Williamson: “Si la elección de Bergoglio fue inválida, fue convalidada por su aceptación universal como Papa” | FORO CATÓLICO
“una cum” a tutti i costi, ma costantemente disobbedienti. L’ultima invenzione teologica (e assurda) per negare l’evidenza della Sede Vacante, di una delle cinque branchie del “lefebvrianesimo terminale”:
Antes ya había dicho en su defensa de Sinagoglio: “El gobierno de la Iglesia no requiere ni fe ni caridad, es compatible con la herejía.”
(Transcrito de Comentarios Eleison)
La Autoridad en la Iglesia ha sido arruinada, desde arriba para abajo.
FC: la autoridad de la Iglesia es inamovible, nadie la puede arruinar, así lo enseña el Concilio Vaticano Primero.
El Papa actual (no soy sedevacantista) ha perdido su cabeza católica, si alguna vez la tuvo.
FC: Un verdadero Papa no puede “perder su cabeza católica”, es decir caer en la herejía, y cuya ortodoxia por supuesto es requisito canónico para ser electo.
Pero, aún si su elección como Papa fue inválida por una razón u otra, fue convalidada por su aceptación universal como Papa a través de la Iglesia de prácticamente el mundo entero. De cualquier manera, nadie otro es Papa, ni puede serlo, y por consiguiente, él tiene la suprema autoridad en la Iglesia.
Ecco perché Bergoglio li vuole: i loschi affari delle coop vaticane con i profughi
Falsi profughi, minorenni fasulli, ricorsi di avvocati compiacenti, esami di medici complici e soldi fagocitati dalle associazioni di PD e Vaticano
Di seguito un collage di inchieste raccolto in un articolo
Arrivano dal Bangladesh, dall’Egitto, dal Nord Africa. Non hanno con sé un documento di identità e tutto quello che dicono è di essere minorenni. Lo fanno apposta, ormai hanno imparato. Quando i vigili urbani o la polizia li fermano per strada, in retate antiabusivismo o per normali controlli, loro alzano le braccia e dicono “minore, minore”. Una parola magica che li sottrae all’espulsione. Così vengono portati nei pronto soccorso della città, visitati, e in 6 minuti netti il medico di turno stabilisce la loro età presunta.
Questo gli spalanca le porte dei centri di prima accoglienza dove rimangono per mesi, a volte anni, a spese di un’amministrazione che ha le mani legate di fronte a certificati medici che attestano la minore età dello straniero. Inizia così il business dei finti minorenni. Un business che è costato allo Stato, soltanto nei primi sei mesi del 2012, 55 milioni di euro.
SOLIDARIETA’ E BUSINESS – A Roma, da gennaio a giugno, sono stati 2.300 gli “stranieri non accompagnati”, identificati come minorenni, sbarcati nei centri di prima accoglienza della capitale e del Lazio. Di questi il 60% sono maggiorenni. A rivelarlo è un rapporto di Save the children che ha inviato nei centri una squadra per verificarne le condizioni e ha scoperto che, in realtà, si tratta di adulti. “Un aspetto particolarmente critico – si legge nel dossier realizzato da Viviana Velastro – è la presenza di immigrati di dubbia minore età, in alcuni casi palesemente adulti”.
Quando il team capeggiato dalla Velastro chiedeva spiegazioni sulla promiscuità tra adulti e minori, gli operatori “affermavano che erano tutti immigrati la cui minore età era stata certificata con verbali di pronto soccorso, pur ammettendo di avere essi stessi, nella maggior parte dei casi dei dubbi, spesso confermati dagli stranieri”, che affermavano di avere altre età.LA PROSTATA INGROSSATA – Ahmed, un egiziano sedicenne una notte dello scorso aprile si sente male. Ha dolori all’inguine, non riesce a stare sdraiato, sulla sedia non trova pace. Dal centro in cui è ospitato lo portano in ospedale. Diagnosi: problemi alla prostata. Problemi che non si presentano mai prima dei 35/40 anni. Eppure lui per lo stato italiano è un “migrante minorenne”.
LA DIAGNOSI LAMPO DI MEDICI COMPLICI – Osman, bengalese, la sera del 31 ottobre del 2011 si presenta all’ambulatorio pediatrico del pronto soccorso del Policlinico Umberto I: “Viene per la determinazione dell’età presunta” c’è scritto nel verbale, stilato tra le 21.02 e le 21.08. In sei minuti il medico di guardia stabilisce che Osman ha “un’età presunta di circa 17 anni e mezzo”. A guardarlo di anni, raccontano gli operatori, ne dimostra almeno 40. Ma, senza indicazioni sulla procedura disposta per determinarne l’età, il verdetto è stato emesso, senza possibilità di appello.
IL MONOPOLIO DEI MINORI – Nel Lazio sono 19 le strutture utilizzate per accogliere minori stranieri non accompagnati. Nell’aprile 2011, per far fronte all’ondata di sbarchi a Lampedusa, la Regione Lazio ha messo a disposizione 6 strutture (2 a Roma, 3 a Frosinone e 1 a Latina) e il Comune di Roma ha attivato, per assegnazione diretta, altre 13 strutture, alcune gestite da cooperative sociali, mentre le otto che accolgono il maggior numero di persone sono guidate, tutte, dall’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Trifone. Uno dei centri dell’Arciconfraternita, quello di Casal Lombroso, un residence per sfrattati, è finito nel mirino della procura lo scorso gennaio per aver omesso di versare l’Iva per una cifra superiore a otto milioni di euro.
