Il Canale 2 della televisióne israeliana ha segnalato che le autorità israeliane hanno prestato assistenza a più di 2.100 terroristi feriti che appartengono a distinti gruppi , includendo il Fronte al Nusra (il ramo di Al Qaida en Siria).
I media israeliani hanno rivelato che lo Stato di Israele sta prestando assistenza nei suoi ospedali ai terroristi jihadisti feriti con la finalità di curarli e permettere loro di tornare a combattere contro le forze dell’esercito siriano.
Gli stessi media israeliani hanno indicato che le ambulanze, che prelevano i terroristi e feriti e trasferiscono questi negli ospedali, svolgono questo servizio con discrezione per evitare le proteste e gli attacchi (già verificatisi in passato) da parte della popolazione del Golan occupato che non vedono di buon occhio questo aiuto che Israele presta ai terorristi. Continua a leggere
Nella storica trasmissione di Rai Tre condotta da Milena Gabanelli è andato in onda lo speciale sulle Banche Popolari. L’inchiesta, realizzata da Giovanna Boursier, ha dedicato ampio spazio anche alla BpVi. La giornalista non è però riuscita ad intervistare Gianni Zonin: l’ex presidente della banca é in Sudafrica e non rilascia interviste. Secondo Report, Zonin starebbe in questo momento cedendo parte delle sue società nonché gli immobili ai figli, diventando nullatenente.
Ampio spazio anche ai soci più arrabbiati. «Ci hanno venduto azioni come se fossero un investimento sicurissimo, dicendo che la banca era solida» ha affermato Davide Lunardon, come riporta Il Mattino di oggi, mentre Elisabetta Gatto ha ribadito: «ce le hanno vendute come oro. La mia mamma deve pagare la casa di riposo, non abbiamo soldi». Sul valore delle azioni, Boursier ha dovuto rivolgersi a Bankitalia e Bce, la cui capo vigilanza, Danièle Nouy, ha ricordato come le ispezioni siano partite nel 2014, dopo aver rilevato «un grande problema di sofferenze, dimensioni e governance».
“Gentiloni ritira l’ambasciatore dal Cairo. La mamma di Regeni: non ci fermeremo”. Bombarderemo l’Egitto per mamma Regeni? Niente di impossibile dati i precedenti: dopotutto, la politica estera anti-siriana l’hanno dettata al paese le due Vanesse, obbligandoci a finanziare i terroristi loro amici con 6 milioni (e forse più). Eppure la cosa non cessa di apparire demenziale. Un amico giornalista mi chiedeva l’altro ieri: “Perché secondo te continuano menarla con Regeni, in tv, radio giornali? Non l’hanno mai fatto..”.
Adesso si sta chiarendo. Un articolo di Guido Rampoldi su Il Fatto (un giornalista amerikano per un giornale sempre più amerikano sotto Peter Gomez) sunteggia: Al Sisi , il mostro fascista, il Pinochet cairota, è debole, non forte. Ha deluso la sua stessa borghesia. L’Occidente ha deciso che restituire l’Egitto ai Fratelli Musulmani è meglio. D’accordo, i Fratelli Musulmani non sono democratici né tanto civili, però loro al potere “sbarreranno la strada all’IS”.
Questo sarebbe il “ragionamento”. Dietro a cui c’è questo: Obama ci riprova, a dare l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Stermineranno gli ultimi cristiani copti, ma Al Sisi va rovesciato perché è amico di Mosca (in neolingua: “non partecipa alla lotta contro IS”). Ora si chiarisce qualcosa: anche il fatto che “i servizi egiziani” abbiano fatto trovare il cadavere dell’ingenuo agente britannico (a sua insaputa?) , anche se hanno tutti i mezzi per far sparire un corpo per sempre. Magari, con questo sapiente errore, questi “servizi” si sono garantiti un futuro anche sotto il governo amerikano dei Muslim Brothers.
Attenzione, perché anche Renzi è vicino a fare la stessa fine: s’è giocato tutto per tenere buoni rapporti con Al Sisi, ed ha perso. Non piace a Bruxelles né a Berlino. E anche all’Occidente, non piace. Troppo vicino a Mosca. Aspettate rallegravi, voi che fate politica con la pancia (o quel che sta sotto): ci daranno un capo di governo più allineato, il quarto non votato.
Vi sembra inverosimile, lo so. Ma cito il blogger e acuto analista strategico Bruno Ballardini, che a caldo ha buttato lì: “Dopo la Siria, anche l’Egitto è diventato per noi uno stato-canaglia. Ma non siamo noi che abbiamo deciso. Noi prendiamo ordini dagli Usa. Entreremo in guerra perché lo vogliono gli Usa. Al Sisi verrà fatto cadere e l’Egitto verrà preso dalle opposizioni islamiche sostenute dai sauditi e dagli Usa. Regeni è stato l’agnello sacrificale di una criminale strategia americana per destabilizzare il Medio Oriente”.
Per capire, bisogna riferirsi alla riunione del Consiglio Atlantico, che s’è tenuta a Washington da mercoledì a venerdì scorso. Lì probabilmente è stato deciso tutto. I media ovviamente ne hanno taciuto.
Il riarmo NATO in Europa
“E’ il risveglio della minaccia russa” che costringe “l’Europa a riarmarsi”: così Jens Stoltenberg, il segretario della NATO, all’uscita dal Consiglio Atlantico. Per nostra fortuna, rispetto all’anno scorso “quando qui a Washington ha parlato dell’atteggiamento destabilizzante della Russia, della sua preparazione militare e della sua aggressione all’Ucraina” (sic), abbiamo compiuto progressi significativi: la NATO è più agile e la sua volontà di difesa è più forte. La forza di reazione NATO è ora tre volte più grande, abbiamo nuove basi nella parte Est dell’Alleanza (…) Abbiamo iniziato lo sviluppo e la formazione di capacità militare in Georgia, Moldavia e Giordania”.
