Mazzata per il Monte dei Paschi: da inizio anno -38% in Borsa

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MPS

Segnalazione Quelsi

Monte dei Paschi di Siena sarebbe sotto attacco speculativo: nella sessione di ieri a Piazza Affari ha perso oltre il 14% del proprio valore e complessivamente da inizio anno ha perso il 38%. I dettagli li ha riportati Milano Finanza.

Banche italiane sotto attacco dopo un week-end caratterizzato dalle bordate tra Matteo Renzi e la Commissione europea. Mentre le principali borse continentali hanno perso frazioni di punto (Londra -0,42%, Parigi -0,49%, Madrid -0,85% e Francoforte -0,25%) e Wall Street è rimasta ferma nel Martin Luther King Day, Piazza Affari è stata colpita da pesanti vendite che hanno coinvolto soprattutto il settore bancario. La flessione del Ftse Mib (-2,65%) è conseguenza dell’onda lunga dei movimenti al ribasso degli hedge fund partiti con l’inizio dell’anno ma, considerando i pacchetti di titoli serviti, anche dell’intensa attività dei day trader che da metà mattina hanno preso decise posizioni short sul comparto bancario. Più tranquillo il versante obbligazionario con lo spread Btp-Bund che si è attestato a 109 punti base, con il rendimento del decennale italiano all’1,6%.

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La BCE mette sotto sorveglianza 15 banche italiane

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Segnalazione Quelsi

Redazione | dicembre 31, 2015 alle 9:12 am | Etichette: banca centrale europea, banche sorvegliate, bce | Categorie: Politica ed Economia | URL: http://wp.me/p3RTK9-aHaBanca-Centrale-Europea

La Banca La Centrale Europea ha fatto sapere di aver messo sotto controllo 129 banche europee, di cui 15 italiane: è stata diramata ieri la lista delle banche di importanza significativa per il sistema finanziario europeo e perciò sorvegliate direttamente da Francoforte. Quali sono le banche italiane ce lo ha detto Francesco Gerosa su Milano Finanza.

di Francesco Gerosa

La Banca centrale europea ha reso noto la nuova lista delle banche di importanza significativa per il sistema finanziario europeo e dunque soggette a vigilanza diretta da parte dell’Eurotower. Il numero sale di 6 unità a 129 istituti, il risultato di 8 aggiunte e di 2 eliminazioni.

La pattuglia della banche italiane sottoposte a vigilanza diretta è di 15 unità. Si tratta di Banca Carige , Banca Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare , Banca Popolare dell’Emilia Romagna , Banca Popolare di Milano , Banca Popolare di Sondrio , Banca Popolare di Vicenza, Barclays Italia, Credito Emiliano (era stato tolto dalla lista e ora rientra con un attivo di bilancio su base consolidata a fine 2014 superiore alla soglia di 30 miliardi di euro), Iccrea Holding, Intesa Sanpaolo , Mediobanca , Unicredit , Unione di Banche Italiane e Veneto Banca.

La Bce inizierà la supervisione diretta delle otto nuove banche tra il 1 gennaio e il 1 febbraio, a seconda di quando è stata presa la decisione sul nuovo status dell’istituto in questione. Ma, a parte i condizionamenti sull’Italia per quanto riguarda il salvataggio dei 4 istituti creditizi in difficoltà, la Bce starebbe anche accentuando il pressing sui dividendi, nell’ottica di puntellare il più possibile i livelli di capitale delle banche.

Tanto che ieri, secondo fonti di stampa, l’Istituto centrale avrebbe inviato alle banche europee sottoposte alla Vigilanza unica, comprese quelle italiane, una lettera, firmata personalmente dal presidente, Mario Draghi, con la quale punta il dito sulla distribuzione dei dividendi, invitando tutte a considerare l’evoluzione attesa del capitale nel momento in cui
saranno decise le cedole.

