Renzi-Tosi: contrordine compagni, la guerra è finita

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Hiroo-Onoda
Hiroo Onoda (Kainan 1922 – Tokyo 2014)

Quisquilie e pinzillacchere, avrebbe detto Totò, bisogna essere uomini di mondo e imparare a starci. Bertucco come il giapponese Hiroo Onoda: accenda la radio e ascolti che la guerra a Flavio è ormai finita.

Tutti insieme appassionatamente. Oppure, contrordine compagni!, scegliete voi il titolo. Che spettacolo (in)degno del basso impero vedere sabato 10 ottobre a Verona i capetti del PD sgomitare attorno al Renzi-pacca-sulla-spalla-con-Tosi, fino all’altro ieri il Nemico numero 1, il Diavolo, il capo del vicesindaco condannato in primo grado per corruzione, l’uomo del traforo, dell’inceneritore

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=2Loq1uH5j6A

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VIDEO – E’ UFFICIALE: I DEBITI DE “L’UNITA'” E DEL PD? LI PAGHEREMO NOI. GUARDATE COSA SI SONO INVENTATI

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BONACCORSI

«Saranno tutti i cittadini a pagare i debiti dell’Unità e del Pd. A cominciare dai primi 95 milioni di euro dei decreti ingiuntivi. È emerso chiaramente dalle dichiarazioni della presidenza del Consiglio riportate nell’ultima puntata di Report e nelle notizie stampa. Non solo: fin dal fallimento dell’Unità del 1994 i debiti sono stati portati a carico dello Stato»: lo sostiene in un’interrogazione parlamentare il deputato del M5S della commissione Attività produttive Andrea Vallascas.

«Non fu un caso – scrive nel testo – che nel 2007, prima della nascita del Pd, i Democratici di Sinistra blindarono il proprio patrimonio immobiliare – valutato per circa mezzo miliardo di euro – dentro a una Fondazione Ds. La stessa che a sua volta ha poi ceduto gli stessi immobili un sistema di 57 fondazioni locali, presenti in tutto il territorio nazionale. Soggetti giuridici indipendenti e autonomi che gestiscono ancora circa 2400 immobili. Ma non più connessi al partito. L’obiettivo come ricorda la trasmissione Report, proprio quello di «fare da schermo e diventare inattaccabili dai creditori».

Fantastica la chiusura della Gabanelli: “Vendete quegli immobili e pagateli voi i debiti! Non laciateli pagare a noi!”

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VERONA SI SVEGLIA CON UN SINDACO DEL PD, DIMISSIONI SUBITO!

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IMG-20150917-WA0009POLEMICA POLITICA A VERONA

Il Coordinatore per il Nord Italia di Forza Nuova Luca Castellini, dopo gli accordi presi ieri a Roma da Tosi con Renzi dichiara: “La politica del peggior doroteismo è divenuta da anni una prassi consolidata nella nostra splendida città di Verona, bloccata in ogni opera pubblica di rilievo e con le municipalizzate in rosso. Il sindaco, del resto, è indaffarato nel doversi cercare un futuro politico dopo il flop delle Regionali (non certo un futuro lavorativo perché sarebbe chiedere troppo…).

Eletto come sindaco leghista, ha poi lavorato maggiormente al suo partito personale, poi è stato cacciato dal partito di Salvini e se ne è inventato un altro, il cui nome “Fare!” ha destato non poca ilarità tra coloro che le piazze e le strade della città le girano ogni giorno. Aspirava a diventare il leader del centro-destra e ora Verona si sveglia con un sindaco di fatto del PD. Coerenza vorrebbe le immediate dimissioni del Sindaco, che chiediamo a gran voce, certi di renderci portavoce di tanti!”
Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Cattolico “Christus Rex” chiosa: “i veronesi sono stanchi di promesse disattese, prese in giro e trasformismi. Non possono accettare ogni “capriccio” politico del primo cittadino, votato perché espressione di un movimento politico e di una maggioranza che, comunque, non sono più quelle del 2012. “Fare!” sì, ma le valigie e tornare al voto al più presto per ricostruire al meglio Verona”.