I FALSI ADOLESCENTI – Per ogni “minorenne”, compresi quelli che adolescenti non sono, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali consegna alle strutture, ogni giorno, 70 euro. Questo significa che in un giorno si spendono, per gli oltre 2000 immigrati accolti, 161.000 euro. Che in un mese fa quasi 5 milioni. Il 60 per cento di questi soldi potrebbe essere risparmiato. Invece non accade. Perché anche quando si scopre che il presunto adolescente minorenne in realtà non è, quel certificato medico, che rappresenta l’unica attestazione di identità valida, impedisce a polizia e carabinieri di fare qualsiasi cosa. Allora: chi è guadagna in questo business? Cosa c’è veramente dietro l’affare?
ORA LA PROCURA HA APERTO UN’INCHIESTA – Sul business dei finti minorenni la procura di Roma ha aperto un’inchiesta. Sul tavolo del pubblico ministero Barbara Zuin è finita un’informativa dell’Ufficio Immigrazione della questura di Roma. Lì ci sono 400 identità sospette da analizzare. Tante sono state le pratiche per ottenere il permesso di soggiorno presentate, nel giro di pochi mesi, da sedicenti diciassettenni, prossimi al compimento della maggiore età, ospitati nei centri di prima accoglienza della città.
Quando arrivavano allo sportello dell’ufficio stranieri era evidente, a occhio nudo, che da qualche tempo avevano superato l’adolescenza. Tuttavia un certificato medico che era stato loro rilasciato al momento dell’ingresso nella capitale, garantiva per la loro minore età. Una diagnosi ospedaliera che non poteva in alcun modo essere impugnata dalle forze dell’ordine per ribaltare la verità.Al momento il fascicolo della procura è per falsa dichiarazione alla polizia; nel mirino ci sono gli immigrati indagati per aver detto il falso. Gli inquirenti però stanno cercando di capire se a muovere le fila del business ci sia una vera e propria organizzazione.
Capire chi guadagna in questo giro d’affari gigantesco sarà interessante per comprendere cosa c’è davvero sotto. Anche perché a quanto pare, la maggior parte dei certificati che attestano la minore età degli immigrati sono redatti sempre dagli stessi medici. E ad accompagnare nella stessa struttura gli stranieri sono quasi sempre gli stessi vigili urbani. Le indagini sono appena cominciate e l’inchiesta potrebbe portare presto a nuove iscrizioni nel registro degli indagati.Dalle truffe sull’età alle spese gonfiate
ecco gli affari delle coop – Settanta euro al giorno per ogni “migrante minore non accompagnato” finiscono nelle tasche delle 19 cooperative che gestiscono i centri di accoglienza a Roma e nel Lazio. Un business colossale, che si è gonfiato a dismisura con l’emergenza Nord Africa. E che oggi spreme almeno110 milioni di euro l’anno allo Stato, visto che nei primi sei mesi dell’anno sono stati 2.300 i minorenni, o presunti capitale. Ma di certo qualcuno nell’affaire dei finti minorenni sta speculando. 161mila euro al giorno consegnati ai centri e ai falsi ragazzini.LA “PAGHETTA” – Ai falsi ragazzi, come abbiamo già denunciato, spetta anche il “pocket money”, ovvero 5€ al giorno.
Le cooperative che gestiscono i centri di prima accoglienza nel mirino della procura.
La gestione di tanto denaro pubblico – solo nei primi sei mesi dell’anno sono stati spesi a Roma, per i 2.300 immigrati “minori”, 55 milioni e 400mila euro – è finita al vaglio degli inquirenti.
Perché il business dei finti adolescenti ospitati nella capitale (ovvero il 60% dei 2.300) è molto più grande di quanto si possa immaginare. Intanto il pubblico ministero Barbara Zuin ha aperto un fascicolo per falsa testimonianza alla polizia: sul tavolo del magistrato è finito un faldone di 1000 pagine prodotto dagli investigatori dell’Ufficio Immigrazione. Lì dentro ci sono i nomi di 400 stranieri minorenni che hanno chiesto il permesso di soggiorno camuffando la loro identità. Ma a certificare la loro età è stato un medico di un pronto soccorso della capitale che, attraverso una visita di 6 minuti in tali, accolti nella pronto soccorso, ha stabilito quanti anni avevano.
Ci sono troppe anomalie nell’affaire finti minorenni, a cominciare dai centri che li ospitano. Impossibile che nessuno si sia accorto degli adulti spacciati per ragazzini. Forse perché la diaria di 70 euro che prima il Governo (in tempo di emergenza sbarchi) e poi il Comune di Roma dà per ogni adolescente è più ricca di quella data a un profugo adulto (per cui sono erogati 3040 euro al giorno)?
“Da aspirante profugo a falso adolescenteciò che nella capitale (e non solo) riguarda l’assistenza a rifugiati politici stranieri, immigrati, senza casa italiani, mense per poveri e via assistendo, tra assegnazioni irregolari, appalti vinti con procedure poco chiare o annullati per motivi altrettanto oscuri. Ecco gli squali della solidarietà.
DA PROFUGO A MINORENNE – Anita Brundu ha lavorato al Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Anguillara per adulti, e poi al centro di accoglienza di via Fosso dell’Osa. Entrambi sono gestiti da Domus Caritatis. È lei a spiegarci come l’affaire dei finti minori si autoalimenta. “Qualche mese fa, il giorno dopo essere stata trasferita al centro di via Fosso dell’Osa, incontrai Amir, Ahmed, Khaled e Muhammad. “Non ci chiamiamo più così”, mi dissero. Avevano fatto richiesta per essere riconosciuti come rifugiati politici: una richiesta che viene accolta soltanto nel caso di Paesi in guerra come Somalia, Sudan e Darfur; e loro non venivano da nessuno dei tre. Avrebbero dovuto essere espulsi. Di notte invece erano stati trasferiti nel centro per minorenni e tali, dopo un certificato medico, erano diventati. E il loro caso non era certo l’unico, ma la prassi”.
