle mediazioni che lei faceva ?

“…come va? Tutto bene, grazie, va come prima. Visto che Affaritaliani può vivisezionare quello che dico andatevi a leggere l’ultima sentenza del Consiglio di Stato sulla Scuola superiore della Magistratura, lì c’è tutto. La sentenza è assolutamente emblematica sulla perpetuazione della spartizione”.

“Cossiga, uomo di legge e che aveva senso dello Stato, in un frangente particolare la offese e disse che l’Anm era un’associazione tra il sovversivo e il mafioso, un’espressione tremenda ed esagerata a cui però non vi furono seguiti legali, ma sentirla in bocca a un ex capo dello Stato faceva una certa impressione… Ecco, cosa pensa oggi di quella frase?”

“Furono parole ovviamente che mi colpirono sia sul piano personale anche per la forza e l’invettiva delle parole stesse, però è chiaro che l’Anm, come tutte le corporazioni intermedie, ha sofferto e soffre di una grave crisi di identità e soprattutto di un’attualità, basti pensare alla mia espulsione: su 10.000 magistrati ne erano presenti 100. E’ chiaro che qualcosa non funziona più”.

https://www.affaritaliani.it/politica/palamara-ad-affari-%E2%80%98la-spartizione-continua-in-magistratura-tutto-come-prima-720898.html

Conte ter: l’agente Zampetti in azione

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La parola dell’ “uomo che sussurrava ai potenti”
di Luigi Bisignani
Giuseppi ha un “agente all’Avana” che però non è Alessandro Di Battista. Si tratta invece di Ugo Zampetti, Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, segno zodiacale capricorno, creatura metà capra metà pesce. Missione: un Conte ter. Il grand commis sta lavorando alacremente affinché solo il dimissionario governo giallo-rosso si ricomponga. Sempre che, nello schema che sta esplorando la giovane marmotta Roberto Ficoil Pd di Zingaretti decida di suicidarsi definitivamente. Fuori ancora da Palazzo Chigi e dal Viminale, dove dovrebbe restare la sceriffa Luciana Lamorgese, preferita dal nostro agente Z, ma anche adieu al Mef, dove siede lo zelante Roberto Gualtieri, punta di diamante della scuderia di Goffredo Bettini, il più intelligente e sottile dirigente del Pd. Al suo posto, come pretende Matteo Renzi, un tecnico come Carlo Cottarelli o, direttamente catapultato dalla Bce, Fabio Panetta. Purtroppo i tentativi di Renzi con Mario Draghi Premier stanno andando in fumo, deciso com’è, da classica primadonna, ad entrare in campo solo quando spread e mercati finanziari ci gireranno definitivamente le spalle.

Zampetti, ambizioso e spregiudicato

Ma chi è davvero l’agente Z? Zampetti, apparentemente schivo, con una bella chioma bianca, un’aria ammiccante e galante, è una vera e propria macchina di potere che governa con piglio deciso i meccanismi del Colle, di cui tiene saldamente le fila insieme ai milieu che contano, dalle banche all’Intelligence. Appassionato lettore di Federico De Roberto, del quale ha apprezzato soprattutto il romanzo incompiuto L’imperio, il cui protagonista è don Consalvo Uzeda, uomo ambizioso e spregiudicato il quale, eletto deputato, si trasferisce a Roma dalla sua Catania a farsi largo nella vita politica. Tifoso della Lazio, gran camminatore nei giardini del Quirinale, oltre ovviamente al Presidente Sergio Mattarella, ha due ideali punti di riferimento: Leopoldo Elia, il grande giurista cattocomunista con il quale si laureò con una tesi in diritto costituzionale, e Luciano Violante, che lo volle segretario generale della Camera, incarico che ha tenuto per quasi un ventennio. Due fari che lo vedono fieramente contrario al centrodestra, Salvini e Meloni in testa e soprattutto a Matteo Renzi ma anche alla possibilità di nuove elezioni sognando un secondo mandato al Colle affianco al suo Capo.

Con Mattarella, anche per consuetudine familiare da parte dei genitori, il rapporto è iniziato quando, uno come deputato e l’altro come funzionario, hanno iniziato a lavorare nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Dall’elezione a giudice costituzionale, Zampetti gli è sempre rimasto fedele, con appuntamento fisso la domenica mattina nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Nelle consultazioni di questi giorni siede costantemente alla destra del Presidente mentre alla sinistra prende diligentemente appunti Daniele Cabras, Consigliere parlamentare, figlio d’arte anche lui di un altro autorevole esponente della sinistra Dc, con Giovanni Grasso fuori dalla porta come un corazziere a controllare che tutto proceda regolarmente.

Regista del Conte ter

Qualche inciampo però non manca mai, come quando è entrata la delegazione più numerosa, quella del centrodestra. Si sono accorti che erano in tredici e tutti a chiedersi chi fosse il “Giuda” di turno. Forse in realtà più d’uno. Oppure come quando qualcuno, in tempo di Covid, ha cercato di bere scartando la plastica attorno alle bottigliette con un fruscio ampliato dall’eco del salone.

Spigolature a parte, sarà proprio Zampetti, se la missione andrà in porto, a costringere Conte di dover fare a meno del suo amato talent scout Fofo’ Bonafede alla Giustizia giacché pare che, come Guardasigilli, è destinata una nuova star, Marta Cartabia, cattolica garantista, da sempre nel cuore di Mattarella. Ma siccome il primo amore non si scorda mai, Conte si farà ancora una volta concavo o convesso e pare che si porterà il suo Bonafede a Palazzo Chigi, come sottosegretario al posto di Fraccaro che già strilla. E lì si troverà a collaborare con Alessandro Goracci, che proprio Zampetti ha voluto come capo gabinetto di Conte, una sorta di suo ‘infiltrato’ personale. Il mondo dei Palazzi è piccolo, ma tutto gira. Soprattutto a suon di valzer e piroette.

