Non solo pensioni d’oro: tutte le ingiustizie e gli sprechi da eliminare (per dare soldi ai giovani)

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Segnalazione Linkiesta

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Non solo pensioni d’oro: tutte le ingiustizie e gli sprechi da eliminare (per dare soldi ai giovani)

I numeri parlano chiaro: in confronto agli altri paesi europei la nostra spesa pensionistica è sproporzionata e iniqua. E ci rimettono soprattutto i giovani, nell’indifferenza della politica. Sarà pure stato impreciso, ma almeno Di Maio ha avuto il merito di sollevare il problema. (di Francesco Grillo, LEGGI)

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Il linguaggio inclusivo dei discepoli dell’egualitarismo

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di Francesco Marotta

Il linguaggio inclusivo dei discepoli dell’egualitarismo

Fonte: Francesco Marotta

Quello che è difficile da digerire, sono le imposizioni di una minoranza che decide di dedicarsi interamente ad un orientamento, un gusto, una fede religiosa, da cui estrapola dei dogmi messi maggiormente in evidenza a seconda delle esigenze o necessità, legittimati con l’uso strumentale del diritto ad un’intera popolazione.

I propugnatori del «linguaggio inclusivo» che incentiva lo sradicamento linguistico delle popolazioni, presente nei cerimoniali dell’ideologia dei diritti, del ribaltamento dell’educazione, dell’informazione- deformazione, della cultura/de-culturalizzata, nella riproposizione di un femminismo massimalista concentrato sull’omofobia in un Occidente già svirilizzato e femminilizzato (Éric Zemmour, “L’uomo maschio”, Editore Piemme, anno 2007), determinano una tendenza in uso che ha delle specifiche agghiaccianti.

L’insieme delle applicazioni, sciorinate secondo i tempi delle lobby pressanti, disgraziatamente, passano in secondo piano. Quanto meno è così, anche per coloro che credono di essersi accollati l’onere di ribaltare la situazione, che, ben contenta, sfugge alla “rapidità” di una chiocciola da riproduzione, perché ha tutta la durata necessaria per deteriorarsi ulteriormente. Ma allora è una questione di intenti e propositi reali, del non riuscire a comunicare per chi non ci sta al gioco? Oppure, è colpa della dipendenza ad un linguaggio dotato di una nuova configurazione? Il problema è già stato risolto a monte: l’ultima frontiera da abbattere, quella del linguaggio inteso come il complesso e la trasmissione da una generazione all’altra, del modo di esprimersi che è la caratteristica propria di determinati popoli e dell’ambiente sociale/cognitivo, è caduta da un pezzo. Continua a leggere

Il lato oscuro della rivoluzione digitale: libertà o schiavitù?

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Segnalazione Arianna Editrice

di Enrica Perucchietti

Il lato oscuro della rivoluzione digitale: libertà o schiavitù?

Fonte: Interesse Nazionale

«Voi non ve ne accorgete, ma state subendo una programmazione. Ora, però, dovete decidere a quanta della vostra indipendenza intellettuale siete disposti a rinunciare». L’appello proviene dall’ex vicepresidente di Facebook Chamath Palihapitiya che in un intervento alla Graduate School of Business di Stanford si è scagliato contro i social network, spiegando di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver contribuito a creare degli strumenti che stanno «distruggendo il tessuto sociale» (http://www.universityequipe.com/parole-ex-dirigente-facebook).

L’analisi di Palihapitiya non è nuova né isolata ma è interessante che venga proprio da colui che ha contribuito allo sviluppo di Facebook.

L’analisi di Palihapitiya non è nuova: Evgeny Morozov, per esempio, ha ampiamente spiegato nelle sue opere come Google, Amazon, Facebook, Twitter, ecc. sarebbero soltanto l’incarnazione di una nuova forma di capitalismo mascherato da rivoluzione digitale e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi.

