Feltre: OF sul piano Kalergi
Il governo salva la banca del padre della Boschi
Via libera del governo al salvataggio di quattro banche italiane: un Consiglio dei ministri domenicale durato circa un quarto d’ora, ha approvato infatti un decreto legge che risolve la crisi di Banca Marche, Cassa di Ferrara, Banca Etruria e CariChieti, tutti istituti gia’ commissariati da tempo.
L’operazione permettera’ la costituzione di quattro nuove banche (nuove anche nella denominazione) ripulite da tutti i crediti in sofferenza e in grado potenzialmente di operare da subito, senza soluzione di continuita’. I crediti in sofferenza delle quattro banche saranno trasferiti in un’unica ‘bad bank’, il che dovrebbero consentire di salvaguardare i depositi dei clienti e i posti di lavoro degli addetti. L’operazione, sottolinea il governo, sara’ realizzata senza “alcuna forma di finanziamento o supporto pubblico alle banche in risoluzione o al Fondo nazionale di risoluzione”.
Pansa: tutte le falsità sulla Resistenza
Giampaolo Pansa
Gli anniversari dovrebbero essere aboliti. Soprattutto quando celebrano un evento politico che si presta a una giostra di opinioni non condivise. Accade così per il settantesimo del 25 aprile 1945, la festa della Liberazione. Una cerimonia che suscita ancora contrasti, giudizi incattiviti e tanta retorica. A volte un mare di retorica, uno tsunami strapieno anche di bugie e di omissioni dettate dall’ opportunismo politico. Per rendersene conto basta sfogliare i quotidiani e i settimanali di questa fine di aprile. È da decenni che studio e scrivo della nostra guerra civile. Ma non avevo mai visto il serraglio di oggi. Una fiera dove tutto si confonde. Dove imperano le menzogne, le reticenze, le pagliacciate, le caricature. È vero che siamo una nazione in declino e che ha perso la dignità di se stessa. Però il troppo è troppo.
Per non essere soffocato dalla cianfrusaglia, adesso proverò a rammentare qualche verità impossibile da scordare. La prima è che la guerra civile conclusa nel 1945, ma con molte code sanguinose sino al 1948, fu un conflitto fra due minoranze. Erano pochi i giovani che scelsero di fare i partigiani e i giovani che decisero di combattere l’ ultima battaglia di Mussolini. Il «popolo in lotta» tanto vantato da Luigi Longo, leader delle Garibaldi, non è mai esistito. A perdere furono i ragazzi di Salò, i figli dell’ Aquila repubblicana. Ma a vincere non furono quelli che avevano preso la strada opposta. L’ Italia non venne liberata da loro. Se il fascismo fu sconfitto lo dobbiamo ad altri giovani che non sapevano quasi nulla di un Paese che dal 1922 aveva obbedito al Duce e l’ aveva seguito in una guerra sbagliata, combattuta su troppi fronti. La vittoria e la libertà ci vennero donate dalle migliaia di ragazzi americani, inglesi, francesi, canadesi, australiani, brasiliani, neozelandesi, persino indiani, caduti sul fronte italiano. E dai militari della Brigata Ebraica, che oggi una sinistra ottusa vorrebbe escludere dalla festa del 25 aprile.
Gli stranieri e gli italiani si trovarono alle prese con una guerra civile segnata da una ferocia senza limiti. Qualcuno ha scritto che la guerra civile è una malattia mentale che obbliga a combattere contro se stessi. E svela l’ animo bestiale degli esseri umani. Tutti gli attori di quella tragedia potevano cadere in un abisso infernale. Molti lo hanno evitato. Molti no. Eccidi, torture, violenze indicibili non sono stati compiuti soltanto dai nazisti e dai fascisti. Anche i partigiani si sono rivelati diavoli in terra.
In un libro di memorie scritto da un comandante garibaldino e pubblicato dall’ Istituto per la storia della Resistenza di Vercelli, ho trovato la descrizione di un delitto da film horror. Una banda comunista, stanziata in Valsesia, aveva catturato due ragazze fasciste, forse ausiliarie. E le giustiziò infilando nella loro vagina due bombe a mano, poi fatte esplodere.
