La manipolazione della masse nelle democrazie occidentali

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simmie

di German Gorraiz Lopez

Fonte: controinformazione

Edward L. Bernays, nipote di Sigmund Freud ed uno dei pionieri nello studio della psicologia delle masse, scrisse a suo tempo nel suo libro “Propaganda” del 1928, “La manipolazione deliberata ed intelligente delle abitudini consolidate e delle opinioni delle masse è un elemento importante nelle società democratriche. Coloro che riescono a manipolare questo meccanismo occulto della società costituiscono un governo invisibile che risulta essere il vero potere che dirige il nostro paese.

Siamo governati, le nostre menti sono conformate, i nostri gusti vengono formati, le nostre idee suggerite, in grande misura per mezzo di uomini dei quali non abbiamo mai sentito parlare”.  Allo stesso modo, le fondamenta ed il sostegno di tutti i sistemi di governo si trovano nella “manipolazione dell’opinione pubblica”, nell’affermare che “i Governi, che siano monarchici, costituzionali, democratici o comunisti, dipendono dall’acquiescenza dell’opinione pubblica per portare a compimento i loro sforzi e, di fatto, il Governo è un Governo soltanto in virtù di queta acquiescenza pubblica”.

In un altro dei suoi libri, “Cristallizzando l’opinione pubblica”, l’autore interpreta i meccanismi cerebrali del gruppo e l’influenza della propaganda come metodo per unificare il suo pensiero e portare gradualmentele le masse verso un “pensiero unico”. Così, secondo le sue parole “la mente del gruppo non pensa, nel senso stretto della parola. Invece dei pensieri manifesta impulsi, abitudini ed emozioni” . Nel momento di decidere, il suo primo impulso è normalmente quello di seguire l’esempio di un leader in cui confida. Questo è uno dei principi più fermamente stabiliti per la psicologia delle masse”, per cui la propaganda dell’establishment sarà diretta non al soggetto individuale ma al Gruppo in cui la personalità dell’individuo unidimensionale si diluisce e rimane avvolta nei ritagli delle false aspettative create ed nelle ansie comuni che la alimentano.

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L’Asia rischia la guerra per l’acqua – La Stampa

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ASIA

Segnalaizone di Maurizio-G. Ruggiero

maurizio molinari

La siccità record che affligge il delta del Mekong è all’origine di tensioni tali fra Pechino e le nazioni dell’Indocina da suggerire il rischio di possibili conflitti per l’acqua dolce in Estremo Oriente.

Il delta del Mekong è alla prese con la peggiore siccità degli ultimi cento anni, causata secondo l’Ente federale americano per gli Oceani (Noaa) dal fenomeno meteorologico «El Nino» ovvero un insolito aumento delle temperature oceaniche nel Pacifico Equatoriale. In aprile si è registrata la più intensa ondata di calore degli ultimi 137 anni ed il governo del Vietnam afferma che le acque del Mekong sono scese ai livelli più bassi dal 1926. La siccità investe l’intero corso del grande fiume che si snoda lungo oltre 4300 km dal Tibet fino alla Thailandia ed al Mare della Cina Meridionale, causando gravi danni soprattutto all’agricoltura in Cambogia, Laos, Thailandia e Myanmar oltre al Vietnam, che sta soffrendo le conseguenze peggiori. Nel primo trimestre dell’anno il Pil di Hanoi si è ritratto – dal 6,17% precedente al 5,6% – per effetto dell’impatto della carenza di acque sull’agricoltura, maggior fonte di sostentamento per i suoi circa 90 milioni di abitanti. Il Dipartimento per l’Agricoltura degli Stati Uniti ritiene che la produzione di riso dell’Indocina – pari al 13 per cento del totale globale – ne risentirà, portando a un aumento dei prezzi ai danni in gran parte dell’alimentazione dei Paesi poveri.