I RIFUGIATI E GLI AVVOCATI COMPLICI
In questa storia di mezzo non ci sono soltanto i centri che continuano a incassare sugli adulti che si spacciano per minorenni e che percepiscono rette giornaliere che valgono il doppio. Al ricco piatto da milioni di euro attingono un po’ tutti. Anche gli avvocati. C’è uno studio legale in particolare, al servizio della Domus Caritatis, che si occupa dell’assistenza legale e anche del ricorso per il riconoscimento dello status di rifugiati nel caso in cui venga respinto. Un appello senza senso, a meno che il rifugiato in questione non provenga, appunto, da Paesi in guerra. Ma quel ricorso inutile, tanto inutile non è: costa 250 euro a persona. Naturalmente a spese dello Stato: l’immigrato, il profugo, il rifugiato, non ha i soldi neanche per vestirsi, figurarsi se li ha per pagare un avvocato. E così, si attiva il gratuito patrocinio. Se si calcola che tutti gli ospiti dei vari centri fanno domanda per ottenere lo statuto di rifugiato politico, parliamo di centinaia di migliaia di euro ogni mese. Che si aggiungono ai milioni stanziati prima dal Governo e poi dal Comune per il mantenimento degli ospiti nelle strutture.
ecco il trucco milionario” – Il business dei finti minorenni porta un timbro. Quello dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Trifone. E della sua costola, Domus Caritatis che a Roma ha inspiegabilmente ottenuto la gestione del maggior numero di centri. Un timbro dunque stampato su tutto ciò che nella capitale (e non solo) riguarda l’assistenza a rifugiati politici stranieri, immigrati, senza casa italiani, mense per poveri e via assistendo, tra assegnazioni irregolari, appalti vinti con procedure poco chiare o annullati per motivi altrettanto oscuri. Ecco gli squali della solidarietà.DA PROFUGO A MINORENNE – Anita Brundu ha lavorato al Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Anguillara per adulti, e poi al centro di accoglienza di via Fosso dell’Osa. Entrambi sono gestiti da Domus Caritatis. È lei a spiegarci come l’affaire dei finti minori si autoalimenta. “Qualche mese fa, il giorno dopo essere stata trasferita al centro di via Fosso dell’Osa, incontrai Amir, Ahmed, Khaled e Muhammad. “Non ci chiamiamo più così”, mi dissero. Avevano fatto richiesta per essere riconosciuti come rifugiati politici: una richiesta che viene accolta soltanto nel caso di Paesi in guerra come Somalia, Sudan e Darfur; e loro non venivano da nessuno dei tre. Avrebbero dovuto essere espulsi. Di notte invece erano stati trasferiti nel centro per minorenni e tali, dopo un certificato medico, erano diventati. E il loro caso non era certo l’unico, ma la prassi”.
I RIFUGIATI E GLI AVVOCATI COMPLICI
In questa storia di mezzo non ci sono soltanto i centri che continuano a incassare sugli adulti che si spacciano per minorenni e che percepiscono rette giornaliere che valgono il doppio. Al ricco piatto da milioni di euro attingono un po’ tutti. Anche gli avvocati. C’è uno studio legale in particolare, al servizio della Domus Caritatis, che si occupa dell’assistenza legale e anche del ricorso per il riconoscimento dello status di rifugiati nel caso in cui venga respinto. Un appello senza senso, a meno che il rifugiato in questione non provenga, appunto, da Paesi in guerra. Ma quel ricorso inutile, tanto inutile non è: costa 250 euro a persona. Naturalmente a spese dello Stato: l’immigrato, il profugo, il rifugiato, non ha i soldi neanche per vestirsi, figurarsi se li ha per pagare un avvocato. E così, si attiva il gratuito patrocinio. Se si calcola che tutti gli ospiti dei vari centri fanno domanda per ottenere lo statuto di rifugiato politico, parliamo di centinaia di migliaia di euro ogni mese. Che si aggiungono ai milioni stanziati prima dal Governo e poi dal Comune per il mantenimento degli ospiti nelle strutture.
BAMBINI CON I CAPELLI BIANCHI
In un altro centro, il Sant’Antonio, è Silvia F., un’operatrice, a raccontare il business dei finti minorenni. “Qui ospitiamo settanta persone: di queste solo dieci sono ragazzi. Gli altri tutti adulti, visibilmente adulti: alcuni sono stempiati, altri hanno capelli bianchi. Spesso sono delinquenti. Spesso così violenti che capita di dover difendere i minori, quelli veri: una volta, addirittura, ci siamo dovuti barricare in una stanza con loro”.BUSINESS DELLA SOLIDARIETA’: CARITAS E SANT’EGIDIO
La Domus Caritatis a Roma ha in appalto 8 dei 13 centri aperti dal Comune per l’emergenza Nord Africa. Vicina ai Cardinali e a Comunione e Liberazione, l’Arciconfraternita è legata al ras della ristorazione, la società La Cascina – che riforniva le mense scolastiche e ospedaliere di mezza Italia, la buvette del Senato e gestisce anche i buoni pasto Break Time – che già nel 2003 finì al centro di un’inchiesta. Gli appalti per i centri la Domus Caritatis li riceve direttamente dal Governo. Perché?
Non solo immigrati
Segnalazione di Maurizio Ruggiero
Dall’Alfa Romeo a bracciante della terra. In appena ventiquattro mesi il ragionier Vincenzo Micucci, 57 anni, ha ripercorso un secolo di storia che, attraverso due guerre mondiali, una dittatura e decenni di democrazia aveva portato l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo. Un percorso al contrario, però: da responsabile contabilità di una delle concessionarie d’auto più grosse della Puglia a operaio agricolo a giornata. Un giorno qualunque dopo sei mesi da disoccupato, passando sotto un antico ulivo in provincia di Bari, aveva deciso di appendere la corda e impiccarsi. L’hanno salvato un amico, la moglie, l’amore dei due figli. Il ragionier Micucci si è così risvegliato in un mondo diverso in cui nascere cittadino dell’Unione europea non affranca più dal rischio di finire al piano più basso del grattacielo della vita. Quello scantinato già affollato di africani, arabi, bulgari, polacchi, immigrati a migliaia nell’ultimo decennio per fare nelle campagne, come si diceva una volta, i lavori che gli italiani non fanno più. Ma che adesso la crisi costringe ad accettare.
