Cresce la tensione a Kos, scontri tra migranti e polizia

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Cresce la tensione a Kos, scontri tra migranti e polizia

Il sindaco dell’isola greca lancia un appello per ricevere aiuti: 600-800 nuovi arrivi ogni giorno

Scontri sull’isola di Kos

11/08/2015
enrico caporale

Migliaia di persone ammassate, tantissimi bambini, l’afa di agosto, la rabbia, le cariche dei (pochi) poliziotti chiamati a gestire la situazione: se martedì a Kos non c’è scappato il morto è stato un miracolo. Fuori dallo stadio dell’isola greca, situata nel Mar Egeo orientale, a soli 4 chilometri dalle coste della Turchia, c’erano circa 1500 migranti (soprattutto siriani e afghani) in coda. Aspettavano il loro turno per svolgere le pratiche di registrazione obbligatorie dopo lo sbarco. All’improvviso è scoppiato il caos. Spintoni, lancio di bottiglie, gente che sviene. Gli agenti, sopraffatti dalla massa di disperati, hanno reagito con gas lacrimogeni ed estintori. A quel punto si è scatenato un fuggi-fuggi generale che poteva finire in tragedia.

 Nelle ultime settimane a Kos, fino a oggi conosciuta soprattutto per le spiagge e i pacchetti turistici low cost, sono sbarcati migliaia di migranti. «Dalla Turchia arrivano 600-800 persone al giorno», ha detto in tv il sindaco Yorgos Kyritsis. Che ha lanciato un appello a governo e Unione europea affinché forniscano assistenza immediata prima che «scorra del sangue». Sull’isola, che conta appena 30 mila abitanti, ci sono già 7 mila migranti stipati nelle tendopoli allestite ovunque. Nei giorni scorsi l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha lanciato l’allarme, parlando di una situazione di «caos totale» non solo a Kos, ma anche a Chios e Lesbos, e lunedì la vicepresidente del parlamento tedesco, Claudia Roth, dopo essere atterrata sull’isola ha parlato di «un inferno sulla terra».

Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Guardia Costiera, le persone sbarcate sulle isole greche del Mar Egeo nei primi sette mesi di quest’anno sono state almeno 124 mila, il 750 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Atene ha promesso rinforzi, ma senza un intervento serio dell’Ue la situazione rischia di peggiorare ancora. E non solo nell’Egeo.

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Quando nasce la teologia della liberazione?

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Consiglio Episcopale Latinoamericano

Segnalazione di Federico Prati

Ufficialmente nasce nel CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) di  Medellin nel 1968 in cui i vescovi latinoamericani si riunirono per discutere  le conseguenze per la Chiesa del Concilio Vaticano II…

Dom Helder Câmara (1909-1999), Arcivescovo Emerito di Recife (Brasile), ha  firmato il Patto delle Catacombe ed è stato uno dei maggiori precursori della  eresia della liberazione latinoamericana, e uno degli esponenti che ha  maggiormente integrato “dimensione politica e dimensione spirituale della fede  cristiana”… (In Brasile è consueto dire che Dom Helder ha creduto più in Marx che in  Dio…)

Il “Patto delle catacombe”, per una Chiesa serva e povera

(14-04-09) – Redazione

In ricordo di dom Helder Câmara Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa  serva e povera Il 16 novembre del 1965, pochi  giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri  conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle  catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo  questa celebrazione, hanno firmato il “Patto  delle Catacombe”. Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a  portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva  suggerito il papa Giovanni XXIII. I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e  latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a  vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a  mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una  forte influenza sulla Teologia della  Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Uno dei firmatari e  propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui  centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio. Ecco il testo:  Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della  nostra vita di povertà secondo il Vangelo;  sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi  vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in  unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla
grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo,  sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi;  ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla
Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre  diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra  debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio  vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto  segue:

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Il regno delle ombre (o tenebre)

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LETTORE

Cosa si è detto al ‘Sinodo ombra’?