La Cina ha risposto a tale emergenza annunciando il rilascio di maggiori quantità d’acqua dalla diga di Jinghong, ma ciò ha prodotto un effetto negativo perché il Vietnam ritiene che la carenza d’acqua sia aggravata proprio dalla presenza di sei grandi dighe che Pechino ha costruito nell’alto corso del Mekong, sull’altopiano del Tibet che controlla. Per Niwat Roykaew, presidente del gruppo ambientalista Chiang Khong, «la Cina trattiene con le dighe le acque raccolte nella stagione dei monsoni dai ghiacciai impedendo al livello del fiume di salire come il suo ciclo naturale prevede» con il risultato di far diminuire le acque esercitando quella che il geostratega indiano Brahma Chellaney definisce «una forte pressione sulle nazioni asiatiche attraversate dal Mekong e da una miriade di fiumi minori che ne discendono». Poiché l’Asia è il Continente con il maggior numero di dighe – solo in Cina ve ne sono 90 mila – la minor quantità di acqua dolce pro capite e alcuni dei livelli più alti di inquinamento idrico, quanto sta avvenendo lungo il corso del Mekong suggerisce il rischio, secondo un recente studio dell’«Australian National University», di «conflitti fra nazioni innescati da dispute sulle acque dolci a causa del sistema di dighe costruite da Pechino alle sorgente dei grandi fiumi asiatici che si trovano nella regione dell’Himalaya». Per avere idea del domino di conseguenze basti pensare alla forte ostilità con cui il Vietnam ha accolto il progetto del Laos di costruire in tempi brevi ben 11 dighe sul tratto del Mekong che attraversa il proprio territorio. La Cina da parte sua è anch’essa alle prese con un’emergenza-acqua che, secondo uno studio del ministero delle Risorse idriche di Pechino, è testimoniata dalla scomparsa di circa il 55 per cento degli oltre 50 mila fiumi che la attraversavano negli Anni Novanta. La Banca Mondiale ritiene che la carenza d’acqua in Cina sia una conseguenza della brusca accelerazione della crescita attraversata negli ultimi anni e l’Unicef conferma tale lettura attestando che dal 1990 circa 593 milioni di cinesi hanno avuto accesso a maggiori quantità di acqua nelle loro case e città. Il contenzioso sulle risorse idriche in Estremo Oriente diventa così il risultato della sovrapposizione fra crescita cinese, surriscaldamento del clima e rivalità nazionali trasformando l’Asia nel palcoscenico di una nuova tipologia di crisi.

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Islam, figlia convertita di Barbato: “Ispirata da video col nome Allah sulle angurie”

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https://www.youtube.com/watch?v=L1ae3MIVmso&feature=player_embedded

“Come è nata la mia conversione all’Islam? Su youtube vedevo il nome di Allah sugli animali, sulla frutta, sulle angurie. Queste cose mi intrigavano. Erano tutti segnali e ho capito che quella era la vera religione“. Così Manuela Barbato, figlia dell’ex deputato Idv Franco, spiega ai microfoni de La Zanzara, su Radio24, la genesi della sua conversione all’Islam. La giovane, che ora si fa chiamare Aysha, viene introdotta proprio dal suo noto papà, ora impegnato nella corsa per diventare sindaco a Camposano (Napoli). “Per chi come me ha fatto l’asilo e le scuole elementari nelle suore, il liceo coi preti al seminario” – rivela l’ex parlamentare Idv – “accettare la conversione di mia figlia all’Islam non è stato facile. E’ una musulmana integralista, non dà, per esempio, la mano agli uomini. Neanche a me, come è successo in Chiesa, in occasione dei funerali della nonna: per lo scambio del segno di pace non ha dato la mano a me e ai suoi fratelli, Arcangelo e Amedeo (ex tronista di “Uomini e donne”, ndr)“.

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Siria: “terroristi Œmoderati” e vittime cristiane

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Missile jihadista colpisce casa di riposo per anziani nel Collegio di Terra Santa ad Aleppo

22/5/2016 – Riceviamo: “Verso le ore sei di sera di sabato 21 maggio un missile ha colpito il collegio di Terra Santa dei frati francescani ad Aleppo, convento tanto caro ed amato da tutti gli aleppini, in particolare dalle famiglie che si recano qui numerose ogni giorno per prendere un’aria pulita e recuperare le energie che la guerra in atto ha sciupato… Una donna anziana e malata è stata uccisa.. Altre due ferite gravemente! Un panico e terrore ha colpito le altre venti donne che il convento aveva ospitato dopo che la loro casa di ricovero è stata bombardata un anno fa… ora non sappiamo nè come nè dove sistemarle!!!

