Politica, Magistratura e un Paese diviso su tutto

Condividi su:

 

L’Italia è una Repubblica democratica, divisa su tutto: andrebbe riscritto con queste parole l’articolo 1 della Costituzione, a cui si dovrebbe poi aggiungere che la nostra attitudine a farci del male è talmente forte e radicata nel nostro Io di italiani, da essere uscita perfino rafforzata dalla catastrofe-Covid.

Così come i ratti sarebbero tra i pochi superstiti di un conflitto atomico, allo stesso modo l’italica capacità di dividerci sopravvive per il semplice fatto che si nutre rovistando tra le interiora dei nostri istinti più bassi, tra cui l’invidia sociale.

Se mi chiedessero di individuare la causa principale dei mali atavici dell’Italia non avrei il benché minimo dubbio nel puntare il dito contro la nostra divisività, i cui sinonimi sono l’invidia, appunto, ma anche provincialismo, campanilismo e individualismo, cioè i prodromi della nostra incapacità di “fare sistema”, se non in casi estrema necessità, e comunque senza riuscire mai a imparare la lezione.

Uniti siamo usciti da una situazione difficile? Bene, ora che siamo sani e salvi torniamo pure a essere nemici come prima. Altrimenti non si spiegherebbe il livello così basso in cui continua a sprofondare una nazione come l’Italia che, in condizioni non dico eccelse ma quantomeno normali, tra le 5 nazioni più potenti e influenti al mondo dovrebbe starci in scioltezza.

In cosa ci dividiamo? Tutto. Tra imprenditori e professionisti dello stesso settore, tra chi abita in un comune e chi in un altro, tra classi: sociali e perfino di scuola, dove financo i genitori si dividono in fazioni. Poi, serenamente e pacatamente (si fa per dire), veniamo ai poteri dello Stato.

Cominciamo dalla politica che, se non facesse piangere, ci farebbe sbellicare dalle risate: per scongiurare l’arrivo di un altro Mussolini (ricordiamo, però, che passò anch’egli dal Parlamento ricevendo la fiducia in entrambe le Camere, ndr) i Padri Costituenti favorirono – di fatto – la nascita di un altro regime, ovvero quello partitocratico.

Da allora il Parlamento si divide in partiti e partitini che, a loro volta, si dividono in correnti e correntine che, talvolta, danno luogo a scissioni e scissioncine. Perfino i singoli politici riescono a dividersi, scindendo le loro granitiche convinzioni in base all’utilità del momento, saltando con nonchalance da destra a sinistra passando, ovviamente, per il mitologico centro. Risultato: il pantano che, ahinoi, ben conosciamo.

Poi, come detto nel titolo, la Magistratura. Le cronache di questi giorni ci regalano l’immagine degradante di magistrati ed ex magistrati che si lanciano accuse al vetriolo, accompagnate dalle “Ola” delle rispettive tifoserie che alimentano uno scontro tanto stucchevole quanto pericoloso, che non rende certamente giustizia al resto della categoria.

Divisioni – anche qui in correnti – interne alla Magistratura a cui si somma l’incapacità e in qualche caso la disonestà di alcuni, che ci proiettano tra l’incudine e il martello della divisione tra due poteri: legislativo e giudiziario.

Volendo limitarci all’ultimo trentennio, da Tangentopoli in poi abbiamo assistito a una lotta senza quartiere in cui le reciproche invasioni di campo non si contano nemmeno più e che, al netto degli interessi dei protagonisti e dei loro sodali  – elenco lunghissimo, che comprende i rappresentanti di tutte le categorie, compresi giornalisti che grazie a questa dicotomia continuano a campare di rendita -, ci consegna un Paese sempre più lacerato e privo di punti di riferimento, oltretutto nel mezzo di un crocevia decisivo come quello che stiamo atraversando.

Pensare che basterebbe pochissimo, a cominciare dalla presa d’atto che in ogni categoria esistono i buoni e i cattivi, che generalizzare è sempre sbagliato (specie se lo facciamo per convenienza) e che l’unione fa veramente la forza.

Tutti concetti di cui parliamo ai nostri figli, e che dovremo cominciare a mettere in pratica noi per primi.

DA

https://www.orwell.live/2020/05/27/politica-magistratura-e-un-paese-diviso-su-tutto/

Il marxismo-leninismo del XXI secolo: la Cina di Xi Jinping

Condividi su:

 

Roma, 24 mag – Tra le più evidenti contraddizioni del pensiero e dei metodi di comunicazione dell’elitismo occidentale dei nostri tempi vi è quella di dipingere il presidente Trump come un fascista per un paio di tweet in cui citava Benito Mussolini, Vladimir Putin come un altro fascista per taluni riferimenti al filosofo russo Ivan Ilyn, il presidente cinese Xi Jinping, viceversa, come un illuminato capo di Stato che marcia con convinzione verso il globalismo ed il progresso civile universale.

Xi Jinping lo statista

Xi Jinping è indubbiamente un eccelso statista. Presidente della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2013, la sua scalata verso i vertici del fu celeste impero è costellata da varie traversie, tra cui un’antica persecuzione che lo colse in giovanissima età, nel periodo della Grande rivoluzione culturale, in quanto figlio di un dirigente bollato dai maoisti come “controrivoluzionario”. Si è imposto nella lotta di fazione per la conquista della presidenza con l’appoggio di Jiang Zemin e della famosa fazione di Shangai, sconfiggendo Bo Xilai, l’esponente di punta della “Nuova sinistra” socialdemocratica.

Nonostante sia stato appoggiato nella sua scalata dalla fazione di Shangai, una volta rafforzato il suo potere il presidente ha senza problema alcuno arrestato per corruzione esponenti della medesima fazione, tra i quali lo stesso figlio di Jiang Zemin. Questo, può sembrare un particolare irrilevante, è invece già un sintomo del grande statista che sa dove vuole arrivare poiché possiede una strategia. Solo chi ha una ideologia ed una visione del mondo possiede una strategia di lunga durata. Xi è tra questi. L’Occidente ha quasi generalmente fornito un’immagine assai rassicurante della visione del mondo di Xi e della sua élite: Sogno cinese e Nuova Via della Seta sarebbero la sostanza della strategia globalista del Partito Comunista di Xi. Essendo peraltro un progetto globalista, sarebbe in fondo meno pericoloso del “Maga” trumpista e del nazionalismo panrusso di Putin. Ma è realmente così?

L’ideocrazia comunista

Sogno cinese e Belt and road initiative sono in realtà strumenti tattici della grande politica globale di Xi Jinping. Il leader cinese non è un confuciano né un buddhista, tantomeno un nazionalista han, caso quest’ultimo della Repubblica di Cina (Taiwan), che tuttora si ispira ai Tre Principi del Popolo di Sun Yat Sen, in cui vige una modernizzazione corporativistica di stato molto simile a quella del Giappone; la linea patriottica di Taipei è attualmente salvaguardata dal PPD (Minzhu Jinbu Dang, Fronte pan-verde). Se potessimo guardare il pianeta con occhi un po’ meno eurocentrici, dato anche lo scarso peso geopolitico europeo e l’età media senile delle popolazioni del vecchio continente, vedremmo che la Cina è stata forse l’autentica vincitrice della guerra fredda terminata con il crollo sovietico. Il tentativo strategico, che ispirò il processo riformistico di “apertura al mondo” di Deng, di conquistare la leadership del mondo ideologico comunista fu infatti raggiunto da Pechino. I discorsi interni di Xi Jinping non sono di solito tradotti nelle lingue occidentali, di conseguenza abbiamo una immagine assai unilaterale del leader comunista.

Xi è autenticamente ossessionato dal crollo sovietico, per quanto quest’ultimo evento abbia giovato alla causa ideologica e geopolitica di Pechino più di ogni altro. La conclusione a cui è pervenuto è che l’Urss sarebbe crollata perché ha ceduto alla tentazione di criticare Stalin e la Cina odierna non deve commettere il medesimo errore politico: Marx, Lenin, Stalin e Mao debbono quindi rimanere le guide del “socialismo con caratteristiche cinesi”, il marxismo-leninismo la sua pedagogia di base (Xi Jinping, XIX Congresso del Partito Comunista cinese). Il leader di Pechino ha spiegato ai funzionari del Pcc che proprio la Nuova politica economica (NEP) di Lenin inaugurata nel 1921 in Russia, fu lo strumento tattico applicato da Deng Xiaoping per frenare la errata via della Rivoluzione culturale. Xi Jinping non è il nuovo Mao in vena di sperimentalismi, semmai è il nuovo Lenin, la cui finalità storica è mostrare definitivamente al mondo la veridicità dell’analisi scientifica marxiana.

L’élite politica neo-denghiana, di cui Xi continua nonostante tutto a considerarsi parte integrante e punta di avanguardia, è attivamente marxista-leninista e tale sarà sino alla vittoria nello scontro finale con i nemici del marxismo cinese, vittoria che viene considerata irreversibile e certa, come ben mostra la sinologa Alice Ekman nel suo fondamentale saggio sull’ideologia del Pcc, per quanto carente sia sul piano dell’analisi geopolitica. Arte, cultura, sistema pedagogico, interpretazione della storia e della cultura cinesi sono tutti elementi dispiegati in vista dell’omega storico, il regno millenario comunista, una volta superata la fase attuale, caratterizzata ancora da un socialismo mediato con zone economiche di mercato capitalistico: “Studiando la legge marxista del valore, Deng ha avviato la nuova fase, la NEP alla cinese. Le analisi di Marx e Engels delle contraddizioni della società capitalistica non sono per nulla obsolete. Non è obsoleta neppure la previsione centrale del materialismo dialettico in base a cui il socialismo si affermerà in tutto il mondo. Al contrario, è l’inevitabile direzione dell’evoluzione storica, scientifica e sociale”(Xi Jinping, Maggio 2018).