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Il rifiuto del consociativismo

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Segnalazione Quelsi

by Cristiano Mario Sabbatini

inciucioEsiste un apparato politico che ha dominato gli ultimi vent’anni di storia italiana, non Berlusconi, occupando ogni meandro delle istituzioni, ogni anfratto delle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, ogni aspetto della vita sociale e financhè culturale di questo paese.
Si chiama, oggi, Partito Democratico ed è la risultanza di quel che fu il famigerato Partito Comunista Italiano e di quella che era chiamata la sinistra democristiana nella cosiddetta prima repubblica.
Il vero asset centrale del Partito della spesa pubblica, non della Nazione.

I professionisti dell’intermediazione politica di ¾ dell’intera ricchezza prodotta in Italia.
I veri superstiti di quel modello sociale solo apparentemente buttato giù da Tangentopoli, il quale,. grazie alla loro opera, ha conservato ed esteso alla seconda repubblica tutto quel che era di più caratteristico e negativo della prima.

Non vi è aspetto di riforma normativo, politico-istituzionale che costoro non siano riusciti a trasformare nel suo esatto opposto, sono degli stakanovisti di questo modus operandi.
Il federalismo e la riforma del Titolo V della Costituzione sono diventati il cavallo di troja della più grande operazione di moltiplicazione dei centri di spesa. pubblica che la storia di questo paese ricordi.

Persino la legislazione anti-mafia (ad esempio, attraverso tutto quelle assurde norme sulla limitazione del contante), piuttosto che a combattere la criminalità organizzata, è stata spesso declinata come l’ennesimo strumento funzionale a rinforzare l’inferno fiscale che consente loro di vivere sulle spalle degli altri mediante un vero e proprio stato di polizia fiscale, dove il contribuente è considerato un criminale prima ancora di un verdetto di primo grado..

Per terminare, dulcis in fondo, nella trasmutazione di quello che è, in ambito anglo-sassone, il miglior metodo conosciuto di selezione della classe politica, le primarie, nel più grande e palese esercizio del voto di scambio.
Vogliamo poi parlare dell’occupazione delle fondazioni bancarie e dello scempio che è stato fatto del Monte dei Paschi di Siena a scapito della collettività?
Del buco nero costituito dalla grande distribuzione alimentare in mano alle cooperative rosse?

Cosa dire ancora?
Vogliamo continuare con il business dell’accoglienza? 35 euro a migrante e 70 a minore, con Mafia Capitale, la Giunta Marino, il PD che si costituisce parte civile insultando così l’intelligenza di tutti, il mancato commissariamento di un Comune nel quale a vigilare vi dovrebbe essere lo stesso Prefetto che ha inviato Odevaine a supervisionare la gara di appalto del Cara di Mineo con tutto ciò che ne è seguito e sta uscendo fuori.

Un Sindaco che, oltre a non sapere mai nulla di chi si mette intorno, mentre si decidevano le sorti della sua amministrazione, esplorava tartarughe marine sui fondali dei Caraibi ed un Prefetto che oltre, anch’esso, senza mai sospettare alcunchè di quel girava intorno ad Odevaine, in occasione della nevicata di Roma di alcuni anni orsono addirittura, fece apparire, per una volta, al suo confronto, perfino una scarpa vecchia della politica come Alemanno uno statista.

Questo è il PD ed Associati.
Questo è il suo Sistema.
Cosa vi deve fare di più un apparato politico-burocratico per farlo bandire per sempre dal vostro orizzonte politico-elettorale?
Sappiate, o voi che siete consapevoli di questo, vittime non collusi, che qualora pensaste di regolare i vostri conti con questa banda di parassiti per via elettorale, non sarà possibile farli scendere, in nessun caso, sotto i 5-6 milioni di voti, esattamente quelli, all’incirca, che equivalgono a quanto rende in termini elettorali l’intermediazione di grandissima parte della spesa pubblica italiana.