Lo scrivo e lo ripeto da anni: i poteri che spingono per la globalizzazione stanno abbattendo il vecchio mondo e sulle sue macerie hanno bisogno di “creare” un nuovo cittadino che sia facilmente malleabile e controllabile. Un cittadino che sia senza identità, che abbia rinunciato alla sua personalità, al suo spirito critico, alla privacy, che sia sempre “connesso”. Un cittadino che sia  capace di abbracciare il progresso e nel suo nome di accettare qualunque provvedimento, abdicando alla sua stessa umanità. Un Uomo che si fa macchina, che sposa il virtuale preferendo paradisi artificiali alla vita reale fatta anche di dolore, fatica e disperazione.

Per evitare questo scenario distopico, l’entusiasmo per la tecnologia dovrebbe accogliere anche le critiche sulle possibile derive del progresso tecnico, in modo da associare allo sviluppo una controparte etica che miri al benessere collettivo e non meramente al controllo sociale e  al profitto di pochi.

L’analisi di Palihapitiya non è isolata: solo un mese fa anche Sean Parker, cofondatore di Napster ed ex partner di Zuckerberg, si era scagliato in una conferenza a Philadelphia contro i social network, dichiarando che «sfruttano le vulnerabilità psicologiche delle persone». Parker aveva focalizzato l’attenzione sui possibili danni che potrebbero insorgere dall’uso smodato dei social da parte dei bambini. Da anni, infatti, si parla delle controindicazioni che la tecnologia può avere sui più piccoli: le ricerche sulla sovraesposizione tecnologica su un cervello in via di sviluppo parlano infatti di ansia, irritabilità, depressione infantile, disturbi dell’attaccamento, deficit di attenzione, autismo, disturbo bipolare, psicosi e comportamento problematico (http://www.huffingtonpost.it/cris-rowan/10-motivi-per-cui-i-dispositivi-portatili-dovrebbero-essere-vietati-ai-bambini-al-di-sotto-dei-12-anni_b_9124584.html). Per questo si parla sempre più di “dipendenza” dai dispositivi portatili come se si trattasse di una vera e propria “droga”: effetti che andrebbero ulteriormente indagati e affrontati. La soglia di attenzione è sempre più bassa e ne consegue una diminuzione della concentrazione, della memoria e della capacità critica. Siamo bulimici di attenzione, stiamo diventando incapaci di vivere nella realtà quotidiana fatta di persone in carne e ossa e di rapporti sociali che vadano oltre un like. Gli effetti di questa rivoluzione antropologica li potremo osservare compiutamente solo nei prossimi anni.

Dovremmo anche riflettere sulle nostre responsabilità di adulti: l’abuso tecnologico che le nuove generazioni stanno subendo è una forma di compensazione dovuta alla mancanza di attenzione che proprio gli adulti avrebbero dovuto donare loro. Si tratta un surrogato che può generare dipendenza e questa a sua volta danni permanenti.

Parker e Palihapitiya sono stati coraggiosi a denunciare due risvolti opachi di quella rivoluzione digitale che hanno contribuito ad avviare: da un lato il rischio di essere manipolati, “schedati” e programmati, dall’altra gli effetti collaterali di un’esposizione eccessiva tra i più giovani e le ricadute sulla collettività. Lo ripeto: ciò non significa farsi portavoce di un pensiero oscurantista e reazionario, ma promuovere una nuova visione “etica” che rispetti la persona umana e i rapporti “reali”. Il fatto che lo sviluppo tecnologico sia “inevitabile” non significa che debba essere abbandonato a se stesso senza una guida e dei limiti: non tutto ciò che è possibile realizzare deve essere per questo realizzato. Possiamo orientare la ricerca in senso etico e sostenibile.

Stiamo correndo verso una deriva post-umana in cui i rapporti sociali tendono a corrompersi, in cui le persone rischiano di trovarsi “drogate” dall’abuso dei social, dipendenti dai like e dai commenti degli altri utenti, finendo spersonalizzate e scollate dalla realtà “vera”. I social hanno abbattuto molte barriere, avvicinano ma al contempo allontanano da ciò che è reale, diffondendo un’idea di perfezione virtuale che soprattutto i più giovani tendono a emulare finendo inevitabilmente sfrustrati.

