…Ma l’immigrazionismo non è cristiano

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invasori

di Matteo Castagna

Ciò che è accaduto in questi anni ha dimostrato che le politiche inerenti l’immigrazione condotte dall’Europa e volte all’accoglienza indiscriminata sono fallimentari. Persino gli USA stanno rivivendo il periodo del fallimento della società multirazziale. Il vecchio motto “ad ogni popolo la sua terra e ad ogni terra il suo popolo viene spacciato per uno slogan xenofobo, come se tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro Patria, con tutto ciò che questo determina a livello affettivo e culturale, fossero felicissimi di un salto nel buio, che spesso diviene un salto nell’abisso delle organizzazioni criminali, del disagio, dell’emarginazione, della disoccupazione, della disperazione. Il cosiddetto buonismo fa male, in primis ai migranti perché si creano loro false aspettative, determinando evidenti problemi sociali e troppo spesso il malcelato arricchimento di associazioni, cooperative e personaggi senza scrupoli. Altrettanto spesso, lo Stato è complice nell’assegnazione di oltre 3 milioni di euro (dato del 2015) per una gestione allucinante della cosiddetta emergenza immigrazione, con denari pubblici che finiscono per arricchire papponi nostrani come stranieri. Ma anche la Chiesa ufficiale ha le sue enormi responsabilità.

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Gargamella attacca i Puffi brontoloni che accusano Bergoglio di eresia

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Il buffo e goffo Gargamella invia la infida gatta Birba ad attaccare maldestramente i Puffi, che, come nel cartone animato, hanno sempre la meglio sui due nemici, che fanno sempre magre figure:                    

Stiamo vivendo un momento bellissimo. Perché tante persone non se ne rendono conto ed attaccano il Santo Padre?

Smurfs

Pixabay – CC0

I fumetti dei Puffi sono eccezionali. Ogni storia riesce a trasmettere un messaggio. Ogni personaggio ha un carattere e un’immagine diversa, che possiamo ritrovare nella realtà quotidiana.

Un personaggio che mi ha sempre colpito molto è il Puffo brontolone. Sempre cupo, imbronciato, pronto a brontolare e ad esprimere il suo dissenso su ogni cosa.

Capita spesso di incontrare Puffi brontoloni nella vita di tutti i giorni e perfino nella Chiesa. Pensiamo ai Puffi brontoloni che criticano costantemente il Papa e ne analizzano morbosamente ogni parola. Possiamo incontrarli dappertutto: sui giornali, sui social network, al bar, in chiesa, nell’oratorio… Li riconosci subito perché ti avvicinano e ti comunicano il loro brontolamento, spesso partendo da un fatto d’attualità: “Hai sentito che cosa ha detto oggi il Papa? È scandaloso. Porterà la Chiesa alla rovina”.

I Puffi brontoloni possono agire singolarmente o in gruppo. A volte si riuniscono per produrre libri o dichiarazioni brontolose in cui si stracciano le vesti per i presunti pericoli generati dalle affermazioni del Santo Padre.

Uno dei loro bersagli preferiti è l’Amoris laetitia, l’esortazione apostolica sull’amore nella famiglia. Per questo documento i Puffi brontoloni hanno dovuto fare addirittura gli straordinari, impegnandosi senza sosta per combattere le presunte eresie del Pontefice sulla comunione ai divorziati risposati.

Pare proprio che il destino di Papa Francesco sia quello di essere perennemente bersagliato dai Puffi brontoloni, che non lo capiscono o si rifiutano di capirlo. Si rinchiudono volutamente nel proprio guscio e non sono mai disposti a rivedere le proprie idee. La loro missione è quella di brontolare ed attaccare il Papa ogni volta che apre bocca, spesso senza neppure ascoltare o leggere interamente i suoi discorsi.

Proviamo a fare un esempio. Tra le parole del Papa che hanno suscitato maggiormente l’ira dei Puffi brontoloni c’è stata una dichiarazione sul tema dell’omosessualità, rilasciata ai giornalisti in aereo, tornando dal viaggio in Armenia.

Il Papa ha nuovamente sottolineato che le persone omosessuali non devono essere discriminate, ma devono essere rispettate ed accompagnate pastoralmente. Queste parole sono bastate per scatenare l’ira dei Puffi brontoloni, prontamente scatenati sui social network: “Dove andremo a finire? Dove ci porterà questo Papa?”.