Dovrete essere di più, fare questo sforzo.
Ricordatevi pure che, anche qualora riusciste in questa impresa (è già successo), questa banda di parassiti utilizzerà tutti i mezzi messi a disposizione da un apparato politico-istituzionale che è fatto apposta e congegnato per non lasciarvi muovere neanche un dito per mettere in discussione (nella sostanza) i loro privilegi e la loro possibilità di continuare a bivaccare sulle vostre spalle.

La più bella costituzione del mondo è li a ricordarvi che essa è fondata sul lavoro (di chi produce a beneficio di chi non fa nulla) e se non vi dovesse essere ben chiaro, ci sarà la Consulta, nominata da loro, a ricordarvelo, pedissequamente, ogni volta che serva..
Che impresa difficile, sembrerebbe che non vi sia più alcuna speranza di bonificare questo paese dai parassiti che lo hanno divorato e seguitano a farlo nonostante le ossa oramai scoperte delle loro vittime.
In effetti, è questa disillusione che porta in continuazione sempre più persone a disertare le urne, a preferire l’espatrio piuttosto che stare a perdere tempo ed in centinaia di casi, quando la disillusione diventa disperazione, anche a decidere di suicidarsi, come accade ogni anno ad imprenditori ed artigiani che non sanno più dove battere la testa per intravvedere un futuro.

Noi non sappiamo quanto siano residuali veramente le ultime possibilità di invertire questa situazione, decisamente aliena, allo stato attuale, ad ogni tipo di reale cambiamento, sappiamo soltanto che queste, per quanto ridotte al lumicino,.non potranno non passare che per un rifiuto netto ed inequivocabile di ogni forma di consociativismo da parte di chi avrà la forza di reagire e dare voce alla speranza di libertà che vibra, seppur soffocata, in molti ancora di voi.

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Arena di Verona: Girondini muto, Tosi stecca

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Il sindaco di Verona, presidente del Consiglio di indirizzo della Fondazione, parla da sovrintendente (che se in autunno potrebbe andarsene). La ricetta anti-crisi appare rinunciataria e approssimativa

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La notizia non è che il sindaco di Verona vuole accelerare sull’ipotesi di copertura dell’Arena, tutta da verificare al di là dei “concorsi d’idee” internazionali e della disponibilità di finanziatori per ora misteriosi. Quella è una storia vecchia di almeno vent’anni, uno specchietto per le allodole che torna ciclicamente e non per caso quando la gestione della Fondazione lirica scricchiola. La notizia – alla luce delle dichiarazioni raccolte da L’Arena, che già hanno creato varie perplessità e molte altre ne provocheranno – è che in questo momento Flavio Tosi, presidente del Consiglio di indirizzo, ha di fatto messo sotto tutela il sovrintendente Francesco Girondini, comparsa muta di una recita che dovrebbe vederlo protagonista assoluto. E questo porta a considerare con più attenzione una voce recente ma già diffusa negli ambienti veronesi più vicini alla Fondazione, secondo la quale Girondini sarebbe intenzionato a lasciare, probabilmente già nel prossimo autunno. Dopo neanche dieci mesi, quindi, dalla sua conferma a sorpresa per il terzo mandato.

Attendibile o meno che sia il “si dice”, Tosi è evidentemente lanciato in una campagna mediatica che gestisce in prima persona, senza intermediari (sarà questa la vagheggiata nouvelle vague del marketing?), nell’ambito della quale parla della Fondazione come se ne fosse il sovrintendente. E accenna a progetti radicalmente innovativi, che spingerebbero il suo azzardo ben oltre il già complicato contenzioso con l’Accademia Filarmonica per il Teatro Filarmonico (la precedente puntata si può leggere qui). Disegnando uno scenario che se non porta allo smantellamento della Fondazione ci va vicino, e rivoluziona tutto il panorama musicale veronese. Girondini, fino a questo momento, è stato zitto: forse è d’accordo, da fedelissimo storico del sindaco. Ma allora perché Tosi non gli ha concesso la ribalta, come dovrebbe essere? Forse non è d’accordo e per questo si è defilato; la sua uscita sarebbe in tal caso la logica conseguenza di questa assenza nel cuore dell’estate su temi tanto cruciali.

