Dopo le unioni civili il PD vuole anche “I love contracts” dei film di Hollywood

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

Gli accordi prematrimoniali, in realtà, sono predivorziali
di Elisabetta Longo

La notizia è che una volta approvate le unioni civili il Pd intende accelerare anche l’iter per l’introduzione degli accordi prematrimoniali nell’ordinamento giuridico italiano. L’onorevole Alessia Morani (Pd) ha già proposto un ddl per istituire un pratica che finora è rimasta sempre vietata nel nostro paese. Gli accordi prematrimoniali – o “love contracts”, come li chiamano gli anglosassoni che li hanno ideati – andrebbero a integrare l’articolo 162 del Codice civile, sul regime patrimoniale della famiglia. L’idea dell’onorevole Morani è stata appoggiata anche dal deputato di centrodestra Luca D’Alessandro. Tempi.it ne ha discusso con l’avvocato Massimiliano Fiorin, esperto di diritto coniugale e autore di molti testi sull’argomento.
Avocato Fiorin, gli accordi prematrimoniali sono sempre stati vietati in Italia. Come mai proprio adesso se ne torna a parlare?
Credo che anche questo disegno di legge possa essere inserito nel discorso più ampio della battaglia sui “diritti civili”, ormai centrale nel modo di fare politica del premier Renzi. L’idea di chi ha proposto il testo è quella di dare alle persone ulteriori libertà, con l’intento, come si sente ripetere, di “adeguare il diritto alla realtà del Paese”. La verità invece è che accade il contrario: è la legislazione a suggerire al Paese le cose di cui sentire il bisogno. Non sono contrario in senso assoluto ai cosiddetti accordi prematrimoniali: sono contrario all’idea di farli diventare un diritto. Costituiscono un paradosso, a cominciare dal nome, perché non andrebbero chiamati accordi “prematrimoniali” bensì “predivorziali”.
Firmare un accordo prima di sposarsi vuol dire strappare l’ultimo velo di romanticismo rimasto?
È proprio un controsenso. Quando due persone decidono di sposarsi, di fronte a Dio e/o alla legge italiana, dovrebbero voler fondare un’alleanza reciproca, non certo pensare a un modo per tutelarsi dalle possibili malefatte dell’altro. Si nota una coerenza, in negativo, conseguente al clima generale in cui questi accordi prematrimoniali si collocano: tutto è teso alla disgregazione del matrimonio in sé. Mi ha fatto sorridere l’onorevole Morani quando ha annunciato che grazie al suo ddl sugli accordi prematrimoniali le persone si sentiranno meglio difese nei loro interessi e quindi torneranno a sposarsi di più. L’istituzione del matrimonio è in crisi da tempo, non sarà un accordo firmato dal notaio a salvarlo.
Questo tipo di contratti fa subito pensare a Hollywood. Gli accordi prematrimoniali sono citati in tanti film, e sono molte le coppie di personaggi famosi che ne hanno firmato uno prima di convolare a nozze. Riguardano quindi solo i ceti sociali più “alti”?
Pensare che questi patti siano solo per ricchi è l’anticamera per renderli digeribili a tutti. Anche del divorzio, prima della legge del 1970, si pensava: “È un affare per ricchi, per americani”. E in effetti nei primi tempi è vero che il ceto medio storceva un po’ il naso, e che erano più i cosiddetti ricchi ad apprezzare quella legge che permetteva loro di “rifarsi una vita”. Ma in breve il distinguo è andato perdendosi, e il divorzio è diventato un diritto. Non una possibilità, ma qualcosa di giusto, come sono appunto i diritti. Nell’articolo 29 della Costituzione sta scritto: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Ma con la legge del 1970 e il fallimento del successivo referendum abrogativo del 1974 abbiamo scalfito quell’articolo, e il divorzio è diventato un diritto, per tutti, senza distinzione di casi. Perfino Pier Paolo Pasolini, confessando di aver votato no al referendum, si disse stupito della sua stessa buona fede: aveva votato pensando a quei casi di soprusi familiari in cui il divorzio sarebbe stato un rimedio, e si era invece ritrovato a contribuire alla disgregazione della famiglia.
Ma, applicati alla realtà italiana, gli accordi prematrimoniali possono avere successo?
Stando ai numeri noti, in Italia il divorzio non è così popolare rispetto agli altri Paesi europei, ed è ancora un fenomeno che interessa maggiormente il ceto medio-alto. Credo che lo stesso avverrebbe per gli accordi prematrimoniali. Quando si divorzia, il primo punto da chiarire è sempre quello che riguarda la casa. Ad oggi, in Italia, i possessori di case sono in gran parte ultrasessantenni che hanno acquistato beni immobiliari dopo una vita di sacrifici. Qualche volta capita nel mio studio un padre o una madre che hanno comprato casa al figlio, prima che questo decidesse di sposarsi: “E se si lascia con ‘quella là’ – mi dicono – la casa va tutta a lei?”. In un caso del genere un patto prematrimoniale potrebbe non essere il male peggiore. Ma prendere il caso di uno e farlo diventare diritto per tutti non è la strada migliore. Abbiamo potuto constatarlo in diverse materie trattate da governo e parlamento. Continua a leggere