di Andrea Gagliarducci

4 novembre 2014
Catholic News Agency

Lo hanno chiamato il “Sinodo ombra,” perché l’obiettivo era quello di una  grande assise sui temi sinodali, magari anche per stimolare un documento  teologico da buttare nella mischia alla vigilia del Sinodo, il prossimo  settembre, durante il viaggio di Papa Francesco negli Stati Uniti. Ma i  partecipanti hanno minimizzato: secondo loro, quello del 25 maggio scorso alla  Gregoriana era solo di uno degli incontri periodici congiunti delle Conferenze  Episcopali di Svizzera, Germania e Francia. Oggi perlomeno si può sapere un po’ del contenuto dell’incontro, perché i testi degli interventi (tranne la  relazione finale del Cardinal Reinhard Marx) sono stati pubblicati in italiano,  francese e tedesco sul sito della Conferenza Episcopale Tedesca lo scorso 17  luglio.

I testi delineano bene il panorama della discussione. Ne viene fuori – per  fare una prima rozza sintesi – un ‘sì’ generale alla contraccezione e agli atti  sessuali omosessuali, e anche ai divorziati risposati, sempre tenendo in  considerazione per ciascuno le circostanze particolari.

Erano in 50, lo scorso 25 maggio all’Università Gregoriana, scelti dalle  conferenze episcopali di Francia, Germania e Svizzera per parlare dei temi del  sinodo in un incontro a porte chiuse. A nessuno era concesso di parlare con i  media, ma alcuni media erano stati invitati a prendere parte all’incontro, ed  eventualmente a riportarne, fatta salva l’intesa di non citare chi aveva detto  cosa, ma solo limitarsi a riassumere i contenuti dell’incontro.

L’incontro – si legge nell’introduzione – è stato diviso in tre parti: una  riflessione sulle parole di Cristo riguardanti il matrimonio e il divorzio; una  sulla sessualità come espressione di amore e di una “teologia dell’amore”; e  sul dono della vita e una teologia narrativa, ovvero una teologia basata sull’esperienza personale, che sembra essere la vera novità del “Sinodo ombra.”

È stato il gesuita Alain Thomasset, professore di Teologia Morale al Centro  Sévres di Parigi, ad introdurre il concetto di teologia narrativa, in un  intervento su “Prendere in considerazione la storia e gli sviluppi biografici  della vita morale e della cura pastorale della famiglia.”

“L’interpretazione della dottrina delle azioni che sono intrinsecamente  malvagie è apparentemente uno dei principali ostacoli alla pastorale delle  famiglie, che determina il rifiuto della contraccezione artificiale, delle  relazioni sessuali dei divorziati e risposati, e delle coppie omosessuali,  anche se queste sono stabili.”

Ma questa dottrina – afferma – “sembra incomprensibile a molte persone e  pastoralmente controproducente,” e dunque si deve mettere in atto un  discernimento su una varietà di situazione, dato che “il riferimento etico  obiettivo è solo uno dei temi (importante, ma non unico) del discernimento  morale, che deve essere operato nella coscienza personale.”

Su queste basi, Thomasset propone una interpretazione degli atti umani “all’interno del contesto della tradizione cattolica,” che ha alcune conseguenze:  che le relazioni sessuali tra persone risposate non siano in nessun modo intese  come una colpa morale, e così “si aprirebbe all’accesso al Sacramento della  Riconciliazione e dell’Eucarestia;” che le relazioni sessuali con l’uso di  contraddizione non abortiva tra coppie sposate “non possa essere considerata  come un peccato oggettivo;” e che alle coppie omosessuali stabili venga  riconosciuta una riduzione del grado di malizia delle loro relazioni sessuali,  e così “la loro responsabilità obiettiva e morale possa essere diminuita o  anche eliminata.”

La prima parte del “Sinodo ombra” ha incluso gli interventi dei teologia Anne-Pellettier e Thomas Soelding, i quali hanno chiesto entrambi uno “sviluppo” della nozione di “matrimonio indissolubile” da parte della Chiesa cattolica.