Il silenzio sui Laogai

Xi Jinping si definisce “ateo marxista”, la stessa élite comunista della Repubblica popolare è “inflessibilmente atea”. Le persecuzioni più cruente, per quel che poco che se ne sa, riguarderebbero proprio i “cristiani delle catacombe”, per il loro anti-comunismo e patriottismo han filo-Taipei. L’Arcipelago Laogai ricorda il russofobo Arcipelago Gulag divulgato all’umanità da Solzenicyn; si caratterizza per la sua azione di permanente tortura mentale e fisica di segno marxista-leninista, ma è stato completamente silenziato dall’Occidente progressista, più interessato ai Renmimbi che alla persecuzione delle minoranze religiose o etniche compiuta dall’Esercito popolare di liberazione. Il Vescovo cinese Joseph Zen ha accusato l’élite gesuitica in accordo con il Partito comunista cinese di aver di nuovo ucciso il Cristo, sottolineando ancora una volta che la strategia di Xi è il globalismo materialista ateistico comunista, né il neo-confucianesimo né il nazionalismo han.

Tali espressioni di purezza ideologica marxista leninista espresse dal più influente leader di stato mondiale sembrano quasi compiacere le élite occidentali del deep state. Il punto debole dell’interpretazione di Ekman potrebbe effettivamente essere rappresentato dal fatto che in una visione marxista, nella Cina di Xi, vige la legge del valore, l’alienazione del lavoro e la logica del profitto, più che dalle zone economiche interne di proprietà privata che lasciano il tempo che trovano essendo appunto il potere politico ideologico in saldo possesso di Zhongnanhai rossa. Tali fattori rischiano comunque di essere del tutto secondari in una logica comunista ortodossa, se si considera che pure in Unione Sovietica (come riconobbe Stalin nel 1951), nella Jugoslavia titina e in larga parte nella stessa Cambogia di Pol Pot, le medesime catene erano assolutamente vigenti. Si potrebbe ribattere tirando in ballo la relazione strategica tra Trump e la Repubblica Socialista del Vietnam di Nguyen Xuan Phuc, ma anche in tal caso si potrebbe ricordare come in piena guerra fredda le fazioni progressiste occidentali fossero vicine all’Urss e quelle più conservatrici alla Cina maoista. Non sono dunque questi i criteri per mettere in discussione il comunismo cinese. Le più avanzate tecniche di controllo totalitario sociale, dal riconoscimento facciale al 5G, dall’Ai alla smart city, ora in avanzatissima discussione anche in ambito Ue, sono così strumenti del nuovo sogno globale totalitario marxista-leninista. Come mai il mainstream internazionale punta l’indice contro il “fascista Trump” o “il fascista Putin” ed è tutto sommato accondiscendente e comprensivo verso Xi, anche dopo la pandemia da coronavirus?

Non vi sarà una nuova Yalta

E’ presto detto: l’illusione della gran parte delle élite e dei potentati politico finanziari di casa nostra poggia sulla fiducia strategica di una nuova Yalta e di una nuova spartizione globale con il Partito Comunista di Beijing. Ma ciò non avverrà e non potrà avvenire. La cronica carenza cinese di beni naturali, ambientali e primari necessari farebbe sì, alla luce di una eventuale spartizione di dimensioni insufficienti per la sovrappopolazione interna, che la dirigenza marxista si troverebbe messa al bando dal popolo in rivolta, modello Hong Kong. Il marxismo di Stato per ora regge in quanto ha assicurato un relativo benessere ad almeno la metà di popolazione grazie alla riforma denghiana. Se venisse meno l’incentivo materialistico diffuso a livello popolare, il marxismo cinese crollerebbe. Inoltre, l’élite di Xi è molto abile a cavalcare la ferita storica dei gravissimi crimini dell’imperialismo occidentale bianco e delle “Concessioni straniere” come ulteriore strumento di affermazione e di espansionismo. Tale ferita è in effetti incisa nella memoria popolare ed è il segreto del successo cinese degli ultimi decenni.

Per quanto il decisionismo democratico populista trumpiano abbia nei tempi recenti, almeno sino alla diffusione mondiale del coronavirus, ben fronteggiato l’espansionismo totalitario internazionale di Pechino, è lecito nutrire seri dubbi sul fatto che gli Stati Uniti, con un deep state tuttora così potente e per nulla anticinese, possano fermare l’imperialismo marxista di Pechino. Si pensi ai sostanziosi affari del milionario Hunter Biden, figlio del milionario Joe, con Pechino, emersi in tutta la loro portata negli ultimi giorni negli Usa. Si consideri poi che i vari movimenti giovanili occidentali trend propagandati dal mainstream, da Greta Thunberg alle sardine con pugni chiusi e bella ciao, senza disquisire sull’originaria bontà o onestà ideologica di questi, vengono facilmente manipolati e strumentalizzati come “carne da macello” da quel notevole cervello politico e strategico che è il Partito comunista di Pechino. Ben più concreta in definitiva è l’ipotesi che proprio i “patrioti russi”, che con il Samizdat e con la resistenza nei Gulag hanno avuto la forza di condurre alla dissoluzione interna del marxismo sovietico occidentalizzante, alla rinascita della Russia Ortodossa e all’annientamento dell’imperialismo unitario di Yalta, avranno senz’altro anche in questo nuovo conflitto globale un ruolo centrale e decisivo.

Mikhail Rakosi

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/marxismo-leninismo-xxi-secolo-cina-xi-jinping-156760/

Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa ufficiale. Intervista all’avv. Gianfranco Amato

Condividi su:

 

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa

Intervista all’avvocato Gianfranco Amato

di Samuele Cecotti

 

La crisi sanitaria connessa alla pandemia da COVID-19 ha generato processi economici e politici su scala planetaria tali da delineare un quadro nuovo e preoccupante lasciando già ora intravvedere una fortissima recessione economica globale e gravi indizi di un incipiente totalitarismo post-moderno. Le questioni che una simile crisi di civiltà pone sono molteplici non ultime di carattere giuridico, bioetico e religioso.

Il nostro Osservatorio ha dato vita, a partire dal documento dell’arcivescovo Crepaldi, ad un Tavolo di Lavoro per affrontare cattolicamente la crisi, analizzare i fatti, formulare giudizi e proporre soluzioni alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Gianfranco Amato, giurista, fondatore e presidente nazionale dei Giuristi per la Vita, intellettuale cattolico attivo su molti fronti dell’apostolato culturale, fondatore e presidente del Movimento popolare Nova Civilitas, uno degli organizzatori del Family Day, componente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Novae Terrae, rappresentante per l’Italia dell’organizzazione internazionale Advocates International, è membro e consulente legale dell’organizzazione britannica CORE Comment on Reproductive Ethics, con sede a Londra, per conto della quale coopera in diverse azioni legali intentate su tematiche bioetiche. Sempre a livello internazionale, collabora, come allied attorney, con l’organizzazione statunitense A.D.F. Alliance Defending Freedom, composta da avvocati che si occupano di temi inerenti alla libertà religiosa ed alla bioetica.

 

Avvocato, in questi mesi di emergenza sanitaria proclamata dal governo italiano a fine gennaio, abbiamo assistito, in una prima fase, ad una sottovalutazione del problema (ricordiamo tutti gli hashtag #milanononsiferma e #abbracciauncinese con relativi aperitivi sui navigli) da parte degli stessi esponenti di maggioranza per poi, in una seconda fase, precipitare il Paese in una sorta di “arresti domiciliari” universali stabiliti per dpcm. Si conosce ora l’esistenza d’un Piano elaborato al Ministero della Salute già a gennaio ma tenuto segreto … Ci aiuta a trovare una chiave di lettura per un simile procedere del governo italiano? Vede la possibilità per azioni legali contro l’operato del presidente Conte e del governo?

L’unica chiave di lettura possibile è quella che ci offre la drammatica immagine di un governo caratterizzato da un irresponsabile, dissennato, incosciente dilettantismo. Per nostra sfortuna l’emergenza pandemica del Covid-19 è giunta nel momento storico in cui l’Italia ha registrato il livello politico-culturale più basso della propria classe dirigente negli ultimi settant’anni. Non si è mai visto nulla di simile dal dopoguerra ad oggi.