La ferocia insita nell’ animo umano era accentuata dalla faziosità ideologica. La grande maggioranza delle bande partigiane apparteneva alle Garibaldi, la struttura creata dal Pci e comandata da Longo e da Pietro Secchia. È una verità consolidata che tra le opzioni del partito di Palmiro Togliatti ci fosse anche quella della svolta rivoluzionaria. Dopo la Liberazione sarebbe iniziata un’ altra guerra. Con l’ obiettivo di fare dell’ Italia l’ Ungheria del Mediterraneo, un Paese satellite dell’ Unione Sovietica.
I comunisti potevano essere più carogne dei fascisti e dei nazisti? No, perché chi imbraccia un’ arma per affermare un progetto totalitario, nero o rosso che sia, è sempre pronto a tutto. Ma esiste un fatto difficile da smentire: le stragi interne alla Resistenza, partigiani che uccidono altri partigiani, sono tutte opera di mandanti ed esecutori legati al Pci.
La strage più nota è quella di Porzûs, sul confine orientale, a 18 chilometri da Udine. Nel pomeriggio del 7 febbraio 1945, un centinaio di garibaldini assalgono il comando della Osoppo, una formazione di militari, cattolici, monarchici, uomini legati al Partito d’ Azione e ragazzi apolitici. Quattro partigiani e una ragazza vengono soppressi subito. Altri sedici sono catturati e tutti, tranne due che passano con la Garibaldi, saranno ammazzati dall’ 8 al 14 febbraio. Un assassinio al rallentatore che diventa una forma di tortura.
In totale, 19 vittime.
La strage ha un responsabile: Mario Toffanin, detto “Giacca”, 32 anni, già operaio nei cantieri navali di Monfalcone, un guerrigliero brutale e un comunista di marmo. Ha due idoli: Stalin e il maresciallo Tito. Considera la guerriglia spietata il primo passo della rivoluzione proletaria. Ma l’ assalto e la strage gli erano stati suggeriti da un dirigente della Federazione del Pci di Udine. Di lui si conosce il nome e l’ estremismo da ultrà che gioca con le vite degli altri.
È quasi inutile rievocare le imprese di Franco Moranino, “Gemisto”, il ras comunista del Biellese. Un sanguinario che arrivò a uccidere i membri di una missione alleata. E poi fece sopprimere le mogli di due di loro, poiché sospettavano che i mariti non fossero mai giunti in Svizzera, come sosteneva “Gemisto”. Il Pci di Togliatti difese sempre Moranino e lo portò per due volte a Montecitorio e una al Senato. Anche lui come “Giacca” morì nel suo letto.
Tra le imprese criminali dei partigiani rossi è famoso il campo di concentramento di Bogli, una frazione di Ottone, in provincia di Piacenza, a mille metri di altezza sull’ Appennino. Dipendeva dal comando della Sesta Zona ligure ed era stato affidato a un garibaldino che oggi definiremmo un serial killer. Tra l’ estate e l’ autunno del 1944 qui vennero torturati e uccisi molti prigionieri fascisti. Le donne venivano stuprate e poi ammazzate. Soltanto qualcuno sfuggì alla morte e dopo la fine della guerra raccontò i sadismi sofferti.
A volte erano dirigenti rossi di prima fila a decidere delitti eccellenti. Le vittime avevano comandato formazioni garibaldine, ma si rifiutavano di obbedire ai commissari politici comunisti. Di solito questi crimini venivano mascherati da eventi banali o da episodi di guerriglia.
Uno di questi comandanti, Franco Anselmi, “Marco”, il pioniere della Resistenza sull’ Appennino tortonese, dopo una serie di traversie dovute ai contrasti con esponenti del Pci, fu costretto ad andarsene nell’ Oltrepò pavese.
Morì l’ ultimo giorno di guerra, il 26 aprile 1945, a Casteggio per una raffica sparata non si seppe mai da chi.
Negli anni Sessanta, andai a lavorare al Giorno, diretto da Italo Pietra che era stato il comandante partigiano dell’ Oltrepò. Sapeva tutto del Pci combattente, della sua doppiezza, dei suoi misteri.
