Lotta all’Isis fermando i finanziatori
di Fulvio Scaglione

Fonte: L’Eco di Bergamo
di Fulvio Scaglione

Fonte: L’Eco di Bergamo
di Maurizio Blondet
“Il programma F-35 e il suo costo sono fuori controllo – ha twittato The Donald il 12 dicembre. – “Si potranno risparmiare miliardi di dollari in acquisti militari (ed altri) dopo il 20 gennaio”. Pochi giorni prima aveva criticato il costo del nuovo Air Force One, ossia la Boeing; adesso la Lockheed Martin. Non manca di coraggio, a sfidare le vacche sacre del sistema militare-industriale, che danno lavoro a migliaia di dipendenti e al Pentagono. La Lockehed ha risposto con un comunicato ammantato di virtù offesa, dove sostanzialmente si diceva: l’F-35 costa (ma la Casa proverà a ridurne il prezzo dai 100 agli 85 milioni a pezzo) per le sue “amazing technologies”, le sue meravigliose tecnologie; è “invisibile”, è un aereo della Quinta Generazione; è eccezionale, come l’America stessa è un paese eccezionale.
Poi è avvenuto un piccolo fatto, che mostra come la fortuna aiuti gli audaci. Alla base aerea israeliana di Nevatim, è in corso una cerimonia importante: stanno per essere consegnati i due primi F-35 al solo e vero alleato. Sono presenti le massime autorità, ammiragli, generali e gallonati dei due paesi, piloti con le famiglie. Il rinfresco per il brindisi è già apparecchiato. Ashton Carter, l’ancora per poco ministro della Difesa, nel suo discorso si commuove liricamente per il fatto che Israele è il primo Stato fuori dagli Usa a ricevere quelle meraviglie . “Non c’è miglior simbolo dell’impegno americano alla sicurezza di Israele che l’F35, il migliore aereo nei cieli”. Jeff Bibione, che della Lockheed è il capo-progetto del meraviglioso F-35 (un progetto in ritardo di soli 16 anni) è raggiante. Netanyahu è estasiato. Il presidente israeliano Reuvlen Rivlin, alato: “L’aereo che atterrerà qui cambierà le regole del gioco. Nella nostra regione non possiamo essere secondi”. Continua a leggere
A lato lo storico stellone che esce dall’ arena in Piazza Brà, davanti al Municipio
di Redazione
Arriva Santa Lucia! E si festeggia soprattutto in Sicilia (era di Siracusa) e a Verona:
I banchéti de Santa Lùssìa, fiera dalle radici antichissime, ancora oggi si tiene nei giorni precedenti il 13 dicembre, giorno dedicato al culto della santa siciliana, in Piazza Brà.
Nel XIII secolo, in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”: la popolazione decise allora di chiedere la grazia a S. Lucia, con un pellegrinaggio alla chiesa di S. Agnese.
Con il freddo i bambini non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, tanti doni.
Tutta la famiglia è coinvolta nei preparativi dell’arrivo della Santa. In ogni casa, soprattutto dove c’è un bambino, non devono mai mancare cibo e acqua per lei e il Gastaldo, fido collaboratore, e anche per l’asinello, che da sempre l’accompagnano nella sua missione notturna!
Ora la chiesa di Sant’Agnese non esiste più dalla prima metà del 1800, ma l’usanza del cosiddetto “piatto di leccornie” per grandi e piccini è un’usanza popolare sempre in voga e molto sentita. I Cattolici, prima di tutto pregano la Santa, fanno un piccolo pellegrinaggio in una chiesa del centro, visitano i banchetti e tornano a casa col piatto pieno.
********************************************************************************

Preghiera composta da san Pio X: O Santa, che dalla luce hai nome, a Te piena di fiducia ricorriamo affinché ne impetri una luce sacra, che ci renda santi, per non camminare nelle vie del peccato e per non rimanere avvolti nelle tenebre dell’errore. Imploriamo altresì, per tua intercessione, il mantenimento della luce negli occhi con una grazia abbondante per usarli sempre secondo il divino beneplacito, senza alcun detrimento dell’anima.
