Estrema “gratitudine” espressa ad Israele dai terroristi in Siria per l’aiuto prestato loro

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Risultati immagini per Israele terroristadi Maurizio Blondet

Il Canale 2 della televisióne israeliana ha segnalato che le autorità israeliane hanno prestato assistenza a più di 2.100 terroristi feriti che appartengono a distinti gruppi , includendo il Fronte al Nusra (il ramo di Al Qaida en Siria).
I media israeliani hanno rivelato che lo Stato di Israele sta prestando assistenza nei suoi ospedali ai terroristi jihadisti feriti con la finalità di curarli e permettere loro di tornare a combattere contro le forze dell’esercito siriano.

Gli stessi media israeliani hanno indicato che le ambulanze, che prelevano i terroristi e feriti e trasferiscono questi negli ospedali, svolgono questo servizio con discrezione per evitare le proteste e gli attacchi (già verificatisi in passato) da parte della popolazione del Golan occupato che non vedono di buon occhio questo aiuto che Israele presta ai terorristi. Continua a leggere

Report: «Zonin ormai nullatenente»

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Report: «Zonin ormai nullatenente»

gabanelli report

Nella storica trasmissione di Rai Tre condotta da Milena Gabanelli è andato in onda lo speciale sulle Banche Popolari. L’inchiesta, realizzata da Giovanna Boursier, ha dedicato ampio spazio anche alla BpVi. La giornalista non è però riuscita ad intervistare Gianni Zonin: l’ex presidente della banca é in Sudafrica e non rilascia interviste. Secondo Report, Zonin starebbe in questo momento cedendo parte delle sue società nonché gli immobili ai figli, diventando nullatenente.

Ampio spazio anche ai soci più arrabbiati. «Ci hanno venduto azioni come se fossero un investimento sicurissimo, dicendo che la banca era solida» ha affermato Davide Lunardon, come riporta Il Mattino di oggi, mentre Elisabetta Gatto ha ribadito: «ce le hanno vendute come oro. La mia mamma deve pagare la casa di riposo, non abbiamo soldi». Sul valore delle azioni, Boursier ha dovuto rivolgersi a Bankitalia e Bce, la cui capo vigilanza, Danièle Nouy, ha ricordato come le ispezioni siano partite nel 2014, dopo aver rilevato «un grande problema di sofferenze, dimensioni e governance».

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In guerra contro Al Sisi. Ce lo chiede Regeni. Anzi Obama

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“Gentiloni ritira l’ambasciatore dal Cairo. La  mamma di Regeni: non ci fermeremo”.  Bombarderemo l’Egitto per mamma Regeni?  Niente di impossibile dati i precedenti: dopotutto, la politica estera anti-siriana l’hanno dettata al paese  le due Vanesse, obbligandoci a finanziare i terroristi loro amici con 6 milioni (e forse più).  Eppure la cosa non cessa di apparire demenziale. Un amico giornalista mi chiedeva l’altro ieri:  “Perché secondo te continuano  menarla con Regeni, in tv, radio giornali? Non l’hanno mai fatto..”.

Adesso si sta chiarendo. Un articolo di Guido Rampoldi su Il Fatto (un giornalista amerikano  per un giornale sempre più amerikano  sotto Peter Gomez) sunteggia: Al Sisi , il mostro fascista, il Pinochet cairota,  è debole, non forte.   Ha deluso la sua stessa borghesia. L’Occidente ha deciso che restituire l’Egitto ai Fratelli Musulmani è meglio. D’accordo, i Fratelli Musulmani non sono democratici  né tanto civili, però  loro al potere “sbarreranno la strada all’IS”.

Questo sarebbe il “ragionamento”. Dietro a cui c’è questo:  Obama ci riprova, a dare l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Stermineranno gli ultimi cristiani copti, ma Al Sisi va rovesciato perché è  amico di Mosca (in neolingua: “non partecipa alla lotta contro IS”). Ora si chiarisce qualcosa: anche il fatto che “i servizi egiziani” abbiano fatto trovare il cadavere dell’ingenuo agente britannico (a sua insaputa?) , anche se hanno tutti i mezzi per far sparire un corpo per sempre.  Magari,  con questo sapiente errore, questi “servizi” si sono garantiti un futuro anche sotto il governo amerikano dei Muslim Brothers.

Attenzione, perché  anche Renzi è vicino a fare la stessa fine:  s’è giocato tutto per tenere buoni rapporti con Al Sisi, ed ha perso. Non piace a Bruxelles né a Berlino. E anche all’Occidente, non piace. Troppo vicino a Mosca. Aspettate  rallegravi, voi che fate politica con la pancia (o quel che sta sotto): ci daranno un capo di governo più allineato, il quarto non votato.