Quando gli chiesi della fine di Anselmi, mi regalò un’ occhiata ironica. E disse: «Vuoi un consiglio? Non domandarti nulla. Anselmi è morto da vent’ anni. Lasciamolo riposare in pace».
Un’ altra fine carica di mistero fu quella di Aldo Gastaldi, “Bisagno”, il numero uno dei partigiani in Liguria. Era stato uno dei primi a darsi alla macchia nell’ ottobre 1943, a 22 anni. Cattolico, sembrava un ragazzo dell’ oratorio con il mitragliatore a tracolla, coraggioso e altruista. Divenne il comandante della III Divisione Garibaldi Cichero, la più forte nella regione. Era sempre guardato a vista dalla rete dei commissari comunisti della sua zona.
Nel febbraio 1945, il Pci cercò di togliergli il comando della Cichero, ma non ci riuscì. Alla fine di marzo Bisagno chiese al comando generale del Corpo volontari della libertà di abolire la figura del commissario politico. E quando Genova venne liberata, cercò di opporsi alle mattanze indiscriminate dei fascisti.
Non trascorse neppure un mese e il 21 maggio 1945 Bisagno morì in un incidente stradale dai tanti lati oscuri. In settembre avrebbe compiuto 24 anni. Ancora oggi a Genova molti ritengono che sia stato vittima di un delitto. Sulla sua fine esiste una sola certezza.
Con lui spariva l’ unico comandante partigiano in grado di fermare in Liguria un’ insurrezione comunista diretta a conquistare il potere. Scommetto mille euro che nessuno dei due verrà ricordato nelle cerimonie previste un po’ dovunque. Al loro posto si farà un gran parlare delle cosiddette Repubbliche partigiane. Erano territori conquistati per un tempo breve dai partigiani e presto perduti sotto l’ offensiva dei tedeschi. Le più note sono quelle di Montefiorino, dell’ Ossola e di Alba.
Nel 1944, Montefiorino, in provincia di Modena, contava novemila abitanti. Con i quattro comuni confinanti si arrivava a trentamila persone. L’ area venne abbandonata dai tedeschi e i partigiani delle Garibaldi vi entrarono il 17 giugno. La repubblica durò sino al 31 luglio, appena 45 giorni. Fu un trionfo di bandiere rosse, con decine di scritte murali che inneggiavano a Stalin e all’ Unione Sovietica.
Vi dominava l’ indisciplina più totale. Al vertice c’ era il Commissariato politico, composto soltanto da comunisti. Il caos ebbe anche un lato oscuro: le carceri per i fascisti, le torture, le esecuzioni di militari repubblicani e di civili.
Ma nessuno si preoccupava di difendere la repubblica. Infatti i tedeschi la riconquistarono con facilità.
La repubblica dell’ Ossola nacque e morì nel giro di 33 giorni, fra il settembre e l’ ottobre del 1944. Era una zona bianca, presidiata da partigiani autonomi o cattolici. E incontrò subito l’ ostilità delle formazioni rosse. Cino Moscatelli, il più famoso dei comandanti comunisti, scrisse beffardo: «A Domodossola c’ è un sacco di brava gente appena arrivata dalla Svizzera che ora vuole creare per forza un governino pur di essere loro stessi dei ministrini».
La repubblica di Alba venne descritta così dal grande Beppe Fenoglio, partigiano autonomo: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre 1944». Durata dell’ esperimento: 23 giorni, conclusi da una fuga generale. Sentiamo ancora Fenoglio: «Fu la più selvaggia parata della storia moderna: soltanto di divise ce n’ era per cento carnevali. Fece impressione quel partigiano semplice che passò rivestito dell’ uniforme di gala di colonnello d’ artiglieria, con intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri…».
In realtà la guerra civile fu di sangue e di fuoco. Con migliaia di morti da una parte e dall’ altra. Dopo il 25 aprile ebbe inizio un’ altra epoca altrettanto feroce. L’ ho descritta nel libro che mi rende più orgoglioso fra i tanti che ho pubblicato: Il sangue dei vinti. Stampato da un editore senza paura: la Sperling e Kupfer di Tiziano Barbieri. Un buon lavoro professionale. Dal 2003 a oggi, nessuna smentita, nessuna querela, ventimila lettere di consenso, una diffusione record. Ma le tante sinistre andarono in tilt. E diedero fuori di matto.