È una situazione che si ripete, ormai, stancamente. Il Papa parla e i Puffi brontoloni entrano in azione. Ogni occasione è buona per brontolare: “Il Papa è comunista. Il Papa è buonista. Il Papa parla troppo dei poveri. Il Papa parla troppo degli immigrati…”. Eppure basterebbe così poco per fare un passo avanti, per sorridere e cercare di percepire la straordinaria bellezza del momento che stiamo vivendo fuori e dentro la Chiesa.

Il mondo è grande e bello. Non è solo il perimetro racchiuso in una piccola casa nel villaggio dei Puffi. Usciamo dal nostro guscio e cerchiamo di mettere in pratica l’invito del Papa a vivere un’autentica cultura dell’incontro e dell’accoglienza!

Abbattiamo muri e barriere! Il Vangelo è con noi.

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Un protestante alla guida dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano

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Amico di vecchia data di Bergoglio, Marcelo Figuroea intervistò il Pontefice lo scorso settembre per una radio di Buenos Aires

Papa e Marcelo Figuroea (Facebook)

Papa e Marcelo Figuroea (Facebook)

Tra i tumultuosi cambiamenti nei media della Santa Sede, spiccano due novità importanti in cui facilmente si intuisce l’intervento in prima persona di papa Francesco.

In primo luogo la nascita di una edizione argentina dell’Osservatore Romano, che aggregherà i propri contenuti all’edizione settimanale in lingua spagnola e porterà in modo completo la “voce” del Santo Padre nel suo paese d’origine.

Secondo quanto riferisce La Nacion, l’edizione argentina dell’organo ufficiale di stampa della Santa Sede inizierà le pubblicazioni a settembre e si caratterizzerà per un numero di pagine da 4 a 8 interamente indirizzate ai lettori del paese latinoamericano, con firme scelte ed autorizzate dal Pontefice.

L’edizione argentina dell’Osservatore Romano sarà supervisionata dalla Conferenza Episcopale Argentina e la commissione editoriale godrà dell’appoggio del rettore dell’Università Cattolica Argentina, monsignor Victor Manuel Fernandez, ormai noto come il “teologo di fiducia” di Bergoglio.

La novità più sorprendente, che ha suscitato più di un mal di pancia tra i cattolici conservatori, è però la nomina di Marcelo Figuroea, giornalista radiofonico, biblista e teologo protestante, che imprime così un’ulteriore spinta al carattere ecumenico del pontificato di Francesco, alla vigilia della viaggio pontificio in Svezia (31 ottobre – 1 novembre 2016) e a pochi mesi dalla ricorrenza del cinquecentenario della riforma luterana (1517-2017).

Amico di vecchia data di Bergoglio, Figuorea è noto per aver realizzato lo scorso settembre, un’intervista con il Papa per FM Milennium 106.7, emittente radiofonica di Buenos Aires. “Tu evangelico, io cattolico, lavoriamo insieme per Gesù”, gli aveva detto in quell’occasione Francesco.

Nell’intervista, il Papa si era soffermato a lungo sull’essenza dell’amicizia, come antidoto contro tutti i fondamentalismi religiosi. Figuroea, compiaciuto, aveva commentato: “tanti, anche atei, dicono: ‘Io non sono cattolico, ma questo Papa mi è simpatico’”.

E il Pontefice, rispondendo ad una domanda sulla natura della missione della Chiesa, gli aveva detto: “Un pastore, a qualsiasi confessione appartenga, non ha confini. È pastore e basta. E uno deve lottare contro i propri egoismi – che ho anch’io – affinché non cancellino ciò che Gesù ti chiede come pastore, cioè, stare in mezzo al Suo popolo”.

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Perché dei sodomiti diventano kamikaze. Islamici. E sterminano in Francia

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Testimoni oculari affermano:    alla testa e alla fine di Promenade des Anglais, quel giorno a Nizza, erano  stati piazzati per ore, prima,  quattro veicoli della polizia di traverso a sbarrare la circolazione – per consentire la parata militare.  Ma poi sono spariti,  qualche ora prima che l’islamista arrivasse col camion. Il presidente della regione, Christian Estrosi, ha fatto sapere di aver protestato perché, il giorno della Bastiglia,   al servizio d’ordine erano stati assegnati solo 45 agenti. Ma come, 45 agenti, per un assembramento  che era facile prevede di almeno 30 mila persone? “Non basta, e non nascondo che mi  sono arrabbiato”. Ha chiesto che ne mandassero di più la sua richiesta è stata rifiutata.

