Quando in Sicilia comandavano i Musulmani

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TAGLIATORE ISLAMICO

Nonostante la storiografia anticattolica descriva il periodo come tollerante e pacifico, la storia vera fu un’altra cosa

di Pasquale Hamel

Ma è proprio vero che negli anni in cui gli arabi furono padroni della Sicilia, parlo dei secoli dal IX al XI, l’Isola sia stata un luogo di tolleranza di pace? La risposta, alla luce di quanto normalmente si racconta, sembrerebbe scontata. Ci si potrebbe accontentare, per averne conferma, di leggere un capolavoro della storiografia ottocentesca come “Storia dei musulmani in Sicilia” di Michele Amari. Amari, con puntualità, ripercorre infatti quel periodo rilasciandocene un’immagine particolarmente positiva, per cui, chi legge l’opera dello storico siciliano si fa un’idea ben precisa del periodo della dominazione araba come di una parentesi luminosa della storia siciliana. Fino a qual punto questa di Amari può essere considerata una corretta rappresentazione di quel tempo? PREGIUDIZI IDEOLOGICI CONTRO LA CHIESA Diciamo subito che Amari, non è solo un grande storico, è anche un uomo impegnato politicamente e che la sua cultura è figlia di quelle sensibilità intellettuali proprie di molti uomini dell’Ottocento motivati dalla lotta all’oscurantismo e al tradizionalismo. Amari è infatti dichiaratamente anticlericale e sicuramente massone e, in quanto tale, vede la Chiesa e le sue istituzioni come il fumo negli occhi. Non meraviglia, dunque, che la sua ricerca storica sia stata influenzata da forti pregiudizi ideologici e culturali. Scriveva Goethe che “scrivere la storia è un modo di sbarazzarsi del passato”, nel caso di Amari potremmo dire che, proprio le sue passioni politiche, c’è un recupero del passato per poterlo utilizzare a giustificazione di un’idea. Così, il nostro storico, dovendo portare acqua al mulino della propria visione del mondo, trova corretto occuparsi ed enfatizzare un periodo, per fortuna breve, della storia siciliana, quello appunto della presenza musulmana, caricandolo oltremisura di positività. E, siccome di quel periodo la ricerca storica non si era fino ad allora occupata, la narrazione del grande intellettuale siciliano non ha trovato contraddittori fino al punto da essere accettata senza contraddittori. Oggi, però, le cose per fortuna sono alquanto cambiate, storici di rilievo si sono spinti infatti nello spazio di ricerca dove sembrava fosse stato detto tutto o quasi. Fra gli altri, due bei libri, quello di Alessandro Vanoli “La Sicilia Musulmana” e quello di Salvatore Tramontana “L’isola di Allah”, hanno aperto brecce nella visione consolidata dell’Amari violando e ridimensionando la visione paradisiaca che lui stesso ci ha regalato. ISLAM TOLLERANTE IN SICILIA? MA QUANDO MAI? Ci siamo chiesti, in avvio del discorso, se la Sicilia islamica fosse quell’esempio di tolleranza che è stato tramandato ai posteri e la risposta non può che essere quantomeno problematica perché alla luce dei documenti pervenuti bisogna riconoscere che la tesi di Amari deve essere riconsiderata. La Sicilia al tempo dell’Islam non fu più tollerante di come lo furono altri territori del mondo conosciuto dove un vincitore si è insediato con la forza strappando il dominio ai popoli indigeni. Infatti, gli islamici, fin dall’inizio della loro avventura siciliana – un’avventura che durò 137 anni a causa della strenua resistenza che i siciliani opposero all’invasore – furono abbastanza rigidi e il loro impegno teso all’islamizzazione dell’isola non fu per niente indifferente. Impegno che non si rivolse solo nei confronti delle istituzioni e delle evidenze architettoniche, creazione di un emirato islamico e trasformazione di chiese e sinagoghe in moschee, ma si rivolse soprattutto nei confronti delle comunità cristiane ed ebraiche. Non per nulla, in maniera più o meno rigida, fu applicato nel tempo, l’aman del califfo Omar, personaggio reso famoso dalla storia per essere stato responsabile dell’incendio della biblioteca di Alessandria, uno dei più grandi delitti contro l’umanità. Questa sorta di editto, elencava tutta una serie di obblighi o divieti cui erano sottoposti i dhimmi, cioè i non musulmani che vivevano nell’isola. La condizione di dhimmi, diremmo, con linguaggio moderno, di cittadini a diritti limitati, era quella che, secondo il dettato del Corano, veniva attribuita alla gente del libro, cioè agli ebrei e ai cristiani. CONDIZIONI UMILIANTI PER I CRISTIANI Per garantirsi questi pur limitati diritti, i dhimmi dovevano pagare una tassa di capitazione, la jizya e, se proprietari di fondi, dovevano aggiungere la “kharàg” una sorta di sovrimposta sugli immobili che i musulmani non erano tenuti a pagare. Ma erano soprattutto le limitazioni imposte dall’aman di Omar che pesavano sui dhimmi. L’elenco dell’aman indicava diciassette divieti estremamente pesanti e in qualche caso addirittura umilianti. Fra questi divieti, a parte quelli di manifestare e praticare in pubblico la propria fede e di costruzione o riparazione di edifici di culto, ve n’erano alcuni che incidevano sulla vita privata dei singoli. C’era fra questi l’obbligo di ospitare un musulmano nella propria dimora, quella di cedere i posti a sedere ai musulmani, di non utilizzare selle per le cavalcature o di non costruire edifici che fossero più alti di quelli dei musulmani. Ma c’erano anche imposizioni umilianti come quello di portare segni distintivi per distinguersi dai musulmani; tipico segno distintivo era, ad esempio, l’obbligo di rasarsi la parte anteriore della testa. Questi divieti che, ripeto, non furono sempre applicati rigidamente, e la pesantezza delle imposte applicate, furono lo strumento che consentì di attuare una rapida islamizzazione dell’isola, fatto a cui gli stessi governanti musulmani cercarono di porre un freno per ragioni economiche. Le conversioni facevano venir meno le ingenti risorse provenienti dalle imposte cui erano sottoposti i dhimmi. Questa situazione vessatoria, ben lontana dalla idea comune di tolleranza cui ci ha abituati certa letteratura, ci da anche la chiave di lettura dello straordinario successo della conquista normanna. Trecento o mille cavalieri normanni che furono, il numero è imprecisato, pur ben armati e motivati, non avrebbero mai potuto battere le migliaia di armati islamici presenti nell’Isola se non avessero avuto l’aiuto dei residenti cristiani cui si aggiunse la sapiente politica di sfruttamento dei conflitti e delle lotte fra i potentati isolani. Tornando al nostro tema, con buona pace di quanti ancora coltivano il mito della presenza musulmana in Sicilia, bisogna riconoscere che la tolleranza non fu la cifra specifica di quel tempo quanto piuttosto, e anche qui da prendere “cum grano salis”, del successivo periodo normanno; il Granconte Ruggero d’Altavilla e il figlio Ruggero II, opponendosi alle insistenze di Roma che avrebbe voluto una immediata ricristianizzazione dell’Isola, intuirono infatti che, quel che chiamiamo oggi tolleranza, sarebbe stata una valore aggiunto per il benessere dei loro domini e non ebbero dubbi a farla propria.