Dopo gli attentati in Belgio non combatteremo…perché ormai ci siamo già arresi

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Segnalazione di Redazione BastaBugie
Nel dopo-stragi sempre lo stesso format: gessetti, hashtag, frasi fatte, ma una paura assoluta a chiamare le cose con il loro nome
di Leone Grotti

Erano passati appena pochi minuti dall’attentato all’aeroporto di Bruxelles, ancora non era esploso un nuovo ordigno in metropolitana, ma già i social si riempivano di hashtag: #JeSuisBruxelles e #JeSuisBelge, ma anche #JeSuisTintin, celebre striscia a fumetti belga, e addirittura #JeSuisFrite, in riferimento alle patatine fritte che belgi e olandesi sanno cuocere tanto bene.

DA PARIGI A BRUXELLES: GESSETTI SULL’ASFALTO
Ancora non si conoscevano i dettagli degli attentati, i nomi degli attentatori, le motivazioni degli attacchi, il numero dei feriti e dei morti ma già i media davano conto di giovani scesi in piazza a scrivere sull’asfalto frasi vuote di senso (ma cariche di retorica) come ”Essere ottimisti è un dovere” e ”L’unione fa la forza”, mentre altri incitavano già a rispondere al terrorismo andando a bere una birra al bar «senza cedere alla paura».
Il copione che è stato scritto più o meno spontaneamente dopo gli attentati di Parigi è stato ripetuto in modo identico per Bruxelles, anche se con meno enfasi e più cinismo, un po’ di patriottismo in meno e un po’ di assuefazione in più. Le reazioni del dopo-attentato, buone per tutte le stagioni, si sono susseguite a slogan: da chi ha invocato più integrazione, senza spiegare che cosa questo significhi, a chi ha proposto di cacciare l’islam con tutti i musulmani dall’Europa in modo indiscriminato.

VIETATO L’ODIO
I sentimenti preconfezionati tirati in ballo dai giornali sono stati svuotati di qualunque drammaticità. Così pressoché tutti i giornali belgi stamattina spiegavano che il vero nemico non è il terrorismo, ma l’odio. #TousUnisContreLaHaine recita appunto un altro hashtag che va molto di moda in queste ore. Come se non fosse umano provare rancore o paura in simili situazioni, come se si volesse saltare il trauma a piè pari. Alla fine anche il richiamo ossessivo a riprendere subito a vivere come se non fosse successo niente sembra una giustificazione della (o un invito alla) indifferenza: dopo Charlie Hebdo e Hyper Cacher tutti i leader politici del mondo avevano marciato insieme a Parigi, ieri Barack Obama non ha neanche considerato la possibilità di rientrare a Washington da Cuba.
Anche per quanto riguarda le risposte da dare agli attentati è tutto già scritto: ci vogliono più sicurezza, più intelligence e più prevenzione. Punto. Qualche coraggioso si arrischia a dire che «siamo in guerra», senza però citare il nome del nemico e senza dilungarsi su come potremmo vincerla questa guerra. Ecco perché le parole di Silvio Berlusconi sul Foglio sembrano addirittura anacronistiche: «È tempo di agire con coraggio. Bisogna che i governi dell’Occidente capiscano che c’è un solo modo per risolvere la situazione: andare ad estirpare il cancro dell’Isis alla radice, con una coalizione che, sotto l’egida dell’Onu, riunisca Europa, Stati Uniti, Russia, Cina e i paesi musulmani moderati. (…) Non esistono soluzioni alternative, quando si è chiamati in guerra bisogna combattere e vincere».

