La prima centrale per la creazione ‘scientifica’ di stati d’animo collettivi, e di suggestioni di massa attraverso cui esercitare un controllo sulle menti, fu una gemmazione della Scuola di Francoforte. Questi filosofi ebrei, marxisti critici imbevuti di freudismo, riparati negli Usa dove occuparono cattedre prestigiose, si posero il problema: come stroncare fin nelle anime ogni risorgere di “fascismo e antisemitismo”? Perché, come dovettero riconoscere Theodor Adorno e Max Horkeimer nel saggio-inchiesta “The authoritarian personality”, fascismo e antisemitismo sono dati quasi ‘naturali’ in una società come quella europea di allora, tradizionale, borghese, “repressa”, ‘patriarcale’, basata sulla famiglia, sull’ordine gerarchico, e moralista. Gli ebrei non sarebbero mai stati sicuri in simili società; bisognava dunque (come sancì Kurt Lewin, lo psichiatra che sarebbe stato poi una delle menti del Tavistock Institute di Londra) intraprendere una rieducazione delle masse, preparare il mondo a diventare una società mondiale multietnica e senza frontiere, iniettare una rivoluzione sessuale nelle anime, che avrebbe fatto nascere un Uomo Nuovo, l’uomo anti-autoritario; il quale si sarebbe opposto alla nascita della “personalità autoritaria” per “auto-regolazione”: i sessualmente ‘liberati’ (anche dalla razza e dalla famiglia, dalla nazione e dalla religione) sarebbero stati la spontanea psico-polizia antifascista.
Luciano e Mauro, primi «sposi» gay «Sarà Tosi ad unirci a fine estate»
Insieme da ben 37 anni, hanno prenotato la Casa di Giulietta. «Lo facciamo per essere un esempio»
VERONA «Non lo facciamo per noi. O meglio: non solo per noi. Noi abbiamo già tutto. Viviamo insieme da anni, condividiamo quello che abbiamo, stiamo bene così. Lo facciamo per essere un esempio». Luciano e Mauro, ecco i nomi dei primi «sposi» omosex a Verona, anche se di matrimonio in senso stretto non si può parlare. Ma ci sarà il rito, identico a quello civile, e ci sarà anche la location, una di quelle di Sposami a Verona, quasi certamente la Casa di Giulietta. C’è anche la data di massima: fine agosto, e gli slittamenti sembrano improbabili, data l’accelerazione del governo per rendere operativi i decreti attuativi della legge Cirinnà. C’è, infine, il celebrante: il sindaco Flavio Tosi. «Abbiamo saputo che ci tiene ad essere lui ad officiare la prima unione civile, e a noi sta benissimo». Anche se uno dei due sposi, Luciano Mazzucato, 63 anni, politicamente è un avversario, militando da anni nel Partito democratico, per il quale è consigliere in prima circoscrizione. «Per la cerimonia si era reso disponibile Vincenzo D’Arienzo (deputato del Pd, ndr), nostro caro amico, che non se la prenderà per questa “sostituzione”. – commenta la coppia -. È giusto che sia il primo cittadino, e c’è da dire che da qualche anno a questa parte, Tosi si è aperto molto su questi temi».
Il paradosso del boomerang è il teorema base della surrealtà che viviamo. Tale paradosso (che possiamo anche chiamare paradang) equivale al prodotto dei due quadrati del paradosso e del boomerang. Una mente geniale, profonda e sottile come quella di Pitagora, sarebbe senz’altro in grado di spiegarlo anche in termini matematici. Non essendo il sottoscritto uno scienziato competente in queste materie, ho scelto di usare il teorema del paradosso come strumento critico di interpretazione della realtà applicandolo alla politica e alla società.
La tv tedesca ha bandito per sempre Horst Tappert, l’attore che per anni ha interpretato l’ispettore Derrick nel fortunato telefilm tedesco.
Il motivo? Il suo passato nelle Waffen-SS.