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San Pio V e il trionfo di Lepanto

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Lepanto: solo un fatto militare? di padre Enrico M. Rossetti o. p.

L’uomo di Lepanto

(…) E’ necessario anzitutto riportarsi a quel tempo e capire coloro che hanno operato e sofferto per la causa della fede in situazione tanto diversa dalla nostra. In particolare bisogna capire l’uomo che volle la vittoria di Lepanto, che la ideò, la preparò, la sofferse fino allo spasimo. Quest’uomo è un uomo di Dio, è un santo: Pio V. Senza di lui la vittoria di Lepanto non solo non ci sarebbe stata, ma, essa resterebbe incomprensibile nel suo vero significato. Lepanto passa attraverso il cuore, la mente, la fede, la preghiera e la santità di Pio V. In lui si riassume tutto il “sentire” della Chiesa di allora.

Appena eletto Papa, percepì acutamente il pericolo che correva la Chiesa e l’Europa: il pericolo di un’imminente invasione dell’Islam, che avrebbe potuto cancellare l’Europa cristiana dalla carta del mondo e con essa la stessa fede cristiana.

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Gli USA rifiutano di fornire i dati sulle postazioni Isis in Siria

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Gli Stati Uniti, rifiutandosi di condividere i dati di intelligence con la Russia sulle posizioni dei militanti di ISIS, sfruttano un pretesto per rinunciare alla lotta contro i terroristi, ha dichiarato ai giornalisti oggi il portavoce del ministero della Difesa, il generale Igor Konashenkov.

Così ha commentato le dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense alla NATO Douglas Lute, che si è rifiutato di condividere i dati di intelligence degli Stati Uniti con la Russia relativi alle posizioni di ISIS in Siria a seguito del “sostegno di Mosca al regime di Assad.”