Le sorti del nostro Paese in uno dei momenti più drammatici della sua storia dopo la Seconda Guerra Mondiale sono, infatti, affidate alla cosiddetta “cabina di regia” della crisi pandemica. In cabina troviamo a dirigere un oscuro avvocato di provincia, tale Giuseppe Conte, che ha l’onore di non rappresentare nessuno, non avendo – a quanto risulta – mai ottenuto un voto in vita sua, e che pare non aver mai amministrato nulla prima d’ora, neppure il condominio del palazzo in cui vive. Segue il fido ed onnipresente portavoce ufficiale, Rocco Casalino, che annovera tra i propri titoli quello di aver partecipato al programma televisivo di dubbio gusto noto come “Grande Fratello”. Non proprio un master ad Harvard o ad Oxford. Lo affianca, sempre in cabina, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che proviene dal mondo dello sport: è stato infatti steward presso lo stadio San Paolo di Napoli. In italiano la definizione è “assistente di stadio”, una professione di tutto rispetto che si estrinseca in varie attività come, ad esempio, il presidio dei varchi di accesso, il filtraggio della tifoseria, la verifica del biglietto, l’accompagnamento al posto assegnato. Nella stessa cabina abbiamo anche un giovane ministro della salute, Roberto Speranza, laureato in Scienze Politiche, che sta alla medicina come un chirurgo sta alla letteratura sanscrita, e che non siamo proprio certi sappia cogliere a colpo d’occhio la differenza tra un batterio e un virus. C’è spazio, infine, per l’ultimo componente della cabina: il responsabile della Protezione Civile, il quale, per meriti di competenza, non poteva che essere un commercialista e revisore dei conti. Stiamo parlando del dott. Angelo Borrelli. Con tutto il rispetto dovuto, a me pare che la competenza del dott. Borrelli in materia di emergenza pandemica sia pari a quella del sottoscritto nel progettare un ponte. Ossia pari a zero.  Qualcuno potrebbe obiettare che un Paese non deve necessariamente essere governato da tecnici. Questo è vero, però nel caso eccezionale di una pandemia mondiale forse a gestire l’emergenza sarebbe più opportuno mettere qualcuno che almeno mastichi la materia, o quanto meno che abbia esperienza politica, nel senso aristotelico della πολιτική τέχνη, ovvero della scienza e dell’arte del governare. Il punto è che nessuno dei soggetti attualmente al governo pare avere il benché minimo senso del concetto di “bene comune”. Il rischio è che una politica incapace di governare abdichi completamente, cedendo lo scettro del comando alla scienza. In un momento in cui la stessa scienza, rispetto ad una sconosciuta pandemia, pare brancolare nel buio. L’unica certezza che sanno darci i virologhi sulla questione è che non ci sono certezze. Così la gestione del bene comune viene fondata sulle sabbie mobili.

Più che azioni legali contro il presidente del Consiglio e la sua “cabina di regia”, – per le quali credo sussistano comunque tutti gli estremi – io vedo l’assoluta necessità di togliere il prima possibile dalle mani di questi dubbi personaggi il destino della nostra Patria.

 

Da giurista come valuta i provvedimenti assunti per gestire la crisi sanitaria limitando pesantemente i diritti fondamentali dei cittadini e determinando quella che è stata da più parti considerata una “sospensione della Costituzione” tramite atto del Presidente del Consiglio dei Ministri? Le risulta che ad oggi sia stata sollevata questione contro i dpcm in oggetto presso il giudice amministrativo e ne sia stata contestata la legittimità costituzionale?

Partiamo dalla premessa che la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto e per restringere diritti soggettivi perfetti come quelli di circolazione, di riunione, di associazione, di culto.

Nel nostro ordinamento giuridico le libertà fondamentali godono di una protezione totale attraverso la previsione di una riserva assoluta di legge. Cosa significa? Semplice: solo una legge statale, o un atto avente forza di legge, può limitare tali libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Gli italiani, infatti, hanno imparato a conoscere anche questo provvedimento, il D.P.C.M., non molto noto prima della pandemia.

Quali sono gli atti aventi forza di legge che sono stati posti a fondamento delle limitazioni costituzionali che tutti noi stiamo vivendo? Sono due decreti legge, adottati dal Governo rispettivamente il 23 febbraio e il 25 marzo 2020. Questi decreti legge, però, si sono limitati a descrivere solo genericamente i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi”). E questo non mi pare possa considerarsi costituzionale. Tra l’altro, l’estrema genericità dei due decreti legge contrasta in maniera evidente con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Chiunque comprende che un decreto legge che ha bisogno di un ulteriore provvedimento – i D.P.C.M. di Giuseppe Conte – per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza. Lo stesso tempo necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce all’origine l’indifferibilità della misura.

Quello che non si può ritenere ammissibile è che il governo Conte abbia adottato pesantissime restrizioni a libertà costituzionali di fondamentale importanza come la libertà di circolazione, di riunione, di associazione e di culto, attraverso atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative.

Non dobbiamo neppure dimenticare, tra l’altro, che solo le leggi (o atti equiparati ad esse come i decreti legge del governo) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza. Quindi non si ha neppure la possibilità di sottoporre a controllo e verifica di costituzionalità i provvedimenti amministrativi con cui sono state limitate alcune fondamentali libertà degli italiani. Tutte le restrizioni che ciascuno di noi sta pesantemente subendo sono state assunte sulla base di atti amministrativi, sottratti ad ogni forma di controllo preventivo e successivo, ed adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica. Mi pare che tutto questo sia sufficiente per generare, dal punto di vista legale e non solo, più di una perplessità.

I D.P.C.M. emessi dal governo Conte in tema di pandemia Covid-19 sono stati impugnati davanti al T.A.R. Lazio dal Centro Studi Livatino. Un’iniziativa encomiabile a cui altre organizzazioni di giuristi, come quella da me presieduta, si stanno aggregando. I Giuristi per la Vita, infatti, hanno deciso di proporre un atto d’intervento ad adjuvandum nel procedimento instaurato a seguito del ricorso del Centro Studi Livatino.

Un segno di unità nella comune battaglia.

 

Le norme imposte dall’autorità di governo hanno violato molte libertà fondamentali garantite costituzionalmente ma, cosa ancor più grave, hanno violato la libertas Ecclesiae, diritto originario della Chiesa pattiziamente riconosciuto dallo Stato italiano con un Accordo di diritto internazionale, attribuendo ad atti amministrativi il potere di decidere la sospensione delle cerimonie religiose (battesimi, cresime, matrimoni, funerali), di impedire la partecipazione del popolo alle S. Messe, di interdire la visita dei Sacerdoti ai morenti per amministrare loro i Sacramenti, di impedire ai ministri del Culto Cattolico la libera circolazione per l’esercizio del proprio ministero di predicazione e santificazione. Come giudicare, in termini di diritto, una simile violenza inferta al diritto della Chiesa?

Non vi è il minimo dubbio che si sia integrata una palese e gravissima violazione del Concordato. A sostenerlo sono state, tra le tante, anche le voci autorevolissime di due Presidenti emeriti della Corte costituzionale: Cesare Mirabelli e Annibale Marini. Siamo giunti anche al punto surreale in cui lo Stato si è arrogato il diritto di decidere quali celebrazioni si potessero tenere e quali no. Un’aberrazione dal punto di vista giuridico. L’art. 7 della Costituzione è chiarissimo: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Il punto, semmai, è un altro. Occorre capire se la Chiesa cattolica intende rivendicare la propria indipendenza e sovranità, oppure se intende far cessare gli effetti del Concordato per desuetudine. Certo non aiutano alcuni atteggiamenti ondivaghi. Non è stato uno spettacolo edificante, per esempio, quello dei vescovi della Sardegna che si sono ricordati di rivendicare la propria competenza in materia spirituale quando hanno contestato il Presidente di quella Regione, Christian Solinas, per aver autorizzato con una propria ordinanza la celebrazione delle Messe, mentre sono stati totalmente silenti quando il governo ha deciso di sospendere ogni attività di culto. Un simile atteggiamento da parte dei presuli sardi non può che indurre nei fedeli confusione, disorientamento e sconcerto.

Mi ha colpito l’ottimo intervento in aula del senatore Lucio Malan, cristiano evangelico, a proposito di un ulteriore atteggiamento illegittimo da parte del governo in tema di libertà religiosa. Malan ha evidenziato, infatti, che gli illegittimi D.P.C.M. hanno, in realtà, violato anche l’art. 20 della Costituzione, il quale stabilisce espressamente che «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative». I summenzionati decreti, infatti, hanno stabilito, per esempio, che quindici persone possano stare nei 40 metri quadrati di un autobus, una persona sola possa, invece, stare nei quaranta metri di un negozio solo se è di un certo tipo (altrimenti neppure una persona), mentre è previsto un massimo di quindici persone, e solo per un funerale, in una chiesa di 100, 200, 300 metri quadri o di 11.000 metri quadri come il Duomo di Milano. Questo modo di procedere non è solamente irragionevole e sproporzionato, ma integra un’evidente discriminazione tra l’attività religiosa e di culto, rispetto ad altre attività. Il senatore Malan ha aggiunto un altro paragone che rende il quadro ancora più assurdo: cinque, dieci o quindici persone in un parco, con i prescritti accorgimenti relativi alle distanze, possono fare ginnastica, ma non possono pregare insieme. Un clima da Repubblica popolare cinese, ha denunciato sempre il senatore Lucio Malan, il quale ha ricordato che la Costituzione dedica almeno cinque articoli alla libertà religiosa, ovvero l’art. 3, l’art. 18, l’art. 19, l’art. 20, l’art. 7 e l’art. 8. Ora, che sia proprio un evangelico a ricordare che esiste l’art.7 della Costituzione sul Concordato tra Chiesa cattolica e Stato, e che proprio un evangelico ne chieda una corretta e piena applicazione, la dice assai lunga sullo stato comatoso di certo cattolicesimo e di una certa parte delle gerarchie ecclesiastiche.

