La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi

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di Alberto Negri, con un’analisi di Vittorio Emanuele Parsi

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Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra …

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

 

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

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Oltre il 70% dei russi voterebbe Putin alle presidenziali

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VLADIMIR PUTIN

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Secondo un sondaggio, è pronto a dare il suo voto a Vladimir Putin alle prossime elezioni presidenziali il 74% dei russi: è la percentuale più alta negli ultimi 4 anni.

La maggioranza dei russi (74%) appoggerebbe la candidatura di Vladimir Putin alle prossime elezioni presidenziali: negli ultimi 4 anni mai la popolarità di Putin è stata così alta. Emerge dai dati di un sondaggio del Centro di Ricerca dell’Opinione Pubblica russo (VTsIOM).

“All’inizio del 2016 il 74% dei russi si dichiara pronto a dare il suo voto per Putin alle prossime elezioni presidenziali: è la percentuale massima rispetto agli ultimi 4 anni (crescita del 40% rispetto al 2012). Inoltre tra coloro che credono che il presidente non abbia mantenuto alcune delle promesse elettorali, il 70% è disposto a votarlo”, — si legge in un comunicato.

Secondo i sociologi, non prevede di votare per Putin al momento il 15% degli intervistati, mentre l’11% non è in grado di dare una risposta definitiva a questa domanda.

Secondo il sondaggio, la crescita del consenso di Putin si osserva in tutti i principali gruppi socio-demografici. E’ pronto a votare per Putin il 71% degli uomini (in precedenza 46%), il 78% dei giovani (in precedenza il 53%) e l’80% delle persone più abbienti (in precedenza — 54%).

Secondo i russi, col tempo prendono vita sempre più le promesse fatte da Putin durante la campagna elettorale del 2012.

“Dall’inizio del 2013 la percentuale di intervistati che ritiene che il presidente le abbia già realizzate è cresciuta di 2 volte (dal 16% al 37%). Nel marzo 2012 (una settimana dopo l’elezione) aveva fatto la stessa previsione il 37% degli intervistati”, — si afferma nella ricerca di VTsIOM.

Tuttavia, circa la metà degli intervistati (47%) ritiene che parte delle promesse sono state realizzate, ma il grosso non è ancora stato implementato.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e 24 gennaio tra 1600 persone in 130 centri della Russia. L’errore statistico non supera il 3,5%.

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Slovacchia: boom dell’estrema destra, con l’8,1% entra in Parlamento. Fico in difficoltà

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Un altro terremoto elettorale avviene nel cuore dell’Europa. Parliamo della Slovacchia. Il messaggio inviato è anche questa volta chiarissimo: no alla politica delle porte aperte ai migranti. E’ boom dell’estrema destra. Entra infatti per la prima volta in Parlamento, con l’8,1 %  Kotleba-Partito popolare Slovacchia nostra. Si tratta di una sorta di Alba dorata slovacca. Kotebla si è affermato per le manifestazioni organizzate contro i migranti.

 Il premier Roberto Fico è in difficoltà. A  scrutinio quasi completato, si conferma, sì, la vittoria del premier uscente , ma si profila anche l’ingovernabilità della Slovacchia. Fico non sarà in grado di governare da solo. . Il partito socialdemocratico Smer-Sd , che pure ha fatto una campagna all’insegna della chiusura ai migranti, ha ottenuto solo il 28,4% delle preferenze,  in netto calo rispetto al 44% che nel 2012 gli era valso la maggioranza assoluta dei seggi. In Parlamento entrano anche altri otto partiti.  “I risultati sono molto complicati ma ciò dimostra quanto è vivo il sistema politico in Slovacchia.

Prevedevamo un risultato del 4-5% più alto. Lo Smer-Sd ora è obbligato a formare un governo stabile e che funzioni, ma non sarà facile”: queste le sue prime parole aa commento dei risultati elettorali tutt’altro che brillanti del suo partito. Il premier ha comunque aggiunto di voler fare di tutto per evitare elezioni anticipate, senza specificare con quali partiti avviare colloqui. Secondo i risultati, il partito di Fico ha ottenuto 50 seggi sui 150 del parlamento dove sono entrati complessivamente otto partiti. Non sarà facile governare la Slovacchia, come non è facile governare Paesi europei impoveriti dalla  crisi economica e socialmente destabilizzati dalle grandi migrazioni incontrollate.