I social non hanno solo illuso di poter offrire una “community” con un senso irreale e irraggiungibile di perfezione, ma hanno anche portato al costituirsi di un odio “democratico” in cui ognuno si sente libero e legittimato (in “diritto” quindi) di manifestare il proprio dissenso (o più delle volte acritico e di pancia) arrivando a insultare e minacciare gli altri: da qui il fenomeno degli haters e del cyber bullismo. È come se non esistesse più un filtro tra il pensiero/emozione e ciò che viene trascritto: in questo caso, però,  la “digital warfare” è solo una scusa per arrivare a censurare il web e le voci alternative, introducendo il reato d’opinione e ulteriore controllo tecnologico. Il problema non è però dei social network in sé, ma nostro: essi sono un mezzo, siamo noi che abbiamo disatteso la capacità di saperli usare al meglio, dimostrandoci eticamente immaturi per gestire la rivoluzione digitale.

La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia e votarsi all’ascetismo, ma dovremmo divenire più consapevoli e responsabili dei mezzi che abbiamo e riappropriarci non solo del senso critico ma anche di quello spirito etico che dovrebbe supportare l’innovazione. Affinché la tecnologia sia pensata in funzione e per il bene dell’uomo, per non rischiare altrimenti di finire schiavi delle macchine che abbiamo sviluppato.

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Populismo e “popularismo” nell’estremo Occidente

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di Alberto Buela Lamas

Populismo e "popularismo" nell'estremo Occidente

Fonte: Vita

L’ Europa, ci piaccia o no, spiega il filosofo argentino Alberto Buela Lamas, «ha mille risorse nascoste che può ancora mobilitare. È un’ingenuità affermare che l’Europa è finita, quelli che sono finiti sono i sui dirigenti, influenzati dalla “americanosfera”»

Nel nostro incontro con il professor Alberto Buela Lamas affrontiamo la questione del populismo da altre prospettive: geografica e di pensiero. Buela, infatti, ci porta ad analizzare le differenze che intercorrono tra populismo e “popolarsimo” e tra movimenti europei e movimenti ibero-americani, termine che il Professore sceglie per segnare la differenza con quello comunemente conosciuto, “latinoamericani”, di invenzione francese. Guardando l’Europa dall’“estremo occidente”, il filosofo argentino confida ancora nella centralità europea e nella luce di Roma “ultima datrice di senso delle azioni degli uomini nel mondo.”

Alberto Buela Lamas è un filosofo argentino che ha sviluppato il pensiero ibero-americano.

Ha insegnato presso l’Università Tecnologica Nazionale dell’Argentina e in Spagna presso l’Università di Barcellona. Di formazione classica, è stato il fondatore della visione metapolítica in America, nonché pioniere della “teoria del dissenso” che propagò attraverso le pagine dell’omonima rivista con l’ambizione di edificare un pensiero alternativo rispetto a quello egemonico. Il suo pensiero poggia su autori classici come Platone ed Aristotele, su autori contemporanei europei come Scheler, Heidegger, Bollnow e americani tra cui figurano McIntayre, Wagner de Reyna, Nimio de Anquín, Saúl Taborda.

Il dibattito sul populismo tiene banco sia in ambito accademico, che sui quotidiani. Da filosofo politico potrebbe fornirci una definizione di tale termine e la sua opinione su tale fenomeno? 
La politologia, che è una scissione relativamente recente della filosofia, ha considerato storicamente il populismo in forma spregiativa. Essa, infatti, concedendogli una connotazione negativa, lo ha caratterizzato come una patologia politica, secondo Leo Straus, o come “l’Enfant Perdu” della scienza politica ( Bosc René : Un enfant perdu de la science politique: le populisme, en Projet, n.° 96, junio de 1975, pp. 627-638). Uno studio che si è rivelato a dir poco vergognoso per coloro i quali lo hanno partorito. La più rinomata studiosa del tema, l’inglese Margaret Canovan sostiene che: “il termine populismo si usa comunemente a modi diagnosi per una malattia” (Canovan, Margaret: Populism, Hartcourt Jovanovich, Nueva York-Londres, 1981, p.300).

Con riferimento alla definizione di populismo potremmo dire che: si ha populismo dove il governo fa quello che il popolo chiede e non ha altro interesse che l’interesse del popolo stesso.