Come vedete, la Germania ha scelto la tolleranza e libertà di opinione per difendersi dall’allarme terrorismo. Proprio così…
(www.repubblica.it) – Casi risolti spesso con la testa invece che con la pistola. Era questo uno dei segreti del successo dell’ispettore Derrick. La mancanza di violenza, la psicologia come strumento principale di analisi. Per decenni il commissario dall’aria triste ha incantato milioni di telespettatori non solo in Germania, ma in tantissimi altri paesi. E le televisioni continuano a proporlo: la Norvegia, ad esempio, sta trasmettendo in questo periodo un episodio al giorno. In patria, invece, per un eccesso di isterìa della tv pubblica, sarà bandito per sempre. Lo ha ammesso con Bild il portavoce dell’emittente Zdf: “Non lo avremo più in programma”; ha spiegato Peter Gruhne.
Il finanziere si è espresso con un articolo su Foreign Policy
25/07/2016 – “L’Unione europea dvrebbe stabilire un target garantito di almeno 300.000 rifugiati dal Medio Oriente da accogliere e inserire in Europa ogni anno. Un totale che, si spera, potrebbe essere accolto anche da altri Paesi extra-europei. Ciò dovrebbe essere sufficiente a dissuaderli dal rischiare la vita cercando di attraversare il Mediterraneo, specialmente se il raggiungere l’Europa in modo illegale, tramite l’aiuto degli scafisti, comportasse l’esclusione a che venga loro riconosciuto lo status di autentici richiedenti asilo”. Così il finanziere americano George Soros, in un articolo scritto per Foreign Policy, a proposito dell’emergenza migratoria in Europa.
Due giovani amici: San Giovanni Bosco e un ragazzo ebreo. Un dialogo… tutto da rileggere!
I Santi ci insegnano la via del Cielo. Mi hanno insegnato a leggerne la vita e a leggerne gli scritti, per star certo di ciò di cui mi nutro.
Così insegnava San Filippo: bisogna alternare la lettura delle vite dei Santi con la lettura degli scritti dei santi.
Stiamo preparandoci alla festa di San Giovanni Bosco e, stasera, leggendo il testo delle Memorie dell’Oratorio scritte dal Santo, mi sono imbattuto in questo brano. Racconta di un giovane San Giovanni Bosco, a dialogo con un suo caro amico, un giovanetto ebreo, di nome Giona.
Mi ha colpito per la chiarezza dell’insegnamento, l’efficacia della testimonianza, l’abbandono di ogni rispetto umano in favore della verità di Cristo:- Noi ebrei non possiamo salvarci?
– No, mio caro Giona, dopo la venuta di Gesù Cristo gli ebrei non possono più salvarsi senza credere in Lui.
Ma leggete tutto il racconto di San Giovanni Bosco:
10. L’ebreo Giona
L’anno di umanità, dimorando nel caffè dell’amico Giovanni Pianta contrassi relazione con un giovanetto ebreo di nome Giona.” Esso era sui diciotto anni, di bellissimo aspetto; cantava con una voce rara fra le più belle. Giuocava assai bene al bigliardo ed essendoci già conosciuti presso al libraio Elia, appena giungeva in bottega, dimandava tosto di me. lo gli portava grande affetto, egli poi era folle per amicizia verso di me. Ogni momento libero egli veniva a passarlo in mia camera; ci trattenevamo a cantare, a suonare il piano, a leggere, ascoltando volentieri mille storielle, che gli andava raccontando.
Un giorno gli accadde un disordine con rissa che poteva avere tristi conseguenze, onde egli corse da me per avere consiglio. «Se tu, o caro Giona, fossi cristiano, gli dissi, vorrei tosto condurti a confessarti; ma ciò non ti è possibile».
– Ma anche noi, se vogliamo, andiamo a confessarci.
-Andate a confessarvi, ma il vostro confessore non è tenuto al segreto, non ha potere di rimettervi i peccati, né può amministrare alcun sacramento.
– Se mi vuoi condurre, io andrò a confessarmi da un prete.
– Io ti potrei condurre, ma ci vuole molta preparazione.
– Quale?