Fa, o Santa Lucia, che dopo averti venerata e ringraziata, per il tuo efficace patrocinio, su questa terra, arriviamo finalmente a godere con Te in paradiso della luce eterna del divino Agnello, il tuo dolce sposo Gesù. Così sia.
di Maurizio Blondet

“Brutale machtkampf in den Usa”, brutale lotta di potere in Usa: così il Deutsche Wirtschaft Nachrichten titola l’attacco della Cia a Donald Trump, il presidente non ancora insediato. Il Washington Post – punta di lancia di questa lotta senza esclusione di colpi – ha ‘rivelato’ che secondo un rapporto Cia, persone legate a Mosca hanno fornito a Wikileaks le email piratate dalla posta elettronica di John Podesta, direttore della campagna elettorale di Hillary, che hanno mostrato i più loschi retroscena del potere della candidata, del marito, della Clinton Foundation riempita mazzette di donatori (Arabia Saudita, Katar…) mentre la signora ricopriva la carica di segretaria di Stato; dei legami di Huma Abedin con i Fratelli Musulmani; degli strani rapporti con la “artista” satanica Abramovic, da cui ha origine il sospetto di certi sottofondi pedofili. Tutto ciò avrebbe provocato la sconfitta della Clinton.
A leggere l’articolo del WaPo, invero, non vi si trova alcun dato di fatto che dia corpo alle accuse: anzi anonimi esponenti della Cia ammettono che non dispongono di alcuna prova che dimostri che il Cremlino abbia trasmesso o ordinato ad intermediari di spifferare le email a Wikileaks. Tuttavia, il fatto stesso che tutti i “grandi” media occidentali abbiano ripreso e strillato questa chiara infondata menzogna (la Botteri si è naturalmente distinta nella bisogna) mostra che la lotta dell’Establishment contro Trump è entrata in una fase nuova, appunto brutale e letale.
Chi ha passato le e-mail compromettenti a Wikileaks? Se i nostri quattro lettori sono stati attenti, lo sanno già: glielo ha detto in vari video Steve Pieczenik, l’uomo di antiche “operazioni” del Dipartimento di Stato. Egli ha dichiarato che sono stati ambienti dell’intelligence a fornire ad Assange le mail, allo scopo di impedire un “golpe” dei Clinton, e perché disgustati del potere del denaro saudita nella politica estera Usa. Pieczenik ha anche ventilato punizioni sulla cosca pedofila; ha anche elogiato Assange come un eroe che si è prestato al contro-colpo con sacrificio personale. Continua a leggere
Non si finisce mai di imparare e quando vengono alla luce determinate verità, ci si rimane davvero meravigliati della falsità che fa da padrona in questo mondo corrotto.
Ormai non si governa per portare avanti un popolo, non si vive con ideali veri…Ma si va avanti con l’esigenza di sopraffare l’altro a tutti i costi e con ogni mezzo a disposizione!
Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora Ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese.
Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi……
A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.
E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il blog “Byoblu”. Nel 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca.
Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».
Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, e il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa.
Alla fine degli anni ‘80, Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’ investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione.
Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’ idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: racconta Galloni , “feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’ acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».
Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto… Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la BancaCommerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.
Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’ economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie speculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».
Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’ altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».
Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia.
Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.
Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema.
Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil.
Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita».
A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico».
FONTE: http://www.libreidee.org/2013/05/italia-potenza-scomoda-dovevamo-morire-ecco-come/

MOAS è l’acronimo di Stazione di aiuto ai migranti in mare aperto. Si tratta di un’organizzazione non governativa con sede a Malta che si è posto il compito di pattugliare il Mediterraneo e salvare persone in alto mare, recuperandole da gommoni, zattere e barche sul Phoenix, il peschereccio della MOAS, una nave completa di droni per sorvegliare le acque, traghettando i migranti per miglia, dalle coste libiche alla Sicilia. L’organizzazione è gestita da Chris Catrambone (35) e sua moglie Regina. Chris Catrambone, statunitense della Louisiana diplomato al college, gestiva un ristorante su un battello a vapore ed ha lavorato presso il Congresso degli Stati Uniti a Washington DC, prima di lavorare come investigatore assicurativo. In tale veste fu inviato nei luoghi più pericolosi del mondo, come ad esempio Iraq e Afghanistan. Dopo aver fatto abbastanza esperienza, e accidentalmente sopravvissuto all’uragano Katrina in Louisiana nel 2005, l’anno dopo Chris Catrambone fondava il Tangiers Group, azienda globale specializzata in “Servizi di assicurazione, assistenza di emergenza, gestione dei sinistri sul campo ed intelligence“(1)). Inizialmente operava dagli Stati Uniti, ma per gestire meglio l’azienda in espansione trasferiva le attività in Italia (dove incontrava la futura moglie) e poi a Malta. È qui che nel 2013 Chris Catrambone fondò la Migrant Offshore Aid Station (MOAS) per assistere la popolazione del terzo mondo ad attraversare il mare in cerca di una vita migliore. Catrambone e la moglie si dice che abbiano speso 8 milioni di dolari propri per tale fine, perché, come il fondatore della MOAS ha confessato, anche lui, una volta che perse la casa a causa di Katrina, capì la situazione degli altri.
