Rovereto, convegno famiglia: «Solo l’unione di un uomo ed una donna può generare la vita»

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CONVEGNO ROVERETO

Oltre 200 persone ieri sera si sono accalcate nella sala conferenze dell’Urban Center di Rovereto per il convegno “Famiglia, fondamento della società”.

Tante persone e pattuglie della Polizia agli ingressi per dire che solo l’unione di un uomo ed una donna può generare la vita:solo pochi anni fa una serata analoga sarebbe andata deserta per la scontatezza del concetto” affermano in sala.

Un tavolo di relatori di tutto rispetto ha invece animato la serata, come gremita di Autorità era la sala in cui tutto il centrodestra trentino era rappresentato.

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Se questo è un uomo

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il caso dell’uomo transage che crede di essere una bambina

L’uomo transgender e transage: ha 52 anni ma vive come una bambina di sei anni

Se finora conoscevate solo i transgender, come Vladimir Luxuria o Efe Bal, e i transracial (dall’inglese transraziale) come Rachel Dolezal, forse non siete così aggiornati: infatti, la nuova frontiera dei “trans” sono i transage, letteralmente “transetà”.

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“L’Italia blocca l’estensione delle sanzioni UE alla Russia”

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Ha obbedito, ed ora è premiata

Almeno, questo è il titolo del Deutsche Wirtschafts Nachrichten. “Sorprendentemente”, continua l’articolo, “mercoledì il governo italiano ha bloccato sul nascere una decisione su una estensione delle sanzioni economiche contro la Russia. ‘Abbiamo chiesto un dibattito sulla questione’, ha detto un portavoce della rappresentanza italiana a Bruxelles. In realtà, era inteso che mercoledì gli ambasciatori dei 28 paesi membri della Ue dovessero prendere una decisione senza ulteriore dibattito, dopo che gli occidentali avevano già approvato una risoluzione il mese scorso a margine del G20 a Istanbul”.

Già: quella riunione a porte chiuse fra Merkel, Hollande e Cameron, che ha preso decisioni per tutti noi.

Se le cose stanno così, tanto di cappello, Matteo Renzi. E grazie anche alla Mogherini. Non solo questa presa di distanza era dovuta alla dignità nazionale, ma lo esige l’evoluzione della situazione.

Germania, Polonia e paesi baltici, insieme con Cameron ed Hollande, fanno dipendere – dicono – la revoca delle sanzioni dai “progressi” che la Russia farà in Ucraina orientale nell’adempimento degli accordi di Minsk. Accordi che è Kiev a violare ogni giorno di più con bombardamenti (intensificati domenica-lunedì e riportati dagli osservatori OCSE) e gravi provocazioni, come l’interruzione dell’elettricità alla Crimea facendo saltare i tralicci. E siccome questo avviene mentre a Kiev c’è il vicepresidente Joe Biden, accompagnato dalla Nuland, accusa Putin di violare gli accordi di Minsk, è chiaro da dove viene la volontà di mantenere aperta la ferita ucraina, per continuare le sanzioni.

Come non bastasse, il Fondo Monetario ha condonato all’Ucraina il debito che ha con la Russia: 3 miliardi di dollari. Violando le sue proprie regole, che ha imposto al mondo dalla fine della seconda guerra mondiale, il Fmi continua a dare prestiti al governo di Kiev nonostante la sua insolvenza. Quando Mosca,che è membro del FMI, ha chiesto che esso agisca secondo le sue regole a favore dei creditori (il Fondo è sempre l’agente pignoratore dei creditori), ha fatto un’eccezione: per Kiev “cambia la sua politica di non tollerare gli arretrati a danno dei creditori”. Il Fondo dunque getta la maschera, e compie un atto di ostilità mai visto prima. Il regime di Kiev vive da mesi su prestiti che l’Occidente

(noi compresi) gli dà – come ora è chiaro – a fondo perduto.

Quanto al governo Merkel, s’è segnalato per ripetere la versione di propaganda che le è stata ordinata: che Assad sostiene l’ISIS perché compra il petrolio dei terroristi….La Merkel ha obbedito e il Time l‘ha scelta come “persona dell’anno” – vuol dire che le stanno preparando il seggio all’Onu.