– Sappi che la confessione rimette i peccati commessi dopo il battesimo;
perciò se tu vuoi ricevere qualche sacramento bisogna che prima di ogni altra cosa tu riceva il battesimo.
– Che cosa dovrei fare per ricevere il battesimo’?
– Istruirti nella cristiana religione, credere in Gesù Cristo vero Dio e vero
uomo. Fatto questo tu puoi ricevere il battesimo. – Quale vantaggio mi darà poi il battesimo`?
– Il battesimo ti scancella il peccato originale ed anche i peccati attuali, ti apre la strada a ricevere tutti gli altri sacramenti, ti fa insomma figliuolo di Dio ed erede del paradiso.
– Noi ebrei non possiamo salvarci’?
– No, mio caro Giona, dopo la venuta di Gesù Cristo gli ebrei non possono più salvarsi senza credere in Lui.
– Se mia madre viene a sapere che io voglio farmi cristiano, guai a me!
– Non temere, Dio e padrone dei cuori e se egli ti chiama a farti cristiano,
farà in modo che tua madre si contenterà o provvederà in qualche modo per
l’anima tua.
– Ma tu che mi vuoi tanto bene, se fossi al mio posto, che faresti?
– Comincerei ad istruirmi nella cristiana religione, intanto Dio aprirà la via a quanto si dovrà fare in avvenire. A questo scopo prendi il piccolo catechismo e comincia a studiarlo. Prega Dio che ti illumini e che ti faccia conoscere la verità.
Da quel giorno cominciò ad essere affezionato alla fede cristiana. Veniva al caffè e fatta appena una partita al bigliardo cercava tosto di me per discorrere di religione e del catechismo. Nello spazio di pochi mesi apprese a fare il segno della S. Croce, il Pater, Ave Maria, Credo ed altre verità principali della fede. Egli ne era contentissimo ed ogni giorno diventava migliore nel parlare e nell’operare.
Egli aveva perduto il padre da fanciullo, la madre di nome Rachele aveva già inteso qualche voce vaga, ma non sapeva ancora niente di positivo. La cosa si scoprì in questo modo: un giorno nel fargli il letto ella trovò il catechismo che suo figlio aveva inavvedutamente dimenticato tra il materasso ed il saccone. Si mise ella a gridare per casa, portò il catechismo al rabbino e sospettando di quello che era di fatto, corse frettolosa dallo studente Bosco, di cui aveva più volte udito a parlare da suo figlio medesimo. Immaginatevi il tipo della bruttezza ed avrete un’idea della madre di Giona. Era cieca da un occhio, sorda da ambe le orecchie; naso grosso; quasi senza denti, labbra esorbitanti, bocca torta, mento lungo ed acuto, voce simile al grugnito di un poledro. Gli ebrei solevano chiamarla col nome di maga Lili [Lilith], col quale nome sogliono esprimere la cosa più brutta di loro nazione. La sua comparsa mi ha spaventato e senza dar tempo a riavermi prese a parlare così: «Affé che giuro, voi avete torto; voi, sì voi avete rovinato il mio Giona; l’avete disonorato in faccia al pubblico io non so che sarà di lui. Temo che finisca col farsi cristiano e voi ne siete la cagione».
Compresi allora chi era e di chi parlava e con tutta calma risposi che ella doveva essere contenta e ringraziare chi faceva del bene a suo figlio.
– Che bene è mai questo? Sarà un bene a far rinnegare la propria religione?
– Calmatevi, buona signora, le dissi, ed ascoltate: io non ho cercato il vostro Giona, ma ci siamo incontrati nella bottega del libraio Elia. Siamo divenuti amici senza saperne la cagione. Egli porta molta affezione a me; io l’amo assai, e da vero amico desidero che egli si salvi l’anima e che possa conoscere quella religione fuori di cui niuno può salvarsi. Notate bene, o madre di Giona, che io ho dato un libro a vostro figlio dicendogli soltanto d’istruirsi nella religione e se egli si facesse cristiano non abbandona la religione ebraica, ma la perfeziona.