Vi sembra inverosimile, lo so. Ma  cito il blogger e acuto analista strategico Bruno Ballardini, che a caldo ha buttato lì: “Dopo la Siria, anche l’Egitto è diventato per noi uno stato-canaglia. Ma non siamo noi che abbiamo deciso. Noi prendiamo ordini dagli Usa. Entreremo in guerra perché lo vogliono gli Usa. Al Sisi verrà fatto cadere e l’Egitto verrà preso dalle opposizioni islamiche sostenute dai sauditi e dagli Usa. Regeni è stato l’agnello sacrificale di una criminale strategia americana per destabilizzare il Medio Oriente”.

Per capire, bisogna riferirsi alla riunione del Consiglio Atlantico, che s’è tenuta a Washington da mercoledì a venerdì scorso. Lì probabilmente è stato deciso tutto. I media ovviamente ne hanno taciuto.

Il riarmo  NATO  in Europa

“E’ il risveglio della minaccia russa” che costringe “l’Europa a riarmarsi”:  così   Jens Stoltenberg, il segretario della NATO, all’uscita dal Consiglio Atlantico.  Per nostra fortuna, rispetto all’anno scorso “quando qui a Washington ha parlato dell’atteggiamento destabilizzante della Russia, della sua preparazione militare e della sua aggressione all’Ucraina” (sic), abbiamo  compiuto progressi significativi: la NATO è più agile e la sua volontà di difesa è più forte.  La forza di reazione NATO è ora tre volte più grande, abbiamo nuove basi nella parte  Est dell’Alleanza (…) Abbiamo iniziato lo sviluppo e la formazione di capacità militare in Georgia, Moldavia e Giordania”.

Il riarmo di Georgia e Moldavia perché  è la Russia ad essere aggressiva, e dunque bisogna minacciarla ai suoi confini; ma la Giordania? “Per proteggere il nostro territorio”, ha detto Stoltenberg, “dobbiamo esser pronti ad agire al di là dei nostri confini.  Molto al di là.  Là, si tratta di “sconfiggere l’IS nelle sue roccaforti in Irak e Siria”, è ovvio. Per questo Stoltenberg ha già preso contatto con il segretario dl Consiglio di Cooperazione del Golfo – una alleanza militare che comprende Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Katar, Emirati,  ossia tutti quelli che sostengono l’IS.

In questi nuovi paesi alleati, la NATO  comincerà la sua espansione con “la formazione e il supporto di unità militari locali”. Come in Afghanistan, ha aggiunto lo Stolto, dove “ la NATO è riuscita a fare dell’esercito afghano una unità potente e tecnologicamente ben attrezzata”.

In conferenza stampa, lo Stolto ha dovuto ammettere che “non c’è al momento la minaccia di un attacco russo”,  Però non c’è nemmeno “alcun ritorno alla normalità in Europa,”, perché la Russia non cede la Crimea a Kiev… sicchè stiamo riarmando. Potentemente.  Il bilancio preventivo NATO  per il 2017 prevede spese per 582,7 miliardi di dollari,  mentre il Pentagono stanzi 187 miliardi di dollari per le missioni all’estero, ovviamente per ammassare uomini e truppe a ridosso dell’aggressore.

Immediata la grancassa propagandistica s’è messa a rullare.  Il 6 aprile, sulla  tv francese France 2, è andato in onda un grande e giubilante servizio sul riarmo dei nostri alleati dell’Est: “In Polonia, totale, 40 miliardi di euro! In Estonia si accolgono a braccia aperte le navi della NATO venute in rinforzo nella regione…”.  E “hanno ragione ad essere inquieti. Se siete lettone, estone, polacco e sentite Putin dire che ’bisogna restaurare la potenza della Russia nella sua zona storica d’influenza’  si può effettivamente parlare di minaccia russa. E quelle due operazioni militari in Ucraina e in Siria”. Ancora sic: in Ucraina, quale? E quando mai Putin ha pronunciato la frase che gli si attribuisce?  Se mai ha pronunciato il contrario: “La Russia non sta cercando di riprendersi l’URSS, ma nessuno vuol credere…io vorrei pensare che nessuno al mondo è tanto pazzo da usare le armi nucleari”  (al Telegraph, 21 dicembre 2015).

