Il testo della lettera della Bce al Governo italiano

«Caro Primo Ministro». Inizia così la lettera strettamente riservata inviata dalla Bce al Governo italiano datata 5 agosto scorso e firmata dal presidente Jean
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Alle prossime elezioni, vogliamo parlare di sovranità monetaria?
di Fabio Conditi

Fonte: monetapositiva
Le elezioni politiche sono ormai alle porte, probabilmente ci saranno prima della loro scadenza naturale del 2018, e quindi probabilmente da oggi si comincerà a parlare di programmi elettorali e di proposte per uscire dalla crisi economica.
Allora voglio chiarire a tutte le forze politiche un concetto chiaro e semplice: inutile che ci parliate di proposte come gli 80 euro o l’eliminazione dell’IMU sulla 1° casa, che sono come l’acqua calda per un tumore, noi vogliamo conoscere la vostra posizione sulla sovranità monetaria e sulla possibilità che lo Stato la usi per risolvere i problemi ed uscire dalla crisi economica.
Oggi il denaro si crea, ma solo per le banche ed i mercati finanziari
Mario Draghi ha dovuto finalmente ammettere che “non possono finire i soldi“, perché “abbiamo ampie risorse per far fronte a tutte le nostre esigenze“, dimenticandosi di ammettere che le “loro esigenze” sono solo le banche ed i mercati finanziari, mai che si sia impegnato per venire incontro alle esigenze di noi cittadini e dell’economia reale, neanche nel caso di eventi tragici come un terremoto o un’alluvione.
Quindi smettiamola con il solito mantra che ci ripetono sempre i Governi: “Vorremmo risolvere i problemi e venire incontro alle esigenze dei cittadini, ma purtroppo non ci sono i soldi e dobbiamo ripagare un debito enorme, per cui è necessario continuare a fare i sacrifici altrimenti sono guai peggiori.” Continua a leggere
Il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro (1981)
DEDICATO AI LIBERISTI CHE CREDONO L’ITALIA UNO “STATO SOCIALISTA”
di Lorenzo D’Onofrio ·

di Luca Cancelliere (ARS Sardegna)
La Repubblica Italiana, orfana della leva monetaria ceduta alla BCE già alla fine degli anni ‘90 e totalmente vincolata, per quanto concerne la leva fiscale, agli impegni improvvidamente assunti con il “Patto di Stabilità e crescita” del 1997, con il “Trattato di Lisbona” del 2007 e con il “Patto di bilancio europeo” o “Fiscal Compact” del 2012, da molti anni ha rinunciato a qualsiasi forma di sostegno alla domanda aggregata, con effetti macroeconomici deleteri.
È noto che secondo la dottrina di Keynes, per ogni punto di spesa pubblica in più il c.d. “moltiplicatore” incrementa il PIL in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/PIL migliora. Per ogni punto di spesa pubblica in meno, invece, il c.d. “moltiplicatore” riduce il PIL in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/ PIL peggiora.
Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale a cura di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina conferma che un taglio della spesa pubblica dell’1% del PIL provoca un calo del PIL fino al 2,56% per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. Per l’Italia si va dall’1,4% all’1,8%. I dati storici della finanza pubblica italiana degli ultimi tre anni confermano decisamente questo assunto. Se il governo Berlusconi aveva lasciato un rapporto debito/PIL del 120,10%, le politiche di austerità dei governi Monti e Letta hanno sensibilmente peggiorato tale rapporto portandolo, secondo le stime OCSE per il 2014, al 134,2%.
Una politica economica espansiva, al contrario, non solo avrebbe prodotto effetti virtuosi sul rapporto debito/PIL, ma avrebbe anche cagionato un aumento del gettito tanto delle imposte erariali, quanto della contribuzione INPS, in conseguenza dell’accrescimento della base imponibile.
In tal modo, sarebbero stati superflui gli aumenti della pressione fiscale e i tagli alla spesa pubblica, in particolare le immancabili riforme della previdenza con relativo aumento dell’età pensionabile, nonostante un bilancio INPS la cui tenuta di lungo periodo è stata confermata anche nel febbraio 2014 dall’Istituto.