 

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A casa del funzionario di Renzi trovate buste con 230mila euro

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Nell’ambito dell’inchiesta di Roma sui processi “pilotati” dalla cricca, la Finanza ha trovato buste con 230 mila euro in contanti

In casa di Renato Mazzocchi, funzionario della Presidenza del Consiglio, i finanzieri hanno trovato quello che stavano cercando: 230 mila euro in contanti preparati in bustarelle.

I militari sono andati a perquisire la casa di Mazzocchi nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma su Raffaele Pizza, il faccendiere finito nelle cronache per le intercettazioni in cui affermava di aver fatto assumere il fratello di Angelino Alfano alle poste.

Le perquisizioni a casa di Renato Marzocchi

Secondo quanto scrive il Corriere, soldi trovati a casa di Mazzocchi sarebbero serviti a pilotare i processi. Una ipotesi che sarebbe supportata anche da intercettazioni ambientali. A Mazzocchi i procuratori arrivano indagando sulla “cricca” di Pizza, quella che ha coinvolto anche il deputato Ncd Antonio Marotta.

I soldi trovati in casa dell’ex capo della segreteria dell’allora ministro all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio sono stati considerati “provento di reato” e sequestrati dal Gip. L’accusa è quella di riciclaggio, ma è ancora chiaro il coinvolgimento di Mazzocchi nella cosiddetta “cricca”.

Per quanto riguarda i processi di cui la “cricca” voleva conoscere in anticipo le indagini, ai pm Alberto Orsini (commercialista che i pm considerano la mente del gruppo) ammette di aver ricevuto informazioni sulle indagini che lo riguardavano. Quello che i magistrati dovranno capire è se i soldi trovati nei cassetti di Marzocchi sono quelli pagati da Orsini per pilotare i processi a suo carico.

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Roma e la Fraternità San Pio X: piccoli passi verso una prelatura personale

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cosa hai da ridere

Segnalazione di www.unavox.it

Articolo pubblicato sul sito Riposte Catholique

Si sa che Mons. Lefebvre e i suoi sacerdoti sono stati sospesi nel 1976 e che i vescovi sono stati scomunicati nel 1988. Ma quale data fisseranno gli storici del futuro per indicare la reintegrazione? In realtà, il processo si svolge per tappe già a partire dall’inizio del XXI secolo: i primi contatti sotto Giovanni Paolo II, la liberalizzazione della Messa tradizionale e la remissione della scomunica sotto Benedetto XVI. tanti piccoli passi sotto Papa Francesco. La storia si scrive a posteriori e nessuno sa quale limite miliare essa fisserà. Viene da pensare alla concessione di uno statuto (una prelatura prossima), ma altri elementi si presentano come seri “candidati”, come la cancellazione delle sanzioni o la concessione di una giurisdizione per confessare. Nell’attesa che l’avvenire si attenga a ciò che forse è il nostro passato, ecco una memoria dei passi avanti sotto l’attuale pontificato.  Abbiamo indicato dei rinvii a degli articoli apparsi su Internet che permettono di illustrare questo dossier. Bergoglio prima di Francesco http://www.dici.org/actualites/le-cardinal-bergoglio-et-la-fraternite-saint-pie-x-en-argentine/ Come vescovo di Buenos Aires, il cardinale Bergoglio ha facilitato l’azione della FSSPX in Argentina. Don Bouchacourt, allora Superiore del Distretto sudamericano della FSSPX, ha dichiarato a DICI: “L’ho incontrato 5 o 6 volte e mi ha sempre ricevuto con benevolenza, cercando di concedermi ciò che chiedevo, senza farsi indietro in caso di ostacolo…” In pratica, il cardinale Bergoglio aveva ottenuto dei visti per dei seminaristi non argentini de La Reja, in seguito all’espulsione di Mons. Williamson dal suolo argentino. 13 dicembre 2013 http://www.dici.org/actualites/a-propos-dune-rencontre-entre-le-pape-francois-et-mgr-fellay/ Un primo breve incontro tra Mons. Fellay e il Papa nella Casa Santa Marta a Roma. DICI relativizza: “Mons. Fellay e i suoi Assistenti si sono recati a Roma, su richiesta della Commissione Ecclesia Dei, per un incontro informale. Alla fine di quest’incontro, Mons. Guido Pozzo, Segretario della Commissione, ha invitato i suoi interlocutori a pranzare nella sala da pranzo della Casa Santa Marta ove sono stati raggiunti da Mons.