Intanto, parlando da sovrintendente Tosi annuncia che l’anno prossimo le rappresentazioni operistiche nell’anfiteatro diminuiranno, perché «il numero dei melomani si è ridotto». Sicuramente si è notevolmente ridotto negli ultimi anni il numero degli spettatori che decidono di assistere all’opera in Arena: dagli oltre 600 mila di fine anni Novanta, siamo ormai a poco più di 400 mila. Ma i dati nazionali della SIAE per l’opera, dopo il netto calo registrato fra 2008 e 2009, dal 2011 al 2013 sono rimasti sostanzialmente fermi (alcune decine di migliaia sopra i 2 milioni di spettatori) e solo l’anno scorso sono scesi fino a fermarsi a 2.001.092 ingressi (tutti i numeri nel sito della SIAE). Prima di celebrare il funerale di un genere di spettacolo, quindi, e pur considerando la variabile meteorologica (particolarmente influente solo nel 2014) Tosi dovrebbe chiedersi perché l’Arena sia meno frequentata di altri luoghi dove s’inscena la lirica, anche di gran lunga meno affascinanti dell’anfiteatro romano. E come mai a poca distanza da Verona, la Fenice di Venezia riesca ad essere “virtuosa” al punto di aumentare le rappresentazioni (raddoppiate nel quinquennio 2008-2013) e gli spettatori (+ 23 mila).

Se le serate in anfiteatro diminuiranno, sarà per provare a frenare l’emorragia di bilancio che ha ormai portato il debito della Fondazione a una trentina di milioni, in costante crescita. Ma è molto dubbio che il rilancio dell’Arena passi per una programmazione ancora più esangue di quella delle ultime estati, che hanno visto nuove produzioni con il contagocce e una totale assenza di coraggio nella scelta dei titoli. La spending review di Tosi, insomma, non prevede investimenti sul piano artistico. Il che la rende rinunciataria e tendenzialmente involutiva, oltre che fumosa e approssimativa quando il sindaco in veste di sovrintendente parla di «contaminazione di generi, accostando la lirica a qualcosa di innovativo». Più sensato puntare sul musical e portare Arena Extra a un ruolo più concreto nella produzione di eventi pop. Ma la ricetta “accostare classico a moderno”, supponendo così di attirare i giovani, a proposito dell’opera sembra del tutto velleitaria, oltre che generica.

Tant’è: sotto la spinta del sindaco di Verona, che cerca il colpaccio d’immagine realizzando la copertura dell’anfiteatro (ma quale sarebbe l’utilità pratica: salvare le pochissime serate annullate causa pioggia nelle estati normali? Evitare le interruzioni, che non sono poi così frequenti?), la nave della Fondazione sta entrando in acque molto agitate anche per quanto riguarda i dipendenti (un po’ meno di 300 quelli fissi, circa 700 gli stagionali). Nell’invitare inizialmente i lavoratori a “fare la loro parte”, Tosi ha utilizzato un eufemismo oggi molto frequente fra i politici, che sottintende sacrifici e problemi in arrivo e inevitabilmente tocca nervi scoperti e fa scattare reazioni sindacali. Quarantott’ore più tardi, lo stesso sindaco ha chiarito a cosa pensava: i dipendenti della Fondazione “costano troppo”, molto più dei comunali (in media, dice, 52 mila euro annui contro 36 mila). Ormai è sempre più evidente che il punto di arrivo dei tagli è un drastico ridimensionamento complessivo: nella produzione artistica e nella dimensione occupazionale. O perlomeno negli stipendi. La rinuncia al teatro Filarmonico, non senza un implicito “j’accuse” all’Accademia, rea di non avere finora dato prova di sensibilità culturale rifiutando di abbassare il canone d’affitto, è funzionale all’uno e all’altro obiettivo. Riparando al piccolo teatro Ristori, la Fondazione non solo dovrà “minimizzare” i suoi programmi artistici, ma in conseguenza del trasloco potrebbe trovarsi a dover “rinunciare” a non pochi dipendenti. A Verona si annuncia un autunno ancora più caldo di questa estate sahariana.