Le politiche di austerità, a livello teorico, su fondavano sul noto studio del 2010 di Rogoff e Reinhart sul rapporto tra crescita e debito pubblico, clamorosamente confutato dal successivo studio di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università di Amherst del Massachusetts.
In Italia, i sostenitori dell’austerità si sono basati anche sull’errato argomento secondo cui il debito pubblico dipende da un eccesso di spesa pubblica. Per quanto concerne, ad esempio, la spesa per il pubblico impiego, un recente studio ha dimostrato che la quota di dipendenti pubblici in Italia è solo del 5,8% sul totale della popolazione, contro il 9,2% del Regno Unito e il 9,4% della Francia. Ma l’argomento più forte è sempre fornito dai dati storici: dal 1991 al 2008, l’Italia ha costantemente registrato un “avanzo primario”, cioè una differenza tra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi, in attivo. L’attuale stock di debito pubblico si è formato negli anni ’80 esclusivamente in conseguenza di un evento storico ancora poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella storia economica e politica dell’Italia unitaria: il famigerato “divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro”.
Fino al 1981, l’Italia godeva di una piena sovranità monetaria garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione, “ente di diritto pubblico” ai sensi della legge bancaria del 1936, controllato dallo Stato per il tramite delle “banche di interesse nazionale” e degli “istituti di credito di diritto pubblico”. Dal 1975 la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati. Tale sistema garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria, nonché la crescita dell’economia reale.
Lo Stato poteva attingere, fino al 1993, a un’anticipazione di tesoreria presso la Banca d’Italia per il 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva, fino al 1992, il potere formale di modificare il tasso di sconto. E’ peraltro degno di nota che fino al 1981, contrariamente al luogo comune che la vorrebbe “spendacciona” e finanziariamente poco virtuosa, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al PIL più bassa tra gli Stati Europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi. Il rapporto tra debito pubblico e PIL era fermo nel 1980 al 56,86%.
Il 12 febbraio 1981 il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera che sancì il “divorzio” tra le due istituzioni.
Il provvedimento, formalmente giustificato dall’intento del controllo delle dinamiche inflattive generatesi a partire dallo shock petrolifero del 1973 e susseguente all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME), ebbe effetti devastanti sulla politica economica italiana.
Dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, lo Stato dovette collocare i titoli del debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse sensibilmente più alti. In conseguenza di ciò, durante gli anni ’80 si assistette a una vera e propria esplosione della spesa per interessi passivi. Se alla fine degli anni ’60 essa si assestava poco sopra il 5%, nel 1995 aveva raggiunto circa il 25%. Il tasso di crescita della spesa per interessi tra il 1975 e il 1995 fu del 4000%. In valori assoluti, la spesa per interessi passivi, sostanzialmente stazionaria fino a quell’anno, passò dai 28,7 miliardi di Lire del 1981 ai 39 dell’anno successivo, fino ai 147 del 1991. Negli anni ‘80 il rapporto tra spesa pubblica e crescita del PIL fu praticamente stabile. Il deficit salì invece, proprio nell’anno del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro (1981), al 10,87 % rispetto al 6,97% del 1980, mantenendosi su tale valore per tutto il decennio successivo.
La crescita del deficit annuo rispetto al PIL, derivante dalla spesa per interessi passivi, portò in pochi anni il rapporto debito/PIl dal 56,86 del 1980 al 94,65% del 1990, fino al 105,20% del 1992. Tale rapporto, nonostante le politiche di austerità degli ultimi 20 anni, non è diminuito ma è rimasto stabile fino alla crisi finanziaria del 2008.
I dati macroeconomici della crescita del deficit e del debito rispetto al PIL, non dipendendo da aumenti della spesa corrente o per investimenti; essi sono interamente imputabili alla spesa per interessi passivi esplosa in conseguenza del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, il cui ruolo nella crescita dello stock di debito pubblico fu ammesso dallo stesso Andreatta nel 1981: “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”.
Come riconosciuto da Andreatta, il divorzio nacque come “congiura aperta” tra Ministro del Tesoro e Governatore della Banca d’Italia, “nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro”. Esso segnò una tappa importante in quel processo eversivo della nostra Costituzione economica, iniziato nel 1979 e culminato tra il 1992 e il 2002 con la firma del Trattato di Maastricht e la definitiva introduzione dell’Euro.