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UCRAINA: CHI MEZZO SECOLO FA SI LAMENTAVA DELLA NATO, OGGI TACE

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Segnalazione di Federico Prati

 

di Giacinto Butindaro

(di Adriano Tocchi)
13/07/16

Nell’aprile del 2014 Kiev ha lanciato un’operazione militare nelle province orientali per soffocare la rivolta della parte russofona del Paese contro il violento cambio di potere (fatti di Maidan).

Gli eventi bellici seguiti hanno coinvolto centri abitati, infrastrutture e larghe fette di popolazione inerme provocando la morte di migliaia di civili.

Poco di tutto questo è apparso sui media occidentali che hanno presentato  i russi come fomentatori della rivolta e principali responsabili di quei fatti.

Attualmente nel Donbass vige ufficialmente l’armistizio derivato dagli accordi di Minsk, nonostante sia Kiev che le autorità della DNR, denuncino continue violazioni del cessate il fuoco.

Le assicurazioni fornite dalla NATO sul rafforzamento del sistema difensivo/offensivo dell’Est Europa e le massicce esercitazioni militari delle truppe NATO (tra cui reparti dell’Esercito Italiano) lungo il confine nord-occidentale della Russia hanno incoraggiato il leader ucraino Poroshenko ad alimentare il “fronte” inviando mezzi pesanti e artiglieria in prossimità della linea di contatto fra le parti, nonostante le rassicurazioni ufficiali.  Nell’area di Pervomáiskoe, una delle tante località del Donbass distrutte nel corso dei combattimenti, è stato osservato il rischieramento di almeno 14 sistemi d’artiglieria, 13 carri armati e sei sistemi lanciarazzi Grad.

È verosimile ipotizzare che il Governo di Kiev stia preparando una nuova offensiva per recuperare i territori controllati dagli indipendentisti.

Nonostante l’eventualità di una nuova offensiva resti nei fatti ancora sulla carta, il solo rischio di escalation potrebbe far precipitare la situazione e provocare l’intervento diretto di Mosca in difesa dei russi del Donbass.

Le dichiarazioni bellicose del segretario della NATO Stoltenberg  durante il recente vertice di Varsavia e la ruvida presa di posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel nei confronti della Russia, contribuiscono ad alzare la tensione, rendendo concreto il rischio che la situazione militare tra Mosca o Occidente precipiti.

Da settori antagonisti e da coloro che per decenni hanno inveito contro il “militarismo guerrafondaio” della NATO si sono levate poche voci di protesta. Il dinamismo della NATO oggi passa in sordina soprattutto negli ambienti che fino al ’91 hanno guardato a Mosca come interlocutore ideale.

La pace evidentemente assume diverso valore a seconda del colore delle bandiere.

(Adriano Tocchi, Presidente Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia)

(foto: DO)

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19 luglio 1992: Paolo e la “bella morte”

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BORSELLINO

Segnalazione Quelsi

by Paolo Di Caro

Nessuno di noi diciottenni aveva chiaro in mente che quell’uomo accaldato e incollato alla sua sigaretta, per le strade di Ortigia insieme a qualche amico, fosse un eroe ancor prima di saltare in aria in via D’Amelio con quella 126 imbottitita di tritolo.

Alla Festa del Fronte della Gioventù del 1990 Paolo Borsellino non venne da magistrato antimafia, da icona, da inarrivabile regista del più grande processo penale della storia, il Maxiprocesso che costò alla mafia 19 ergastoli e pene detentive per 2665 anni di reclusione.

Paolo era lì da amico, da “camerata” (nella più nobile delle accezioni di questo termine, tanto abusato quanto strumentalizzato), da fratello più grande, da nonno desideroso di lasciare qualcosa ai nipoti.

Nessuno di noi aveva ancora visto gli sceneggiati che post mortem ci racconteranno la durezza di quegli anni, l’esilio all’Asinara del 1985 con Giovanni Falcone, per sfuggire alle minacce di cosa nostra mentre scrivono la sentenza del processo “Abbate Giovanni+506”, il maxiprocesso appunto; oppure la difficile quotidianità di una famiglia provata dalla caparbietà di un uomo integerrimo, d’altri tempi, con un senso dello Stato che lo Stato spesso non merita.

