Shoah, Raggi: “Sbloccati fondi museo, intensificare i viaggi della memoria”

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shoaCHI E’ LA RAGGI E QUALI LE SUE PRIORITA’:

ROMA – “A breve lavoreremo sul Museo della Shoah. Siamo riusciti finalmente a sbloccare i fondi che da anni probabilmente erano impantanati, e soprattutto abbiamo tutti una grande missione: coinvolgere i nostri bambini, le nostre giovani generazioni in un percorso che sia comune”. Così la sindaca di Roma Virginia Raggi, inaugurando una mostra al museo ebraico di Roma, in occasione della giornata europea della cultura ebraica.

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Plebisciti “senza valore”? Ma il Risorgimento è un simbolo, non si tocca

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PRESTO ETTORE BEGGIATO PRESENTERA’ IL LIBRO SUI “PLEBISCITI TRUFFA” A VERONA PRESSO LA SEDE DI “CHRISTUS REX – TRADITIO”:

Più che la conta dei voti, alle urne si affermò un principio: lo Stato nasce dalla volontà dei popoli

– Sab, 17/09/2016 – 09:09

Come raccontato dal “Giornale” il 2 settembre scorso, è polemica, in Veneto, per la distribuzione, da parte della Regione, di un volume di Ettore Beggiato intitolato “1866: la grande truffa”, sul plebiscito di annessione del Veneto all’Italia.

Vittorio Emanuele II a Venezia il 7 novembre 1866

Dopo l’intervento di Carlo Lottieri, dibattuto poi anche su altri quotidiani, ospitiamo ora quello di Dino Cofrancesco.

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La conoscenza storica è costituita da fatti e da interpretazioni: i fatti senza le interpretazioni sono ciechi, le interpretazioni senza il solido sostegno dei fatti navigano nel vuoto. Il mondo è pieno di fatti: sono materiali infiniti che possono venir impiegati per gli usi più diversi e si prestano a dimostrare qualsiasi tesi, basta toglierli dal loro contesto. Grazie ad essi una vicenda epocale o un «eroe» – un individuo cosmico-storico, per dirla con Hegel possono venir ridotti a leggende da demistificare impietosamente. Tempo fa, nelle bancarelle del kitsch, si vendeva un wc con la scritta: «Saranno grandi i Papi, saran potenti i re ma quando qui si siedono son tutti come me». E allora dài: vento in poppa e demoliamo tutti gli idoli, i simboli, i luoghi sacri della memoria. Nessuno è grande per il suo cameriere e perché Cavour e Garibaldi, Giolitti e De Gasperi dovrebbero fare eccezione?

Da qualche tempo i topi d’archivio che non hanno mai letto una pagina di Volpe, di Croce, di Romeo (o l’hanno letta male e superficialmente), fanno a gara nella scoperta dell’acqua calda. I plebisciti che sancirono l’annessione dei vecchi stati e staterelli della penisola all’Italia? Tutti truccati: votarono alcuni che non ne avevano titolo e le schede degli altri vennero manomesse. Veramente lo avevamo già letto in quello straordinario romanzo storico che è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ma, come si suol dire, repetita iuvant e chissà quante ricerche si possono ancora fare per dimostrare, ad esempio, che i ciociari e gli irpini non sapevano neppure su cosa erano chiamati a pronunciarsi nel giorno delle votazioni. Nessun sospetto che nell’Ottocento i plebisciti non avessero tanto il compito di registrare le disposizioni reali degli elettori, quanto di affermare un principio ideale: che gli Stati non sono costruzioni delle diplomazie ma nascono dalla volontà dei popoli. Ma i simboli, evidentemente, non fanno più parte del racconto storico.