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Conte ter: l’agente Zampetti in azione

Governo giallorosso? Il peggiore della Repubblica

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La crisi del governo Conte è una svolta di grandissima importanza. Non solo, finalmente, cade il peggiore governo di sempre nella Repubblica, ma si apre una possibilità e una scelta su quello che sarà il futuro del nostro paese. Scelta che il passato governo per incapacità e modestia rendeva di fatto impossibile. Purtroppo la possibilità che si possa dare vita a un Conte ter è ancora viva e, in tal caso è realistico attendersi il triste primato di un podio per i tre peggiori governi della Repubblica con il Conte II, il Conte I e poi il Conte III non si sa ancora quest’ultimo su quale gradino del podio, ma altrettanto realistico sarebbe, in questo malaugurato caso, attendersi una rovinosa fine di questo trittico letale tra non molti mesi per tutto il paese.

Tutti i disastri dei giallorossi

L’ultimo governo Conte è stato di gran lunga il peggiore d’Italia. Nei 17 mesi in cui è durato non ha portato avanti nessuna delle riforme promesse (eccezione il family act dell’ottimo ministro Bonetti) e ha gestito la pandemia con i peggiori risultati in Europa sui quattro assi che contano: numero di decessi per abitante, calo del Pil, aumento del debito e giorni di chiusura della scuola. Era difficile fare peggio di tutti su ogni asse, ma Conte ci è riuscito e tra poco vedremo i pessimi risultati sul quinto asse, cioè le vaccinazioni che dopo l’inizio facile negli ospedali stanno rallentando in modo molto marcato e non certo per le ridicole accuse a Pfizer.

Oltre ai pessimi risultati di sintesi la lista degli “errori” e delle sgrammaticature istituzionali è davvero molto lunga: il ritardo nell’erogazione della Cig, gli inutili e costosi banchi a rotelle, la totale impreparazione del ritorno a scuola a settembre, le isole di vaccinazione con le primule, 60 milioni di commissioni pagate dal fornitore cinese di mascherine a oscuri intermediari, gli errori marchiani su Ilva e Alitalia, il cashback, la strategia dei colori con parametri oscuri e in continua evoluzione comunicati la sera prima, i presunti hacker del sito Facebook ufficiale di Palazzo Chigi che mascherano un utilizzo spregiudicato di “dark web” da parte di Rocco Casalino, e molti molti altri episodi che è quasi inutile elencare.

Ma al di là dei pessimi risultati ci sono due ulteriori elementi, di forma e di sostanza, che devono fare riflettere sull’eventualità che si possa arrivare al Conte ter. Nella forma un uso sconsiderato e quasi da regime dittatoriale della propaganda. Mai si era visto un asservimento coi totale dei media (la presenza totalizzante di Travaglio e affini in tv, l’azzeramento della critica di Corriere e Repubblica nonostante i ripetuti errori, le veline di Casalino, le conferenze stampa bulgare di Conte e Arcuri, ecc ecc) e mai si era assistito a un insieme di propaganda anche di basso livello (Casalino..) con un minimo contradditorio. Basti riflettere invertendo le parti sul fuoco di fila che si sarebbe scatenato contro Salvini, o, peggio, sul linciaggio subito da Renzi in queste settimane per avere esercitato un suo sacrosanto diritto politico.

Nella sostanza l’uso sconsiderato del deficit pubblico che prima in nome della pandemia, e poi in nome dei presunti 209 miliardi del Recovery fund ha comportato una spesa abnorme, senza vero impatto sulle prospettive di ripresa e con uno spreco colossale di denaro pubblico che costerà pesanti future tasse per i nostri figli. È il collegamento tra i due elementi a dare la vera e più sostanziale sintesi di Conte che proietta purtroppo un’ombra sinistra sul futuro.

CamaleConte assettato di potere

Conte è il nulla, se non quando si tratta di difendere il suo ruolo e li diventa “assoluto”. È vegano per Ciampolillo, amico e sostenitore di Trump se lo incontra e se fa incontrare in segreto il suo procuratore Barr per incastrare Biden, amico di Biden quando eletto, riceva la “badante” Maria Rosaria Rossi e la pasionaria Renata Polverini fino a pochi giorni prima esecrate se gli servono due voti, pro famiglia e contro l’eutanasia con Paola Binetti a cui promette il ministero della Famiglia e nello stesso tempo legato alle posizioni opposte di Leu sugli stessi temi, anti Mes con i 5 Stelle ma mai ufficialmente con il Pd che all’opposto lo chiede. Conte insomma è liquido, dice tutto e il contrario di tutto, non prende posizione, non fa nulla fino a rischiare di perdere la bandiera italiana alle Olimpiadi per timore di inimicarsi una frangia dei 5 Stelle, ma, ed è questo l’aspetto inquietante, usa pervicacemente lo Stato per mantenere e difendere il proprio ruolo e potere.

Usa lo Stato e il potere in ambito economico con due tecniche entrambe di antica memoria (gli anni ‘80 e ’90 del consociativismo) vale a dire la spesa pubblica clientelare per sussidi a pioggia, e l’utilizzo delle poltrone per assicurarsi supporto parlamentare. Cosi facendo rende l’azione di governo assolutamente inefficace, con una squadra palesemente incompetente creata per soddisfare 5 Stelle e Pd/D’Alema e indebita l’Italia in modo sconsiderato utilizzando quello che Mario Draghi ha definito sinteticamente debito cattivo.