Per noi Paolo rimarrà, a lungo, quell’apparizione in Piazza Duomo, senza scorte col fiato sul collo, gli occhiali da sole e l’amico Giuseppe Tricoli, deputato del Movimento Sociale Italiano, a fianco, mentre osserva gli striscioni con la fiaccola tricolore e si dirige verso il Palazzo nel quale consegnerà a quei ragazzi il proprio testamento morale.

Paolo quel giorno non sembrava affatto un uomo pervaso dalla paura della morte, quanto piuttosto uno che con la morte camminava a braccetto, la irrideva, sapeva di doverci avere a che fare e passare molto tempo con lei; eppure la sua voce non tremò neppure un istante quando la evocò, per se stesso e per tutti quelli che avevano osato sfidare il sistema di connivenze, omissioni, esplicite complicità che facevano di rozzi e incolti animali i capi indiscussi della più grande organizzazione criminale del mondo.

“Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee in cui credono… Ecco, in quel caso non sarò morto invano”.

A noi gelò il sangue, perché non avevamo mai visto un uomo prendere a schiaffi il proprio destino con quella lucidità; Paolo Borsellino, l’uomo, il magistrato, accennò invece un sorriso amaro, quasi che vedesse il film della propria essitenza, compreso l’epilogo del 19 luglio 1992 e l’antefatto di Capaci, quando a saltare in aria sarà l’amico Giovanni Falcone.

Quella festa del Fronte del 1990 resterà per molti di noi, compreso chi scrive, il momento più significativo della nostra esistenza, l’unica vera ragione per la quale ancora oggi possa valere la pena credere in qualcosa, avere un ideale, lottare per esso, indipendentemente da chi per accidente della storia si sia trovato o si trovi a incarnarlo.

Il 19 luglio non è un anniversario, ma la nostra sveglia interiore, il nostro “memento mori”, l’occasione per ricordare a noi stessi che c’è sempre un motivo per vivere e continuare a combattere e per non scoprire in punta di morte, per dirla con il Thoreau de L’Attimo Fuggente, di non essere mai vissuti.

Arrivederci, Paolo, “amico”, “fratello” e “camerata”.

Paolo Di Caro | luglio 19, 2016 alle 9:17 am | Categorie: AttualitàDall’ItaliaEditorialePrimo Piano | URL: http://wp.me/p3RTK9-bds

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Il crepuscolo della NATO

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di Thierry Meyssan 

Il crepuscolo della NATO

Fonte: Voltairenet

La storia della NATO e delle sue attività attuali permette di capire come l’Occidente ha costruito le sue menzogne e perché ormai ne è prigioniero. Gli elementi contenuti in questo articolo sono scioccanti, ma è impossibile negare i fatti. Al massimo possiamo aggrapparci alle menzogne e continuare ad attenerci ad esse.

Nel corso della riunione di Istanbul del 13 maggio 2015, i leader della NATO terminano un pasto ben innaffiato. Si fanno beffe dei cretini che credono nel loro discorso di pace cantando «We are the world». Riconosciamo in questo video indecente il generale Philip Breedlove, Jens Stoltenberg, Federica Mogherini e numerosi ministri della difesa.

DAMASCO (Siria) – Il vertice dei capi di Stato e di governo della NATO si è appena svolto a Varsavia (7 e 8 luglio 2016). Questo doveva essere il trionfo degli Stati Uniti sul resto del mondo, ma è stato in realtà l’inizio del tracollo.

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Giorgio Napolitano: purtroppo nessun tribunale lo giudicherà

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di Paolo Becchi

Giorgio Napolitano: purtroppo nessun tribunale lo giudicherà

Fonte: Paolo Becchi

Martedì il Presidente (emerito) della Repubblica, intervenendo ad una manifestazione della Cna (la Confederazione nazionale dell’artigianato), in occasione del suo settantesimo anniversario, ha ribadito con forza e determinazione la necessità di un voto positivo sulla revisione costituzionale. Giovedì alla presentazione di un libro-leccata a lui dedicato nella sede della Enciclopedia Treccani di Roma è nuovamente intervenuto per ribadire: “la mia eredità politica è la riforma costituzionale … da cui dipende l’ avvenire del nostro Paese”, manifestando qualche preoccupazione, mannaggia, per il referendum che dovrebbe esserci in un momento non particolarmente felice per Renzi. Era un po’ che Re Giorgio non interveniva in pubblico ma ha voluto utilizzare queste ultime occasioni per ribadire che Renziin fondo è solo un esecutore e di essere lui il vero artefice della revisione costituzionale, confermando così di essere ancora il vero protagonista della scena politica.