Una saggistica pletorica e ridondante, per mezzo secolo, ha imbottito i crani della sinistra per dimostrare che il processo di unificazione fu un colpo di mano dinastico, nell’indifferenza assoluta delle varie regioni italiane, e che si trattò di una vera e propria conquista piemontese, risoltasi nel Meridione in un’aperta colonizzazione di sfruttamento. Da qualche tempo, però, il refrain sembra appannaggio degli antiunitari di destra, cattolici, liberisti, secessionisti, neo-borbonici etc. Le scuole pubbliche, scrivono, sono da sempre schierate a difesa dello Stato e, pertanto, non ne poteva derivare se non un’idea distorta del Risorgimento. Ho frequentato, nel centro-sud, il liceo classico nella seconda metà degli anni Cinquanta ma non me n’ero accorto. Sia allora sia in seguito, nella facoltà di Lettere, mi hanno fatto leggere storici come Walter Maturi, Luigi Salvatorelli, Gaetano Salvemini, Rosario Romeo etc. che sul complesso dramma risorgimentale avevano scritto pagine ancora oggi attuali. Incuriosito, sono andato poi a rileggermi quello che oggi mi sembra il maggiore storico del Novecento italiano, Gioacchino Volpe, per vedere se un’immagine edulcorata e retorica delle guerre d’indipendenza potesse ritrovarsi almeno negli scritti di uno studioso monarchico e nazionalista. Peggio che andar di notte, giacché il primo volume di quel capolavoro storiografico che è Italia moderna. 1815-1898 ripubblicato nel 2008 dalle Lettere con una splendida introduzione di Francesco Perfetti descrive l’Italia dell’Ottocento nelle sue luci e nelle sue ombre e, anzi, più in queste che in quelle.

In realtà, la banalizzazione della tesi crociana che ogni storia è storia contemporanea ha portato molti intellettuali militanti di altro segno rispetto ai loro omologhi del ’68 – a combattere le loro battaglie contro lo Stato nazionale, il welfarismo, il solidarismo buonista proiettandole nel passato e mostrando, nelle malefatte registrate nel passato, le antecedenti di quelle che si riscontrano oggi e che vanno radicalmente rimosse. Ci troviamo dinanzi a una letteratura paradossalmente cartesiana e illuministica: tutto ciò che è tradizione, identità comunitaria, sentimento di appartenenza diventa «sovrastruttura», illusione ottica, inganno di Ancien Régime. Gli antiunitari dei nostri anni, come i marxisti d’antan, proclamano che i proletari – nel loro caso, i cittadini comuni – non hanno patria e che agli individui stanno a cuore solo i diritti a tutela dei loro legittimi interessi prima il diritto al lavoro, ora il diritto incondizionato – al mercato. In entrambi i casi, alla concretezza della politica fatta di ragion di stato, di conflitti di potere che trovano la loro mediazione in qualcosa che li trascende si sostituisce l’universalismo per il quale la patria è ubi bene vivimus fosse pure a tremila km dal luogo natio e con figli che ignorano la lingua dei nonni.

Mai illusione fu più pericolosa di questa giacché, mentre l’universalismo della sinistra rinvia a una ragione implacabile e consequenziale che portava Tocqueville a chiedersi: perché l’eguaglianza deve arrestarsi di fronte alla proprietà? l’universalismo liberista poggia su una ragione assai più debole che lo porta, ad esempio, a giustificare l’ineguale distribuzione dei beni, su cui si fonda il mercato, col principio, per molti irrazionale, che assegna i beni del mondo ai meritevoli (e perché non ai bisognosi?).

In realtà, tra gli Individui e l’Universo ci sono le comunità politiche, che non si reggono solo sull’interesse e sulla ragione ma sulle tradizioni, sulle culture in senso antropologico, sulle appartenenze che definiscono le identità, sull’etica del destino. Ne sono consapevoli quei secessionisti che, alleati occasionali dei liberisti, vogliono restaurare la Repubblica Veneta, ma sembrano ignorare che la grandezza dello Stato nazionale, come insegna Pierre Manent, fu nella capacità di mediare fra la Tribù e la Cosmopoli, e che la riscoperta delle radici venete è regressione barbarica come l’universalismo puro (liberista e socialista) è espressione della ragion nichilista.

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Siria, ‘Agli americani non resta che la disperazione: appoggiare direttamente i terroristi’

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scimmia

Un limitato numero di truppe turche sono entrate nel nord della Siria assistite da terroristi provenienti da AlQaeda/AlNusra creando una ininfluente zona sotto il loro controllo.