Anne-Marie Pellettier, teologa francese che è stata anche insignita del Premio  Ratzinger per la Teologia, sottolinea che “la tradizione cattolica sull’indissolubilità del matrimonio è basata sull’interpretazione disciplinare” di  Matteo, 19 (Mose vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli per la durezza del  vostro cuore), ma questo ha “un contenuto kerigmatico,” e cioè il fatto che “il  vincolo coniugale, in termini in cui Gesù lo esprime, è legato alla vocazione  di quanti, con il Battesimo, sono immersi nella morte e resurrezione di  Cristo.” E – spiega la teologa francese – “la Chiesa Cattolica non ha mai  cessato di difendere l’indissolubilità, mentre i costumi hanno ampiamente
smentito il principio accettato dalle società cristiane.” In verità – conclude – “la vita coniugale ha molti più ostacoli di quanti sono ammessi dalla  teologia del matrimonio.”

Da parte sua, Soeding ha detto che, mentre il matrimonio è indissolubile, il  Sinodo della famiglia che si terrà in ottobre dovrebbe sviluppare “ una fedeltà  alla volontà di Gesù, alla dottrina, alla moralità, alla vita del matrimonio.” E ha poi aggiunto che “più il modello cristiano di matrimonio diventa chiaro,  prima sarà possibile trovare modalità per quelle persone che non possono  celebrare tale matrimonio di poter vivere nella Chiesa come una coppia felice.”

Proprio questa teologia del matrimonio deve essere rinnovata, sostiene  Eberhard Schockenhoff. Questi non è un personaggio qualunque. Negli ultimi  anni, la sua influenza sulla Chiesa tedesca è stata enorme. Dietro tutte le  prese di posizioni sociologiche c’è sempre stato lui, che ha di fatto sposato  molti dei temi portati avanti dall’associazione “Noi Siamo Chiesa.”

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Il matrimonio gay ha il suo patrono: Nerone

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FAMIGLIA NATURALE

Segnalazione di Federico Prati

Considerate questo articolo un dotto mea culpa. A lungo ho sostenuto l’impossibilità di contestare il “matrimonio” omosessuale per il semplice fatto  che mancano argomenti positivi per sostenerlo. Affermare che un omosessuale non  ha diritto a sposare un altro uomo non è diverso dall’affermare che un unicorno  non ha diritto a essere un programmatore informatico. La proposizione è  intrinsecamente assurda e contestarla significa darle credito illimitato. A  riprova di questo fatto, ho sottolineato che mai prima della fine del secolo  XX, almeno entro i confini della civiltà occidentale, si è pensato al  matrimonio tra due persone dello stesso sesso.

Purtroppo, però, sul secondo punto la memoria storica mi ha tradito. Ecco quel  che scrive Svetonio (70-126) nelle Vite dei Cesari, al libro VI, intitolato  Nerone: «Avendo castrato il giovane schiavo Sporo e volendo persino cambiarne  la natura da maschile  a femminile, lo prese in moglie secondo il normale rito  matrimoniale con tanto di dote e di velo nuziale». E, continua lo storico  romano, «questo Sporo, agghindato come un’imperatrice e trasportato in lettiga,  Nerone se lo portò nelle corti di giustizia e nei mercati di Grecia, quindi a  Roma nelle botteghe dei ritrattisti, baciandolo di continuo con passione» (VI  28). Malgrado il tono severo di Svetonio, si era, dopo tutto, in un’epoca  intollerante, retriva, dal suo resoconto risulta chiaro quanto Nerone fosse in  anticipo sui tempi nel riconoscere la “costruzione sociale del gender” e “la
mobilità del desiderio”, dunque nell’agire in base a essi, tanto da divenire un “modello” utile agli odierni guerrieri del gender: «Avendo prostituito il proprio stesso  senso del pudore a tal punto da avere insozzato quasi ogni parte del proprio  corpo, alla fine escogitò una specie di gioco: ricoperto delle pelle di un  animale selvatico, si faceva liberare da una gabbia e assaliva i genitali di  uomini e di donne legati a un palo, e, dopo avere dato sufficiente sfogo alla  propria furia, si abbandonava al suo liberto Doriforo. A questi si concesse  come una sposa, esattamente come lui aveva già preso Sporo, imitando persino i  gridi e i gemiti delle vergini che vengono stuprate» (VI, 29).