Conte è l’opposto di una statista, è uno spregiudicato power broker, che arrivato a esser primo ministro senza ne arte né parte, si innamora del ruolo fino a invertire il fine (amministrare bene) con il mezzo (gestire potere). La crisi in corso ne è l’ultima dimostrazione plastica con la ricerca disperata dei “costruttori” senza un minimo di valori comuni, proclamandosi liberale e moderato dopo che ha raccolto i voti dell’estrema sinistra e dai 5 Stelle, e, prima, della Lega.

Poco rileva ricordare che Conte abbia potuto comportarsi così per effetto della sciagurata elezione del 2018 con la rappresentanza dei 5 Stelle cosi numerosa, per gli errori enormi e la modesta cultura politica e non di Salvini, e per la modestia intellettuale e di visione del segretario Pd eterodiretto da D’Alema. Il fatto rilevante è che Conte sia questo, privo di una visione se non la conservazione a ogni costo e compiacendo tutti della sua base di potere. Di per sé questo sarebbe già sufficiente a escluderlo dal futuro ma diventa invece nulla di meno che drammatico nella situazione in essere oggi. Il futuro che ci attende è una stagione di scelte chiare nette e ahimè potenzialmente molto dolorose. Scelte che se fatte per “compiacere” come sempre fa Conte porteranno l’Italia alla rovina.

Giovanni Cagnoli, 27 gennaio 2021

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Governo giallorosso? Il peggiore della Repubblica

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

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di Matteo Castagna (articolo pubblicato anche su Veronanews.net del 23.01.2021)

 

di Matteo Castagna – – L’anno del centenario “1921-2021” è il calendario di manifestazioni con cui Livorno ricorda, a partire da giovedì 21 gennaio, l’anniversario della nascita del Partito Comunista, che avvenne in quello stesso giorno nel 1921 tra due teatri: il Goldoni (dove si teneva un secolo fa il XVII congresso del Partito Socialista) e il San Marco, nel quale si trasferirono i fuoriusciti dal Partito Socialista Italiano, ovvero gli aderenti alla frazione comunista capitanati da Amadeo Bordiga, alla presenza, tra gli altri, di Antonio Gramsci.

Il programma di iniziative si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno: in estate e in autunno è attesa una grande mostra celebrativa. Alle Poste centrali di via Cairoli è stato emesso l’annullo del francobollo celebrativo del centenario del Congresso di Livorno. Al Teatro Goldoni il francobollo è stato presentato nel corso di una cerimonia con il presidente della Regione, Eugenio Giani, il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, la giunta e il consiglio comunale. E’ stata inaugurata una mostra dedicata alla scissione di Livorno, costituita da pannelli affissi su una serie di totem posti a “falce” nella piazzetta di fronte all’ingresso del luogo in cui maturò la fuoriuscita dal Psi. A ricostruire la storia, testimonianze da giornali dell’epoca, da libri e da foto dei luoghi in cui si svolsero gli eventi.

Sabato 23 gennaio, l’associazione Uni Info News, con il patrocinio del Comune, ha organizzato un incontro dalla sala del Grande Rettile del Museo della Città, intitolato “C’era una volta il Pci. Viaggio attraverso la storia del più importante partito comunista dell’Occidente”. Come accaduto per altri avvenimenti cari alla sinistra, vi è una sorta di sospensione speciale di alcune regole imposte dalla pandemia, perché c’è qualcosa di “metafisico” che deve essere per forza onorato, cascasse il mondo e alla faccia del “vairus”: la nascita del PCI con questa bolsa ed ammuffita retorica, come un processo di beatificazione laico. Il social-comunismo, oggi divenuto globalismo, è una religione coi suoi riti, cui non ci si può sottrarre.

Spiega Lenzi a “Repubblica”:  “I primi eventi saranno simbolici, data la difficoltà in questa fase di emergenza sanitaria di inaugurare grandi mostre che potrebbero chiudere dopo pochi giorni, e data l’impossibilità di usare cinema e teatri, purtroppo ancora chiusi al pubblico, per rassegne culturali di ampio respiro. Si tratta comunque di un modo, per ‘segnare il posto’ in attesa del vero grande evento che appunto è programmato per dopo l’estate”. Insomma, a Livorno sanno già pure le date della fine della pandemia, così da poter modulare gli eventi celebrativi su di esse. Che robe!

Pare proprio che il muro di Berlino non sia crollato, che Achille Occhetto non avesse avviato la riforma della sinistra italiana, che il nuovo nome sia solo una facciata per nascondere quell’ideologia “intrinsecamente perversa” – come la definì Papa Leone XIII – che, tra foibe e gulag, non solo privò delle libertà fondamentali, in nome dell’uguaglianza sociale, ma si rese protagonista dell’eccidio di 90 milioni di persone nel mondo.

