«Tosi competente e capace» e il PD a Verona si adegua

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Alessia Rotta, Maria Elena Boschi, Diego ZardiniFonte: http://www.verona-in.it/2016/10/13/tosi-competente-e-capace-e-il-pd-a-verona-si-adegua/

di Mario Allegri

Infelice l’uscita alla trasmissione Politics su RAI 3 del Segretario nazionale PD e premier Matteo Renzi, che assomiglia molto alla peggior politica di questo Paese e offende tutti quei veronesi di area progressista sempre più convinti di aver dato il loro voto alle persone sbagliate.

Ma allora non erano malignità o calunnie i sospetti che dietro l’allegra fischiatina dell’inno alla fratellanza Fiorentina-Hellas di Renzi e Tosi sulle scale di Palazzo Barbieri si nascondesse un patto scellerato in vista delle prossime elezioni amministrative, e forse anche politiche. Ormai da tempo i sospetti sono diventati certezze, al cospetto del terzetto di senatrici tosiane che votano regolarmente per il governo. E se ancora non bastavano le “corrispondenze d’amorosi sensi” che i due si sono ripetutamente scambiati nell’ultimo anno, ecco, martedì 11 ottobre alla trasmissione Politics, l’endorsement di un premier disperato per le sorti del referendum a favore del sindaco “competente e capace”. Se non andiamo errati, esattamente quale è stato giudicato negli ultimi nove anni dal PD scaligero nelle innumerevoli dispute chiuse dal prode Flavio a pernacchi e a pesci in faccia all’opposizione.

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Finanza speculativa e tosatura dei risparmi

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arton35941-1Segnalazione del Centro Studi Federici

Una tosatura dei risparmi per salvare il sistema finanziario
 
La Banca centrale europea nei guai a causa del falso stress test su Deutsche Bank
 
E’ tutto truccato. Il sistema finanziario è marcio e rischiamo di essere sull’orlo di un suo nuovo collasso. La conferma viene dalle rivelazione del Financial Times di martedì 11 ottobre. Il quotidiano inglese ha infatti rivelato che nel corso degli ultimi stress test la Banca centrale europea (Bce) ha concesso a Deutsche Bank di inserire nel suo bilancio 4 miliardi di dollari dovuti alla vendita della sua partecipazione nella banca cinese Hua Xia. Si tratta di una transazione che a tutt’oggi non è stata ancora conclusa. Il trattamento speciale concesso a Deutsche Bank, che è esplicitato in una nota a piè di pagina degli stessi stress test, non è stato accordato alle altre 49 banche, alcune delle quali avevano concordati affari simili che però non erano stati completati entro la fine del 2015. Questo trucco ha rassicurato investitori sempre più inquieti sull’adeguatezza dei mezzi propri di Deutsche Bank. Insomma, a beneficio dei puristi, è servito per fornire informazioni false e per distorcere l’andamento sia delle azioni sia delle obbligazioni emesse dal principale istituto germanico.

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Perché Bob Dylan non doveva vincere il Nobel

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Risultati immagini per bob dylanTorna l’equivoco del cantautore poeta, che in Italia conosciamo benissimo. Non avevamo bisogno del Nobel per sapere che Dylan era un artista immenso. E il Nobel premiando Dylan mostra solo una cosa: è finito

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Quando Dario Fo difendeva ​gli assassini del rogo di Primavalle

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di Giuseppe De Lorenzo

Dall’attacco al commissario Calabresi alla difesa degli assassini (rossi) dei fratelli Mattei, arsi vivi a Primavalle. Ecco le battaglie politiche di Dario Fo

Dario Fo non fu soltanto un artista. Fu un Nobel nello schierarsi politicamente, sempre all’estremo.

 E infatti passò dalla Repubblica di Salò al Soccorso Militante Rosso. Il passo non è breve, ma lui lo fece. L’importante infatti era piacere, salire sul carro giusto. Tanto che quando divenne un idolo della sinistra (estrema) appoggiò campagne politiche che definire erronee sarebbe troppo delicato.

Le battaglie politiche di Dario Fo

Il 16 aprile 1973 i militanti di Potere Operaio incendiarono la casa di Mario Mattei, esponente del Msi, e uccisero i figli Virgilio e Stefano di 22 e 8 anni. Franca Rame e Dario Fo si schierarono in difesa di Achille Lollo, condannato a 18 anni di reclusione per incendio doloso e omicidio colposo come autore di quello che passerà alla cronache come il rogo di Primavalle. Come scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere, Fo spalleggiò non “una vittima della repressione”, ma “il carnefice dei fratelli Mattei arsi vivi a Primavalle”.