Ha obbedito, ed ora è premiata

Matteo Renzi non sarà sulla copertina di Time per qualche tempo ancora. Meglio così. I successi della Russia, dell’armata siriana e dei suoi alleati in Siria hanno pregiudicato il piano segreto tra Erdogan, Hollande e Cameron, oggi svelato da Meyssan: “i tre hanno convenuto nel 2014 di creare uno pseudo Kurdistan in Siria, espellerne la popolazione sunnita e cristiana, e trasferirvi i kurdi di Turchia”: liberando Erdogan del suo problema curdo interno con una sostanziale espulsione e pulizia etnica.

http://www.wikistrike.com/2015/12/l-inavouable-projet-d-un-pseudo-kurdistan.html

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Il Front National non è più di destra, per questo ora può vincere

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LE PEN

Domenica si è votato in Francia, per le elezioni regionali, a poche settimane dai fatti del tragico Tredici Novembre. Le due Le Pen, Marine e la nipote Marion ottengono un inequivocabile successo. Linkiesta ne parla con il politologo Marco Tarchi, studioso di populismo, appena rientrato dalla Francia per alcune ricerche sul campo.


Professore, il parricidio politico di Jean Marie dunque non porta via consensi al FN, che potrebbe vincere in quattro regioni?
A quanto pare, no. La lite familiare – che in realtà ha un sottofondo politico/ideologico consistente – ha sottratto al Front national un certo numero di quadri intermedi e militanti, proseguendo ed ampliando una diaspora che si era aperta al momento della successione alla presidenza della figlia al padre nel 2011. Molti, fra i vecchi dirigenti (ora quasi tutti fuoriusciti e confluiti in un piccolo partito testimoniale, il Parti de la France, che ha scarse ambizioni elettorali ed è più che altro un contenitore amicale), temevano infatti già allora che Marine, dotata di ottime doti comunicative ma del tutto indifferenti alle questioni di cultura politica, avrebbe progressivamente abbandonato alcuni dei fondamenti ideologici del partito, spostandolo decisamente dal retroterra di destra radicale con connotati populisti ad un populismo puro e dichiarato. Così è avvenuto, dispiacendo ciò che resta (ed è poco) dell’opinione pubblica cattolico-tradizionalista o nostalgica di Vichy e dell’Algérie Française ma attraendo le fasce dell’elettorato che ormai sono ovunque, in Europa, il bacino di consensi delle formazioni populiste: operai, disoccupati, piccoli commercianti, artigiani e altri gruppi sociali che vengono dipinti come i ‘perdenti della globalizzazione’. Costoro sono molto più numerosi e sono fortemente attratti dal discorso di un partito che, unico, si oppone da sempre ai flussi migratori di massa dai paesi extraeuropei e contesta le politiche dell’Unione europea, accusando quest’ultima di essere strutturalmente succube della volontà dei circoli finanziari e tecnocratici.
Quanto possono influire sul voto gli attacchi terroristici del 13 novembre?


