Cariverona, un Biasi é per sempre

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A capo della cassaforte immobiliare, l’ex presidente resta dominus di fatto. Tosi piazza un’imprenditrice vicina anche a Renzi. Il sindaco vicentino Variati non riesce a piazzare Albanese

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Come volevasi dimostrare: dapprima, come scrivevamo nello scorso ottobre, la mossa di “svuotare” la gestione dei beni (con relative rendite) della fondazione Cariverona in un fondo da lui presieduto, e adesso il completamento dell’opera con un presidente (Alessandro Mazzucco) e un cda che non solo non gli fanno ombra, ma che é lecito considerare fatto a sua immagine, somiglianza, uso e consumo. Lui é Paolo Biasi, vicino all’Opus Dei, dal 1992 dominus di Cariverona influentissimo e tentacolare centro di potere economico e di conseguenza politico con testa nel capoluogo scaligero. Ha predisposto la scacchiera e tutti le pedine sono andate al posto giusto: l’ex rettore dell’università veronese, dunque non una figura ingombrante o troppo pericolosamente addentro al mondo finanziario (anche se c’é chi parla di lui come uno che non si fa mettere i piedi in testa: attendiamo i fatti), alla presidenza; direttore generale di Torre Sgr (società per il 62,5% di Fortezza Re, ovvero Fortress Investiment Bank, e del restante 37,5% di Unicredit), che gestirà Property, l’uomo che gli è stato al fianco negli ultimi dodici anni alla direzione di Cariverona, Fausto Sinagra; al posto di quest’ultimo Giacomo Marino, direttore a Ubs Bank di Londra, descritto come persona di sua fiducia, figlio del notaio Maurizio ch’era nella rosa dei papabili come presidente della fondazione (che così avrà una soddisfazione “paterna”).

Saltati come birilli tutti gli altri concorrenti alla presidenza: lo stimato e potente avvocato Giovanni Sala, l’altro avvocato Giovanni Maccagnani (tosiano di provata fede), l’imprenditore Silvano Pedrollo (padre del presidente di Confindustria Verona). Sfilatisi tutti per un motivo molto semplice: non ci stavano punto, a fare i presidenti ufficiali con Biasi presidente di fatto, e nella stanza dei bottoni rimangono come consiglieri d’amministrazione. Giusto per non calcare la mano, si é persino sistemato, il presidente eterno, a pochi metri dal suo ex ufficio portandosi dietro lo staff, e lasciando all’ordine del giorno del nuovo board la proposta di una sua consulenza finanziaria. «Siamo in attesa di capire quale indirizzo il nuovo presidente Mazzucco darà alla Fondazione Cariverona», ha detto oggi a L’Arena il numero uno dell’aeroporto Catullo e di Confcommercio, Paolo Arena. Risposta scontata: quello che vorrà imprimere Biasi, padrone della cassaforte. Che non è affatto detto, come strombazzano certe fanfare, che si butterà a pesce nel partecipare agli aumenti di capitale di Veneto Banca e BpVi, soprattutto perché Cariverona ha la palla al piede di quel 3,45% in Unicredit da sbloccare ma che reste congelato, visto che vendere ora sarebbe un’operazione in perdita.

A uscire ammaccato é il sindaco Flavio Tosi, che ha mancato l’obiettivo principale di piazzare il suo Maccagnani alla presidenza. Ma si aggiudica l’inserimento nel consiglio generale di 25 membri della vicepresidente di Confindustria, Lisa Ferrarini. Che non é solo vicina al sindaco, ma anche al premier Matteo Renzi. Il che la dice lunga sui rapporti ormai consolidati e piuttosto stretti fra i due (benché a rischio per Tosi, che potrebbe essere scaricato dal Fiorentino a Palazzo Chigi quando non gli facesse più comodo e cioé una svolta scaduto il mandato in Comune). A Verona, in pratica, Renzi si affida più a Tosi che ai suoi, nelle partite di potere.

A riprova di ciò si veda il caso dell’uomo che il sindaco piddino di Vicenza (e renziano della prima ora), Achille Variati, ha fatto di tutto per far nominare in cda: Flavio Albanese (a capo della Fondazione Teatro Comunale della città del Palladio). Di tutto, tranne che l’unica cosa che forse gli avrebbe garantito di farlo collocare almeno nel consiglio generale: e cioé saper mediare con Biasi e Tosi. Variati invece si é impuntato – così raccontano – a tal punto da far spiazentire sia quel felpatissimo democristianone di Biasi che il neo-democristiano Tosi, per altro in ottime relazioni col collega vicentino. E così la vicepresidenza che spetta a Vicenza é andata a Dario Semenzato, nel cda delle Acciaieri Beltrame e già nel collegio sindacale di Cariverona. Che con Variati non c’entra nulla, e che infatti Variati ha subìto (facendo fra l’altro perdere un’occasione ad un altro vicentino, Vincenzo Riboni, rimasto con le pive nel sacco). «Cambiamenti ci sono stati e ci saranno, alla Fondazione Cariverona, ma io dovrei andare a fare cosa? Io sono disponibile dove serve la mia esperienza, ma non credo proprio che qualcuno me lo proponga»: così aveva dichiarato su queste colonne online Albanese. E’ stato proposto ma é stato bocciato. In un certo senso, é stato anche esaudito.