Lothrop Stoddard, parlando dopo gli sconvolgimenti bolscevichi che avevano ridotto la Russia a un inferno, ha affrontato il tema della degenerazione fisica e mentale come causa di rivolta contro i valori della civiltà, da parte di chi egli definì i “sub-umani” e scrisse: “le atrocità perpetrate da alcuni commissari bolscevichi sono così rivoltanti che sembrano spiegabili solo con aberrazioni mentali, come la mania omicida o quella perversione sessuale nota come sadismo. Nel 1919, ai tempi del Terrore Rosso a Kiev, tre psichiatri esaminarono alcuni di questi leader. La loro diagnosi fu che erano dei degenerati, di mente più o meno malsana. Inoltre, la maggior parte di loro erano degli alcolizzati; la maggioranza di loro era sifilitica, mentre molti assumevano droghe... “( capitolo VI del libro: “Rebellion of the Under-man” pag. 177)

Il sociologo francese Gustave Le Bon notò, nel “The World in Revolt” (New York, 1921) p. 179, che “la mentalità bolscevica è antica quanto la storia. Caino, nell’Antico Testamento, aveva la mente di un bolscevico. Ma è solo ai nostri giorni che questa antica mentalità ha incontrato una dottrina politica per giustificarla. Questo è il motivo della sua rapida propagazione, che ha minato la vecchia scala sociale“.

Se la nostalgia non prevalesse sul retto discernimento e se l’ideologia fosse davvero morta e se Stoddard non avesse ragione, si sarebbe colta l’occasione del centenario del PCI per un sincero e sereno mea culpa da parte di chi nel 1954 sostenne la “primavera di Praga” e, con l’approssimarsi della giornata del Ricordo, si sarebbe potuto approfittare per togliere l’ incredibile onorificenza concessa con decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 54 del 2 marzo 1970, al Maresciallo Tito come “Cavaliere di Gran Croce, decorato di gran cordone, al Merito della Repubblica”. Lui, che fece trucidare migliaia di persone, perché “colpevoli” di essere italiane.

Matteo Castagna

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Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

I responsabili? Un’invenzione di Mattarella

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È Sergio Mattarella il ‘novello Richelieu’ dei cosiddetti “costruttori”, pur di riuscire a traghettare questa maggioranza e questo Presidente del Consiglio fino alla fine del suo mandato e rigiocarsi il rinnovo. Infatti il Premier, appena fuori dal Quirinale, dopo le botte di Renzi, si presenta ancora più sicuro ed arrogante del solito. Ma questa volta l’operazione difficilmente riuscirà perché è in mano a politici di lungo corso, ben collegati con il Partito Popolare Europeo, che conoscono da tempo limiti e virtù di Mattarella e non si fanno certo blandire dalle promesse del Colle e dai sorrisetti melliflui e profumati di ‘Giuseppi’, sempre più orfano di Trump.

Conte il traditore

In più, non si fidano di Conte, visto che sinora si è sentito in un ‘Truman show’, ha tradito tutti i suoi alleati, a cominciare da Matteo Salvini, ed ha trattato con supponenza leali compagni di viaggio come Nicola Zingaretti e soprattutto Luigi Di Maio che l’ha messo al mondo. Del Capo dello Stato i “costruttori” ricordano bene quando vide di buon occhio la nascita di Ala da parte di Denis Verdini per poi costringere Paolo Gentiloni, mentre era al Colle con la lista dei ministri, a non far entrare nel governo alcun rappresentante di quel movimento appena costituito. I “costruttori” sono pronti, hanno già i numeri in tasca, ma solo per favorire una vera area di centro, cattolica, garantista e liberale, che possa magari aggregare anche in un secondo momento Italia Viva di Matteo Renzi e qualche scampolo più ragionevole del Movimento Cinque Stelle.

Conte invece, che ha sempre fatto del rinvio la sua unica vera arma, con appassionate telefonate notturne pretende subito i voti in Parlamento senza volersi neppure dimettere e poi si vedrà. È dall’estate scorsa che, tra le ridicole task force, Colao e gli Stati generali, tiene bloccato il Paese. E pure sul Recovery fund, scritto e riscritto ogni notte all’impazzata dal Mef con numeri a casaccio, l’Europa ormai vuole chiarezza perché non si fida più dell’accoppiata Conte-Gualtieri che fino ad ora ha solo impegnato 150 miliardi di euro senza alcuna strategia economica. Tanto che, appena entrata in vigore la Legge di bilancio, tutta in deficit e con incentivi a pioggia, il Governo ha già in animo di distribuire, con lo stesso scriteriato metodo random, altri 32 miliardi.

Disastro giallorosso

Al Quirinale sanno benissimo che Ursula Gertrud von der Leyen considera il Piano fatto dall’Italia assolutamente insufficiente, senza un elenco puntuale degli investimenti, opera per opera, come hanno fatto con precisione chirurgica gli altri Stati.

L’opinione della Commissione è che l’Italia, con questo esecutivo aggrappato ad una manciata di voti e una burocrazia paralizzata, non è in grado di portare avanti le opere necessarie per far ripartire il Paese, rischiando di innescare una ancora più devastante crisi economica che potrebbe far saltare l’intera Europa. Del resto l’Italia, a parte lo storytelling montato da Casalino, anche sul Covid, con il pasticciaccio di tamponi e vaccini è il fanalino di coda nel mondo. Secondo un rapporto riservato dell’Oms, siamo la Nazione che, pur avendo applicato la formula più costante e restrittiva di lockdown, ha il più elevato tasso di mortalità, soprattutto in rapporto a Brasile e Stati Uniti che hanno imposto chiusure solo in minima parte.

Per Conte, dopo la sonora sconfitta del derby calcistico della sua Roma contro l’odiata Lazio, inizia una settimana di fuoco che rischia di rimandarlo a fare l’avvocato con le adorate polacchine ai piedi. A Mattarella, che crede tanto nei “costruttori”, per essere credibile non resta che concedere la grazia a Verdini che dei “responsabili” è stato il martire assoluto.