Stando ai sondaggi, non molto (il FN era già molto in alto nelle rilevazioni demoscopiche), ma abbastanza per consentire, forse, al partito di Marine Le Pen di aggiudicarsi il governo di un paio di regioni e di fare da ago della bilancia in un altro paio, costringendo fra l’altro i sarkozysti – che non mi sembra il caso di continuare a chiamare gollisti, perché da un pezzo si sono distaccati, nei fatti, da molte delle idee dell’uomo cui continuano formalmente ad ispirarsi – e i socialisti ad innaturali (ma probabili) alleanze, desistenze incrociate o addirittura fusioni di lista fra il primo e il secondo turno nelle regioni in cui si troveranno dietro le liste frontiste. Ciò non potrà che portare acqua al mulino della propaganda del Front national, che da anni denuncia la connivenza nell’Umps (cioè Ump, nome precedente degli attuali Républicains, e Ps) di un ceto politico autoreferenziale, pronto a tutto pur di mantenere il potere e i connessi vantaggi. Questa critica tipicamente populista a ‘quelli che stanno in alto’ in nome di ‘quelli che stanno in basso’ sta trovando riscontri importanti nella pubblica opinione. Tornando all’effetto degli attentati, era inevitabile che favorissero una forza politica che da sempre si è distinta per i suoi accenti allarmistici sui temi dell’insicurezza e del pericolo costituito dalla crescita dell’estremismo islamico all’interno delle comunità di immigrati.
Questa critica tipicamente populista a ‘quelli che stanno in alto’ in nome di ‘quelli che stanno in basso’ sta trovando riscontri importanti nella pubblica opinione.
La Francia sta diventando di destra, condividendo gli ideali del FN, o è colpa di Hollande, apprezzato dai francesi per come ha gestito la fase post-attentati ma non per il suo governo?
Se accettiamo convenzionalmente la distinzione sinistra/destra e si colloca il Front national sul secondo versante (operazione oggi più che mai discutibile, perché Marine Le Pen ha accentuato l’autodefinizione ‘ni droite ni gauche’ del partito di cui è a capo), si può dire che da un pezzo la Francia è spostata verso destra. Già negli anni Ottanta, se si fossero sommati i voti del FN a quelli delle liste golliste, giscardiane e dei cosidetti ‘divers droite’, non ci sarebbe stata partita con socialisti, comunisti, trotzkysti e via dicendo. Il rapporto sarebbe stato – ed era, anche se i voti non erano cumulabili, per le differenze reciproche e per la demonizzazione del Front da parte degli altri partiti – 60 a 40, come minimo. Non credo che quel rapporto sia sostanzialmente cambiato. Anzi: i guadagni del FN oggi sono più ascrivibili alla netta virata a sinistra del suo programma e del suo discorso pubblico sui temi economico-sociali (ma anche di politica estera ed internazionali) che a una diretta concorrenza ai Républicains sui temi tipicamente conservatori. Certo, l’insuccesso della presidenza Hollande ha giovato al Front, ma anche i suoi avversari: al di là dello scatto d’orgoglio del post-13 novembre, la sua azione e/o inazione di questi tre abbondanti anni ha scontentato gran parte dei francesi, facendogli toccare quote di impopolarità record per un presidente.
Che cosa significherebbe la vittoria del FN a queste regionali? E vede in Marion Le Pen il futuro di quel partito in Francia?
Sarebbe un fatto molto importante, perché indurrebbe i suoi attuali sostenitori, ma anche altri potenziali simpatizzanti sin qui timorosi di abbandonare le vecchie scelte nell’urna, a non considerare più persa in partenza la competizione uninominale a doppio turno al momento delle elezioni legislative. Sin qui il Front national, pur riscuotendo a livello nazionale una percentuale di voti attorno al 15%, non è quasi mai riuscito ad inviare in Parlamento propri deputati (attualmente ne ha solo due, fra cui Marion), perché la formula voluta dal generale de Gaulle lo schiacciava tra due poli, di sinistra e di destra, in grado di sopravanzare i suoi candidati. Se le elezioni regionali lo consacrassero primo partito di Francia e lo portassero attorno al 30%, questa barriera psicologica si frantumerebbe e la stessa Marine Le Pen acquisterebbe una maggiore caratura di presidenziabile (anche se continuo a credere che sarà ben difficile, per lei, farcela nel 2017). Quanto a Marion Maréchal-Le Pen, i dati anagrafici – ha 21 anni meno della zia – e le qualità personali, sia di comunicazione che di preparazione – paiono giocare a suo favore. È considerata più a destra di Marine e non disdegna di vezzeggiare l’elettorato cattolico-conservatore, ma fin qui ha evitato di farsi strumentalizzare da chi vorrebbe contrapporla frontalmente all’attuale leader del partito. Se diventerà presidente della regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, ampliata dal recente ridisegno amministrativo voluto da Hollande, la sua visibilità crescerà ancora. Già ora ha aperture di credito da altri esponenti della destra tradizionale (di recente Philippe de Villiers, che alcuni vorrebbero mettere sulla strada di Marine nelle prossime presidenziali, per rosicchiarle un importante 2-3%, ha dichiarato che, se fosse un elettore della sua circoscrizione, voterebbe volentieri per lei) su cui la zia non può contare. Bisogna vedere se saprà tenere a freno le sue ambizioni per il tempo necessario a renderle credibili.
