FSSPX buttati nel Pozzo del Concilio, ma così come sei…

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L’arcivescovo Guido Pozzo è il Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, incaricata di negoziare il ritorno alla comunione della Fraternità San Pio X. Un dialogo che egli vede come una opportunità per tutti i cattolici: “Può aiutare a precisare e a chiarire la corretta interpretazione, per evitare equivoci, errori o ambiguità su alcuni insegnamenti conciliari”.

Giornalista: La FSSPX ha aperto un nuovo seminario in Virginia e dimostra una grande vitalità. Roma vede questo come qualcosa di positivo?

Mons. Pozzo: L’incremento delle vocazioni al sacerdozio in questo e negli altri seminari della FSSPX è un segno di una vitalità consolidata. Anche negli Istituti Ecclesia Dei, che seguono le tradizioni disciplinari e liturgiche antiche, si registra ogni anno un costante aumento delle vocazioni. E’ una benedizione per tutta la Chiesa, quantunque, nel caso della FSSPX, il non aver raggiunto la piena comunione è una ferita che aspetta di essere sanata. Il riconoscimento canonico di un istituto clericale non è un atto notarile, né puramente formale, ma un elemento costitutivo intrinseco della sua ecclesialità.

Giornalista: Fellay dice che l’accordo per una prelatura personale è “quasi pronto”

Mons. Pozzo: E’ in atto un profondo esame di alcuni aspetti del testo della figura giuridica della prelatura personale. Una volta ultimato, si presenterà al Santo Padre una bozza delle costituzioni. Ciò nonostante, la condizione necessaria per il riconoscimento canonico è l’adesione ai contenuti della Dichiarazione Dottrinale che la Santa Sede ha presentato alla FSSPX.

Giornalista: Che si può dire sull’interpretazione del Concilio?

Mons. Pozzo: Gli incontri di questi anni hanno portato ad un chiarimento decisivo: il Vaticano II dev’essere compreso e letto nel contesto della tradizione della Chiesa e del suo costante magistero. Non si tratta di un “meta-concilio” né di un “superdogma”, ma di un momento nella storia della fede. L’autorità magisteriale della Chiesa non può fermarsi al 1962. Né il magistero sta al di sopra della Parola, scritta o trasmessa, né il progresso, nella migliore comprensione dei misteri della fede, deve avvenire sempre “nella stessa dottrina, nello stesso senso e nella stessa interpretazione” degli insegnamenti della Chiesa trasmessi dalla tradizione perenne, secondo quanto definito dal Vaticano I e ripreso nella Dei Verbum del Vaticano II.
Accettato dalla FSSPX, questo è il punto centrale della discussione. Gli insegnamenti del Concilio hanno un diverso grado di autorità, a cui corrisponde un diverso grado di adesione. Dopo la piena riconciliazione, potranno essere oggetto di esame le riserve sulle questioni che non sono proprie della materia di fede, ma attengono ai temi che si riferiscono all’applicazione pastorale degli orientamenti e degli insegnamenti conciliari, come la relazione fra la Chiesa e lo Stato, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso o alcuni aspetti della riforma liturgica e della sua applicazione.
A reggere il tutto dev’essere il criterio espresso da Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia del 2005, secondo il quale bisogna distinguere le principali dottrine insegnate dal magistero costante della Chiesa (permanenti e irrevocabili) dalle loro applicazioni storiche, che dipendono in gran parte dalle contingenze dei tempi.
Una discussione più approfondita di questi temi potrà essere utile per una maggiore precisione e chiarezza, per evitare malintesi o ambiguità che, disgraziatamente, sono abbastanza diffuse.
Faccio notare quanto detto da Bernard Fellay: “Per la FSSPX, in certi documenti conciliari ci sono alcuni punti ambigui. Possiamo esporre i problemi, ma non siamo quelli che devono chiarirli. E’ Roma che ha l’autorità”. E’ importante, da un lato evitare di essere rigidi e mantenere posizioni di massima, e dall’altro conservare l’apertura e la disponibilità alla discussione.
Giornalista: L’accettazione del Concilio è una condizione essenziale?