Gli analisti di Equita non vedono ripercussioni sulle tre banche che hanno il dividend yield più significativo, ovvero Intesa Sanpaolo , Mediobanca e Credem . Mentre Unicredit (yield del 2,5%) potrebbe decidere di pagare solo lo scrip dividend anziché lasciare la scelta all’azionista tra dividendo cash o in azioni. Al momento a Piazza Affari Intesa Sanpaolo cede l’1,09% a 3,098 euro, Mediobanca lo 0,78% a 8,87 euro, Unicredit l’1,06% a 5,145 euro e Credem lo 0,22% a 6,895 euro

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Svizzera: il referendum che fa tremare le banche

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di Giuseppe Maneggio

franchiBerna, 28 dic – E’ risaputo: in Svizzera il popolo può influire sull’attività governativa per il tramite di iniziative e referendum. Il Popolo è l’istanza politica suprema dello Stato. Questo principio caratterizza il sistema politico della Svizzera. Gli Svizzeri possono esprimere le loro opinioni a livello federale, cantonale e comunale: votando su questioni diverse ed eleggendo i loro rappresentanti a Palazzo federale.

Le consultazioni popolari sono molto frequenti ed è notizia recente che l’ennesimo referendum deciderà se vietare alle banche commerciali di creare denaro ex nihilo, dal nulla.

Più di 110 mila cittadini elvetici hanno difatti firmato la petizione che chiede di dare alla banca centrale la competenza esclusiva di creare denaro nel sistema finanziario.

 Una campagna promossa dal movimento per il Denaro Sovrano Svizzero (Vollgeld) che nei propositi, una volta promossa a legge l’iniziativa referendaria, limiterebbe la speculazione finanziaria richiedendo alle banche private di detenere riserve per il cento per cento dei loro depositi. All’atto pratico un vero e proprio divieto della riserva frazionaria, causa di molte instabilità bancarie, ma anche capace di dopare l’economia fino a quando la crescita non diventa speculazione.

Le banche non sarebbero più in grado di creare soldi per se stesse, ma solo in grado di prestare denaro che raccolgono dai risparmiatori o da altre banche” si legge all’interno del sito dei promotori del referendum. Continua a leggere

“Ho Luigi sulla coscienza, ma l’ordine di mentire ci arrivava dalla banca”

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L’ex funzionario che vendette i bond al pensionato suicida di Civitavecchia: “Dicevano che se non li avessimo piazzati saremmo stati licenziati”

 BANCO ENTRURIA

TARQUINIA – “Io Luigino me lo sento sulla coscienza perché mi sono comportato da impiegato di banca e se fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento”. Marcello Benedetti è un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia. Licenziato un anno fa da quella filiale per un procedimento penale che ha in corso, Marcello ora monta caldaie in giro per la sua città. Il contratto delle obbligazioni acquistate da Luigino D’Angelo, il pensionato che si è tolto la vita per aver perso 110mila euro, porta la sua firma. Benedetti accetta di rilasciare l’intervista a patto che non si sfiori l’inchiesta che lo ha travolto, e che non riguarda i bond subordinati: su questo non può rilasciare dichiarazioni.

Fu lei a “convincere” Luigino ad investire i suoi risparmi in obbligazioni subordinate?
“Sì, Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento”.

Lo mise al corrente dei reali rischi che correva in questo tipo di operazione?
Gli occhi si inumidiscono. “Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c’era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazione”.

Una bugia scritta in un contratto?
“In realtà nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura “alto rischio”, ma quasi nessuno ci faceva caso. Era scritto in un carteggio di 60 fogli”.

E voi impiegati non mettevate al corrente i clienti?
“Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore “.

Eravate però perfettamente al corrente di cosa significasse vendere ai vostri clienti delle obbligazioni subordinate, giusto?
“Sì. Ogni anno c’era un aumento del capitale e per farlo dovevamo chiamare tutti i clienti e fargli rivedere azioni, obbligazioni, etc”.