Sin qui il Front national, pur riscuotendo a livello nazionale una percentuale di voti attorno al 15%, non è quasi mai riuscito ad inviare in Parlamento propri deputati (attualmente ne ha solo due, fra cui Marion), perché la formula voluta dal generale de Gaulle lo schiacciava tra due poli, di sinistra e di destra, in grado di sopravanzare i suoi candidati.
In Spagna, invece, a breve ci saranno le elezioni politiche. La stella di Podemos sembra essersi appannata. Troppo populismo logora chi ce l’ha?
Forse sì, soprattutto se è un populismo incompiuto o ambiguo. Sebbene Pablo Iglesias, assurto a figura mediatica di riferimento di Podemos, abbia dichiarato ripetutamente che oggi il vero spartiacque politico non è tra sinistra e destra ma tra chi sta in basso e chi sta in alto, il suo partito non si è sbarazzato di quell’immagine di sbilanciamento a sinistra che gli deriva dal retroterra di quasi tutti i suoi esponenti (perlopiù comunisti o transfughi da Izquierda Unida) e dal richiamo al movimento degli Indignados. E, per questo, non si è inserito in quello che il politologo francese Dominique Reynié (fra l’altro candidato a una presidenza di regione per Les Républicains e fervido avversario del Front national) ha descritto come il filone vincente del populismo europeo, definendolo ‘populismo patrimoniale’. Quel modello esige di accoppiare la difesa del livello di vita economico-sociale della popolazione alla difesa del suo modo di vita, ovvero delle sue tradizioni e dei suoi connotati etno-culturali. Non potendo né volendo scendere su questo terreno, perché la formazione dei suoi dirigenti gli rende impossibile scendere sul terreno della polemica anti-immigrati e del richiamo identitario, Podemos si è tagliato fuori da una platea importante di potenziali sostenitori, che è poi quella in cui attinge consensi il suo contraltare ‘di destra’, ovvero Ciudadanos.
A proposito di populismo. Secondo lei sarà questa la chiave di lettura dello scontro politico italiano dei prossimi mesi, fino alle elezioni politiche (quando ci saranno), cioè un duello permanente fra lo stile populista di Renzi e il populismo tout-court di Beppe Grillo?
Finché la classe politica italiana farà di tutti per continuare a meritarsi gli strali di ampi strati della pubblica opinione, non vedo alternative, anche se la Lega è un notevole terzo incomodo in questa gara a chi sfrutta meglio le risorse, oggi molto apprezzate, del populismo. Il centrodestra, per il momento, non mi pare si possa reinserire nel gioco, aggrappato com’è alla stella quantomai calante di Berlusconi e nell’incapacità di produrre proposte e programmi che non siano una rimasticatura di ritornelli del passato, ormai logori. Senza una nuova classe dirigente, una nuova immagine e contenuti più chiari e convincenti, l’aggregato alquanto eterogeneo che i sondaggisti suppongono possa coagularsi in un listone ad uso dell’Italicum avrebbe poche chances di successo. Per non parlare di Sinistra italiana e simili, che pagano l’incapacità di opporsi efficacemente a Renzi da due anni a questa parte e rischiano di trasformarsi nell’ennesimo partitino-simulacro a vocazione poco più che testimoniale. Infine, non va trascurata la trasmutazione del Movimento Cinque Stelle, che sta liberandosi dell’identificazione con il ‘grillismo’ ma deve ancora trovare una rotta di azione politica univoca. Ci riuscirà? E che strada prenderà? Emanciparsi dal discorso politico di Grillo può piacere ad un elettorato progressista ormai deluso dal Pd e dai suoi sfidanti di sinistra, ma comporta il rischio di deludere l’elettorato che nel discorso puramente e pienamente populista del fondatore e portavoce del movimento si rispecchiava volentieri. Staremo a vedere come questo non facile processo evolverà.
Emanciparsi dal discorso politico di Grillo può piacere ad un elettorato progressista ormai deluso dal Pd e dai suoi sfidanti di sinistra, ma comporta il rischio di deludere l’elettorato che nel discorso puramente e pienamente populista del fondatore e portavoce del movimento si rispecchiava volentieri.
E Salvini? Che fine rischia di fare? Era partito bene, ma adesso sembra che abbia smarrito la rotta. Può ancora avere chance di sfidare Renzi alle Politiche?
Non sarei così scettico. I sondaggi, specie dopo gli eventi parigini, accreditano la Lega di intenzioni di voto attorno al 16%, che la pongono in posizione di forza nei confronti degli interlocutori di centrodestra. Certo, a Salvini si pongono ora di fronte varie sfide. C’è da vedere se la sua evidente svolta ‘nazionale’ porterà a un vero new look, con l’abbandono dell’articolo dello statuto che ancora pone come obiettivo l’indipendenza della Padania, e se questa eventuale innovazione riuscirà a non scontentare troppi vecchi sostenitori e ad aprire una breccia oltre la Linea Gotica. E c’è il problema di come non risultare penalizzati dall’abbraccio elettorale con quel centrodestra che prima ho descritto, la cui immagine certamente non risulta attraente per gran parte degli attuali sostenitori del Carroccio. Insistere su una linea propria, specifica, senza troppo concedere ai partnerspiù o meno occasionali sarebbe, a mio avviso, opportuno per Salvini e i suoi.
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Eurodispotismo. Una dittatura dell’idiozia