Mons. Pozzo: E’ un falso problema chiedersi se un cattolico possa accettare o no il Concilio. Un buon cattolico non può rifiutarlo, trattandosi di un’assemblea universale dei vescovi riuniti intorno al Papa. Il vero problema è l’interpretazione dei documenti conciliari. Come ha detto Benedetto XVI, vi sono due ermeneutiche del Vaticano II, una nella linea del rinnovamento nella continuità con la tradizione e un’altra nella linea della rottura con la tradizione. L’interpretazione corretta è la prima, ma esiste un problema nell’interpretazione di certe formulazioni. Un dialogo con la FSSPX può aiutare a precisare una volta meglio la corretta interpretazione, per evitare equivoci, errori o ambiguità che sono presenti in un certo modo di comprendere e di interpretare alcuni insegnamenti conciliari. Questo, Benedetto XVI lo definì come il “concilio virtuale”, creato dal potere mediatico e dalla teologia neo-modernista. La distinzione tra “Concilio reale” e “Concilio virtuale” è fondamentale.
Magistero costante

Giornalista: Che requisiti sono, in definitiva, i fondamentali?

Mons. Pozzo: Come per qualunque altro cattolico, l’adesione alla professione di fede, il vincolo dei sacramenti e la comunione gerarchica col Papa. Un punto specifico si dovrebbe vedere, come dico, nella corretta relazione tra la tradizione e il magistero della Chiesa e il fatto che il Concilio debba essere letto alla luce della tradizione perenne e del magistero costante della Chiesa.

Giornalista: Esiste una tabella di marcia?

Mons. Pozzo: Non ci sono scadenze. Come in un percorso ciclistico, vi sono tappe prima della meta. Anche qui vi sono tappe e non si devono anticipare le ultime. Abbiamo già compiuto passi notevoli, contribuendo a creare un clima favorevole nelle relazioni umane ed ecclesiali. Stiamo procedendo con pazienza e gradualità nella buona direzione.

Giornalista: Che influenza ha avuto l’incontro tra Fellay e il Papa in aprile?

Mons. Pozzo: E’ stato utile per creare un clima più familiare e superare atteggiamenti di sfiducia che talvolta hanno prevalso nel passato, senza nascondere le differenti posizioni rispetto a certe questioni. L’accoglienza dell’altro ha la sua influenza nel momento di affrontare con serenità problemi di ordine dottrinale.

Giornalista: E’ d’aiuto la decisione del Papa che i fedeli possono confessarsi con i loro sacerdoti?

Mons. Pozzo: E’ così. La decisione di prolungare questa facoltà più in là del giubileo e un gesto di benevolenza, uno stimolo perché la FSSPX riconosca che solo nella piena comunione potrà trovare la sua collocazione ecclesiale.

Giornalista: Come sono questi incontri?

Mons. Pozzo: Molto sereni e cordiali. Adesso sono anche in un tono meno formale. Nella prima parte dei dialoghi, tra il 2009 e il 2011, i colloqui si svolgevano nella Congregazione per la Dottrina della Fede e risultavano più formali. Vi era un ordine del giorno preciso su temi di carattere dottrinale. Ora si è inteso ampliare la discussione e comunicare reciprocamente le impressioni che ognuno ha sulla vita della Chiesa.

Giornalista: E’ ottimista?

Mons. Pozzo: Ho fiducia. Non sono ottimista, né pessimista, ma realista. Per come procediamo ho fiducia, stiamo andando nella direzione giusta. Sono sempre stato un tomista, e credo nella capacità della ragione illuminata dalla fede di giungere alla verità oggettiva delle cose. Non sono un soggettivista. Per me la cosa più importante è l’oggettività.

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Mons. Fellay a un passo dal timbro modernista

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Otto anni dopo che Benedetto XVI ha rimesso la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e che la prelatura personale sotto l’autorità del Papa sembra possa essere la soluzione, un accordo tra la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) e Roma appare sfuggente.

In questa intervista in esclusiva con Vida Nueva, Bernard Fellay, suo attale Superiore, riconosce che il cammino sta quasi per concludersi. Ma, a sua volta, dice chiaramente che “non cederemo” su quello che per loro sono le “linee rosse”, l’applicazione del Concilio Vaticano II nel dialogo ecumenico e interreligioso, nella relazione Chiesa-Stato o nella celebrazione della liturgia.

A che punto sono le conversazioni sulla comunione con Roma di un movimento presente in 72 paesi, con cinque seminari e due noviziati dove si formano 206 futuri sacerdoti, e con 191 centri per un totale di 613 sacerdoti, 116 fratelli laici, religiosi e 80 religiose?
Se c’è qualcuno che può saperlo bene è Bernard Fellay, Superiore generale della FSSPX e principale interlocutore con la Santa Sede in questi otto anni di dialogo.

In questa intervista in esclusiva con Vida Nueva. Fellay riconosce che “ non c’è più alcun ostacolo insormontabile per un riconoscimento canonico della Fraternità” e che vede più che fattibile lo sbocco della prelatura personale. E così, nonostante sottolinei che Francesco è stato colui che ha dato l’impulso definitivo al procedimento e ammetta che ha incontrato in lui “un papa comprensivo e benevolo”, Fellay afferma chiaramente che vi sono delle “linee rosse sulle quali non cederemo”:
“La condizione è che Roma ci accetti così come siamo”. (L’UNITA’ NELLA DIVERSITA’ VIENE QUINDI ACCETTATA PIENAMENTE! N.D.R.)