DA GEOMETRA A BRACCIANTE
A fine estate le statistiche diranno quanti sono i nuovi stagionali. Tra loro c’è anche Angelo Rasola, 45 anni, di Cerignola, provincia di Foggia, che finora ha trovato soltanto ingaggi da schiavitù. Tre figli di 16, 13 e 4 anni, diploma di geometra, un lungo passato di notti a sfornare pane. Nel giro di qualche anno gli hanno ridotto lo stipendio. Dai mille euro ancora regolari del 2008 ai 650 in nero del 2014. Da far bastare per la famiglia, le spese per i libri di scuola, il desiderio di una vita dignitosa. Così ha lasciato il forno, per mettersi a cercare uno stipendio sufficiente. Finora ha trovato un agricoltore italiano che l’ha rimbalzato al caporale romeno: il caporale gli ha offerto 20 euro a giornata, in nero ovviamente, dodici ore al giorno dall’alba al tramonto a raccogliere pesche, un euro e sessanta l’ora, un quinto del minimo sindacale. Il geometra Rasola ha allora provato a chiedere a un’azienda dove cercavano operai per tagliare i pomodori da essiccare. Ma pure lì la paga era al di sotto del minimo di sussistenza per una famiglia qualunque: 1,90 euro l’ora, tutte le notti dalle cinque di sera alle cinque del mattino. Laura Prospero, 27 anni, laurea in neuropsicologia e tante porte chiuse, ha invece ottenuto un contratto regolare da stagionale: 35 euro al giorno a raccogliere ciliegie con braccianti marocchini, polacchi, albanesi. Ma la stagione delle ciliegie è inita e Laura ora è a casa in attesa che cominci la raccolta delle olive.
Antonio Castellana
Tra gli italiani che la crisi ha rispedito alla terra c’è anche Antonio Castellana, muratore lasciato senza stipendio dal crollo dell’edilizia. Ha 63 anni, tre figli. Troppo vecchio per emigrare all’estero, troppo giovane per la pensione. Però si considera fortunato. L’ha salvato il fatto che da ragazzo aveva imparato a guidare il trattore: per questo, adesso, continuano a chiamarlo. Nell’agosto 2006, in questi stessi giorni, “l’Espresso” aveva indagato sul sistema di sfruttamento nascosto sotto la nostra catena alimentare. Una clamorosa inchiesta da infiltrato tra i braccianti sottoposti a condizioni di schiavitù. Avevamo scelto la provincia di Foggia perché era stagione di raccolta dei pomodori.
ULTIMA RISORSA
Durante quell’estate, grazie alla complice assenza di controlli, centinaia di lavoratori stranieri erano stati sequestrati dai caporali, chi protestava veniva massacrato di botte e alcuni operai erano stati addirittura uccisi. Da allora molto è cambiato, nelle leggi e nel numero di ispezioni nei campi. Ciò che non era immaginabile allora, però, è la rapidità con cui l’economia si sarebbe rovesciata. Tanto da spingere i disoccupati italiani di nuovo a piegarsi sulla terra. Ma il ghetto di Rignano Garganico resiste ai controlli Dal 2006, quando “l’Espresso” indagò sugli schiavi dei pomodori in provincia di Foggia, le dimensioni della baraccopoli sono addirittura triplicate
Succede dal Friuli alla Sicilia.
Con gli imprevisti e le difficoltà dell’agricoltura stagionale: le paghe minime, la precarietà, il maltempo, la fatica, l’impossibilità comunque di mantenere una famiglia. E in alcune regioni, l’aggravante del caporalato. Così accade nelle campagne di Cerignola dove i disoccupati del posto devono fari i conti con i caporali stranieri. Per anni a molte imprese ha fatto comodo controllare gli immigrati attraverso i gangster della manodopera, spesso loro connazionali. Adesso sono gli italiani a doversi confrontare. Più che una clessidra che gira nel tempo, è la lama di un coltello che cambia verso. Il caporalato funziona da polizia privata, abbassa il costo del lavoro, mantiene l’ordine. Come un secolo fa quando, proprio da Cerignola, Giuseppe Di Vittorio prendeva coscienza delle prime lotte sindacali. Anche per questo siamo tornati qui.
LA LEGGE DEI CAPORALI
«Ero andato a chiedere a un coltivatore di frutta. C’erano le pesche da raccogliere», racconta Angelo Rasola, l’ex fornaio: «Il titolare dell’azienda mi indica il suo caposquadra, il caporale romeno. Lui mi dice subito: se vuoi, vieni, sono 20 euro al giorno, si comincia all’alba per dodici ore. Venti euro in nero, sono seicento al mese. Senza contare i giorni di pioggia che non vengono pagati. E quest’anno non ha smesso di piovere. Forse in Romania con 20 euro al giorno si vive. Vengono qui d’estate, vivono ammassati in vecchie case e d’inverno tornano in patria. Ma in Italia con 20 euro al giorno, come fai a mandare avanti la famiglia? Le bollette, le spese per la scuola, 300 euro soltanto di libri. Non posso rassegnarmi alla schiavitù. Per questo non ho accettato. È meglio continuare a cercare. Ho mandato il curriculum ovunque, a un salsificio, perfino all’Alenia. L’edilizia è ferma e non posso nemmeno sfruttare il mio diploma di geometra. L’ultimo pane l’ho sfornato il 19 aprile, il sabato di Pasqua. Il proprietario ha deciso di vendere pane industriale. Costa meno. E non posso dargli torto. Troppe spese, troppe tasse. E non è che prima fossimo ricchi. Le paghe qui sono basse da sempre. Le due commesse in negozio prendevano 80 euro a settimana. Ma noi siamo in cinque e i mille
euro di stipendio se ne andavano in gas, luce, mangiare, ringraziando il Signore che il mutuo l’ho finito di pagare lo scorso anno. Dal 19 aprile ho fatto anche il badante, in sostituzione per qualche giorno. Ho chiesto a bar, ristoranti. A parte i caporali e le loro condizioni, è tutto fermo». E come vivete, se da aprile non avete entrate? Il ragionier Rasola sorride timido: «Mio padre faceva l’impiegato all’acquedotto, ha una pensione di 900 euro. Mio suocero faceva l’ambulante, gli danno 498 euro al mese. Meno male che ci sono loro che ci pagano la spesa per mettere a tavola il primo o il secondo. Lebollette le pago, ma quando posso. Che devo fare?».