Ian Ruggier è un membro del consiglio della MOAS. Questi un tempo fece scalpore a Malta con un piano volto a frenare i migranti in rivolta a Malta. Le unità di polizia circondarono la folla, ed isolarono e colpirono i capi per evitare ulteriori dimostrazioni. Eppure qualcosa andò storto e fallì, con le organizzazioni pro-immigrati che fecero enorme clamore e i tribunali che se ne occuparono (2). Dopo 25 anni di servizio, Ian Ruggier ha trovato lavoro nella MOAS: incaricato di contenere i migranti ora è passato dalla loro parte: Saulo divenne Paolo. Forse.
Ma che succede se Ian Ruggier è soltanto l’uomo il cui compito è garantire che i migranti soccorsi o infiltrati in Europa non finiscano a Malta? Perché le barche della MOAS sono di stanza a Malta, da dove operano. Una volta caricati di immigrati, salpano dal porto di La Valletta verso l’Italia per scaricarvi il carico umano. Robert Young Pelton è consulente strategico della MOAS (3), fondatore di Migrant Report (4) e proprietario della Dpx (Posti estremamente pericolosi) Gear, che vende coltelli da guerra (5) per chi si reca nelle zone di conflitto da cui, stranamente, provengono le persone che si suppone MOAS e Migrant Report dovrebbero aiutare. Come giornalista free-lance ha incontrato Eric Prince, il fondatore della Blackwater, la società militare privata statunitense (mercenari) impegnata in operazioni in Afghanistan e Iraq; per inciso, la Blackwater è stata impiegata anche in Louisiana, durante l’uragano Katrina: Chris Catrambone era capitato lì proprio in quel momento. Robert Young Pelton ha incrociato Eric Prince su questioni finanziarie.
Ma tornando a Chris Catrambone. Un giovane laureato e dipendente, costituisce una società (Tangiers Group) che estende rapidamente le attività in oltre cinquanta Paesi, comportando profitti per milioni da potersi creare l’ente di beneficenza che si chiama MOAS. MOAS impiega uomini che contemporaneamente possono intervenire presso le aziende militari private o essere incaricati di frenare l’afflusso di persone che cercano di attraversare il Mediterraneo. Tale organizzazione non-governativa non è in concorrenza con i governi europei nel recupero dei migranti: piuttosto li integra, un riconoscimento per cui il suo fondatore riceve premi. (6)
Alcune domande sorgono. Come ha fatto Chris Catrambone ad accumulare tale fortuna, così giovane, sul mercato delle assicurazioni? (7) È il suo ente di carità è solo un’espressione delle proprie convinzioni personali? Persegue scopi politici? Il suo Tangiers Group opera nelle zone di guerra: è un puro caso? Lavorò presso il Congresso degli Stati Uniti a Washington DC. Alcuni suoi collaboratori spuntano nelle stesse zone pericolose dove opera Tangiers Group. Anche qui un puro caso? Sembra che ci sia una stretta relazione tra MOAS, marina maltese ed esercito statunitense. MOAS è guidata da un ufficiale di marina noto per il duro trattamento inflitto agli immigrati; fu promosso partner commerciale della Blackwater, ben nota per le azioni spietate contro i civili e di proprietà di una persona che ha fatto fortuna sfruttando le operazioni militari statunitensi in Afghanistan, Africa del Nord e Medio Oriente. Lo stesso denaro, in un modo o nell’altro, guadagnato creando caos in Africa e Medio Oriente, provocando la crisi dei rifugiati, viene ora usato per spedire migliaia di africani senza documenti nel cuore dell’Europa, causando problemi in Italia, Francia, Grecia e Germania. Non si può fare a meno di chiedersi se quelli della MOAS siano onesti salvatori o compiano la missione di destabilizzare ancora di più l’Europa.