Che rapporto aveva lei con Luigino?
“Lo conoscevo benissimo, sia lui che la moglie Lidia. Era uno dei clienti più diffidenti e convincerlo a fare proprio quel tipo di investimento non fu facile”.

Ma lei nella sua filiale è ricordato per essere quello sempre in cima alla classifica dei report settimanali.
“Sapevo fare bene il mio lavoro. E quando mi resi conto che l’emissione delle obbligazioni subordinate era troppo frequente da parte della banca Etruria capii che era possibile un imminente fallimento. Mi venne in mente dunque di mettere al riparo alcuni clienti, tra cui appunto Luigino. Per cercare di far avere loro la liquidazione sia delle subordinate che delle ordinarie, proposi di fare una gestione di fondo. Ricordo che dissi a Luigino: “Non succederà mai niente alla banca, ma se dovesse in questo modo salvi i tuoi risparmi”. Ma lui non volle farlo: il suo problema era che voleva un rendimento semestrale cosa che la gestione del fondo non gli garantiva. Accettarono solo una quarantina di clienti, svuotai il comparto delle obbligazioni. Gli altri sono andati a finire come lui: hanno perso tutto”.

Pare di capire che la linea fosse quella di mentire al cliente, o meglio, di omettere verità. È così?
“È così. Quando i clienti venivano a chiederci la liquidità la banca ci diceva di rispondere che non ne aveva e che non sapevamo quando sarebbe stata disponibile. Quando si facevano insistenti, dovevamo dirgli che quelle obbligazioni erano finite nel mercato secondario e che non si vendevano”.

Un castello di menzogne senza che la coscienza di nessuno di voi, lei compreso, avesse un sussulto?
“Eravamo tutti in una sorta di sudditanza psicologica. Dal 2007 al 2014 le azioni sono crollate da 17 euro e rotti a 1 euro e 50 e questo era indicativo del fatto che dovevamo dirottare le entrate su altri prodotti e che dovevamo fargli acquistare la qualunque, anche le subordinate. Avendo ingolfato i creditori medio-piccoli tutti noi convincevamo i più danarosi assicurandogli che sarebbe stato un bene per loro, un affare seguendo i nostri consigli. E poi via con lo slalom di bugie, rassicurazioni e risposte evasive”.

Ha parlato di pressioni psicologiche.
“All’interno della banca ci dicevano che la banca era sull’orlo del fallimento, e che l’aumento di capitale serviva a salvarci e che se non ci fossimo dati da fare la banca avrebbe chiuso e noi saremmo stati licenziati. Ecco perché ognuno di noi convinceva più clienti possibili”.

La logica del mors tua vita mea l’ha spinta a tradire la fiducia dei suoi clienti?
Scoppia a piangere Marcello Benedetti. “Questa è la cosa che non mi perdonerò mai. Aver tradito chi credeva in me. E alla luce della tragedia accaduta al signor Luigino, so che non potrò mai trovare pace né perdonarmi”.

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Il Magistrato Varone: lo Stato deve emettere moneta gratuitamente senza farsela prestare!

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1190
1190Riportiamo l’ultimo post pubblicato dal Magistrato Varone Gennaro sul suo profilo Facebook:

La (finta) ripresa.

A parte il fatto che ancora non c’è (e non sappiamo affatto se ci sarà davvero): il PIL a dicembre è crollato, letteralmente.

A parte il fatto che mi auguro ci sia, allo stesso modo in cui mi auguro di vincere alla lotteria: irrazionalmente.

Mi chiedo: perché “dovrebbe” esserci? Perché .. ce lo dicono? Sono sette anni che ce lo dicono …

Allora. Se c’è più Moneta in giro è “probabile” la Comunità ne abbia più a disposizione da spendere.

Si, d’accordo. Ma alla Comunità “come” dovrebbe arrivare questa Moneta, posto che la BCE la consegna alle Banche Commerciali Private E NON AI GOVERNI?