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L’Ungheria emette moneta senza debito

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orban

di Ronald L. Ray – Traduzione a cura di N. Forcheri per stampalibera

L’Ungheria si libera dei vincoli dei banchieri
• Dopo che è stato ordinato  all’FMI di abbandonare il paese, la nazione adesso stampa moneta senza debito
L’Ungheria sta facendo la storia.
Mai più dagli anni ’30 con il caso della Germania un paese europeo aveva osato sfuggire alle grinfie dei cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds. Questa è una notizia stupenda che dovrebbe incoraggiare i patrioti nazionalisti del mondo intero ad intensificare la lotta per la libertà dalla dittatura finanziaria.
Già nel 2011 il primo ministro ungherese,  Viktor  Orbán  promise di ristabilire la giustizia sui predecessori socialisti che avevano venduto il popolo della nazione alla schiavità di un debito infinito con i vincoli del FMI (IMF) e lo stato terrorista d’Israele. Queste amministrazioni precedenti erano infiltrate da israeliani nelle alte cariche, in mezzo al furore delle masse che alla fine, in reazione, hanno votato il partito  Fidesz di Orban.
Secondo una relazione sui siti germanofoni  del “National Journal”, Orbán si è accinto a scalzare gli usurai dal trono. Il popolare e nazionalista primo ministro ha detto all’FMI che l’Ungheria non vuole né richiede “assistenza” ulteriore dal delegato della Federal Reserve di proprietà dei Rothschild. Gli ungheresi non saranno più costretti a pagare esosi interessi a banche centrali private e irresponsabili.
Anzi, il governo ungherese ha assunto la sovranità sulla sua moneta e adesso emana moneta senza debito e tanta quanto ne ha bisogno. I risultati sono stati nientemeno che eccezionali. L’economia nazionale, che vacillava per via di un pesante debito, ha ricuperato rapidamente e con strumenti inediti dalla Germania nazionalsocialista.
Il ministro per l’Economia ungherese ha annunciato che grazie a “una politica di bilancio disciplinato” ha ripagato il 12 agosto 2013 il saldo dei 2,2 bilioni di debito all’FMI, prima della scadenza ufficiale del marzo 2014. Orbàn ha dichiarato: “L’Ungheria gode della fiducia degli investitori” che non vuol dire né l’FMI né la Fed o altri tentacoli dell’impero finanziario dei Rothschild. Piuttosto si riferiva agli investitori che producono in Ungheria per gli ungheresi, creando crescita economica vera, e non già la “crescita di carta” dei pirati plutocratici, bensì quel tipo di produzione che assume realmente le persone e ne migliora la vita.
Con l’Ungheria libera dalla gabbia della servitù agli schiavisti del debito non c’è da meravigliarsi che il presidente della banca centrale ungherese gestita dal governo per il bene pubblico e non per l’arricchimento privato abbia chiesto all’FMI di chiudere i battenti da uno dei paesi più antichi d’Europa. Inoltre, il procuratore generale, ripetendo le gesta dell’Islanda, ha accusato i tre precedenti primi ministri del debito criminale in cui hanno precipitato la nazione.
L’unico passo che rimane da fare per distruggere completamente il potere dei bancksters in Ungheria, è di attuare un sistema di baratto per lo scambio con l’estero come esisteva in Germania con i nazional socialisti e come esiste oggi in Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i cosiddetti  BRICS, una coalizione economica internazionale. E se gli USA seguissero la guida dell’Ungheria, gli americani potrebbero liberarsi dalla tirannia degli usurai e sperare in un ritorno a una pacifica prosperità.
Ronald L. Ray, autore freelance che risiede nel libero stato del Kansas, discendente di vari patriotti della Guerra americana di indipendenza.