“I nostri partner di altri Paesi che vedono in ISIS il vero nemico da distruggere incondizionatamente, ci aiutano attivamente fornendoci dati sui depositi d’armi, centri di comando e campi di addestramento dei terroristi. Coloro che hanno, a quanto pare, un parere diverso su questa organizzazione terroristica, sono costantemente alla ricerca di scuse e pretesti per rinunciare alla cooperazione nella lotta contro il terrorismo internazionale”, — ha sottolineato Konashenkov.

Ha sottolineato che l’Aviazione militare russa in Siria distrugge le infrastrutture di ISIS non per l’interesse particolare di qualcuno, ma per combattere il terrorismo internazionale.

it.sputniknews.com

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Ecco come i banchieri vogliono eliminare l’uso dei contanti

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Corsa agli sportelli della banca Adolf Mandel Bank nella zona Lower East Side di Manhattan, New York. Febbraio, 1912.

Una legge vi strapperà dello stesso status di depositanti, per impedirvi di prelevare i vostri soldi.

Corsa agli sportelli della banca Adolf Mandel Bank nella zona Lower East Side di Manhattan, New York. Febbraio, 1912.

ROMA (WSI) – Eliminare l’uso dei contanti: sempre di più l’obiettivo dei grandi banchieri, che vogliono costringere i clienti a investire in asset rischiosi e che soprattutto vogliono salvaguardare la loro liquidità (con i soldi dei correntisti).Phoenix Capital fa il punto della situazione, riportando un esempio e partendo dalla legislazione vigente negli Stati Uniti.Stando alla Legge Bancaria Usa, i depositi sono considerati passività. Dunque, all’interno di questo quadro normativo, i depositanti sono creditori (della banca).

“Di conseguenza…se una grande banca dovesse fallire negli Usa, i vostri depositi presso tale banca verrebbero o ‘svalutati’ (leggi: ‘sparirebbero’) o sarebbero convertiti in titoli azionari della società. Una volta convertiti in quote di capitale, voi diventereste azionisti (della banca), perdendo lo status di depositanti…dunque non sareste più assicurati dalla FDIC”.

Phoenix Capital Research ha scritto già diversi articoli sul tema della guerra al contante lanciata dal mondo della finanza, in primis dalle banche centrali: il diktat è impedire ai depositanti di tentare di tutelarsi dagli shock finanziari decidendo di ritirare i loro risparmi dagli istituti di credito, nascondendoli magari sotto il classico materasso.

Non è dunque sicuramente un caso che, attualmente, il sistema finanziario degli Stati Uniti sia costituito soprattutto da moneta digitale. Il reale ammontare delle banconote fisiche e delle monete in dollari ammonta infatti ad appena $1.360 miliardi, poco al di sopra del 10% dei $10.000 depositati sotto forma di conti bancari. E si tratta di una quantità del tutto irrisoria, se paragonata ai $20.000 miliardi di azioni, $38.000 miliardi di bond e $58.000 miliardi di strumenti sul credito che circolano nel sistema.

Inutile dire che “se una percentuale significativa di persone decidesse di trasformare i propri soldi (dai conti bancari) in contanti, il problema potrebbe diventare sistemico”. Ed è questo che i poteri forti vogliono impedire.

Di qui, l’idea di privare i correntisti dello stesso status di depositanti, trasformandoli in azionisti della banca. In questo modo perderebbero la tutela dell’agenzia federale di garanzia dei depositi ed, essendo azionisti, pagherebbero caro il crack dell’istituto, in quanto vedrebbero le loro azioni crollare.

E’ quanto è già accaduto – scrive la società – precisamente in Spagna nel corso della crisi bancaria del 2012. Da allora, si è verificata la stessa cosa anche a Cipro e in Grecia…e “ora è perfettamente legale negli Stati Uniti, grazie a una clausola della legge Dodd-Frank”. (Lna)

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Siria, confermata la presenza degli Specnaz. L’ordine di Putin: “Annientare il nemico con ogni mezzo”

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specnaz

(di Franco Iacch)

07/10/15

Gli specnaz sono in Siria. Così come anticipato a più riprese da Difesa Online (i primi in Italia ad ipotizzare l’impiego delle unità), Putin ha schierato alcuni team specnaz in vista dell’imminente controffensiva terrestre che, come sappiamo, sarà condotta dagli iraniani supportati da Hezbollah e dagli sciiti provenienti dall’Iraq e dall’Afghanistan.