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Eco è morto e lotta insieme a voi, zombi

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di Raffaele Giovanelli

Si sono celebrati i funerali di Umberto Eco , si dice in forma modesta, a un passo da casa sua. Un tripudio di popolo e di autorità nella cornice regale del castello sforzesco di Milano. Discorsi commemorativi, popolo plaudente in commosso silenzio, dirette televisive, partecipazione da tutto il mondo. I giornali non hanno voluto mancare l’omaggio all’illustre scomparso, che onora l’Italia, in un periodo in cui i grandi nomi, noti fuori dagli angusti confini nazionali, sono ben pochi, anzi pochissimi.

Ho trovato in rete un solo articolo critico (1). Un articolo in cui si ricorda il suo tenace ed ossessivo antifascismo, che considerava tutt’uno con il nazismo. Un minimo di senso della realtà storica avrebbe dovuto separare i due movimenti: fascismo dal nazismo. Il secondo non essendo esportabile fuori dalle popolazioni germaniche. Mentre il primo è ancora ben vivo e vegeto in molte nazioni, sia pure sotto mentite vesti. Nessuno lo dice ma in Cina vige un sistema politico nazional-fascista, come in molti paesi usciti da un recente passato di regime comunista.

Dice Scianca: Eco «odiava quelli .. che non sono di sinistra, che non sono antifascisti. Ci odiava perché l’odio è stato la cifra del suo impegno metapolitico. Un odio mai triviale, si badi, bensì raffinato, colto, ironico. Il peggiore. C’è anche grandezza intellettuale, in questo odio, ovviamente, grandezza che non si può minimamente sottrarre a un personaggio che ha saputo incarnare un idealtipo sociale, anzi, forse ha persino contribuito a crearlo: se noi oggi immaginiamo l’intellettuale democratico, il firmatore inesausto di petizioni, la firma tagliente che stabilisce il bene e il male tramite dotte citazioni e sofisticati giochi di parole, il progressista disprezzatore del popolo che non è alla sua altezza – ecco se immaginiamo questo tipo umano, noi oggi inevitabilmente ricreiamo mentalmente l’immagine di Umberto Eco, e lo facciamo anche qualora non l’avessimo mai conosciuto, perché egli ha saputo dare il suo volto a una figura tipica.

Non poteva mancare la sua firma, quindi, nella “lettera di autodenuncia” pubblicata nell’ottobre 1971 dal quotidiano Lotta Continua … : «”Quando i cittadini … affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, armiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”. Ma Eco non impugnerà mai le armi, preferendo … la guerriglia semiologica, come lui stesso dichiarava in un seminario con questo titolo tenuto nel 1967 a New York.…Eco spiegava che “il pensiero è una vigilanza continua, uno sforzo per discernere ciò che è pericoloso anche in circostanze e discorsi in apparenza innocenti”. .. Il 24 aprile del 1995, invece, tenne alla Columbia University di New York, nell’ambito delle celebrazioni per la “liberazione dell’Europa dal nazifascismo”, un famoso discorso in cui definiva i tratti dell’Ur-Fascismo, ovvero del fascismo eterno, che si può presentare in qualsiasi forma. Il fascismo che è sempre tra noi, che si può celare ovunque. “L’Ur-Fascismo – diceva – è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane’. Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. La missione dell’intellettuale è quindi quella di cercare, come un rabdomante, i filoni celati del fascismo eternamente ritornante.

E poiché il fascismo può essere ovunque, siccome può travestirsi, siccome il mimetismo è una delle caratteristiche con cui il fascismo normalmente si dà, allora tutti sono sospetti o sospettabili. E anche la negazione, alla bisogna, può essere interpretata come una affermazione rimossa, secondo un delirante abuso del freudismo. La cultura ridotta a crimonologia politica: una pietra miliare nella storia del libero pensiero.

Poiché il fascismo torna sempre ed è solito camuffarsi, poteva forse sfuggire all’accusa di essere il nuovo Mussolini quel Silvio Berlusconi che per vent’anni ha fatto ammattire (ed è forse la parte migliore del suo lascito politico) tutta la sinistra, soprattutto quella colta, sgomenta di fronte al fatto che il popolo se ne sbattesse di farsi guidare da tale élite illuminata? Eco avrà per Berlusconi una sorta di ossessione, non tanto, però, rivolta verso l’uomo, quanto verso la categoria antropologica che egli sosteneva fosse incarnata dal patron delle reti Mediaset. In un’intervista al Manifesto, il semiologo ben esprimeva questa tesi della superiorità antropologica della sinistra, pur trovando disdicevole che essa non fosse blindata e certificata attraverso un governo dittatoriale degli ottimati progressisti, che mettesse una volta tanto in riga questo schifoso popolo di evasori e di fascisti. “Il problema – diceva Eco – non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così”. Sì, il 75%, ovvero “quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene.” Bisognerebbe, invece, cambiare gli italiani in quanto tali attraverso “un’azione più profonda, di persuasione ed educazione”. Rieducare il popolo: stavolta senza gulag, però, basta una rubrica su L’Espresso. »

Per essere stato in gioventù un dirigente dell’azione cattolica, Umberto Eco ne ha fatta di strada!

Ma c’è un altro articolo (2) degno di nota. E’ un articolo di Ferraris, dove si vorrebbe tessere uno dei tanti elogi indirizzati ad Eco. Invece si dimostra la sua superficialità e l’insaziabile bisogno di stupire, ricorrendo anche a mezzi piuttosto meschini. L’articolo a sua volta ci fa ricordare un pezzo che appartiene alla serie delle tanto decantate “bustine di Minerva” (3), la serie in cui Eco fa un’esposizione estemporanea di pensieri che vorrebbero essere originali e taglienti.