Una nuova concezione della politica economica non più indirizzata verso i valori sociali fondamentali del moderno Stato nazionale sovrano, ovvero la tutela della sovranità nazionale, la piena occupazione e l’estensione della sicurezza sociale, ma unicamente verso principi quali l’indipendenza delle banche centrali, la “stabilità dei prezzi”, il “pareggio di bilancio” e la “banca universale” dedita simultaneamente all’attività di deposito e risparmio da un lato, e di speculazione finanziaria dall’altro. Una concezione economica in cui il ruolo centrale non è più quello dello Stato Nazionale Sovrano, ma quello delle banche, ormai titolari incontrastate del controllo della leva monetaria in un sistema in cui la “moneta bancaria” soppianta la “moneta statale” e in cui la speculazione finanziaria muove un giro d’affari pari a molte volte il PIL delle principali Nazioni del mondo.
Nell’anno del fallimento di Lehman Brothers e dell’inizio della più devastante crisi economica della nostra storia, il rapporto debito/PIL italiano era al 106,09%, per poi superare in pochi anni il 130%. La crisi ebbe origine nell’espansione abnorme del mercato dei derivati, dei mutui immobiliari e della finanza speculativa privata, ormai affrancata dai vincoli che sotto il regime dell’abrogato “Glass-Steagall Act” americano e della legge bancaria italiana del 1936, vietavano l’esercizio congiunto dell’attività bancaria di deposito e risparmio da un lato e di speculazione finanziaria dall’altro. Immancabile fu il conseguente contagio nei confronti della finanza pubblica, indotto da un triplice ordine di fattori: la decisione dei governi occidentali e del Giappone di impiegare, a spese dei contribuenti, l’enorme somma di 30.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche private; l’effetto “spread” sui titoli di Stato nei paesi periferici dell’eurozona, in conseguenza del c.d. “ciclo di Frenkel” generatosi a seguito dei differenziali inflattivi interni all’area valutaria non ottimale dell’Eurozona; i contraccolpi negativi delle politiche di austerità, con conseguente riduzione del PIL, della base imponibile e del gettito fiscale.
Si osservi per inciso che mentre ai Governi è preclusa ogni forma di spesa a deficit, in nome del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi, sull’altare del salvataggio delle banche si bruciano somme pari a diverse volte il valore del PIL di una grande Nazione industriale, senza che peraltro questo comporti spirali inflattive di sorta. Ed è opportuno rammentare che il controllo dell’inflazione fu il pretesto usato per il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981, benché fosse già allora chiaro che non è l’offerta di moneta a generare inflazione, almeno nella misura in cui l’incremento della base monetaria va a finanziare spese di investimento e a movimentare risorse economiche reali non utilizzate, ma è la crescita dei prezzi dovuta a fattori esogeni (negli anni ’70, lo shock petrolifero del 1973 e la nuova politica dell’OPEC) a generare una crescita della base monetaria. Senza tenere conto che un’inflazione non elevata, ma più alta di quella attuale consente allo Stato di finanziarsi in regime di “repressione finanziaria”, ovvero a un tasso più basso di quello di inflazione.
Gli Italiani devono prendere coscienza, come cittadini e come Nazione, che tutti i giudizi sommari e incompetenti sulla storia economica italiana recente, regolarmente propinati da stampa, televisione e politici alla popolazione, sono completamente smentiti dai reali dati storici e dalle statistiche macroeconomiche.
Dalla fondazione della Repubblica al Trattato di Maastricht, l’Italia fu per quasi cinquant’anni il primo Stato al mondo per crescita economica, diventando negli anni Ottanta la quinta potenza economica mondiale per Prodotto Interno Lordo in valori assoluti.
Ciò avvenne grazie alla proficua sinergia tra l’iniziativa imprenditoriale privata e gli investimenti pubblici nelle industrie a partecipazione statale, nelle grandi infrastrutture nazionali e nello stato sociale

Il microbiota: centrale del benessere del nostro organismo
Il microbiota intestinale è l’insieme dei microrganismi contenuti nel nostro intestino. Favorisce non solo le funzioni intestinali ma anche una condizione di buona salute cardiovascolare, mentale e immunitaria.