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/vladimir-putin/12061170/Vladimir-Putin-We-dont-want-the-USSR-back-but-no-one-believes-us.html

Poi France 2 ha mostrato come la Polonia sta spendendo i suoi 40 miliardi aggiuntivi di spese militari (tutta roba Made in Usa).

Polonia, nuovi acquisti
Polonia, nuovi acquisti

Per fortuna, il sito “Les Crises” dell’economista Olivier Berruyer, ha elaborato alcune tabelle che mostrano la forza relativa dell’aggressore (la Russia) e dell’aggredito (NATO): tabelle che ovviamente France 2 non ha mostrato.

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Vi si vede che la NATO spende per abitante,   in preparazione bellica,  il 50%  in più  della Russia. “E voi pensate che i russi ardano dalla voglia di un conflitto con una strutture 7 volte più popolosa e dispone di un bilancio militare dieci volte  superiore?”.

Spese militari UE e Russia
Spese militari UE e Russia

Ma qui Berruyer dimentica:  sono proprio i piccoli stati e più deboli quelli che, periodicamente,  attaccano proditoriamente la Superpotenza e  la costringono a far la guerra.  Caso unico nella storia,  ogni  70 anni o giù di lì gli Usa sono aggrediti da staterelli. A cominciare dal  Messico nel 1836  (“Ricordati di  Alamo”), che costrinse gli Usa ad impossessarai del Texas; continuando nel 1898, quando la Spagna  miserrima, morendo dalla voglia di impegnarsi in una guerra  dall’altra parte dell’Atlantico contro la potenza americana che aveva la flotta in Florida, a 70 miglia da Cuba, cosa fece? Fece saltare il Maine, la corazzata american che era giusto in visita a Cuba. Così gravemente offeso, il presidente Theodor Roosevelt fu costretto a strappare a Madrid  Cuba, ultimo lacerto dell’impero spagnolo, e già che c’era, anche a liberare le Filippine, nel Pacifico, esercitandovi poi una democratica occupazione. E come dimenticare  i cattivi tedeschi che nel 1917, non avendo abbastanza nemici,  vollero a tutti i costi affondare il Lusitania, forzando la pacifica America ad intervenie nella grande guerra?  Poi, si sa, c’è stato il Giappone che ha sfidato l’America  a Pearl Harbor; il Vietnam nell’Incidente del Tonkino sfidò la pacifica America un’altra volta,  e giù guerra.

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E’ proprio perché la Russia è  (secondo loro) debole –  the hollow superpower, ha valutato l’Economist –

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che  l’America sarà  attaccata da essa, vedrete.  Basta una nuova Pearl Harbor in Europa.

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Negazionismo, ok del Senato al ddl «Pene fino a tre anni di carcere»

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Vietate anche l’apologia e la minimizzazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra. Gattegna (Ucei): «Pagina importante»

di Redazione Online

La cerimonia delle candele, a Birkenau, in occasione dei settant’anni della liberazione del campo di Auschwitz -Birkenau  (Ap/Alik Keplicz) La cerimonia delle candele, a Birkenau, in occasione dei settant’anni della liberazione del campo di Auschwitz -Birkenau (Ap/Alik Keplicz)

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Il Senato dice sì al ddl contro il negazionismo che ora deve passare all’esame della Camera. I sì sono stati 234, 8 gli astenuti e 3 i no. Il disegno di legge punisce il negazionismo, l’apologia e la minimizzazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra con la reclusione fino a tre anni. I primi firmatari del disegno di legge sono stati Silvana Amati, senatrice del Partito democratico, e Lucio Malan, senatore di Forza Italia, cui si sono aggiunti molti altri parlamentari appartenenti a diversi schieramenti politici.

Gattegna: «Si scrive una pagina importante»

«Si scrive una pagina importante nella storia del nostro Paese. Un provvedimento che costituisce un baluardo per la difesa della libertà di tutti, mirato a colpire i falsari che tentano di negare la Shoah, di offenderne le vittime e di colpire chi difende il valore universale della Memoria. La norma è il frutto di una lunga collaborazione tra le istituzioni e le Comunità ebraiche e porterà all’attuazione anche in Italia della Decisione quadro europea 2008/913/GAI, che obbliga gli Stati membri a combattere e a sanzionare penalmente certe forme ed espressioni di razzismo, xenofobia e dell’istigazione all’odio» interviene in una nota, il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, che ringrazia i parlamentari che si sono impegnati per il ddl e il presidente del Senato Pietro Grasso. Gattegna precisa anche che «l’impegno dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma, è stato quello di predisporre assieme al Parlamento un disegno di legge che non configuri un reato d’opinione, ma vada a colpire atti lesivi della dignità umana – prosegue la nota -. Su questo principio si fonda il testo di legge approvato al Senato, che costituisce un argine contro chi vuole distorcere la Storia al fine di seminare odio e antisemitismo. Uno strumento normativo che non si sostituisce, bensì integra il ruolo fondamentale dell’educazione – aggiunge – l’unica azione in grado di prevenire che le nuove generazioni vengano avvelenate da versioni strumentalmente alterate dei fatti storici».