Riferimenti
1. Christopher Catrambone, My Story.
2. Come l’esercito ha sbagliato, Times of Malta, 19/12/2005, un ufficiale responsabile della disastrosa gestione delle proteste, Malta Today 16/11/2007.
3. Robert Young Pelton: Aid Station Migrant Offshore (MOAS) e la crisi dei rifugiati dalla Siria.
4. Migrant Report
5. Dpx Gear
6. MOAS, giovane eroe tra coloro onorati nel giorno della Repubblica, 13/12/2015 Malta Today 2015/12/13.
7. “Avevo un patrimonio netto di 10 milioni di dollari prima di compiere trent’anni. (…) Non sono cresciuto nel denaro o nel lusso. Ho costruito tutto quello che ho da zero, attraverso il duro lavoro e la dedizione. Ad un certo punto, ho cominciato a vedermi arrabbattarmi tra questioni sui soldi” Phoenix Rising.


Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
CI SARA’ QUESTO, NEL PROGRAMMA DELLA COALIZIONE DI CENTRO DESTRA, OD AVREMO LA
SOLITA SANATORIA “MODELLO MARONI”? CI SARA’ UNA PROPOSTA DI LEGGE PER
CANCELLARE LA LEGGE CIRINNA? STAREMO A VEDERE.
Segnalazione di Raimondo Gatto
“La solidarietà nazionale – ha messo in chiaro la leader del Front National – deve esprimersi nei confronti
dei francesi”.
La partita è solo all’inizio. A una settimana dal passo indietro di François Hollande, che ha annunciato di non voler correre per un secondo mandato all’Eliseo, la sfida si fa più chiara. La gauche adesso punta tutto sul premier in carica Manuel Valls. Ma soltanto a fine gennaio, quando si terranno le primarie della sinistra, il quadro sarà definitivo. Per il momento in corsa ci sono di sicuro François Fillon, che dopo aver sconfitto Nicolas Sarkozy ha
promesso di voler superare “i patetici cinque anni di François Hollande” puntando a costruire “una Francia sovrana e alla testa dell’Europa”, e la Le Pen, che chiede una chiusura totale delle frontiere e l’uscita della Francia dall’euro. Uno gollista, l’altra anti europeista sono i due volti della destra che, dopo i fallimenti di Hollande, affascina i francesi
Oggi la Le Pen ha tratteggiato un altro aspetto del proprio programa di governo. “Non ho nulla contro gli stranieri – ha spiegato – ma dico loro: se volete venire nel nostro Paese, non vi aspettate che ci faremo carico di voi, che veniate curati e che i vostri figli vengano istruiti gratuitamente”. Il pugno duro della leader del Front National è ampiamente condiviso dai francesi. In un eventuale secondo turno delle lezioni presidenziali francesi, il candidato della destra Francois Fillon sconfiggerebbe con il 65 per cento dei voti la leader del Front National Marine Le Pen. Il sondaggio, però, è stato realizzato da Ifop-Fiducial per iTele, Paris Match e Sun Radio fra il 28 novembre e il 3 dicembre. Prima,
quindi, dell’annuncio della candidatura di Valls. Il sondaggio indica che al ballottaggio la Le Pen verrebbe battuta anche dal candidato indipendente Emmanuel Macron, con il 62 per cento dei voti. Macron, ex ministro dell’Economia, al primo turno non andrebbe, invece, oltre il terzo posto.
FONTE. IL GIORNALE.IT del 8 dicembre
LONDRA – Sono passate poche settimane da quando il nuovo governo polacco ha iniziato il suo mandato, ma dal quel poco che si e’ visto e’ possibile dedurre che sara’ molto piu’ euroscettico di quello precedente e la prima dimostrazione si e’ avuta – già la scorsa settimana – quando il ministro Henryk Kowalczyk ha dichiarato che la Polonia per il prossimo futuro rimarra’ fuori dall’euro. E per “prossimo futuro” ha inteso sottolineare che si tratta di anni e non di mesi.
