Quali potrebbero essere le conseguenze delle guerre contro l’Iraq e la Siria? Il giornalista Maurizio Molinari (già corrispondete de “La Stampa” da New Jork e ora – direttamente – da Gerusalemme) presenta il progetto di ridisegnare la cartina del Vicino Oriente (area destabilizzata dal 1948 con la proclamazione dello stato d’Israele). Si ipotizza la creazione di quattro stati “etnici”: sciita, sunnita, curdo e alawita. Nessun accenno ai cristiani: evidentemente quelli sopravvissuti ai terroristi dell’Isis devono andarsene in Occidente a farsi scristianizzare, nel Vicino Oriente per loro non c’è più posto.
Alcuni commentatori politici hanno affermato che Erdogan è un ottimo tattico ma un pessimo stratega ed al momento, a guardare gli avvenimenti degli ultimi mesi, sembra proprio sia così. L’abbattimento del cacciabombardiere russo non ha, almeno per adesso, sortito gli effetti sperati. Se l’idea del Presidente Turco era quella di scardinare la strana alleanza che si è creata tra Hollande e Putin si può dire che, per adesso, è fallita. La Turchia ha ricevuto una solidarietà poco più che rituale dagli alleati e la stessa NATO, convocata in riunione straordinaria, si è preoccupata più di lanciare appelli alla calma che di stigmatizzare la violazione dello spazio aereo turco da parte dei russi, violazione oltretutto avvenuta per una manciata di chilometri.
La notizia-bomba l’ha data il Wal Street Journal (di Rupert Murdoch), quindi c’è da preoccuparsi davvero: “Lo Stato Islamico ha rafforzato la sua presa nella sua roccaforte di Sirte in Libia”. I guerriglieri del Califfo sono cresciuti “da 200 a circa 5 mila”, sono “volonterosi combattenti”, e lo hanno assicurato al giornale (di Murdoch) persone “dell’intelligence libica”. Anzi, il “capo dell’intelligence militare per la regione che include la Sirte. Il quale risponde al nome di Ismail Shoukry, e dichiara: “Loro hanno esplicitato le loro intenzioni. Vogliono portare la loro lotta a Roma”.
Ecco, ci siamo: l’ISIS minaccia direttamente Roma. Vedete com’è difficile la “lotta al terrorismo globale” o “lotta globale al terrorismo” annunciata ed iniziata nel 2001 da Bush jr.: appena l’ISIS viene schiacciato in Siria, ecco che riappare in Libia. Con la nuova filiale, ampliata e rinnovata. Un miracolo. E’ come un fungo, l’ISIS. Sempre più vicino all’Italia. Anzi, di più, dice il giornale di Murdoch: l’ISIS in Libia “ha cercato reclute che abbiano le conoscenze tecniche per far funzionare i vicini impianti estrattivi petroliferi”.
Quindi succhiano il petrolio anche da lì, e lo vendono (a chi? Le navi di Bilal Erdogan arriveranno?); diventano autosufficienti finanziariamente, e possono procurarsi armi (americane) e addestratori (Cia) per attaccare l’Italia. Essi infatti vogliono conquistare l’Italia, centro della cristianità.
Non è che scherziamo sopra questa minaccia. No, è da prendere sul serio. Soprattutto perché lo Stato Islamico ha postato questo tipo di mappe sui suoi siti.
Se vedete, la mappa è stata firmata o distribuita dal MEMRI (Middle East Media Research Institute): un benemerito organo che scova gli articoli più luridi sui media islamici e li diffonde a noi giornalisti. Il MEMRI, come mi è capitato di ricordare recentemente, è diretto dal colonnello israeliano Yigal Carmon che l’ha fondato con Meyrav Wurmser, il quale dirige da par suo il Centre for Middle East policy ad Indianapolis: insomma due attivi dei servizi di Sion.
Quindi la minaccia è seria, quella è gente davvero pericolosa. E’ possibile che vogliano prendersi anche le installazioni che l’Eni ha ancora? O un vero e proprio attentato a Roma, per attrarre l’Italia in Libia con le armi? Chi lo sa. Tutto è possibile.
Se avverrà -e i media strilleranno – mega-attentato islamista nell’anno della misericordia, ricordiamo alcune realtà che i media, nella fretta e nell’angoscia, con gli occhi pieni di lacrime, potranno tralasciare.
“Daesh è una creazione degli Stati Uniti”: generale Vincent Desportes nell’audizione davanti al Senato francese 12 dicembre 2014.