Più lettori conquistavo, più venivo linciato sulla carta stampata, alla radio, in tivù. Mi piace ricordare l’ accusa più ridicola: l’ aver scritto quel libro per compiacere Silvio Berlusconi e ottenere dal Cavaliere la direzione del Corriere della Sera. Potrei mettere insieme un altro libro per raccontare quello che mi successe. Qui preferisco ricordare i più accaniti tra i miei detrattori: Giorgio Bocca, Sandro Curzi, Angelo d’ Orsi, Sergio Luzzatto, Giovanni De Luna, Furio Colombo, qualche firma dell’ Unità, varie eccellenze dell’ Anpi, del Pci e di Rifondazione comunista.
Tutti erano mossi dalle ragioni più diverse. Se ci ripenso sorrido.
La meno grottesca riguarda l’ ambiente legato al vecchio Pci. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la svolta di Achille Occhetto nel 1989, gli restava poco da mordere.
Si sono aggrappati alla Resistenza.
E hanno inventato uno slogan. Dice: la Resistenza è stata comunista, dunque chi offende il Pci offende la Resistenza. Oppure: chi offende la Resistenza offende il Pci e gli eredi delle Botteghe oscure.
Ecco un’ altra delle menzogne spacciate ogni 25 aprile. Insieme alla bugia delle bugie, quella che dice: le grandi città dell’ Italia del nord insorsero contro i tedeschi e li sconfissero anche nell’ ultima battaglia. Non è vero. La Wehrmacht se ne andò da sola, tentando di arrivare in Germania. In casa nostra non ci fu nessuna Varsavia, la capitale polacca che si ribellò a Hitler tra l’ agosto e il settembre 1944. E divenne un cumulo di macerie. In Italia le uniche macerie furono quelle causate dai bombardamenti degli aerei alleati.
Che cosa resta di tutto questo?
Di certo il rispetto per i caduti su entrambe le parti. Ma anche qualcos’ altro. Quando viaggio in auto per l’ Italia, rimango sempre stupito dalla solitaria immensità del paesaggio. Anche nel 2015 presenta grandi spazi vuoti, territori intatti, mai violati dal cemento.
È allora che ripenso ai pochi partigiani veri e ai figli dell’ Aquila fascista. E mi domando se avrei avuto il loro stesso coraggio se fossi stato un giovane di vent’ anni e non un bambino. Si gettavano alle spalle tutto, la famiglia, gli studi, l’ amore di una ragazza, per entrare in un mondo alieno, feroce e sconosciuto. Erano formiche senza paura e pronte a morire. L’ Italia di oggi merita ancora quei figli, rossi, neri, bianchi? Ritengo di no.
di Giampaolo Pansa
La Francia e Israele lanciano una nuova guerra in Iraq e in Siria
La Francia e Israele lanciano una nuova guerra in Iraq e in Siria
Parigi non vuol più rovesciare il regime laico siriano, né distruggere il suo esercito, ma creare uno stato coloniale curdo filoisraeliano tra Iraq e Siria [Thierry Meyssan]
Redazione
lunedì 23 novembre 2015 00:54
«Sotto i nostri occhi» – Cronaca di politica internazionale n°154
di Thierry Meyssan.
Da un lato, il governo francese sta mobilitando tutti i suoi mezzi di comunicazione per focalizzare la sua popolazione sugli attentati del 13 novembre. Dall’altro, lancia assieme a Israele una nuova guerra in Iraq e in Siria. Il suo obiettivo non è più quello di rovesciare il regime laico siriano, né di distruggere il suo esercito, ma ormai quello di creare uno stato coloniale a cavallo dell’Iraq e della Siria, gestito da curdi, per una manovra a tenaglia sugli Stati arabi. Il sogno di una potenza israeliana dal Nilo all’Eufrate sta tornando.