 

Impressiona la irrilevanza pubblica della Chiesa e del Culto a Dio palesemente manifestatasi nella gestione della crisi. Impressiona uno Stato italiano che equipara le chiese alle discoteche e la S. Messa ad un qualunque spettacolo teatrale. Ma impressiona ancor di più una Chiesa che tace innanzi a ciò. È, secondo lei, il segno della affermazione ormai pienamente avvenuta del secolarismo?

Da una parte abbiamo avuto uno Stato che si è dimenticato del fatto che quello di culto è un diritto costituzionalmente protetto e non comprimibile, mentre non esiste un diritto allo stadio o un diritto al teatro. È inaccettabile culturalmente e inammissibile giuridicamente l’idea che la celebrazione della Messa venga equiparata a qualunque evento di aggregazione sociale, come una lezione scolastica, uno spettacolo artistico o una partita di calcio.

Dall’altra parte abbiamo visto una Chiesa inspiegabilmente remissiva e silenziosa. Penso che questo rappresenti un problema. Una Chiesa che non riesce più a rivendicare in maniera ferma e autorevole le prerogative ed i diritti derivanti dal suo particolarissimo status e che non sa più opporre a Cesare la “Libertas Ecclesiae” è una Chiesa caratterizzata da un altissimo tasso di secolarismo. Ha fatto oggettivamente impressione il cedimento immediato della Chiesa italiana alle disposizioni impartite dal governo, soprattutto nella prima fase dell’epidemia, quando cioè molti esercizi pubblici come bar, pizzerie, pub e ristoranti erano aperti.

Ma una Chiesa che tace rischia di veder realizzata la profezia evangelica delle pietre che parlano (Lc. 19, 40). Non ci si deve, quindi, meravigliare se alcuni personaggi del mondo della politica o dello spettacolo dicono cose che vorremmo sentire in bocca ai Pastori. Sono le pietre che parlano al loro posto.

 

Mentre molti nostri concittadini morivano nelle terapie intensive e a molti malati erano procrastinate le cure causa emergenza COVID-19, il Servizio Sanitario Nazionale continuava ad erogare il “servizio” dell’Ivg (l’aborto procurato garantito dallo Stato a carico del Servizio Sanitario Nazionale). Neppure la pandemia ha interrotto la strage dei bambini non nati. Anzi abbiamo assistito ad una intensa campagna di propaganda per promuovere l’aborto chimico domiciliare. Solo poche voci dei soliti coraggiosi pro-life si sono levate in difesa della vita. Ci siamo abituati anche alla normalità dell’aborto? Anche noi cattolici?

C’è un che di irrazionale, e quindi di preternaturale, in questo accanimento in favore dell’aborto. Non ha molto senso sottrarre un medico dal suo compito naturale di salvare la vita di un malato di Covid-19, per destinarlo a sopprimere una vita attraverso l’aborto. Non riesco a non vedere una dimensione spirituale dietro tutto ciò. In realtà, l’aborto, più dell’omicidio, è un attacco allo stesso concetto di Creazione e di Incarnazione. In questo senso l’aborto può esser considerato atto diabolico per antonomasia. Disumanizzare l’umanità è da sempre l’obiettivo del Nemico dell’uomo, perché un’umanità disumanizzata finisce per auto-divorarsi.

Del tutto incomprensibile, e quindi preternaturale, è anche il fatto che in Italia quella sull’aborto sia l’unica legge (194/78) che da quarant’anni non sia stata modificata neppure di una virgola. È un vero e proprio totem ideologico intoccabile. E dire che l’ordinamento giuridico italiano è uno dei più volubili al mondo dal punto di vista normativo. Le leggi vengono modificate con una velocità ed una frequenza da record. La Legge 194, invece, sembra scolpita nel marmo. Non è normale. Il punto è che l’opinione pubblica italiana si sta abituando a questa anormalità. La tragedia, però, sta nel mondo cattolico, dove ormai pare del tutto scomparsa l’idea che il Magistero consideri l’aborto un «crimen nefandum» (GS n.51), ossia un delitto abominevole. Oramai si sente sempre più spesso anche tra i cosiddetti praticanti il teorema che fu alla base della sconfitta del referendum: «Io non praticherò mai l’aborto, ma non posso impedire agli altri la libertà di farlo». Come dire, io non posso uccidere ma non posso impedire agli altri la libertà di uccidere. In questo teorema – che pesa come un macigno nella coscienza cattolica del nostro Paese – si nasconde, però, la celebre risposta di Caino: «Num custos fratris mei sum ego?» (Gn 4, 9). Un cristiano non può girare la testa da un’altra parte quando viene sparso il sangue innocente di suo fratello.

 

L’emergenza sanitaria ha fatto pure emergere pulsioni eutanasiche preoccupanti. L’idea di non curare certe categorie (anziani, handicappati, malati psichiatrici, etc.) è entrata nel dibattito e in molte parti della civile Europa si è fatta legislazione. Come vede la situazione in Italia?

In quella che un tempo si chiamava Cristianità, e oggi viene definita “Europa”, è ormai da decenni che imperversa la cultura della morte. Oggi la pandemia ha avuto il merito di togliere definitivamente la maschera dell’ipocrisia e legittimare pubblicamente la necessità di questo nuovo “darwinismo sociale”.

Nell’opinione pubblica sta sempre più prevalendo la logica dello scarto anche nei confronti degli esseri umani più deboli e fragili, come i disabili, gli anziani, i nascituri difettosi. Sempre più persone si stanno convincendo che, in fondo, è giusto per il bene di tutti eliminare pesi inutili da una società che ha sempre meno risorse da spendere.

Sono anni che denuncio come anche in Italia questa idea stia penetrando nella mentalità comune attraverso il processo della cosiddetta Finestra di Overton. È un vero e proprio piano inclinato che porta inesorabilmente verso l’abisso. Quello che gli inglesi chiamano “slippery slope”. Del resto, se i criteri per riconoscere la dignità di un essere umano non sono oggettivamente ancorati al diritto naturale, essi vengono posti e determinati dal potere attraverso norme di diritto positivo. E il potere è in grado di cambiare questi criteri a seconda della propria convenienza. Può avvenire anche democraticamente, attraverso il gioco delle maggioranze parlamentari. Ma i cristiani, che non riconoscono il principio democratico come assoluto, sanno bene che non può essere la maggioranza parlamentare di un determinato periodo storico a determinare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Quand’anche il parlamento italiano – Dio non voglia – dovesse arrivare ad approvare una legge sull’eutanasia, questa barbara pratica resterebbe comunque un crimen nefandum.

 

Le misure adottate per gestire l’emergenza sanitaria, non solo violano gravemente libertà fondamentali, ma gettano una luce sinistra sul futuro lasciando immaginare una possibile evoluzione totalitaria della nostra società. Un totalitarismo post-moderno fatto di app per il tracciamento, telecamere per il riconoscimento facciale, microchip sottocutanei con tutti i nostri dati personali, abolizione del contante, tracciamento di ogni nostro acquisto, geolocalizzazione di ogni nostro movimento. La fine della privacy e della libertà a favore di un complesso sistema centralizzato di gestione della collettività. Quanto siamo vicini a questo rischio? Cosa fare come cattolici per scongiurarlo?

Mi pare si stia concretamente profilando uno scenario che ricorda i romanzi di fantascienza distopica della metà del secolo scorso. Ascoltando alcune proposte che vengono seriamente prospettate, anche a livello istituzionale, sembra di rivivere davvero le pagine di George Orwell, di Aldous Huxley, di Isaac Asimov. Mi pare, in particolare, che sia proprio la deriva totalitaria tecnico-scientifica paventata da Huxley nel suo Mondo Nuovo, quella più vicina al rischio che stiamo correndo. Del resto, fu proprio quello scrittore inglese a paventare il fatto che il Potere nel futuro non si sarebbe più basato sulla violenza dei campi di concentramento ma su controllo tecnico-scientifico degli individui, spacciato come utile progresso per il bene dell’umanità, al punto da venire accettato da tutti. Il mondo, secondo Huxley, si sarebbe così trasformato in un gigantesco campo di prigionia dove, però, i prigionieri non avrebbero voluto evadere semplicemente perché ignari del fatto di essere prigionieri. Lo ha spiegato bene nella sua ultima conferenza tenuta il 20 marzo 1962 presso l’Università della California, Berkeley, intitolata La rivoluzione definitiva. In quell’occasione, infatti, affermò: «Penso che nella misura in cui le dittature diventeranno più scientifiche, più preoccupate della perfezione tecnica, del funzionamento perfetto della società, saranno sempre più interessate alle tecniche che io ho immaginato e descritto come realtà esistenti nel Nuovo Mondo. Mi pare, quindi, che la rivoluzione definitiva non sia poi così lontana, visto che già oggi esiste un notevole numero di questo tipo di tecniche di controllo degli esseri umani. Resta solo da vedere quando, dove e da chi saranno applicate per la prima volta su grande scala». Questo Huxley lo diceva sessant’anni fa. Oggi noi sappiamo perfettamente dove e chi vuole applicare quelle tecniche su grande scala.