“Ciò che chiamiamo ‘salafismo’ in arabo si dice ‘wahabismo’ . E noi siamo in contropiede sistematicamente e in tutte le situazioni di affrontamento militare, perché in Medio Oriente, nel Sahel, in Somalia, in Nigeria, noi siamo alleati con quelli che sponsorizzano il fenomeno terrorista da trent’anni”. Alain Chouet, già direttore della sezione anti-terrorismo del DGSE (i servizi francesi).
“I nostri alleati, Turchia, sauditi ed emirati, hanno finanziato ed armato i terroristi. Hanno versato centinaia di milioni di dollari, e decine, migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad”: Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti.
Michael Flynn, DIA
“Nel 2012, quando la mia agenzia avvisò l’amministrazione Obama della possibile emergenza di uno Stato Islamico tra Irak e Siria , la Casa Bianca ha deliberatamente scelto si sostenere clandestinamente le reti jihadiste combattenti contro il regime di Bashar Assad”: generale Michael Flynn, ex capo della DIA, la Cia dei militari.
Il Wall Street Journal racconta anche che “ad agosto lo Stato Islamico ha schiacciato una insurrezione armata di libici locali “arrabbiati dall’uccisione da parte del gruppo di un giovane clerico che si era opposto agli estremisti. I quali hanno crocifisso diversi di coloro che hanno partecipato alla rivolta e ne hanno confiscato le case. Diversamente che in Siria, il gruppo non riesce a fornire servizi di base. Le pompe di benzina sono a secco e i residenti devono procurarsi di straforo il loro carburante – quando non viene confiscato dallo Stato Islamico. Gli ospedali sono abbandonati dopo che lo Stato Islamico ha ordinato la segregazione del personale femminile e maschile.
“…Nonostante le difficoltà, lo Stato Islamico ha grandi progetti per Sirte. Un numero recente della loro rivista Dabiq portava una intervista di Abu Mughiral al Qahtani, indicato come il capo delegato dello Stato Islamico in Libia. Egli ha giurato di usare la posizione geografica della Libia, e le sue riserve di greggio per destabilizzare la sicurezza e l’economia dell’Europa. Circa l’85% della produzione di greggio libico nel 2014 è andato in Europa, e l’Italia ne è il massimo cliente. Circa metà della sua produzione di gas naturale
Piloti francesi che nel 2011 hallo liberato i libici da Gheddafi
Qatar e Turchia. Alleati dell’Occidente, ma alleati dalle amicizie pericolose, troppo vicini alle milizie islamiste perché la cosa non desti sospetti sulle reali intenzioni dei due Paesi. Non è una novità che ad Ankara e Doha le posizioni di determinate formazioni in Siria e Libia siano piuttosto ben accette, ma un’inchiesta del Sole 24 Ore ricostruisce con precisione una serie di passaggi di armi e munizioni ben più che sospetti.
Sono soprattutto una serie di voli militari, denunciati nel 2013 dal New York Times, a far dire che gli Stati Uniti non potevano non sapere dei traffici di turchi e qatarioti. Si parla di un certo numero di C-17, aerei da trasporto militare di Doha, volati dalla Libia alla capitale dello staterello del Golfo e da qui ad Ankara.
Sono in tutto 28 i voli che da gennaio ad aprile di quell’anno hanno volato tra Doha e Ankara e tra Doha e Gaziantep, nell’area meridionale della Turchia, non troppo lontano dal confine siriano. Per volare su quella rotta gli aerei hanno dovuto ottenere uno speciale nullaosta diplomatico, ma nessuno sembra disposto a spiegare per quale motivo.
Per il passaggio sullo spazio aereo greco Atene ha detto semplicemente di non sapere nulla, un po’ come i sauditi, che non hanno proprio risposto alle domande poste dalle Nazioni Unite. E l’Egitto, che qualcosa ha detto, si è limitato a parlare di un avvicendamento – poco credibile – degli uomini di guardia all’ambasciata del Qatar in Libia.
Secondo il quotidiano economico che i voli passassero inosservati agli Stati Uniti è praticamente impossibile. Peraltro la tappa intermedia per i trasporti era la base di Al Udeid, “quartier generale avanzato” delle forze americane in Medioriente. Inoltre, aggiunge Il Sole, la società che gestiva i voli era la Jeppesen, controllata della Boeing, che al Pentagono deve il 30% del fatturato.
