Manifesto blasfemo su Gesù: ma il giudice grazia l’Arcigay

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All’epoca, il nostro Circolo Christus Rex organizzò un Rosario riparatore fuori dal Cassero a Bologna che destò scalpore e grande clamore mediatico. (Video Presidio Bologna: https://www.youtube.com/watch?v=ePyu039YJF4). L’offesa a Dio fu riparata. Questa sentenza Lo offende di nuovo…LA BLASFEMIA NON PUO’ ESSERE IRONIA. “SCHERZA COI FANTI, MA LASCIA STARE I SANTI, DICEVA UN DETTO POPOLARE. VOX POPULI, VOX DEI… (N.D.R.)

Chiesta l’archiviazione per il manifesto che promuoveva una festa al Cassero di Bologna. Uomini travestiti da Gesù mimavano pratiche sessuali con una grossa croce

Era tutto uno scherzo. Una semplice burla in cui tre uomini vestiti da Gesù e due ladroni (con tanto di corona di spine) mimavano pratiche sessuali con una grossa croce infilata nel didietro.

Blasfemia? Vilipendio? Offesa alla religione e ai tanti cristiani italiani? Macché: per il pm di Bologna il caso è da archiviare. E tanti saluti alle proteste contro l’Arcigay.

Riavvolgiamo il nastro. Nel marzo del 2015 esplose un’enorme polemica a Bologna dopo che il Cassero, storico il circolo omosessuale legato all’Arcigay e “convenzionato” con il Comune, pubblicò sulla sua pagina Facebook una locandina per pubblicizzare la serata “Venerdì credici”. Immagini di dubbio gusto, e che moltissimi considerarono offensive e fuori luogo. I consiglieri comunali Valentina Castaldini (Ncd), Marco Lisei (Fi) e il capogruppo alla Regione di Forza Italia, Galeazzo Bignami, presentarono un esposto in procura. Il procuratore aggiunto, Valter Giovannini, disse che avrebbe valutato le denunce “con attenzione”. Ma ieri il pm Morena Plazzi ha archivato il tutto. La motivazione? Secondo la toga, quell’immagine non si tratta di vilipendio ma “espressione, in forme certo criticabili per la qualità dei contenuti umoristico-satirici, delle istanze culturali e sociali promosse dall’associazione”. Uno scherzo, insomma. Solo una burla. Eppure l’Arcigay non la presentò come un vignetta ironica, spiegando che alcuni avevano deciso di “dissacrare o irridere un simbolo religioso”: Continua a leggere

Non vogliono evitare bufale, vogliono il controllo del dissenso

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bavagliodi Giovanni ZiccardiEleonora Bianchini

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 26/02/2017

Il professore di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano commenta il disegno di legge presentato al Senato. Un “testo confuso che non stabilisce neanche con quali criteri definire una falsa notizia”

Un testo confuso, che punta ad attaccare il libero dissenso in rete e confonde fake news e pedopornografia. In più, Internet non è il far west, ma un luogo già “iper regolamentato” dove non deve essere un legislatore o un provider “sceriffo” a censurare le informazioni. Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano, commenta il ddl contro le fake news presentato nei giorni scorsi al Senato (qui il testo). Una proposta “liberticida” che vuole imporre nuove regole a siti e forum, applicando anche l’aggravante della diffusione a mezzo stampa.
Da esperto di diritto delle nuove tecnologie, cosa pensa del ddl?Credo sia inopportuno, pericoloso e censorio. Nasconde le sue reali intenzioni di controllo del dissenso. Lo trovo soprattutto impreciso, sia dal punto di vista tecnico che giuridico. Punta a soffocare il dibattito in rete caricando di responsabilità, burocrazia e sanzioni gli utenti e i provider. Dall’altra parte “salva”, per molti versi, i due principali vettori di odio, notizie false e disinformazione di oggi, cioè molti grandi media e politici. Ed equipara fenomeni eterogenei tra loro che richiedono, invece, regolamentazioni specifiche. Infatti nella relazione introduttiva si fa riferimento a “fake news”, a espressioni che istigano all’odio e alla pedopornografia. Tre universi molto diversi tra loro.