L’ordine impartito da Putin è chiaro: “spazzare via i nemici con qualsiasi mezzo”. Gli specnaz agiranno in missioni hunter killer e targeting leader e coordineranno sul terreno i raid russi, mai così precisi come quelli avvenuti nelle ultime settimane. Agiscono (così come avevamo già previsto) dalla base di Hmeymim, in supporto della 7th Guards Airborne Division. I “killer” di Putin avranno il compito di assicurare le posizioni conquistate e scardinare la rete comando dei terroristi.

Dove i Kamov 52, lì gli specnaz

L’elicottero da combattimento Ka-52 Alligator, variante biposto del Ka-50, ha debuttato all’Air Show di Parigi il 17 giugno dello scorso anno. Il Ka-52 Alligator è stato costruito utilizzando tecnologie d’avanguardia, con un’avionica ed un carico bellico di ultima generazione. Il largo uso di materiali compositi, garantisce nel contempo un elevato livello di sicurezza del volo. Il Ka-52 Alligator è un elicottero da combattimento ognitempo, con una caratteristica unica nel suo genere: è stato progettato per supportare esclusivamente le operazioni degli specnaz e dei servizi segreti russi (GRU).

Nonostante disponga di numerosi Mi-28N ‘Havoc’, Mosca ha inviato in Siria optato per una particolare forza a rotore composta da elicotteri da trasporto ed attacco. E nonostante l’esiguo numero di esemplari a disposizione, i russi non hanno perso tempo a schierare l’Alligator. Il Ka-52 ha svelato l’entrata in servizio del ‘Vympel’ (unità delle forze speciali agli ordini dei servizi segreti russi, ndr). Gli specnaz del ‘Vympel’, già operativi in Cecenia, Caucaso ed Ucraina, sono specializzati nello spionaggio e nella raccolta di informazioni: è stata fin dagli anni ’80 utilizzata anche per missioni di ‘targeting leader’.

Hmeymim: “La tana dei lupi”

La base di Hmeymim è il comando principale di tutte le operazioni specnaz in Siria e sede principale di tutte le missioni targeting leader e hunter killer. La base ospita le principali piattaforme a supporto delle unità d’elite, i Kamov Ka-52 ‘Alligator’ e le cannoniere a rotore “Hind”.

Hmaimim, probabilmente l’avamposto più fortificato dai russi, è divenuto il principale avamposto anche per tutti gli attacchi condotti dalle piattaforme Su-34.

 

 

 

 

 

Fonte:

http://www.difesaonline.it/mondo-militare/siria-confermata-la-presenza-degli-specnaz-lordine-di-putin-annientare-il-nemico-con

 

Perché c’è fretta di mandare i nostri Tornado contro l’ISIS

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L’Occidente adesso teme che l’invincibile Califfato si sciolga come neve al sole. Almeno è ciò che rivela un titolo del britannico Express: “L’ISIS è così indebolito dagli attacchi aerei russi e dalle diserzioni che può essere distrutto nel giro di ore”.

http://www.express.co.uk/news/world/609680/Islamic-State-ISIS-Russian-bombing-terror-Syria-Caliphate-defeat

Forse esagera, il giornale britannico. Forse non sono ore, ma settimane

Ma questo timore spiega – per esempio – perché il governo italiano si prepara a ordinare ai suoi quattro Tornado, che ha in Irak da anni nel quadro della coalizione americana e Nato, di cominciare a bombardare le posizioni dell’ISIS in Irak. Si ha il vago sospetto che questa fretta sia stata incitata da Washington: la “coalizione” deve partecipare alla distruzione dell’ISIS nell’Irak (sciita, sotto influenza iraniana ) prima che cada per mano russa nella Siria, dove la disfatta probabilmente precipiterebbe lo sgretolamento anche del Califfato iracheno? E’ un’ipotesi.

L’altra ipotesi, non necessariamente opposta alla prima, è che nel progetto di Washington, uno dei motivi per cui ha creato l’ISIS con questi caratteri di ferocia stupida contro i cristiani locali (1) e contro i venerabili monumenti archeologici, era di creare nell’opinione pubblica europea la paura e l’odio che gli israeliani provano verso i musulmani; spingere gli europei ad entrare in quella guerra, coinvolgerli, impantanarceli, fare in modo così che siano sempre più dipendenti dall’ombrello armato della Superpotenza.

Adesso questa parte del programma va’ affrettata…tanto più che negli stessi vertici politici statunitensi di fronte alla figura in Siria, le fratture si acuiscono. McCain con la bava alla bocca, e Brezezinski con razionalità paranoide, urgono Obama a che crei una no-fly zone, dia armi ai jihadisti, contrasti la Russia…cosa che Obama ha risposto che non farà. La divisione è forte anche fra la Cia, che alla formazione ed armamento delle forze jihadiste anti-Assad ha consacrato addirittura il 10 percento del suo bilancio, e il Pentagono che ha fatto il meno possibile. Per non parlare di Donald Trump, il candidato-sorpresa che (certo annusando l”umore dell’opinione pubblica) dice in ogni occasione televisiva: “Lasciate che i russi si prendano cura dell’IS”.