Luigi Bisignani, Il Tempo 17 gennaio 2021

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https://www.nicolaporro.it/i-responsabili-uninvenzione-di-mattarella/

E ora cacciate Conte, l’autocrate in pochette

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Si può scrivere finalmente a chiare lettere, quello che tutti i leader, da Zingaretti a di Maio, dicono sottovoce e cioè che il Premier Conte è incapace di svolgere la funzione di Presidente del Consiglio? Si può dire quello che tutti pensano, dal Quirinale alla Corte dei Conti, che mai nella sua storia, Palazzo Chigi, ha vissuto un’incomunicabilità tra i Ministeri come quella attuale? Che mai i Ministri della Repubblica sono stati così distanti tra loro, che si presentano alla cieca nelle riunioni notturne di Consiglio? Che mai i testi legislativi sono usciti così raffazzonati e azzeccagarbugliati dalla Presidenza del Consiglio? Che mai le tabelle macroeconomiche sono state riscritte secondo i like dell’ultimo minuto all‘insegna della filosofia grillina?

Politica dei bonus

Con l’allergia ad ogni investimento, i bonus demagogici a pioggia e una smania di interventismo pubblico in economia che sta rischiando di affondare anche le più solide aziende di Stato. Dopo aver distrutto i conti pubblici con un deficit che viaggia verso il 12% del Pil, il debito oltre il 160%, le imprese, che il Pil dovrebbero generarlo, che chiudono anziché assumere e le giovani generazioni, che dovranno ripagare il debito, che crescono senza istruzione e senza futuro a causa della spregiudicatezza del Premier e i pregiudizi gonfi di invidia del Movimento 5 Stelle.

E come si può negare che in politica estera non abbiamo più alcun ruolo né in Europa né nel mondo e, soprattutto, nel Mediterraneo dove abbiamo perso ogni tipo di credibilità, Libia in primis? E in materia di intelligence, che dire della difesa ad oltranza di una delega che, anziché un onere, sembra solo una voglia di onore che nasconde una bulimia di potere senza precedenti nel nostro Paese?

Premier autoreferenziale

Questi sono i motivi per i quali, che piaccia o no, questa crisi è salutare per far uscire il governo Conte bis dalla melassa in cui si è ficcato. Un Premier che è uno, nessuno e centomila. Solo al comando, ma non decide, non ascolta nessuno, autoreferenziale, che fa fare anticamera anche agli ospiti più illustri e che risponde solo ai dioscuri che si è scelto e che lo guidano nella gestione non della cosa pubblica, ma della sua vanità: Rocco Casalino e Marco Travaglio. Su tutto una macchina mediatica monstre, fatta di sondaggi e di immagini costruite a tavolino nei corridoi di Palazzo Chigi o negli angoli delle strade attorno. La pandemia è sì una tragedia, ma è anche l’occasione per un governo di dare prova di efficienza e serietà e non la farsa alla quale assistiamo, dai banchi di scuola a rotelle al caos incomprensibile dei colori che cambiano ad horas e dei divieti schizofrenici.

Come finirà? Se mai si dovesse malauguratamente arrivare ad un Conte ter sarà fondamentale che i leader più rappresentativi entrino nell’esecutivo o quanto meno impongano al Premier una squadra diversa, non solo di governo, con l’uscita di un ministro più inconcludente di lui come Roberto Gualtieri al Mef e un sottosegretario alla presidenza più incisivo di Fraccaro, com’erano Gianni Letta con Silvio Berlusconi o Maria Elena Boschi con Gentiloni. Ma anche, e soprattutto, nella litigiosa squadra di Giuseppi, dal debole segretario generale Roberto Chieppa al capo dell’ufficio legislativo Ermanno de Francisco. Se si continua con questo spartito il concerto, come ha raccontato Federico Fellini, finirà in una vera tragedia con l’arrivo di uno spietato direttore tedesco. Questo il Colle lo sa benissimo e non può più far finta di nulla. Il re è finalmente nudo, ma almeno ha la pochette.

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E ora cacciate Conte, l’autocrate in pochette

Massimo Fini: “Ecco l’intolleranza dei tolleranti”

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Resta una delle menti più lucide di questi tempi…(Avv. Gianfranco Amato)

 

Fini: “Con la pretesa che Trump dice cose intolleranti, si fa intolleranza pesante nei suoi confronti. Impedire a una persona di comunicare con i social equivale a metterla in galera”

“Di cosa hai bisogno questa volta?”. Massimo Fini esordisce così dopo che lo contatto – per l’ennesima volta – nel giro di poche settimane. “Un’intervista”, gli rispondo, sperando dica di sì. Fortunatamente accetta, ma solo al telefono e di mattina perché “questo pomeriggio ho certi impegni per i quali ti manderei via a cannonate”.

Partiamo da quanto successo in America con l’assalto al Campidoglio. In che stato si trova l’Impero?

Il problema non sono quelli che hanno fatto questo pseudo assalto. Si è accusato Trump di aver fomentato la violenza, ma non è così. Il pensiero deve essere libero. Un conto è dire “devi uccidere Matteo Carnieletto”: questa è istigazione al crimine. Un altro è avere il diritto di dire “detesto Matteo Carnieletto”. L’odio è un sentimento, come la gelosia, e non si possono mettere le manette ai sentimenti. Non l’hanno fatto neppure i regimi totalitari, all’interno dei quali venivano proibite determinate azioni, ma non i sentimenti.