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Morricone, non sono solo “soundtrack”

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Lo sciocchezzaio giornalistico banalizza l’arte – assoluta – del Maestro vincitore dell’Oscar. Analisi tecnica della musica di “The Hateful Eight”

morricone

Lo sciocchezzaio giornalistico inevitabilmente scatenatosi intorno a Ennio Morricone – finalmente vincitore di un Oscar, dopo cinque candidature senza successo – ha raggiunto l’apice quando gli è stato chiesto se quella per il film di Tarantino sia la sua migliore colonna sonora. A domanda stupida, risposta evasiva. «Non credo», ha detto il maestro romano. E giureremmo che si sia trattenuto, evitando di aggiungere che a rigore la musica scritta per “The Hateful Eight” appartiene a un genere diverso da quello delle pure e semplici “soundtrack”. Meglio non spiegare troppo che la partitura comprende materiali risalenti al lontano passato de “La cosa” di Carpenter, fanta-horror datato 1982. E che si tratta della chiusura di un capitolo vecchio e importante della sua vicenda artistica, la fine della “musica da western” com’era nata all’epoca di Sergio Leone nei primi Sessanta.

Morricone ha lavorato sulla sceneggiatura di Tarantino con il taglio che gli è tipico, quello di un musicista assoluto che crea le sue “immagini” a partire dal lavoro sul suono. Un metodo che attraverso lunghi decenni di storia del cinema spesso è passato in secondo piano, perché questa musica poi è diventata una sorta di “adesivo emozionale” di scene indimenticabili. Lo stesso musicista, da molto tempo a questa parte, non cessa di ricordarlo e ribadirlo nei fatti. Come considerare, infatti, la tournée senza fine cui Morricone si sottopone, ormai vicino ai novant’anni, fitta di concerti in cui le colonne sonore diventano pure musica sinfonica? Un business, certo. Ma anche la sottolineatura della orgogliosa autonomia artistica di queste partiture, di queste invenzioni.

La musica per “The Hateful Eight” è una sorta di ricapitolazione di molti congegni di stile. Per una volta, la seducente vena melodica del compositore cede il passo ad altro, come in una rivisitazione dello stile “minimalista” che ha segnato la musica specialmente americana dell’ultimo ventennio del XX secolo. Il cuore di tutto sta nel vero e proprio poema sinfonico intitolato “Neve”, 12 minuti nei quali perfino l’armonia di tranquillizzante connotazione tonale sembra sospesa, a favore della lenta evoluzione  e iterazione di nuclei motivici astratti, su uno sfondo di note lungamente tenute, lavorati al bulino in una strumentazione come sempre raffinata.

L’altro grande pezzo della partitura, “L’ultima diligenza di Red Rock” appare come un’elaborazione timbrica e ritmica di “Neve”, nella quale la pulsione melodica emerge solo per essere compressa, soffocata. Rimangono cupe macchie di colore (timpani e controfagotto), autocitazioni (qualche breve inserto di coro maschile). Scorre continuamente un oppressivo e quasi ossessivo senso della ripetizione, con bassi striscianti e allusivi: il pensiero sonoro di un autore sofisticato, ispirato dallo script di un cineasta trasgressivo e sempre sopra le righe. E poiché Ennio Morricone non ha meno ironia di Quentin Tarantino, il finale del film, con la lettura di una lettera di Lincoln in uno scenario di morti orribilmente ammazzati, è occasione della più paradossale citazione della maniera western: una nobile ed emozionante tromba solista su sfondo di archi esalta una retorica civile americana contraddetta da tutta la storia. E anche dalla musica.

P.S. Ultim’ora: sulla diligenza di Tarantino e Morricone sale anche la stella Lang Lang, con una versione pianistica di “Overture” francamente “hateful”. Business is business, ma c’era proprio bisogno?

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Teramo: la “teoria gender” divide la maggioranza. Ecco come la pensano i consiglieri comunali

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Segnalazione e commento di Pietro Ferrari

Un Comune amministrato dal centrodestra boccia la mozione contro il gender per faide di coalizione. A seguito del voto della Regione Abruzzo (amministrata dal centrosinistra) sembrava che a Teramo la mozione dovesse passare senza alcun problema, ma i veti incrociati per miopi ‘illogiche’ all’interno della sgangherata compagine del centrodestra hanno prodotto la bocciatura. Una vergogna che resterà a caratteri cubitali nella storia politica locale.