Su questa mappa, pubblicata da Robin Wright sul New York Times nel 2013, si distingue il Sunnistan che Daesh creerà nel giugno 2014, ove proclamerà il Califfato, e il Kurdistan che la Francia e Israele vogliono ormai creare. Si noti che questa carta non prevede nulla per i cristiani che dovrebbero essere o trasferiti in Europa o sterminati.
Quando un “Pontefice” piace alla massoneria
-di Davide Consonni-
Pochi ricorderanno le incredibili parole con cui il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi accolse l’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio, le riporto per spolverare le memorie:
“Con Papa Francesco nulla sarà più come prima. Chiara la scelta di fraternità per una Chiesa del dialogo, non contaminata dalle logiche e dalle tentazioni del potere temporale. Uomo dei poveri e lontano dalla Curia. Fraternità e voglia di dialogo le sue prime parole concrete: forse nella Chiesa nulla sarà più come prima. Il nostro auspicio è che il pontificato di Francesco, il Papa che ‘viene dalla fine del mondo’ possa segnare il ritorno della Chiesa-Parola rispetto alla Chiesa-istituzione, promuovendo un confronto aperto con il mondo contemporaneo, con credenti e non, secondo la primavera del Vaticano II. Il gesuita che è vicino agli ultimi della storia – prosegue Raffi – ha la grande occasione per mostrare al mondo il volto di una Chiesa che deve recuperare l’annuncio di una nuova umanità, non il peso di un’istituzione che si arrocca a difesa dei propri privilegi. Bergoglio conosce la vita reale e ricorderà la lezione di uno dei suoi teologi di riferimento, Romano Guardini, per il quale non si può staccare la verità dall’amore. La semplice croce che ha indossato sulla veste bianca – conclude il Gran Maestro di Palazzo Giustiniani – lascia sperare che una Chiesa del popolo ritrovi la capacità di dialogare con tutti gli uomini di buona volontà e con la Massoneria che, come insegna l’esperienza dell’America Latina, lavora per il bene e il progresso dell’umanità, avendo come riferimenti Bolivar, Allende e José Martí, solo per citarne alcuni. E’ questa la ‘fumata bianca’ che aspettiamo dalla Chiesa del nostro tempo”[1].

Joe Biden dice la verità sull’ISIS. Senza volere
Joe Biden, il vicepresidente degli Stati Uniti affiancato ad Obama, non passerà alla storia come il più acuto degli statisti. Anzi non passerebbe alla storia per niente, se non fosse per una qualità: è un gaffeur naturale di impareggiabile scemenza. E in quella attività di gaffeur, dice senza volerlo cose vere che il suo governo – e il potere americano – cerca di nascondere. Come la clamorosa verità su chi arma l’ISIS (“i nostri alleati”) e perché gli Usa sono contenti che l’ISIS sia armato per rovesciare Assad. Biden parlava il 16 novembre scorso agli studenti di Harvard al John F. Kennedy Jr Forum Institute of Politics.

Gli domandano: “Col senno di poi, lei crede che gli Stati Uniti avrebbero dovuto agire prima in Siria? E se no, adesso è il momento giusto?”
Il gaffeur risponde: “La risposta è ‘no’ per due ragioni. Una, l’idea di identificare un centro moderato (in Siria, ndr.) è una ricerca in cui l’America s’è impegnata per molto tempo. Noi americani crediamo che in ogni paese in transizione ci sia un Thomas Jefferson dietro ogni roccia, o un James Madison dietro ogni duna, eh eh (ridacchia). Il fatto è che in Siria non c’era un centro moderato perché il centro moderato lo formano dei bottegai, non dei soldati – classe media (…)
Ciò di cui mi sono sempre lamentato è che il nostro maggior problema sono i nostri alleati – I nostri alleati nella regione sono il nostro problema in Siria. I Turchi sono grandi amici, ho la più cordiale relazione con Erdogan, ho passato molto tempo con lui – e i sauditi, gli emirati, eccetera. Cosa hanno fatto questi? Determinatissimi a buttar giù Assad e – essenzialmente – a farsi una guerra sunniti-sciiti, sicché che hanno fatto? Hanno versato centinaia di milioni di dollari, e decine, migliaia di tonnellate di armi a chiunque volesse combattere contro Assad; e la gente che fu rifornita erano Al Nusra, Al Qaeda, gli elementi estremisti provenienti da altre parti del mondo. Pensi che esageri? Guardate un po’…(…)
Di colpo ognuno si sveglia perché questo gruppo chiamato ISIL, che poi era Al Qaeda in Irak, che quando fu cacciata dall’Irak ha trovato spazio aperto e territorio in Siria, lavora con Al Nusra, che era già stato dichiarato un un gruppo terrorista – e noi non siamo riusciti a convincere i nostri partners a smettere di rifornirli. Ora tutti hanno visto la luce, di colpo – e criticano il Presidente. Ma il presidente è stato capace di mettere insieme una coalizione coi nostri partner sunniti, perché l’America non può andare di nuovo (ad invadere) una nazione musulmana ed essere vista come aggressore – deve essere di sunniti – sunniti che attaccano una organizzazione sunnita.