 

Il Signore della storia è il Risorto, Cristo ha già vinto! Con questa fede noi possiamo guardare ad ogni momentanea parentesi anticristica della storia senza disperazione e anzi trovando la ragione per non desistere dalla buona battaglia. Anche in questi tempi bui non mancano segni di speranza: famiglie che si costituiscono e vivono secondo il Vangelo, cattolici militanti che spendono la propria vita per testimoniare pubblicamente la Verità, piccole comunità che si organizzano per vivere cristianamente in un mondo post-cristiano, il numero sempre crescente di scuole parentali cattoliche, giovani mamme che scelgono d’esser casalinghe per amore del marito e dei figli e si dedicano all’homeschooling, ecc… Volendo pensare a una “resistenza cattolica” allo strisciante totalitarismo post-moderno come la immagina?

Bisogna ipotizzare tre scenari.

Il primo è quello di un vero e proprio cataclisma a livello economico, politico e sociale. È il più apocalittico dei tre e richiamerebbe quello che è accaduto alla fine dell’impero romano, quando una civiltà oramai in pieno declino e al culmine della parabola discendente è implosa sotto il peso di una gravissima e irreversibile crisi economica, politica e sociale. In questo caso i cristiani, esattamente come nel VI secolo dopo Cristo, dovrebbero ricostituirsi come piccole comunità di famiglie attorno a centri di spiritualità. Allora furono i monasteri, grazie alla grande intuizione di San Benedetto da Norcia, nel nostro secolo potrebbero essere singoli sacerdoti, santuari, comunità religiose, movimenti laicali e ogni altro luogo dove poter vivere la fede come vera esperienza di vita. Più o meno ciò che Rod Dreher delinea nella sua opera Opzione Benedetto.

Il secondo scenario, invece, è quello dell’instaurazione di una vera e propria dittatura violentemente anticristiana. In questo caso la reazione dovrebbe essere quella del ricorso all’uso legittimo dell’insurrezione. Più o meno come è accaduto in Messico con la cosiddetta “Guerra Cristera” o in Spagna con l’intervento provvidenziale di Francisco Franco che ha liberato la penisola iberica dalla persecuzione anarco-comunista contro i cristiani, salvando la presenza della Chiesa cattolica in quella nazione. In questo periodo di confinamento forzato mi è capitato di rileggere l’interessante documento

Firmissimam constantiam, con cui Pio XI, il 28 marzo 1937, interveniva sulla situazione della Chiesa cattolica in Messico perseguitata dallo spietato governo massonico di Plutarco Elías Calles. In quel testo, il pontefice intervenne, infatti, a favore della liceità della lotta dei cittadini cattolici messicani contro il «potere pubblico», che «ponendosi contro la giustizia e la verità, era giunto al punto di distruggere le fondamenta stesse dell’autorità».  È interessante come, peraltro, una successiva indicazione in tal senso sia poi giunta a distanza di quarant’anni, il 26 marzo 1967, con l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio, in cui quel pontefice legittimò l’insurrezione armata dei cattolici contro «una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese» (P.P. n.31). Una dittatura che arrivasse a chiudere le chiese e perseguitare i cristiani, come accadde in Messico e in Spagna negli anni ’30, autorizzerebbe, quindi, l’uso legittimo della forza per abbattere la tirannia.

Il terzo scenario, forse il più probabile, è quello di una dittatura tecnologica, quella che Aldous Huxley  definì “senza lacrime”, basata su un controllo ed una manipolazione orwelliana degli individui. Una dittatura solo apparentemente più morbida delle dittature classiche ma in realtà molto più pericolosa, perché non si accontenterebbe di sottrarci la vita ma pretenderebbe di cambiare le nostre coscienze per sottrarci un bene ancora più prezioso: l’anima. In questo caso mi pare che la reazione dei cristiani dovrebbe essere quella mirabilmente descritta dal celebre dissidente ceco Vacláv Havel nella sua opera Il potere dei senza potere. Havel in Cecoslovacchia sconfisse l’Impero del Male della sua epoca, l’Unione sovietica comunista, senza lo spargimento di una goccia di sangue. Fu lui, infatti, il padre di quella che venne poi definitiva la “Rivoluzione di velluto”. Ci riuscì semplicemente continuando ad opporre la verità alla menzogna. Noi sappiamo che la menzogna può vincere qualche battaglia. A volte può anche sembrare che le stia vincendo tutte, e per molti anni. Ma non potrà mai vincere la guerra contro la verità.

In questo scenario, l’atteggiamento dei cristiani dovrebbe essere quello delineato da un altro dissidente cattolico amico di Havel e che portava il suo stesso nome: Václav Benda. Fu lui a coniare il concetto che ritengo molto interessante di “polis parallela”. Prima di spiegare di cosa si tratta, faccio una piccola premessa sui tre livelli in cui dovrebbe articolarsi la “resistenza cattolica”. Il primo livello è quello esistenziale dell’individuo, quella sfera segreta della persona fatta di ideali, valori e principi a partire dalla fede cristiana. Per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi. C’è poi un secondo livello che definirei “prepolitico”, in cui la persona si manifesta attraverso i suoi comportamenti, la sua professionalità, la sua testimonianza, il suo coraggio di opporre la verità alla menzogna. Vi è, infine un terzo livello che possiamo, invece, definire “politico” in cui si instaura una vita indipendente da un sistema di potere che non rappresenta più il popolo. Questa vita indipendente si realizza attraverso vere e proprie strutture alternative, ossia la “polis parallela” di Benda. Sono strutture di livello organizzativo-istituzionale come ad esempio l’informazione parallela, l’economia parallela, l’istruzione parallela. Una sorta di società nella società, che richiama in qualche modo l’idea della Civitas Dei di Agostino: una città che vive dentro la città degli uomini e non si identifica con la città degli uomini.

A me pare che quello della “polis parallela” di Václav Benda sia il modello cui guardare e studiare per un’efficace “resistenza cattolica” contro il totalitarismo post-moderno che si profila all’orizzonte.

 

Grazie!

DA

https://www.vanthuanobservatory.org/ita/dilettanti-al-governo-evoluzione-totalitaria-irrilevanza-pubblica-della-chiesa-intervista-allavv-gianfranco-amato/

Il dossier Spygate potrebbe essere la polizza di assicurazione che permette a Conte di tenere buono Renzi

Condividi su:


“La mossa del cavallo”
è il titolo dell’ultimo libro di Matteo Renzi, che dovrebbe uscire a giugno. In copertina, lo splendido gruppo scultoreo del Bernini che ritrae Enea mentre porta in salvo il vecchio padre Anchise. Non si capisce bene quale sia il messaggio, se Renzi ci viene suggerito nei panni di Enea o di Anchise (o forse del piccolo Ascanio?). Comunque sia, la “mossa” dell’ex premier che presumibilmente verrà spiegata nel libro è quella che ha dato vita, nell’agosto scorso, al secondo governo Conte, scongiurando i “pieni poteri” a Matteo Salvini. Posso immaginare cosa state pensando: sì, in effetti, c’è dell’ironia in politica come nella vita, i “pieni poteri” Renzi li ha consegnati a Conte, che se li è presi ben volentieri. Ma non ci riferiamo solo alla gestione dell’emergenza coronavirus.

Il fatto è che in molti, compreso chi scrive, pensavamo che con la sua spregiudicata mossa l’ex premier, tornato al centro della scena, avrebbe tenuto sotto scacco l’Esecutivo, diventando ben presto il dominus della maggioranza. Ebbene, il tentativo è senz’altro questo, ma l’esito ben lontano.

Renzi ha ottenuto conferme importanti di suoi uomini ai vertici delle aziende di stato, come in questi giorni qualche “segnale” sulle policy, ma ha dovuto ingoiare la riforma, o meglio cancellazione della prescrizione (il “fine processo mai”) ed è ancora sottorappresentato nella compagine governativa.

Ma quel che è peggio, ai suoi penultimatum fingono di credere soltanto i giornali per vendere qualche copia in più. Come spiega Davide Rossi nel suo articolo di oggi, alle sue minacce, così come alle promesse, non crede più nessuno. Per un fatto evidentemente politico: non può permettersi, facendo cadere questo governo, di rischiare il ritorno alle urne. Ma dev’esserci qualcos’altro, se nonostante lo scenario del voto anticipato sia al momento precluso dall’emergenza coronavirus, Renzi non stacca la spina – e nemmeno osa avvicinarsi.

Intervendo ieri mattina al Senato in dichiarazione di voto sulle mozioni di sfiducia contro il ministro Bonafede, Renzi ha riconosciuto al centrodestra e alla senatrice Bonino di aver posto dei “temi veri”, ma ha spiegato di non poter votare la sfiducia per “motivi politici”, ovvero perché Conte ha lasciato intendere che una sfiducia a Bonafede avrebbe messo fine al governo da lui presieduto.

“Il presidente del Consiglio dei ministri ha detto con chiarezza che, ove vi fosse stato un voto, di una parte della maggioranza, contrario all’operato del ministro o favorevole alla mozione di sfiducia, egli ne avrebbe tratto le conseguenze politiche. Quando parla il presidente del Consiglio, si rispetta istituzionalmente e si ascolta politicamente”.

Queste le parole di Renzi. Ancora più esplicito Davide Faraone, capogruppo di Italia Viva al Senato: è stato “un voto sulla prosecuzione del governo, se avessimo votato solo sul ministro avremmo fatto scelte diverse”.

Una possibile spiegazione è che non sia riuscito all’ex premier di tenere in scacco l’Esecutivo con i suoi voti in Senato. Certo, per quieto vivere nella maggioranza qualche contentino gli si concede, ma il punto è che nessuno sembra credere che il leader di Italia Viva abbia intenzione di tirare troppo la corda. E se fosse Conte a “tenere per le palle” Renzi?