Giornalista: La Fraternità Sacerdotale San Pio X sta vivendo una primavera vocazionale, come dimostra il suo nuovo seminario in Virginia, negli Stati Uniti. Cos’ha il suo carisma per attrarre nuovi giovani al sacerdozio?
Mons. Fellay: In realtà, non possiamo parlare di “primavera vocazionale” nella Fraternità. Il numero di vocazioni è stato costante nel corso di questi ultimi decenni. Crediamo che l’elemento fondamentale che garantisce il rinnovo delle vocazioni è precisamente l’aspetto “tradizionale” della nostra congregazione. Fino agli anni 60, la Chiesa aveva una determinata disciplina, certi usi e costumi e, soprattutto, uno spirito sacerdotale chiaramente definito. Ma poi è cambiato tutto col Concilio Vaticano II, in particolare la concezione del sacerdozio.
La cosa più specifica della nostra congregazione è lo spirito del Sacrificio della Croce, del Sacrificio dell’Altare, che il sacerdote rinnova in intima unione con Nostro Signore e con cui deve identificarsi.

Giornalista: Quando uno naviga su Internet per cercare della documentazione sulla FSSPX, incontra due aggettivi che sogliono caratterizzare negaticamente  la ricerca: “ultraconservatori” e “settari”. Che direbbe a coloro che vi classificano in questo modo?

Mons. Fellay: Se si vuole squalificare la Fraternità come “ultraconservatrice” e “settaria”, allora bisogna condannare tutta la Chiesa cattolica, per tutta la sua storia. Noi semplicemente seguiamo e applichiamo ciò che fu praticato dalla Chiesa in tutto il mondo nel corso dei secoli.
Ora, negli anni cinquanta e dopo col Concilio si è voluta cambiare la Chiesa. Ma noi non abbandoniamo il ricco patrimonio della nostra Santa Madre Chiesa, e questo semplice fatto basta per conferirci un aspetto conservatore.
Quando, per certe attitudini o posizioni, ci si etichetta come “settari”, si interpretano malamente le nostre reazioni per difenderci e proteggerci dagli attacchi che ingiustamente abbiamo sofferto fin dagli anni ’70.

Formula adeguata

Giornalista: Proprio in Virginia, Lei assicurò che la nuova prelatura personale sarebbe “quasi pronta”. Considera la forma della prelatura la più adeguata?

Mons. Fellay: Crediamo che le autorità romane ritengano che la prelatura personale sia la struttura canonica che meglio rifletta la nostra situazione reale. E anche noi pensiamo che la prelatura personale sia il regime più adeguato alla Fraternità nelle attuali circostanze.

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Verona, il Prefetto, il Sindaco di colore

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https://www.liberevisioni.com/single-post/2017/02/05/Verona-il-Prefetto-il-Sindaco-di-colore

di Paolo Padovani

Uno schiaffo a Verona e ai veronesi.

Questo sembra rappresentare la decisione del Prefetto che, forse nel momento di massima protesta anche dei sindaci della Provincia, colloca nuovi profughi non in un luogo a caso ma a pochi metri dalla Basilica di Verona (forse perché il Vescovo era “moro” anche lui?) ed attiguo alla “sala giochi” dei profughi stessi, quei Bastioni dove giornalmente vanno a spacciare droga ai nostri figli.

La reazione della politica? Tiepida, troppo. Ma perché?

La risposta è abbastanza semplice; siamo in aperta campagna elettorale e tutti i partiti (fa eccezione un tardivo banchetto della Lega sul tema) sono afflitti dalla stessa malattia, virale: “il democristianesimo” che, tra i terribili sintomi, ha quello di non dover offendere la sensibilità di nessuno, nemmeno quella di qualche buonista “centroqualcosa” che potrebbe essere fonte anche di un solo voto.

Non si spiegherebbebe altrimenti il perché l’unico movimento attivo sul territorio nella battaglia anti invasione è quella “Verona ai Veronesi” che non ha fini elettorali e quindi può, non guardando in faccia a nessuno, rompere gli equilibri e schierarsi per i veri interessi del popolo e dei cittadini, cosa che un bravo politico non può fare. Continua a leggere

Pure Gheddafi aveva previsto la cecità dell’Occidente

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di Massimo Fini – 05/02/2017

Pure Gheddafi aveva previsto la cecità dell'Occidente

Fonte: Massimo Fini

Martedì sera su Rai Storia nell’ambito della sezione Grandi discorsi della storia curata da Aldo Cazzullo, sono stati esaminati i discorsi di alcuni importanti leader contemporanei da Georges W. Bush a Hollande a Khomeini ad Al Baghdadi ad Arafat. A commentarli Domenico Quirico, Fausto Biloslavo, Gad Lerner e io stesso. Per esaminarne il linguaggio e la gestualità c’era la linguista ed esperta di comunicazione Flavia Trupia.