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Uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo (con rispetto parlando) e quaquaraqua

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di Matteo Castagna

Inizia oggi una collaborazione, gratuita come tutti gli altri, con Agerecontra.it l’ex tesoriere del Partito Radicale, convertito al Cattolicesimo, Danilo Quinto, che nel corso di quest’estate è divenuto primariamente un amico. Si tratterà di articoli scritti appositamente per noi, che saranno d’argomento politico e catalogati nella categoria “politica” del sito. Con lo stile graffiante e senza peli sulla lingua, che lo contraddistingue (come del resto anche questo sito!) Danilo Quinto fornirà delle sue analisi d’attualità politica, sapendo che alla base della stessa c’è la consapevolezza della crisi nella Chiesa e nell’Autorità e che la linea dottrinale e la visione ecclesiale del nostro Circolo “Christus Rex” è saldamente sedevacantista. Ma a lui, questo non dispiace affatto…

GALATINO

di Danilo Quinto

In questo Paese cialtrone e ridotto a brandelli – che non s’indigna neanche se il suo patrimonio culturale viene affidato da un Governo incapace a stranieri provenienti da genie che nei secoli passati l’hanno saccheggiato delle sue più grandi opere – s’intersecano i destini e gli itinerari politici del Ministro dell’Interno e del Segretario della CEI.

Che quest’ultimo stia diventando, giorno dopo giorno, un protagonista della vita politica italiana, è fuori discussione. Con il suo bagaglio culturale comunista, mena fendenti a «destra» e a «manca». Il primo bersaglio è stato Angelino Alfano – immarcescibile Ministro della Terza Repubblica, da otto anni in sella, passando con disinvoltura per Berlusconi, Letta e Renzi – «reo» di non accogliere abbastanza l’invasione musulmana. Il paradosso è che proprio Alfano ha eseguito, due anni fa, dopo i fatti di Lampedusa, la linea dettata da Bergoglio, con l’operazione «Mare Nostrum»: in un anno, sono entrate nel nostro Paese 170mila persone, al costo di 9,5 milioni di euro al mese, ai quali vanno aggiunti le spese di mantenimento (vitto alloggi e sussidi), oltre gli «indotti», che il «Mondo di Mezzo» – compresi i suoi ambiti insospettabili – gestisce in tutt’Italia nella tolleranza e nella complicità generale.

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La sinistra vuole sterilizzare l’Italia dall’italianità

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MINISTRO

Segnalazione Quelsi

by Helmut Leftbuster

I fatti valgono più delle chiacchiere: quindi lasceremo da parte passionali strillate nazionalistiche, e affideremo la nostra protesta alla sola logica. Se il progetto delle sinistre internazionaliste non fosse quello di slabbrare le identità nazionali a botte di sostituzione demografica, non solo a livello di “demos”, ma pian piano anche nella catena di controllo di una “Cosa pubblica” che, da bravi “democratici”, stanno facendo diventare “cosa loro”, a dirigere musei italiani sarebbero chiamati professionisti italiani.

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La Nuova Destra, cocktail malriuscito di neopaganesimo, anticristianesimo, etnismo

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libro

Scorrendo tra le pagine dell’ottimo saggio La Chiesa ha ucciso l’Impero Romano e la Cultura Antica? di Jean Dumont (edito dalla Effedieffe) si può trovare una pregevole introduzione firmata da Rino Cammilleri, nella quale vi sono alcune considerazioni a mio modesto parere profondamente illuminanti per comprendere meglio quella parte di destra radicale impregnata di neopaganesimo, di nazionalismo su base etnica e di più o meno velato anticristianesimo, rappresentata perlopiù dalla cosìdetta “Nouvelle Droite” (ma non solo da essa) e che ebbe tra i suoi intellettuali di spicco personaggi come Alain de Benoist, Guillaume Faye e Jean Cau, giusto per citarne qualcuno. Ringrazio gli amici di Radio Spada che mi hanno dato la possibilità di riportare tali passi sul loro sito:

Ora, l’ultima novità (si fa per dire, visto che lo stesso Dumont sentì l’obbligo di occuparsene fin dai primi anni Ottanta del secolo scorso) è la comparsa all’orizzonte culturale di intellettuali provenienti dall’area della destra, un’area culturalmente screditata e senza presente e futuro nei salotti che contano. Naturalmente parliamo della cultura della destra, quella che, non coincidendo col pensiero liberalconservatore, è e rimane “impresentabile”. Non di rado, la frustrazione di non venire accolti nell’ambiente dei vip culturali, di non avere accesso ai fogli di prestigio, di vedere le proprie a volte indubbie capacità sempre misconosciute, il dover guardare da dietro i vetri il pasto dei privilegiati, fa compiedere ad alcuni il salto “dall’altro lato”. Pochi sono quelli cui la coerenza fa accettare una vita di ghetto. Infine, ci sono quelli che, giocando d’astuzia, riescono a salvare capra e cavoli, cioè a restare “di destra” ma facendosi anche accogliere dal “salotto buono” dopo aver trovato l’unico punto di alleanza possibile con quel club esclusivo che li disprezza. E questa alleanza di parenti-serpenti e fratelli-coltelli si salda nell’anticattolicesimo. Possono così “sdoganare” autori e opere, cui l’ostracismo era assicurato e consolidato, col solo espediente di evidenziarne il paganesimo anticristiano. Così, è dato di assistere a grottesche inversioni: giovani formati da tali maestri e cresciuti nel culto del fascismo si ritrovano a magnificare i barbari celti contro i Romani; nostalgici dell’Impero rimpiangono Widukind; i tentati dal razzismo biologico detestano il darwinismo. E via paradosseggiando.

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Luna di miele finita per Renzi quando la realtà italiana si scontra con le ambizioni

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RENZI INELLIGENTE

Segnalazione Quelsi

by Redazione

La luna di miele politica è finita da un pezzo per il premier italiano Matteo Renzi, e sarà difficile conciliare la sua manovra elettorale con l’economia tormentata dal debito. La timida uscita da una recessione assai lunga ha lasciato molti italiani frustrati, con la disoccupazione giovanile al 44,2% nel mese di giugno. Con la sua popolarità al minimo storico nei sondaggi, il quarantenne Renzi ha promesso tagli alle tasse per 35 miliardi di euro per tre anni dal 2016 al 2018. Le previsioni di crescita rendono tali promesse impegnative. La Banca d’Italia prevede una crescita del solo 0,7% quest’anno, meno di un quarto del 3,1% previsto dalla banca centrale spagnola per il paese iberico. “Il finanziamento per tagliare le tasse è un po’dubbioso perché Renzi sta facendo affidamento sull’economia per trovare ulteriori risorse” dice Marc Ostwald, analista alla ADM Investor Services International Ltd a Londra. “Ha messo in movimento cose che porteranno frutti nei prossimi 12-18 mesi”.

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Ungheria: Il muro anti profughi, Dio nella Costituzione e un’Europa “nemica”

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Viaggio nel Paese nel mirino dell’Ue per la difesa dei valori cristiani e per il suo no all’accoglienza di altri immigrati

L’Ungheria di Viktor Orbán, il controverso primo ministro ungherese, oggetto di forti critiche da parte dell’Unione europea e oggi in prima linea nel fronte euroscettico su molte questioni: dall’economia, all’immigrazione. Molto è cambiato infatti, da quando, leader venticinquenne dell’Alleanza dei giovani democratici nel 1988, il premier ungherese animava i comizi del fronte liberale anti comunista nella piazza degli Eroi di Budapest.