Il riarmo di Georgia e Moldavia perché è la Russia ad essere aggressiva, e dunque bisogna minacciarla ai suoi confini; ma la Giordania? “Per proteggere il nostro territorio”, ha detto Stoltenberg, “dobbiamo esser pronti ad agire al di là dei nostri confini. Molto al di là. Là, si tratta di “sconfiggere l’IS nelle sue roccaforti in Irak e Siria”, è ovvio. Per questo Stoltenberg ha già preso contatto con il segretario dl Consiglio di Cooperazione del Golfo – una alleanza militare che comprende Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Katar, Emirati, ossia tutti quelli che sostengono l’IS.
In questi nuovi paesi alleati, la NATO comincerà la sua espansione con “la formazione e il supporto di unità militari locali”. Come in Afghanistan, ha aggiunto lo Stolto, dove “ la NATO è riuscita a fare dell’esercito afghano una unità potente e tecnologicamente ben attrezzata”.
In conferenza stampa, lo Stolto ha dovuto ammettere che “non c’è al momento la minaccia di un attacco russo”, Però non c’è nemmeno “alcun ritorno alla normalità in Europa,”, perché la Russia non cede la Crimea a Kiev… sicchè stiamo riarmando. Potentemente. Il bilancio preventivo NATO per il 2017 prevede spese per 582,7 miliardi di dollari, mentre il Pentagono stanzi 187 miliardi di dollari per le missioni all’estero, ovviamente per ammassare uomini e truppe a ridosso dell’aggressore.
Immediata la grancassa propagandistica s’è messa a rullare. Il 6 aprile, sulla tv francese France 2, è andato in onda un grande e giubilante servizio sul riarmo dei nostri alleati dell’Est: “In Polonia, totale, 40 miliardi di euro! In Estonia si accolgono a braccia aperte le navi della NATO venute in rinforzo nella regione…”. E “hanno ragione ad essere inquieti. Se siete lettone, estone, polacco e sentite Putin dire che ’bisogna restaurare la potenza della Russia nella sua zona storica d’influenza’ si può effettivamente parlare di minaccia russa. E quelle due operazioni militari in Ucraina e in Siria”. Ancora sic: in Ucraina, quale? E quando mai Putin ha pronunciato la frase che gli si attribuisce? Se mai ha pronunciato il contrario: “La Russia non sta cercando di riprendersi l’URSS, ma nessuno vuol credere…io vorrei pensare che nessuno al mondo è tanto pazzo da usare le armi nucleari” (al Telegraph, 21 dicembre 2015).
Poi France 2 ha mostrato come la Polonia sta spendendo i suoi 40 miliardi aggiuntivi di spese militari (tutta roba Made in Usa).
Polonia, nuovi acquisti
Per fortuna, il sito “Les Crises” dell’economista Olivier Berruyer, ha elaborato alcune tabelle che mostrano la forza relativa dell’aggressore (la Russia) e dell’aggredito (NATO): tabelle che ovviamente France 2 non ha mostrato.
Vi si vede che la NATO spende per abitante, in preparazione bellica, il 50% in più della Russia. “E voi pensate che i russi ardano dalla voglia di un conflitto con una strutture 7 volte più popolosa e dispone di un bilancio militare dieci volte superiore?”.
Spese militari UE e Russia
Ma qui Berruyer dimentica: sono proprio i piccoli stati e più deboli quelli che, periodicamente, attaccano proditoriamente la Superpotenza e la costringono a far la guerra. Caso unico nella storia, ogni 70 anni o giù di lì gli Usa sono aggrediti da staterelli. A cominciare dal Messico nel 1836 (“Ricordati di Alamo”), che costrinse gli Usa ad impossessarai del Texas; continuando nel 1898, quando la Spagna miserrima, morendo dalla voglia di impegnarsi in una guerra dall’altra parte dell’Atlantico contro la potenza americana che aveva la flotta in Florida, a 70 miglia da Cuba, cosa fece? Fece saltare il Maine, la corazzata american che era giusto in visita a Cuba. Così gravemente offeso, il presidente Theodor Roosevelt fu costretto a strappare a Madrid Cuba, ultimo lacerto dell’impero spagnolo, e già che c’era, anche a liberare le Filippine, nel Pacifico, esercitandovi poi una democratica occupazione. E come dimenticare i cattivi tedeschi che nel 1917, non avendo abbastanza nemici, vollero a tutti i costi affondare il Lusitania, forzando la pacifica America ad intervenie nella grande guerra? Poi, si sa, c’è stato il Giappone che ha sfidato l’America a Pearl Harbor; il Vietnam nell’Incidente del Tonkino sfidò la pacifica America un’altra volta, e giù guerra.
E’ proprio perché la Russia è (secondo loro) debole – the hollow superpower, ha valutato l’Economist –
che l’America sarà attaccata da essa, vedrete. Basta una nuova Pearl Harbor in Europa.
Vietate anche l’apologia e la minimizzazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra. Gattegna (Ucei): «Pagina importante»
di Redazione Online
La cerimonia delle candele, a Birkenau, in occasione dei settant’anni della liberazione del campo di Auschwitz -Birkenau (Ap/Alik Keplicz)
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Il Senato dice sì al ddl contro il negazionismo che ora deve passare all’esame della Camera. I sì sono stati 234, 8 gli astenuti e 3 i no. Il disegno di legge punisce il negazionismo, l’apologia e la minimizzazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra con la reclusione fino a tre anni. I primi firmatari del disegno di legge sono stati Silvana Amati, senatrice del Partito democratico, e Lucio Malan, senatore di Forza Italia, cui si sono aggiunti molti altri parlamentari appartenenti a diversi schieramenti politici.