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LA LISTA DEGLI AMICI FIDATI DI SOROS NEL PARLAMENTO EUROPEO

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di Maurizio Blondet

Con parole sue: pubblicato dalla Opens Society,   la fondazione-ombrello del miliardario ebreo Soros, intitolato,  Reliable allies in the European Parliament (2014-2019), ossia “Alleati fidati nel parlamento europeo”

Il fascicolo riferisce  i nomi di 226 deputati (su 751) “amici” di Soros e delle sue battaglie radicali, globaliste, anti-sovraniste e anti-Russia.  Per ciascuno, i tirapiedi stipendiati di Soros forniscono una scheda: paese, partito politico, commissioni a cui partecipano, centro d’interesse sui quali possono essere “utili” e sono disposti a farsi “coordinare”.

Ad una prima rapida scorsa, salvo errori ed omissioni dovuti alla fretta (sto partendo per Roma alla manifestazione organizzata da Giulietto Chiesa contro la censura di Stato ai blogger), fra gli italiani vedo, senza sorprese,

COFFERATI Sergio Gaetano (Italy, S&D) ………………………………………… 62

Il ben noto sindacalista CGIL

KYENGE Kashetu (Italy, S&D) …………………………………………………………… 65

La ben nota razzista nera congolese

SCHLEIN Elena Ethel (Italy, S&D) ……………………………………………………… 67

SPINELLI Barbara (Italy, GUE/NGL) …………………………………………………. 68

La ben nota figlia di Altiero Spinelli “europeista”  comunista Continua a leggere

Se il Mercoledì delle Ceneri diventa un rito Lgbt

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Negli Stati Uniti è il Glitter Ash Wednesday, in numerose chiese i pastori impongono ai fedeli le ceneri mischiate ai brillantini. I dubbi dei cattolici

di Giovanni Vasso

Iniziata ieri la Quaresima e numerose chiese americane (e anche qualche parrocchia inglese) hanno aderito al Mercoledì delle Ceneri Glitter.

L’iniziativa, promossa dal movimento cristiano-queer di Parity di New York, prevede l’imposizione ai fedeli delle Ceneri mischiate ai brillantini. Il senso dell’iniziativa, secondo gli organizzatori, è quello di unire al messaggio cristiano il sostegno alla lotta delle comunità Lgbt.

La questione divide l’opinione pubblica americana e anche molte personalità del mondo Lgbt si sono dichiarate poco convinte dal “rito” che ha coinvolto molte comunità cristiane, specialmente metodiste, in tutti gli Stati Uniti.

Parity è un movimento religioso che si propone di combinare cristianità e tematiche queer. “Lavoriamo e preghiamo per una riconciliazione, tra le comunità e in noi stessi affinché riusciamo a creare un mondo in cui le barriere di genere e di identità sessuale non rappresentino un’ostacolo a vivere a pieno l’esistenza a cui ci ha destinati Dio”. Continua a leggere

ECCO DOVE CAPPATO HA MANDATO FABO – ESPERIENZE DI PRE-MORTE

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Near-Death-Experience-pre-morte-tunnelBENJAMIN BRUEL

Oct 18 2016, 6:44am

Normalmente le esperienze di pre-morte iniziano con una luce bianca. Lasci il tuo corpo, sali verso l’alto e rimani a osservare le tue membra inanimate su un letto d’ospedale. Ma cosa succede quando invece della luce vedi l’inferno?

Normalmente inizia tutto con una luce bianca. Lasci il tuo corpo, sali verso l’alto e rimani a osservare le tue membra inanimate su un letto d’ospedale o la barella di un’ambulanza. Dopo, risucchiato a velocità veritiginosa in un tunnel, ti ritrovi in un luogo fiabesco e irrealisticamente calmo. Immerso in uno stato di beatitudine assoluta incontri un essere fatto di luce. Dio, Cristo, il Padre, la guida. “Non è ancora la tua ora, hai una missione sulla terra,” annuncia il corpo luminoso di turno.