– Se per disgrazia egli si facesse cristiano egli dovrebbe abbandonare i nostri profeti, perché i cristiani non credono ad Abramo, Isacco, Giacobbe, a Mosè né ai profeti.
– Anzi noi crediamo a tutti i santi patriarchi e a tutti i profeti della Bibbia. 1 loro scritti, i loro detti, le loro profezie formano il fondamento della fede cristiana.
– Se mai fosse qui il nostro rabbino, egli saprebbe che rispondere. lo non so né il Misna né il Gemara (sono le due parti del Talinted).” Ma che ne sarà del mio povero Giona?
Ciò detto se ne partì.
Qui sarebbe lungo riferire gli attacchi fattimi più volte dalla madre, dal suo rabbino, dai parenti di Giona. Non fu minaccia, violenza che non siasi usata contro al coraggioso giovanetto. Egli tutto soffrì e continuò ad istruirsi nella fede. Siccome in famiglia non era più sicuro della vita, così dovettesi allontanare da casa e vivere quasi mendicando. Molti però gli vennero in aiuto e affinché ogni cosa procedesse colla dovuta prudenza, raccomandai il mio allievo ad un dotto sacerdote, che si prese di lui cura paterna. Allora che fu a dovere istruito nella religione, mostrandosi impaziente di farsi cristiano, fu fatta una solennità che tornò di buon esempio a tutti i chieresi e di eccitamento ad altri ebrei, di cui parecchi abbracciarono più tardi il cristianesimo.
Il padrino e la madrina furono Carlo ed Ottavia coniugi Bertinetti,” i quali
provvidero a quanto occorreva al neofito che, divenuto cristiano, poté col suo lavoro procacciarsi onestamente il pane della vita. Il nome del neofito fu Luigi
Le autorità di Copenhagen hanno rifiutato la protezione internazionale a tre donne dell’Uganda, dove vige una severissima legislazione contro gli omosessuali.
Non tutti i migranti gay hanno diritto all’asilo in Europa. La Danimarca ha negato il diritto d’asilo a tre donne lesbiche che fuggivano dall’Uganda, dove vige una severa legislazione contro gli omosessuali.
A riferirlo è l’agenzia di stampa Ritzau, che racconta come le tre siano state respinte nel Paese d’origine perché la commissione incaricata di valutare la loro storia abbia giudicato il loro racconto insufficiente a garantire la protezione internazionale.
In Uganda effettivamente il governo ha da tempo inasprito le leggi per punire gli atteggiamenti omosessuali, con l’atto anti- omosessualità del 2014, che ha stabilito l’ergastolo per chi viene sorpreso a consumare rapporti con persone dello stesso sesso (in origine era addirittura prevista la pena di morte).
La decisione delle autorità danesi è stata aspramente criticata dai gruppi di difesa dei diritti degli omosessuali: “Il rischio di persecuzione di gay e lesbiche, delle loro famiglie e di tutti i loro clan è molto concreto – spiega a Ritzau Hanne Gyberg, del gruppo Lgbt Asylum – Se vengono attaccati, minacciati o addirittura uccisi, gli omosessuali non possono contare sull’aiuto della polizia.”
“Crediamo che la decisione della commissione per l’asilo si basi su presupposti sbagliati – conclude la Gyberg – La Danimarca dovrebber riconsiderare questi casi.”