Anche un altro storico romano, Tacito (56-120), dice (purtroppo in termini  analogamente obbrobriosi) che Nerone, «il quale non si era negato alcuna forma  di depravazione, si unì in matrimonio a uno di quei degenerati noti come “pitagorei” con solenne rito nuziale» (Annali, XV, 37). Né Svetonio né Tacito  condannano, comunque, tutti gli atti di Nerone e la loro approvazione segna un’altra di quelle caratteristiche del suo regno che ne farà poi il beniamino  degli attivisti dell’uguaglianza di gender. Dopo avere narrato del grande  incendio che distrusse gran parte di Roma nel 64, Tacito precisa che il popolo  aveva cominciato a sospettare Nerone di esserne stato il mandante: «Fu così che  per soffocare queste voci Nerone incolpò e condannò a pene di crudeltà  particolarmente sottile certi uomini disprezzati per i loro comportamenti  oltraggiosi che la plebaglia chiamava cristiani. […] Un gran numero di loro fu  condannato non tanto per  l’accusa di avere appiccato l’incendio quanto per l’accusa di odiare il genere  umano. E ai loro supplizi si aggiungeva lo scherno, dal momento che venivano  ricoperti con pelli di animali selvatici e dilaniati dai cani, oppure appesi a  croci o preparati per il rogo così che, quando la luce del giorno calava, si  dava loro fuoco illuminando la notte» (Annali, XV, 44).

A onore del vero, Tacito ammette che la barbarie di Nerone era tale da  suscitare pietà persino nei “colpevoli” cristiani. Eppure lo zelo di Nerone non  mancherà di suscitare l’attenzione degli attuali custodi della tolleranza e di  quegli attivisti che vogliono esser certi di bandire l’odio dal mondo. Nerone  avrebbe infatti trovato una punizione certamente più adatta dei volgari 135mila  dollari di multa comminati dal ministro del Lavoro dell’Oregon, Brad Avakian,  ad Aaron e a Melissa Klein, titolari di una pasticceria. In confronto alla “sofferenza emotiva e mentale” che i Klein hanno inflitto a Rachel e a Laurel  Bowman-Cryer (i nomi non me li sto inventando) rifiutandosi di preparare una  torta per il loro “matrimonio” lesbico, la distruzione dell’azienda di una  famiglia con cinque bambini e quella misera sanzione pecuniaria sembrano una
semplice “bacchettata sulle mani”. Su come reprimere l’odio e l’intolleranza e  Brad  Avakian – e se per questo pure il giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy
– avrebbe certamente qualcosa da imparare dall’imperatore Nerone. Dopo tutto,  cos’è il destino di cinque bambini quando sono in gioco i sentimenti feriti e  la dignità di stili di vita alternativi?

Ovviamente sarebbe più umano, più prudente, seguire il programma moderato di  Plinio il Giovane (61-113), governatore romano della Bitinia e del Ponto mezzo  secolo dopo Nerone, durante il regno di Traiano (53-117). Nel resoconto  concernente i rapporti con i cristiani che inviò all’imperatore (Lettere, X,  96), Plinio dice di avere esposto immagini degli dèi e di avere offerto loro  incenso e vino di modo che coloro che erano accusati di essere cristiani  fossero costretti ad adorare gl’idoli e «in più a parlare male di Cristo» («praeterea male dicerent Christo»). Dato che nessun cristiano avrebbe compiuto  quei gesti, chi lo avesse fatto sarebbe stato scagionato dall’accusa di essere  cristiano. Oggi il mondo secolarizzato ha modi equivalenti per costringere i  cristiani ad adorare gli dèi e l’imperatore: corsi di addestramento alla  diversità, lezioni di gestione della rabbia, campi di rieducazione… e di  pasticceria nuziale. Per ora queste  procedure non sono ancora state messe in atto, come invece lo furono quelle di  Plinio, con la minaccia della pena di morte («supplicium minatus»). Ma chi può  sapere cosa riserva il futuro?