Gianluca-Pomante-foto-webIl Miur ha inviato a tutti i dirigenti scolastici una circolare in cui si ribadisce che la «Buona scuola» non introduce la teoria Gender (una presunta ideologia Renzi sulla scuola compie una truffa culturale ha detto Giannini – Ci tuteleremo con gli strumenti a nostra disposizione, anche per vie legali». «Spero che siano sufficiente -continua- ove si continuasse ad incriminare la legge studieremo quali strumenti adottare».
In realtà gli studi di genere, lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, indagano come le differenze sessuali abbiano influenzato le categorie mentali e istituzionali e le divisioni sociali del mondo (fatte passare come fossero un fatto di natura). Ma sono stati strumentalmente usati dai conservatori che hanno bollato come «teoria di gender» i corsi contro gli stereotipi di genere per favorire le pari opportunità delle donne e quelli contro l’omofobia e il bullismo anti gay.
E domani si tornerà a parlare di questa teoria con un ordine del giorno del consigliere Gianluca Pomantecondiviso anche da gran parte dei consiglieri di Futuro In perchè riprende in gran parte la risoluzione presentata da Paolo Gatti e dal centrodestra in Regione condiviso anche dalla maggioranza contro la teoria Gender. Pomante ha preferito rimodulare l’ordine del giorno che arriva dal consiglio comunale del mese scorso accogliendo il consiglio del Sindaco Brucchi che citava proprio Gatti.

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Settant’anni di omertà, ora spunta un’altra foiba

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Lo rivela un documento “dimenticato” negli archivi del Ministero degli Esteri. Nella fossa in provincia di Udine 200-800 corpi, sembra vittime di partigiani rossi

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Una nuova foiba sembra tornare alla luce dagli orrori del passato, il giorno del Ricordo del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La fossa comune non si troverebbe nell’ex Jugoslavia, ma in provincia di Udine.

I responsabili del massacro, nascosto per 70 anni, sarebbero i partigiani comunisti della divisione Garibaldi-Natisone, che nel 1945 erano agli ordini del IX Corpus jugoslavo del maresciallo Tito. Le vittime nella fossa comune sarebbero fra 200 ed 800. I carabinieri sono stati informati. Continua a leggere

Valdegamberi: «arrestare Vendola e compagno»

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PRESTO OSPITE A “TRADITIO”…

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«Vendola e il suo compagno siano subito arrestati per il reato di compravendita di minori». Lo chiede il consigliere regionale veneto Stefano Valdegamberi, eletto con la lista Zaia Presidente. «Mi meraviglio che il sig. Nichi Vendola e il suo compagno – scrive Valdegamberi – non siano stati ancora arrestati dalle forze dell’ordine per commercio di bambini, di cui si sono autodenunciati. In un Paese dove per un “carro di carnevale”, del tutto inoffensivo, sono stati arrestati per terrorismo e sovversione ben 24 veneti, ad oggi nessuna Procura italiana si è ancora mossa contro ilcommercio di bambini di cui si sono resi tristemente protagonisti Vendola e il suo compagno».

«Strappare un bimbo dalle braccia della madre naturale che lo ha portato in grembo per 9 mesi – afferma ancora Valdegamberi – è un atto di una bestiale crudeltà, reso possibile a facoltosi personaggi, senza scrupoli, come il sig. Vendola, che si rivolgono per il loro egoismo alsupermercato globale dei bimbi, come fossero degli oggetti presi dal catalogo. Mi aspetto che la magistratura non si giri dall’altra parte, attaccandosi alle solite interpretazioni soggettive del diritto, ma agisca con prontezza a tutela nell’interesse primario dei minori il cui bene è violato per soddisfare gli egoismi di persone depravate».

Fonte: http://vvox.us9.list-manage1.com/track/click?u=15cab36632ab2c19158e4bd2e&id=04f98c7e92&e=cf8baa9aa7

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La Boldrini si presenta all’Università di Londra col salvagente

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“Ho portato qui uno dei tanti salvagente lasciati da migranti su spiaggia Lesbo, simbolo accoglienza e solidarietà”. Lo scrive su Twitter la presidente della Camera Laura Boldrini, che posta una foto che la vede mostrare il salvagente in questione alla platea raccolta all’Università King’s College di Londra.