https://www.youtube.com/watch?v=UrXkm4FImvc&feature=youtu.be&t=1h31m57s
Insomma, in poche parole, Joe Biden ammette quel che ufficialmente gli Usa negano:
– Che “gli alleati” sono quelli che armano Daesh, e li nomina: Erdogan, Sauditi, Emirati.
– Che non c’è in Siria alcuna opposizione “moderata” – e lo dice due settimane dopo che il Congresso, su indicazione di Obama, ha stanziato mezzo miliardo di dollari per “armare ed addestrare” i ribelli moderati” in Siria.
- Che gli Usa in Siria non possono intervenire perché non possono più essere visti come aggressori di un altro paese musulmano. Debbono dunque affidarsi ai partners, ai wahabiti e a Erdogan. Che è probabilmente il motivo per cui Obama non volle partecipare nel 2012 all’aggressione anti-Assad in cui francesi, turchi e sauditi erano già pronti.
Poche ore dopo queste incaute ammissioni, gli uffici del vicepresidente Biden hanno dovuto emanare un comunicato in cui il gaffeur “si scusa per ogni allusione che la Turchia ed altri alleati e partners nella regione abbiano rifornito intenzionalmente, o facilitato la crescita di ISIL, o IS, o altri estremisti violenti in Siria”.
Ovviamente Biden non s’è lasciato sfuggire “tutta” la verità – sarebbe troppo pretenderlo dal reime della menzogna. Non ha spiegato agli studenti quel che sappiamo del Telegraph britannico (non un sito complottista), ossia che la CIA è stato il maggior responsabile di un ragguardevole trasferimento clandestino delle armi saccheggiate dagli arsenali di Gheddafi in Libia ai terroristi anti-Assad, l’operazione in cui fu ucciso l’ambasciatore Usa Chris Stevens e in cui fu implicata la Clinton, allora segretaria di Stato, che si dimise proprio per quello. Nè che la CIA ha organizzato un trasporto di armi dalla Croazia ai tagliagole siriani nel 2012, armi pagate dall’Arabia Saudita, con un ponte aereo.

Nè ha detto che le 24 banche che sono attualmente nel territorio occupato da Daesh e attraverso le quali il Califfato ricicla i suoi profitti criminali, specie ma non solo da petrolio, continuano ad operare sui mercati internazionali perché non è stata esclusa dal sistema SWIFT, da cui invece fu esclusa la banca vaticana per far sloggiare lo sgradito papa Ratzinger. Forse Bruxelles, risparmiandoci le scenografiche “cacce all’uomo in città”, potrebbe più decisamente contribuire all’azzeramento del terrore ordinano a Swift di bloccare i conti delle 24 banche.
Sarebbe poco faticoso, perché la sede di SWIFT è a Bruxelles.