In quel momento il ricordo dell’universo materiale si fa più presente. Lasci quell’ambiente caldo e ovattato e riprendi possesso del tuo corpo: chi sostiene di aver vissuto un’esperienza di pre-morte (o NDE, Near Death Experience) afferma che la vita nell’aldilà esiste eccome. Ne abbiamo già parlato qui attraverso i racconti di alcuni testimoni: quando il cuore si ferma, l’anima sopravvive e se sei fortunato hai un assaggio del paradiso.

https://www.vice.com/it/article/quattro-persone-parlano-di-quello-che-hanno-visto-dopo-la-morte

Chi è sfortunato, invece, può finire—sempre per chi ha avuto esperienze di pre-morte—dalla parte del male, fatta di presenze demoniache, arpie e mostri di ogni sorta. Tra i testi che affrontano il tema della morte imminente, ce n’è uno che ha fatto scuola: La vita oltre la vita di Raymond Moody, medico e psichiatra. Pubblicato nel 1975, La vita oltre la vita è il primo documento che contenente testimonianze di persone passate attraverso esperienze di pre-morte. Tutti i racconti seguono uno schema di base: allontanamento dal corpo, tunnel, luci, luogo paradisiaco o barriere—un ruscello, un muro, una staccionata—a simboleggiare il passaggio definitivo nell’aldilà. Che però, appunto, non avviene. Continua a leggere

Gay: sì alla maternità surrogata per due papà

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La Corte d’Appello di Trento riconosce la possibilità di essere considerati genitori di due bambini nati negli Usa con la maternità surrogata

Per la prima volta viene riconosciuta in Italia a due uomini la possibilità di essere considerati padri di due bambini nati all’estero grazie a maternità surrogata. La decisione è stata presa dalla Corte d’Appello di Trento che con un’ordinanza dispone il riconoscimento di efficacia giuridica “al provvedimento straniero che stabiliva la sussistenza di un legame genitoriale tra due minori nati grazie alla gestazione per altri e il loro padre non genetico”.

Una decisione salutata dall’ex governatore della Puglia Nichi Vendola come una “pagina storica per i diritti delle #famigliearcobaleno. Quando un figlio lo cresci, lo curi, lo ami: allora sei padre, madre, genitore”.

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http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/02/28/gay-si-alla-maternita-surrogata-per-due-papa_74d0e311-313c-45db-9852-27d4e3e5fe76.html

 

 

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Hollande in visita ufficiale dai massoni francesi

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Prima di lasciare l’Eliseo, Hollande rompe un tabù della politica francese: per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale un presidente della Repubblica parlerà nella sede del Grande Oriente di Francia

di Alessandra Benignetti

A pochi mesi dalla fine del suo quinquennato, il presidente della Repubblica, François Hollande, continua a stupire i francesi.

Sabato scorso, con un botta e risposta a distanza con Donald Trump, al quale il presidente francese ha detto di voler inviare “un biglietto speciale per Eurodisney”, per “fargli capire cosa sia la Francia”, dopo le sue affermazioni sul fatto che Parigi non sia più la stessa dopo gli attentati terroristici. Oggi, il presidente della Repubblica torna di nuovo al centro dell’attenzione della stampa per la sua decisione di recarsi in visita ufficiale nella sede di quella che, con quasi 50mila membri, è la più potente loggia massonica d’Oltralpe, il Grande Oriente di Francia. Continua a leggere

Per i miei post rischierò la reclusione

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231237_0_0di Alberto Micalizzi 

Sta sollevandosi un’onda repressiva che ci farà rimpiangere regimi bollati come dittatoriali dalla storia. [Alberto Micalizzi]