– Gli Israeliani hanno perso 2 aerei e continuano con provocazioni di ogni genere sul confine con la Siria, oltre a dare sostegno ad altri gruppi terroristi che operano in quelle località.

– Gli Americani hanno bombardato le posizioni dell’esercito Siriano uccidendo 62 soldati e ferendone oltre 100 per favorire l’avanza di Daesh, poi respinta dagli eroi del SAA.

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In morte di un cialtrone

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IN ALCUNI STADI ITALIANI LA GENTE HA SONORAMENTE FISCHIATO IL MINUTO DI SILENZIO PER ONORARE LA MORTE DI CIAMPI. IL POLITICAMENTE CORRETTO LO HA ONORATO.

Di Carlo Azeglio Ciampi ricordo che quando era Governatore della Banca d’Italia, facendo a braccio di ferro con Soros (figuriamoci), fece perdere al Tesoro 50 miliardi delle vecchie lire. E’ stato sbandierato come un campione dell’italianità ma quando accompagnando la Regina Elisabetta a Milano passò davanti alla Prefettura che esponeva la bandiera italiana, la Regina, che il suo mestiere lo sa fare, fece un inchino mentre il cialtrone livornese, solo quando si accorse della gaffe, goffamente la imitò. Era un poveretto come quasi tutti coloro che ci hanno governato negli ultimi quarant’anni.

Massimo Fini

17 settembre 2016

 

http://www.massimofini.it/articoli/in-morte-di-un-cialtrone

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Addio al Presidente Ciampi. Il comunicato della Massoneria italiana

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ciampi

Grande Oriente d’Italia partecipa commosso al dolore degli italiani per la scomparsa di Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica dal 1999 al 2006, ex presidente del consiglio, varie volte ministro e per 14 anni governatore della Banca d’Italia.  “Ciampi per noi massoni – ha detto il Gran Maestro Stefano Bisi, ricordandone la figura – che abbiamo profondi valori e crediamo nei simboli, e’ stato un grande uomo al servizio del suo Paese. Ha ridato a tutti gli italiani l’orgoglio di essere italiani facendo onorare nel modo giusto la parata del 2 giugno,  l’inno nazionale e altri simboli che erano stati un po’ trascurati da un Paese che spesso dimentica la propria Storia. Il suo alto senso dello Stato, la sua continua opera di trasmissione dei valori enunciati dalla Costituzione e la sua applicazione civica lo fanno entrare di diritto nel Pantheon dei padri della Patria”.  Ciampi, che si è spento in una clinica romana all’età di 95 anni, nel corso della sua vita ha sempre guardato alla Massoneria e al Grande Oriente d’Italia con profondo rispetto per il ruolo storico svolto dalla Libera Muratoria non solo nel periodo risorgimentale.

Alla moglie Franca ed ai familiari vanno le condoglianze del Gran Maestro e di tutti i fratelli del Grande Oriente d’Italia.

 

 

 

Fonte: http://www.grandeoriente.it/addio-ciampi-guardo-sempre-alla-massoneria-al-grande-oriente-sempre-grande-rispetto/

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La favola di Darwin. Che puntualmente sarà sfatata, una volta raggiunta la pubertà intellettuale

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di Fabrizio Fratus 

La favola di Darwin. Che puntualmente sarà sfatata, una volta raggiunta la pubertà intellettuale

Fonte: Il Talebano

Che cosa vedo quando osservo i miei colleghi imbevuti di genetica? Vedo una stretta fedeltà ad una tradizione che risale a Darwin, che funge da articolo di fede fondamentale nell’impostazione che i genetisti danno alla comprensione dell’evoluzionismo. Il credo recita: abbiamo una comprensione sostanziale di ciò che causa il cambiamento dell’informazione genetica da una generazione all’altra nell’ambito della selezione naturale. Punto. Fine della storia. Abbiamo una teoria semplice ed elegante del cambiamento evolutivo e, se dobbiamo dare retta ai genetisti (e a Darwin), non dobbiamo fare altro che prendere questo modello, basato sulla selezione naturale del cambiamento generazione per generazione ed esportarlo nel tempo geologico…