Se invece gli europei si coinvolgono sul terreno, la cosa diventa seria, l’amministrazione americana viene forzata a tener duro.

E’ per questo che i media italiani sono improvvisamente pieni di esperti che proclamano: “E’ ora di passare dalle parole ai fatti! L’ISIS è un pericolo estremo per noi! Alla guerra, alla guerra!”. Nelle radio mainstream, i giornalisti danno loro ragione: è una guerra di civiltà, bisogna farla…

L’ISIS vuole farsi la bomba atomica, ha già “cercato contatti” con trafficanti “russi” di materiali. Non lo sapevate? Lo dice l’ANSA, quindi è vero. E’ urgente che ci buttiamo alla guerra contro l’ISIS, anche noi.

http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2015/10/07/-isis-trafficanti-nucleare-hanno-cercato-contatto-_8ddc6e09-0162-4c1f-bcaa-f34a5b0d5f49.html

Anzi, i nostri governanti (parassiti) stavano forse cominciando di nascosto a bombardare, adesso sono stati scoperti e dicono che prima ascolteranno il Parlamento. Ma “sono i doveri di una coalizione”, come ci ammaestra un tal Franco Venturini sul Corriere: “Noi e gli alleati, un solo nemico”. Anzi, poi, ci conviene, dicono all’unisono giornalisti ed esperti, perché “il salto di qualità” in Irak ci darà “più peso decisionale nella crisi libica”.

Ecco, vedete che, a cercarlo, un motivo per bombardare gli iracheni si trova.

Del resto, perché no? I quattro Tornado non cambieranno le cose. Anzi, la partecipazione dell’Italia alla coalizione dell’Occidente dovrebbe rallegrarci, se abbiamo memoria storica: entriamo come alleati degli uni, possiamo finire come alleati degli altri. Avere l’Italia come alleata non è una cosa che porta bene.

Del resto, il ministro della difesa russo ha invitato ufficiali della Nato a recarsi a Mosca quando vogliono, per partecipare al coordinamento degli attacchi aerei: è la risposta di Putin ai paranoici-propagandistici allarmismi della NATO su presunti “sfioramenti” dei Sukhoi con gli F-22 americani, e dei presunti sconfinamenti russi in Turchia. Non abbiamo insieme un solo avversario, l’ISIS?

http://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2015/10/06/gemeinsam-gegen-den-is-russland-laedt-nato-offiziere-nach-moskau-ein/

I jihadisti intanto stanno apprendendo la elezione: droni russi hanno mostrato che essi stanno spostando armi, munizioni, rifornimenti e centri di comando all’interno dei centri abitati, e di preferenza vicino alle moschee. Usano la popolazione siriana come scudo umano. Preparatevi alla prossima ondata dei media: “I russi bombardano le moschee! Uccidono civili!”. Gli americani lo fanno da 15 anni, ma niente.

Note

  1. Gli attentati feroci, dementi e strategicamente immotivati al museo del Bardo in Tunisia, contro turisti sulla spiaggia, oltre a rovinare l’economia tunisina avevano anche questo scopo. E si veda per esempio questa notizia: ISLAMICI AMPUTANO DITA A 12ENNE CRISTIANO PERCHÉ SUO PADRE SI CONVERTA: POI LO CROCIFIGGONO – Gli islamici di ISIS hanno amputato le dita di un ragazzo cristiano di fronte a suo padre, prima di crocifiggere entrambi. Il gruppo islamico stava cercando di costringere i cristiani siriani in un villaggio nei pressi di Aleppo a convertirsi all’Islam. Lo riporta Christian Aid Mission. Il bambino, 12 anni, era il figlio di un siriano che aveva ricostruito nove chiese nel paese. “Di fronte ai parenti e in mezzo alla folla, gli islamici hanno tagliate al ragazzino le punta delle dita, poi lo hanno picchiato, dicendo a suo padre che avrebbero fermata la tortura solo se lui, il padre, si fosse convertito all’Islam”.
    “Quando l’uomo ha rifiutato, i militanti ISIS hanno torturato lui e altri due membri della chiesa locale. I tre uomini e il ragazzo poi sono stati uccisi crocifiggendoli “. Altri otto operatori umanitari, tra cui due donne, sono stati poi giustiziati per essersi coraggiosamente opposti alle crocifissioni. Gli otto sono stati portati in una zona separata nel villaggio, e anche a loro è stato chiesto di convertitsi all’islam. Le donne, 29 e 33 anni, sono state stuprate davanti alla folla islamica convocata per guardare. Le donne hanno continuato a pregare durante il loro straziante calvario. Successivamente tutti e otto sono stati decapitati per essersi rifiutati di allontanarsi dalla loro religione. “Gli abitanti dei villaggi hanno detto che alcuni pregavano nel nome di Gesù, mentre altri pregavano il Padre Nostro”. “Una delle donne alzò gli occhi e sembrava essere quasi sorridente, mentre gridava, ‘Gesù!’” Anche i loro corpi sono stati poi appesi alle croci, dopo essere stati uccisi”. La sola cosa dubbia qui è la fonte, un centro americano di propaganda anti-islamica, ripreso da Magdi Allam.