Sta sollevandosi un’onda repressiva che ci farà rimpiangere regimi bollati come dittatoriali dalla storia.
Questo il comma più preoccupante del testo del DDL presentato il 7 Febbraio 2017 in Senato dall’On. Adele Gambaro (ALA):
Art. 265-bis. – “(Diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme o fuorviare settori dell’opinione pubblica). – Chiunque diffonde o comunica voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possono destare pubblico allarme, o svolge comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche destinate alla diffusione online, è punito con la reclusione non inferiore a dodici mesi e con l’ammenda fino a euro 5.000.
Notare che tale norma non si applica ai giornalisti professionisti ed alle testate registrate.

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Nord, quanto fa male la mafia alle imprese

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Quando l’infiltrazione criminale viene debellata le aziende sane tornano a crescere. Per la prima volta una ricerca racconta gli effetti delle cosche sull’economia del Nord e del Centro Italia

DI PAOLO BIONDANI  
Pecunia non olet, il denaro non ha odore: è un detto latino che sta trovando nuova fortuna ai nostri giorni. La gravità della crisi economica rischia di rafforzare l’idea, esplicitata o inconfessata, che i soldi portino sempre e comunque ricchezza e benessere alla collettività. Non importa se a investirli sia un imprenditore onesto e capace, oppure un mafioso italiano, un narcotrafficante sudamericano, un corrotto dittatore africano o un impresentabile oligarca russo. L’unica cosa che conta è la pecunia. Al cinismo di questo motto si può però contrapporre la lezione storica della nostra miglior antimafia: il denaro sporco rende schiavi.

Una squadra di docenti e ricercatori dell’università di Padova è riuscita a misurare gli effetti economici della presenza di imprese mafiose nei mercati non criminali del Centro e del Nord Italia. Cioè in aree diverse dai territori del Sud dove sono nate e sono diventate dominanti le mafie tradizionali come Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta. Il risultato, in estrema sintesi, è che la mafia economica strangola tutte le aziende sane, anche quelle che non vengono direttamente aggredite o taglieggiate dai boss. Mentre quando scattano arresti e condanne, tutti i concorrenti onesti ottengono vistosi benefici economici. «La massa di dati che abbiamo raccolto ci ha permesso di quantificare gli effetti specifici di dieci anni di operazioni antimafia», riassume il professor Antonio Parbonetti, pro-rettore e responsabile del dipartimento di scienze economiche ed aziendali: «Il risultato più evidente è che, quando arriva l’antimafia, le imprese sane respirano: il fatturato e la redditività aumentano di oltre il dieci per cento».

I ricercatori padovani, specializzati nell’analisi dei bilanci aziendali, sono partiti da una mappatura delle operazioni antimafia, con ordinanze di arresto, eseguite tra il 2005 e il 2014 nel Centro-Nord, da Lazio e Abruzzo in su. Quindi hanno identificato tutti i condannati per il reato di associazione mafiosa (416 bis). Già questa base di dati è impressionante.


Solo a Nord di Roma si contano 120 operazioni antimafia in dieci anni
: la media è di una retata al mese. E i condannati per mafia, in totale, sono 1.567. Un esercito di boss infiltrati in regioni che fino a ieri ci si poteva illudere di considerare non mafiose. La linea della palma, di cui parlava Leonardo Sciascia proprio per descrivere l’avanzata delle cosche lungo la Penisola, è arrivata fino alle Alpi. E probabilmente ha superato anche i confini italiani.

Tra quei 1.567 condannati per mafia, gli economisti hanno identificato, uno per uno, gli amministratori e gli azionisti di controllo (con almeno il 10 per cento) delle società di capitali. Sono 392 nomi, pari al 24,5 per cento dei condannati. Come dire che, dal Lazio alla Lombardia, dall’Abruzzo al Piemonte, un mafioso su quattro è un imprenditore.