La commozione di Pacifici

«Ci sono voluti mesi di duro lavoro e un ampio dibattito sia in Commissione Giustizia sia in Aula, ma alla fine il primo grande passo è compiuto. È un atto che ci commuove, perché la mente va soprattutto a tutti quei sopravvissuti che hanno dato e ancora danno la loro vita per raccontare alle future generazioni l’orrore della macchina della morte nazista e l’inferno dei campi di sterminio. Negare ciò che loro hanno vissuto, negare la Shoah, deve essere punito perché altro non è che la massima espressione moderna dell’odio nei confronti degli ebrei» afferma, in una nota, il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici.

Grasso: «Passo decisivo»

«L’approvazione del disegno di legge sul reato di negazionismo ad amplissima maggioranza, quasi all’unanimità, conferma l’intenzione, da parte delle istituzioni repubblicane, di compiere un ulteriore e decisivo passo nel contrasto a tutte le forme di offesa alle vittime e di negazione di quella terribile pagina della nostra storia che è stata la Shoah»scrive inoltre il presidente del Senato Grasso in una lettera inviata a Renzo Gattegna. Grasso,che era presente, insieme con il presidente dell’Ucei, il 27 gennaio scorso ad Auschwitz, per la commemorazione dei settant’anni dalla liberazione, si definisce «sinceramente orgoglioso» per la votazione avvenuta nell’Aula di Palazzo Madama, e aggiunge: «Come presidente del Senato ho più volte espresso la necessità di dotarci di una legge che introducesse il reato di negazionismo: l’Italia finalmente esprime in maniera chiara l’adesione agli orientamenti normativi presenti in altri Paesi e già in vigore a livello europeo».

Il testo del ddl

Più in dettaglio, il testo approvato dal Senato prevede che incitare pubblicamente a commettere un delitto sarà tanto più grave se l’istigazione si fonderà sulla negazione della Shoah, dei crimini di guerra o contro l’umanità. Il provvedimento modifica l’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, la cosiddetta legge Reale, in materia di contrasto e repressione dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale. Con le nuove regole riscritte nella commissione Giustizia presieduta da Francesco Nitto Palma, il Senato, trasformando il negazionismo in un’aggravante anziché in un reato (come prevedeva il testo precedente che in un primo momento si voleva votare addirittura in sede deliberante), ha voluto salvaguardare la libertà di espressione e ha voluto evitare limiti o restrizioni alla ricerca storica. Per evitare l’introduzione di un reato di opinione, insomma, si prevede, attraverso un intervento sulla legge Reale, un’aggravante di pena di tre anni se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento a commettere atti di discriminazione razziale si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dallo statuto della Corte penale internazionale. Contestualmente si è ridotto da cinque a tre anni il limite massimo della pena per chiunque pubblicamente istighi a commettere delitti.

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Panama Papers, l’obiettivo è Putin

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panamaSegnalazione del Centro Studi Federici

Non si tratta di giornalismo d’inchiesta, ma di un’operazione contro il Presidente russo
 
La gestione giornalistica dei cosiddetti “Panama Papers” sta mettendo in luce che l’obiettivo principale dell’intera operazione è chiaramente il presidente russo Vladimir Putin. Si parla di giornalismo di inchiesta che ha tolto il velo sul ruolo delle società offshore di Panama e che ha messo in evidenza le magagne fiscali di migliaia di persone e la corruzione di molti capi di Stato. Eppure questo modo di nascondere capitali neri e spesso sporchi è in voga da decenni.
Ad esempio, quante società panamensi hanno costituito le banche svizzere per evitare che i loro clienti non residenti nel nostro Paese non pagassero l’euroritenuta sui redditi da interessi? Moltissime. E quanti trust, Anstalt del Liechtenstein e società nei paradisi fiscali sono state create nei decenni per celare gli aventi diritto economico di cospicui patrimoni? Moltissimi. Era ed è un segreto di Pulcinella che non è mai stato perseguito né dalle nostre autorità di sorveglianza (FINMA) né da quelle di altri Paesi.

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Bosnia: chi ha iniziato?