Gattegna: «Si scrive una pagina importante»
«Si scrive una pagina importante nella storia del nostro Paese. Un provvedimento che costituisce un baluardo per la difesa della libertà di tutti, mirato a colpire i falsari che tentano di negare la Shoah, di offenderne le vittime e di colpire chi difende il valore universale della Memoria. La norma è il frutto di una lunga collaborazione tra le istituzioni e le Comunità ebraiche e porterà all’attuazione anche in Italia della Decisione quadro europea 2008/913/GAI, che obbliga gli Stati membri a combattere e a sanzionare penalmente certe forme ed espressioni di razzismo, xenofobia e dell’istigazione all’odio» interviene in una nota, il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, che ringrazia i parlamentari che si sono impegnati per il ddl e il presidente del Senato Pietro Grasso. Gattegna precisa anche che «l’impegno dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma, è stato quello di predisporre assieme al Parlamento un disegno di legge che non configuri un reato d’opinione, ma vada a colpire atti lesivi della dignità umana – prosegue la nota -. Su questo principio si fonda il testo di legge approvato al Senato, che costituisce un argine contro chi vuole distorcere la Storia al fine di seminare odio e antisemitismo. Uno strumento normativo che non si sostituisce, bensì integra il ruolo fondamentale dell’educazione – aggiunge – l’unica azione in grado di prevenire che le nuove generazioni vengano avvelenate da versioni strumentalmente alterate dei fatti storici».
La commozione di Pacifici
«Ci sono voluti mesi di duro lavoro e un ampio dibattito sia in Commissione Giustizia sia in Aula, ma alla fine il primo grande passo è compiuto. È un atto che ci commuove, perché la mente va soprattutto a tutti quei sopravvissuti che hanno dato e ancora danno la loro vita per raccontare alle future generazioni l’orrore della macchina della morte nazista e l’inferno dei campi di sterminio. Negare ciò che loro hanno vissuto, negare la Shoah, deve essere punito perché altro non è che la massima espressione moderna dell’odio nei confronti degli ebrei» afferma, in una nota, il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici.
Grasso: «Passo decisivo»
«L’approvazione del disegno di legge sul reato di negazionismo ad amplissima maggioranza, quasi all’unanimità, conferma l’intenzione, da parte delle istituzioni repubblicane, di compiere un ulteriore e decisivo passo nel contrasto a tutte le forme di offesa alle vittime e di negazione di quella terribile pagina della nostra storia che è stata la Shoah»scrive inoltre il presidente del Senato Grasso in una lettera inviata a Renzo Gattegna. Grasso,che era presente, insieme con il presidente dell’Ucei, il 27 gennaio scorso ad Auschwitz, per la commemorazione dei settant’anni dalla liberazione, si definisce «sinceramente orgoglioso» per la votazione avvenuta nell’Aula di Palazzo Madama, e aggiunge: «Come presidente del Senato ho più volte espresso la necessità di dotarci di una legge che introducesse il reato di negazionismo: l’Italia finalmente esprime in maniera chiara l’adesione agli orientamenti normativi presenti in altri Paesi e già in vigore a livello europeo».
Il testo del ddl
Più in dettaglio, il testo approvato dal Senato prevede che incitare pubblicamente a commettere un delitto sarà tanto più grave se l’istigazione si fonderà sulla negazione della Shoah, dei crimini di guerra o contro l’umanità. Il provvedimento modifica l’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, la cosiddetta legge Reale, in materia di contrasto e repressione dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale. Con le nuove regole riscritte nella commissione Giustizia presieduta da Francesco Nitto Palma, il Senato, trasformando il negazionismo in un’aggravante anziché in un reato (come prevedeva il testo precedente che in un primo momento si voleva votare addirittura in sede deliberante), ha voluto salvaguardare la libertà di espressione e ha voluto evitare limiti o restrizioni alla ricerca storica. Per evitare l’introduzione di un reato di opinione, insomma, si prevede, attraverso un intervento sulla legge Reale, un’aggravante di pena di tre anni se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento a commettere atti di discriminazione razziale si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dallo statuto della Corte penale internazionale. Contestualmente si è ridotto da cinque a tre anni il limite massimo della pena per chiunque pubblicamente istighi a commettere delitti.
Non si tratta di giornalismo d’inchiesta, ma di un’operazione contro il Presidente russo
La gestione giornalistica dei cosiddetti “Panama Papers” sta mettendo in luce che l’obiettivo principale dell’intera operazione è chiaramente il presidente russo Vladimir Putin. Si parla di giornalismo di inchiesta che ha tolto il velo sul ruolo delle società offshore di Panama e che ha messo in evidenza le magagne fiscali di migliaia di persone e la corruzione di molti capi di Stato. Eppure questo modo di nascondere capitali neri e spesso sporchi è in voga da decenni.
Ad esempio, quante società panamensi hanno costituito le banche svizzere per evitare che i loro clienti non residenti nel nostro Paese non pagassero l’euroritenuta sui redditi da interessi? Moltissime. E quanti trust, Anstalt del Liechtenstein e società nei paradisi fiscali sono state create nei decenni per celare gli aventi diritto economico di cospicui patrimoni? Moltissimi. Era ed è un segreto di Pulcinella che non è mai stato perseguito né dalle nostre autorità di sorveglianza (FINMA) né da quelle di altri Paesi.
Ecco ciò che scrive Sergio Romano sul Corriere di oggi, rispondendo ad un lettore che gli domanda cose successe in Bosnia relativamente agli ultimi processi ed alle relative condanne:
“Quella di Bosnia non fu, all’inizio, una guerra di religione. I musulmani avevano avuto da Tito, negli anni settanta, la qualifica di gruppo etnico: uno status che li autorizzava a godere di una certa autonomia amministrativa, Ma i loro costumi, con il passaggio del tempo, si erano fortemente secolarizzati e l’ideologia dominante era comunque il comunismo. Dopo la morte di Tito, tuttavia, la crisi dello Stato Jugoslavo rimise in discussione i rapporti di forza tra i maggiori gruppi etnici del paese. I serbi cercarono di recupeare la supremazia che avevano esercitato prima della formazione dello stato titino.