CAMPANE SUONANO IMAGINE
Si può discutere se il mezzo bellico sia in grado di risolvere il problema, ma la sola idea che oltre a difendersi bisogna attaccare suona ormai come obsoleta, inconcepibile. Che bisogno c’è di andare a combattere l’Isis in Siria e Iraq, sembra di leggere tra le righe di tanti editoriali pieni di retorica ripetitiva, che bisogno c’è anche solo di porsi il problema: basta scrivere con un gessetto «pace» sull’asfalto per costruirla. L’Europa assomiglia sempre di più alla tartaruga millenaria Morla de La storia infinita, quando avvisata del pericolo mortale, del Nulla che incombe e si avvicina, risponde: «Non ci interessa, anzi, non ci interessa neanche se ci interessa o no, in effetti». Così, alle campane dell’università cattolica di Lovanio non resta che intonare il brano Imagine di John Lennon: «Immagina che non esista paradiso, facile se provi; nessun inferno sotto di noi; sopra solo il cielo; immagina che tutta la gente viva solo per l’oggi. Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile da fare, niente per cui uccidere e morire, e nessuna religione. Immagina tutta la gente che vive in pace». Il Nulla è già qui.

Nota di BastaBugie: Peppino Zola nell’articolo dal titolo ”La banale risposta al male di un’Europa codarda” spiega che quasi tutti rimangono alla superficie, come i servizi segreti di Belgio e Francia, preoccupati solo di non apparire ”islamofobi”. I ghetti si formano perché mettiamo insieme persone a cui non abbiamo il coraggio di annunciare i criteri di una vita nuova, scaturita dall’appartenenza a Cristo.
Ecco l’articolo integrale pubblicato da La Nuova Bussola Quotidiana il 28-03-2016:
Non c’è solo la ”banalità del male”, c’è anche la banalità della risposta al male, come si è visto e sentito in questi giorni, in risposta alla ennesima strage dei terroristi islamici dell’ISIS. Abbiamo sentito le stesse banalità già udite dopo le stragi di Madrid, Londra, Parigi, Tunisi e di molti altri tragici luoghi.
Tutti a ripetere che si devono unificare i servizi segreti (ma il summit dei ministri di questi giorni non ha deciso nulla), che le nostre abitudini non devono cambiare (ma Bruxelles è militarizzata), che siamo in guerra ma non troppo, che i terroristi non sono veri islamici, e così via banalizzando. C’è, poi, l’ineffabile D’Alema che chiede di rispondere al terrorismo aumentando il numero delle moschee con l’8 per mille, ci sono le piazze che rispondono alle micidiali bombe con i gessetti e con sentimentalate musicali, ci sono quelli che fanno finta di non avere paura per non darla vinta ai criminali.
Quasi tutti rimangono alla superficie del fenomeno in atto, come sono rimasti alla superficie i servizi segreti del Belgio e di Francia, il che non è avvenuto a caso, essendo il frutto diretto di uno stupido buonismo, che rende Belgio e Francia più preoccupati di non apparire ”islamofobi” che di assumere forti decisioni a tutela della sicurezza e della libertà dei propri popoli. Dentro questa imbelle banalità generale, si intravedono alcuni segni di resipiscenza da parte di Ferrara (che chiede decisioni e non analisi), di Berlusconi (che, inascoltato, chiede che si formi un’alleanza mondiale per fermare definitivamente l’Isis) di Galli della Loggia (che sul Corriere chiede una cosa ovvia e cioè che si applichino le leggi anche nei confronti dei munsulmani!).
Ma la banale e codarda superficialità domina, malgrado i continui bla bla.
Anche i cristiani hanno gravi responsabilità su questo fronte, perché si stanno arrendendo al pensiero unico dominante, venendo meno alla responsabilità di essere una presenza originale, che scaturisca dall’appartenenza alla vita attiva delle loro comunità, che abbia al centro la persona ed il pensiero di Cristo.