 

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Siria – Renzi minaccia Putin, Putin risponde e lo ridicolizza: “Torni a fare il capo-scout”

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O stoppa i bombardamenti contro l’opposizione o saremo costretti come NATO a prendere seri provvedimenti“. Parole pesanti quelle di Renzi pronunciate ieri a margine del Consiglio dei ministri convocato d’urgenza per parlare della partecipazione italiana ai bombardamenti contro l’ISIS in Iraq.

E dopo neanche 24 ore la risposta di Putin è arrivata: “Per prima cosa, dico a Renzi che la Russia non stà bombardando l’opposizione ma i terroristi. Secondo punto: Renzi torni a fare il capo-scout invece di fare il soldatino della NATO”.

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Massonicamente vostri

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MASSONICAMENTE VOSTRI

Segnalazione Qelsi

by Stefania Elena Carnemolla

Guardatelo, il socialista Riccardo Nencini, senatore e viceministro renziano alle Infrastrutture e Trasporti con in mano un foglio di carta intestata del Grande Oriente d’Italia. Guardatelo, vi sfogherete dopo aver letto questa storia.

Roma, 19 settembre 2015, Villa Il Vascello, sede del Grande Oriente d’Italia. Nel parco allestito a party – con palco, tendone, gazebi, tavoli per il rinfresco – i massoni, stretti l’uno all’altro, fraternamente festeggiano. È l’Equinozio d’Autunno e il 20 settembre i fratelli andranno a deporre corone a Porta Pia – la Breccia, come dimenticarla? –, dove, attraversata la strada, c’è proprio il ministero di Nencini.

Ed eccolo, il 19 settembre, Nencini sul palco. Il viceministro di Renzi? Proprio lui. Toscano, Nencini, come il primo ministro italiano e il Gran Maestro Stefano Bisi, da Siena. Toscano come Denis Verdini, ex Forza Italia e ora grande alleato del Pd. Toscano come il renziano Eugenio Giani, anche lui sul palco con Nencini. “Il giglio magico si espande”, titolava, il 14 aprile scorso, Il Foglio, ricordando lo sbarco di Giani a Roma come candidato al Credito Sportivo, la banca pubblica per la concessione di contributi a tasso agevolato per l’impiantistica sportiva e il sostegno allo sport: “A Roma è in arrivo, in quota giglio magico, il Mastropasqua fiorentino. Si chiama Eugenio Giani, è un renziano, socialista liberale, ed è candidato alla presidenza del Credito Sportivo, banca pubblica, commissariata dal 2011, che ha finanziato il 75 per cento degli impianti italiani”, così Il Foglio.

Dal 25 giugno 2015 l’empolese Giani, classe 1959 – eletto nel 2014, con il Pd, alla Regione – è presidente del Consiglio Regionale della Toscana. Tanti gli incarichi accumulati negli anni: consigliere comunale a Firenze (1990-1999), presidente della Firenze Parcheggi spa (1996-2000), assessore del Comune di Firenze (1999-2009), dal 2008 presidente Ente Casa Buonarroti, presidente del Museo per i Ragazzi di Palazzo Vecchio (2008-2009), presidente del Museo Stibbert (2008-2009), presidente del Consiglio Comunale di Firenze (2009-2014), presidente del Coni provinciale dal 2009 e consigliere del Coni nazionale dal 2013 – incarico che gli frutta 5.252 euro –, quindi, dal 2012, presidente della Società Dantesca Italiana.