Lo studio, come tutte le analisi con metodi scientifici, punta a essere controllato e migliorato da altri esperti. I ricercatori si premurano quindi di avvertire che i loro dati sono doppiamente approssimati. Da un lato, sono state registrate anche le condanne di primo grado, per non allontanarsi troppo dai fatti, vista la durata dei processi. Quindi i dati vengono periodicamente aggiornati e corretti, per tenere conto di eventuali assoluzioni in appello o in cassazione.


La stragrande maggioranza delle sentenze esaminate, per altro, sono ormai definitive. Ma c’è anche un’approssimazione per difetto, come segnala il professor Parbonetti, che ha guidato la ricerca: «Il nostro lavoro non tiene conto delle condanne di soggetti che operano nel Centro-Nord, ma sono stati arrestati e processati nel Sud Italia». Con questi limiti e criteri, gli economisti hanno studiato tutti i dati disponibili. Per prima cosa, hanno esaminato e catalogato i bilanci di tutte le società di capitali con amministratori o titolari condannati per mafia. Il risultato è una lista nera di 643 aziende controllate da esponenti delle organizzazioni criminali.

Schedate così le imprese inquinate, i ricercatori hanno esaminato i bilanci di tutte le altre aziende (quelle normali, non indagate) della stessa area geografica (cioè con sede nel medesimo comune) e dello stesso settore produttivo (ad esempio: edilizia, immobiliare, rifiuti, logistica). Nei comuni troppo grandi o troppo piccoli, i dati sono stati bilanciati con quelli provinciali. E i settori produttivi sono stati scomposti in sotto-categorie ancora più specifiche (attraverso i codici Ateco delle attività commerciali).

Con questo metodo si è potuto misurare cosa succede alle imprese sane, oltre che alle aziende criminali, tre anni dopo un blitz antimafia. «Abbiamo registrato un aumento generalizzato dei fatturati e del margine operativo lordo delle società non mafiose», spiega il ricercatore Michele Fabrizi, illustrando un mare di tabelle, grafici, dati di bilancio e nomi di aziende in un salone del rettorato nel palazzo del Bo, storica sede dell’università di Padova. «A distanza di tre anni dall’intervento antimafia, le imprese sane, quelle che possiamo considerare concorrenti dirette dei mafiosi, vedono crescere sia i ricavi che la redditività in misura rilevante: tra il 10 e il 17 per cento circa». Rovesciando i dati, questo significa che le aziende mafiose, al Nord e probabilmente in misura ancora maggiore al Sud, inquinano i mercati e strozzano tutta l’economia legale.

Se non arriva l’antimafia, è come se le imprese pulite dovessero pagare una tassa aggiuntiva e occulta del 10-15 per cento, solo per poter lavorare in quel territorio. Una specie di raddoppio del pizzo, una cappa invisibile che soffoca le attività produttive.

«Gli effetti positivi delle operazioni antimafia non dipendono solo dalla chiusura dell’impresa criminale e dalla redistribuzione dei suoi ricavi», fa notare un’altra ricercatrice, Patrizia Malaspina: «I benefici che abbiamo osservato sono più che proporzionali, insomma sono superiori alle dimensioni della singola impresa colpita dagli arresti. I dati mostrano che basta una piccola azienda criminale a inquinare un mercato. E quando viene fermata, ci guadagna tutta l’economia del settore: un effetto importante è l’ingresso di nuovi concorrenti, che prima si tenevano lontani». L’antimafia dunque fa crescere anche le dimensioni del mercato: più imprese sane, più concorrenza, più posti di lavoro, più ricchezza per tutti. Nei bilanci il dato più evidente è la riduzione dei costi per le forniture e l’approvvigionamento di materie prime. «La nostra ipotesi è che l’impresa mafiosa riesca a imporre all’intero mercato locale i propri fornitori», aggiunge Fabrizi: «Questo condiziona soprattutto le piccole imprese, che hanno più difficoltà a rifornirsi in mercati esterni e competitivi».