Cito, a titolo di esempio, quanto avvenuto all’Università Cattolica di Lovanio, la quale, per ricordare i morti causati dalle bombe islamiche, ha fatto suonare anch’essa la canzone di John Lennon Imagine, le cui parole sognano un mondo senza religioni e senza paradisi. Forse i responsabili di quella università non si erano resi conto di tali parole; ma forse è più probabile che sapessero tutto e che abbiano scelto un canto palesemente massonico, invece che riproporre una delle tante stupende musiche della tradizione cristiana che fanno memoria dei morti e delle ingiustizie commesse in questo povero mondo. Quanto accaduto a Lovanio costituisce una sintesi fedele di quanto sta avvenendo all’interno della cultura e della esperienza dei cristiani oggi in Europa (e non solo).
Siamo alle solite. I cristiani stanno dimenticando che Cristo ci invita a vivere l’appartenenza a Lui, con la carità, con la cultura e con la missione. I cristiani pensano di esaurire il proprio compito con la dimensione della carità (di cui, peraltro, vediamo esempi eroici e straordinari), dimenticando che quando accogliamo l’ospite non possiamo e non dobbiamo nascondere il motivo profondo per cui lo facciamo. In altre parole, siamo colpevoli se non comunichiamo il giudizio di Cristo e se rinunciamo ad annunciare la bellezza ed il fascino di Gesù.
I ghetti si formano anche perché mettiamo insieme delle persone, a cui non abbiamo il coraggio di annunciare i criteri di una vita nuova, scaturita dall’appartenenza a Cristo. Appariamo, così, gente senza fede e finiamo anche con l’essere disprezzati da parte di coloro che hanno una fede integralista, che poi strumentalizzano, uccidendo in nome del loro Dio.
Ma nessuno ha mai osato dire loro che il Dio dell’Amore ci può far vivere in modo diverso. In questo senso, la passività dei cristiani costituisce una grave responsabilità circa quanto sta accadendo in Europa. Certo è che questa passività è favorita da un clima generale, per il quale, Belgio e Francia in testa, si è voluto fare a meno di Dio nella costruzione del bene comune, tradendo l’origine stessa dell’Unione Europea: i tre fondatori erano cattolici credenti e praticanti e per questo erano autorevoli e creativi. Senza Dio si diventa banali e aridi.
Nella liturgia ambrosiana del Venerdì Santo, ho letto parole durissime di Isaia a proposito di chi vuole fare a meno del Signore: «Si ubriacheranno del proprio sangue». E’ quello che sta accadendo: la banale Europa si sta esaurendo correndo dietro ai propri idoli ed al proprio saccente ed autonomo pensiero. In questi giorni particolari, preghiamo per i morti innocenti, ma anche per gli insensati europei che stanno distruggendo i loro popoli, affinché abbiano a ravvedersi in tempi rapidi. ”Signore, vieni presto in mio aiuto”.
Rimane, comunque, una certezza: Cristo continua a risorgere e le tenebre non prevarranno.

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Contraddittoria sentenza della Corte sugli embrioni

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Segnalazione Corrispondenza Romana

embrioni crioconservati

di Tommaso Scandroglio

Il 23 marzo scorso la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del Tribunale di Firenze che chiedeva il riconoscimento del diritto di utilizzare a scopi scientifici gli embrioni crioconservati prodotti tramite fecondazione artificiale e non destinati all’impianto in utero. La richiesta del Tribunale di Firenze, seppur già vietata dall’art. 13 della legge 40 (legge che ha disciplinato in senso favorevole le pratiche di fecondazione extracorporea), rispondeva alla logica sottesa proprio di questa stessa norma.