MOSCA – Vladimir Putin, ex spia del Kgb salita sul trono degli zar, custodisce un segreto: viene da Costa Bissara, provincia di Vicenza. Il presidente russo non l’ avrebbe confessato nemmeno alla moglie Ljudmila, convinta di aver sposato uno di San Pietroburgo. Ma proprio da questo buco nel passato, dal richiamo della foresta nascosto, nascerebbe l’ attrazione fatale di Vladimir Vladimirovic per l’ Italia e per Silvio Berlusconi in particolare. A scoprire l’ esplosivo “mistero del Cremlino” è stato il popolare quotidiano Moskovskij Komsomolets, che l’ ha sparato ieri in prima pagina. Titolo: «Il segreto di famiglia». All’ interno, una pagina con le prove. Nel vicentino ci sono almeno 50 famiglie con il cognome Putin. Altre abitano a Venezia. Una piccola differenza: in Veneto il cognome si pronuncia con l’ accento sulla «i», e in dialetto significa bambino piccolo. Ma il giornale moscovita non si è perso d’ animo e ha spedito un inviato a scarpinare sui colli Euganei. Altra rivelazione clamorosa: a fine Ottocento un gruppo di Putìn si trasferì in Russia per costruire la Transiberiana. E ai primi del Novecento altri incontenibili Putìn raggiunsero l’ antica capitale russa girovagando per l’ Europa come ambulanti. Vendeva paioli da polenta e apprezzava le donne baltiche, il trisnonno del presidente? I discendenti dei Putìn non hanno dubbi. «Io e Vladimir – ha giurato al Moskovskij tale Franco Putìn, produttore di caminetti – siamo due gocce d’ acqua. Stessi occhi, medesima espressione, identica andatura. Gemelli: solo che lui scia e fa judo, io niente. Lui è asciutto, io sovrappeso: ma è l’ unica differenza». L’ imprenditore vicentino, indifferente all’ impietosa smentita fotografica, segue il “cugino dell’ ex Urss” da anni. Lo scruta alla tivù, cerca di imitarlo, ha scoperto di avere gli stessi due nei sulla guancia sinistra. è talmente convinto di aver un albero genealogico in comune che ha commissionato a un centro di ricerche parigino la storia del suo cognome. Parziale doccia fredda: un Putìn, anche in Francia con l’ accento alla vicentina, discende nel Settecento dal capostipite Dominique Putiniér, suddito della prima repubblica. Ma una cosa è certa: il signore del Cremlino non ha un cognome russo, i suoi avi sono occidentali. «Pensi che da anni – ha raccontato una certa Maria Putin – a Costa Bissara mi chiamano “la zarina”. I vicini sospettano una parentela, mi trattano con un certo riguardo. Io gli faccio coraggio: mi chiamo Putìn, dico, mica Rasputìn». Un tasto delicato, quello politico. La tesi del giornale di Mosca è che il punto debole del presidente, l’ amore per l’ Italia, abbia origine genetica. «Avete mai riflettuto – si chiede il giornalista – perché passi le ferie in Sardegna, perché mandi le figlie in una villa famosa a Porto Cervo, perché invii la moglie sul lago di Como, perché i rapporti con il premier Berlusconi vadano ben oltre il protocollo?» Questione di sangue e di carattere. «Per questo Silvio e Vladimir – la conclusione – quando si incontrano sembrano due vecchi compagni di scuola che l’ hanno fatta grossa». «Imprenditori italiani e del Nord – è la sentenza di Silvio Putìn, figlio del cugino di Franco, proprietario di una cava di mattoni -. Anche in Russia comanda uno dei nostri: pensi che a me mi chiamano Vladimir Berlusconi». Per coerenza ha assunto una domestica ucraina. Si chiama Galina, e a Vicenza genera equivoci. Così il Putìn la chiama Lina.
Dopo la sfilza di alberghi che la scorsa estate si sono strasformati in centri d’accoglienza, ecco che la storia si ripete anche in inverno. A Roma, per volontà del prefetto, l’hotel Roma Point da hub diventerà centro d’accoglienza permanente
Gianfranco Fini sbugiardato dai fatti. Solo pochi giorni fa, nel corso di un convegno all’Università Guglielmo Marconi di Roma, parlando di immigrazione, aveva avuto parole poco tenere nei confronti di un ragazzo che sosteneva che i profughi alloggiassero negli hotel. L’ex leader di AN, dopo avergli detto di non rompergli i c…, domanda: “Ma quali hotel, hai mai visto un centro d’accoglienza?”.