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Risultati immagini per Alija Izetbegovicdi Raimondo Gatto

Ecco ciò che scrive Sergio Romano sul Corriere di oggi, rispondendo ad un lettore che gli domanda cose successe in Bosnia relativamente agli ultimi processi ed alle relative condanne:
“Quella di Bosnia non fu, all’inizio, una guerra di religione. I musulmani avevano avuto da Tito, negli anni settanta, la qualifica di gruppo etnico: uno status che li autorizzava a godere di una certa autonomia amministrativa, Ma i loro costumi, con il passaggio del tempo, si erano fortemente secolarizzati e l’ideologia dominante era comunque il comunismo. Dopo la morte di Tito, tuttavia, la crisi dello Stato Jugoslavo rimise in discussione i rapporti di forza tra i maggiori gruppi etnici del paese. I serbi cercarono di recupeare la supremazia che avevano esercitato prima della formazione dello stato titino.

I croati, pur senza confessarlo sognavano il regno di Croazia, risorto grazie ad Italia e Germania durante la seonda guerra mondiale. I musulmani circondati da due grandi gruppi nazionali, rischiavano la sorte dei vasi di coccio tra quelli di ferro. Continua a leggere

Dietro i “Banana Pampers” si vede troppo Soros

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Di rivelazioni e scandali ne avremo per mesi, vista la mole dei dati trafugati.  Intanto, uno degli effetti   dei Panama Papers  – e probabilmente degli scopi per cui sono stati diffusi – lo ha  definito benissimo l’ottimo blogger Nuke the Wales:  è parte della “guerra che gli americani attraverso i loro servizi segreti e l’influenza su alcuni organismi sovranazionali chiave (Ocse) hanno fatto contro i così detti “paradisi fiscali”  altrui;  una battaglia altamente morale – come sempre – che libera dai concorrenti i paradisi fiscali che stanno impetuosamente crescendo in Usa.  “Gli stati americani del Delaware, Wyoming e Nevada sono da decenni all’opera come paradisi nel segreto on-shore, si sono specializzati nella creazione di società di comodo per chiunque desidera nascondere i beni d’oltremare.”

Venite qui, miiardari!
Venite qui  a riciclare!

“Il Delaware ha attuato leggi che lo rendono la miglior giurisdizione per la formazione di società. Offre la migliore protezione per chi non vuole rivelare la propria identità come beneficiario di una società e promuove elevati livelli di segreto bancario: non rivela i dettagli sui conti societari. Consente inoltre alle aziende di ri-domiciliarsi entro i propri confini, infatti questo stato ospita circa il 50% delle imprese quotate degli USA.

“Lo scorso settembre 2015, Andrew Penney (amministratore delegato di Rothschild Wealth Management & Trust, con sede a Londra, e con filiali a Milano, Zurigo e Hong Kong, gestisce circa 23 miliardi $ per 7.000 clienti) ha tenuto una conferenza in cui spiegava come si può evitare di pagare le tasse e come può aiutare i clienti a spostare le loro fortune negli USA, tenendo tutto nascosto ai rispettivi governi di provenienza”.

Dal blog "Liberticida"
Dal blog di Nuke the Wales

L’altro vistoso tentativo dell’operazione, sporcare la reputazione di Vladimir Putin, condotta con immenso zelo dai media non solo anglo-americani, sembra abbia fatto relativamente cilecca. Qui   la valutazione è di Limes, non particolarmente filo-Putin:  “Putin ha due miliardi di dollari a Panama, dicevano i primi lanci d’agenzia. Qualche ora dopo erano “ambienti riconducibili a Putin” ad averli. Poi sono i suoi amici e conoscenti. Non lui o suo figlio, o suo padre o suo cognato. (…) Questa perenne necessità di dimostrare che Putin è il coacervo di ogni vizio e colpa dice molto dell’insicurezza delle nostre ragioni più che delle fragilità (pur notevoli) del suo regime”.

Il Cremlino ha risposto (sui media niente)

Come ha spiegato l’addetto stampa di Putin, Dmitri Peskov, era già da qualche giorno che riceveva da giornalisti esteri “richieste untuosamente gentili, in forma di domande  sul presidente personalmente, oltre a tentativi di contattare la sua famiglia, di parlare dei suoi amici d’infanzia, di affari –  Kovalchuk, Rotenberg [due uomini d’affari già colpiti da sanzioni americane, il primo  detto ‘il banchiere personale di Putin, ndr.] di certe ditte offshore  con gente d’affari che Putin non ha mai visto.  Tutto questo è molto ripetitivo, con variazioni a cui seguiva un’altra ripetizione”.