La ratio della legge 40 alla fine è infatti molto semplice: l’embrione è una cosa, è puro «materiale genetico» per usare un’espressione adottata dallo stesso Tribunale fiorentino. Ora se l’embrione è una cosa si può rivendicare un diritto su di esso (diritto al figlio), si può produrlo e sovraprodurlo, sia utilizzando i gameti della coppia richiedente (fecondazione omologa) che di quelli di soggetti esterni alla coppia (fecondazione eterologa), si può scartare, congelare, sottoporre alla rischiosa diagnosi pre-impianto, proporlo come “prodotto” a chiunque, dunque anche a coppie fertili, e infine usarlo per fini sperimentali. Continua a leggere

Sedevacantist Primer: Updated for the Salza/Siscoe Circus!

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Segnalazione di don Anthony Cekada

Sedevacantism: A Quick Primer

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Updated for the Salza/Siscoe/SSPX anti-Sede Circus

January 2016 saw the publication of John Salza and Robert Siscoe’s True or False Pope? Refuting Sedevacantism and Other Modern Errors, a 700-page anti-sedevacantist screed bankrolled by the Society of St. Pius X’s U.S. seminary publishing arm, STAS Publications.

The controversy the book has generated presents an excellent opportunity for sedevacantists to make the case for their positionto an ever-increasing audience of Catholics who are appalled and mystified by the antics of Jorge Mario Bergoglio. Continua a leggere

IMMINENTE NOVITA’ EDITORIALE: “Cento anni di Magistero” (Pio VI, Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII)

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Segnalazione di Pietro Ferrari

Cento anni di magistero in cento anni di sconvolgimenti culturali, sociali e politici. Le Edizioni Radio Spada ripresentano sette documenti ufficiali della Chiesa, promulgati come spesso capita quando si tratta di materie dottrinali, non soltanto per le incombenze ed emergenze del loro tempo ma come durevoli bussole orientative nel Tempo. Da qui l’inesauribile attualità della voce del Vicario, che attinge come insegnò Papa Pacelli alle labbra stesse del Redentore, comunicando quell’acqua che la samaritana scoprì essere sempre giovane ed eternamente dissetante. Troveremo e troverete sempre utile prestare attenzione ai capisaldi ecclesiali, soprattutto tra i tumulti stroboscopici che ottundono il gregge, colpito, disperso e ingannato coi vitelli d’oro dell’aggiornamento. L’aggiornamento, questo mito nichilista farcito di immigrazionismo terzomondista, incontinenza ormonale, carismatismo narcisista, odio di sé che colorano l’apostasìa in atto di questo lungo Sabato Santo nella Chiesa.
Angelo Braschi (1717-1799) venne eletto pontefice come Pio VI prima ancora di essere nominato vescovo ed aprì ufficialmente la Porta Santa della basilica di San Pietro, per l’anno giubilare del 1775. Allo scoppio della Rivoluzione francese, Pio VI vide la confisca di tutti i possedimenti ecclesiastici in Francia, e dovette subire l’onta di vedere il proprio stesso ritratto dato alle fiamme dalla folla nel Palazzo Reale. Pio VI cercò di prendere di petto la questione: il 10 marzo 1791 condannò con il breve Quod aliquantum la Costituzione civile del clero, approvata dall’Assemblea nazionale francese nel luglio del 1790 ed anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Il Giansenismo in Italia – uno pseudo protestantesimo mitigato – ebbe un’influenza limitata, fatta salva l’opera del vescovo di Pistoia e Prato, Scipione deRicci, che riuscì ad influenzare il clero e i politici toscani, soprattutto il granduca Pietro Leopoldo organizzando il Sinodo di Pistoia per promuovere il Giansenismo. Questo vescovo riformatore fu inviso agli aretini insorgenti, noti come “Viva Maria”, che durante la loro insurrezione lo imprigionarono. Ed ecco tornare attuale la Auctorem fidei (bolla dogmatica promulgata il 28 agosto 1794 per condannare il Sinodo di Pistoia, il vescovo Scipione de’ Ricci ed altri vescovi accusati di sostenere la corrente giansenista) – quando è scomodo dover ribadire che “veemente avvampa l’ardore di codesta feroce, interminabile congiura … introducendo importune, sconvolgenti novità…di riunire in un sol corpo i semi delle guaste dottrine…”, in quanto i nemici della Chiesa (ma nella Chiesa) anche oggi, con le varie ermeneutiche “si adoperano per coprire sotto fraudolenti giri di parole i lacci delle loro astuzie… in nessun modo è da praticare in un Sinodo, il cui primo merito deve consistere nell’adottare nell’insegnamento un’espressione talmente chiara e limpida che non lasci spazio al pericolo di contrasti.”.