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Assumption Novena, Blessed Herbs & Flowers

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Segnalazione di don Anthony Cekada


Main Content Inline SmallAugust 14–22, Blessed Herbs and Flowers

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The “summer Holy Day,” the Assumption, the most ancient and greatest of Our Blessed Lady’s feast days, is fast upon us. As is often the case with Holy Days in our unholy world, it means only “getting in” a Mass around work and family schedules. But there is so much more to it than that.

 

 

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Ex deputata di centro-destra Fiamma Nirenstein ambasciatore di Israele in Italia

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L’annuncio del premier israeliano Netanyahu: «Sono convinto che avrà successo nel rendere più profonde le relazioni tra Israele e l’Italia»

di Redazione Online 

Reportage e impegno per combattere l’antisemitismo

Giornalista e scrittrice, 70 anni il prossimo dicembre, la fiorentina Nirenstein è stata deputata per il Popolo della Libertà nel 2008 e ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati nella XVI Legislatura. Da Gerusalemme ha scritto reportage, commenti, storie, interviste, sui conflitti, le guerre, il terrorismo, sulle dinamiche fra le tre religioni monoteiste e sui segnali di pace, di democratizzazione e di conflitto nell’area intera. Ha scritto dieci libri. L’ultimo, «A Gerusalemme», è uscito nel 2012 per Rizzoli. Dal ‘94, dopo aver ricoperto per due anni l’incarico di direttore dell’istituto di cultura italiana a Tel Aviv, ha deciso di trasferirsi a Gerusalemme per testimoniare la lotta del popolo ebraico per vivere in pace nello Stato d’Israele, e da allora vive tra l’Italia e l’Israele. Dal dicembre 2008, Nirenstein è uno dei sei componenti del Direttivo della Coalizione Interparlamentare per Combattere l’Antisemitismo (ICCA) mentre nel 2011 è stata eletta all’unanimità presidente del Consiglio Internazionale dei Parlamentari Ebrei, un organismo che riunisce i parlamentari ebrei da tutto il mondo. Nel giugno 2011 è inserita nella lista, che ogni anno compila il quotidiano Jerusalem Post, dei «50 ebrei più influenti del mondo», quest’anno capeggiata dal fondatore di Facebook Mark Zuckerberg

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Il sindaco musulmano rifiuta l’accoglienza per i profughi

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Il primo cittadino dell’Argentario Arturo Cerulli non vuole immigrati nel suo Comune. “Se avessi strutture le userei per i miei concittadini”. E attacca la sinistra radical chic

«Musulmano doc, convertito 27 anni fa, ma i migranti a Porto Ercole e Porto Santo Stefano non li voglio».

Arturo Cerulli, primo cittadino di Monte Argentario, strizza l’occhio all’Islam, ma chiude la porta ai profughi.

Lui, ingegnere nucleare cresciuto con l’ambizione di diventare sindaco, ha le idee chiare e sa bene che in un territorio come il suo questa convivenza stona. Nemmeno i progressisti di sinistra che da sempre trascorrono le vacanze qui, gradirebbero la presenza dei migranti. E forse, proprio per questo, buona parte della provincia di Grosseto e la Versilia a oggi si sono salvate.

Nella rossa Toscana sono 146, infatti, i Comuni che hanno detto «no» all’accoglienza. E poco importa se il presidente della Regione Enrico Rossi batte i piedi. «Il governatore dice che è nostro dovere farci carico dei profughi – tuona Cerulli – ma alla domanda “dove li metto, che gli faccio fare” non sa rispondere. Il contributo che ci darebbe lo Stato per l’accoglienza, poi, finirebbe mentre i problemi restano».