In quell’occasione, il capo del consiglio dei ministri polacco ha anche rimarcato come il mantenimento della propria valuta abbia permesso alla Polonia di avere una delle crescite economiche piu’ alte tra i paesi europei e se questo non bastasse, le ha evitato contemporaneamente la trappola del debito che sta strangolando l’economia greca.
Forse in futuro le condizioni cambieranno e potremmo decidere di entrare nella moneta unica, aveva concluso, “ma per la Polonia e’ bene rimanerne fuori”. E con questo, Kowalczyk ha dimostrato di avere molto piu’ buon senso della nostra classe politica al potere in Italia, con il Pd “europeista” ed “euro fanatico” al potere senza neppure avere eletto l’attuale presidente del Consiglio Renzi
Comunque, tornado alla Polonia, la presa di posizione anti euro non e’ stata un caso isolato, infatti, pochi giorni fa e’ accaduta un’altra vicenda che ha fatto discutere molto la stampa anglosassone, e per nulla quella italiana che non l’ha neppure riferita.
Durante una conferenza stampa tenuta dal primo ministro polacco non c’era neanche una bandiera dell’Unione europea ma solo bandiere polacche col loro caratteristico colore bianco e rosso, e questa e’ una novità, visto che il precedente governo metteva in mostra sia le bandiere polacche che quelle della Ue a voler sempre sottolienearne l’appartenenza.
Quando i giornalisti hanno chiesto il motivo di questo cambiamento di protocollo, il primo ministro polacco Beata Szydlo ha risposto che da ora in poi in ogni incontro ministeriale riguardante temi di politica interna ci saranno solo bandiere polacche, anche se – ha aggiunto sorridendo – e’ felice che la Polonia faccia parte della Nato. E anche della Ue, ha voluto dire, però tutti i presenti hanno osservato che il sorriso era scomparso dal suo volto.
Qualcuno ora potrebbe dire che in fondo una bandiera esposta o non esposta lascia il tempo che trova, ma nella politica internazionale il protocollo è fondamentale. E un simbolo rimosso vale cento volte di più di un discorso fatto.
A questo punto arrivati, sarebbe bello se anche in Italia si facesse lo stesso, quando il governo tratta in conferenza stampa avvenimenti interni all’Italia, ma i nostri ministri sono troppo asserviti per avere questi scatti di orgoglio, e non e’ un caso che queste due notizie siano state censurate dalla stampa, e figuriamoci dai telegiornali, nostrani.
Dopo più di cinque anni di guerra, cinquecentomila morti e dieci milioni di profughi, le sorti della guerra in Siria sembrano volgere a favore di Bashar al Assad e dei suoi alleati. Non si può dire che l’esito sia oramai scontato, visti i capovolgimenti della situazione già avvenuti in passato, tuttavia dal terreno nelle ultime settimane sono arrivati dei segnali precisi.
In primo luogo la battaglia di Aleppo sembra stia per concludersi con la vittoria dei lealisti. Dall’inizio del conflitto la città – seconda della Siria, un tempo economicamente dinamica e artisticamente meravigliosa, ora ridotta in molte zone a un cumulo di macerie – è stata divisa tra le forze di Assad e i ribelli. Da inizio settembre 2016 i quartieri controllati dagli insorti, quelli orientali, erano sotto assedio, costantemente martellati dall’aviazione russa e siriana. Quasi tre mesi dopo, tra il 27 e il 28 novembre, le difese dei ribelli sono crollate in tutta la parte nord, immediatamente conquistata dai lealisti. Il 30 novembre il regime avanza anche da sud e da est. I civili stanno abbandonando i quartieri ancora sotto assedio a migliaia.
Al netto delle difficoltà che gli uomini del regime e i propri alleati (iraniani, iracheni sciiti, afghani, libanesi, russi) potranno incontrare nel liberare gli ultimi quartieri, con un’estenuante guerriglia casa per casa, le chance per gli insorti paiono ridotte a zero. Le ripercussioni, tattiche e psicologiche, di una vittoria del regime saranno da verificare, ma di sicuro lealisti e alleati metteranno al sicuro il corridoio Aleppo-Damasco – fondamentale strategicamente – e avranno il “momento” dalla propria parte.