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Fra gli starnazzamenti del pollaio mediatico per la vittoria al primo turno delle Le Pen, è spuntato qualche dato e grafico molto istruttivo. Che dicono: nell’euro, il popolo francese muore. Figurarsi l’italiano. Punto primo:

Il francese è più produttivo del tedesco.

Produttività comparata
Produttività comparata

A riconoscerlo è nientemeno che Heiner Flassbeck, già segretario di Stato nel ministero delle Finanze tedesco e poi economista dell’UNCTAD (UnitedNations Conference on Trade & Development), in un’intervista al Deutsche Wirtschaft Nachrichten.

Come mai allora la Francia è meno competitiva? “A causa dei bassi salari in Germania: un vero dumping salariale insieme con l’unione monetaria ha fatto diminuire massicciamente la competitività francese. Berlino ha fatto coincidere l’entrata nell’euro con la politica di tagli dei proprio salari, operando, con l’accordo dei disciplinatissimi sindacati, una svalutazione interna. Laddove, è vero, la “sinistra” francese ha mantenuto le 35 ore (lo sciagurato ‘lavorare meno per lavorare tutti’), e l’Italia è rimasta sotto il tallone dei sindacati, che hanno protetto soprattutto i parassiti pubblici, a cui hanno fatto avere aumenti di stipendi del 15% superiori ai privati.

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La coalizione guidata dagli Usa bombarda un campo dell’esercito siriano: 4 morti

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isis_usa (1)Segnalazione del Centro Studi Federici

Il campo si trova a due km a ovest di Deir ez-Zor, nelle mani dello Stato islamico. Nei giorni scorsi Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti avevano suggerito un’alleanza con l’esercito siriano per sconfiggere i miliziani del Califfato.
 
Damasco (AsiaNews) – La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha bombardato un campo militare dell’esercito siriano facendo quattro morti e 13 feriti. La notizia è stata diffusa dall’Osservatorio siriano per i diritti umani e si riferisce a un bombardamento effettuato ieri contro un accampamento situato a due km a ovest di Deir ez-Zor, una città sotto il controllo dello Stato islamico (SI).
 
Secondo l’Osservatorio si tratta di un raid senza precedenti. In effetti la coalizione – che raduna diversi Paesi occidentali e arabi – si sarebbe attribuita il compito di combattere i miliziani dello Stato islamico, anche se molti osservatori ne criticano l’efficacia e la legalità, intervenendo nei cieli siriani senza alcun permesso da parte del governo di Damasco.

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Putin arriva nella tv italiana, la storia del presidente russo su Rete 4

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Vladimir Putin si racconta in prima persona, ma questa volta in italiano. Su Rete 4 lunedì 7 dicembre infatti andrà in onda in seconda serata un film documentario sul presidente russo, realizzato da Rossiya 1. Il documentario “Il presidente” è stato proiettato in anteprima a Roma alla presenza dell’Ambasciatore russo Sergei Razov e del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Nei 90 minuti di film si susseguono le tappe della presidenza Putin dal 1999 fino alla crisi siriana. Non manca il racconto sui momenti più difficili e controversi della politica del presidente, come la guerra cecena, la tragedia dell’equipaggio del sottomarino Kursk e l’attentato terroristico al teatro Dubrovka,  che lo stesso Putin definisce “il momento più brutto della mia storia politica”.

Nonostante una stampa molto critica nei confronti del leader del Cremlino, in Italia tra i semplici cittadini Putin è sempre più popolare. Questo film rappresenta senz’altro un grande interesse per le persone che si chiedono “chi è Putin”, per il pubblico che ammira il presidente russo, ma vorrebbe capire meglio l’uomo e non solo il politico.

Il centro del documentario è l’intervista a Putin filmata in una sala del Cremlino, che viene completata con interviste a personalità vicine al presidente. Non mancano certamente immagini che ritraggono il Putin sportivo, giocatore di judo, il Putin alle prese con l’hockey, il pianoforte e le lingue straniere. Un ritratto biografico completo e interessante.