Una gran bella trasmissione, come del resto è nella tradizione di Rai Storia. Peccato che, suppongo per motivi di spazio, sia rimasto fuori un discorso che Muammar Gheddafi tenne all’Assemblea delle Nazioni Unite il 23 settembre 2009. Un discorso estremamente interessante. Innanzitutto perché, a differenza di quelli di Al Baghdadi e, parzialmente, di Khomeini, è un discorso assolutamente laico espresso con linguaggio laico come farebbe un qualsiasi leader occidentale. Poi per i contenuti. Gheddafi parte dal fatto che nonostante le solenni premesse della Carta dell’ONU gli Stati non sono affatto uguali. “Il Preambolo della Carta afferma che tutte le nazioni, piccole o grandi, sono uguali. Sono uguali quando si tratta di seggi permanenti? No, non sono uguali. Abbiamo il diritto di veto, siamo uguali? I seggi permanenti contraddicono la Carta”. Il leader libico poi fa notare come i seggi permanenti nel Consiglio di Sicurezza appartengano a Paesi “che sono stati scelti perché hanno armi nucleari, grandi economie o tecnologie avanzate. Non possiamo permettere che il Consiglio di Sicurezza sia guidato da superpotenze, quello è terrorismo in sé e per sé…Il terrorismo non è solo Al Qaeda ma può assumere anche altre forme”. Gheddafi fa quindi notare come l’ONU non solo non sia riuscita a evitare le guerre di aggressione ma le sue risoluzioni siano state rispettate o non rispettate a seconda delle convenienze delle grandi potenze. E fa alcuni esempi. “Noi eravamo contro l’invasione del Kuwait, e i Paesi arabi hanno combattuto contro l’Iraq a fianco dei Paesi stranieri in nome della Carta delle Nazioni Unite. In un primo momento la Carta è stata rispettata. La seconda volta quando abbiamo deciso di utilizzare la Carta per fermare la guerra contro l’Iraq del 2003, nessuno l’ha usata e il documento è stato ignorato”. E così continua: “Se un Paese, la Libia per esempio, decidesse di aggredire la Francia, allora l’intera Organizzazione risponderebbe perché la Francia è uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite e noi tutti condividiamo la responsabilità collettiva di proteggere la sovranità di tutte le nazioni. Tuttavia 65 guerre di aggressione hanno avuto luogo (contro Stati sovrani, ndr) senza che le Nazioni Unite facessero nulla per prevenirle. Altre otto enormi e feroci guerre, le cui vittime ammontano a circa 2 milioni, sono state intraprese dagli Stati membri che godono di poteri di veto”.

Un passaggio particolarmente interessante è quello che il leader libico riserva all’Afghanistan: “Per quanto riguarda la guerra in Afghanistan, anche qui bisogna indagare. Perché siamo contro i Talebani? Perché siamo contro l’Afghanistan? Chi sono i Talebani? Se i Talebani vogliono uno Stato religioso, va bene…Se i Talebani vogliono creare un emirato islamico, chi dice che questo li rende un nemico? C’è qualcuno che sostiene che Bin Laden fa parte dei Talebani o che lui è afgano? Bin Laden è uno dei Talebani? No, non è dei Talebani e non è neppure afgano. I terroristi che hanno colpito New York City erano dei Talebani? Erano dell’Afghanistan? Non erano né Talebani né afgani. Allora qual era la ragione per la guerra all’Afghanistan?”.

Gheddafi poi, pensando all’Iraq e allo scontro fra sciiti e sunniti e forse premonendo qualcosa di simile per se stesso, contesta l’intromissione di potenze straniere nelle guerre civili altrui. “L’America ha avuto la sua guerra civile e nessuno ha interferito. Ci sono state guerre civili in Spagna, in Cina e nei Paesi di tutto il mondo. Lasciate che ci sia una guerra civile in Iraq. Se gli iracheni vogliono avere una guerra civile e lottare fra loro, va bene”.

Gheddafi non poteva avere in mente la guerra civile siriana che è cominciata nel 2011, ma se gli occidentali non fossero intervenuti in Iraq non si sarebbe creato l’Isis, se non fossero intervenuti in Siria, consentendo tra l’altro alla Russia di fare lo stesso, non avremmo avuto il macello di Aleppo.