In due modi.

Primo. Attraverso i Prestiti che le Banche Commerciali faranno alla Comunità. Prestiti più a buon mercato (si spera), ma sempre prestiti.
Certo, se io ho più denaro (prestato) ne posso spendere di più. E questo dovrebbe far salire la Domanda di beni ed incentivare la Produzione.
Ovviamente, se cresce la Domanda, saliranno anche i prezzi. Ecco perché Draghi sostiene che ci vuole un po’ di inflazione “buona”: perché è il segnale che Domanda e Produzione crescono.
Si. Nel breve periodo. Un po’.
Ma attenzione: l’inflazione è davvero “buona” se, nel frattempo, gli stipendi non perdono potere di acquisto; cioè, se vengono ‘indicizzati’.
Se i prezzi dovessero salire, ma i salari restare uguali, tutti saremmo più poveri. E siccome la Domanda è cresciuta NON perché ci hanno ‘dato’ denaro (indicizzazione), ma perché ce l’hanno “prestato”, molto presto ci ritroveremo ancora più indebitati di prima: perché, una volta prodotta l’inflazione “buona”, non la si può combattere … aumentando il prestito. Ci vorrebbe Moneta … guadagnata (ma non si può, nell’Eurozona -salva la lotta sulle Esportazioni).

 

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La Consulta scopre la truffa della conversione Lire/Euro

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Lira euro

Torna d’attualità l’argomento della conversione ,in euro, delle lire ancora in circolazione, grazie alla sentenza della Corte Costituzionale n.216/2015 che dichiara incostituzionale l’Art. 26 del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201 emanato dal governo Monti.

Con l’avvento dell’euro, il 28 febbraio 2002 è cessato il corso legale della lira. La legge ha dato ai cittadini la possibilità di cambiare le lire con l’euro nei successivi dieci anni e cioè fino al 28 febbraio 2012.

Con il decreto del governo Monti del 6 dicembre 2011 si anticipava di tre mesi la “cessazione di convertibilità” delle lire in euro che sarebbe avvenuta il 28 febbraio 2012. Fino al 6 dicembre 2011 le lire che erano rientrate ammontavano ad un controvalore in euro di 63 miliardi. Sono rimasti esclusi dalla conversione 1,2 miliardi di controvalore di lire euro.

La sentenza nasce dalla denuncia di alcuni possessori di lire che dopo l’immediata entrata in vigore del decreto legge si sono visti rifiutare la conversione in euro da parte delle filiali della Banca d’Italia ,che ha dovuto rispettare il suddetto decreto. L’ammontare delle lire ancora detenute dai cittadini denuncianti corrispondevano a € 27.543,67 , una cifra irrisoria rispetto a 1,2 miliardi che non erano stati ancora cambiati ma che ha fatto in modo che venisse alla luce quanto vi esponiamo.

Innanzitutto mettiamo in evidenza l’enorme ritardo della Corte Costituzionale sulla questione monetaria che la stessa consulta avrebbe dovuto affrontare sin dalla ratifica dei Trattati di Maastricht nel 1992. Una Corte che è chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità di qualsiasi Legge ma che, in questo caso, dormiva. E dormiva anche nel caso del decreto del 2011 di Monti che anticipava la scadenza di conversione, tant’è che si è pronunciata a quattro anni di distanza e solo perchè è stata investita nel giudizio da parte del Tribunale di Milano, senza agire d’ufficio.

Delle omissioni da parte della Corte Costituzionale ne avevamo già parlato in questo articolo che vi suggeriamo di rileggere http://www.giacintoauriti.eu/notizie/90-il-presidente-costituzionalista-mattarella-omette-di-dire-che-l-euro-e-anticostituzionale.html

Ma ora veniamo alla sentenza del 5 novembre 2015 con la quale la Consulta consente di rendere convertibili le lire che gli italiani hanno ancora in possesso.