Così scrive Niels Eldredge, famosissimo paleontologo evoluzionista nel suo testo “ripensare Darwin” per poi proseguire e sostenere che Continua a leggere

L’Unione non è più riformabile. Va fermata la circolazione indiscriminata dei capitali

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di Emiliano Brancaccio

L’Unione non è più riformabile. Va fermata la circolazione indiscriminata dei capitali

Fonte: La Repubblica temi

“Mettiamocelo bene in testa: in Europa non c’è nessuna svolta, nessun vento federalista di cambiamento. La sostanza delle politiche economiche non è cambiata. L’eurozona resta sull’orlo della deflazione, con effetti tremendi per le economie più fragili e per i lavoratori di tutto il continente. Il sentiero che stiamo percorrendo è palesemente insostenibile”. L’economista Emiliano Brancaccio non ha mai aderito allostorytelling renziano sulle possibilità di rilancio del progetto di unificazione europea. Anzi, nel commentare le recenti decisioni di politica monetaria e le proposte di gestione del post-Brexit, Brancaccio mette in luce l’affiorare di crepe sempre più profonde nell’assetto istituzionale e politico dell’Unione. 

Professore, la settimana scorsa Mario Draghi ha dichiarato che per i prossimi mesi la BCE non immetterà ulteriori dosi di liquidità nell’economia europea. Possiamo affermare che nel direttorio di Francoforte questa volta Draghi ha perso, e che hanno vinto i “falchi” dell’austerity guidati dal tedesco Weidmann? 

Il problema non riguarda solo la quantità totale di liquidità erogata, ma anche l’impossibilità di indirizzarla verso i soggetti maggiormente in difficoltà. Le regole attuali impongono alla BCE di acquistare titoli secondo quote pressoché fisse tra i vari Paesi, il che significa che larga parte delle erogazioni della banca centrale finisce in Germania anziché nelle economie che ne avrebbero più bisogno. Per iniziare ad affrontare i problemi di solvibilità dei Paesi più fragili bisognerebbe almeno superare questi aspetti così regressivi della politica monetaria europea. Ma i conservatori, tedeschi e non solo, ormai bloccano anche le più modeste istanze di rinnovamento. 

Questo significa che la BCE non riuscirà a perseguire l’obiettivo d’inflazione che si era data? 

Le banche centrali non hanno mai avuto il potere di controllare l’inflazione. Il loro vero compito è di definire le condizioni generali di solvibilità delle unità economiche. Con le attuali regole, la solvibilità è del tutto compromessa in Grecia, e in prospettiva non è garantita nemmeno in Italia e negli altri Paesi del Sud Europa. 

Nella conferenza stampa di giovedì scorso, però, Draghi ha auspicato che il governo tedesco si attivi per aumentare la domanda interna e stimolare le importazioni di merci estere, in modo da ridurre gli squilibri che derivano dall’eccessivo surplus commerciale della Germania. È un modo per richiamare la Merkel alle sue responsabilità? 

Un modo molto timido, direi. In conferenza stampa Draghi ha anche aggiunto che l’Unione europea non è un’economia pianificata, e che quindi non esistono modi semplici per ridurre il surplus di paesi competitivi come la Germania. Questa affermazione descrive abbastanza correttamente lo stato dei fatti, ma lasciarla in sospeso significa creare un gigantesco alibi al governo tedesco. Se il Presidente della BCE volesse affrontare davvero il problema, dovrebbe trarre le conseguenze del ragionamento e riconoscere che l’eurozona sta implodendo anche a causa di un deficit di “pianificazione”, per usare il suo stesso gergo. 

Lei è stato l’ideatore dello “standard retributivo europeo”, una proposta di riforma che mirava a sanzionare la politica di schiacciamento dei salari praticata dalla Germania. Tra gli esempi di “deficit di pianificazione” dell’Unione possiamo contemplare anche la mancanza di questo tipo di coordinamento europeo della contrattazione salariale? 