Anche Nencini, che oggi è senatore, ha fatto carriera, fra una cosa e l’altra, alla Regione Toscana. Poi, arrivato a Roma, ecco la poltrona a viceministro in un dicastero di peso. Da Porta Pia alla villa sul Gianicolo il passo è stato breve, anche se non era la prima volta che Nencini partecipava a un convivio massonico. Il 10 aprile scorso, durante una tre giorni massonica, Nencini era, infatti, al Palacongressi di Rimini a parlare di Giovanni Becciolini, massone toscano ucciso dai fascisti il 3 ottobre 1925.

Commosso, il viceministro di Renzi, intervenendo alla cerimonia: “Sono riconoscente di essere qui. È la prima volta che parlo allo stesso microfono di un mio vecchio maestro, il professor Santi Fedele. Ringrazio per il privilegio di questo invito. Lo faccio nella persona dell’amico Stefano Bisi. Un ricordo emozionante e non capita spesso di unire la mia attività politica con la passione. Vi ringrazio e saluto molto volentieri il signor Becciolini”, così, Nencini, in una cronaca massonica dell’epoca, cronaca che ricorderà che “ha tenuto a partecipare a questo importante momento di rievocazone storica anche il viceministro delle Infrastrutture, l’on. (sic) Riccardo Nencini, ospite a Rimini della Gran Loggia”.

C’era il viceministro di Renzi, a Rimini, quando i massoni, consegnando al figlio di Becciolini, Bruno, insegne e grembiule, hanno insignito Giovanni Becciolini dell’onorificenza di Gran Maestro Onorario alla Memoria, con Nencini, poco più in là, a difesa della libertà (di massoneria): “È questo il messaggio che viene impartito alle squadre fasciste prima della notte di San Bartolomeo: la Massoneria deve essere distrutta e a questo fine tutti i mezzi sono buoni, dal manganello al revolver, dai vetri infranti al fuoco purificatore. Penso che è importante aver dedicato questa giornata alla libertà”.

Firenze e i massoni, un legame forte, tanto da spingere il Comune a dedicare una via al massone Becciolini. Parola del Gran Maestro Stefano Bisi: “In questi anni il Comune di Firenze non si è dimenticato del sacrificio per la libertà di Giovanni Becciolini e gli ha dedicato una via. Ogni anno il 3 ottobre il Comune porta al cimitero una corona per ricordare questo martire della Libera Muratoria”. Una corona d’alloro per Becciolini, il cui nipote, Jean-Jacques, figlio di Bruno, ha seguito le orme del nonno, diventando anch’egli massone. Una corona per il massone Becciolini, repubblicano, socialista, “amico intimo dei fratelli Rosselli” e “martire della Massoneria”, così, lo ricordano i massoni. Una corona per Becciolini: paga il Comune di Firenze.

E chi c’era, ad esempio, alla commemorazione di Becciolini del 3 ottobre 2011? C’era Eugenio Giani, allora presidente del Consiglio comunale, quando a Firenze regnava a sindaco Matteo Renzi: “Il presidente del Consiglio comunale Eugenio Giani ha reso omaggio stamani al cimitero di Trespiano alle tombe di Gaetano Pilati e Giovanni Becciolini”, così, un comunicato stampa del 3 ottobre 2011 di Palazzo Vecchio. Con tanto di parole di Giani: “Il Comune di Firenze ogni anno dedica a loro il 3 di ottobre una solenne commemorazione perché rappresentano il segno di una vita immolata per la libertà e i diritti di cui tutti noi oggi godiamo”.

Il 19 settembre sul palco con Giani e Nencini, oltre al Gran Maestro, c’erano, invece, il senatore Mario Mauro, ex Forza Italia, ex Scelta Civica, ex ministro alla Difesa del governo Letta e oggi fra le nebulose e Luigi Maria Di Corato, direttore della Fondazione Brescia Musei, studi in Lettere a Siena, post laurea alla Bocconi a al Politecnico di Milano, sfilza di incarichi, fra cui docenze alla Cattolica di Milano, nonché Cavaliere, sotto il regno di Giorgio Napolitano, dell’Ordine al Merito della Repubblica. E c’era, foglia di fico, a parlare di rifugiati, Nico Piro, “giornalista inviato esteri del Tg3”, lo ricorda senza indugio una cronaca massonica. Moderatore dell’incontro, il giornalista Claudio Giomini, “celebre per le sue telecronache del Palio di Siena”.

Tutti insieme appassionatamente, con i massoni contenti di aver catturato altri pesci con cui arricchire il brodetto cucinato dagli chef con il grembiulino. Il grembiulino della massoneria.