Lo ICIJ, il gigantesco Consorzio Internazionale di Giornalisti Investigativi che ha messo a punto il colossale trafugamento di dati panamensi, già nel 2013 aveva cercato di coinvolgere la moglie del vice-primo ministro,Igor Shuvalov, insieme con il milionario Gennady Timchenko in una storia  di conti segreti alle Isole Vergini Britanniche. Nel 2015,  lo ICIJ ha ‘rivelato’ che il suddetto Timchenko era caduto sotto sanzioni Usa in quanto cliente della banca HSBC, multata dalle autorità americane.  Adesso, ha aggiunto Peskov,   simultaneamente all’azione dello ICIJ, “una nota agenzia di stama internazionale sta preparando una pubblicazione basata su  certe asserzioni dello Organized Crime and Corruption Reporting Project,  che sono rimasticature di rapporti di Putin con uomini d’affari, di  uomini d’affari che ottengono da lui contratti pubblici, di uomini d’affari che si arricchiscono a spese di Putin…”. La nota agenzia ha presentato una lista di domande a cui chiede a Putin di rispondere.  Domande, Peskov ha esemplificato, del tipo: “E’  vero che il suo patrimonio ammonta a 40 miliardi di dollari? Che possiede queste villone o quei mega-yachts?  Dicono inoltre che Putin mantiene un intimo rapporto con Sergei Roldugin (il violoncellista, che è anche azionista della banca Russia),  rapporto che consisterebbe  in una frode presidenziale. Domande che insinuano che Putin è associato in qualche modo agli affari o a certe aziende –   Continuiamo a ripetere no, no, no. Adesso il Kremlino non risponde più.  Ci son modi legali per difendere la dignità e l’onore del presidente”.

 

Spunta la Open Society Foundation

Abbiamo visto che Peskov cita lo Organized Crime and Corruption Reporting Project;  altro nome con cui si presenta il superconsorzio di “indipendenti” giornalisti anti-corruzione, ICIJ.  Il quale a sua volta è una emanazione di una ONG denominata  Non-Governmental Organization Center for Public Integrity; una grossa entità “non-profit”,  quella che paga i giornalisti dediti alle opere di moralizzazione, ed è finanziata dalle solite fondazioni di celebri miliardari americani, alcune delle quali note per essere succursali della Cia  e/o  del Partito Democratico: Ford Foundation, Rockefeller Foundation, Carnegie Endowment, e un’altra mezza dozzina di meno note. Ma soprattutto dalla Open Society Foundation   le celebre fondazione  di Georges Soros, e dalla Sunlight Foundation, che è sempre di Soros.

Chi aiuta il Consortium
Chi aiuta il Consortium? Anche lo USAID

Infatti, come hanno rilevato i russi  spulciando i loro archivi, questo ICIJ si è illustrato  nel 1996 per una campagna demolitrice contro il giornalista (paleo)conservatore Patrick Buchanan,  fortemente anti-neocon,   che s’era candidato alle elezioni presidenziali, e che Soros odiava  e riuscì infine a costringere al ritiro.  Il Consorzio è stato anche l’arma di punta nella  quasi decennale offensiva di Soros contro i fratelli Koch, miliardari ebrei come lui ma non “liberal”; in questa battaglia senza esclusione di colpi (passata alla toria come Luxembourg Papers)  i giornalisti morali di Soros sono stati anche condannati per  distorsione dei fatti ed altre violazioni del diritto.  Similmente, a  gennaio del 2015, quando Soros cominciò la sua speculazione contro il franco svizzero,   i suoi “giornalisti indipendenti” si lanciarono in una inchiesta sul tema: “Come le banche svizzere riciclano il denaro sporco”.   Un bell’ausilio all’attacco speculativo, che forzò la Banca Centrale elvetica a sganciare il franco dall’euro, rivalutandolo rovinosamente (scommettiamo che Soros era long sul Franco? )

http://www.zerohedge.com/news/2015-01-23/how-swiss-national-bank-almost-crushed-george-soros

Una volta intravisto lo zampino di Soros, i  bersagli dei Panama Papers – o Banana Pampers, come già li descrive qualcuno – si spiegano. Per esempio, all’inizio nessun nome americano, e poi – date le domande nate nei media- ah sì, sono 441 , ma nessun politico.  Per la Francia, grande campagna mediatica il maggiordomo di Jean Marie Le Pen, il tesoro del Front National.  Niente invece sulle “600 ditte israeliane e i circa 850 azionisti israeliani elencati come detentori di  conti offshore, fra cui la Banca Leumi e la Banca Hapoalim” (le più grosse di Sion), su cui il fisco israeliano ha aperto un’indagine.