Ogni tanto (2) negli incontri conviviali con allievi e simpatizzanti, come avviene sempre, si verificavano momenti di silenzio. Allora il maestro se ne usciva dicendo: “E poi, c’è quel problema della morte“. A New York, nel 2011, parlando con Putnam del carattere vincolante della realtà, diceva che la cosa veramente inemendabile, quello che nessuna vita potrà mai correggere, è la morte. La coscienza acuta di questa mortalità è stata, come spesso avviene, la vera musa, filosofica e no, di Eco. L’origine del suo incontenibile buon  umore, anzitutto”.
Innanzitutto sembra che chi scrive non abbia un’idea molto concreta circa la morte, fatto ed argomento laicamente rimosso. Che la morte induca sic et simpliciter al buon umore rivela quantomeno una dose eccessiva di superficialità. Non si vede come si possa definire filosofo un personaggio così descritto.

Infatti se, sempre parlando della morte, andiamo a vedere l’articolo (3), di cui ho accennato sopra, troviamo le parole autentiche del maestro Umberto Eco: «Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita  prima della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.
Un discepolo (Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani di ambo i sessi danzano divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, … imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente ….?

Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”
Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.
Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta. Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire. Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media,… i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.
E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.
Critone mi ha allora detto: “Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione”. “Vedi”, gli ho detto, “sei già sulla buona strada.»
Forse Eco era un filosofo che si prendeva qualche passatempo. Forse …
Note

1) Adriano Scianca. “Umberto Eco l’Ur-Antifascista che ridusse il pensiero a vigilanza democratica”, 22 febbraio 2016

2) Maurizio Ferraris, “Umberto Eco e la “musa” della morte”, 21-2-2016

3) Umberto Eco, La ‘Bustina di Minerva’ : ‘Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo’. Ironica lettera a un discepolo immaginario che il semiologo scrisse nel 1997. Pubblicata sull’Espresso il 12 giugno 1997 Riportata sull’Espresso del 20 febbraio 2016 –

 

 

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Quella che si estingue è la mia generazione. Tante scuse

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Ida Magli  è scomparsa. Non avrà nemmeno lontanamente gli onori funerari che il Sistema ha tributato ad Umberto Eco. E’ logico: è stata la prima a gridare, inascoltata, che l’Europa burocratica era diventata la prigione dei popoli e stava distruggendo la cultura e la civiltà europee.

Ida Magli
Ida Magli

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Ancor meno è stato onorato Piero Buscaroli, grande giornalista , scrittore, musicologo, caratteraccio. Logico: fu sempre  un sopravvissuto della Repubblica Sociale in territorio nemico. Da giovane praticante,  leggevo  avidamente  i suoi straordinari, originalissimi reportage dalla guerra del Vietnam (per il Borghese); come direttore del Roma di Napoli, rivelò che l’ex ministro Taviani gli aveva ammesso: gli attentati dei “neri” erano organizzati dal ministero dell’Interno, democristiano”. Indro Montanelli al Giornale non si privò della sua penna, nutrita di una cultura magnifica e di una sete offesa di verità, ma, vilmente, gli impose di firmare con uno pseudonimo – Piero Santerno – perché riteneva compromettente il suo vero nome. Era un discriminato, un impronunciabile nel sistema politico della “Libertà”. Da giovane leggevo avidamente “Santerno”, ho imparato da lui che anch’io ero in territorio nemico, senza ordini.

Buoni e cattivi maestri, se ne vanno tutti.

I  tre erano della generazione precedente alla mia, gli ottanta-novantenni. Quella che – come ci ha informato l’Istat- stà  morendo in massa: 62 mila nel 2015 più che nel 2014, un’impennata statistica di oltre il 10 per cento, comparabile al 1943, al 1915-18, insomma la mortalità dei tempi delle grandi guerre.

La differenza è che non c’è guerra. Vige da decenni quella che chiamano “pace”:  abbondanza, Europa “unita”, previdenza sociale, società (residuale) del benessere. E a morire sono i vecchissimi, non i giovani al fronte. Perché i vecchi sono sempre più e i giovani quasi non ci sono. Strana “pace”, quella dove una società intera ha cessato di fare figli. In zoologia, sono i selvatici nello zoo a non generare più: la mia generazione si sta accorgendo troppo tardi che questa “pace” è l’altro nome per lo zoo umano?

La mia generazione – quella dei settantenni, nati nella ripresa della natalità del dopoguerra – è quella che ha creato, voluto, queste gabbie. I miei genitori erano sposini ventenni quando mi diedero vita, nel ’44; l’appartamento in affitto, tra Sesto e Gorla, era stato bombardato, abitavano  in una stanza unica requisita, che il proprietario reclamava; i partigiani compivano le loro vendette ed omicidi mirati  per instaurare il  bolscevismo. Di notte, passavano SS giovanissime, che gestivano le aziende del triangolo industriale per la produzione bellica. Sul viale Monza tutti gli alberi erano stati tagliati dalla gente per riscaldarsi; vivevano tra le macerie; i miei, nella stanzetta abusiva, riscaldavano il loro neonato versando un po’ di alcol denaturato in un bacile smaltato.