Proprio oggi, sul Fatto Quotidiano, hai “elogiato” Trump perché ha tolto il velo “alla mitica democrazia Americana”…

Certamente, questo è un suo merito. Preferisco la franchezza, anche brutale (sempre che non si arrivi alla violenza vera) piuttosto che l’ipocrisia liberal-democratica. Quindi preferisco Trump rispetto agli altri (e sono certo che mi daranno del nazista per questo).

E l’America?

L’America, però, è un Paese profondamente imperialista e guerrafondaio che, negli ultimi vent’anni, ha fatto almeno tre guerre devastanti che sono ricadute sull’Europa. Il concetto di democrazia, al di là dell’America, è in crisi. Si è rivelato il più intollerante dei sistemi. Non si può più dire niente in democrazia. Tutto è contrario a qualche sensibilità, e quindi viene demonizzato. È il tempo dell’intolleranza dei finti tolleranti.

Tutto questo è esploso da quando Trump ha perso le elezioni. Stiamo assistendo a un assalto contro il tycoon?

Questo mi ricorda una frase di Maccari: “I fascisti si dividono in due categorie. I fascisti propriamente detti e gli anti fascisti”. Qui, con la pretesa che Trump dice cose intolleranti, si fa intolleranza pesante nei suoi confronti. Oggi tutto si fonda sui social e impedire a una persona di comunicare con i social equivale a metterla in galera.

Come i social hanno cambiato la società?

In peggio perché enfatizzano qualsiasi sciocchezza, che poi diventa elemento di dibattito. Hanno rovinato anche il giornalismo, perché il giornalismo non si fa più in presa diretta ma andando a vedere cosa dicono i social.

C’è solo un politico che non è sui social: Putin. È un modello da seguire?

Sicuramente sì, anche se non sono d’accordo quando elimina gli oppositori. Un tempo la politica si faceva con i comizi in piazza e c’era un rapporto vero con le persone. Con Twitter e gli altri social ci può essere solo un rapporto falsato. E questo ha provocato una degenerazione generale della cultura. Oggi vedo talk show dove politici e giornalisti si azzuffano o si fanno moine reciproche. È difficile estrarre un contenuto da quei programmi, c’è una frenesia di fondo che impedisce l’approfondimento. Non so cosa accadrà alle prossime generazioni. La società postindustriale va sempre più veloce in tutto, finché non si schianterà. E questo perché un sistema che si basa sulla crescita esponenziale esiste in matematica ma non in natura. Per questo la nostra società collasserà su se stessa: ci vorranno meno di un centinaio di anni.

Non è che i social ci hanno reso anche meno liberi? Basta un cambio di regole per silenziare qualcuno…

I privati possono farlo perché sono diventati potenti, ma per legge non potrebbero farlo. Abbiamo creato un mondo virtuale e, in questo, il Covid è stato emblematico. A furia di immaginarlo, questo mondo virtuale, è arrivato qualcosa (il virus) che ce lo ha fatto vivere sul serio. Prima esisteva il virtuale e la realtà, adesso la realtà è diventata virtuale perché, per paura di morire, stiamo rinunciando a vivere. Per un governo, cent’anni fa, sarebbe stato impossibile imporre le limitazioni che sono state imposte oggi per il Covid. C’è stata un’epidemia drammatica, la spagnola, tra il ’18 e ’20, ma nessuno ha imposto le limitazioni che stiamo vivendo in questi giorni. Lo stesso è successo con l’asiatica nel 1957. C’è da chiedersi che cosa è successo: la capacità persuasiva del potere è diventata più forte? Siamo diventati più responsabili? Oppure, come penso io, oggi abbiamo una paura della morte che in altre stagioni non avevamo? Probabilmente concorrono tutte e tre queste cose. Di fatto viviamo come se fossimo in un lager. L’unica differenza è che siamo reclusi nelle nostre case al posto delle baracche sovietiche o naziste.

Però a tanti questa situazione pare non dispiacere. Se guardiamo i dati, molti rimproverano a Conte di non esser stato abbastanza severo…

A Conte rimprovero questo continuo stop and go, che è devastante, tanto psicologicamente quanto economicamente. Ogni settimana cambiano le regole del gioco. A questo punto è molto meglio la risposta data da Angela Merkel, che stimo anche perché tre anni fa ha detto che gli americani non sono più “gli amici di una volta” e che “dobbiamo cercare di difenderci da soli”. Questa è una presa di distanza dagli Stati Uniti, che nel frattempo sono diventati dei veri e propri competitor economici. La posizione della Merkel prevede una equidistanza fra Stati Uniti e Russia. E un buon rapporto con la Cina.

Forse, per Conte i problemi sono iniziati proprio con l’avvicinamento alla Cina…

Il suo è stato un avvicinamento intelligente che non è stato benvisto in America. Trump ha inoltre impedito a una serie di Paesi di commerciare con l’Iran, tra cui noi, anche se abbiamo ottimi rapporti con loro. Perché non dovremmo farlo? Basta con questa sudditanza, anche culturale.

Hai usato il termine “sudditi” che, tra l’altro, è anche il titolo di un tuo libro: com’è possibile essere sudditi in democrazia? Non è paradossale?

Vuol dire che la democrazia non è il sistema politico che ci immaginiamo. La democrazia è un animale multiforme, che ancora non sappiamo ancora bene cosa sia. Norberto Bobbio, che ha dedicato tutta la vita a cercare di definire la democrazia, alla fine ne offre una definizione così smunta che è come se non ci fosse. Non esiste la democrazia in realtà. La democrazia, probabilmente, è un sistema di metodi che va riempito di contenuti. Detto altrimenti, è una metodologia da riempire con i contenuti. Noi siamo riusciti a riempirla di contenuti materiali. Destra e sinistra sono categorie obsolete perché entrambe fanno perno sull’economico, nonostante l’esigenza dell’uomo contemporaneo sia esistenziale.