Credo che a Muammar Gheddafi questo coraggioso, lucido e ineccepibile discorso sia costata la pelle. Nel 2011 francesi e americani si intromisero nella appena iniziata guerra civile in Libia, Gheddafi fu linciato in un modo inguardabile degno dell’Isis, e si è creato lo sconquasso che tutti oggi abbiamo sotto gli occhi.

Gli occidentali dovrebbero smetterla con la loro politica di potenza e prepotenza, non solo perché è sommamente ingiusta come notava il leader libico, ma finisce regolarmente per rivolgersi contro i nostri stessi interessi. Come è stato in Serbia, come è stato in Iraq, come è stato in Libia.

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Kiev all’attacco in Donbass. Complici, McCain e i “fake media”

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di Maurizio Blondet

Kiev all'attacco in Donbass. Complici, McCain e i "fake media"

Fonte: Maurizio Blondet

Le truppe di Kiev da giorni hanno compiono bombardamenti d’artiglierie contro il Donbass separatista – uccidendo volontariamente gran numero di civili (qualcosa che hanno imparato dalla Cia?).  Durante le ultime 24 ore, le truppaglie della giunta hanno sparato 3016  volte contro il territorio separatista, di cui 490 volte con razzi multipli Katiusha,  e 939  volte con artiglieria pesante (122 e  152 mm).  Così’  hanno  ucciso due persone (una anziana di Avdeyevka), colpito un’ambulanza  ferendone gli occupanti,   distrutto 51 edifici civili, fra cui  un piccolo parco-giochi per bambini a Makeyevka, ma soprattutto  danneggiato la stazione di filtraggio acqua di Donetsk, privando la capitale, e  Yasinovataya e Avdeyevka, dell’acqua corrente. Ciò ricorda molto da vicino ciò che è avvenuto in Siria a  metà, dopo la liberazione di Aleppo,  quando ignoti terroristi hanno, con un attentato mirato, privato di acqua potabile Damasco  che ha 5 milioni di abitanti (decisamente, firma  Cia).

Il cadavere di Katia Volkova, 60 anni, pianta dalla figlia e dalla nuora.  Uccisa da  un mortaio mentre entrava  in  una bottega. 

Che sia una provocazione della giunta, non è dubbio.   Persino gli osservatori tedeschi  lo ammettono:  “Dietro,   si sospettava nel governo tedesco,  ci potrebbe anche essere il calcolo di aggravare la situazione in modo che i piani del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per alleviare le sanzioni possano essere fermati. Poroshenko tenterà qualsiasi cosa per evitare la fine delle sanzioni contro la Russia.

http://www.sueddeutsche.de/politik/ostukraine-kiews-kalkuel-1.3356319

Anche gli osservatori OSCE, che dovrebbero controllare   il cessate il fuoco di Minsk 2  e di solito danno la colpa ai separatisti, stavolta ammettono – implicitamente – che sono stati i nazistoidi di Kiev. Infatti è  a  loro che  Alexander Hug, uno dei capo missione, ha chiesto di smettere di sparare sul twitter ufficiale dell’OSCE. Continua a leggere

Il mondo post-globale, il populismo e la confederazione europea

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di Giulio Tremonti – 02/02/2017

Il mondo post-globale, il populismo e la confederazione europea

Fonte: Barbadillo

1.La giovane talpa “populista” ha scavato in profondità sotto il terreno su cui è stata costruita la cattedrale della globalizzazione. Uno scavo che ora sta venendo in superficie con i nuovi cicli elettorali che percorrono l’occidente annunciando la fine, od il principio della fine del nucleo essenziale della globalizzazione: la sua centrale politica.

2. Berlino, 17 novembre: il Presidente Obama, parlando delle elezioni americane, ha saggiamente detto: “non è la fine del mondo”. E’ vero, ma se non è la fine del mondo, è però la fine od il principio della fine di “un” mondo.

3. Come è stata l’America che più o meno un quarto di secolo fa ha determinato l’avvio della “globalizzazzione“, così è ancora dall’America che ricomincia la storia superando un pur recentissimo passato ed irradiando nel mondo un nuovo (o vecchissimo) modello politico: il “mercantilismo“.

Ed è per questo che è insieme sbagliato e illusorio tentare di ridurre e demonizzare tutto quanto sta succedendo parlando solo di “protezionismo“.