I croati, pur senza confessarlo sognavano il regno di Croazia, risorto grazie ad Italia e Germania durante la seonda guerra mondiale. I musulmani circondati da due grandi gruppi nazionali, rischiavano la sorte dei vasi di coccio tra quelli di ferro. Continua a leggere
Di rivelazioni e scandali ne avremo per mesi, vista la mole dei dati trafugati. Intanto, uno degli effetti dei Panama Papers – e probabilmente degli scopi per cui sono stati diffusi – lo ha definito benissimo l’ottimo blogger Nuke the Wales: è parte della “guerra che gli americani attraverso i loro servizi segreti e l’influenza su alcuni organismi sovranazionali chiave (Ocse) hanno fatto contro i così detti “paradisi fiscali” altrui; una battaglia altamente morale – come sempre – che libera dai concorrenti i paradisi fiscali che stanno impetuosamente crescendo in Usa. “Gli stati americani del Delaware, Wyoming e Nevada sono da decenni all’opera come paradisi nel segreto on-shore, si sono specializzati nella creazione di società di comodo per chiunque desidera nascondere i beni d’oltremare.”
Venite qui a riciclare!
“Il Delaware ha attuato leggi che lo rendono la miglior giurisdizione per la formazione di società. Offre la migliore protezione per chi non vuole rivelare la propria identità come beneficiario di una società e promuove elevati livelli di segreto bancario: non rivela i dettagli sui conti societari. Consente inoltre alle aziende di ri-domiciliarsi entro i propri confini, infatti questo stato ospita circa il 50% delle imprese quotate degli USA.
“Lo scorso settembre 2015, Andrew Penney (amministratore delegato di Rothschild Wealth Management & Trust, con sede a Londra, e con filiali a Milano, Zurigo e Hong Kong, gestisce circa 23 miliardi $ per 7.000 clienti) ha tenuto una conferenza in cui spiegava come si può evitare di pagare le tasse e come può aiutare i clienti a spostare le loro fortune negli USA, tenendo tutto nascosto ai rispettivi governi di provenienza”.
Dal blog di Nuke the Wales
L’altro vistoso tentativo dell’operazione, sporcare la reputazione di Vladimir Putin, condotta con immenso zelo dai media non solo anglo-americani, sembra abbia fatto relativamente cilecca. Qui la valutazione è di Limes, non particolarmente filo-Putin: “Putin ha due miliardi di dollari a Panama, dicevano i primi lanci d’agenzia. Qualche ora dopo erano “ambienti riconducibili a Putin” ad averli. Poi sono i suoi amici e conoscenti. Non lui o suo figlio, o suo padre o suo cognato. (…) Questa perenne necessità di dimostrare che Putin è il coacervo di ogni vizio e colpa dice molto dell’insicurezza delle nostre ragioni più che delle fragilità (pur notevoli) del suo regime”.
Il Cremlino ha risposto (sui media niente)
Come ha spiegato l’addetto stampa di Putin, Dmitri Peskov, era già da qualche giorno che riceveva da giornalisti esteri “richieste untuosamente gentili, in forma di domande sul presidente personalmente, oltre a tentativi di contattare la sua famiglia, di parlare dei suoi amici d’infanzia, di affari – Kovalchuk, Rotenberg [due uomini d’affari già colpiti da sanzioni americane, il primo detto ‘il banchiere personale di Putin, ndr.] di certe ditte offshore con gente d’affari che Putin non ha mai visto. Tutto questo è molto ripetitivo, con variazioni a cui seguiva un’altra ripetizione”.
Lo ICIJ, il gigantesco Consorzio Internazionale di Giornalisti Investigativi che ha messo a punto il colossale trafugamento di dati panamensi, già nel 2013 aveva cercato di coinvolgere la moglie del vice-primo ministro,Igor Shuvalov, insieme con il milionario Gennady Timchenko in una storia di conti segreti alle Isole Vergini Britanniche. Nel 2015, lo ICIJ ha ‘rivelato’ che il suddetto Timchenko era caduto sotto sanzioni Usa in quanto cliente della banca HSBC, multata dalle autorità americane. Adesso, ha aggiunto Peskov, simultaneamente all’azione dello ICIJ, “una nota agenzia di stama internazionale sta preparando una pubblicazione basata su certe asserzioni dello Organized Crime and Corruption Reporting Project, che sono rimasticature di rapporti di Putin con uomini d’affari, di uomini d’affari che ottengono da lui contratti pubblici, di uomini d’affari che si arricchiscono a spese di Putin…”. La nota agenzia ha presentato una lista di domande a cui chiede a Putin di rispondere. Domande, Peskov ha esemplificato, del tipo: “E’ vero che il suo patrimonio ammonta a 40 miliardi di dollari? Che possiede queste villone o quei mega-yachts? Dicono inoltre che Putin mantiene un intimo rapporto con Sergei Roldugin (il violoncellista, che è anche azionista della banca Russia), rapporto che consisterebbe in una frode presidenziale. Domande che insinuano che Putin è associato in qualche modo agli affari o a certe aziende – Continuiamo a ripetere no, no, no. Adesso il Kremlino non risponde più. Ci son modi legali per difendere la dignità e l’onore del presidente”.
Spunta la Open Society Foundation
Abbiamo visto che Peskov cita lo Organized Crime and Corruption Reporting Project; altro nome con cui si presenta il superconsorzio di “indipendenti” giornalisti anti-corruzione, ICIJ. Il quale a sua volta è una emanazione di una ONG denominata Non-Governmental Organization Center for Public Integrity; una grossa entità “non-profit”, quella che paga i giornalisti dediti alle opere di moralizzazione, ed è finanziata dalle solite fondazioni di celebri miliardari americani, alcune delle quali note per essere succursali della Cia e/o del Partito Democratico: Ford Foundation, Rockefeller Foundation, Carnegie Endowment, e un’altra mezza dozzina di meno note. Ma soprattutto dalla Open Society Foundation le celebre fondazione di Georges Soros, e dalla Sunlight Foundation, che è sempre di Soros.