L’analisi dei conti delle 643 società dei condannati è servito anche a disegnare l’identikit delle imprese mafiose
. Per un quarto sono “cartiere”, cioè società di comodo che fabbricano fatture false: servono a creare fondi neri, evadere le tasse e riciclare denaro sporco. Un altro 24 per cento è costituito da “società di supporto”, che non hanno ricavi operativi, ma solo costi: vengono usate per pagare auto, case, lussi e stipendi fittizi ai mafiosi e ai loro sodali. Nella maggioranza dei casi (51 per cento) si tratta però di «imprese vere, con attività reali, profittevoli, spesso medio-grandi, ben inserite nella struttura economica e sociale», sottolinea il professor Parbonetti: «Tutti e tre questi tipi di aziende sono funzionali all’organizzazione. Le cartiere riciclano il denaro nero; le società di supporto pagano i costi di mantenimento del clan; le aziende “star” servono a inserirsi nell’economia legale, creare consenso sociale, agganciare il mondo bancario e finanziario, la pubblica amministrazione e la politica».


Il vero pericolo sono proprio queste aziende insospettabili, senza contatti visibili con la mafia, che spesso imitano le aziende oneste concorrenti
. Esaminando tutte le società dei condannati, i ricavi medi per ciascuna si attestano a 6,4 milioni di euro all’anno, con un attivo (macchinari, immobili e altro patrimonio) di 13,3 milioni. Ma se si escludono le cartiere e le società di supporto, per concentrarsi sulle oltre trecento aziende produttive, i ricavi medi salgono a 9,4 milioni e l’attivo a più di 20. Come dire che la mafia controlla segretamente centinaia di medie o grandi aziende dell’economia reale, con casi accertati di fatturato da oltre 200 milioni. Tutto questo in regioni come Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia o Lazio. Dove la crisi rafforza l’assalto mafioso alle aree più sviluppate.


La ricerca dell’università di Padova smentisce anche il vecchio mito che la mafia controlli, attraverso piccole imprese familiari, solo certi settori produttivi, da tempo considerati a rischio. L’analisi conferma che ci sono picchi di imprese mafiose nelle costruzioni (22%), nell’immobiliare (19%), nei rifiuti (7%), nella logistica e trasporti (6%). Lo studio però evidenzia decine di aziende criminali anche nel commercio, nell’industria manufatturiera, nei servizi finanziari, nelle consulenze professionali.

«Speravamo di trovare indicatori economici tipici, in grado di segnalare il pericolo anche prima o in assenza di indagini giudiziarie», spiegano i ricercatori. «Invece abbiamo osservato un mimetismo che ci preoccupa: le imprese mafiose tendono a ricalcare l’economia reale, ad agire esattamente come le aziende sane, da cui risultano indistinguibili, perfino come livelli di indebitamente bancario. Il problema è aggravato dalla tendenza a utilizzare la mafia come “service” da parte di imprenditori che, pur non essendo mafiosi, scendono a patti per sfruttare i vantaggi competitivi offerti dai clan criminali».

È una strada senza ritorno, descritta nelle sentenze sui colletti bianchi diventati complici di Cosa nostra, della camorra e soprattutto della ’ndrangheta. L’imprenditore cerca l’appoggio della mafia nell’illusione di ridurre i costi e massimizzare i profitti: invece di chiedere costosi e difficili finanziamenti bancari, sembra più conveniente farsi prestare denaro sporco; lo smaltimento dei rifiuti costa molto meno dei prezzi che devono pagare gli imprenditori onesti che rispettano l’ambiente; violenze e intimidazioni zittiscono chiunque osi protestare contro il lavoro nero; il recupero crediti affidato a scagnozzi armati è molto più efficace di un processo civile con tempi lunghissimi e risultati incerti. Allearsi con la mafia conviene, sembra rispondere alla logica imprenditoriale. Poi però iniziano i guai. Il denaro nero va restituito a tassi da usura. I reati creano complicità e impediscono denunce.