MURATORI ADDIO
C’è un’intera comunità di muratori a Cerignola che lavorava nei cantieri di tutta Italia. Si ritrovano al tramonto, nella calura di piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano la giornata e ingaggiano i braccianti per l’indomani. Saverio, 60 anni, sta parlando con un uomo sulla cinquantina, un caporale del posto. Li riconosci dalle unghie delle mani pulite, il borsello a tracolla dove tengono il telefonino con i contatti e il taccuino con i nomi dei braccianti ingaggiati, i pantaloni a pinocchietto, i polpacci scoperti, i calzini bianchi corti dentro le scarpe da ginnastica. L’uniforme estiva tipica in Puglia nella gerarchia del lavoro. Quanto pagate a giornata? «Gli italiani 40-45 euro», risponde il caporale. A contratto? «Macché a contratto, qua si fa tutto in nero», si lamenta Saverio e il caporale se ne va. Saverio ha una figlia adolescente ancora in casa, cinque nipotini dai due figli sposati e da tempo disoccupati. Spiega che dal 1970 al 2012 ha lavorato come carpentiere nei cantieri di tutta Italia, fino a Milano e Bolzano. Anche suo padre faceva il carpentiere. «Ma ora non si costruisce più. E come si fa? Non vendono più neanche una casa. Speriamo nella vendemmia. Stanno preparando le squadre di raccoglitori, ma anche oggi sono venuto qui per sentirmi dire che non c’è posto», ammette lui. Prima della vendemmia c’è la raccolta dei pomodori… «No, quelli li fanno gli stranieri. Gli stranieri hanno rovinato la piazza. O forse sono stati i padroni che li pagano 25 euro a giornata. Bah, comunque trovi stranieri anche nella vendemmia».
“Cibo scadente”?
Senalazione di Maurizio Ruggiero
http://m.mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/07/29/news/cibo-scadente-ecco-cosa-mangiano-i-profughi-a-este-1.11853366 – Il Mattino di Padova – 29 luglio 2015
“Cibo scadente”? Ecco cosa mangiano i profughi a Este
di Nicola Cesaro
Abbiamo “testato” la loro mensa all’istituto Salesiano: riso al pomodoro, chele di granchio, tris di contorni e frutta. Tutto di buona qualità. E abbondante
ESTE. Riso al pomodoro, chele di granchio, un tris di piselli, carote e patate e della frutta. Porzioni abbondanti, cibo ben cotto, pane e acqua senza limiti. È questo il pranzo offerto dalla cooperativa Ecofficina alla stampa che, dopo la protesta plateale di lunedì scorso da parte di alcuni ospiti, chiedeva spiegazioni in merito alle lamentele dei profughi sistemati al Manfredini di Este. Il pasto concesso ai media era lo stesso che, da lì a pochi minuti, sarebbe toccato ai quaranta migranti di stanza nell’istituto salesiano. Un pasto simile a quello di qualsiasi altro giorno, come assicura la cooperativa di Battaglia Terme che in giro per il Veneto gestisce almeno altri otto centri per profughi.
Este, Un pasto simile a quello di qualsiasi altro giorno, come assicura la cooperativa di Battaglia Terme che in giro per il Veneto gestisce almeno altri otto centri per profughi.
Il primo di oggi: riso al pomodoro
Il secondo: chele di granchio e tris di contorni
Il pane
Tabelloni
Dispenser dell’acqua
Gli orari della mensa
Raccolta differenziata
«Il cibo viene preparato dalla cooperativa Riesco ed è cotto o a Monselice o a Saccolongo, anche da un cuoco africano» spiega Gaetano Battocchio, vicepresidente di Ecofficina. «Cerchiamo di proporre cibi consoni alle abitudini dei nostri ospiti, avvezzi per esempio a mangiare piatti meno salati dei nostri, pane morbido, pietanze senza funghi o maiale. Vanno matti per il riso e per il pollo, per i fritti e per la frutta, per le spezie e il peperoncino in particolare, e solo pochissimi mangiano piatti come il cous cous. Non hanno la tradizione delle diverse portate e spesso riuniscono tutti i piatti in un unico pastone».
Fratellastri allo sbaraglio:
Senalazione di Maurizio Ruggiero
http://www.focus.it/scienza/scienze/l-inseminazione-artificiale-eterologa-e-i-rischi-di-incesto-nascosto-120911-1211 – Focus – 27 settembre 2011
Fratellastri allo sbaraglio: i rischi dell’inseminazione eterologa Negli USA il crescente numero di nati da inseminazione artificiale eterologa sta facendo aumentare il rischio di incesti inconsapevoli tra fratellastri e sorellastre figli dello stesso donatore. Un problema etico e scientifico da risolvere al più presto.
di Franco Severo
Una banca del seme (foto © Louie Psihoyos/Science Faction/Corbis) Il crescente ricorso all’inseminazione artificiale eterologa, cioè la fecondazione degli ovuli con spermatozoi prelevati da una banca del seme, sta facendo nascere nei Paesi dove è consentita, Stati Uniti in testa, un nuovo tipo di preoccupazione sia tra i medici sia tra i genitori dei bambini procreati con questa tecnica.