In senso lato sì, certo. Nessuna unione monetaria alla lunga può sopravvivere se il paese più forte si ostina ad attuare una politica di competizione al ribasso sui salari relativi. Oggi si dice che in Germania le retribuzioni hanno cambiato passo, che hanno cominciato finalmente a crescere. In effetti negli ultimi anni il costo unitario del lavoro tedesco è cresciuto di cinque punti in più rispetto alla media europea. Ma in questo modo è stato eliminato solo un terzo del vantaggio competitivo che la Germania aveva accumulato nello scorso decennio, anche grazie a una ferrea politica di controllo dei salari. Oltretutto, la forbice tra i costi si sta riducendo molto più attraverso la deflazione salariale nei paesi periferici che tramite la ripresa delle retribuzioni in Germania. Ma la deflazione distrugge capacità produttiva e cancella altri posti di lavoro nel Sud Europa. Lungo questo tracciato la fragilità dell’eurozona viene accentuata, non risolta. 

Renzi e Padoan però affermano che grazie al Jobs Act l’occupazione in Italia è ripartita e anche oggi l’Istat parla di 439mila occupati in più nel secondo trimestre… 

Magari Renzi crede davvero al suo storytelling ma Padoan la verità la conosce. Dall’approvazione del Jobs Act i posti di lavoro in Italia sono aumentati meno della metà rispetto alla crescita media europea, che già di per sé è stata molto modesta. La ricerca accademica ha ripetutamente provato che la precarizzazione dei contratti non crea occupazione, serve solo a indebolire i lavoratori e a ridurre ulteriormente i salari. 

È notizia recente che l’Italia è diventata nuovamente un Paese ad emigrazione netta: i concittadini che lasciano i confini nazionali sono più degli immigrati che arrivano. La persistenza dei divari occupazionali tra l’Italia e la media europea può spiegare anche le nuove tendenze all’emigrazione? 

Non è un fenomeno solo italiano. Si fa un gran parlare dell’immigrazione che proviene dall’Africa e dall’Asia, ma dovremmo ricordare che almeno metà delle attuali migrazioni è interna al continente, e riguarda cittadini dell’Unione europea. Fin dai suoi primordi, si sapeva che l’assetto dell’Unione avrebbe determinato andamenti sbilanciati dell’occupazione nei diversi Paesi, e quindi avrebbe indotto imponenti migrazioni di lavoratori dalle aree più deboli a quelle più forti. Rispetto al 2007, in Germania ci sono oggi circa tre milioni di occupati in più mentre in Spagna registriamo 2 milioni e trecentomila occupati in meno, in Italia un milione di occupati in meno e in tutto il Sud Europa sono stati distrutti circa cinque milioni di posti di lavoro. Nell’Unione questi squilibri non possono essere affrontati con le politiche economiche: non solo non c’è un coordinamento salariale, ma non sussistono nemmeno trasferimenti fiscali dalle economie forti a quelle più deboli. In questo contesto, l’unico meccanismo che può mitigare gli effetti della forbice occupazionale in atto è dunque soltanto la migrazione di milioni di lavoratori dal Sud al Nord Europa. Ma quella migratoria è una valvola di sfogo delicata, complessa, dolorosa, che richiederebbe un minimo di organizzazione preventiva della direzione e della velocità dei flussi. 

Secondo lei, anche sul campo delle migrazioni, si è registrato un “deficit di pianificazione”? 

L’esigenza di regolare la crescita dei flussi migratori era nota da tempo, ma le istituzioni europee non sono riuscite nemmeno a elaborare una parvenza di controllo “a valle” degli squilibri che esse stesse creavano. Come al solito, hanno scelto di affidarsi a rozzi meccanismi di mercato, e così hanno finito per cospargere altra benzina sul fuoco del risentimento sociale e della xenofobia. Basti ricordare che oggi la propaganda delle forze reazionarie, in Gran Bretagna come in Germania, cattura consensi anche lamentando che “ci sono troppi italiani in giro”. Con buona pace per gli ideali di fratellanza tra i popoli europei. 

In un’intervista a l’Espresso lei ha sostenuto che queste tendenze potrebbero sfociare in una sorta di “xenofobia liberista”, una sintesi perversa tra vecchia e nuova prassi politica. Vede questo sbocco anche nei possibili esiti della trattativa sulla Brexit? 