Accanto alla battaglia di Aleppo, il regime ha poi incassato altre vittorie nei dintorni di Damasco. Dopo mesi di assedio diverse sacche ribelli hanno accettato l’accordo proposto dal regime: passaggio sicuro verso la provincia di Idlib (ancora saldamente in mano ai ribelli, in particolare a una coalizione di sigle islamiste) per chi vuol continuare a combattere e parenti, amnistia per chi rinuncia alla lotta. E anche le aree controllate dagli insorti a nord di Homs e a nord di Hama – altre due importanti città del Paese – sono state attaccate e indebolite nelle ultime settimane dall’aviazione russa e dalle forze di terra del regime di Assad. Nel medio periodo si può ipotizzare che il governo riprenda il controllo della quasi totalità dell’area costiera (la più ricca e popolosa) ancora controllata dagli insorti, con l’eccezione della provincia di Idlib, che potrebbe essere attaccata in forze in un secondo momento, e di alcune zone a sud, dove i ribelli sono spesso collegati più direttamente a Giordania e Usa (pertanto meglio equipaggiati ed addestrati) e dove Israele è molto attenta a colpire gruppi che ritiene pericoloso avere ai propri confini (su tutti, l’Hezbollah libanese).
Lo scontro con l’Isis è invece rinviato a un momento futuro, probabilmente quando non ci saranno più altri ribelli da combattere visto che la sola presenza dello Stato Islamico ha portato al regime di Damasco un forte consenso internazionale, e la strategia del regime di schiacciare l’intera ribellione sul “fanatismo islamico” ha finora pagato.

La situazione in Siria al 30 novembre 2016. In rosso i lealisti, in verde i ribelli, in giallo i curdi siriani, in grigio l’Isis, in grigio-verde (a nord) la Turchia e i ribelli filo-turchi, in blu (a sud) Israele
Questa “riscossa” di Assad nasce da una molteplicità di fattori. Principalmente ha pagato nel medio periodo l’intervento di Mosca, iniziato nel settembre 2015 e cresciuto di intensità nel corso dei mesi, ma non solo. Le divisioni tra fazioni ribelli, gli scontri di queste ultime coi curdi siriani e il massiccio contributo delle milizie sciite alla causa di Assad sono tutti fattori interni importanti. Se ne aggiungono poi altri esterni: si ragiona su un possibile “effetto-Trump” sulla situazione in Siria: in base alle dichiarazioni del neo-presidente sembra ci si possa aspettare un accordo con Putin (e Assad) sulla Siria a tutto svantaggio dei ribelli, oltre che dell’Isis. E questo potrebbe aver già causato un rallentamento nel sostegno americano ad alcune sigle di insorti, se non un freno all’aiuto che altri alleati (Sauditi e non solo) danno per abbattere Assad. Anche la Turchia, dopo aver sponsorizzato fortemente i ribelli per anni, pare abbia rallentato il suo sostegno in cambio del benestare di Putin all’operazione in territorio siriano “Scudo dell’Eufrate”, con cui Ankara mira a ripulire il confine meridionale dall’Isis e soprattutto dai curdi siriani.
Ma qui il quadro si complica nuovamente: un’altra mossa che pare abbia rafforzato sul terreno Assad è infatti l’alleanza sempre più stretta tra lealisti e curdi siriani del YPG. Insieme stanno combattendo ad Aleppo contro i ribelli, e soprattutto insieme stanno combattendo contro Turchia e ribelli filo-turchi più a nord, contendendosi la cittadina strategica di Al Bab, ora in mano all’Isis (fondamentale per i curdi, tanto da praticamente interrompere l’offensiva su Raqqa, per unificare i propri cantoni e fondamentale per Ankara per l’opposto motivo). Erdogan specularmente è tornato a parlare di “abbattere il regime siriano”, dopo mesi in cui pareva aver abbandonato il proposito, e ha dichiarato che l’operazione “Scudo dell’Eufrate” ha la caduta di Assad come obiettivo ultimo.
Come possa dunque la Turchia fare accordi con la Russia, quando quest’ultima è alleata di Assad che si è ora alleato coi curdi, rimane un mistero. Forse alla fine verranno sacrificati i curdi, forse verrà sacrificata la Turchia, di sicuro chi dà le carte è Putin, e Assad per ora ne trae il massimo beneficio.