Erano, mi raccontava mia madre, felici. Pieni di coraggio e di speranza. Fra l’altro perché lavoravano entrambi in una ditta meccanica militarizzata; e il padrone della ditta, ingegner Peghetti – che i terroristi  rossi della Brigata Garibaldi avrebbero trucidato nel suo letto poco dopo, come primo atto della “liberazione” – si congratulò della mia nascita con un pacco di viveri, e un biglietto che salutava “Maurizio, pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. Mia madre mi raccontava di quell’augurio, considerandolo un mandato.

Non ce l’ho fatta, mamma.

I miei hanno ricostruito
I miei hanno ricostruito. La mia generazione, no.

La rinascita dell’Italia l’hai fatta tu e papà, l’ha fatta la tua generazione, quelli che erano giovani nel ’44, che fecero tanti figli, che votarono per non consegnare il paese ai comunisti assassini; che rimisero in piedi le fabbriche bombardate, e in pochissimi anni – dal ’59, altri dicono dal ’53 –   fecero dell’Italia la quinta o sesta potenza industriale, vivacemente competitiva, piena di fabbriche che producevano tutto, acciai e farmaci, idrocarburi, chimica e meccanica, calcolatrici, mobili e navi, ceramiche, carta, auto, seconda in Europa solo alla Germania.

Io – la mia generazione, i baby-boomer – l’abbiamo ereditata, questa società, e come eredi viziati, non siamo stati capaci di mantenerla. Ci siamo lasciti sedurre dalla “rivoluzione culturale”; abbiamo creduto alla “Liberazione sessuale” e alle gioie del “consumismo” e dell’edonismo egoista l’egoismo standard voluto dalla società dei consumi. Abbiamo votato con entusiasmo il divorzio, e poi l’aborto legale: 250 mila bambini in meno l’anno, e dopo quarant’anni, abbiamo il coraggio di stupirci perché ci mancano cinque o se milioni di italiani giovani, e dobbiamo importare giovani dal Nordafrica, come lavoratori di una società in decadenza, che non suscita nei nuovi arrivati nessun orgoglio e nessun desiderio di appartenenza: sfruttati, pagati in nero, certo non ci difenderanno nella guerra prossima ventura. Non sono”I nostri” figli. Non gli abbiamo consegnato alcun mandato. Voi avete saputo “integrare” i meridionali che venivano dalla gleba, nelle fabbriche di Sesto e di Monza. Noi non abbiamo   alcun orgoglio da trasmettere ai maghrebini, fargli desiderare di essere italiani. E come potremmo? Per la “patria”, abbiamo solo derisioni, e quindi nessun dovere verso di essa. Le nostre istituzioni, l’apparato pubblico che le manovra, sono corrotte e odiose persino a noi; la nostra cultura, l’abbiamo noi stessi abbandonata per la “cultura-standard” di massa, pop e dozzinale. Peggio, non facciamo più alcuno sforzo di quelli che faceste voi,per migliorare voi stessi, i vostri salari e le vostre fabbriche.

Viale Monza, allora
Viale Monza, allora

Da ragazzo ho vissuto in un’Italia del Nord piena di fabbriche che producevano tutto, e davano lavoro a tutti: fabbriche integratrici, adesso sono scomparse e non è possibile integrare i nuovi arrivati. Come mai esistevano tante fabbriche e sono scomparse? Il segreto lo sapevate, voi della generazione: perché l’Italia veniva dall’autarchia, da tempi dove non ci si affidava al commercio mondiale per comprare in dollari ciò che volevamo, ci si sforzava seriamente – per politica di governo – di avere l’autosufficienza nazionale in tutto. Che significava anche: conservare, ed affinare, “competenze” tecniche ed umane. Voi avete sviluppato le tecniche e insegnato competenze.

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Noi, la mia generazione, dopo aver aderito alla “rivoluzione sessuale” e pop, non contenti, abbiamo accettato stupidamente il verbo globalista. Perché produrre grano, quando in Australia e in Canada costa meno? Perché fabbricare computers, quando potere comprarli dalla Cina e da Taiwan? Abbandoniamo l’elettronica in cui non siamo competitivi, e concentriamoci laddove abbiamo il vantaggio competitivo: le giacche di Armani, gli stracci di Dolce e Gabbana. Con i soldi  che Armani e i due allegri guadagnano,  ci compriamo smartphone e tablets cinesi.

L’effetto non poteva  essere più ovvio: l’istupidimento generale della società. Perché una cosa è avere lavoratori per fabbricare smartphne e computers, e un’altra per fabbricare pantaloni. Ché poi Armani, le sue giacche le fa’ fare in Pakistan, e qui nemmeno facciamo più i pantaloni.  Come ho già detto un’altra volta, qui dove abito adesso, Corsico, Milano, la Richard Ginori aveva 1800 dipendenti. Adesso è chiusa. La Cartiera Burgo ne aveva 400: sparita. C’erano miriadi di  fabbrichette meccaniche, ossia miriadi di salariati e di specializzati: adesso ci sono dei pensionati e dei supermercati.

Abbiamo anche aderito all’euro; ci liberava della liretta; soprattutto, ci liberava della nostra sovranità nazionale che ci ha sempre pesato per la responsabilità che comportava; l’abbiamo affidata a “l’Europa”, sicuri che avrebbe provveduto ai nostri interessi meglio di noi.