Purtroppo sì. La proposta di gestione della Brexit attualmente in voga è quella suggerita dall’influente Istituto Bruegel di Bruxelles: promuovere un nuovo accordo tra UE e Regno Unito che si basi da un lato sulla riaffermazione della indiscriminata circolazione internazionale dei capitali tra le due aree, e dall’altro sulla concessione ai britannici di bloccare a piacimento i flussi di immigrati dal continente. Se questo è il meglio che gli illuminati think tank europei sono in grado di proporre, la sintesi che ho definito “xenofobia liberista” non è più semplicemente un’ipotesi sul futuro, ma deve già esser considerata un’orrida realtà di fatto. 

A questo proposito, lei insiste spesso sull’idea che proprio il caos creato dalle ricette del liberismo economico sia stato il detonatore delle suggestioni razziste e xenofobe che oggi attraversano il continente… 

Alcuni storici revisionisti hanno sostenuto che l’avvento dei fascismi in Europa fu una reazione alla rivoluzione bolscevica e all’affermarsi del “grande altro” sovietico. Quel che sta avvenendo in questi anni sembra suggerire che l’ascesa di forme più o meno surrettizie di fascismo può anche verificarsi come effetto diretto del meccanismo capitalistico e delle sue crisi, pur nella totale assenza di una minaccia di tipo comunista o anche solo vagamente tradeunionista. 

In effetti, dopo la cosiddetta resa di Alexis Tsipras, con la Grecia costretta a ingoiare la cicuta, la sinistra sembra essere finita di nuovo ai margini del dibattito politico. I reduci del sogno di “un’altra Europa” sono oggi divisi: Varoufakis, che insiste su un rilancio delle lotte per cambiare l’Unione dall’interno, attacca i propugnatori della “Lexit”, che invocano un’uscita da sinistra dall’euro per ripristinare forme di sovranità nazionale sulle leve dell’economia. Come giudica la polemica in corso? 

La peggiore discussione possibile, chi la alimenta si diletta a dividere l’atomo anziché cimentarsi nella fatica della sintesi. Coloro i quali oggi sostengono di voler lottare per cambiare l’Unione dall’interno dovrebbero occuparsi di miracolistica, non di politica. Al tempo stesso, chi parla di “sovranità nazionale” adopera pigramente un linguaggio banale, ambiguo, oltretutto estraneo alla tradizione del movimento operaio, che era internazionalista per ragioni materiali e non semplicemente ideali. 

Il vertice dei Paesi euro-mediterranei voluto da Tsipras potrebbe costituire una base internazionale di rilancio dei progetti di riforma in senso progressista dell’Unione? 

L’Unione non è più riformabile in senso progressista. Le condizioni politiche, se ci sono state, ora non si intravedono nemmeno all’orizzonte. Forme di coordinamento dei Paesi euro-mediterranei potrebbero avere un senso, ma lo scopo dovrebbe andare oltre le attuali agende politiche. 

Cosa pensa della proposta del premio Nobel Joseph Stiglitz di dividere in due l’eurozona con una moneta per i paesi del Sud e una per quelli del Nord? 

In linea di principio non è sbagliata, le economie del Sud Europa sono più complementari di quanto si pensi. Ma al momento credo sia più realistico lo scetticismo di Paul De Grauwe: se l’Unione salta, ogni paese tornerà alla moneta nazionale. Poi si vedrà. 

In questo scenario, quale proposta si sentirebbe di avanzare? 

I partiti xenofobi guadagnano consensi e ormai influenzano le agende di governo proponendo il blocco dei movimenti migratori di persone. Bisognerebbe fronteggiare l’intraprendenza di queste forze reazionarie avanzando chiare proposte alternative. Per esempio, bisognerebbe spiegare ai cittadini che la crescita dell’immigrazione è un problema del tutto secondario rispetto alla questione principale, che riguarda la libera circolazione internazionale dei capitali. L’indiscriminata libertà di movimento dei capitali è un fattore scatenante delle onde speculative, degli squilibri e delle crisi del nostro tempo. In un contesto in cui i capitali possono muoversi da un Paese all’altro alla continua ricerca di bassi salari, bassa pressione fiscale sui profitti e blandi vincoli ambientali e contrattuali, ogni istanza di progresso sociale e civile viene presto o tardi soffocata. Per questo, penso che sarebbe utile lavorare collettivamente intorno all’idea di un “labour standard sulla moneta”, vale a dire un sistema di gestione delle relazioni internazionali finalizzato al controllo dei movimenti di capitale, fuori e dentro l’Europa, specialmente da e verso quei paesi che adottino misure di dumping sociale e fiscale. 