La corsa verso Al Bab, controllata dall’Isis (in grigio) ma ambita tanto da Turchia e ribelli filo-turchi (in grigio-verde), quanto dai curdi (in giallo) e dai lealisti (in rosso), ora pare stabilmente alleati nella zona
di Maurizio Blondet
Se confermata, la scelta di Trump di mettere al Pentagono il generale James Mattis sembra buona. Nei Marines da 41 anni, non ammogliato (ha sposato l’esercito), senza incarichi nei consigli d’amministrazione del complesso-militare industriale, gli ufficiali che sono stati suoi sottoposti in operazioni belliche (è stato uno dei leader dell’invasione Irak 2003) ne parlano bene. Anzi con ammirazione: coraggioso, capace, geniale, onesto, un vero uomo di comando.
Nel 2013 ha criticato pubblicamente Israele, denunciando che stava costruendo un regime di “apartheid”. Come comandante del CENTCOM ha pagato ogni giorno un prezzo in sicurezza militare per il fatto che gli americani sono visti pregiudizialmente pro-Israele. Ciò influenza tutti gli arabi moderati che vogliono stare dalla nostra parte, perché non possono apertamente schierarsi con chi manca di rispetto ai palestinesi”. E rivolto agli israeliani: “Se non viene stabilito uno stato palestinese, io vi dico che l’attuale situazione è insostenibile. (…) Gli stanziamenti delle colonie [ebraiche nei territori occupati] stanno rendendo impossibile la soluzione a due stati”. Finirete con realizzare l’apartheid.
http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.537867
Sono frasi di buon senso, ma dirle ad alta voce in Usa, per un militare, sono sintomo di audacia. Più precisamente, di non aver paura di rovinarsi la carriera. Il generale Mattis, nonostante il nomignolo “Mad Dog”, viene ritenuto un intellettuale; ha certamente letto The Israeli Lobby di Walt e Mearsheimer. Per una serie di motivi, gli ufficiali che sono stati sotto il suo comando sperano, anzi sono convinti,che Mad Dog libererà il Pentagono dalla presa dei neocon, che controllano la politica estera Usa in senso filo-sionista dal 2001, quando hanno preso il potere nei ministeri-chiave sotto il presidente repubblicano Bush, e ci sono rimasti aggrappati negli 8 anni del democratico Obama.

“Mi aspetto – scrive uno di loro su Sparta Report (sic, un blog soldatesco)- che Mattis come segretario alla Difesa faccia un c. così a quelle donnette imboscate che infestano il Pentagono dopo otto anni di regno di Obama. Con l’appoggio di Trump, tirerà fuori le budella a quei parassiti nel complesso militare-industriale, che usano il servizio militare come parte del curriculum per atterrare in posizione direttoriale a McDonnell-Douglas e altri. Se Dio vuole il presidente Trump emanerà un divieto PERMANENTE per OGNI ufficiale superiore di lavorare per un contractor della difesa”.
https://www.spartareport.com/2016/12/secdef-mad-dog-mattis-trumps-anti-neocon/
D’accordo, si tratta di una speranza. Ma quella che viene qui denunciata è una delle peggiori piaghe del sistema americano. Come da noi certi politici ed alti funzionari (da Draghi a Prodi a Barroso) finiscono a Goldman Sachs, a Washington anche gli altissimi gradi a fine carriera sono invitati nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende private produttrici di armamento o servizi come contractors al Pentagono; assunti con emolumenti che non hanno mai visto durante il servizio, per le loro conoscenze interne e per la loro capacità di fare lobby alla Difesa. Questo è uno dei più gravi elementi di distorsione della politica estera americana, essendo Loocked-Martin e McDonnell Douglas imprese con un solo cliente (il Pentagono) o due (la NATO, i suoi satelliti), ed essendo loro interesse che il governo Usa faccia più operazioni belliche e più occupazioni armate possibile – perché così consuma i materiali prodotti da loro, e garantisce un flusso permanente di lucrosi contratti di manutenzione, riparazione e sostituzione. La proliferazione cancerosa di basi americane nel mondo, il mostruoso bilancio del Pentagono (in cui si annidano sprechi, tangenti e furti enormi), ma anche l’ipertrofia bellicista Usa si spiegano in gran parte non con l’interesse nazionale, ma con l’interesse dei bilanci delle ditte. Continua a leggere
Nessun prodotto nel carrello.
Il tuo account verrà chiuso e tutti i dati verranno eliminati in modo permanente e non potranno essere recuperati. Sei sicuro?