Oggi ci siamo quasi dimenticati come e perché Renzi si trovi nel posto che abusivamente occupa dal febbraio del 2014. Sembra che nessuno ricordi più chi in realtà dal 2011 governa in modo del tutto illegittimo il nostro Paese, chi ha reso possibile e voluto l’ascesa di Renzi, chi ha spinto più di ogni altro per lo stravolgimento della nostra Costituzione, utilizzando il giovane rottamatore, dopo averci provato con Letta, vale a dire Giorgio Napolitano.
Ricordiamo ancora una volta cosa accadde alla fine del 2013. Il governo Letta era in difficoltà, e il progetto di revisione costituzionale voluto da Napolitano per soddisfare le istanze del “mostro buono” di Bruxelles, come lo chiama il grande intellettuale tedesco Hans Magnus Enzensberger, stava arenandosi: lo spettro della “crisi” ancora in agguato, un Governo cui tutti continuavano a chiedere di “cambiare passo”, un’opposizione intransigente, quella del M5s, in forte ascesa e convinta di vincere le elezioni europee e di costringere subito dopo Letta alle dimissioni. Forse sarebbe proprio andata così. Forse. Un futuro che Napolitano non poteva in alcun modo accettare: dopo essere riuscito, con un colpo di Stato organizzato con il sostegno della BCE, a costringere alle dimissioni Berlusconi per salvare l’Euro, non avrebbe certo rischiato una sciagura ancora più grande con il M5s. Già aveva faticato non poco ad eliminare Bersani, che sarebbe stato disponibile ad un accordo Grillo e aveva i voti per formare il governo. Ma Napolitano lo fermò, impedendogli di sottoporsi al voto di fiducia. Anche Letta però non funzionava, a causa di un’azione di governo sempre più debole che non faceva altro che far crescere i consensi per il M5s. Da qui la necessità di sostituire anche Letta, rivelatosi incapace di portare a compimento il progetto golpista iniziato nel 2011 e trovare un candidato che potesse concorrere con il M5s. È così che nasce Renzi. La fine del governo Letta non ha conosciuto una forma benché minima, di parlamentarizzazione della crisi. È Napolitano il sovrano che – schmittianamente – ha deciso sullo stato d’eccezione, così come nel caso dell’ ultimo governo Berlusconi.
Nasce così il Governo Renzi, il quale realizza subito il primo obbiettivo con le elezioni europee, nelle quali il Pd raddoppia i voti rispetto al M5s, vero sconfitto di quelle elezioni. Il primo pericolo era così scongiurato e tutte le forze potevano concentrarsi sulla legge elettorale e sulla revisione costituzionale, compito per il quale Renzi era stato chiamato a sostituire Letta da Napolitano. La mia ricostruzione potrebbe forse apparire romanzata, o come si usa oggi dire “complottista”. Eppure, di recente, il Ministro Boschi, rispondendo ad uno studente durante un incontro sulla cosiddetta riforma, non ha fatto che confermare tutto ciò: “L’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo l’esperienza del governo di Enrico Letta che sulle riforme costituzionali si era interrotto, nel conferire l’incarico a Matteo Renzi ha chiesto la formazione di un governo che avesse come obiettivo la legge elettorale e le riforme costituzionali”. E le ultime dichiarazioni rese in questi giorni da Napolitano confermano quanto vado ripetendo da tempo: Napolitano dal 2011 ha usurpato il ruolo di Presidente, da arbitro neutrale del conflitto politico è diventato il principale attore politico, e per questo avrebbe dovuto essere messo in stato di accusa per tradimento ed attentato alla Costituzione.
I diversi tasselli della storia stanno, a poco a poco, ricostruendosi. Il primo testo al riguardo apparve proprio su Libero (con il titolo Cronache di un colpo di stato fatto con molta sobrietà) il 12 gennaio del 2012, in un articolo diventato virale. Poi il mio libro sul Colpo di stato permanente uscito da Marsilio e le rivelazioni contenute in quello di Alain Friedman, il quale ha documentato come già nel giugno 2011, Napolitano avesse sondato Mario Monti, chiedendogli se sarebbe stato disponibile a prendere il posto di Berlusconi. La pubblicazione del testo di un’audizione del 7 dicembre 2011 di Paolo Savona (Ministro dell’Industria nel Governo Ciampi, Presidente