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Scoperta la tomba di Aristotele: “Si trova a Stagira”

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Qualora si trattasse davvero della tomba di Aristotele, come sembra, ci appare una scoperta di grande valore archeologico:

L’archeologo che l’ha ritrovata dirige la campagna di scavi a Stagira fin dal 1996 che l’ha ritrovata dirige la campagna di scavi a Stagira fin dal 1996

L’annuncio è stato dato nel corso di un convegno a Salonicco dallo stesso autore della scoperta, l’archeologo greco Kostas Sismanides.

La tomba è situata negli scavi archeologici dell’antica città di Stagira, nella parte orientale della penisola Calcidica vicino a Olympia, ed è un edificio a forma di ferro di cavallo.

“Ci sono forti indizi che indicano che abbiamo trovato la tomba del grande filosofo“, ha dichiarato Sismanides alla tv greca.

Secondo l’archeologo, il popolo di Stagira avrebbe riportato le ceneri di Aristotele, morto a Calcide nel 322 a.C., nella sua città natale, seppellendole proprio nell’edificio che è stato ritrovato.

L’archeologo che l’ha ritrovata dirige la campagna di scavi a Stagira fin dal 1996

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Venetismo arcobaleno

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La galassia cosiddetta venetista è variegata. La conosciamo piuttosto bene. La costoletta denominata “Sanca Veneta” è evidentemente un po’ confusa, almeno per quanto riguarda la morale. Ai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia sarebbe stata impensabile una cosa simile. Anzi, se qualcuno ci avesse pensato sarebbe stato punito. Intanto i cattolici tradizionalisti (e non solo) preparano iniziative di protesta…

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Evangelista e corno dogale al gay pride di Treviso del 18 giugno 2016

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Gli ascari degli Stati Uniti

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376_001Segnalazione del Centro Studi Federici

Abbiamo militari ovunque ma non dove servono a noi
 
Siamo presenti in Irak, Afghanistan, Libano. In Libia invece, dove sono concentrati i nostri interessi, c’è il Nepal. E a decidere per noi saranno altri, di Gian Micalessin
 
Abbiamo 750 militari in Afghanistan, 1100 in Libano, 550 in Kosovo e presto arriveremo a dispiegarne 1300 in Iraq. In Libia – scrigno dei nostri interessi strategici e roccaforte di uno Stato Islamico distante meno di 500 chilometri da noi – non manderemo un solo fantaccino. Il nostro posto nell’ex-colonia lo prenderanno i caschi blu del Nepal. E così chiederemo a loro, in caso di bisogno, di difendere uno stabilimento di Mellitah costato 7 miliardi o quel gasdotto Greenstream che garantisce il 12 per cento dei consumi italiani di gas. La paradossale marcia indietro del governo Renzi è solo la punta d’iceberg dell’inconcludente approccio con cui affrontiamo da due anni la crisi libica. Una crisi potenzialmente esiziale non solo per la nostra economia, ma anche per la gestione dei flussi migratori e la minaccia alla sicurezza esercitata da uno Stato Islamico presente non più solo a Sirte, ma anche attorno a Tripoli. Per comprendere l’irrilevanza del nostro governo basta esaminare le decisioni della Conferenza di Vienna a cui partecipavano ieri, oltre a Paolo Gentiloni, i ministri degli esteri di una quindicina di paesi impegnati ad appoggiare il governo di «unità nazionale» guidato dal premier Fayez Serraj. In quella conferenza l’Italia svolge ufficialmente un ruolo guida al fianco degli Stati Uniti. Ma è un ruolo puramente formale. E lo dimostra l’aleatorietà, ma meglio sarebbe dire la subalternità, di un esecutivo passato, in pochi mesi, dalle elucubrazioni sull’invio di 5mila uomini a quelle sui «forse 900» fino allo zero assoluto. In verità a dettare i termini dell’impegno italiano ci pensano Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, ovvero gli stessi che nel 2011 cercarono di estrometterci dallo scacchiere libico. Non a caso, mentre l’Italia annuncia il proprio disimpegno, la conferenza di Vienna annuncia la fine dell’embargo sulle forniture di armi alla Libia in vista della formazione di un nuovo esercito agli ordini di Serraj. La formazione di quell’esercito sarebbe dovuta spettare all’Italia che avrebbe così potuto influenzare direttamente le attività dei suoi comandanti svolgendo un ruolo non solo politico, ma anche strategico. Ma a darci il benservito su quel fronte ci ha pensato lo stesso premier Serraj. Per capirlo basta leggersi l’articolo pubblicato a sua firma non su un quotidiano italiano – come sarebbe naturale se fossimo noi la nazione guida – ma sul Daily Telegraph, ovvero sul quotidiano più vicino a quel governo britannico che continua a inviare in Libia forze speciali. Un articolo in cui invita amici ed alleati a rinunciare a qualsiasi d’intervento contro lo Stato Islamico per concentrarsi invece sul rafforzamento del governo e dell’esercito di unità nazionale. Un invito a cui Renzi obbedisce azzerando la nostra presenza militare. Quel placido assenso è la premessa per l’esclusione da tutta la partita libica. Se infatti da una parte è chiaro che non saremo noi a riarmare Tripoli incassando fruttuose commesse è anche evidente che la formazione di un esercito nazionale libico non può venir lasciata ai nepalesi. Qualcun altro, quindi, svolgerà, al nostro posto, le funzioni di grande consigliere militare» del governo Farraj e della Tripolitania. Ancor più imbarazzante è la nostra assenza su quel fronte cirenaico dove la Francia non fa mistero di aver scelto l’alleanza con l’Egitto e l’esercito di Khalifa Haftar per combattere il Califfato. Renzi, dopo un iniziale avvicinamento al Cairo, sembra in balia di quella deriva autolesionista, tanto cara alla sinistra, che ci spinge, in nome d’improbabili verità sul caso Regeni, a trattare l’Egitto alla stregua di un potenziale nemico. E così – mentre le forze speciali americane, francesi e inglesi bivaccano nelle basi di un generale Haftar sicuramente manovrato dal Cairo, ma anche comandante dell’unica formazione armata in grado di affrontare lo Stato Islamico, noi lavoriamo per emarginarlo. E così assenti in Tripolitania e stranieri in Cirenaica ci riduciamo al ruolo di «potenza» di facciata. Una «potenza» protagonista di conferenze e incontri internazionali, ma completamente assente su quel terreno dove i nostri concorrenti decidono affari e strategie.