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Escrementi sul volto di Cristo: polemiche a Rovereto per la pièce choc di Castellucci

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Lo spettacolo di Castellucci ha fatto discutere sin dalla sua prima rappresentazione a Parigi. Ora approda a Rovereto, col patrocinio del comune.

Mer, 30/03/2016

Pure il Vaticano, nel 2012, lo aveva bollato ufficialmente come “offensivo”. Ma lo spettacolo di Romeo Castellucci, Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio, continua ad andare in scena, riscuotendo ovunque, tra un applauso e l’altro, polemiche, condanne e proteste.

Ogni volta che viene rappresentata, infatti, questa pièce del celebre regista italiano diventa un caso. Soprattutto per via del finale dello spettacolo, in cui la rappresentazione del volto del Cristo Salvator Mundi, dipinto da Antonello da Messina, viene bersagliata da escrementi o finte bombe, lanciate da bambini, reclutati per l’occasione. L’immagine finisce poi per essere ricoperta ed oscurata dagli stessi liquami. E sul volto di Gesù, infine, viene proiettata la frase: “tu non sei il mio pastore”. Il regista era già intervenuto per spiegare il senso della rappresentazione e il significato della sequenza di gesti e di parole che avevano fatto ampiamente discutere. Ma anche dopo i chiarimenti, lo spettacolo non ha mai perso la sua forte carica provocatoria.

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Bergamasca chiede scusa al Sud: “Sui libri di scuola solo favole. Mi sento in colpa per il male fatto dai miei antenati”

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GARIBALDI

Storia d’Italia è molto complicata. Senza dubbio più di quella che si impara sui banchi di scuola, attraverso un’istruzione che proviene da una sola direzione e sempre verso quella va. Portando con sé anche tutti coloro che la studino e la facciano propria. Così come fanno proprie certe convinzioni che, perchè, appunto, impresse sui libri, diventano Storia. Ma, in realtà, molto spesso, quella è solo una storia. Quella con la lettera minuscola. E bene sarebbe cercare di andare oltre. E’ partendo da ciò che una donna bergamasca chiede scusa al Sud. E lo fa con una lettera inviata alla pagina facebook Briganti. Per capire il significato e il senso di queste scuse, nulla vale quanto le sue parole.

Una donna bergamasca chiede scusa al Sud. “Mi sento in colpa per il male fatto dai miei antenati”

«Mi permetto di scriverVi per un viscerale bisogno di chiedere perdono.
Sono originaria di Bergamo, Città dei Mille (e purtroppo anche della Lega, oggi), cresciuta nella più salda convinzione che qualche mio antenato, 150 anni fa, avesse forse potuto aver contribuito a liberare il Sud dalla tirannia dei Borboni. Era una favola fatta di eroi e di alti valori morali, qualcosa di cui andare fiero, in cui essere portati a riconoscersi. Mi dispiace. Mi dispiace da più profondo del cuore. Ora so cosa c’è dietro quella favola, ora che mi hanno aperto gli occhi e che mi sono documentata su come andarono veramente le cose, mi sento male. Mi sento in colpa per quello che quei miei antenati potrebbero aver fatto, ora, mi sento in colpa per aver creduto alla storia che mi hanno insegnato sui banchi di scuola, mi sento in colpa per non essermi fatta mai delle domande prima, mi sento in colpa perchè oltre ad aver fatto del male a 9 milioni di persone 150 anni fa, si continua a farne oggi negando la realtà storica di quegli avvenimenti, condannandoli al silenzio per chi sarà meno fortunato di me e non avrà un amico napoletano pronto a prestargli dei libri ed a confrontarsi su questi argomenti.
Lo so che non serve a niente chiedere perdono, ora, ma mi dispiace davvero. Dal più profondo del cuore. M.F.»