Noi come generazione dei baby-boomer, mamma, abbiamo fatto questo. Non io personalmente – io ho cercato di oppormi, ho fatto persino lo scrutatore nel referendum contro il divorzio e l’aborto, nelle scuole ero  nella minoranza che si opponeva a quelle derive, e nel lavoro mi sono fatto bollare ben bene da fascista. Ancor peggio, mi son fatto deridere ed emarginare  come cattolico, oscurantista, reazionario antisemita, escludere da tutti i posti rispettabili. Però, sinceramente non posso negare la mia corresponsabilità. Come elemento della mia generazione, ne ho condiviso la temperie, mi son lasciato infettare dagli stai d’animo collettivi, sedurre dalle facilità che mi offrivano come liberazione. Alla fin fine, ho divorziato anch’io. E non ho figli.

Adesso questa generazione si appresta ad estinguersi, meritatamente: perché continuare ad esistere, se non ha una vera ragione di vita? Ci siamo liberati di Dio, dai suoi obblighi e dalla patria dei suoi doveri. La liberazione sessuale ci dà le ultime gioie – grazie al Viagra, al turismo sessuale, un’indecenza tristissima di vecchi che se lo possono ancora permettere. Se cerco di sunteggiare il bilancio del nostro passaggio nella storia, devo riconoscere: Mai una generazione ha goduto tanto benessere e sicurezza, e mai ha avuto tanta paura di generare, di impegnarsi fino in fondo e per sempre; mai è stata più insicura della durata della cosa che chiamiamo “pace”. Viviamo fra macerie morali – quelle che abbiamo creato noi stessi – aspettando la fine zoologica. L’impennata di mortalità sta per raggiungerci. Ci sta per raggiungere anche la conseguenza del sistema globalizzato, del capitalismo mondiale – il sistema radicamento sbagliato – che ci aveva promesso il benessere crescente.

Come ovvio, come sempre, la nuova ondata è cominciata negli Stati Uniti. La Federal Reserve di New York ha comunicato pochi giorni fa che gli ultra-sessantacinquenni d’oggi hanno debiti per mutui del 47% superiori agli ultra-sessantacinquenni del 2003, e il 27% di debiti in più per l’auto a rate.   Li riconosco, sono i baby-boomers, sono la mia generazione: coi salari in calo da trent’anni, non hanno rinunciato ai “lussi standard” dell’auto nuova, della villetta. Non potevano permettersela? L’hanno comprata a  debito. Mai una generazione di vecchi si è indebitata tanto per il superfluo; almeno una volta i vecchi riducevano le spese, la nostra generazione – la parte americana –   le ha persino aumentate. A credito.

E adesso, sentite la trappola: il pensionato Sal Ruffin, di Weatherby Lake, Missouri, aveva una bella pensione, 3.300 dollari al mese. Adesso, il suo fondo pensionistico gli ha comunicato: da questo mese, la sua pensione è 1.650 dollari mensili. Sono le gioie del capitalismo terminale: le pensioni in Usa sono private e a capitalizzazione pura, gestite da fondi d’investimento che ricavano i profitti necessari per pagarle impiegando i capitali versati dai soci attivi in Borsa, anzi in tutte le borse mondiali, e in titoli pubblici. Coi titoli pubblici ad interessi zero, le banche centrali che pagano interessi negativi, e le Borse cadenti, i fondi-pensione non sono più in grado di pagarle.

La “riforma” pensionistica in Usa

E detti fondi-pensione hanno ottenuto dal Senato e dal governo una legge – il Multiemployer Pension Reform Act – che consente loro, dopo comunicazione al Tesoro, di tagliare i pagamenti pensionistici allo scopo di rimanere solventi. Sono già 400 mila americani ad aver subito il taglio; la mia generazione. Quella della liberazione sessuale, del ’68. La stessa generazione che oltre i 65 s’è indebitata per mutui casa, il 47 percento in più di quanto facessero i 65 enni di dieci anni prima. Fidando di pagarli con le buone pensioni per cui hanno versato contributi per una vita, e che ora vengono dimezzate. Pensate che trappola. Il 47% degli americani che pur guadagnano 75 mila dollari annui e più – quindi classe media, mica poveri – non è in grado di far fronte a una emergenza che costi 500 dollari.

In Europa l’estinzione della mia generazione, che ha aderito volontariamente a tutti gli errori radicali del secolo, è a questo punto: che ha lasciato tornare il pericolo turco. Come sempre quando l’Europa abbandona la sua identità cristiana. Chi l’avrebbe mai detto? Ci siamo circondati di istituzioni di “sicurezza comune”, NATO, UE, la Turchia nostra alleata, la laicità, la secolarizzazione compiuta (mai più intolleranza religiosa) … e i nostri figli, i nostri nipoti, dovranno forse combattere con le armi l’Islam: e dove sono? Non li abbiamo generati. Combatteranno per noi i maghrebini, i somali, gli eritrei, i siriani che abbiamo accolto – per pagarli meno di noi, in uno spazio senza identità e senza cultura, dove la civiltà è stata rimpiazzata dalla cultura pop?

Ve lo dico perché sento alla radio che fra “le voci della cultura” che, dopo aver salutato Umberto Eco, oggi salutano le unioni civili, sento nominare tal Jovanotti. “Finalmente entriamo in Europa”,ha esultato. Un vero genio, uno che fa’ molti soldi perché è popolare, e molti giovani vanno a quelli che si osa chiamare i suoi concerti. Direte: è un giovane. E’ un giovane di 50 anni che abita a New York, spende lì i milioni che “i giovani” gli danno tanto volentieri.

Così, cara mamma, non sono stato “Il pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. A 72 anni, mi preparo ad estinguermi con la mia generazione sapendo bene che l‘abbiamo meritato: con un lagno, non con un grido. Scusami mamma, non ce ‘ho fatta. E’ stata anche colpa mia.   Non sono nemmeno sicuro di morire cattolico romano; dei “giovani” alla Jovanotti, sono sicuro.