L’imprenditore deve accettare soci e amministratori sgraditi. A poco a poco viene emarginato, perde il controllo dell’azienda e poi anche la casa, i terreni, i soldi in banca e qualche volta anche la vita. I processi contro la ’ndrangheta del Nord sono pieni di storie di imprenditori brianzoli, bergamaschi, milanesi o piemontesi – dal re degli appalti del gruppo Perego ai grandi call-center della Blue Call – che sono diventati prima vittime, poi conniventi e infine complici dei clan. E ora scontano in carcere pesanti condanne per mafia.

La ricerca dell’università di Padova fa temere un ulteriore salto di qualità. «I nostri dati non confermano solo casi di infiltrazione mafiosa in aziende sane, secondo lo schema dell’aggressione esterna», è la preoccupata diagnosi del professor Parbonetti: «Il perfetto mimetismo rispetto all’economia reale fa pensare a qualcosa di peggio: è l’organizzazione mafiosa che sta creando proprie aziende nelle regioni più ricche. Oggi al Nord c’è la mafia che si fa impresa». Scolpito su antichi palazzi del potere economico, qui in Veneto, c’è un motto latino opposto a quello sui soldi senza odore: il denaro, se sai usarlo, è il tuo servitore, ma se non ne sei capace, diventa il tuo padrone.

Fonte: http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2017/02/20/news/nord-quanto-fa-male-la-mafia-alle-imprese-1.295749

PER LA LIBERTA’ DI PENSIERO IN RETE. TUTTI A ROMA IL 2 MARZO

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di Maurizio Blondet

PER ORGANIZZARE UNA DIFESA EFFICACE CONTRO IL DDL GAMBARO  CHE CHIEDE SANZIONI E RECLUSIONE PER CHI MANIFESTA LIBERO PENSIERO IN RETE .

PARTECIPATE ALL’ INCONTRO – DIBATTITO
“REGOLAMENTAZIONE DELL’ONLINE – NO A PROPOSTE LIBERTICIDE”
NELLA SALA ISMA DEL SENATO (PIAZZA CAPRANICA)
IL GIORNO GIOVEDI 2 MARZO DALLE ORE 11:00
Credo siate tutti già informati del grave tentativo  di mettere la museruola alla Rete.

Grandi manovre finalizzare a questo obiettivo sono già in corso in USA, Francia, Gran Bretagna, Germania. In Italia ci stano provando, oltre a quasi tutti i media-mainstream, anche un nutrito gruppo di parlamentari.

A seguito di una risoluzione del Consiglio d’Europa, la Senatrice  Gambaro (ex 5 Stelle, oggi con Verdini)  ha presentato un disegno di legge che appare come una vera e propria intimidazione nei confronti di tutto ciò che suona e risuona come antagonista, non conformista e comunque difforme dal “pensiero unico” dominante.

La “senatrice” Adele Gambaro: reclusione per i blogger

La WAC (Web Activists Community) e Pandora TV, d’accordo con la senatrice De Pin, invitano pertanto CHI voglia ancora difendere la libertà d’espressione e CHI ritenga che non c’è alcun bisogno reale di norme aggiuntive a quelle già esistenti, ad un incontro pubblico al quale parteciperanno famosi bloggers, parlamentari, giuristi, accademici e giornalisti.

Lo scopo è quello di avviare una discussione pubblica e di individuare un’azione coordinata di difesa e (se possibile) di controffensiva.
L’iniziativa sarà seguita minuto per minuto da Pandoratv.it. Tutti i principali canali tv, giornali e agenzie saranno invitati ad assistere.

L’incontro del 2 marzo non implica necessariamente adesione al WAC (cosa di cui saremmo ben lieti). Sarebbe tuttavia molto utile, in quella occasione, la vostra presenza e il vostro intervento. Ciascuno di voi è ormai voce autorevole del WEB italiano. E nessuno di noi, tutti insieme, è più al sicuro nel prevedibile sviluppo di questa vera e propria offensiva volta a imbavagliare tutto e tutti. Continua a leggere

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