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EUROPA PIÙ RUSSIA PRIMA POTENZA. Ecco perché cercano di dividerci.

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EURUSSIA

George Friedman, direttore dell’agenzia di intelligence Stratfor lo ha detto chiramente: “Noi americani non temiamo la Russia e neppure la Cina. Temiamo solo che Russia ed Europa si uniscano, perché verrebbe fuori una potenza che non potrebbe essere eguagliata”. Massimiliano Greco ci spiega nei dettagli quali siano le potenzialità di una Euro-Russia e il motivo evidente per cui si cerca di contrapporre le due parti.

 La UE è un meccanismo farraginoso che tiene assieme gran parte dell’Europa, comprimendone libertà e imponendo regolamenti assurdi. Ha, purtuttavia, un grande merito: quello di mettere assieme il secondo PIL mondiale: 16,2 bilioni di dollari, contro i 17,5 degli USA e i quasi 11 della Cina. La Russia “solo” 1,3 bilioni (ma a ciò andrebbe aggiunto il PIL della Crimea e quello di Sevastopoli i cui dati ci mancano che, in ogni caso, non cambiano di moltissimo il discorso).

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I tre assi di Donald

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donald duck

Commentando il trionfo di Trump alle primarie repubblicane, l’anima nera del GOP, il sempre minoritario ed isolatissimo Pat Buchanan, l’eretico del Partito Repubblicano, il teorico di una destra americana antitetica a quella mainstream fino ad oggi in auge, isolazionista e sovranista, libera dagli interessi sionisti e contestataria del perverso matrimonio tra conservatorismo e liberismo economico schiavo del grande business, ha sottolineato che sono tre le cause del successo di Trump.

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L’Ungheria ce l’ha fatta. La banca centrale è nuovamente di proprietà degli ungheresi

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orban

L’UNGHERIA HA CACCIATO L’FMI E ADESSO CONTROLLA E STAMPA MONETA SENZA GENERARE DEBITO PUBBLICO.

L’Ungheria si libera dei vincoli dei banchieri. Dopo che è stato ordinato  all’FMI di abbandonare il paese, la nazione adesso stampa moneta senza debito. L’Ungheria sta facendo la storia.

Mai più dagli anni ’30 con il caso della Germania, un paese europeo aveva osato sfuggire alle grinfie dei cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds. Questa è una notizia stupenda che dovrebbe incoraggiare i patrioti nazionalisti del mondo intero ad intensificare la lotta per la libertà dalla dittatura finanziaria.

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