Il crescente ricorso all’inseminazione artificiale eterologa, cioè la fecondazione degli ovuli con spermatozoi prelevati da una banca del seme, sta facendo nascere nei Paesi dove è consentita, Stati Uniti in testa, un nuovo tipo di preoccupazione sia tra i medici sia tra i genitori dei bambini procreati con questa tecnica. Ognuno di essi infatti potrebbe avere decine o centinaia tra fratellastri e sorellastre e, senza saperlo, in età adulta, potrebbe avere figli con qualcuno di loro.
La festa dei 150 fratelli A parte le ovvie implicazioni di tipo etico legate a questa possibilità, i medici sono sempre più preoccupati dal rischio di diffusione su larga scala di malattie genetiche finora molto rare. In un articolo recentemente pubblicato sul New York Times, Ms Daily, una quarantottenne di Washington che ha una figlia di 14 anni nata da un donatore, per ridurre al minimo il rischio di contatti troppo ravvicinati e di tipo indesiderato con i fratellastri della ragazza, qualche anno fa ha fondato un sito web per cercarli. Negli States i donatori di sperma sono identificati con un numero univoco, così la ricerca dei consanguinei della giovane non è stata particolarmente difficile: oggi ben 150 fratellastri e sorellastre si ritrovano periodicamente in occasione della feste, per la fine della scuola e in altri momenti. «Vederli tutti insieme è impressionante” afferma Ms Daily, “si assomigliano in modo incredibile».
Sex & the number «Mia figlia conosce il numero identificativo del proprio padre biologico proprio per evitare problemi» dichiara al quotidiano americano una mamma californiana. «Va a scuola con molti ragazzi nati da donatori e di qualcuno di loro si è anche innamorata. Questo tipo di prevenzione deve ormai far parte dell’educazione sessuale». E da più parti, sopratutto negli States, si cominciano a chiedere regole più severe: prima di tutto una maggior informazione alle coppie che si rivolgono alle banche del seme, e poi un tetto al numero massimo di bambini che si possono far nascere dallo stesso donatore: secondo l’American Society for Reproductive Medicine non dovrebbe superare i 25. Ma si sa, il business è business è negli States ci sono molti più controlli sul mercato delle aute usato che su quello degli spermatozoi e degli ovociti umani.
AAA fratellastro cercasi…
Ogni anno negli USA i nati da donatori sono circa 60.000 ma solo una piccola parte di essi è registrata negli archivi, online e offline, che permettono di scoprire quali e quanti sono i loro fratellastri e sorellastre. È giusto mandare un uomo o una donna allo sbaraglio nel mondo tenendolo all’oscuro sulla storia e sulle origini di metà del suo patrimonio genetico? Il dibattito, etico e scientifico, è aperto.
La situazione in Italia La legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita vieta [vietava essendo stata demolita per via giudiziaria] in Italia la fecondazione eterologa, ovvero con la donazione di ovociti o spermatozoi. Ma in molti Paesi europei e negli USA è consentita, seppure con procedure e normative diverse da Paese a Paese. In tutti i casi sono comunque previsti controlli rigorosi sui donatori, per assicurarsi che non abbiano malattie infettive o anomalie cromosomiche. La donazione di seme maschile utilizza solitamente materiale crioconservato presso le banche del seme, dopodiché si opta per una fecondazione in vivo o in vitro. La spesa oscilla tra i 1.200 euro per una inseminazione intrauterina fino ai 7-10.000 euro per quella in provetta.
L’EFFETTO ANTICRISTICO DELLE ESTERNAZIONI BERGOGLIOSE…
L’EDITORIALE DEL VENERDI
di Arai Daniele
Per tracciare l’«identikit» di un «anticristo» in veste papale non c’è bisogno di rivolgersi a un cattolico – questo può essere bloccato da falsi concetti di rispetto e ubbidienza -, basta sentire qualche coerente analista degli effetti socio-politici delle sue opere. Qui mi limito, prima di passare la parola ad altri, a costatare i guai arrecati dai «papi conciliari» alla vita italiana e europea, da Giovanni 23 a questo di turno. Basta vedere la devastante scristianizzazione che viviamo e i suoi effetti sociali per capire i gravi guai che il loro liberalismo causò. A esso seguì la cultura della morte con l’aborto, il crollo della natalità, la rovina della famiglia, che risulteranno nella frana inevitabile del moderno «stato sociale». Si dice che il declino demografico può essere compensato dall’immigrazione! Divagazioni per governi decadenti. Il fatto è che l’Europa, dei paesi d’alto tasso di disimpiego, vive ora un flusso migratorio di portata biblica, che la svena! Si tratta in parte di rifugiati, ma per le coste italiane, specialmente di africani alla ricerca di condizioni migliori nei paesi con la tale assistenza sociale garantita. Tutto ciò fa pensare a un piano segreto di globalizzazione programmato, che andrebbe affrontato.