E ciò perché quella del “mercantilismo” è una realtà politica diversa e molto più complessa. Una formula che combina insieme sovranità nazionale e forza politica, Stato e mercato, e tutti questi elementi non isolati ma all’opposto proiettati dall’interno verso l’esterno. Continua a leggere

Terrorismo di Stato: False Bandiere e uniformità sessuale

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di Enrica Perucchietti

Terrorismo di Stato: False Bandiere e uniformità sessuale

Fonte: Italia Sociale

Federico Dal Cortivo intervista  scrittrice, editrice e giornalista controcorrente

D: Dott.ssa Perucchietti nel ricco panorama dei sui libri vorrei soffermarmi su due titoli a mio avviso particolarmente indicativi dei tempi in cui viviamo, “False Flag-Sotto Falsa Bandiera- Strategia della tensione e Terrorismo di Stato” e “UNISEX”, ovvero come si può creare un falso nemico come nel prima caso o un falso problema nel secondo, da cui alla fine qualcuno ne trarrò un vantaggio, un sottile filo conduttore tra i due titoli non le pare? Sì, giusta osservazione. In entrambi i casi si deve osservare alla base una sofisticata strategia della manipolazione. Nel caso delle false flag il metodo è bellico e la conseguente manipolazione è sociale, mediatica e storica: si creano i presupposti con l’inganno per poter legittimare guerre, sanzioni, colpi di Stato, misure draconiane di restrizione della privacy, ecc. Si tratta cioè di creare i presupposti per poi poter raccogliere e sfruttare delle opportunità calcolate con cura. In alcuni casi di lasciare che gli eventi “avvengano” per poi strumentalizzare l’accaduto, anche qualora si tratti di tragedie e di perdita di vite umane. Altre volte si stratta di pianificare attacchi sotto falsa bandiera per poter conseguire un determinato obiettivo, dopo aver manipolato degli “utili idioti” che poi divengono capri espiatori e cooptato talpe, spie, dirigenti, informatori. Ciò avviene sempre, però, in base a obiettivi precisi, strategie studiate a tavolino e interessi personali. Continua a leggere

Iran e Siria. Come prima, peggio di prima con Trump

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di Maurizio Blondet

“Arriva lo scontro on  l’Iran”, commenta Pat Buchanan, grande firma del giornalismo politico, paleo-coservatore, galantuomo. Lo  scrive costernato, perché  è un sostenitore   sincero di Donald Trump.  Lasciamo dire a lui  l’evento.  Il generale Flynn ha  annunciato un “ultimatum virtuale” all’Iran. Con le seguenti motivazioni:  “I ribelli Houti   sostenuti dall’Iran hanno attaccato una nave da guerra saudita, Teheran  ha testato un missile balistico, e ciò “indebolisce la sicurezza , prosperità, stabilità, di tutto il Medio Oriente” – e non solo: “Pone a rischio vite di americani”.

Netanyahu, trionfante: “L’aggressione iraniana  non resterà senza risposta”.  Il  presidente della Commissione Esteri Bob Corker: “L’Iran  non riceverà  più da noi un ‘passi’ per le sue ripetute violazioni sui missili balistici, il continuo sostegno  al terrorismo, gli abusi dei diritti umani e altre attività ostili che minacciano la pace e la sicurezza internazionale”.

Di  colpo, il  vecchio Buchanan si dev’esser  sentito riportato al passato buio:  la minaccia di Obama alla Siria per le (false) bombe chimiche, il tempo  di Bush, anzi quello del Golfo del Tonkino, dei false flag e delle guerre  americane sotto falsi pretesti.

Rivolto al  presidente, cerca di farlo ragionare: scusa, “i sauditi bombardano i ribelli Houti da due anni  e devastano il loro paese: i sauditi hanno diritto a restare immuni da rappresaglie   nelle guerre che loro hanno scatenato? Il generale Flynn  si è coordinato con gli alleati? La NATO è  obbligata a unirsi a  noi in ogni azione che possiamo prendere?”. Continua a leggere

I populisti sono una minaccia solo per l’establishment

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Segnalazione Arianna Editrice

di Marco Tarchi 

I populisti sono una minaccia solo per l’establishment

Fonte: Il Giornale

“​Oggi i temi su cui l’opinione pubblica si divide sono altre: l’immigrazione, le nuove povertà, l’allargamento della sfera dei cosiddetti diritti civili, la possibilità o meno della coesistenza di stili di vita molto diversi sullo stesso suolo.

E i populisti sono i soli ad averlo capito”. Così il politologo Marco Tarchi spiega a ilgiornale.it il successo dei movimenti anti-sistema e di leader come il presidente americano Donald Trump che “è certamente un populista: nella mentalità, nello stile, negli obiettivi che si propone”.

Trump, quindi, non è semplicemente un esponente della destra repubblicana più conservatrice?