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La piccola Verona, luoghi suggestivi e ricchi di storia

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LORI

Verona è un museo travestito da città. E’ ricca di infiniti luoghi d’arte carichi di storia. Li merita? Non li merita? Li meriterebbe di più se ai gioielli artistici fosse dedicata quell’attenzione che merita la preziosità, i millenni di civiltà che abbiamo ricevuto in dono. Siamo straricchi di paesaggio, di bellezze, dettagli e memorie di siti inconsueti ai più, veronesi e turisti.

Si potrebbero scrivere pagine e pagine solo per alcuni. Insomma non vi parlerò dell’Arena, del Teatro Romano, di San Zeno o Santa Anastasia, perché racchiudono troppa storia, o di chiese centrali assediate dal traffico. Vi suggerirò un visitare per cui valga la pena perdersi nella ricerca. Una piccola storia che si rivolge direttamente a voi, che vi abbraccerà, tra un tesoro artistico e un paesaggio non contaminato dalla speculazione e magari offrirà l’idea all’animo artistico di ambientare un dipinto, un romanzo, una poesia.

Un vanto per Verona, un richiamo della natura sono i Borghi delle acque: Avesa, Montorio, Quinzano, con il richiamo della natura che li circonda e che spinge ad un colloquio interiore con cipressi, querce, vigneti, ciliegi, usignoli. Acquarello vivente di come ancora paesaggio e poesia non siano andati distrutti.

Piccoli borghi, realtà viventi, comunità che vivono con le loro tradizioni e le loro feste, con i riti religiosi per i loro santi, con le loro bande, le loro sagre e la propria sfumatura di dialetto veronese. Rappresentano ricchezza, vitalità.

Ad Avesa nasce il Lorì, che si dirama in piccoli canali in parte interrati, ma altri in cui scorrono acque che hanno sentito il canto delle lavandare e lo sbattere dei panni sulla pietra. La Camaldola, stupenda pieve medievale ricca di affreschi con accanto la corte dei lavatoi. Spettacolo unico. Villa Scopoli , con la grande vasca circondata da un colonnato. Vedere per credere. Montorio, dove rivoli, fiumicelli, torrenti che percorrono in lungo e in largo il borgo, arricchiscono la grande vasca situata proprio davanti alla chiesa. Quinzano: viuzze tranquille, vicoli, capitelli, la stupenda chiesa di San Rocco che sovrasta candide distese di alberi di ciliegio, costruita su basamenti di roccia ancora sporgenti.

Più su, inerpicata sulla collina, la rettoria di San Rocchetto, nei giorni della Pasqua luogo di passeggiate e della storica Via Crucis.

Da non trattenersi.

Lucia Cametti

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Salvini va dai suoi “fratelli maggiori”…

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Natale: Salvini, chi lo nega ai bimbi è peggio dell'Isis

Martedì, Matteo Salvini partirà per un viaggio a Gerusalemme e Tel Aviv con una nutrita delegazione leghista e soprattutto con un’agenda fitta di incontri di livello: un ministro, due viceministri, il vicepresidente della Knesset e Avigdor Liberman, leader del partito di destra «Israel Beitenu». È un salto di qualità nelle relazioni internazionali leghiste, finora segnate da qualche inevitabile delusione (il tentativo precedente di farsi ricevere in Israele non andò a buon fine , il visto negato dalla Nigeria) e qualche evitabile gaffe, come la visita di Salvini in Corea del Nord, «che sembra la Svizzera», e quel che è peggio insieme con Razzi, si legge su “la Stampa“.

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