La mia opinione sul fenomeno populista è che l’installazione politica del populismo in Europa, in questi ultimi anni, ha obbligato i teorici a ripensare la categoria di populismo con l’intenzione di liberarla della connotazione spregiativa che loro stessi gli avevano attribuito in altri tempi, quando il fenomeno del populismo si manifestava nei paesi periferici o del terzo mondo, come furono i casi di Perón, Vargas o Nasser. Oggi, in Europa, abbiamo non suolo il populismo di destra come il caso del Fronte Nazionale francese, bensì anche quello di sinistra come Podemos in Spagna. Ecco allora che il populismo si è trasformato in una corrente orizzontale che va dalla destra alla sinistra, quando in realtà il fenomeno possiede un asse verticale che va dal basso (l’interesse reale del popolo), verso l’alto, (mettendo in discussione la rappresentanza politica demo liberale e borghese dei partiti politici del sistema).

In un suo articolo lei ha parlato di differenza tra populismo e “popolarismo” potrebbe spiegarci di cosa si tratta?
Noi siamo ricorsi ad un neologismo, quello del “popularismo” che solo gli uomini di lingua italiana possono comprendere perfettamente, che sostiene che il popolo è: a) fonte principale di ispirazione; b) termine costante di riferimento; c) depositario esclusivo di valori positivi. Il popolo come forza rigeneratrice è il mito fondante nella lotta per il potere politico. Il popolo è il soggetto principale della politica. L’azione del pensiero unico e politicamente corretto, espresso in queste ultime decadi per la socialdemocrazia e le sue varianti “progressiste”, ha cercato la sparizione del popolo (dell’ethospopolare) per trasformarlo in “pubblico consumatore” al fine di manipolarlo facilmente. Questo è il populismo postmoderno di cui parla Ernesto Laclau nella sua Ragione populista (2005) e sposato anche all’interno del nostro ambiente di pensiero. Per Laclau il popolo è sempre popolo sciolto mentre per il peronismo o i governi popolari il popolo è paese organizzato. In una parola, il popolo è al centro attraverso le sue organizzazioni, le organizzazioni libere del popolo, perché suolo attraverso esse esiste.

Altra cosa da aggiungere è che il populismo postmoderno di Chàvez e Kirchner è moltitudine o pubblico consumatore. Sempre nell’idea di egemonia, espressa da Laclau, il populismo contemporaneo crea “diversi popoli particolari” (chiamati indipendentisti, minoranza gay, indigeni etc. etc.) i quali hanno la pretesa di assumere una dimensione universale.

Per tale ragione utilizziamo il termine “popularismo”, al fine di distinguere il vero populismo dal suo falso impostore.

L’attuale modello di crescita si innesta su un pensiero quale quello illuminista, ormai in crisi. Potrebbe ciò aver contribuito alla rinascita del populismo?

Il “popularismo”, o vero populismo, è l’ultima reazione davanti alla democrazia liberale di corte istruita, poiché i suoi meccanismi e le sue istituzioni politiche, non sono più in grado di fornire risposte adeguate alle reali necessità che oggi hanno i popoli. E’ stato provato e comprovato ad nauseam che il sistema democratico liberale borghese non può dare risposte alle nuove necessità del nostro tempo. Allora il “popularismo” si interroga sull’idoneità dell’attuale sistema e reclama cambiamenti inerenti al sistema dei partiti e ai meccanismi di elezione. Per esempio ci si interroga sul monopolio della rappresentatività dei partiti politici come via di accesso al parlamento, proponendo altre forme di accesso. Quest’ultimo aspetto viene denominato, dai teorici statunitensi, “costituzionalismo di comunità” dove le forze della comunità possono accedere direttamente al parlamento senza dover passare attraverso i partiti politici. (In Argentina ci fu un’esperienza simile con la validità della costituzione del Chaco del 1952, conosciuta come “la costituzione del doppio voto”).

Reitero, per rispondere alla sua domanda senza giri, il “popularismo” respinge per incompetenza politica, il pensiero illuminista.