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Il profilo del perfetto militante “gay”

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SIGNORINE CON PISELLO

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Quale è il profilo del militante gay? Non stiamo parlando della persona omosessuale che vive nel privato la propria condizione di omosessuale indifferente alle lotte culturali e politiche che si accendono fuori dalla sua camera da letto. Stiamo parlando dell’attivista arcobaleno, di quello che scrive, parla, manifesta per i cosiddetti diritti civili, di quello che aspetta il varo della legge Cirinnà come i neri d’America aspettavano la fine della schiavitù.

L’identikit del perfetto gay militante potrebbe essere composto dai seguenti segni particolari.

  • L’ideologia. È il primo aspetto, forse il più importante e il più evidente. Il discepolo del credo omo non vede la realtà per quello che è, ma è arcigay convinto che ce ne sia un’altra, una realtà costruita a tavolino pensata per sostituire quella naturale. Chiamasi razionalismo. E così non c’è maschio e femmina, ma il gender; non c’è un solo orientamento sessuale naturale, ma molteplici; non c’è una sola famiglia, ma una infinità di modelli familiari; non è vero che il bambino ha bisogno della figura maschile e femminile per crescere, ma solo di un puro affetto asessuato. Se la realtà si ribellerà allora occorrerà farle guerra.
  • Il gay bifronte. La precedente caratteristica ci traghetta ad un aspetto che ormai si è ben cristallizzato nelle comunità gay. Il militante arcobaleno presenta due volti: quello livoroso e quello gaio al limite della macchietta. I gay si sono infilati in uncul de sac da cui sarà difficile uscire. Da una parte mostrano un aspetto bellicoso: pronti a lanciare fatwa contro chiunque sia dissenziente, a bollare come omofobi i renitenti, ad attaccare fisicamente le Sentinelle in Piedi, a boicottare i prodotti degli imprenditori poco gay friendly, ad urlare da ogni blog o gazebo esistente tutta la loro indignazione e frustrazione, a colpire con attacchi hacker i siti pro family. È l’invasore minaccioso di un Paese che non è in guerra, non perché pacifico ma perché imbelle. Dall’altro ostentano una spensieratezza che sa di plastica, cioè finta perché forzata, sguaiata e carnascialesca. È la vacua vaporosità tutta colori fucsia e lustrini dei gay pride. Una fluorescenza fatua e frivola da luna park, senza consistenza. Il tutto immerso a bagnomaria in un erotismo dal gusto lascivo e provocatore, sfoggiato senza riserve e pudore. I gay allora cadono spesso nell’errore di essere la peggior caricatura di loro stessi.
  • Il normalizzatore. Questa scissione schizoide tra l’iroso e il goliardico è forse l’aspetto che risulta più scostante alla gente comune. Proprio per questo motivo chi sta in cabina di regia sta tentando di eliminare tale doppiezza antitetica, cercando di avvicinare questi due poli estremi per normalizzare il più possibile la figura dell’omosessuale. L’intento – anche se appare paradossale – è quello di rendere borghese il gay, di civilizzarlo, di renderlo meno selvatico. Che il gay sia urbano e non più bombarolo ed eccentrico, che non si riesca più a distinguerlo nella massa perché ormai mimetizzato perfettamente. Caso paradigmatico è proprio il “matrimonio” gay che nell’immaginario collettivo rivoluzionario è l’istituzione più borghese che esista.

Ecco allora far vedere in TV la coppia lesbica con tanto di bambina che gioca sul tappeto di casa per dire che è una “famiglia normale”, ecco l’inserimento a pioggia di personaggi gay nei film e soprattutto nelle fiction, ecco il racconto sui giornali di storie drammatiche o liete, ma sempre normali, di persone che – così viene venduto in modo subliminale – sono accidentalmente omosessuali. Ora stiamo ancora vivendo la fase in cui l’omosessualità è un tratto distintivo da tutelare e custodire come ricchezza, un aspetto che nella battaglia ideologica deve essere messo in risalto.

Domani dovrà finire dietro le quinte perché ormai assimilato dalla coscienza popolare, assorbito come normale. L’omosessualità dovrà diventare come l’aria che respiriamo, impregnata di polveri sottilmente gaie che nessuno si accorgerà di respirare. E ciò che è normale non merita le prime pagine dei giornali, né discussioni al calor bianco in Parlamento. Il fine dei signori Cirinnà, Scalfarotto e Fedeli è quello di non parlare più di omosessualità perché il problema sarà risolto una volta per tutte. Così come è ormai accaduto per divorzio, aborto e fecondazione artificiale.