Ieri Repubblica riportava che i renziani, “secondo Palazzo Chigi”, avrebbero richiesto per Ettore Rosato il posto da sottosegretario con delega ai servizi. Delega che però il premier non ha alcuna intenzione di cedere. Ha già resistito alle polemiche seguite alla visita di Barr e Durham lo scorso autunno e alle pressioni del Pd, figurarsi se accetterebbe di regalarla a Renzi… “Soprattutto con la tempesta atlantica in arrivo”, ha osservato su Twitter Maria Antonietta Calabrò, la quale per Huffington Post, tra le sfide del nuovo direttore dell’Aise Caravelli ne ha citata anche una “politica”, l’accelerazione dello Spygate, che “potrebbe coinvolgere alcuni esponenti politici italiani”.

Proprio la collaborazione sullo Spygate chiesta l’estate scorsa dall’amministrazione Usa potrebbe essersi rivelata un insperato colpo di fortuna per il premier Conte, che della gestione di un dossier così scottante avrebbe fatto una polizza di assicurazione contro le manovre di Renzi, dal quale ieri in Senato ha incassato una sorta di giuramento di lealtà istituzionale, un serrate i ranghi da ex premier a premier: “Chi di noi si ritiene un patriota istituzionale, chi di noi crede alla ragion di Stato, rispetta ciò che dice il presidente del Consiglio”.

Stiamo entrando in un’estate calda, anzi rovente, a Washington per quanto riguarda l’indagine del procuratore Durham sulle origini del Russiagate, su quello “schema di eventi” per sabotare prima il candidato, poi il presidente Trump. Ed è chiaro che se un coinvolgimento italiano dovesse essere provato, questo chiamerebbe in causa i governi italiani dell’epoca, Renzi e Gentiloni. Un’allusione al ruolo del nostro Paese è stata fatta anche dal presidente Trump e abbiamo trattato diffusamente il tema nel nostro speciale: tutte le strade del Russiagate sembrano portare a Roma, tutti i principali filoni – l’incontro Mifsud-Papadopoulos, il dossier Steele, il caso EyePyramid – partono dao passano per Roma.

Ricordiamo gli incontri con i vertici dei nostri servizi dell’Attorney General William Barr il 15 agosto scorso, e di Barr e Durham il 29 settembre. Poi, a inizio ottobre, la visita del direttore della Cia Gina Haspel. Non sappiamo con precisione quale siano state esattamente le richieste americane e quale il livello di collaborazione accordato dal premier e dalla nostra intelligence. Poco o nulla, a sentire Conte e fonti dei servizi.

Fatto sta che pochi giorni dopo apprendevamo dai media Usa che l’indagine di Durham era stata ampliata per uomini, mezzi e arco temporale sotto esame, ma soprattutto era diventata ufficialmente un’inchiesta penale, proprio sulla base degli elementi raccolti a Roma.

Il procuratore generale Barr ha più volte affermato che il lavoro di Durham si sta concentrando su “potenziali crimini” e che se il Dipartimento di Giustizia riterrà di poterli provare, i responsabili saranno perseguiti. Non è chiaro se il lavoro di Durham terminerà con un rapporto come quello del procuratore speciale Mueller, ma la natura penale dell’inchiesta e le dichiarazioni molto impegnative di Barr fanno supporre che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi potrebbero arrivare citazioni di testimoni e incriminazioni.

DA

Il dossier Spygate potrebbe essere la polizza di assicurazione che permette a Conte di tenere buono Renzi

Palamara: “Salvini, anche se ha ragione sui migranti va attaccato”

Condividi su:

L’intercettazione tra il boss di Unicost e il capo della Procura di Viterbo Auriemma (non indagato)

Caso Palamara: “Salvini, anche se ha ragione sui migranti va attaccato”

Il caso Palamara si tinge sempre più di giallo, stando alle intercettazione agli atti del processo che lo vede il magistrato sospeso dal Csm indagato per corruzione. Spunta una nuova conversazione Whatsapp – secondo quanto riporta La Verità – relativa ad agosto 2018, che riguarda la questione migranti e la presa di posizione di Salvini. Il capo della Procura di Viterbo Paolo Auriemma (non indagato) dice a Palamara: “Salvini indagato per i migranti? Siamo indifendibili”. Ma Palamara replica: “No hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo”.

Da altre intercettazioni con la sua famiglia – riporta La Verità – risultano continui incroci tra Palamara e il leader della Lega, ma il magistrato fa di tutto per non farsi notare: “E’ davanti a me nei controlli in aeroporto”, “E’ sul mio stesso aereo nei posti in mezzo”. Al presidente dell’Anm Francesco Minisci: “C’è anche quella merda di Salvini, ma io mi sono nascosto”, e anche con il consigliere del Csm Nicola Clivio: “Cazzo, ho Salvini davanti”.

DA

https://www.affaritaliani.it/cronache/caso-palamara-salvini-anche-se-ha-ragione-sui-migranti-va-attaccato-673722.html

OBAMAGATE: JOSEPH MIFSUD E LE RETI DI POTERE DEM

Condividi su:

 

Il 18 luglio 2018 Simona Mangiante – moglie di George Papadopoulos – viene interrogata presso l’Intelligence Committee della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, per il c.d. “russiagate” (quando i dem credevano ancora di usarlo per colpire Trump, lo scandalo veniva definito così sui media mainstream…).

https://intelligence.house.gov/russiainvestigation/

A S.Mangiante vennero poste molte domande su Joseph Mifsud, soprattutto per i noti contatti con il marito. D’altra parte, anche se non parleremo di questo, risulta che Mangiante conoscesse Mifsud da molto prima del 2016, come dichiarato nello stesso interrogatorio.

Ricapitoliamo brevemente quanto accaduto a Papadopoulos, poi torneremo sui verbali della testimonianza di Mangiante.

GLI ANTEFATTI

Mifsud e Papadopoulos si incontrano quattro volte in tutto, tra il marzo e l’aprile 2016, a Roma ed a Londra. Mifsud vanta frequentazioni di alto rango in Russia, così Papadopoulos, sapendo dell’intenzione di Trump di ricucire con Putin, si convince che i contatti del Prof. possano aiutarlo ad organizzare un incontro tra i due leader. In realtà, viene indotto a crederci: dopo aver “agganciato” Papadopoulos a Roma, Mifsud arriva al secondo incontro, tenuto il 24 marzo a Londra, accompagnato da una attraente ragazza russa, Olga Polonskaya, che viene presentata come nipote di Putin (in realtà non lo è!). Papadopoulos è convinto di aver trovato “l’uomo giusto”. Il 26 aprile, sempre a Londra, Mifsud gli confida di aver incontrato a Mosca “esponenti di alto livello del governo russo” che gli hanno fatto sapere di avere “roba sporca” sulla Clinton: migliaia delle sue email hackerate.

Papadopoulos dichiarerà, davanti al Congresso Usa:

– che fu invitato alla conferenza del 14 marzo 2016 alla Link Campus a Roma, dalla London Centre for International Law Practice, per la quale lavorava ed alla quale aveva appena comunicato che di lì a poco sarebbe partito per gli USA, al fine di unirsi alla Campagna Trump;

– che a Londra fu “una donna legata all’FBI nel Regno Unito”, ad incoraggiarlo ad incontrare Mifsud a Roma a marzo 2016.

Papadopoulos viene avvicinato a Londra anche il 5 maggio 2016, dal diplomatico australiano Alexander Downer, a cui imprudentemente confida delle email compromettenti di Hillary, di cui gli aveva parlato Mifsud. Downer, noto per i buoni rapporti con i Clinton, informa l’intelligence del suo Paese. A giugno WikiLeaks diffonde le email (si supponeva) hackerate del Comitato Nazionale Democratico; verso fine luglio l’ambasciatore australiano negli Usa Joe Hockey inoltra l’informazione di Downer all’FBI, che fa scattare l’indagine denominata “Crossfire Hurricane”.

L’aspetto più interessante dell’interrogatorio di Mangiante del 2018 è che ella dichiara che Mifsud era membro della Clinton Foundation. La dichiarazione non è stata smentita da alcuno, è stata resa sotto giuramento, non risultano indagini o sanzioni per false dichiarazioni a carico di Mangiante, dunque possiamo ritenerla affidabile. Anche perché… Mifsud, intervistato da Repubblica, dichiarò la stessa cosa nel 2017, affermando di avere idee “di sinistra”.

Avrete notato come tutte le volte che sui media mainstream si parla di Mifsud….le informazioni sui legami del personaggio con i Clinton vengono omesse. Ciò serve ad evitare “macchie” sulla narrazione con cui il pubblico viene controllato, in cui l’élite globalista apolide, di cui i Clinton&Obama sono uno dei perni politici, viene descritta come “illuminata”, dedita a “risolvere problemi globali comuni”…pensate a cosa sarebbe successo se negli ultimi anni un personaggio controverso – per non dire oscuro – come Mifsud, fosse stato accostato, come era doveroso, al nome dei Clinton&Obama…

L’UCRAINA, I DEM E MIFSUD

Ricordate l’impeachment a Trump, miseramente fallito, basato sulla famosa telefonata al neo eletto presidente ucraino Zalensky? Secondo molti repubblicani, l’impeachment doveva servire, prima che ad abbattere Trump, al fine di coprire mediaticamente numerosi legami inconfessabili dei democratici, proprio con l’Ucraina.