Sentiamo allora che cosa dice e prevede il vero «grillo» dei disastri italiani ed europei, il noto analista di politica Edward Nicolae Luttwak, la cui analisi ha raggirato l’evidente responsabilità in ciò, ma forse in generale, del noto papa-anticristo di turno: https://www.youtube.com/watch?v=EvbgnYfUrQk
Ora per aggiornare l’analisi, dovremmo dire che il guaio ha raggiunto il nord Europa, e che Inghilterra e Francia vivono un momento critico. Solo per affrontare la crisi di Calais si richiede un aiuto di 20 milioni di Euro alla Comunità. Eppure, proprio nel caso della guerra in Libia, nessun governo più del francese è responsabile di tanto dissennato caos, versando in Libia tante armi poi finite nel Mali e in Nigeria per l’assalto di chiese e villaggi e lo sterminio di cristiani; fatti che hanno accelerato la grande fuga. Continua a leggere
Il valore dell’ “opinione pubblica”
Ungheria: Il muro anti profughi, Dio nella Costituzione e un’Europa “nemica”
Viaggio nel Paese nel mirino dell’Ue per la difesa dei valori cristiani e per il suo no all’accoglienza di altri immigrati
L’Ungheria di Viktor Orbán, il controverso primo ministro ungherese, oggetto di forti critiche da parte dell’Unione europea e oggi in prima linea nel fronte euroscettico su molte questioni: dall’economia, all’immigrazione. Molto è cambiato infatti, da quando, leader venticinquenne dell’Alleanza dei giovani democratici nel 1988, il premier ungherese animava i comizi del fronte liberale anti comunista nella piazza degli Eroi di Budapest.
O da quando, per la prima volta al governo dal 1998 al 2002, trasportava l’Ungheria all’interno dell’Alleanza atlantica. Oggi Fidesz è un partito che sta virando sempre più decisamente su posizioni nazionaliste ed euroscettiche. Una manovra, questa, iniziata nel 2010 quando, cavalcando i temi della crisi economica e del malgoverno di sinistra, il partito è tornato al governo ottenendo la maggioranza assoluta in Parlamento con il 52,73%. La svolta conservatrice è proseguita poi nel 2011 con l’approvazione della nuova Costituzione ungherese, nel cui preambolo venivano individuati Dio e i valori cristiani come valori fondanti della nazione, in malcelata contrapposizione con la scelta di Bruxelles di vietare qualsiasi riferimento alle radici cristiane dell’Europa nel trattato di Lisbona. Una Costituzione che ha codificato il primato dei cittadini ungheresi dentro e fuori i confini nazionali, il matrimonio tra uomo e donna come l’unico riconosciuto e la difesa della vita sin dal suo concepimento. E che per questo è stata attaccata dalle istituzioni europee e da Paesi come la Germania, con l’accusa di essere poco rispettosa delle libertà dei cittadini e dei diritti umani.
Nelle ultime elezioni però, quelle del 2014, gli ungheresi hanno rinnovato la fiducia al Fidesz, che ha vinto con il 45% dei voti. La flessione rispetto al risultato del 2010 è spiegata dall’avanzata nelle percentuali elettorali di Jobbik, l’altro punto di riferimento dell’Ungheria nazionalista, che nelle stesse elezioni ha guadagnato quattro punti, passando dal 16% al 20%. L’ascesa di Jobbik è stata confermata anche nelle suppletive dello scorso aprile a Talpoca, dove il partito ha strappato un seggio al Fidesz, tanto da far pronunciare molti analisti sulla seria possibilità per l’estrema destra ungherese di andare al governo nel 2018. Per ora sono solo pronostici, ma sta di fatto che in Ungheria oggi l’opposizione social-democratica non è incisiva, e sono invece le forze nazionaliste a crescere.
Nonostante le forti critiche piovute sul suo esecutivo, il programma di «nazionalizzazione» economica di Orbán ha però vantato degli innegabili successi. Nel 2013 l’Ungheria è uscita dalla crisi e il Pil è salito fino all’1,1%, con l’aumento di domanda interna e occupazione. La ricetta del successo? Gli 800 milioni di euro di prestiti statali alle Pmi e pesanti tasse sui profitti di banche e società straniere. Assieme al taglio dei costi sulla bolletta del gas e della luce, che più di tutto ha fatto entrare Orbán nel cuore degli ungheresi. Non mancano però le contestazioni, come testimoniano le frequenti manifestazioni di piazza contro la piaga della corruzione e le proteste di interi settori come quelli della sanità e della scuola, che lamentano un sistema troppo precario e stipendi troppo bassi. C’è, poi, chi accusa il governo di aver preso una deriva autocratica con le leggi restrittive sulla libertà di stampa e chi punta il dito contro l’eccesso di retorica populista che non troverebbe riscontro nei fatti. Ma c’è un punto sul quale gli ungheresi sembrano essere tutti d’accordo: a entrare nell’Eurozona non ci pensano proprio. Avere una moneta nazionale, viene considerato infatti, da molti, come per la Polonia e la Repubblica ceca, un fattore di competitività. L’adozione della moneta unica, per dirla con le parole di Orbán, è quindi un processo che, se sarà mai avviato, «richiederà decenni». E richiederà anche la modifica della costituzione, che stabilisce nero su bianco che il fiorino ungherese deve essere la moneta nazionale. La recente elezione di Andrzej Duda in Polonia, mostra poi come questa tendenza si stia allargando oltre i confini magiari. Il quarantaduenne del Pis (Diritto e giustizia), la destra populista anti russa di Jarek Kaczynski, è stato eletto presidente con il 53% dei consensi, dopo una campagna elettorale tutta incentrata sull’euroscetticismo e sul richiamo ai valori tradizionali cattolici e patriottici, cavalcando il malcontento dei giovani disoccupati e dei precari. Duda e Orbán hanno una storia simile: entrambi liberali e anticomunisti, seguono un percorso che li porta ad attestarsi su posizioni radicali e conservatrici. Quello che li differenzia è soprattutto l’approccio nei confronti di Mosca: il partito di Duda è profondamente russofobico e anti tedesco mentre al contrario Orbán, nonostante abbia votato anche lui le sanzioni, punta a relazioni privilegiate con il Cremlino. Un partenariato strategico che passa per le ingenti forniture di gas, per i 10 miliardi di euro di investimenti di Mosca sul nucleare in Ungheria e per il sostegno ungherese al nuovo progetto del Turkish Stream.