Verrà presentata oggi al primo ministro russo Dimitri Medvedev una prima serie di sanzioni alla Turchia studiate dai funzionari del Cremlino. Pur permanendo qualche spiraglio, ormai sembra quasi una guerra fredda fra Mosca e Ankara dopo l’abbattimento dell’aereo russo da parte dei turchi martedì. Se il grosso delle sanzioni deve arrivare, già ieri il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha annunciato che dal 1° gennaio verrà sospesa la libera circolazione senza passaporto fra i due paesi, anche perché «le possibili minacce dalla Turchia non sono inventate, ma reali». Fonti del Cremlino ritengono che questa ritorsione non avrà effetti sull’economia russa: «In un anno, 69.000 turchi hanno dichiarato di entrare nel paese per turismo e 31.000 per lavoro e affari. Un flusso così esiguo da essere ininfluente».
Le prossime due settimane cambieranno il mondo, annuncia il Telegraph. Non solo perché i “leader mondiali” sono riuniti a Parigi per piegare il clima alla finanza speculativa, onde farlo rendere. Ci sono tre eventi decisivi che avranno luogo. A porte chiuse, naturalmente.
Draghi riprende il bazooka. L’enorme stampa di moneta che ha fatto finora, che ha ridotto il costo di indebitarsi sotto il tasso d’interesse zero, avrà portato “nove mesi di calma finanziaria” come dice il giornale dell’Establishment (uno dei tanti); ma non è servito assolutamente a frenare la deflazione nella zona euro, che s’avvita su se stessa anche per il crollo dei prezzi petroliferi. Il circolo è vizioso e si auto-alimenta: più la deflazione si rafforza e meno ci s’indebita e si spende. Le banche non prestano, si tengono i denaro che la BCE produce a manetta, le imprese non chiedono prestiti, le famiglie nemmeno. La BCE ha fallito il suo compito – doveva mantenere un’inflazione del 2 per cento – e farlo molto, molto prima, quando la deflazione si manifestò: i tedeschi l’hanno vietato, per loro non c’era alcuna deflazione – e lo negano ancor oggi. Quindi, nuovo quantitative easing, ossia più dei 60 miliardi al mese che aveva annunciato all’inizio dell’anno. Questo, se i tedeschi saranno d’accordo. Il che non è detto.
L’Opec decide sul greggio
L’Opec, il gruppo dei paesi produttori di greggio, si riunisce venerdì 4 dicembre per decidere se continuare la sua guerra dei prezzi. In pratica devono decidere i livelli di produzione di ciascuno. La guerra è stata sferrata dal produttore massimo e coi costi minori, l’Arabia Saudita, per stroncare i concorrenti (Usa, quelli del gas di scisti, con alti costi di estrazione); la guerra è continuata per togliere alla Russia i mezzi finanziari per la sua politica internazionale. Il Brent, che nel giugno 2014 era ancora a 115 dollari a barile, è a 45.
L’Ufficio del Procuratore Generale russo ha riconosciuto il famigerato Open Society Institute di George Soros e un’altra organizzazione affiliata come gruppi indesiderabili, vietando a cittadini e organizzazioni russe di partecipare a qualsiasi loro attività. Hanno aggiunto che il Ministero della Giustizia sarà debitamente informato di queste conclusioni e potrà così aggiungere i due gruppi alla lista delle organizzazioni straniere indesiderate. I pubblici ministeri hanno lanciato l’inchiesta sulle attività delle due organizzazioni del noto speculatore senza patria George Soros, nel luglio di quest’anno, dopo che i senatori russi avevano incluse le organizzazioni di Soros nei 12 gruppi che richiedevano un intervento immediato per le loro attività anti-russe. Altri gruppi nella lista sono il National Endowment for Democracy; l’International Republican Institute; il National Democratic Institute; la Fondazione MacArthur e Freedom House. Alla fine di luglio, il Ministero della Giustizia russo ha riconosciuto il National Endowment for Democracy come un gruppo indesiderabile dopo che i magistrati avevano scoperto la ONG degli Stati Uniti stava spendendo milioni in tentativi di mettere in discussione la legittimità delle elezioni russe. La legge sulle organizzazioni ‘indesiderate’ straniere è entrata in vigore all’inizio di giugno di quest’anno. Richiede che l’Ufficio del Procuratore generale e il ministero degli Esteri redigano un elenco ufficiale delle organizzazioni straniere indesiderate. Una volta che un gruppo è riconosciuto come indesiderabile, il suo patrimonio in Russia deve essere congelato, i suoi uffici chiusi e la distribuzione della propaganda proibita. La Fondazione Soros ha iniziato a lavorare in Russia a metà degli anni 1990.