Per favorire l’equilibrio della flora batterica intestinale può essere d’aiuto l’utilizzo di fermenti lattici vivi.
Ma la chiave di volta del miracolo italiano fu il pieno controllo della “leva monetaria” e della Banca d’Italia da parte del Ministero del Tesoro, nel quadro della normativa dettata dalla legge bancaria del 1936. Un sistema destinato a sgretolarsi nel trentennio successivo alla famosa lettera di Andreatta del 1981, con i drammatici risultati che oggi noi constatiamo.
Inchiesta giudici e BpVi, il Csm chiude con un pugno di mosche
di Alessio Mannino, Direttore del quotidiano on-line www.vvox.it
L’indagine per incompatibilità sui processi che non si fecero mai a Zonin & C finita con un nulla di fatto: quasi tutti erano in pensione o già trasferiti
Mentre proprio oggi dalla Camera dei Deputati arriva la notizia che il governo si schiera con Cecilia Carreri (l’ex magistrata che nel 2001 voleva mettere a processo Zonin e altri ex amministratori BpVi) nel suo ricorso per indossare nuovamente la toga, dalle indiscrezioni raccolte da Vvox ne giunge un’altra riguardante il rapporto fra Banca Popolare di Vicenza e Procura berica: il Consiglio Superiore dell’ordine ha chiuso con un nulla di fatto l’inchiesta cominciata nel giugno 2015 su tutti i giudici ancora attivi coinvolti in procedimenti archiviati sull’istituto creditizio fra il 2001 e il 2009. L’accusa non era disciplinare ma di incompatibilità ambientale, e derivava da un esposto in cui le associazioni di consumatori Adusbef e Federconsumatori denunciavano «l’intollerabile sistema di corruzione, illegalità, omessa vigilanza di Consob e Bankitalia con le porte girevoli tra vigilanti e vigilati, coperture e complicità istituzionali della BpVi» (e, aggiungevano riguardo la Carreri, «è un dovere morale aprire una pratica per la sua completa riabilitazione»). L’eventuale sanzione poteva consistere nel trasferimento in altra sede. Continua a leggere
MONTEPASCHI: DRAGHI SAPEVA. E AUTORIZZO’
di Maurizio Blondet
(mb. La crisi del Montepaschi ha le sue origini nella acquisizione di Antonveneta nel 2008 ad un prezzo demenziale. L’avvocato italiano Paolo Emilio Falaschi, nell’interesse dei soci, ha prodotto la lettera con cui il governatore di Bankitalia – tale Mario Draghi – autorizzava e giustificava l’acquisto. Ben due procure, pur avendo visto la lettera, hanno escluso “ogni responsabilità” di Bankitalia e di Draghi: prova di come le oligarchie inadempienti e le plutocrazie pubbliche in Italia si coprano l’un l’altra.
Però in Germania hanno letto l’articolo-rivelazione di Franco Bechis (uno dei migliori giornalisti economici) che qui sotto pubblichiamo, e ne hanno tratto una nuova arma nella loro guerra contro Mario Draghi alla BCE. Servirà a delegittimarlo e a indebolirlo. Tipica storia italiana: tanto furbi da essere collettivamente scemi).
Di Franco Bechis
Mps, I Misteri Di Draghi E Il Giallo Sulla Commissione Jp Morgan 15 DIC , 2016
La lettera porta la data del 17 marzo 2008, e ha la firma dell’allora governatore della Banca di Italia, Mario Draghi. Oggetto: “banca Monte dei Paschi di Siena- Acquisizione della partecipazione di controllo nella Banca Popolare Antoniana Veneta”. E’ l’origine di tutti i guai dell’istituto senese che ancora una volta è appeso per salvare se stesso e le migliaia e migliaia di depositanti e risparmiatori all’aiuto che il nuovo governo guidato daPaolo Gentiloni potrebbe dare per decreto legge nei prossimi giorni.