Il modus operandi

I dati vengono selezionati. Lo ha ammesso Le Monde, che fa’ parte del Consorzio (stranamente né il New York Times né il Wall Street Journal sono della partita: strano davveo, una frattura in quel mondo).  In un articolo dal titolo: “Perché le Monde non pubblica integralmente i dati dei Panama Papers” spiega: “2600 gigaottetti di dati personali inclusi nel database non saranno mai pubblicati, perché contengono “dati privatissimi”; come indirizzi, fotocopie di passaporti corrispondenze private, bollette della luce”. E oltretutto, “il fatto di  possedere una società offshore non è in sé illegale”: bontà sua,  l’organo ufficioso del Grand Orient riconosce che la globalizzazione consiste appunto nella “libera circolazione” dei capitali.

Verranno pubblicati invece i dati delle “215 mila strutture offshore”, ossia le 215000  società, “con   per  ciascuna la data di creazione, di scioglimento, l’identità degli azionisti dichiarati”.

Verranno pubblicate “a maggio dallo ICIJ”.

Attenzione a questa frasetta: Le Monde ammette di non avere in mano i dati  con cui, per esempio, ha accusato il maggiordomo (sic) di Le Pen di avere un conto alla Mossack-Fonseca, per conto del padrone.  Il giornale francese dipende dallo ICIJ, che  li compulsa, seleziona, e li pubblicherà “a maggio”. Quanto all’identità degli azionisti dichiarati, è un dettaglio divertente: gli azionisti dichiarati sono dei prestanome,  come è ovvio  in questo tipo di società.  Dunque la soffiata sul maggiordomo del F N  gli è stata soffiata, e il giornale  l’’ha strombazzata senza aver visto la documentazione. Sicuro che poi  “i dati” che saranno diffusi “a maggio” confermeranno l’accusa?

Cosa valgono le accuse di Le Monde, senza i documenti? La risposta dell’organo del Grand Orient è molto significativa: “Per noi è importante condurre l’inchiesta (…) e interrogare le personalità messe in causa in modo da dar loro l’occasione di spiegarsi”

Capito? E’ esattamente la stessa tattica  descritta da Peskov: i giornalisti stranieri arrivano e melliflui “interrogano” Putin “per dargli l’occasione di spiegarsi: è vero che lei possiede 40 miliardi? Che è suo quel  certo  mega-yacht?”.

Le Monde farà lo stesso. E’ un genere di domande esemplificato da questa: “Da quanto tempo lei ha smesso di picchiare sua moglie?”.  Quando il poveretto nega: “Mai ho picchiato mia moglie!”, i giornali hanno il titolo già fatto: “Il politico X: non ho mai picchiato mia moglie”.  L’articolo spiega: sì, effettivamente ha smesso, o così dice.

E la reputazione della vittima è rovinata.  Sono tecniche che noi giornalisti conosciamo bene.

Oltretutto,  visto che lo ICIJ e i suoi associati le usano con tanta dovizia, viene un sospetto: che  non abbiano in mano quasi nulla  di concreto. Il che è logico:  hanno i nomi di persone, che non sono che dei prestanome. E la Mossack-Fonseca   s’è rifiutata di validare i documenti, perché le sono stati sottratti con la frode.

Per esempio, stringi stringi, i soli nomi russi che hanno in mano sono due (dicesi 2): il celebre violoncellista Sergei Roldughin, e il miliardario ebreo Arkadi Rotenberg. Che – dicono – sono “intimi di Putin”,  quindi….Diamo a Putin l’occasione di spiegarsi.  Diamo alla Famiglia Le Pen l’occasione di spiegarsi. Mica li accusiamo (non avendo le prove  in mano), mica siamo scemi.

Il resto viene a poco a poco, accuratamente selezionato dai giornalisti di Soros, mossi dal più puro moralismo. Il polverone  può giovare alla candidata Hillary  Clinton, braccata dall’FBI per certe sue mail dove racconta che ha invaso la Libia per rendere più sicuro Israele, e sta per perdere le elezioni presidenziali.