In Italia vede al momento forze politiche disposte a fare della proposta di controllo dei movimenti di capitale una vera e propria bandiera? 

Dalle nostre parti il dibattito politico è dominato dal nulla. Eppure, quando ai prossimi appuntamenti elettorali si tratterà di giudicare i programmi dei partiti, poche cose saranno importanti quanto la posizione che le varie forze assumeranno sul tema della circolazione indiscriminata dei capitali. Continua a leggere

Perché l’eurozona si distruggerà

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di Michael Shedlock 

Perché l'eurozona si distruggerà

Fonte: vocidallestero

Nulla di veramente nuovo in questa riflessione sul futuro fosco dell’Eurozona proposta da ZeroHedge, che sottolinea la posizione sempre più rigida e chiusa di Schaeuble, in difesa senza quartiere del surplus commerciale tedesco. Si realizza una previsione ben nota ai nostri lettori: la classe politica tedesca rifiuta di assumersi le proprie responsabilità negli squilibri che minano l’Eurozona, paralizzata dalle menzogne sulle colpe dei paesi del Sud che ha propinato per anni ai propri elettori. D’altra parte nessuna politica monetaria della BCE può far niente per gli squilibri interni dell’Eurozona e non è ragionevole pensare che Spagna, Grecia e Italia si sottomettano indefinitamente a un destino di disoccupazione e stagnazione. Dato che non ci si può aspettare neppure un condono dei debiti – come queste prese di posizione di Schaeuble confermano – da parte dei paesi creditori, lo scenario più probabile è l’esplosione distruttiva della zona euro.

Nuova esplosione di fuochi d’artificio in Germania, con un ulteriore scontro tra Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze tedesco, e la BCE.

Schaueble ha respinto una proposta arrivata questa settimana dal presidente della BCE Mario Draghi, che ha dichiarato che la Germania dovrebbe usare i suoi margini di manovra fiscale per ridurre il suo surplus commerciale. Continua a leggere

La Russia ora oscura i siti porno PornHub e YouPorn

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no-pornSegnalazione di Raimondo Gatto
 
Il servizio federale per il controllo delle comunicazioni ha annunciato ieri la pubblicazione la lista dei siti proibiti, fra cui i colossi del porno.
Da martedì i russi potranno fare capolino su due siti porno di primo piano come PornHub e YouPorn solamente come attori.
Il governo russo, infatti, ha deciso l’oscuramento dei due colossi dei video a luci rosse consigliando agli utenti di “andare a conoscere qualcuno nel mondo reale”.
La curiosa decisione è stata presa dal Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, la tecnologia
dell’informazione e dei mass media, noto in Russia come Roskomnadzor. Il sito russo in lingua inglese The Moscow Times ha spiegato che da martedì il governo ha pubblicato una lista di siti “banditi”, fra cui i due maggiori siti porno al mondo.

Non è la prima volta che le autorità di Mosca ricorrono a una simile censura: nel settembre del 2015 PornHub era già stato bloccato fra le proteste degli utenti. Quella volta la motivazione per il blocco faceva riferimento a una presunta violazione delle leggi sulla pornografia infantile, che in Russia è punita con la reclusione da due a sei anni.

Ora che il blocco è tornato in vigore, con esso si sono riviste anche le polemiche contro il governo. Ma
l’agenzia che ha lanciato l’oscuramento dei siti ha deciso di rispondere alle critiche in modo piuttosto piccato. A chi chiedeva un’alternativa ai siti oscurati, l’incaricato del governo ha risposto secco: “Carissimo, l’alternativa è conoscere qualcuno nella vita vera”.

Fonte: Il Giornale.it del 15 settembre 2016

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