Ma anche il passaggio successivo di Draghi desta qualche sorpresa rispetto alla tradizionale prudenza della Banca di Italia. Perché spiega come Mps avrebbe trovato quei 9 miliardi necessari all’operazione: “un aumento di capitale per 6 miliardi (di cui 1 miliardo con esclusione del diritto di opzione), l’emissione di strumenti ibridi e subordinati per complessivi 2 miliardi e il ricorso a un finanziamento ponte per 1,95 miliardi da rimborsare anche mediante cessione di assets non strategici”. Non solo Draghi descrive quel tipo di reperimento dei fondi, ma ne sposa la ratio, subordinando espressamente l’acquisto di Antonveneta “alla preventiva realizzazione delle misure di rafforzamento patrimoniale programmate, con specifico riguardo agli interventi di aumento di capitale e di emissione di strumenti ibridi e subordinati, in osservanza delle vigenti disposizioni normative in materia di patrimonio di vigilanza”.Attenzione, siamo nel 2008. Quindi proprio nel momento dell’esplosione della crisi finanziaria in tutto il mondo legata proprio all’emissione di quegli “strumenti ibridi e subordinati” che vengono raccomandati da chi aveva istituzionalmente la tutela della “sana e prudente gestione” delle banche italiane. Continua a leggere
LA CARICA CONTRO L’EURO
di Luigi Copertino
Su segnalazione del caro amico Siro Mazza, oggi ho comprato Libero, il giornale diretto da Vittorio Feltri, che di solito non compro né leggo nonostante vi scrivano vecchie conoscenze e vecchi amici della mia (nostra, per qualcuno di questa mailist) giovanile militanza “socialista tradizionalista” , come Marcello Veneziani o Stenio Solinas. L’ho comprato perché esso regala un inserto tutto dedicato all’euro nel quale sono riportati i giudizi di noti personaggi dell’economia e della politica. Alcuni di essi sono stati, a suo tempo, degli euroentusiasti, altri degli euroscettici ab origine. Oggi tutti sono allineati nel fronte “no-euro”. Continua a leggere
Premio Nobel per l’economia 2016: “L’euro è stato un errore”
Segnalazione di L.M.
Secondo il professore di Harvard, Oliver Hart, l’Unione europea ha eccessivamente centralizzato i poteri: “Se non cambia potrebbe fallire”
Bruxelles – L’euro è stato “un errore” e per sopravvivere l’Unione europea deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento. È il parere netto di Oliver Hart, professore di Harvard e vincitore, insieme a Bengt Holmström, del premio Nobel per l’Economia nel 2016. Intervistato dall’agenzia spagnola Efe, Hart non ha nascosto le critiche nei confronti della direzione assunta dal progetto europeo e in particolare della moneta unica: “L’euro è stato un errore”, si è detto convinto Hart, che ha riferito di avere questa opinione fin da quando si è cominciato a parlare di moneta unica. Per questo “non sarei affatto triste se in futuro l’Europa si liberasse dell’euro”, ha continuato il premio Nobel, secondo cui “i britannici furono molto furbi a restare fuori” dalla valuta comune. La sparizione dell’euro, secondo Hart, significherebbe che ai governi ritornerebbe “qualche autorità” in materia di politica monetaria.
La critica principale che Hart muove all’Unione è in effetti una eccessiva concentrazione di poteri. “Credo che la parola chiave sia decentralizzazione”, è convinto il premio Nobel, secondo cui “forse l’Ue è andata troppo oltre nel centralizzare il potere”. In Europa, ha sottolineato lo studioso, “abbiamo visto una preoccupazione sui diritti di decisione che sono strati trasferiti dai Paesi verso il centro, a Bruxelles, e credo che la forma da seguire adesso sia devolvere questa capacità di decisione ai singoli Paesi”. Se questo sarà fatto “l’Unione europea può sopravvivere e prosperare, ma in caso contrario, potrebbe fallire”, è stata la previsione di Hart, che considera gli stati Ue “non sufficientemente omogenei” per essere “una sola unità” che è quindi “un vero errore tentare di crearla”.