Il flusso incessante dal Mediterraneo prevede per la Toscana 5000 nuovi arrivi entro fine agosto. Eppure questo territorio offre già ospitalità a 4mila persone e copre il 5 per cento del totale nazionale. Ma più di 180 sindaci su 278 non sono disposti a fare di più. Cerulli è tra questi. Non lo fa per razzismo, lui che ha sposato una indonesiana e si è convertito due volte alla religione musulmana. Ma per realismo. «Mi hanno eletto sindaco dell’Argentario – spiega – e penso al mio territorio. Siamo tutti buoni a farci carico dei problemi del mondo, ma non deve accadere a discapito degli italiani. L’Argentario già contribuisce con 6 milioni di euro al patto si solidarietà. Qui siamo 13.500 e i problemi non mancano. Non abbiamo strutture libere per ospitare, ma se le avessi penserai ai miei cittadini. Ci sono cento famiglie in lista d’attesa per la casa». Sulla stessa linea la maggior parte degli amministratori toscani a cui il governo ha chiesto un ulteriore sforzo. Ma accanto ai piccoli centri, impossibilitati all’accoglienza, ci sono le intoccabili mete di vip e intellettuali progressisti, che predicano ma lo straniero come vicino non lo vogliono. Il diniego, in molti casi, è legato anche crisi economica. «C’è disoccupazione – sottolinea Cerulli – se questi profughi vengono e lavorano gratis a Porto Ercole e Porto Santo Stefano sottraggono posti di lavoro ai concittadini. I benpensanti di sinistra invece di parlare aprissero le braccia agli extracomunitari così i radical chic li fanno a casa loro. Io non sono contrario all’accoglienza ma se non riesco a gestirla diventa un boomerang e non sono due lire che il governo può dare a garantire quella sicurezza fondamentale per gli abitanti dell’Argentario e per i vacanzieri».

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C’è un modo diverso di essere europeisti. Anzi due

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Viktor Orban

“Nessuno vi ha invitati. Ma adesso che siete qui, dovete rispettare le nostre norme, come noi rispettiamo le vostre quando andiamo nei vostri paesi. Se non vi piace qui, andatevene”. E’ la frase che il presidente ceco Milos Zeman ha rivolto ai clandestini, che avevano organizzato una rivolta in un centro di ritenzione a nord-est della repubblica, compiendo atti di vandalismo; la polizia aveva dovuto far ricorso ai lacrimogeni. Un tipo di cose cui siamo assuefatti noi, ma nei paesi civili fanno ancora una certa impressione.

Indignazione ufficiale e ufficiosa dei “grandi” media, mentre la frasetta è diventata (come si dice) “virale sul web”. E’ tipica patologia del nostro tempo che le più ovvie asserzioni di verità siano vietate, e che chi le pronuncia sia additato come uno scandaloso o (secondo i casi) come un coraggioso alternativo. Sono forse stati invitati, i clandestini? No. Esigere che rispettino “le nostre norme” è forse una pretesa assurda, che denota mancanza di carità? Se no, possono andarsene da casa nostra: Zeman dice la verità. Che cattiveria!

La Stampa, divenuta sotto la direzione del Calabresi l’Amerikano il modello del politicamente corretto più viscido e untuoso, qualche settimana fa’ ha voluto assestare il calcio dell’asino (è la sua specialità) su Orban. “L’Ungheria alza un muro contro i migranti”, e commenta: “Nuove cortine di ferro rischiano di spuntare in Europa”.

Un esempio di furfanteria giornalista impunito (come tanti altri). Naturalmente si tace che l’Ungheria ha 9 milioni di abitanti e vede arrivare decine di migliaia di immigranti ogni mese.

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Siena, il bonus bebè arriva dal parroco: “Duemila euro se fai tre figli” e…prima gli italiani!