FIGURACCIA INTERNAZIONALE PER VERONA, IL CUI SINDACO DONA LA CITTADINANZA ONORARIA A POROSHENKO, PRESIDENTE UCRAINO, MA NON SI SA ANCORA QUANDO TORNERANNO I QUADRI RUBATI A CASTELVECCHIO NEL NOVEMBRE SCORSO. A KIEV E’ STATA ADDIRITTURA ORGANIZZATA UNA MOSTRA CON LE TELE. FONTI DIPLOMATICHE PARLANO DI UN RITORNO IN ITALIA IN AUTUNNO. POROSHENKO LE CONSEGNEREBBE DIRETTAMENTE A RENZI. ENNESIMO SCHIAFFO A TOSI E ALLA CITTA’
L’Ucraina si fa beffe dell’Italia e dei veronesi: Renzi, Franceschini e Tosi stanno facendo una figuraccia mondiale
Non sapete quanto ci rode, a dover scrivere che siamo l’Italietta di sempre che si fa mettere i piedi in testa perfino da un’Ucraina qualsiasi. E ci rode il doppio a pensare che é Verona, l’epicentro della figuraccia internazionale dei quadri “rubati” due volte. E sì, perché le 17 tele del Museo di Castelvecchio trafugate il 19 novembre 2015, ritrovate il 6 maggio e che sarebbero dovute tornare a casa già ai primi di luglio, sono ancora impacchettate nell’isola di Turunciuk sul fiume Dnestr, dopo essere state esposte a giugno in una mostra a Kiev, “Tesori salvati dell’Italia”, che era già di suo semplicemente offensiva.
Proprio così: offensiva. Perché quei capolavori di Tintoretto, Rubens, Mantegna, Pisanello sono refurtiva, mica un prestito come se ne fanno abitualmente fra musei in giro per il mondo. Sarebbero dovuti tornare al legittimo proprietario immediatamente. Invece, il premier ucraino Petro Poroshenko se l’é tenute, e chi avrebbe la responsabilità di difendere i nostri interessi, il ministro dei beni culturali Dario Franceschini e il sindaco veronese Flavio Tosi, non solo non ha alzato mezzo ditino di protesta, ma é pure volato all’inuagurazione del 13 maggio, per fare riverente atto di «riconoscenza». Ma riconoscenza di che? E’ stato fatto solo quel che si doveva fare: trovare quei dipinti. Ma non si é fatto tutto quel che si doveva fare: riportarli in patria.
Ché poi, fosse almeno servito a qualcosa, genuflettersi al cioccolataio di Kiev. Tosi gli ha regalato anche la cittadinanza onoraria di Verona. Lo ha invitato all’Arena, se verrà di persona ad accompagnare il ritorno del corpo del reato. Ma Poroshenko se n’é strafregato. Allora lo strenuo paladino del buon nome di Verona ha pressato il nostro capo del governo, Renzi, che a sua volta, a latere dell’ultimo summit della Nato a Varsavia, ha chiacchierato della questione con l’ucraino refrattario. Il Pd, per rendersi utile, tramite Alessia Rotta ha invece provato a combinar qualcosa bussando alla porta del braccio destro di Renzi, Luca Lotti, che ha dato una risposta generica prendendo tempo. Risultato di tutto questo tramestìo: zero assoluto. Quei benedetti quadri rimangono in mano di quelle belle lenze degli ucraini. Che ci hanno fatto pure, tutti tronfi, un’esposizione. Oltre al danno, la beffa.
C’é chi ha proposto che vada Vittorio Sgarbi, a riprenderli. Solo che si rischia di buttarla in boutade, con il critico e agitatore culturale, amante dell’arte almeno quanto di se stesso e del gusto di épater le bourgeois (mentre a volte il bourgeois ha ragione: nonostante la politica debba di norma star fuori dal merito delle scelte culturali, a Padova il sindaco Bitonci ha fatto bene, a impiantargli il casino su Toni Negri, il rivoluzionario per fortuna senza più vitalizio). Basti pensare alla sgarbiana mission impossible di riprendersi la Gioconda al Louvre, che poi si é rivelata un’abile mossa pubblicitaria sui social network per reclamizzare un’auto (francese).
No, qui ci vorrebbe qualcuno che fa davvero paura all’ineffabile Poroshenko. Coi prepotenti che si fanno beffe dei diritti altrui bisogna mostrare i denti, non mostrarsi deboli. E l’unico che i denti li ha, e li affonda già in Ucraina, non é certo italiano, tanto meno lo é la macchietta Renzi o il molliccio Franceschini o il tartufesco Tosi. L’unico si chiama Vladimir Vladimirovič Putin. Cari veronesi, appellatevi alla Santa Madre Russia. Almeno con Putin non rischiate di finire presi in giro davanti al mondo intero.