Come facciamo a riconquistare la nostra libertà? Chi non vuole più esser “suddito”, in maniera concreta, cosa deve fare?

Secondo me dovrebbe fare come ha fatto il Movimento Zero. Questo gruppo, formato da ragazzi giovani, ha comprato una cascina in un campo, ha imparato a lavorare i campi e a mungere una mucca. E così sono diventati autosufficienti. Adesso sono totalmente fuori da questo mondo.

 

DA

https://www.google.com/url?q=https://m.ilgiornale.it/news/cronache/fini-ecco-lintolleranza-dei-tolleranti-1916053.html&source=gmail&ust=1610572087014000&usg=AFQjCNHSJdKSiG7JPLlBL6pfA0yOGYmj_w

Ma la storia non finisce con Trump

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DI MARCELLO VENEZIANI

Alla fine doveva succedere. L’America era spaccata in due non da mercoledì, e nemmeno dalle presidenziali; già all’indomani dell’elezione di Donald Trump partì una campagna di odio che delegittimava il presidente, democraticamente e liberamente eletto e spaccava in due razze l’America, i trumpiani e i dem. Vari furono i tentativi di impeachment per rovesciare Trump e le campagne mondiali per colpirlo e ridicolizzarlo. Fu considerato subito un guerrafondaio in lotta contro il mondo e un dittatore che avrebbe riportato indietro gli States. E invece Trump, pur con i suoi atteggiamenti da guascone, non ha fatto nessuna guerra e ha fatto crescere gli Usa sul piano economico e del lavoro come non succedeva da anni. Il consenso a Trump cresceva e la sua conferma alla Casa Bianca era nell’aria un anno fa. Poi arrivò il covid e da un verso la campagna mondiale contro di lui, dall’altro le spavalderie di Trump lo portarono a perdere consensi e generare insicurezza.

Intanto il grand canyon tra le due Americhe si allargava sempre di più, all’insegna del reciproco disprezzo e si creava nel paese un clima di guerra civile. Gli antifa, le manifestazioni dei neri contro la polizia, le violenze degli uni e le repressioni degli altri, fecero entrare gli Usa in un clima di scontri e linciaggi. Alla fine venne il giudizio di Dio, il voto. L’America andò a votare come mai era accaduto, dissero che pure i morti erano stati mobilitati per impedire che Trump restasse alla Casa Bianca. Comunque l’esito fu un paese spaccato in due enormi fette, quasi equivalenti, ottanta milioni contro ottanta, circa.

La denuncia dei brogli da parte di Trump fu addirittura preventiva. Tante sono state le denunce ma nessuna alla fine è stata accolta. Tribunali faziosi, verdetti manipolati? Può darsi, ma finché non sussistono prove contrarie, bisogna accettare i verdetti; magari polemizzare, ma non rifiutarli sulla base di una convinzione, un presentimento, una dichiarazione di Trump. Così da più di un mese c’era una parte d’America, e anche da noi una fetta di opinione pubblica che si aspettava dalla Befana il ribaltamento dell’esito proclamato. Ogni volta che scrivevo di Biden presidente, c’era qualcuno che mi correggeva: ma che dici, vedrai che sorpresa a gennaio. E così quando il Congresso ha proclamato la vittoria di Biden la folla dei trumpiani si è ammassata davanti al Palazzo, ha prima tumultuato e manifestato, poi un gruppetto ha invaso il Congresso. Gran parte dei manifestanti erano lì con intenzioni pacifiche; ma ogni volta che si crea una tensione del genere, in presenza del verdetto e in prossimità fisica del Potere, qualcosa scatta e ci sono sempre esagitati. A sua volta la massa dei manifestanti era solo un campione, una minoranza degli ottanta milioni che avevano votato Trump ma non pensavano di impedire con la mobilitazione di piazza il verdetto annunciato, anche se sospettavano che fosse manipolato; tantomeno pensavano a un golpe. Sono gente di law and order, mica eversivi. Il clima pesante, aggravato dall’effetto traumatico del lockdown e dall’escalation dei contagi, ha esasperato gli animi e alla fine quello di Washington, è stato, si, uno spettacolo indecente ma è stato pure un rito di liberazione, catarsi e sfogo, prima di rientrare nei ranghi. Trump è stato il loro sobillatore fino al penultimo momento, poi alla fine ha fatto appello alla responsabilità, ha chiesto di manifestare pacificamente e rispettare le forze dell’ordine. Ma temo che verrà processato.

Piccolo paragone con la nostra storia: davanti ai presunti brogli elettorali nel referendum tra monarchia e repubblica, i Savoia non vollero eccitare gli animi, accolsero il verdetto, accettarono l’esilio. Anche il mezzo golpe di dieci anni fa contro il governo legittimo di Berlusconi, portò lo stesso Berlusca ad appoggiare il governo subentrante di Monti e votare perfino la proroga a Napolitano. Ma noi siamo diversi, nella prudenza e nella viltà…

Che dire dello spettacolo di Washington? La democrazia non procede a colpi di piazza, a furor di popolo, o semplicemente fidandosi della parola di Trump. Lui non è più affidabile e veritiero di chi lo accusa di smerciare fake news.

La democrazia sarà una mezza finzione, è esposta alle manipolazioni ma non c’è alternativa se non il golpe, la guerra civile, la rivoluzione. E anche se non ci piace, non si può pensare di governare con la forza la Grande Potenza americana contro l’Establishment interno e contro il Resto del Mondo.