Chi aiuta il Consortium? Anche lo USAID
Infatti, come hanno rilevato i russi spulciando i loro archivi, questo ICIJ si è illustrato nel 1996 per una campagna demolitrice contro il giornalista (paleo)conservatore Patrick Buchanan, fortemente anti-neocon, che s’era candidato alle elezioni presidenziali, e che Soros odiava e riuscì infine a costringere al ritiro. Il Consorzio è stato anche l’arma di punta nella quasi decennale offensiva di Soros contro i fratelli Koch, miliardari ebrei come lui ma non “liberal”; in questa battaglia senza esclusione di colpi (passata alla toria come Luxembourg Papers) i giornalisti morali di Soros sono stati anche condannati per distorsione dei fatti ed altre violazioni del diritto. Similmente, a gennaio del 2015, quando Soros cominciò la sua speculazione contro il franco svizzero, i suoi “giornalisti indipendenti” si lanciarono in una inchiesta sul tema: “Come le banche svizzere riciclano il denaro sporco”. Un bell’ausilio all’attacco speculativo, che forzò la Banca Centrale elvetica a sganciare il franco dall’euro, rivalutandolo rovinosamente (scommettiamo che Soros era long sul Franco? )
Una volta intravisto lo zampino di Soros, i bersagli dei Panama Papers – o Banana Pampers, come già li descrive qualcuno – si spiegano. Per esempio, all’inizio nessun nome americano, e poi – date le domande nate nei media- ah sì, sono 441 , ma nessun politico. Per la Francia, grande campagna mediatica il maggiordomo di Jean Marie Le Pen, il tesoro del Front National. Niente invece sulle “600 ditte israeliane e i circa 850 azionisti israeliani elencati come detentori di conti offshore, fra cui la Banca Leumi e la Banca Hapoalim” (le più grosse di Sion), su cui il fisco israeliano ha aperto un’indagine.
Il modus operandi
I dati vengono selezionati. Lo ha ammesso Le Monde, che fa’ parte del Consorzio (stranamente né il New York Times né il Wall Street Journal sono della partita: strano davveo, una frattura in quel mondo). In un articolo dal titolo: “Perché le Monde non pubblica integralmente i dati dei Panama Papers” spiega: “2600 gigaottetti di dati personali inclusi nel database non saranno mai pubblicati, perché contengono “dati privatissimi”; come indirizzi, fotocopie di passaporti corrispondenze private, bollette della luce”. E oltretutto, “il fatto di possedere una società offshore non è in sé illegale”: bontà sua, l’organo ufficioso del Grand Orient riconosce che la globalizzazione consiste appunto nella “libera circolazione” dei capitali.
Verranno pubblicati invece i dati delle “215 mila strutture offshore”, ossia le 215000 società, “con per ciascuna la data di creazione, di scioglimento, l’identità degli azionisti dichiarati”.
Verranno pubblicate “a maggio dallo ICIJ”.
Attenzione a questa frasetta: Le Monde ammette di non avere in mano i dati con cui, per esempio, ha accusato il maggiordomo (sic) di Le Pen di avere un conto alla Mossack-Fonseca, per conto del padrone. Il giornale francese dipende dallo ICIJ, che li compulsa, seleziona, e li pubblicherà “a maggio”. Quanto all’identità degli azionisti dichiarati, è un dettaglio divertente: gli azionisti dichiarati sono dei prestanome, come è ovvio in questo tipo di società. Dunque la soffiata sul maggiordomo del F N gli è stata soffiata, e il giornale l’’ha strombazzata senza aver visto la documentazione. Sicuro che poi “i dati” che saranno diffusi “a maggio” confermeranno l’accusa?
Cosa valgono le accuse di Le Monde, senza i documenti? La risposta dell’organo del Grand Orient è molto significativa: “Per noi è importante condurre l’inchiesta (…) e interrogare le personalità messe in causa in modo da dar loro l’occasione di spiegarsi”
Capito? E’ esattamente la stessa tattica descritta da Peskov: i giornalisti stranieri arrivano e melliflui “interrogano” Putin “per dargli l’occasione di spiegarsi: è vero che lei possiede 40 miliardi? Che è suo quel certo mega-yacht?”.
Le Monde farà lo stesso. E’ un genere di domande esemplificato da questa: “Da quanto tempo lei ha smesso di picchiare sua moglie?”. Quando il poveretto nega: “Mai ho picchiato mia moglie!”, i giornali hanno il titolo già fatto: “Il politico X: non ho mai picchiato mia moglie”. L’articolo spiega: sì, effettivamente ha smesso, o così dice.
E la reputazione della vittima è rovinata. Sono tecniche che noi giornalisti conosciamo bene.
Oltretutto, visto che lo ICIJ e i suoi associati le usano con tanta dovizia, viene un sospetto: che non abbiano in mano quasi nulla di concreto. Il che è logico: hanno i nomi di persone, che non sono che dei prestanome. E la Mossack-Fonseca s’è rifiutata di validare i documenti, perché le sono stati sottratti con la frode.
Per esempio, stringi stringi, i soli nomi russi che hanno in mano sono due (dicesi 2): il celebre violoncellista Sergei Roldughin, e il miliardario ebreo Arkadi Rotenberg. Che – dicono – sono “intimi di Putin”, quindi….Diamo a Putin l’occasione di spiegarsi. Diamo alla Famiglia Le Pen l’occasione di spiegarsi. Mica li accusiamo (non avendo le prove in mano), mica siamo scemi.
Il resto viene a poco a poco, accuratamente selezionato dai giornalisti di Soros, mossi dal più puro moralismo. Il polverone può giovare alla candidata Hillary Clinton, braccata dall’FBI per certe sue mail dove racconta che ha invaso la Libia per rendere più sicuro Israele, e sta per perdere le elezioni presidenziali.