della Banca di Roma) ha rivelato, inoltre, che nell’agosto 2011 l’allora Ministro Tremonti avrebbe confermato l’esistenza di un piano straordinario del governo per abbandonare l’Euro e tornare alla lira. Che l’Unione europea avesse il massimo interesse ad impedire ad ogni costo questo “piano B”, appare evidente. Non vanno in questo contesto dimenticate neppure le dichiarazioni di Zapatero che ha ricordato come, nel 2011, in occasione del G20 di Cannes, lui andò con «con il timore che potessimo (gli spagnoli) essere nel mirino dei sostenitori dell’austerità, ma l’obiettivo era l’Italia … Berlusconi e Tremonti subirono pressioni fortissime affinché accettassero il salvataggio del Fmi …. loro non cedettero e nei corridoi si cominciò a parlare di Monti». Infine, la Procura di Trani ha cominciato ad indagare sulle manovre di Deutsche Bank per alterare il prezzo dei titoli di Stato italiani, cominciate proprio nei mesi in cui fu avviata la crisi del debito italiano che portò alla caduta di Berlusconi.
Anche sulla “staffetta” Letta-Renzi, è uscita più di una indiscrezione – subito messa a tacere dalla stampa. Esemplari sono le intercettazioni che hanno visto coinvolti Renzi e il generale della guardia di finanza Adinolfi, in cui si dice che «bisogna passare» da Giulio, il figlio di Napolitano, «per arrivare» al Colle.
Sono scenari – che si aggiungono alla storia rimasta irrisolta del coinvolgimento di Napolitano nella “trattativa” Stato-Mafia – evidentemente inquietanti. Ma, al di là di essi, è la stessa attività pubblica di Napolitano a condannarlo: le continue interferenze sull’attività di Governo e Parlamento a partire dal 2011 con la formazione illegittima di “Governi del Presidente”, la predisposizione del programma di stravolgimento della Costituzione da lui imposto, per soddisfare le richieste dell’Unione sovietica, pardon europea, basterebbero a mostrare come il Presidente della Repubblica, abbia assunto un ruolo che la nostra Costituzione non gli attribuisce.
Nessuno è però riuscito a metterlo in stato d’accusa, a parte la farsa tentata dal M5s. Ma quello che più sorprende è che ancora oggi Napolitano continui a tessere la sua trama avvolto nel silenzio e nel mistero delle stanze del potere romano e ogni tanto compaia anche in pubblico per fare capire che è ancora lui il personaggio centrale. Nonostante sia Presidente (emerito) della Repubblica, egli continua di fatto a svolgere lo stesso ruolo golpista di prima: così come abbiamo due Papi, abbiamo anche due Capi dello Stato – uno per la forma, l’altro per il contenuto. E siamo certi che sta già escogitando qualcosa in vista del prossimo referendum che il vecchio comunista prima di tirare le cuoia (neanche lui ahimè è immortale) deve assolutamente vincere. Ma per vincere dovrà darsi da fare: Renzi può pure ignorare i rottamati del suo partito, cadaveri che ancora camminano, ma non potrà ignorare l’ordine di Napolitano: trasformare l’Italicum nel senso indicato a suo tempo dalla “Commissione dei saggi” da lui istituita (premio alla lista e soprattutto niente ballottaggio), per evitare che tutto il lavoro fatto finora finisca nel nulla, con il rischio persino di portare il M5s dopo Roma al governo dell’intero Paese. L’estate è appena cominciata e siamo certi che il “grande Inquisitore” è già all’opera per vincere la nuova sfida, magari aiutato dalla Consulta che potrebbe ad ottobre bocciare il premio di maggioranza e così riaprire i giochi proprio nel senso indicato dalla “Commissione dei saggi” di Napolitano.
Nessun tribunale purtroppo lo giudicherà per tutto quello che ha tramato e sta tramando, per aver tentato di distruggere l’ordine democratico nel nostro Paese, come invece è avvenuto in questi giorni in Germania con l’ultimo nazista sotto processo, Hubert Zafke, 95 anni, ex infermiere nazista di Auschwitz. No, l’ultimo comunista, vada come vada l’ultima sfida, potrà concludere i giorni che ancora gli restano da vivere nelle stanze del potere in cui è nato e da cui non è mai uscito. Ma il tribunale della storia lo ha già condannato: alle pene dell’inferno.
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