La Corte scrive che la la legge del dicembre 2011 voluta da Monti vìola l’art. 42 della Costituzione, proprio quell’articolo che Giacinto Auriti difendeva energicamente contro il trattato di Maastricht e che dimostra la lungimiranza del nostro luminare professore. Tanto lungimirante che emise il SIMEC propio in attuazione dell’Art.42 ( come è visibile sul retro dello stesso del SIMEC )

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Un articolo di cui la Corte si accorge solo ora che è stato vìolato. Oltre a tale articolo 42, nella sentenza si legge che l’art. 26 del d.l. 6 dicembre 2011 n. 201 vìola anche l’art. 1 della Convenzione Europa dei Diritti dell’Uomo ( CEDU ) e l’Art.3 della Costituzione. Nello specifico di queste vìolazioni la Consulta scrive:

“La norma contrasterebbe, in secondo luogo, con gli artt. 42, terzo comma, e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in riferimento all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, in quanto realizzerebbe, di fatto, una sorta di espropriazione ai danni dei possessori delle banconote in lire, della quale beneficiano in prima battuta lo Stato, mediante il trasferimento del relativo controvalore al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, e in ultima analisi i possessori dei titoli del debito pubblico, che vedono così rafforzata la garanzia dei loro crediti. La questione è fondata, in relazione alla censurata violazione dell’art. 3 Cost.”

Bene, sono esattamente gli articoli di Legge ai quali si riferiva Auriti per difendere gli italiani dall’Euro e dall’Europa delle Banche. Per capire la lungimiranza di Auriti sulla difesa di tali leggi vediamo cosa esse prevedono.

L’Art. 42 della Costituzione al terzo comma sancisce che “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale” e qui la Consulta ha dimostrato che l’impossibilità da parte dei possessori a convertire le lire si configura come un esproprio dei “beni privati” senza indennizzo perchè il valore incorporato da quelle lire, ossia il loro potere d’acquisto, è stato reso nullo dall’impossibilità della conversione e quindi quelle lire sono diventate carta straccia.

Si conferma, quindi, la tesi del valore per induzione giuridica di Auriti . Ossia che il valore della moneta non dipende dalla forma o dalla materia con cui è composta ma dipende dalla convenzione sociale legiferata che dà valore alal moneta per la certezza della sua accettazione. Soprattutto si conferma che la proprietà della moneta è del privato cittadino, proprio ciò che sosteneva Auriti con l’interpretazione autentica dell’Art. 42 della Costituzione.

Inoltre, la stessa Corte dice che “nemmeno la sopravvenienza dell’interesse di Stato alla riduzione del debito pubblico può costituire adeguata giustificazione di un intervento così radicale in danno ai possessori della vecchia valuta. Nel caso in esame non risulta operato alcun bilanciamento fra l’interesse pubblico perseguito dal legislatore e il grave sacrificio imposto ai possessori di banconote in lire, dal momento che l’ effetto immediato della non conversione non lascia alcun termine residuo, fosse anche minimo, per la conversione. Né, d’altro canto, lo scopo perseguito imponeva un tale integrale sacrificio, visto che, come si poteva prevedere fin dall’approvazione della norma, per la maggior parte delle banconote in lire corrispondenti al controvalore versato all’entrata del bilancio dello Stato non sarebbe stata chiesta la conversione.”

In sintesi , per chiarire questo passaggio, la Consulta dice che i possessori di lire, espropriati del loro valore e potere d’acquisto derivante dalla non convertibilità della vecchia moneta, non hanno ricevuto alcun indennizzo per il “sacrificio” alla rinuncia di conversione e dice, altresì, che lo Stato non può nascondersi dietro il paravento della “pubblica utilità” quando dichiara che il valore delle lire non convertite sia stato usato per ridurre il Debito Pubblico perchè chi in precedenza ha convertito le lire in Euro ha ricevuto in mano la nuova moneta invece che il nulla per ridurre il debito pubblico. In sostanza, chi aveva cambiato le lire in precedenza aveva effettuato una conversione di moneta e non una “rinuncia” in favore dei creditori dello Stato, detentori dei Titoli di Debito Pubblico .