Quando siamo stati ad Áshottalom, il paesino magiaro al confine con la Serbia divenuto crocevia per migliaia migranti provenienti dalla Siria, dall’Irak, dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Nord Africa e dal Kosovo, ci siamo resi conto dell’entità del fenomeno dell’immigrazione incontrollata in Ungheria. Qualche settimana prima dell’annuncio della costruzione del muro, abbiamo visto e intervistato decine di migranti che nascosti nella foresta che segna il confine con la Serbia, cercavano di aggirare i controlli, pressoché inesistenti, per entrare in Europa. Il sindaco di Áshottalom, Lazslo Toroskay, ci spiegava come questo fosse un fenomeno nuovo, iniziato nel 2012, quando il governo di Orbán, cedendo alle pressioni dell’Ue, ha depenalizzato il reato di immigrazione clandestina. A seguito di questo provvedimento, anche la polizia di frontiera è stata sciolta. «L’Unione europea – accusa il sindaco – dopo averci tolto i mezzi per proteggere questo confine Schengen, non si è interessata minimamente al problema», che nel frattempo ha raggiunto numeri spropositati: le richieste d’asilo in Ungheria infatti sono passate da 2.157 nel 2012 a 43mila per tutto il 2014, e 50mila per i primi mesi del 2015. Oggi i profughi che ogni giorno attraversano il confine sono centinaia. Provenienti tutti dalla rotta balcanica, vengono prelevati perlopiù nella foresta dai trafficanti, oppure si incamminano lungo le strade della cittadina, dove vengono fermati dalla polizia ungherese che li porta nel campo profughi di Röske, vicino Szeged, dove dovrebbero restare tre mesi per i controlli. In realtà la maggior parte riesce a scappare molto prima e a lasciare l’Ungheria per raggiungere l’Italia o la Germania. «L’Unione europea ci ha lasciato soli» questo è quello che ripetono tutti. Anche in parlamento a Budapest, dove sono state pensate una serie di iniziative che hanno fatto discutere. Dalla diffusione dei questionari per verificare la posizione sull’immigrazione di otto milioni di ungheresi, fino all’annuncio choc del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, della costruzione del muro di 175 km alto 4 metri al confine con la Serbia per bloccare gli ingressi. Una proposta lanciata due anni fa proprio dal sindaco Toroskay, vicino a Jobbik. E alla fine, dopo che il governo aveva detto di sì nelle scorse settimane a un più sobrio memorandum d’intesa trilaterale con Austria e Serbia per il rafforzamento dei controlli alle frontiere condivise, la controversa legge che prevede l’accelerazione nei processi di espulsione degli immigrati irregolari e la costruzione della barriera è stata approvata anche in parlamento. Grazie al voto in blocco dei parlamentari di Fidesz e Jobbik. La linea dura di Orbán sull’immigrazione quindi, oltre ad essere la risposta ad un fenomeno migratorio difficilmente controllabile è spiegabile anche con la necessità per questo esecutivo di recuperare consensi rispetto all’altra forza politica nazionalista, Jobbik, che, grazie alle sue posizioni radicali proprio su questo tema, sta crescendo nei sondaggi.
Si delinea la nuova guerra mondiale Usa
di Maurizio Blondet
Gli eventi sembrano precipitare. L’aggressione si svolge sui vari fronti aperti dall’Impero del Caos. Vediamoli
Fronte della Siria
Come si sa, Barak Obama ha autorizzato una forte escalation dei bombardamenti in Siria. La scusa è difendere le formazioni di ribelli addestrate dal Pentagono contro DAESH, e di fatto debellate dai terroristi cattivi. Il numero dei ribelli “buoni” (una sessantina) da difendere con bombardamenti aerei rende trasparente come la scusa sia risibile. Il punto è che gli Usa vogliono abbattere il regime di Assad, come erano pronti a fare nel 2013 e sono stati impediti di fare.
Nei giorni seguenti, qualche fonte ventilava un piano occidentale che sembrava poco credibile: mettere “scarponi sul terreno”, per creare zone “liberate” interne alla Siria, dove i terroristi moderati possano instaurare il loro regime al riparo sia da DAESH, sia dall’aviazione siriana. Soprattutto da questa. Poiché le forze armate Usa ed occidentali hanno sempre evitato di impegnare truppe di terra loro proprie in simili teatri (o piuttosto pantani), la cosa pareva fantasiosa.
SAS mascherati da jihadisti operano in Siria
Questa notizia assume tutta la sua gravità se collegata ad un’altra, apparsa il 2 agosto sul britannico Sunday Express: “La SAS si traveste da combattenti dello Stato Islamico nella guerra segreta contro i jihadisti”.
Il giornale ci racconta che “più di 120 membri del reggimento di elite si trovano attualmente nel paese sconvolto dalla guerra, segretamente travestiti in nero e sventolando le bandiere dello Stato Islamico”.
http://www.express.co.uk/news/uk/595439/SAS-ISIS-fighter-Jihadis
Non ci vuol molto a capire che questi commando non servono a “combattere il califfato”, ma sono i puntatori, quelli che sul terreno hanno il compito di “illuminare” i bersagli da colpire, che poi gli aerei (in parte, droni in partenza dalla base turco-americana di Incirlik) colpiscono con bombe a guida laser. Sono stati mandati ad aiutare i jihadisti a rovesciare Assad. Il Sunday Express precisa che questi SAS mascherati da DAESH sono “sostenuti da oltre 250 specialisti che forniscono il sostegno delle comunicazioni”. Ciò che chiarisce in modo definitivo le funzioni dei finti-veri britannici islamisti. Per di più, il giornale inglese cita “l’ex capo dell’esercito britannico lord Richard” il quale dice: “i carri armati entreranno in azione” in Siria, perchè “lo Stato Islamico non sarà vinto senza uno sforzo concertato sul terreno”. Continua a leggere