Esistono delle differenze tra populismo europeo e quello latino americano? 
Le differenze sussistono e sono abbastanza evidenti. Il populismo ibero-americano (mi rifiuto di parlare di America Latina, perché come sanno tutti gli italiani, latini sono solo quelli del Lazio e la denominazione America Latina è stata un’invenzione francese per potere giustificare il loro intervento nella Nostra America) è stato sempre un nazionalismo di “Patria Grande”. Ha pensato sempre in termini continentali come Suramérica, Hispanoaméria o Iberoamérica, mentre i populismi europei sono di “Patria Piccola”, e tanto più piccole sono, quanto più accrescono le istanze nazionaliste, così abbiamo i valloni in Belgio, i Catalani in Spagna, i corsi in Francia e la Lega Nord in Italia.

I populisti europei sono quasi tutti istruiti mentre i populisti sud-americani sono capi semibárbaros(questo dicono gli istruiti su essi). I populismi europei negano l’esistenza di un ethos nazionale, mentre gli ibero-americani lo affermano come principio indiscutibile della sua esistenza nell’ecúmene culturale che si esprime in una sola lingua: la lingua ispana. E, per come sosteneva Gilberto Freyre, il gran sociologo brasiliano: “noi uomini ispani possiamo parlare e capire con facilità quattro lingue: il portoghese, lo spagnolo, il galiziano ed il catalano”.

Possiamo dunque affermare che, il popularismo ibero-americano è inclusivo mentre il populismo europeo è esclusivista.

In Europa, stiamo assistendo ad una crescita esponenziale di partiti e movimenti nazionalisti. Potrebbe un movimento europeo superare queste istanze nazionalistiche e quale dovrebbe essere il collante e l’idea forza?
L’ Europa, ci piaccia o no, è il centro dell’Occidente. L’Europa ha mille risorse nascoste che può mobilitare. È una stupidità affermare che l’Europa è finita, quelli che sono finiti sono i sui dirigenti, influenzati “dall’americanosfera”, per come la definì Guillame Faye.

La decadenza si ha nelle sue classi dirigenti non nei suoi popoli, i quali detengono una ricchezza di particolarità e differenze come nessuno al mondo. L’Europa, inoltre, ha ancora Roma che è l’ultima datrice di senso delle azioni degli uomini nel mondo.

Parigi volle essere la seconda Roma e non poté, Mosca vuole essere la terza Roma e non può, mentre gli Stati Uniti tagliarono i suoi lacci con l’Europa. L’idea di romanità la troviamo espresso perfettamente in Virgilio, il più grande poeta latino, il quale afferma nell’Eneide: “tu, o Romano, ricordati di reggere i popoli con autorità; (tu avrai queste arti) e di imporre norme alla pace; di risparmiare quelli che si sottomettono e debellare i superbi” (Virgilio: Eneide VI).

Noi dall’estremo Occidente, non siamo né ottimisti né pessimisti, bensì realisti speranzosi, e come tali pesiamo che la “vecchia Europa” reagirà, dal momento che ha gli attributi per farlo. E reagirà sull’idea indicata da Virgilo, il padre di Occidente. In questo la dirigenza italiana, quella più genuina, ha molto da dire e su questo può contare sull’Argentina che è la sua testa di ponte naturale in America.

di Filippo Romeo

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Comune Pd fa concorso affittando sede che già ha

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Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Così il Pd spreca soldi pubblici. Il caso Bologna 

Fa concorso affittando sede che già ha 

Bufera su Merola. Danno erariale?

Concorso pubblico: il Comune di Bologna paga 42700 euro per affittare uno stabile, ma ne possiede uno che contiene il doppio dei partecipati ed è gratis

Comune Bologna, spreco denaro pubblico. Fa concorso affittando sede che già ha

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Benedice centro migranti, “prete” cade e riporta una grave frattura

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di Claudio Cartaldo

Un brutto, piccolo incidente. Don Dino Lanzone, rettore del santuario di Brughiera di Trivero è inciampato (è proprio il caso di dirlo) nell’inaugurazione di un centro per migranti che è stato aperto da non molto il provincia di Biella, in Piemonete.

La caduta alla casa per migranti

Il parroco ha 91 anni ed era stato chiamato domenica a benedire la nuova casa di accoglienza organizzata dall’associazione “Cresco Odv” dove ci sono alcuni richiedenti asilo. Mentre usciva ad inaugurazione conclusa, il prete è caduto (inciampando, appunto) e ha riportato una seria frattura. Come scrive La Nuova Provincia di Biella, don Dino Lanzone è stato immediatamente portato con l’ambulanza all’ospedale Degli Infermi. I medici hanno ritenuto necessario ricoverarlo per permettergli di recuperare dalla brutta frattura. Continua a leggere

Vuoi rifarti una casa? Accogli un immigrato…

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Segnalazione di S.R.