“Quale Stato europeo – aggiunge a stretto giro la presidente, riportando un passaggio del suo intervento – può affrontare da solo temi come migrazioni, terrorismo, crisi? Nessuna nazione è un’isola nel mondo globalizzato”. A Londra Boldrini ha incontrato anche il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn. Con lui ha parlato, tra le altre cose, di rifugiati e Brexit. Adnkronos

Poi ha scritto su twitter “Se #Europa rinnega valori di accoglienza e solidarietà perde identità e avrà bisogno anch’essa di un #salvagente per non annegare

Fonte: http://www.imolaoggi.it/2016/03/01/la-boldrini-si-presenta-alluniversita-di-londra-col-salvagente/ Continua a leggere

Ehi Zaia su banche e derivati ci sei o ci fai?

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di Marco Milioni

Sui profughi é in prima linea. Ma su questioni altrettanto scottanti (ma per lui) il governatore leghista marca visita

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Mentre si diffonde la clamorosa e gravissima notizia della commissione tecnica della Regione Veneto “impazzita” sul caso dei tossici pfas, puro veleno per l’agroalimentare e la zootecnia (e da lì per i cibi sui nostri piatti). Mentre i soci infuriati con la Popolare di Vicenza manifestano la loro disperazione, con tanto di un sindaco in mutande, per il tracollo dei loro risparmi. Mentre continua lo scandalo Mose, voragine di denaro pubblico che finiremo di pagare, forse, fra qualche decennio. Mentre succede tutto questo, il governatore leghista Luca Zaia trova il tempo e la voglia di presenziare alla fiaccolata di un migliaio di trevigiani ad Oné di Fonte contro l’arrivo di 228 immigrati. Guardandosi bene dal dire una parola forte sul resto.

Quanto a Veneto Banca e Popolare di Vicenza, che Zaia debba far dimenticare che in passato non sia stato esattamente una voce critica verso i management, é cosa nota. Un po’ di perplessità in più, per usare un eufemismo, desta invece il suo silenzio sui veleni. Visto che l’ex pr dalla mossa zazzera ha ricoperto pure la carica di ministro dell’agricoltura, una qualche sensibilità in tema ce l’aspetteremmo. Dov’è oggi lo strenuo difensore della bontà e della salubrità dei prodotti veneti?

Ma sarebbe ingiusto prendersela sempre e solo con chi governa. Anche chi é governato ha le sue responsabilità: il cosiddetto popolo. Il popolo, se c’è mai stato, non c’è più. Perché se i veneti fossero davvero un popolo, a Fonte, al posto di protestare in mille per un problema vero ma circoscritto, sarebbero dovuti essere in ventimila, incazzati per quella specie di Mose di terragna che passerà a un metro da lì, e che si chiama Pedemontana Veneta. La quale oltre a costare uno sproposito e ad essere stata autorizzata Dio solo sa come, rischia pure di scassare il sistema di falde interessato, che è la ricchezza per antonomasia del Veneto. Se tra quei trevigiani che hanno urlato contro i migranti, fra i quali sicuramente allignano anche personaggi inclini al crimine o a fare i furbi (gli uomini sono tutti uguali anche nel peggio), se tra di loro albergasse davvero lo spirito di un popolo, gli avrebbero dovuto chiedere qualcosina anche su banche e pfas: “ehi Zaia, ci sei o ci fai?”.

Ora, si può dire di tutto di Zaia (e di quegli ampi settori del Pd che lo assecondano a mo’ di barboncino che porta la pantofola al padrone). Si sa che con i poteri forti non é un cuor di leone. Tuttavia, parafrasando Bertrand Russel, il bello della democrazia è che il politico non può mai essere più imbecille dell’elettore che lo ha votato. Per questo, e non solo per questo, i veneti si meritano quel che si stanno meritando. Magari di finire comprati in saldo dai cinesi o dagli arabi. Giusto o sbagliato che sia, loro un orizzonte (e i capitali) ce l’hanno. I veneti per quattro soldi, tre escort, due villette a schiera e un suv semestrale, stanno buttando nello sciacquone un millennio di gloriosa storia.

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