“Una totale menzogna” è stata la supposta guerra della coalizione occidentale anti ISIS – così ha dichiarato Vladimir Putin dalla sala operativa del Ministero della Difesa russo, in un comunicato in cui ha anche dichiarato l’ISIS “sull’orlo della disfatta totale” dopo che le forze aeree russe hanno distrutto nelle ultime 48 ore 472 bersagli terroristi, obliterato mille autobotti negli ultimi 5 giorni, e ridotto le forze militari dei tagliagole a sole 34 basi operative. Se si pensa che l’operazione russa non ha nemmeno due mesi, e che l’Occidente ha “bombardato l’ISIS” da due anni, la menzogna è evidente.
http://www.express.co.uk/news/world/621324/Vladimir-Putin-Islamic-State-ISIS-Syria
Un’altra cruda verità, invece, è stata diramata dal comandante della portaerei USS Truman e della sua squadra d’appoggio, capitano Ryan Scholl, che si sta precipitando sulla scena, e conduce esercitazioni coi piloti di bordo:
“L’ISIS non è la sola sfida che attende la squadra. Russi, Cinesi (1), e marines iraniani hanno stabilito la loro presenza in Siria , e navi da guerra russe dal Mar Nero si sono riposizionate nel Mediterraneo orientale per proteggere i caccia che conducono attacchi aerei in supporto del regime di Assad. In preparazione, l’esercitazione Composite Training Unit si concentra su avversari che somigliano più da vicino a quelli della Guerra Fredda”. Sembra una minaccia non proprio diretta contro l’ISIS.

Secondo il Jerusalem Post, truppe russe avrebbero cominciato ad operare sul terreno in Siria.
Note
1) Secondo notizie non confermate, ci sarebbero “boots on the ground” cinesi – tre mila Marines di Pechino – operanti in Siria.
Islamici moderati sfilano a Roma contro il Corano. Ma non c’era nessuno
Segnalazione di Carlo Di Pietro
di CdP Ricciotti.
Scrive il Corriere della Sera: “Si è conclusa poco dopo le 16 di sabato «Not in my name»: la manifestazione nazionale delle comunità islamiche per dire no al terrorismo. Sono arrivati da tutta Italia, e sfidando anche la pioggia, per radunarsi in piazza Santi Apostoli, a Roma, e hanno iniziato la manifestazione con un minuto di silenzio dedicato alle vittime delle stragi di Parigi. Sul palco troneggiava la scritta: «Musulmani d’Italia – Not in my Name – No al terrorismo».” – Titolo: Terrorismo, musulmani in piazza a Roma: «Isis, cancro per islamici». Sottotitolo: Da tutta Italia per la manifestazione promossa dall’Unione delle comunità islamiche italiane «Not in my Name». La foto è tratta dal Corriere della Sera.
IL COLPO A CASTELVECCHIO ED IL FALLIMENTO DI QUESTA VERONA – Verona Pulita
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I reati di opinione che valgono solo a destra
Segnalazione Quelsi
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A volte sono tutti Charlie, a volte alzare un braccio può costare la galera. La vicenda paradossale coinvolge 16 ragazzi di destra radicale che si sono visti condannare a un mese di carcere e a una multa di 16.000 euro complessivi (da versare all’ANPI!) per aver salutato romanamente durante l’annuale commemorazione di Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani a Milano. Sergio Ramelli era un giovanissimo militante (19 anni) del Fronte della Gioventù assassinato da estremisti di sinistra con una chiave inglese nel 1975. Enrico Pedenovi era un avvocato aderente al Movimento Sociale Italiano che l’anno dopo dell’omicidio Ramelli, all’anniversario, stava andando a commemorare il suo camerata assassinato, e commemorare un fascista morto per la mentalità perversa dell’estrema sinistra dell’epoca evidentemente comportava una ulteriore condanna a morte. La storia di Carlo Borsani è completamente differente e l’unica cosa che lo accomuna a Ramelli e Pedenovi è la data della morte, il 29 aprile.
Carlo Borsani, cieco di guerra e medaglia d’oro, è una delle tante vittime della mattanza di fascisti o presunti tali avvenuta dopo il 25 aprile 1945. Ogni 29 aprile a Milano si svolge una manifestazione per ricordare principalmente i primi due morti e ogni anni le organizzazioni di estrema sinistra fanno di tutto per impedire l’evento. Questo perché ricordare dei fascisti morti, evidentemente, per la mentalità distorta dell’estrema sinistra è una cosa disdicevole.