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Siria: “Se Usa e Arabia Saudita fossero sinceriŠ”

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ALEPPO

Segnalazione del Centro Studi Federici

Ad Aleppo si continua a morire. “Se Usa e Arabia saudita fossero sinceri, dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi”

Continua l’assedio di Aleppo. Con la popolazione allo stremo, la città martire siriana è sempre più terreno di battaglia di una guerra per procura combattuta da grandi potenze straniere che appoggiano le tante fazioni armate in lotta contro il regime di Assad, sostenuto a sua volta da Iran e Russia. Il fragile accordo di Monaco non sembra aver fermato le ostilità che proseguono in attesa di un cessate il fuoco, concordato, e delle operazioni di consegna degli aiuti umanitari alle città assediate. “Basta ipocrisie” è il grido del “vicario apostolico” di Aleppo, mons. Georges Abou-Khazen che punta l’indice: “se Usa e Arabia saudita fossero sinceri nel combattere il terrorismo dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi. Invece si ha come l’impressione che non vogliano farlo seriamente”. (…)

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L’accordo sulle unioni omosessuali tra Renzi ed Alfano

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CIP E CIOP

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Lupo Glori

Martedì 23 febbraio, al termine di una lunga riunione a Palazzo Madama fra i senatori del Pd e Matteo Renzi, è arrivato il via libera al maxiemendamento del governo sulle Unioni civili, frutto dell’accordo con il leader del “Nuovo Centrodestra”, Angelino Alfano. Il compromesso è stato possibile grazie allo stralcio dell’articolo 5 sulle adozioni e di lievi modifiche all’articolo 3. Il testo così emendato, dopo essere stato presentato al Senato mercoledì 24 febbraio, viene sottoposto, al decisivo voto di fiducia già giovedì 25.

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Siria: “Se Usa e Arabia Saudita fossero sinceriŠ”

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Aleppo-scuola-gesuiti

Segnalazione del Centro Studi Federici

Ad Aleppo si continua a morire. “Se Usa e Arabia saudita fossero sinceri, dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi”

Continua l’assedio di Aleppo. Con la popolazione allo stremo, la città martire siriana è sempre più terreno di battaglia di una guerra per procura combattuta da grandi potenze straniere che appoggiano le tante fazioni armate in lotta contro il regime di Assad, sostenuto a sua volta da Iran e Russia. Il fragile accordo di Monaco non sembra aver fermato le ostilità che proseguono in attesa di un cessate il fuoco, concordato, e delle operazioni di consegna degli aiuti umanitari alle città assediate. “Basta ipocrisie” è il grido del “vicario apostolico” di Aleppo, mons. Georges Abou-Khazen che punta l’indice: “se Usa e Arabia saudita fossero sinceri nel combattere il terrorismo dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi. Invece si ha come l’impressione che non vogliano farlo seriamente”. (…)

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11 settembre. Ma perché nessuno riporta questa dichiarazione di Donald Trump?

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11 settembre. Ma perché nessuno riporta questa dichiarazione di Donald Trump?

Notizia presa dal sito www.Lantidiplomatico.it visita www.Lantidiplomatico.it
Dell’iper-reazionario Donald Trump, candidato alle elezioni USA, la maggior parte dei media main stream – verosimilmente nella speranza di farci accettare come “liberazione” l’elezione di un altro “democratico” (alla Obama, per intenderci) – hanno strombazzato tutte le sue farneticazioni. Ma c’è una dichiarazione di Trump che – nonostante un inequivocabile video – è stata censurata (con qualche sporadica eccezione) da tutti i media mainstream: chi ha voluto davvero l’11 settembre?
Secondo Trump, la risposta è nelle 28 pagine della Prima inchiesta congiunta del Congresso sull’11 Settembre, che – a 15 anni dalla strage – continuano ad essere secretate per imponderabili motivi di ‘sicurezza nazionale’ e che accusano della strage  l’Arabia Saudita e il governo americano (presieduto allora da George Bush). Leggi qui.

Al di là della sua veridicità, una dichiarazione sconvolgente considerando che è del candidato alle presidenziali USA attualmente al primo posto nei sondaggi. Ma allora perché i giornali e le TV di regime non l’hanno pubblicata?

Francesco Santoianni

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Tosi contro Report. E gip “contro” Schinaia

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Il sindaco imputato coatto (fatto raro) per calunnia al giornalista Ranucci. Ma dall’analisi delle carte emerge un’altra contrapposizione…

Sigfrido Ranucci

A Verona l’aria si taglia con il coltello. A brevissimo la Procura della Repubblica dovrà dare seguito al provvedimento vergato dal gip Livia Magri che ordina al pubblico ministero di formulare l’imputazione coatta nei confronti di Flavio Tosi, sindaco ex leghista ora leader del movimento Fare, accusato di avere calunniato, dopo averlo querelato, l’inviato di Report Sigrifido Ranucci. L’ordinanza pesa per la dovizia di dettagli e la precisione certosina con cui la dottoressa Magri ha ricostruito la vicenda dell’inchiesta giornalistica condotta dal popolare programma di Rai Tre già prima che la puntata varcasse le soglie dell’etere. I media nazionali e veneti diedero ampia eco alle esternazioni del primo cittadino, che parlò di complotto ai suoi danni condito da illazioni su ipotetiche frequentazioni con soggetti vicini alla ‘ndrangheta. E su un fantomatico e fino ad oggi mai materializzatosi video hard che lo avrebbe ritratto in compagnia di un transessuale, mettendolo in una condizione di ricattabilità.