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STEFANO BIMBI

 

Parroco conciliare, ma stavolta l’iniziativa e’ buona, e attuale. Nella sua praticita’ lancia un ottimo messaggio

Siena, 9 agosto 2015 – Duemila euro a famiglia per ogni figlio nato a partire dal terzo. Intanto gli italiani di fede cattolica, poi, se ci saranno i soldi, anche quelli stranieri, purché cattolici. È il bonus bebè fatto in casa, anzi in parrocchia. Ideato da un giovane sacerdote, don Stefano Bimbi, parroco di Staggia, piccolo borgo in provincia di Siena. Siccome nelle famiglie le casse sono a secco da un bel po’ e con i bilanci crollano anche le nascite, per invertirela tendenza o comunque per incoraggiare babbi e mamme a mettere al mondo altri bambini, la parrocchia ha deciso di frugarsi in tasca e regalare un assegno da duemila euro a ogni famiglia con almeno tre bambini. Mica poco visti i tempi. Tra i requisiti per ricevere i soldi figurano l’avere la cittadinanza italiana, l’essere sposati in chiesa e la residenza in questo piccolo borgo sprofondato nella campagna senese.

 

L’assegno viene consegnato ai genitori il giorno del battesimo e quindi, oltre a quelle straniere, sono automaticamente escluse anche le famiglie di altre religioni. Le finanze, nonostante il buon cuore dei tanti parrocchiani che non lesinano offerte, non sono floride e in attesa di tempi migliori il parroco, don Stefano Bimbi, che ha avuto l’idea del bonus bebè, è costretto a fare di necessità virtù. “Se le possibilità economiche ce lo consentiranno, in futuro estenderemo il contributo anche alle famiglie straniere. Me lo auguro vivamente. Al momento siamo partiti dagli italiani, non possiamo fare di più”, spiega il sacerdote. Dall’inizio dell’anno a oggi sono già quattro i bambini nati cui è andato il dote il tesoretto.

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Bergoglio chiede la “conversione ecologica” a tutti i cristiani

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papa-francesco

Una volta erano pastori di anime, ora sono ostaggi della lobby green. Invece di tentare di riempire le chiede vuote, Bergoglio dimentica le anime e chiede sì la conversione, ma alla alla lobby ecologista.

“In un tempo in cui i cristiani affrontano sfide identiche ed importanti”, e’ necessario “dare risposte comuni, per risultare piu’ credibili ed efficaci”. Lo scrive Papa Francesco nella lettera, resa nota oggi, con la quale istituisce una “Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato”, da celebrarsi ogni anno il primo settembre, nella stessa data, cioe’, in cui viene celebrata anche dalla Chiesa Ortodossa e cio’ rappresenta, sottolinea il Pontefice, un’occasione proficua per testimoniare la crescente comunione”.

L’auspicio di Bergoglio e’ che la Giornata possa coinvolgere anche altre Chiese ed essere celebrata “in sintonia con le iniziative” promosse dal Consiglio ecumenico delle Chiese, rispondendo cosi’ all’esigenza di “una risposta comune dei cristiani” necessaria per essere credibili ed efficaci.

Papa Francesco pensa anche a ulteriori iniziative “da promuovere a livello internazionale ed ecumenico” in occasione della Giornata, ed afferma che i cristiani, in quanto tali, debbono “offrire il loro contributo al superamento della crisi ecologica che l’umanita’ sta vivendo”.

Citando la sue recente Enciclica “Laudato si’”, il Pontefice ricorda che “la spiritualita’ non e’ disgiunta dalla natura, ma piuttosto vive in comunione con essa”. Di qui, l’esortazione ad una vera e propria “conversione ecologica” a cui i cristiani sono chiamati, perche’ “vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio e’ parte essenziale” di una vita virtuosa. Essenziale, scrive il Papa, e non “opzionale o secondaria”, nell’esperienza cristiana.

In quest’ottica – sottolinea la lettera pubblicata oggi – la Giornata diventa, per i credenti e le comunita’, “una preziosa opportunita’” per rinnovare la propria vocazione di “custodi del Creato”, per ringraziare Dio per la sua “opera meravigliosa” affidata all’uomo e, soprattutto, per invocare “la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo”. (AGI) .

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