Da qui ne discende anche la vìolazione dell’Art. 3 della Costituzione.

L’Art. 3 della Costituzione sancisce che “ tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso , di razza, di lingua , di religione , di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E qui la Consulta ha dimostrato che il governo Monti con il Decreto Legge del 2011 intendeva tutelare i privati detentori di Titoli di Stato discriminando i possessori dei valori monetari delle lire che sarebbero dovute essere convertite in euro ledendoli nel princìpio di uguaglianza e creandogli un ostacolo di ordine economico, anziché rimuoverlo.

Ma un aspetto importantissimo della sentenza ,che dà ragione a quanto enunciato per oltre quarant’anni da Auriti, lo troviamo nell’ammissione della vìolazione dell’Art.1 del CEDU ( Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ).

La Corte Costituzionale, infatti, dichiara quanto segue in merito a tale vìolazione:

“ La norma contrasterebbe all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, in quanto realizzerebbe, di fatto, una sorta di espropriazione ai danni dei possessori delle banconote in lire, della quale beneficiano in prima battuta lo Stato, mediante il trasferimento del relativo controvalore al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, e in ultima analisi i possessori dei titoli del debito pubblico, che vedono così rafforzata la garanzia dei loro crediti. “

L’Art.1 del CEDU sancisce che Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

Quindi osserviamo che oltre agli Artt. 3 e 42 ,di cui abbiamo detto sopra, anche l’Art.1 del CEDU viene in nostro favore e la Corte Costituzionale riconosce la moneta come un bene di proprietà del cittadino confermando ciò che Auriti ha sempre detto quando si appellava alla Costituzione ed alla Carta dei Diritti Umani per far riconoscere la proprietà della moneta al portatore, al singolo individuo che la possiede.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) considera come «bene» anche un profitto futuro, se il guadagno è stato acquisito o è stato oggetto di un credito esigibile, sicché l’eventuale interesse generale sotteso alla scelta legislativa non sarebbe sufficiente, nel caso concreto, a legittimare l’espropriazione disposta dalla norma denunciata.

Con questi riferimenti nella sentenza, da parte della Consulta, si può affermare che il Debito Pubblico sia detestabile e quindi il rifiuto del suo pagamento è un atto legittimo che la politica dovrebbe fare. Questa sentenza rafforza la proposta del giovane economista Salvatore Tamburro che portò alla ribalta mediatica la questione del Debito Detestabile.

A questo punto crolla qualsiasi pretesa giuridica delle banche della BCE sul loro diritto di proprietà della moneta perchè se la lira è stata riconosciuta dalla Consulta di proprietà del possessore e se essa ha subìto solo una conversione in nuova moneta a corso legale, chiamata Euro, e se è lo Stato che dà valore legale alla moneta , l’Euro non può essere considerato di proprietà delle banche partecipanti al capitale della BCE né può essere prestato allo Stato essendo lo Stato l’insieme della collettività di cittadini proprietari della moneta di valore legale tramite la Legge. Proprietari !! Come sancito dalla Corte Costituzionale. Proprietari di un bene economico a contenuto patrimoniale di proprietà del cittadino che lo ha acquisito a fronte dell’esigibilità derivante dal credito prodotto e commisurato con il suo lavoro ( come definisce il CEDU ).

Si desume che sono da riconoscere anticostituzionali tutti gli atti legislativi promulgati in favore di un Eurosistema bancario al quale è stata concessa una posizione privilegiata e discriminatoria nei confronti degli altri soggetti (fisici e giuridici di cui all’Art.3 della Costituzione) con l’esproprio dei beni monetari senza alcun indennizzo. Beni monetari che vengono prestati allo Stato generando debito la cui restituzione con prelievo fiscale non genera alcuna utilità pubblica ma soltanto benefici ai privati che prestano moneta.