La minaccia di Obama, ossia ISIS
In queste settimane, la disinformazione Made in Usa ha raggiunto vertici di virtuosismo eccezionale. Per esempio sulla Siria: i media – anche la nostra 7 del noto Mentana – hanno esaltato la notizia seguente: i maggiorenti della setta alawita (quella della famiglia Assad) hanno chiesto ad Assad di dimettersi, per agevolare la transizione. Basta una breve verifica per apprendere che è un falso Made in Usa. Un altro sciame di “notizie” dà impressione che Obama si sia messo d’accordo con Putin sulla Siria, che i due se la intendano perfettamente sulla tregua in corso e sulla transizione. La verità è l’esatto contrario: il Pentagono ha ricominciato un nuovo addestramento di gruppi jihadisti, e li hanno riarmati con missili Usa, pagati dai sauditi e inoltrati dalla Turchia. Così rinfrancati, i jihadisti hanno violato la tregua e ripreso i combattimenti, abbattendo anche un caccia siriano e usando anche gas iprite contro una base aerea.
le nuove armi americane
La realtà – nascosta dai media – è che mai le reazioni fra Mosca e Washington sono state ostili come in questi giorni, mai così prossime alla guerra calda. Lo dimostra,fra gli altri, il fatto che al “Vertice sulla Sicurezza Nucleare” organizzato a fine marzo da Obama, il cui scopo sarebbe appunto far avanzare la non-proliferazione e far calare il rischio atomico, Putin s’è rifiutato di partecipare e la Russia, la seconda potenza nucleare, non è stata invitata. In questo contesto, va inteso il cosiddetto “l’allarme” di Obama alla conclusione del vertice sulla “sicurezza” sul fatto che ISIS, Al Qaeda possano dotarsi di un’arma nucleare, perché “non c’è dubbio che questi pazzi la utilizzerebbero per uccidere quanti più innocenti possibile”. A chi è chiaro che Obama (coi sauditi) ri-arma ISIS e Al Qaeda, è anche chiaro cosa significa questa previsione: è una minaccia che l’America ha diretto, specificamente, contro gli europei, gli alleati; se non si accodano alla ostilità contro Mosca, il terrorismo islamico gli farà vedere ben altri attentati, oltre quelli di Parigi e Bruxelles.
Buone notizie, finalmente: giungono dalla Polonia, dove il partito di maggioranza, Prawo i Sprawiedlywosc (Diritto e Giustizia), ha annunciato pubblicamente di voler puntare con decisione all’abolizione della legge sull’aborto, senza compromessi: lo ha annunciato la premier, Beata Szydlo (nella foto), parlando alla radio pubblica, nonché il leader storico, Jaroslaw Kaczynski. Il motivo è evidente: tutelare la vita del nascituro.
Nella città di Zootropolis, popolata da animali, ciascuno può essere (e fare) ciò che vuole, sganciato da ogni regola morale
di Alfredo De Matteo
È uscito nelle sale cinematografiche italiane Zootropolis, il nuovo film d’animazione della Walt Disney realizzato in computer grafica. La trama segue le avventure di una coniglietta che decide di lasciare i suoi genitori e il posto dove è cresciuta per coronare il sogno di diventare il primo coniglio poliziotto nella città di Zootropolis, dove il mondo animale si è evoluto e affrancato dai limiti della natura; qui prede e predatori convivono armoniosamente e tutto sembra possibile, anche cambiare la propria identità. LOGICHE PERVERSE E PERVERTITRICI Il nuovo cartone della Disney entra frontalmente nelle tematiche più attuali, proponendo allo spettatore i soliti cliché propagandati dalla modernità, ma li affronta distorcendo la realtà, al fine di piegarla alle logiche perverse e pervertitrici della società pansessualista post moderna. Nella città di Zootropolis, infatti, l’armonia si fonda sulla negazione delle differenze, nel nome della tolleranza e del rispetto reciproco; armonia che sembra rompersi in seguito ad alcuni casi di animali predatori “impazziti” che attaccano le prede. Le indagini della protagonista coniglietta, nel frattempo divenuta poliziotto, sembrano portare all’amara conclusione che tali casi siano da addebitare alla biologia, ad un improvviso risveglio della natura, di quella natura che era stata faticosamente vinta dall’evoluzione morale del mondo animale: da ciò scaturisce il panico tra la popolazione di Zootropolis, che inizia a scorgere nel diverso da sé una possibile minaccia.
“Chiedo ai governi di cooperare, di riconoscere che la sovranità è una illusione, una assoluta illusione da mettersi dietro le spalle”: così qualche giorno fa Peter Sutherland, il rappresentante speciale del Segretario della Nazioni Unite. Che ha continuato: “I giorni in cui ci si nascondeva dietro i confini e gli steccati sono finiti da tempo. Dobbiamo lavorare insieme e collaborare insieme a fare un mondo migliore. E ciò significa distrugge quei vecchi familismi provinciali, quelle vecchie memorie storiche, quelle vecchie immagini del nostro paese, e riconoscere che siamo parte dell’umanità”.
Sono luoghi comuni, spezzoni di pensiero unico politicamente corretto, del tipo a cui hanno abituato una Boldrini, un Papa Francesco e il circo mediatico progressista. Ciò che li rende più significativi è il personaggio: Sutherland, oggi delegato del Segretario Generale Onu, è stato direttore di Royal Bank of Scotland, poi di Goldman Sachs International, membro del comitato direttivo del Bildeberg, oggi nel comitato esecutivo di Allianz, il colosso assicurativo, e di Eli Lilly, la multinazionale del farmaco. Egli ha prescritto: “La Germania deve accogliere 1 milione di emigranti all’anno per 30 anni”.
Interessante vedere come le lezioni di morale filantropica, le esortazioni all’accoglienza e i biasimi per il nostro egoismo piccino e meschino che Boldrini e Francesco ci trasmettono, vengano da questi ambienti. I potenti banchieri d’affari e gestori del mercato globale (Sutherland è stato anche direttore dell’OMC il guardiano del commercio senza dazi) ci trovano poco cristiani, troppo attaccati alla “roba nostra”.