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Mentre Roma promette mille euro, Bolzano lancia una singolare iniziativa: ristrutturerà casa a chiunque accolga. Come nel film Qualunquemente…

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http://www.ilpopulista.it/news/17-Dicembre-2017/21496/vuoi-rifarti-casa-accogli-un-immigrato.html#.WjeCj1T-NC4.facebook Continua a leggere

TELESCROCCO – COME E’ ANDATA A FINIRE

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di Report

Telescrocco

Trasmettevano a Verona grazie ad antenne e ripetitori radiotelevisivi installati abusivamente sopra alla seconda Torricella Massimiliana, violando il vincolo di tutela che la sovrintendenza per i beni storici e culturali aveva posto sul monumento asburgico. Per questo mercoledì scorso la Procura di Verona ha ordinato il sequestro della torre. Sono rimaste così al buio alcune tra le più importanti televisioni di Verona come Telearena, di proprietà del gruppo Athesis, Telenuovo e Telepace, che da anni trasmettono dalla Torricella senza l’autorizzazione del demanio proprietario del monumento.

Sono una quarantina gli editori che negli anni hanno piazzato i loro ripetitori sopra il manufatto austriaco senza mai pagare neanche un euro allo Stato, che nel 2010 aveva chiesto circa 10 milioni di canoni arretrati.

COME PER MAGIA TUTTI “SONO CADUTI DAL PERO” –  DICE SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO. UNA PUNTATA CHE PUNTA IL DITO NEI CONFRONTI DI UN ENORME SISTEMA, METTENDOLO FINALMENTE DI FRONTE ALLE SUE RESPONSABILITA’. UNA LEZIONE DI GIORNALISMO E DI CORAGGIO PER MOLTE BORIOSE MEZZE TACCHE DI OGNI COLORE E TIPOLOGIA, SENZA ESCLUSIONE DI COLPI E A RAGION VEDUTA. VEDI IL VIDEO (N.D.R.):

CLICCA SU:  http://www.report.rai.it/dl/Report/Page-8200206a-0877-46c1-ab57-c774db2c6d38.html# Continua a leggere

“La nostra civiltà morirà se non recupera il sacro che ha perduto”

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Segnalazione Alberto Z.

La studiosa nel suo nuovo saggio ripercorre la storia della spiritualità. E dei suoi simboli

di Matteo Sacchi

Silvia Ronchey è una delle più grandi esperte di storia e filologia bizantina. Il suo nuovo saggio La cattedrale sommersa (Rizzoli, pagg. 252, euro 19) va, come spiega il sottotitolo, «alla ricerca del sacro perduto».

Per la Ronchey la religio, il sentimento del divino, che è qualcosa di diverso dalle religioni nel loro essere forme storicamente codificate, era un tratto comune e di unione tra Occidente e Oriente. Ora però è, in buona parte, perduto. E vale la pena cercare di capire il perché, usando anche gli strumenti della filologia e raccontando quei legami tra le religioni che, spesso, finiscono nel dimenticatoio. Perché le religioni cambiano e i simboli restano. Tanto per dire, la mezzaluna islamica è un regalo delle religioni pagane, è la mezzaluna di Artemide, simbolo protettore della Bisanzio pagana. È solo uno dei tanti prestiti, o a volte scippi, inter-religiosi, come quelli che nelle zone più remote della Cina hanno fatto sovrapporre Gesù e Buddha. E per quanto ci si svegli moderni e atei poi il senso/bisogno religioso rientra dalla finestra, e bisogna capire in che forma. Continua a leggere

Procedure irregolari e illegali? Non è reato criticare la PA

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Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Procedure irregolari e illegali? Non è più reato criticare la PA

di Antonio Amorosi per Affaritaliani

Storica sentenza della Cassazione

Procedure irregolari e illegali? Non è più reato criticare la PA Storica sentenza della Cassazione

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