L’errore superficiale dei trumpiani è credere che basti il proprio convincimento o la parola del Capo per accertare la verità e la menzogna. L’errore profondo è esaurire una battaglia politica, una visione ideale, una cultura e una storia nella battaglia personale per il leader. Trump visto come la gigantografia dell’americano, eroe solitario contro il sistema.

Chi gridava fuori dal Congresso “Iuesei” invocava un legame con una nazione, un popolo, una storia; quel legame non si risolve con Trump e in Trump. I Donald passano, gli Usa restano. I grandi temi che Trump ha bene o male rappresentato, toccano l’amor patrio, la difesa della famiglia, le tradizioni civili e religiose, il tema della sovranità, l’identità americana e la protezione economica, civile e culturale del Paese, il rigetto del politically correct, la preoccupazione per la globalizzazione made in China. Non possono finire con lui. Una lezione per i sovranisti, i leader populisti e le destre nostrane.

Vent’anni fa l’America fu sorpresa dall’attacco alle Torri Gemelle che nessuno prima avrebbe mai immaginato. Ieri l’America è stata sorpresa dall’assalto al Congresso che nessuno prima avrebbe mai immaginato; poche vittime ma simbolicamente molto forte. Speriamo che la prossima sorpresa che oggi nessuno immagina non siano i cinesi al comando dell’America, mentre il governo Usa fa il suo girotondo di neri, gialli, verdi, ispanici, gay e femministe intorno alla Casa Bianca, ribattezzata Casa Arcobaleno.

MV, La Verità 8 gennaio 2021

PS. Ma una donna disarmata, uccisa dalla polizia americana mentre tentava di entrare nel Senato non desta neanche un pensiero in quel branco di inginocchiati per il manifestante pregiudicato nero ucciso dalla polizia? È così bestiale e fazioso il loro senso dei diritti umani?

 

DA

Ma la storia non finisce con Trump

È permesso dire Befana?

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ma si potrà nominare la Befana invano, almeno per oggi, o si rischia di urtare la suscettibilità di qualcuno, che so, le femministe, l’Anpi, la Murgia, il Colletivo Lesbiche? Si potrà parlare di un personaggio che certamente non ispira Bella Ciao? È un insulto alle donne rappresentarla in quel modo indecente, con la scopa tra le gambe, le scarpe tutte rotte e il sacco gravoso sulle spalle? Penderà sui bambini l’accusa di molestie sessuali e sfruttamento femminile per la petulante richiesta di prestazioni alla suddetta vegliarda e la pretesa di estorcerle calze piene di regali? E gli adulti consenzienti rischieranno l’imputazione di tentato befanicidio perché lei è costretta a mettere a repentaglio la sua incolumità volando a rischio smog su mezzi molto precari, nella fascia notturna e calandosi in canne fumarie e camini accesi? Si risentirà il Sindacato Trasporti Aerei, che so, la Cgil-Befane? O una volta all’anno, almeno, è lecito restare nella tradizione senza nessuna regolamentazione politicamente corretta e sindacalmente protetta?

Si potranno poi citare, almeno oggi, i Re Magi o si devono prima dimettere dal regno e sottoporsi alle primarie? E se insistono a rivendicare la loro regalità dovremo subito seppellirli a Vicoforte? Si potrà dire che i suddetti tre regnanti vanno al presepe seguendo la stella cometa o devono per forza scaricare l’app col navigatore e lasciare le corone ai metal detector e proseguire a piedi perché la grotta è nella ztl? E non rischiano di essere fermati ai controlli doganali, uno per contrabbando di valuta (l’oro), l’altro per detenzione stupefacenti (incensi) e passa solo il terzo perché nessuno sa cosa sia la mirra? Ma soprattutto la loro presenza offende i migranti perché sono facoltosi e non bisognosi, portano doni e non chiedono aiuti, arrivano con mezzi autonomi e non con barconi di fortuna e accorrono per adorare il nostro Dio e non per imporne uno loro? E il Papa cosa dice, che dobbiamo trasformare i Re Magi in Poveri Migranti, di religione islamica magari, accolti nel presepe non da spaesati angeli ma da Organizzazioni non governative?

E il presepe, già il presepe, si potrà smantellare domani con l’idea di usarlo l’anno prossimo o si dovrà farlo esplodere gridando Allah Akbar e l’anno prossimo sostituirlo con una struttura polivalente, un po’ moschea, un po’ museo dell’olocausto, un po’ centro ricreativo per non credenti? Si potrà salvare solo l’albero per ragioni ambientaliste? E Gesù Bambino dovrà prima passare dall’anagrafe, Erode permettendo, per registrarlo come Perù Bambino e per escludere ogni paternità surrogata, anche divina, e ogni intrusione dello Spirito Santo? E la Madonna dovrà denunciare San Giuseppe perché lei è minorenne e lui maneggia seghe e bastoni e dunque è un potenziale violento? Tra i pastori adoranti dovremmo prevedere anche una quota gay e trans, più una percentuale di neri e di clandestini? Nel presepe sarà obbligatorio un insediamento rom? E tra i Re Magi almeno uno dovrà essere disabile? E come la mettiamo con tutte quelle pecore, quelle mucche e quegli agnelli che gremiscono il presepe, di cui è prevedibile la brutta fine, non teniamo conto dei vegani e degli animalisti? Il prossimo presepe si dovrà fare solo con i cereali? Apprensioni legittime soprattutto perché, come è noto, l’Epifania ogni festa porta via e da domani si torna alla realtà, che pressapoco è questa qua.

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