E sono – come El Papa e la Boldrini – ben intenzionali a moralizzarci. Come sapete, la moralità americana sta per infliggere alla Volkswagen un’ammenda di 20 miliardi di dollari per aver barato sulle emissioni dei suoi diesel. Nel 2015 la giustizia americana ha condannato la BNP Paribas a 8,9 miliardi per violazione delle leggi americane sull’embargo al Sudan e all’Iran: miliardi che il governo americano ha incamerato “per indennizzare le vittime2, secondo la versione ufficiale. Ci sarebbe anche la piccolezza dei 770 milioni di multa alla Alstom, a cui la giustizia Usa ha rimproverato una certa vendita della divisione energia di General Electric; una multa di 800 milioni alla Siemens, 170 milioni comminati ad Alcatel; e complessivi 5-6 miliardi a una mezza dozzina di industrie europee, per “corruzione”. Le banche svizzere hanno dovuto pagare un alto prezzo alla moralità americana, che costa parecchio: si valutano a 35 miliardi di dollari le ammende inflitte a banche estere, e incamerate dal grande moralizzatore nelle sue assetate casse pubbliche.
E’un immenso progresso dell’etica: l’extraterritorialità del diritto americano. Il “vecchio” diritto aveva questo difetto, di applicarsi all’interno di uno Stato. Ma come ci ha istruito Sutherland oggi all’Onu, ieri Goldman Sachs, “i giorni in cui ci si nascondeva dietro i confini sono trascorsi e da tempo”. Non c’è angolo del mondo (tranne i paradisi fiscali favoriti) dove i farabutti, i politici tangentari, e ditte e le banche mazzettare, si possano nascondere ai magistrati Usa.
Ne ha parlato a febbraio il giornalista economico Jean-Michel Quatrepoint, membro della Fondation Res Publica, spiegando con quale arsenale giuridico la Superpotenza s’è arrogata il diritto-potere di giudicare gli altri stati e paesi, trasformando questo arsenale nello strumento di una vera e propria offensiva economica.
Giusto subito dopo il collasso dell’URSS, Washington s’è dotato di leggi anti-corruzione e di difesa delle sanzioni all’estero che riguardavano, apparentemente, le aziende Usa, ma non solo: tipica la Foreign Corrupt Practices Act (FCPA), inizialmente applicata alle imprese Usa che danno mazzette ai dirigenti pubblici e politici per farsi aggiudicare dei contratti, che dal 1998 sono applicate agli stranieri – e che ora serve da modello alla Convenzione OCSE “contro la corruzione”.
Poi c’è la batteria delle leggi che rendono delitto penale il commercio con i paesi sotto embargo americano. La legge Helms-Burton -D’Amato che fulmina chi commerciava con Libia, Sudan, Iran, Cuba eccetera (sono 70 i paesi sotto embargo per decisione Usa). La moralità si applica(va) prima di tutto a casa: la Standard Chartered Bank nel 2006 ha dovuto cacciare 700 milioni di dollari per transazioni con Teheran. Ma non basta: altre leggi criminalizzano i paesi sotto embargo Onu, il riciclaggio di denaro sporco a narcos e terroristi.
E il Patriot Act, varato dopo l’11 Settembre, dà alle agenzie USA poteri nuovi e più larghi per ficcare il naso in tutte le comunicazioni informatiche: non escluse quelle degli alleati e subalterni, come dimostra la NSA che spiava il telefonino di Angela Merkel, figurarsi se non ascolta gli smartphone dei massimi dirigenti delle aziende europee. Anche se a rigore non ne ha bisogno, dato che nostri stessi governanti hanno dato il permesso di esaminare tutte le transazioni che i nostri enti economici fanno con SWIFT, la camera di compensazione europea situata in Belgio.
La legge Dodd-Frank del 2010 conferisce alla SEC (Securities and Exchange Commission, il sorvegliante della Borsa), il potere di reprimere ogni infrazione anche se conclusa fuori dagli Usa ed implicante esclusivamente attori esteri. Nel 2014, il Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA) dà al fisco Usa poteri extraterritoriali, per cui le banche estere sono obbligate a divenire suoi agenti, dando tutte le informazioni sui conti e i beni di cittadini americani dovunque nel mondo. Se non obbediscono, a dette banche vengono confiscati il 30 per cento dei loro introiti guadagnati in Usa,e, peggio, possono vedersi ritirata la licenza ad operare in America: ovviamente è un decreto di morte per una banca non poter più compensare in dollari né lavorare in USA, specie le grandi. Il FATCA è egregiamente servito per forzare le banche svizzere a rinunciare al loro segreto bancario; ma non solo. E’ in base alla stessa legge che BNPParibas, dopo la nota mega-multa ha dovuto fornire i dati sui conti dei clienti americani, ma anche dei franco-americani che non hanno mai lavorato e guadagnato in USA. “E se in Francia hanno pagato in imposte meno di quelle che avrebbero dovuto pagare in Usa, lo IRS (Internal Revenue Service, la Equitalia amerikana) pretende che gli versi la differenza”, ha spiegato Quatrepoint.
E’ la giustizia americana. La migliore e la più morale.
E chi avrebbe la faccia di opporsi a queste misure una per una? A contestare la “lotta alle tangenti”? Il riciclaggio dei narcos? I finanziatori dei terroristi? E dunque: cosa avete da nascondere voi che volete mantenere la vostra sovranità – ormai una illusione – e i vostri confini di Stato, che non esistono più?
Da qui si vede come Boldrini, la sinistra in generale, ed EL Papa sono subalterni dei grandi principi etici dettati dal grande business finanziario Usa: promotori volontari del processo del capitalismo globale, quello per cui (dice Christian Salmon) “gli uomini di Stato non più sovrano sono costantemente sottoposti a un processo di verifica e a un obbligo di performance” e da parte di chi? Non del popolo elettore, ma dei banchieri transnazionali, e del Senato americano che fa’ le leggi morali per Goldman Sachs.
E così la altissima moralità è diventata una offensiva globale contro tutti, che si ficca in ogni campo: si ricordi l’offensiva contro la FIFA, il certo corrottissimo Blatter (e Platini), la persecuzione sistematica degli atleti russi…a poco a poco, spero, questa alta etica dei grandi principi si manifesta per quello che è: un elemento del dominio mondiale Usa.