Lo deduciamo anche dalla trascrizione della telefonata, in cui Trump si lamenta del fatto che Biden è riuscito a bloccare ogni indagine che riguarda il figlio, auspicando che Zalensky ne favorisca la ripresa.

Che i problemi legali dei democratici USA con l’ Ucraina siano tutt’altro che finiti, lo dimostra l’apertura di indagini proprio in questi giorni, presso Camera e Senato USA.

https://thehill.com/homenews/senate/497676-gop-senators-hit-the-gas-on-obama-era-probes

L’8 novembre 2019, il quotidiano La Verità pubblica uno scoop, scrivendo che a maggio 2018 la Link Campus University, avrebbe dovuto ricevere un bonifico da 9 milioni di Euro, provenienti dall’Ucraina. Si noti che secondo molti Mifsud deterrebbe importanti quote della società che gestisce l’ateneo privato.

https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/ora-siamo-piu-tranquilli-39-39-milioni-link-venivano-218542.htm

L’avvocato di Mifsud, Claus Roth, dichiara: «Scotti (Vincenzo, ex ministro, fondatore e presidente della Link, ndr) disse che i soldi attesi provenivano da fonti ucraine. Lo stesso è stato confermato dalla mia fonte dentro alla Link. Scotti è parte del patto con Suite Finance, conosce perfettamente lo scenario».

Roth evidenzia che anche Mifsud, con cui ha ottima familiarità, aveva portato a casa con successo finanziamenti a favore della Link, come quello da parte della famiglia saudita Obaid. «Mifsud è più legato all’ Ucraina che alla Russia… la stampa ha riferito che ha una compagna e un bambino in Ucraina e che è andato spesso lì. Mifsud ha negato di avere un bambino, ma ha confermato che stava viaggiando in Ucraina e stava aiutando la Link a trovare finanziamenti, essendo stato direttore internazionale della Link nel 2016-2017».

Risultano, da parte di Scotti, minacce di querele per tutte le  testate che parlassero “in termini diffamatori” dell’Università Link Campus, sia varie querele della Link Campus al Foglio, per la pubblicazione di un’inchiesta sul c.d. russiagate. Scotti ha smentito anche ogni transazione finanziaria dall’Ucraina verso l’Università Link Campus. Lungi dallo scrivente effettuare qualsivoglia insinuazione e diffamazione, si riportano appunto fedelmente e pedissequamente, con la massima fermezza possibile, le smentite di Scotti in merito al versamento di fondi di provenienza Ucraina verso la Link Campus (…).

Comunque, non risultano querele o smentite relative alle affermazioni di Claus Roth su Mifsud, per quanto riguarda i suoi legami con l’Ucraina.

L’Ucraina deve essere un paese davvero interessante, se ben 3 figli di notabili del partito democratico USA (Biden, Pelosi, Kerry) ed 1 figlio di notabile del partito repubblicano (Romney… in realtà un RINO …republican in name only), siedono in consigli di amministrazione di aziende energetiche ucraine. D’altra parte, in Ucraina transita almeno il 30% del gas russo che giunge nella UE. Se poi un membro della Clinton Foundation come Mifsud, di nuovo risulta fortemente legato a quel paese, porsi delle domande è d’obbligo, o no? Per la verità, dalla lettura della documentazione pubblica sull’obamagate, si possono compiere altre deduzioni in merito a quanto successe in Ucraina, ma non è ancora possibile parlarne, purtroppo…

LE RETI DI CONOSCENZE DI MIFSUD

Mifsud ha stretti legami anche con il Regno Unito, dove dal 2013 al 2016 ha diretto la London Academy of Diplomacy. Sembra che conosca personalmente anche Boris Johnson. E’ stato anche alto funzionario del ministero degli Affari esteri di Malta, negoziandone l’adesione alla UE.

https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joseph-mifsud.html

Startmag riporta che l’avvocato di Mifsud, Roth, sostiene esplicitamente che Mifsud era legato anche all’MI6 inglese:

“L’avvocato svizzero [Roth] cita esplicitamente l’MI6 britannico, al quale Mifsud era direttamente legato, afferma, attraverso il London Centre of International Law Practice (LCILP), un centro che sembra essere “semplicemente una copertura per operazioni di intelligence” e i cui direttori lavoravano con il Dipartimento di Stato Usa ed esortarono Papadopoulos a recarsi a Roma per incontrare il professore maltese.”

Dunque, per sintetizzare:

  • La campagna di Trump è stata incastrata dall’FBI nella primavera 2016, ben prima dell’operazione FBI Crossfire Hurricane, che partirà a luglio;
  • L’operazione ha coinvolto sicuramente Italia e Regno Unito, come si deduce dalla storia di Papadopoulos, che ormai si può considerare come verosimile essendo egli passato indenne dalle inchieste. In entrambi i paesi Mifsud, un dem con idee di sinistra, coltivava relazioni ad altissimo livello.

Che Mifsud sia un “peso massimo”, lo conferma anche una notizia recente. Da più parti si sta puntando l’attenzione sul fatto che nel rapporto conclusivo del procuratore speciale Mueller, sulle indagini relative alle presunte collusioni di Trump con la Russia, consegnato nel 2017 senza capi d’accusa contro Trump, stranamente fu omessa una notevole mole di informazioni e circostanze riguardanti proprio Mifsud…

https://justthenews.com/government/courts-law/declassified-fbi-memos-undercut-mueller-team-claims-papadopoulos-hindered

Mifsud, insomma, è un soggetto talmente importante da ricevere uno speciale trattamento nientemeno che in un report dell’FBI, sulle indagini relative ad un presidente USA in carica.

Resta da capire se Mifsud in Italia è un “battitore libero”, oppure è parte di reti di relazioni ad alto livello…

Simona Mangiante, che lo conosce da ben prima dello scandalo tramite Gianni Pittella (pag. 20 del resoconto), nell’interrogatorio presso la Camera USA sostiene che Mifsud aveva diffuse relazioni con il governo italiano. Chi scrive crede che si faccia riferimento almeno ai ministeri.

Tuttavia è abbastanza facile, cercando in rete, imbattersi in un convegno tenutosi al Senato nel 2015…Mifsud era in compagnia di quella che sembra essere l’élite dell’intelligence e della cyber securityitaliana nell’era di Renzi, cioè di fondamentali architravi dello Stato Italiano…proprio questo forse è il livello di potere a cui Mifsud appartiene, che in Italia si è messo a disposizione degli Obama&Clinton, contro Trump (ovviamente lo scrivente non ha alcun elemento e non intende presentare alcun fatto specifico relativo ai partecipanti al convegno menzionato, ci mancherebbe…). Tutti sanno che ai convegni, oltre che per esporre le proprie idee, si partecipa per coltivare relazioni.

DALL’INTELLIGENCE INTERNA USA, INFORMAZIONI INATTESE

Alcune informazioni trapelate di recente, forniscono altre indicazioni estremamente precise sull’elevato livello del potere coinvolto nell’Obamagate in Italia. Il Direttore dell’Intelligence Interna degli USA Grenell, pochi giorni fa ha inviato al Congresso la lista degli alti funzionari dell’amministrazione Obama che, tra l’8 novembre 2016 e il 31 gennaio 2017, ricevettero il c.d. ’“unmasking” del generale Mike Flynn; in pratica, ricevettero memo di intelligence ed intercettazioni della NSA, con l’identità “in chiaro” del cittadino americano Flynn, che interagiva con l’agente straniero sorvegliato (nel caso specifico si trattava dell’ambasciatore russo a Washington, Kislyak).

Nella lista figurano due nomi che paiono a dir poco fuori posto: l’ambasciatore Usa in Italia e San Marino John R. Phillips, e la diplomatica Kelly C. Degnan, che all’epoca era vice capo missione in Italia ed a San Marino. Cosa c’entrava l’ambasciata italiana degli USA con Flynn? Non è facile per ora rispondere a questa domanda, tuttavia è chiaro che in ambasciata doveva essere necessariamente attivo personale che aveva la necessità di conoscere a fondo ogni dettaglio dell’operazione contro Flynn (leggi contro Trump); in ogni caso, sicuramente Phillips era un sostenitore di Renzi, senza riserve.

https://formiche.net/2016/09/ambasciatore-usa-phillips-renzi-referendum-costituzione/

Forse è possibile che nei viaggi a Roma il Procuratore Durham, che indaga sull’Obamagate, abbia posto domande sulle istituzioni che coltivano relazioni con l’ambasciata USA: Palazzo Chigi, i servizi, la Procura, le istituzioni culturali…forse anche il Centro Studi Americani?

Pepito Sbazzeguti

DA

OBAMAGATE: JOSEPH MIFSUD E LE RETI DI POTERE DEM

Zaia boccia il governo: “L’epidemia? Chissà cosa sarebbe successo se l’avesse gestita solo Roma”

Condividi su:

 

Roma, 19 mag – La fase 2 è ufficialmente partita ieri e uno scalpitante Zaia – il primo, nelle scorse settimane, a battere i piedi per la riapertura presentando linee guida e provvedimenti poi seguiti dallo stesso governo – non le manda di certo a dire nei confronti dell’esecutivo accusandolo di scarsa chiarezza e nullo coordinamento. 