IL TRAPPOLONE
Nel sottolineare la correttezza della condotta di Ranucci (in foto) il gip non solo spiega come il giornalista si sia semplicemente limitato a raccogliere testimonianze per verificare con scrupolo le ipotesi delle quali era venuto a conoscenza, ma delinea anche un pesante quadro a carico di Tosi. L’ordinanza, che porta il numero 1631/15 del registro Gip, delinea anche il ruolo di tale Sergio Borsato: «Tosi ha taciuto nella sua querela, che proprio Sergio Borsato, aveva sin dal primo contatto avuto con Ranucci, confermato la sicura esistenza del video hard, assumendo di esserne egli stesso in possesso… come si comprende peraltro dalle stesse registrazioni allegate da Tosi alla querela… si tratta di una omissione molto grave. Infatti, la circostanza che fosse proprio Borsato a sostenere l’esistenza del video… dimostrava… che Ranucci, lungi dall’andarsene in giro a diffamare Tosi, stava verificando la veridicità delle proprie notizie nella maniera più scrupolosa». Il documento peraltro tratteggia anche l’operato di un terzo soggetto, Massimo Giacobbo che avrebbe agito di concerto con Borsato. E a pagina 3 c’è un altro passaggio che delinea in modo preciso la condotta del sindaco: «… il fatto che Borsato avesse assicurato a Ranucci del fantomatico video hard viene taciuta non solo da Tosi non solo nella querela del 21 febbraio 2014, ma in tutte le sue dichiarazioni pubbliche, ivi compresa quella quella resa nel corso della conferenza stampa che Tosi ha tenuto lo stesso giorno della querela presentata il 21 febbraio». Il gip descrive la vera natura del «trappolone» nel quale erano caduti i giornalisti di Report. Punta l’indice sul leader di Fare parlando di «malafede del querelante» avendo quest’ultimo «omesso di riferire in querela che l’incarico da lui conferito a Borsato e Giacobbo era non solo di filmare l’incontro con Ranucci a Roma… ma anche quello di carpirgli il maggior numero di informazioni». Quindi in sostanza secondo la dottoressa Magri «Tosi dapprima ha incaricato Borsato… di scoprire quali fossero le notizie raccolte fino a quel momento da Ranucci… e poi carpite tali notizie grazie alle abili insistenze dei suoi agenti provocatori ha pensato bene di querelare il giornalista per diffamazione perché la sua reputazione» sarebbe rimasta pregiudicata agli occhi proprio di Borsato e Giacobbo «perché è di questo che si sta parlando».

GIP vs PROCURA
Ma il punto cruciale sta nella visione diametralmente opposta che il gip mostra sul caso rispetto alla Procura della Repubblica, che nel valzer di querele e controdenunce puntava su un proscioglimento non solo per Ranucci ma pure per Tosi. Il quale al momento della querela per diffamazione contro Report avrebbe percepito effettivamente una macchinazione a suo carico senza malafede, e senza ulteriori finalità strumentali nell’uso della legge. La Magri però non la pensa affatto così: «Al contempo peraltro il pubblico ministero in questa sede ha ritenuto che Flavio Tosi fosse convinto» che il giornalista stesse «… cercando notizie false… tali da screditare la sua figura di uomo e di politico. Di qui l’assenza dell’elemento soggettivo del reato di calunnia. Questo giudice dissente da tale valutazione… Tosi sapeva bene, perché questo risultava dalle registrazioni in suo possesso». La richiesta di imputazione coatta, che Tosi respinge decisamente, è una procedura assai rara, tanto che per motivarla il giudice delle indagini preliminari ha dovuto stendere una premessa che di fatto assomiglia molto al lavoro di analisi sui fatti penalmente rilevanti che di solito svolge il pubblico ministero. Nel linguaggio cifrato delle toghe, la cosa potrebbe suonare come una bacchettata alla Procura guidata da Giulio Schinaia. Procura a cui non sono mancate le critiche, all’ombra del Palazzo, per una presunta stonata prudenza nei confronti dell’amministrazione Tosi e non solo. Se a questo si sommano i dubbi posti dalla Commissione Antimafia sull’operato dell’ex prefetto veronese Perla Stancari e la vicenda che coinvolse Barbara Pinna, la moglie dell’ex comandante delle fiamme gialle veronesi Bruno Biagi, si capisce perché la tensione a Verona sia alle stelle.

BOLIS E BASCHIERI
E c’é pure un corollario tutto giornalistico. Da anni si parla della grande influenza che Mirko Bolis, il portavoce di Tosi, avrebbe sulla stampa scaligera. Con Report, invece, “non attacca”, e infatti Gabanelli & C non si fecero fermare né si ammorbirono in seguito all’infuocata reazione del sindaco veronese, che querelò preventivamente. Tanto che il 7 aprile 2014 la puntata andò in onda ugualmente, scatenando un vespaio sui media regionali. Fra i critic più accesi di Report ci fu Alessandro Baschieri, una delle firme del Corriere del Veneto. «Pensare a Ranucci, l’inviato, che fa le inchieste giudiziarie al posto dei Pm mi lascia perplesso. Anche perché i magistrati qualche inchiesta sul sistema Tosi e sul sistema Verona la stanno facendo, stanno picchiando duro e lo fanno con la bandiera della terzietà, dell’indipendenza del giudizio» scriveva Baschieri il giorno dopo la messa in onda della puntata sul suo blog, ospitato sulla piattaforma online del Corveneto. Ora che un giudice terzo, sebbene il processo debba ancora cominciare, ha delineato un quadro a tinte fosche su Tosi e sottolineato la correttezza di Report, sul blog di Baschieri non si trova un rigo di commento.

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Isis? No Putin

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putin

Segnalazione Quelsi

by Giampaolo Rossi

In un recente editoriale sul Guardian (lo storico quotidiano britannico della sinistra laburista) George Soros, lo speculatore “illuminato”, è tornato a parlare di politica estera; ma, vuoi per l’età ormai avanzata, vuoi per il delirio di onnipotenza tipico di chi è abituato a manipolare impunemente verità e denaro, stavolta sembra aver superato la soglia del ridicolo.

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