Fonte: http://www.eunews.it/2016/12/09/premio-nobel-per-leconomia-2016-leuro-e-stato-un-errore/73938 Continua a leggere
Quel blasfemo di Ezra Pound (sulla fiscalità monetaria)
di Fabio Ferracci

Fonte: Il Talebano
Per non far pagare le tasse ai cittadini basta tassare la moneta al momento stesso della sua emissione. (Ezra Pound)
Può davvero esistere un sistema di fiscalità alternativo, che non necessiti di applicare alcuna pressione fiscale a danno del cittadino? Può davvero reggere un sistema economico che non richieda IVA, IMU,TARES e gabelle varie? Il poeta, scrittore, economista e candidato al premio nobel nel 1959 – Ezra Pound – aveva già trovato negli anni quaranta una soluzione. L’idea era di tassare non i cittadini produttori, sul cui lavoro si regge la prosperità della Nazione, ma il denaro stesso, ponendo ogni mese una marca da bollo pari ad un centesimo del valore nominale delle banconote ed ottenendo così i seguenti effetti:
- lo Stato, senza alcuna spesa di riscossione e senza alcuna possibilità di evasione fiscale, avrebbe avuto un reddito pari al 12% annuale della massa monetaria;
- le banche sarebbero state ridotte a meri intermediari finanziari, non potendo rinchiudere il denaro nei propri forzieri, pena perdere tutti i propri averi in 100 mesi;
- lo Stato avrebbe riacquisto sovranità monetaria, garantendo un’adeguata emissione.
Questa teoria non ebbe mai modo di realizzarsi, cadendo nell’oblìo, dimenticata da tutti ma mai smentita. Tuttavia, sulla scia di queste intuizioni, più tardi l’ AIFIMO (associazione per la fiscalità monetaria) presentò in Parlamento una proposta di legge ad iniziativa popolare, a norma dell’art. 71 della Costituzione della repubblica italiana e degli art. 7 e 48 della Legge 25 Maggio 1970 n. 352, sulla fiscalità monetaria, aggiungendo inoltre l’erogazione di un reddito di cittadinanza come elemento sistemico complementare. La proposta non fu mai presa in considerazione, neppure quando riproposta nel 2007 dall’onorevole Teodoro Bontempo. Continua a leggere
Ok alla fusione di Banco Popolare e BPM
Oltre a Vvox (quotidiano veneto di informazione on-line www.vvox.it), inizia la collaborazione del nostro Responsabile Matteo Castagna anche con il quotidiano on-line della sua città “Verona News” (www.veronanews.net). Il 2016 si sta per chiudere sempre con maggiori Grazie e opportunità per lui e anche per “Christus Rex-Traditio”. Ringraziamo la Santa Vergine Maria, nel corso di questo mese dedicato al Santo Rosario. Riprendiamo qui un articolo di cronaca, importante per l’economia della città, scritto da un collega, peraltro del PD.
http://www.veronanews.net/ok-alla-fusione-banco-popolare-bpm/
In foto Giuseppe Castagna, a.d di Banca Popolare di Milano, con Pier Francesco Saviotti, a.d del Banco Popolare, Milano, 24 marzo 2016. ANSA / MATTEO BAZZI
di Lorenzo Dalai
Oggi a Milano si è tenuta l’Assemblea dei Soci che doveva approvare la fusione del Banco Popolare con la Banca Popolare di Milano. L’esito, apparentemente scontato, è stato positivo, ma con un congruo numero di contrari, 2.781 per l’esattezza, alcuni astenuti, 142, e 7.314 favorevoli.
L’operazione di fusione potrà quindi proseguire speditamente, ora che tutti gli ostacoli sono stati superati. Si darà vita così al terzo gruppo italiano alle spalle di Intesa Sanpaolo e Unicredit, con 4 milioni di clienti, 2.467 sportelli e una quota di mercato dell’8,2%. Si tratta della prima aggregazione scaturita dalla legge che ha imposto la trasformazione delle popolari in società per azioni. Il processo che ha portato alla nascita di Banco Bpm – questo il nome del nuovo istituto – è stato costellato dalle rigorose richieste della Bce, alle prese con l’esame della sua prima fusione dopo l’avvio dell’Unione Bancaria. La vigilanza europea ha imposto al Banco un aumento da 1 miliardo, allo scopo di alzare le coperture sul corposo stock di crediti deteriorati, mentre ha ridimensionato le richieste della Bpm su governance e autonomia della sua banca, che dopo un triennio dovrà essere incorporata nella capogruppo. Continua a leggere