La minaccia di Obama, ossia ISIS

In queste settimane, la disinformazione Made in Usa ha raggiunto vertici di virtuosismo  eccezionale. Per esempio  sulla Siria: i media – anche la nostra 7 del noto Mentana – hanno esaltato la notizia seguente: i maggiorenti della setta alawita (quella della famiglia Assad) hanno chiesto ad Assad di dimettersi,  per agevolare la transizione. Basta una breve verifica per apprendere che è un falso Made in Usa. Un  altro sciame di “notizie”  dà impressione che Obama   si  sia messo d’accordo con  Putin sulla Siria, che i due  se la intendano perfettamente  sulla tregua in corso e sulla transizione. La verità è l’esatto contrario:  il Pentagono ha ricominciato un nuovo addestramento di gruppi jihadisti, e  li hanno riarmati con missili Usa, pagati dai sauditi e inoltrati dalla Turchia.  Così rinfrancati, i jihadisti hanno violato la tregua e ripreso i combattimenti, abbattendo anche un caccia siriano e usando anche gas iprite contro una base aerea.

le nuove armi americane
le nuove armi americane

La realtà –  nascosta dai media – è che mai le reazioni fra Mosca e Washington sono state ostili come in questi giorni, mai così prossime alla guerra calda. Lo dimostra,fra gli altri, il fatto che al “Vertice sulla Sicurezza Nucleare” organizzato a fine marzo da Obama, il cui scopo sarebbe appunto far avanzare la non-proliferazione  e far calare il rischio atomico,  Putin s’è rifiutato di partecipare e la Russia, la seconda potenza nucleare,  non è stata invitata. In questo contesto, va inteso il cosiddetto “l’allarme” di Obama alla conclusione del vertice sulla “sicurezza”  sul fatto che ISIS, Al Qaeda possano dotarsi di un’arma nucleare, perché “non c’è dubbio che questi pazzi la utilizzerebbero per uccidere quanti più innocenti possibile”.  A chi è chiaro che Obama (coi sauditi) ri-arma ISIS e Al Qaeda, è anche chiaro cosa significa questa previsione: è una minaccia che l’America ha diretto, specificamente, contro gli europei, gli alleati; se non si accodano alla  ostilità contro Mosca, il terrorismo islamico gli farà vedere ben altri attentati, oltre quelli di Parigi e Bruxelles.

obama minaccia

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Il governo polacco pronto ad abolire la legge sull’aborto

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capa polacca

Segnalazione Corrispondenza Romana

Buone notizie, finalmente: giungono dalla Polonia, dove il partito di maggioranza, Prawo i Sprawiedlywosc (Diritto e Giustizia), ha annunciato pubblicamente di voler puntare con decisione all’abolizione della legge sull’aborto, senza compromessi: lo ha annunciato la premier, Beata Szydlo (nella foto), parlando alla radio pubblica, nonché il leader storico, Jaroslaw Kaczynski. Il motivo è evidente: tutelare la vita del nascituro.

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Nuovo film Disney di indottrinamento di massa

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ZOOTROPOLIS

Segnalazione Redazione BastaBugie

Nella città di Zootropolis, popolata da animali, ciascuno può essere (e fare) ciò che vuole, sganciato da ogni regola morale

 

di Alfredo De Matteo

È uscito nelle sale cinematografiche italiane Zootropolis, il nuovo film d’animazione della Walt Disney realizzato in computer grafica. La trama segue le avventure di una coniglietta che decide di lasciare i suoi genitori e il posto dove è cresciuta per coronare il sogno di diventare il primo coniglio poliziotto nella città di Zootropolis, dove il mondo animale si è evoluto e affrancato dai limiti della natura; qui prede e predatori convivono armoniosamente e tutto sembra possibile, anche cambiare la propria identità.  LOGICHE PERVERSE E PERVERTITRICI Il nuovo cartone della Disney entra frontalmente nelle tematiche più attuali, proponendo allo spettatore i soliti cliché propagandati dalla modernità, ma li affronta distorcendo la realtà, al fine di piegarla alle logiche perverse e pervertitrici della società pansessualista post moderna. Nella città di Zootropolis, infatti, l’armonia si fonda sulla negazione delle differenze, nel nome della tolleranza e del rispetto reciproco; armonia che sembra rompersi in seguito ad alcuni casi di animali predatori “impazziti” che attaccano le prede. Le indagini della protagonista coniglietta, nel frattempo divenuta poliziotto, sembrano portare all’amara conclusione che tali casi siano da addebitare alla biologia, ad un improvviso risveglio della natura, di quella natura che era stata faticosamente vinta dall’evoluzione morale del mondo animale: da ciò scaturisce il panico tra la popolazione di Zootropolis, che inizia a scorgere nel diverso da sé una possibile minaccia.

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La superiorità morale Usa ci insegna e ci punisce

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