In un’intervista rilasciata stamattina al Corriere, il governatore del Veneto, tra le varie cose, rimarca come l’accordo definitivo sia arrivato solo nella fonda tra sabato e domenica e, cosa più grave, a pochissime ore di distanza dalla riapertura materiale delle attività: «La vicenda è semplice. Venerdì le Regioni avevano chiuso un accordo con il premier Conte. Poi, sabato sera abbiamo detto di no, visto che il ruolo delle Regioni era una cosa tra le mille». L’accusa di avere cambiato le carte in tavola marginalizzando il ruolo delle Regioni è chiara. «Abbiamo dunque chiesto un incontro urgente che si è concretizzato all’una del mattino. Poi, pochi minuti prima delle 3.30 di domenica, abbiamo chiuso nuovamente l’accordo con il fatto che le linee guida delle Regioni fossero un allegato del Dpcm. Peraltro, non nego sia stato un calvario avere il testo del Dpcm…», spiega.

Alla faccia della «collaborazione istituzionale» tanto sbandierata dal premier, Zaia fa rilevare come solo dopo una serrata trattativa last minute e dopo l’immancabile diretta Facebook del presidente del Consiglio si sia arrivati a inserire le linee guida come allegato del Dpcm: «Ma sì, è il solito format Conte: diretta Facebook al sabato sera, le carte il giorno successivo inoltrato. Noi, il testo lo abbiamo avuto soltanto alle 17.30 di domenica. Io, comunque, avevo già distribuito le linee guida al sabato mattina. Per dire in che modo si sarebbe aperto».

Durissimo poi l’atto d’accusa che Zaia rivolge al governo e a certe tentazioni di ricentralizzazione della sanità: «Pensi che cosa sarebbe stata questa epidemia se tutto fosse stato gestito da Roma. E qualcuno dice che la sanità va riaccentrata. Chi lo dice non ha capito nulla e dovrebbe ricominciare a fare il consigliere comunale: io lo renderei obbligatorio». Il governatore rivendica con decisione l’assunzione di responsabilità che lo ha portato ad adottare provvedimenti spesso in contrasto con quelli del governo: «Sono mancate le indicazioni basilari. Abbiamo sentito che le mascherine ai non malati non servivano, ne abbiamo sentite tante. Qui, tutto è accaduto su scelte nostre, a partire dalla chiusura di Vò Euganeo e dai tamponi che abbiamo fatto subito alla popolazione di quel comune e poi ad allargare il cerchio». Zaia rimarca la scelta, rivelatasi poi estremamente efficace, di eseguire tamponi a tappeto: «Mi dicevano che sprecavo soldi. A proposito, e i tamponi? Noi li abbiamo fatti con il sistema veneto, ma non è che qualcuno si fosse dotato di magazzini di tamponi…».

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/zaia-boccia-governo-epidemia-gestita-solo-roma-156911/

La dottoressa “anti-Salvini” indagata per i morti col virus

Condividi su:

 

 

La procura di Vercelli, nell’ambito di un’inchiesta sulle Rsa, ha indagato tre medici dell’ospedale di Vercelli che si rifiutarono di ricoverare tre anziani affetti di Covid-19. Tra i medici c’è anche Roberta Petrino, responsabile del Dea, nota per le sue posizioni anti-Lega

Non solo Milano e la Lombardia. Le procure di tutta Italia indagano sulla gestione dei malati di Covid-19 all’interno delle Rsa e da ultima c’è quella di Vercelli che ha focalizzato la sua attenzione su una struttura del capoluogo piemontese dove sono deceduti 44 anziani.

Tra gli indagati, oltre al direttore e alla direttrice sanitaria della Rsa, ora si aggiungono tre medici accusati di omicidio colposo plurimo dopo essersi rifiutati di ricovevare all’ospedale Sant’Andrea di Vercelli cinque anziani che presentavano sintomi da coronavirus. I dottori non vollero ricoverare gli anziani, che poi morirono tutti nel giro di una settimana, perché nell’ospedale c’era un solo posto libero ed era “meglio tenerlo per una persona giovane”. La procura intende appurare se effettivamente nell’ospedale vi fosse un solo posto libero e come si si giunti a una tale scelta che è costata la vita a cinque persone. Tra i medici, come riporta un articolo uscito oggi sulle pagine locali de La Stampa, c’è anche Roberta Petrino, primario del pronto soccorso del nosocomio di Vercelli, nota alle cronache non solo per essere sopravvissuta al coronavirus, ma anche per i suoi ripetuti attacchi nei confronti della Lega.

Lo scorso 22 febbraio, infatti, la Petrino rilanciò sul suo profilo Twitter un post del docente Matteo Flora che, a poche ore dalla scoperta dei primi casi accertati di coronavirus, scrisse: “C’è qualcosa di sottilmente ironico nel fatto che, mentre si vomitava bile sulle malattie portate dallo sporco povero, il gretto migrante, il barcone affollato, il #coronavirus viaggiava in business con i manager padani. Se Dio esiste ha un fine senso dell’umorismo”. La Petrino, già candidata alle elezioni comunali in una lista civica ostile alla Lega, non è però nuova a queste invettive contro il Carroccio. L’8 maggio dello scorso anno, quando infiammava la polemica sull’eventuale partecipazione della casa editrice Altaforte (legata a CasaPound) al Salone del Libro di Torino, scrisse: “A questo punto dubbi non ce ne sono più. Chi voterà Lega saprà che voterà per il fascismo”.

Paolo Tiramani, sindaco leghista della provincia di Vercelli, stigmatizzò immediatamente tale affermazione e annunciò l’avvio di un’azione legale nei confronti della direttrice del Dea: “Scrivere pubblicamente che chi darà il proprio voto alla Lega voterà il fascismo è davvero troppo. Non escludiamo che valuteremo l’ipotesi di procede per vie legali nei suoi confronti a causa di questo increscioso fatto”. E aggiunse: “Alla Petrino, inoltre, vorrei consigliare di dedicarsi esclusivamente alla salute dei cittadini e, in qualità di primario del pronto soccorso di Vercelli, di puntare esclusivamente alla crescita ed alla gestione delle emergenze affinché il punto ospedaliero diventi sempre più un centro d’avanguardia”.

Oggi Tiramani, rintracciato telefonicamente da ilGiornale.it, preferisce non commentare: “Al momento come Lega preferiamo non dichiarare nulla. I fatti parlano già da sé”. In nome del garantismo è bene non entrare nel merito dell’indagine che è ancora agli albori, ma è bene evidenziare come la Petrino non abbia mai smesso di puntare il dito contro la Lega e i sovranismi. Al di là dei post a sostegno del governo non mancano quelli esultanti nei confronti di Silvia Romano e quelli contro l’ospedale della Fiera di Milano voluto dal presidente Attilio Fontana e dall’assessore al Welfare Guida Gallera.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/indagata-direttrice-pronto-soccorso-che-tuonava-contro-lega-1863419.html

“La pandemia ha messo fine alla globalizzazione”: parola di Trump

Condividi su:

Roma, 15 mag – Mondo da unipolare e multipolare, avanzata di nuove potenze, Unione Europea che scricchiola, nuovi scenari da mettere in conto nello scacchiare globale. Tutto evidente, in parte auspicabile e già messo in conto da tempo, ma nessun leader politico americano aveva mai messo in discussione l’apparentemente ineluttabile globalizzazione. A farlo ci ha pensato ora addirittura l’attuale presidente degli Stati Uniti, affermando che la pandemia di coronavirus ha posto fine al fenomeno che ha generato una rapida intensificazione di scambi e investimenti internazionali. Donald Trump, in un’intervista rilasciata a Fox Business, lo ha detto senza mezzi termini: la globalizzazione è finita.

Aggiungendo poi che non ha intenzione di rinegoziare l’accordo commerciale con la Cina che tanto ha fatto discutere, e continua a farlo, gli analisti. Il presidente statunitense ha rilanciato così la sua politica di “America first”. Anzi, a ben vedere è andato ben oltre: “E’ un grande momento per avere un dollaro forte”, ha dichiarato Trump dopo che il capo della Federal Reserve, Jerome Powell, ha rigettato la proposta di tassi di interesse negativi. “È un ottimo momento per avere un dollaro forte…Tutti vogliono essere nel dollaro perché l’abbiamo mantenuto forte. L’ho mantenuto forte”, ha specificato Trump con la consueta modestia.

Le previsioni di Trump

Quello del tycoon è senza dubbio un azzardo previsionale, ma questa non è certo una novità. Non è infatti la prima volta che il presidente Usa si lascia andare a toni infuocati e conclusioni lapidarie, senza per questo sbagliare sempre come ritengono i suoi più accaniti detrattori. E’ indubbio che Trump scivoli spesso in uscite fuori luogo e prenda altrettanto di frequente grossi granchi, ma è questo il caso? E soprattutto, quanto rischiamo noi dal rafforzamento del dollaro? Il leader della Casa Bianca sostiene che il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti non scenderà sotto il 10% prima di settembre e ritiene adesso che l’economia nazionale dovrà sostenere un periodo di “transizione” nel terzo trimestre dell’anno in corso. Dopodiché perògli Usa “saranno di nuovo forti” a partire dal prossimo anno.

Eugenio Palazzini

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/pandemia-messo-fine-globalizzazione-parola-trump-156433/

1 38 39 40 41 42 43 44 576