Comunque la si pensi, Putin è una figura centrale oggi più che mai nello scenario mondiale ed ha “un ruolo storico datogli dal destino” come racconta in un’intervista a Sputnik Italia Alessandro Banfi, giornalista che assieme a Carlo Gorla ha curato la versione italiana del documentario. Continua a leggere

Francia, trionfano le Le Pen: vince il populismo in salsa Kosher…

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Risultati immagini per Le Pen sionistaFrancia, trionfano le Le Pen: Front National primo partito

Marine Le Pen verso un successo storico: Fn sfiora il 30%. Repubblicani al 26,20%, socialisti al 23,20%. Affluenza in crescita: alle 19 ha votato oltre la metà dei francesi

Urne chiuse in Francia dove i cittadini sono stati chiamati a votare per le elezioni regionali. In forte aumento l’affluenza: alle 19 il dato della partecipazione è stato del 50,50%, circa 4 punti in più rispetto al corrispondente dato delle regionali del 2010.

Si tratta delle prime elezioni dopo la riforma che ha ridotto da 22 a 13 le regioni.

Stando ai primi exit poll trionfa il Front National, che esce rafforzato dopo gli attentati terroristici di Parigi e si piazza intorno al 29,80%. Il partito di estrema destra diventa quindi il primo partito in Francia. Seguono i Rèpublicains di Nicolas Sarkozy con il 26,20% e i socialisti di François Hollande con il 23,20%. Verdi al 6,60%, Front de Gauche al 4%.

Marine Le Pen e sua nipote Marion sono in testa in sei regioni su tredici )Nord-Pas de Calais-Picardia, PACA, Linguadoca-Roussillon-Midi Pyrenees, Borgogna-Franche Comtè, Centre-Val de Loire e Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena). Soprattutto in quelle dove sono candidate in prima persona, rispettivamente nel Nord-Pas de Calais (42,1%) e nella Provenza-Alpi-Costa Azzurra (41,2%). Le due potrebbero quindi diventare le prime presidenti di regioni dell’estrema destra. “La Francia rialza la testa”, ha detto Marine, “Nulla potrà fermare la profonda volontà del popolo. È un risultato magnifico”.

“Il risultato delle regionali dimostra che i francesi sono esasperati, che la Francia ha troppo indietreggiato e lo ha fatto soprattutto in questi ultimi quattro anni. E chiedono che non arretri più”, commenta a caldo il presidente della destra dei Republicains, Nicolas Sarkozy, “Propongo da domani di rifiutare ogni fusione e ogni apparentamento di lista. Quello che i francesi meritano è una chiara alternanza in tutte le regioni. Questa è l’attitudine repubblicana”.

In tutte le regioni si andrà comunque al balottaggio: secondo il sistema elettorale francese, infatti, andranno al secondo turno le liste che hanno ottenuto più del 10% dei voti nella prima tornata elettorale. E se i repubblicani non vogliono alleanze anti avanzata lepenista, i socialisti hanno annunciato che si ritireranno dal secondo turno nelle regioni in cui non hanno nessuna possibilità di vincere (in particolare quelle in cui corrono le Le Pen). Una mossa scelta a malincuore per permettere ai propri elettori di votare i repubblicani e tentare di arginare l’ascesa del Front National.

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Scuole francesi e religione laicista

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ecoleSegnalazione del Centro Studi Federici

Altro che vietare il presepe, in Francia sono già oltre: «Bambini, intonate inni e canti alla laicità»
 
La laicité ormai è a tutti gli effetti una religione di Stato. Così nelle scuole, il 9 dicembre, bisogna «celebrarla in modo solenne». Con tanto di alberello
 
In Francia vige il più rigido laicismo ed è ovviamente vietato cantare a scuola per Natale motivi tradizionali come Il est né le divin enfant o Douce Nuit, sainte nuit. Però, è consigliato «intonare inni, fare canti e opere musicali» ispirati alla «laicità». Il 9 dicembre, infatti, sarà il 110mo anniversario della legge del 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato e bisogna «celebrarlo in modo solenne».
 
GIORNATA DELLA LAICITÀ. Il rettore dell’accademia di Nancy-Metz ha scritto a tutte le scuole sotto la sua giurisdizione: «Il capo dello Stato ha suggerito all’indomani degli avvenimenti di gennaio che la giornata della laicità, fissata nella data dell’anniversario del voto della legge di separazione tra Chiesa e Stato, sia celebrata con solennità nelle scuole e in tutti gli stabilimenti. La terribile tragedia del 13 novembre non può che rafforzare oggi questa volontà di mobilitarci intorno ai valori della République».

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