O da quando, per la prima volta al governo dal 1998 al 2002, trasportava l’Ungheria all’interno dell’Alleanza atlantica. Oggi Fidesz è un partito che sta virando sempre più decisamente su posizioni nazionaliste ed euroscettiche. Una manovra, questa, iniziata nel 2010 quando, cavalcando i temi della crisi economica e del malgoverno di sinistra, il partito è tornato al governo ottenendo la maggioranza assoluta in Parlamento con il 52,73%. La svolta conservatrice è proseguita poi nel 2011 con l’approvazione della nuova Costituzione ungherese, nel cui preambolo venivano individuati Dio e i valori cristiani come valori fondanti della nazione, in malcelata contrapposizione con la scelta di Bruxelles di vietare qualsiasi riferimento alle radici cristiane dell’Europa nel trattato di Lisbona. Una Costituzione che ha codificato il primato dei cittadini ungheresi dentro e fuori i confini nazionali, il matrimonio tra uomo e donna come l’unico riconosciuto e la difesa della vita sin dal suo concepimento. E che per questo è stata attaccata dalle istituzioni europee e da Paesi come la Germania, con l’accusa di essere poco rispettosa delle libertà dei cittadini e dei diritti umani.

Nelle ultime elezioni però, quelle del 2014, gli ungheresi hanno rinnovato la fiducia al Fidesz, che ha vinto con il 45% dei voti. La flessione rispetto al risultato del 2010 è spiegata dall’avanzata nelle percentuali elettorali di Jobbik, l’altro punto di riferimento dell’Ungheria nazionalista, che nelle stesse elezioni ha guadagnato quattro punti, passando dal 16% al 20%. L’ascesa di Jobbik è stata confermata anche nelle suppletive dello scorso aprile a Talpoca, dove il partito ha strappato un seggio al Fidesz, tanto da far pronunciare molti analisti sulla seria possibilità per l’estrema destra ungherese di andare al governo nel 2018. Per ora sono solo pronostici, ma sta di fatto che in Ungheria oggi l’opposizione social-democratica non è incisiva, e sono invece le forze nazionaliste a crescere.

Nonostante le forti critiche piovute sul suo esecutivo, il programma di «nazionalizzazione» economica di Orbán ha però vantato degli innegabili successi. Nel 2013 l’Ungheria è uscita dalla crisi e il Pil è salito fino all’1,1%, con l’aumento di domanda interna e occupazione. La ricetta del successo? Gli 800 milioni di euro di prestiti statali alle Pmi e pesanti tasse sui profitti di banche e società straniere. Assieme al taglio dei costi sulla bolletta del gas e della luce, che più di tutto ha fatto entrare Orbán nel cuore degli ungheresi. Non mancano però le contestazioni, come testimoniano le frequenti manifestazioni di piazza contro la piaga della corruzione e le proteste di interi settori come quelli della sanità e della scuola, che lamentano un sistema troppo precario e stipendi troppo bassi. C’è, poi, chi accusa il governo di aver preso una deriva autocratica con le leggi restrittive sulla libertà di stampa e chi punta il dito contro l’eccesso di retorica populista che non troverebbe riscontro nei fatti. Ma c’è un punto sul quale gli ungheresi sembrano essere tutti d’accordo: a entrare nell’Eurozona non ci pensano proprio. Avere una moneta nazionale, viene considerato infatti, da molti, come per la Polonia e la Repubblica ceca, un fattore di competitività. L’adozione della moneta unica, per dirla con le parole di Orbán, è quindi un processo che, se sarà mai avviato, «richiederà decenni». E richiederà anche la modifica della costituzione, che stabilisce nero su bianco che il fiorino ungherese deve essere la moneta nazionale. La recente elezione di Andrzej Duda in Polonia, mostra poi come questa tendenza si stia allargando oltre i confini magiari. Il quarantaduenne del Pis (Diritto e giustizia), la destra populista anti russa di Jarek Kaczynski, è stato eletto presidente con il 53% dei consensi, dopo una campagna elettorale tutta incentrata sull’euroscetticismo e sul richiamo ai valori tradizionali cattolici e patriottici, cavalcando il malcontento dei giovani disoccupati e dei precari. Duda e Orbán hanno una storia simile: entrambi liberali e anticomunisti, seguono un percorso che li porta ad attestarsi su posizioni radicali e conservatrici. Quello che li differenzia è soprattutto l’approccio nei confronti di Mosca: il partito di Duda è profondamente russofobico e anti tedesco mentre al contrario Orbán, nonostante abbia votato anche lui le sanzioni, punta a relazioni privilegiate con il Cremlino. Un partenariato strategico che passa per le ingenti forniture di gas, per i 10 miliardi di euro di investimenti di Mosca sul nucleare in Ungheria e per il sostegno ungherese al nuovo progetto del Turkish Stream.