Globalizzazione, interdipendenza – gabellati come “efficienza” contro la odiata “autarchia” – si traducono in dipendenza politica e servaggio sotto l’emissore della moneta di scambio. Gli anglo sono riusciti a creare lo stesso rapporto che Londra aveva con le sue colonie imperiali, ma molto più in grande. L’India poteva e doveva produrre cotone,perché lo faceva “a prezzi competitivi”; ma non poteva filarlo e tesserlo, perché lo facevano a prezzi competitivi le fabbriche britanniche. Attenzione, era vietato per legge: Gandhi fu sbattuto ripetutamente in galera perché filava pubblicamente il cotone. Per questo sulla bandiera dell’India campeggia l’arcolaio.
Ma quello era un dominio esercitato su popoli sottosviluppati. La globalizzazione ha dato agli Usa il dominio sul primo mondo, l’Europa. La Russia, l’Iran, i”nemici” possono essere espulsi dal mondo e lasciati senza poter vendere né comprare; ciò che è è particolarmente odioso, è che tutto viene ammantato di superiore moralità, e giudizio etico. Ipocriti.
La vicenda Volkswagen appare la (meritata) punizione per un trucco che però doveva diffondere nel mercato american dei motori diesel, che le Case Usa non sanno fare, e che le petrolifere Usa non vogliono produrre. “VW ha commesso lesa maestà – dice Quatrepoint – rifiutando ai magistrati americani l’acceso ai suoi dati sul suolo tedesco, invocando la legge tedesca che vieta di fornire segreti industriali e commerciali a potenze straniere estranee alle UE. Gli americani vogliono tutto, documenti, mail, eccetera. La VW resisterà? Rischia di farsi chiudere le fabbriche su territorio USA…”. La francese Alcatel, dopo la multa, ha dovuto accettare per tre anni la presenza nella stanza dei bottoni, di un “controllore indipendente” a cui doveva fornire tutte le informazioni che reclamava, nessuna esclusa. Processi e segreti industriali sono finiti agli americani in quel triennio, assicura Quatrepoint.
C’è sequestro e sequestro
Del resto, cosa volete, il 78% delle transazioni mondiali si fanno in dollari e quindi ognuna è compensata in USA, quindi è soggetta alla legge Usa. Parte della multa pagata da BNP Paribas servirà – lo vuole il Senato – a “indennizzare i cittadini Usa rimasti vittime della presa di ostaggi all’ambasciata americana a Teheran”: sono 55 persone che nel lontano 1979 furono tenute nella sede diplomatica per 444 giorni. Questo atto (“inqualificabile”, certo) fu la risposta della folla iraniana alla notizia che il governo americano aveva confiscato tutti i capitali esteri del governo dell’Iran, detenuti presso la Chase Manhattan Bank. C’è sequestro e sequestro. Alcuni sono immorali, altri no.
Quelli americani non lo sono mai. I banchieri che hanno scatenato la crisi dei subprime, mescolando in titoli “garantiti da interessi” dei debiti di insolventi a quelli de solvibili, non sono mai stati puniti. Anzi, detti banchieri oggi ci insegnano la morale, e come dobbiamo accogliere i profughi islamici senza tabù e provincialismi superati.
Fra questi moralizzatori, è impossibile dimenticare quello più attivo nel darci lezioni di umanità integrale: Georges Soros. Questo esempio per tutti noi, che in queste settimane sta arruolando a 15 dollari l’ora dei disoccupati americani (ne trova quanti vuole) perché interrompano con la violenza i comizi di Donald Trump- la sua ultima lotta al “fascismo” – è anche colui che ha approntato tutta un’organizzazione per incitare i profughi siriani a venire in Europa in massa: “Il nostro progetto – ha detto – tratta la protezione dei rifugiati come obiettivo e i confini nazionali come ostacolo”
Soros ha praticato fin dalla prima giovinezza gli alti principi etici che impartisce a noi. Quasi adolescente, nel 1944, nella natia Ungheria, già collaborò con Gestapo ed SS alla deportazione di 440 mila correligionari in due mesi. Prima, infilandosi nella “Judenrat”, ossia nel comitato che selezionava per i nazisti gli ebrei da arrestare e deportare; poi addirittura – grazie ai buoni uffici di suo padre Theodor Soros, da cui ha appreso tutto – mollando una mazzetta ad un funzionario del ministero dell’agricoltura, a vivere in casa di quest’ultimo. Si sdebitò aiutandolo a confiscare i beni dei giudei, che questi nascondevano; opera meritoria da cui il nostro moralista si indennizzò, ritagliandosi qualche piccola mancia; il primo capitale col quale, andato dopo la guerra a Londra e poi a New York, diventò agente di Borsa. Lasciando l’Ungheria sotto il tallone giudeo-bolscevico. Soros infatti aveva allora un penchant anti-capitalista, ma non così forte da indurlo a scegliere di vivere nel paradiso del socialismo reale. D’altra parte si è convertito alla “Open society” predicata da Karl Popper, suo maestro ebreo e anticomunista. Adesso è il 35mo uomo più ricco del mondo e si batte per le migliori cause: i diritti umani, l’aborto legale, la droga libera, i diritti LGBT, primavere colorate nell’Est, demokràzia a Kiev, anti-Putin, anti-Trump, la potenza di Israele – in breve: il Bene contro il Male.
Nel 2011, nella trasmissione televisiva (J) “60 Minutes”, della CBS, il conduttore Steve Kroft (J) gli chiese se provava rimorso per quello che aveva fatto a suoi compagni di ebraismo magiari. “No”, ghignò lui: “Non c’era assolutamente alcun motivo che non lo facessi. Se non lo facevo io, qualcun l’altro avrebbe portato via quei beni. Sicchè, nessun senso di colpa”. Anzi, spiegò, “quello è stato il periodo più felice della mia vita”.
E’ bello vedere che Papa Francesco la Boldrini e la sinistra progressista sono schierati dalla parte di Soros. E della moralità americana.