Stefania Elena Carnemolla | ottobre 7, 2015 alle 12:21 pm | Etichette: massonerianencini | Categorie: Cultura e InformazioneDall’ItaliaPolitica ed Economia | URL:http://wp.me/p3RTK9-9WG

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5 OTTOBRE 1571 – BATTAGLIA DI LEPANTO

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Segnalazione di Simone Costa

oggi 07 Ottobre 2015 si ricorda la Battaglia di Lepanto e la vittoria riportata contro l’invasore islamico  avvenuta il 07 Ottobre 1571.

La flotta cristiana della Lega Santa sconfigge e scaccia dal mediterraneo le forze navali turche.

Gli avversari

Alì Mehemet Pascià

Alì Mehemet Pascià

L’ammiraglio della flotta turca era un uomo politico più che un vero e proprio militare.
Arrivò alla battaglia di Lepanto a 50 anni, con la fama di invicibilità, derivatagli dal dente destro di Maometto, che portava sempre in battaglia, rinchiuso in una capsula di cristallo. Sotto il profilo strategico, non gli si possono attribuire grandi errori: la sua sconfitta era già destinata a consumarsi prima dello scontro, visto il divario tecnologico tra le due forze in campo.
I suoi meriti maggiori sono da trovare prima dello scontro nelle acque greche. L’intelligenza che lo distingueva, lo portò a scegliere, per la sua spedizione, i “capitani” più validi, dell’intera marina ottomana: Uluch Alì, Mehemet Shoraq e Khara Kodja.
Uluch Alì, forse un ex campagnolo calabrese convertito all’Islam, era tra i più audaci e spietati (soprattutto nei confronti dei cristiani) comandanti turchi. Fu nominato addirittura Bey (sorta di governatore indipendente) di Algeri.
Shoraq, detto “Scirocco” dai cristiani, era tra i più esperti comandanti di marina di tutto il Mediterraneo, cosa che gli fruttò la signoria di Alessandria.
Infine, Khara Kodja, rappresentava la stirpe di pirati mediterranei avventati e senza paura, che erano adattissimi per le azioni più rischiose e improbabili.
La scelta degli ufficiali da parte di Alì, risulta praticamente perfetta, così come fu immenso il valore ed il coraggio islamico profuso a Lepanto. Ma la straripante superiorità cristiana lasciò ben poca gloria all’ammiraglio turco morto durante le fasi cruciali della battaglia.


Don Giovanni D’Austria

Don Giovanni D'Austria

Il comandante della flotta cristiana arrivò a 26 anni alla battaglia di Lepanto.
Figlio di Carlo V e di Barbara di Baviera, Giovanni mostrò subito come il suo indirizzo fosse verso la carriera militare, non verso quella ecclesiastica verso la quale era stato indirizzato. Prima dei 25 anni aveva già raggiunto i gradi più alti della gerarchia militare imperiale, ed era considerato uno dei più grandi ammiragli dell’intera cristianità.
Ma nonostante la grande preparazione, ed il grande valore dimostrato al fratellastro di Filippo II, gran parte del merito della sua vittoria nelle acque di Lepanto va ascritto a Sebastiano Venier, 75enne Duca di Candia, e “general de mar” della repubblica di Venezia, oltre che allo sforzo Politico di Marcantonio Colonna, comandante pontificio, unica persona in grado di smussare i contrasti tra Spagna e Venezia, e mantenere l’unità d’intenti della flotta.
I rapporti tra il Venier e Don Giovanni furono assai duri. Il ruvido carattere del Venier, mal si conciliava con l’atteggiamento “guascone” dello spagnolo, imberbe ed esibizionista secondo il comandante veneziano.
Sta di fatto che dopo la vittoria di Lepanto, Don Giovanni D’Austria divenne governatore delle Fiandre spagnole, dove morirà pochi anni dopo la vittoria contro il turco, ancora giovanissimo.

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L’Anticristo siederà presto nel Tempio di Gerusalemme?

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GERUSALEMME

di Federico Prati

Da qualche tempo presso il Monte del Tempio, noto anche come “Spianata delle Moschee”, a Gerusalemme, sono ripresi e proseguono scontri ed incidenti fra palestinesi e polizia israeliana.

Provocazioni ed irruzioni da parte di coloni e ben precisi nuclei di attivisti ebrei, coperti dalla polizia locale (che come di consueto non si risparmia, usando granate, proiettili di gomma, gas lacrimogeni e quant’altro), hanno generato la reazione di diversi gruppi palestinesi che stanno cercando, “armati” soprattutto dei consueti mezzi di fortuna (pietre, bastoni, o solo le nude mani) e di tanta fede e volontà, di difendere la celebre moschea di al- Aqsa, anche asserragliandosi all’interno di essa.

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