Se un certo numero di sue affermazioni e di suoi comportamenti può rientrare in una visione del mondo conservatrice, alcuni aspetti della sua critica all’establishment lo differenziano piuttosto nettamente da quel contesto, il che spiega perché, stando ad alcuni dati di sondaggio, un 30% di coloro che avevano votato per il “populista socialista” Bernie Sanders nelle primarie democratiche lo abbiano preferito a Hillary Clinton al momento della scelta decisiva.

Crede che la sua politica di chiusura delle frontiere possa essergli controproducente in termini di politica estera e di consenso elettorale interno?

Occorre distinguere tra i due versanti. Sul piano internazionale, la decisione non potrà che causargli una serie di grattacapi, anche gravi, che d’altronde si sono già manifestati: organizzazioni sovranazionali e Stati non possono che reagire negativamente a una simile politica. Tutt’altro discorso si può fare sul piano interno, perché sicuramente molti di coloro che hanno votato Trump – probabilmente tutti – si aspettavano da lui che mantenesse le promesse fatte, e sapevano che questo irrigidimento era nelle previsioni.

Il suo ‘modello protezionista’ anche in economia può portare alla rottura dell’economia globalizzata così come l’abbiamo conosciuta finora?

Quantomeno può crearle delle forti incrinature, di cui non è facile prevedere le conseguenze. Va detto che, da questo punto di vista, la logica dell’America first rischia di dispiacere, in futuro, agli attuali estimatori di Trump collocati nelle file populiste, perché, soprattutto sul piano economico, non è affatto detto che quel che può giovare al popolo statunitense gioverà agli interessi dei popoli dei vari paesi europei. Ci si può quindi aspettare, fra qualche mese o anno, una frattura dell’odierno fronte dei sostenitori del trumpismo nel Vecchio Continente.

L’amicizia tra Trump e Putin come cambierà lo scenario internazionale della lotta al terrorismo?

Potrebbe favorire alcune sinergie importanti, soprattutto sul versante dell’impegno diretto sul terreno contro l’Isis. Resta da vedere però come reagiranno ad un eventuale cambiamento di rotta i vertici del Pentagono, che si sono dimostrati sinora molto restii ad impegnare le truppe Usa in uno scontro frontale con le forze del califfato. Ad ogni modo, anche una semplice maggiore cooperazione sul piano dell’intelligence – ferme restando le ovvie diffidenze reciproche, che senza dubbio non si appianeranno – potrebbe avere esiti importanti.

Cambiando continente e, passando all’Europa, cosa pensa delle destre europee che si sono recentemente riunite a Coblenza? Hanno delle reali possibilità di vincere e le capacità per governare Paesi come Italia, Francia e, chissà, Germania?

Nell’immediato, considero improbabile una loro piena affermazione elettorale. E la ritengo ancor più difficoltosa se dovessero insistere nel considerarsi destre, piuttosto che partiti populisti, perché in ognuno dei paesi citati – e soprattutto in Francia e in Germania – le destre vere (Cdu-Csu e Les Républicains) non sono loro potenziali alleati ma principali avversari, con cui intese post-elettorali saranno impossibili per le evidenti incompatibilità di visioni e programmi. Il successo dei populisti dipende dalla loro capacità di superare, agli occhi degli elettori, il discrimine sinistra/destra e di proporre più attuali spartiacque che lo sostituiscano.

Perché l’elettorato mondiale è affascinato da questi movimenti anti-sistema e a cosa è dovuta la crisi dei partiti tradizionali di tutto il mondo, soprattutto quelli di sinistra come il Pd italiano, i democratici americani e socialisti europei?

Ad un esaurimento della capacità di attrazione delle fratture sociali e culturali da cui quei partiti avevano tratto la loro forza. Talune di quelle linee di conflitto – centro/periferia, scontro di classe, laicismo/credenze religiose – non sono state cancellate, ma il loro modo di manifestarsi è molto cambiato e i partiti tradizionali non se ne sono accorti o hanno preferito far finta di niente.

Questi movimenti populisti sono realmente una minaccia? E, se sì, per chi? Per il mondo o per la grande finanza?

Sono una minaccia per coloro che fanno parte dell’establishment da loro preso a bersaglio e/o che sostengono sui temi che ho appena citato posizioni opposte: i seguaci della globalizzazione neoliberista, i partigiani del cosmopolitismo del “senza frontiere” e della commistione etnica e culturale, i detrattori degli schemi di organizzazione sociale e familiare tradizionale e così via.

La loro avanzata può decretare seriamente la fine dell’Ue e dell’euro?