Ma nel frattempo che la politica comprenda la grande portata di questa sentenza per il benessere dell’economia italiana e degli italiani, Banca d’Italia e Ministero delle Finanze stanno decidendo come fare per contabilizzare e restituire 1,2 miliardi di euro ( di vecchie lire ) a coloro che non ancora le hanno convertite.

Questa sentenza li mette in crisi perchè la Banca d’Italia aveva già trasferito l’ammontare delle lire residue non ancora rientrate , pari al valore di 1,2 miliardi di euro, al Fondo Ammortamento Debito Pubblico ,con cui lo Stato ha garantito i suoi creditori.

Pertanto ci sono da porsi queste domande: chi pagherà la conversione se questi soldi sono stati già usati dallo Stato in maniera anticipata ? La Banca d’Italia non pagherà ai possessori di lire soldi che ha già pagato anticipatamente allo Stato. Sarà lo Stato stesso a dover tirar fuori 1,2 miliardi di euro dal suo bilancio tagliando fondi da qualche parte. ?

Scuola di Studi Giuridici e Monetari-Giacinto Auriti

P.S.: Chissà se la Consulta si sarà accorta della incostituzionalità della Legge Delega che istituisce il Bail In, come scrivemmo qui http://www.giacintoauriti.eu/notizie/98-per-una-volta-siamo-a-favore-della-bce-ma.html

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Dal 1° gennaio in vigore il bail-in [garanzia interna]: la banca in difficoltà potrà attingere dal conto corrente. Come tutelarsi

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Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Il Sole 24 Ore – 22 ottobre 2015

Dal 1° gennaio in vigore il bail-in [garanzia interna]: la banca in difficoltà potrà attingere dal conto corrente. Come tutelarsi

di Vito Lops

 

 

A partire dal 1° gennaio 2016, anche in Italia sarà applicata la direttiva Brrd (Bank recovery and resolution directive). È la direttiva europea del cosidetto bail-in che cambia radicalmente il paradigma del correntista bancario che, in caso di difficoltà finanziarie dell’istituto, può diventare compartecipe delle perdite. Prima di questa direttiva la prassi ha portato a utilizzare il meccanismo del bail-out [garanzia esterna]. In caso di salvataggio di una banca sono intervenuti gli Stati e quindi indirettamente tutti i contribuenti (che hanno pagato attraverso l’aumento delle tasse il surplus di deficit necessario per salvare l’istituto). Questo ha contribuito, ad esempio, a far aumentare tra il 2008 e il 2012 il debito/Pil dell’Eurozona oltre l’80 per cento.

Adesso l’Eurozona, tramite la nuova direttiva, intende cambiare modus operandi: se una o più banche sono in difficoltà non sono gli Stati a doverle salvare (e quindi in via indiretta i contribuenti attraverso più tasse) ma direttamente chi ha un rapporto con quell’istituto e cioè azionisti, obbligazionisti e correntisti.

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Dopo Bloomberg anche Moody’s boccia Renzi: PIL 2016 al di sotto delle aspettative

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Segnalazione Quelsi

by Andrea Asole

 

Dopo la bocciatura di Bloomberg, anche l’agenzia di rating Moody’s boccia l’operato del governo Renzi. Anche gli analisti di Moody’s concordano che nel 2016 l’Italia non avrà risultati brillanti in economia. Secondo l’agenzia statunitense, il PIL italiano il prossimo anno crescerà dell’1% e non dell’1,7% come invece ha stimato il Governo; il dato italiano è inferiore al dato medio dell’eurozona, in cui si prevede una crescita media dell’1,5%. Il dato del 2015 è invece in linea con quello stimato da Palazzo Chigi.

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