Quando siamo stati ad Áshottalom, il paesino magiaro al confine con la Serbia divenuto crocevia per migliaia migranti provenienti dalla Siria, dall’Irak, dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Nord Africa e dal Kosovo, ci siamo resi conto dell’entità del fenomeno dell’immigrazione incontrollata in Ungheria. Qualche settimana prima dell’annuncio della costruzione del muro, abbiamo visto e intervistato decine di migranti che nascosti nella foresta che segna il confine con la Serbia, cercavano di aggirare i controlli, pressoché inesistenti, per entrare in Europa. Il sindaco di Áshottalom, Lazslo Toroskay, ci spiegava come questo fosse un fenomeno nuovo, iniziato nel 2012, quando il governo di Orbán, cedendo alle pressioni dell’Ue, ha depenalizzato il reato di immigrazione clandestina. A seguito di questo provvedimento, anche la polizia di frontiera è stata sciolta. «L’Unione europea – accusa il sindaco – dopo averci tolto i mezzi per proteggere questo confine Schengen, non si è interessata minimamente al problema», che nel frattempo ha raggiunto numeri spropositati: le richieste d’asilo in Ungheria infatti sono passate da 2.157 nel 2012 a 43mila per tutto il 2014, e 50mila per i primi mesi del 2015. Oggi i profughi che ogni giorno attraversano il confine sono centinaia. Provenienti tutti dalla rotta balcanica, vengono prelevati perlopiù nella foresta dai trafficanti, oppure si incamminano lungo le strade della cittadina, dove vengono fermati dalla polizia ungherese che li porta nel campo profughi di Röske, vicino Szeged, dove dovrebbero restare tre mesi per i controlli. In realtà la maggior parte riesce a scappare molto prima e a lasciare l’Ungheria per raggiungere l’Italia o la Germania. «L’Unione europea ci ha lasciato soli» questo è quello che ripetono tutti. Anche in parlamento a Budapest, dove sono state pensate una serie di iniziative che hanno fatto discutere. Dalla diffusione dei questionari per verificare la posizione sull’immigrazione di otto milioni di ungheresi, fino all’annuncio choc del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, della costruzione del muro di 175 km alto 4 metri al confine con la Serbia per bloccare gli ingressi. Una proposta lanciata due anni fa proprio dal sindaco Toroskay, vicino a Jobbik. E alla fine, dopo che il governo aveva detto di sì nelle scorse settimane a un più sobrio memorandum d’intesa trilaterale con Austria e Serbia per il rafforzamento dei controlli alle frontiere condivise, la controversa legge che prevede l’accelerazione nei processi di espulsione degli immigrati irregolari e la costruzione della barriera è stata approvata anche in parlamento. Grazie al voto in blocco dei parlamentari di Fidesz e Jobbik. La linea dura di Orbán sull’immigrazione quindi, oltre ad essere la risposta ad un fenomeno migratorio difficilmente controllabile è spiegabile anche con la necessità per questo esecutivo di recuperare consensi rispetto all’altra forza politica nazionalista, Jobbik, che, grazie alle sue posizioni radicali proprio su questo tema, sta crescendo nei sondaggi.

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