Se dovessero riuscire a conquistare da soli il governo di qualche paese importante d’Europa, l’euro potrebbe subire contraccolpi importanti ed essere rimesso in discussione. Per quanto riguarda l’Unione europea, contrariamente a quanto sostiene la vulgata massmediale, nessuno di questi partiti ne auspica l’estinzione; se potessero, la riformerebbero radicalmente e di sicuro ne ridurrebbero molto i poteri di ingerenza sulle legislazioni nazionali, ma dovrebbero comunque porsi il problema di mantenere stretti rapporti fra gli Stati che oggi ne fanno parte.

Per quanto riguarda l’Italia un governo Cinquestelle può destabilizzare il sistema politico italiano oppure, come pare, verrà “inglobato”, “normalizzato” dal sistema stesso e dalle vecchie logiche di partito?

Se ciò avvenisse, riterrei più probabile una terza ipotesi: né normalizzazione completa – che ne segnerebbe l’immediata crisi e un drastico ridimensionamento elettorale nel giro di pochi anni – né destabilizzazione del sistema politico. Immagino piuttosto un cambiamento piuttosto marcato di alcuni aspetti della prassi che si è andata consolidando nei decenni: meno mediazioni e compromessi, più decisionismo, meno peso dei partiti e più consultazione diretta degli umori popolari. Con quali esiti, non so: fare previsioni non è il mestiere di chi studia scientificamente la politica, ma delle chiromanti.

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Verona: la battaglia delle otto armate

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hobbit-battaglia-cinque-armate-banner-1030x515di Alessio Mannino, Direttore del quotidiano on-line www.vvox.it 

La politica in riva all’Adige è un’incognita quotidiana: guida per capirci qualcosa dopo il voto sul bilancio (che ha tenuto in vita Tosi)

Flavio Tosi è riuscito a superare indenne le forche caudine del voto sul bilancio, nel consiglio comunale di martedì sera 31 gennaio. Tecnicamente, grazie ad una contestata norma-ghigliottina del regolamento, che ha fatto chiudere entro l’orario di legge “bruciando” i sub-emendamenti delle opposizioni. Numericamente, perché ha ottenuto 19 voti a favore contro 13 contrari (con una astensione, dell’Udc). Politicamente, perchè è stato salvato dal gruppo “Verona Domani”, il gruppo che fa capo all’ex tosiano Stefano Casali (che correrà come candidato sindaco in primavera) dalla sorella ex leghista Barbara Tosi e dal fido Cristiano Maccagnani.

La sorpresa è che a garantire, in gran parte, la maggioranza alla maggioranza sono stati i tre casaleros (Andrea Sardelli, Filippo Rando e Rosario Russo), cioè dei casaliani che avevano invece affondato il testo in tutte le circoscrizioni. Ufficialmente, per senso di responsabilità civica per la città: non si poteva perdere il treno del project financing dell’Arsenale (quasi 15 milioni tolti ad altre opere, strade, impianti sportivi, marciapiedi, su un totale di 45 milioni, cosa che ha fatto infuriare le minoranze). In realtà, perchè a tutti fa comodo che Tosi resti in piedi fino a scadenza naturale di mandato. Perchè ancora grande è la confusione sotto il cielo. Nonostante manchino appena quattro mesi alle urne.

Avevamo lasciato Forza Italia che cercava abboccamenti con l’anti-berlusconiano Tosi, dopo averne detto peste e corna per anni. La Lega si è tenuta finora alla finestra, preannunciando che farà il nome del suo candidato sindaco il giorno di San Valentino (si parla del segretario cittadino e senatore Paolo Tosati). Dopo che è tornato il sereno fra i due partiti – suggellato in Veneto dall’espulsione di due consiglieri comunali padovani che hanno fatto cadere Bitonci – la tradizionale alleanza forzaleghista pare avviarsi alla conferma. Così almeno dalle dichiarazioni di oggi sull’Arena del plenipotenziario di Salvini sull’Adige, Lorenzo Fontana. Ma c’è un ma: ancora non si è deciso se ci sarà e chi sarà il candidato unico della coalizione. Che perciò potrebbe anche non essere unico. Tra gli azzurri ed i leghisti parrebbe non esservi colui che possa garantire il profilo più adeguato all’elettorato scaligero, da garantire se non la vittoria, almeno l’approdo al ballottaggio, e con un netto margine di vantaggio. Lo stallo, però, potrebbe anche favorire lo stesso Tosi, che rumors di palazzo dicono aver trovato un personaggio che potrebbe sbaragliare tutti e sparigliare le carte.CONTINUA SU http://www.vvox.it/2017/02/02/verona-la-battaglia-delle-otto-armate/ Continua a leggere

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