Per Achille Lollo, Franca Rame organizzò una raccolta fondi “per farlo sentire meno solo”. “Ho provato dolore e umiliazione – scrisse la moglie di Fo – nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”, affermando che a provocare la morte dei due bambini di Primavalle fossero stati gli stessi “fascisti”. Al suo fianco c’era sempre il marito drammaturgo e premio Nobel: insieme fecero parte dell’associazione Soccorso Militante Rosso creata appositamente per sostenere i compagni accusati di omicidio e altri reati. Continua a leggere

Quando Dario Fo viene beatificato da Avvenire

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fogrilloLapresseFo_52905888.jpgSegnalazione di Gianni Toffali

​Il premio Nobel per la Letteratura Dario Fo è morto all’ospedale Sacco di Milano, dove era ricoverato da un paio di settimane. I familiari di Fo, 90 anni compiuti il 24 marzo, erano stati avvisati dai medici dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute nelle ultime ore.

Domani (oggi per chi legge) alle 12 sarà allestita la camera ardente al Piccolo Teatro Strehler di Milano.

LE INTERVISTE AD AVVENIRE «Papa Francesco su migranti e dignità umano è stato rivoluzionario» (5/01/2015) I «Diamo tempo ai Cinque Stelle» (8/09/16)

“Con Dario Fo l’Italia perde uno dei grandi protagonisti del teatro, della cultura, della vita civile del nostro Paese”, ha dichiarato il premier Matteo Renzi. “La sua satira, la ricerca, il lavoro sulla scena, la sua poliedrica attività artistica restano l’eredità di un grande italiano nel mondo”. L’autore di “Mistero buffo” aveva vinto il Nobel nel 1997. Tre anni fa era mancata la moglie Franca Rame, con la quale aveva condiviso carriera artistica e passioni politiche.

>>> Addio a Dario Fo, Nobel anomalo
di Alessandro Zaccuri

CONTINUA SU: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/morto-dario-fo-.aspx Continua a leggere

Bergoglio ai luterani: testimoniamo insieme la misericordia di Dio

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2016-10-13 Radio Vaticana

Liberi dai pregiudizi, con l’aiuto di Dio camminiamo verso la piena comunione: così il Papa nel suo discorso ai partecipanti al pellegrinaggio dei luterani provenienti dalla Germania e ricevuti nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Ce ne parla Sergio Centofanti:

Sono circa un migliaio i luterani giunti in Vaticano dalla regione tedesca dell’Anhalt che quasi subito aderì alla Riforma. Oggi – ha detto nel suo saluto il presidente della Chiesa evangelica locale, Joachim Liebig – qui la religione è ormai minoritaria.

Papa Francesco ricorda il suo ormai prossimo viaggio a Lund, in Svezia (31 ottobre-1 novembre), per fare memoria dei 500 anni dall’inizio della riforma di Lutero, un’occasione per ringraziare il Signore per 50 anni di dialogo ufficiale tra luterani e cattolici:

“Rendiamo grazie a Dio perché oggi, luterani e cattolici, stiamo camminando sulla via che va dal conflitto alla comunione. Abbiamo percorso insieme già un importante tratto di strada. Lungo il cammino proviamo sentimenti contrastanti: dolore per la divisione che ancora esiste tra noi, ma anche gioia per la fraternità già ritrovata”.

Parte essenziale di questa commemorazione – ha detto il Papa – “sarà il rivolgere i nostri sguardi verso il futuro, in vista di una testimonianza cristiana comune al mondo di oggi, che tanto ha sete di Dio e della sua misericordia”: Continua a leggere

La vera storia di Dario Fo nella Repubblica Sociale Italiana

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TROPPO CLAMORE PER UN ARTISTA BLASFEMO CHE SI E’ SCHIERATO CON IL POLITICAMENTE CORRETTO ED E’ STATO RICOMPENSATO CON UNA BRILLANTE CARRIERA E PERSINO CON UN NOBEL. NESSUNO HA RICORDATO CHE IERI, 13 OTTOBRE 2016, ERA IL 99ESIMO ANNIVERSARIO DEL MIRACOLO DEL SOLE, VISTO DA OLTRE 70MILA PERSONE, AVVENUTO IN PORTOGALLO, A FATIMA. VIRGO GLORIOSA ORA PRO NOBIS!

di Giuseppe Parente

(G.p) Dario Fo è andato oltre. Il grande attore, il sommo drammaturgo, il regista, lo scenografo, lo scrittore, il pittore, finanche l’impresario. L’uomo di sinistra controcorrente e fuori dal coro, il militante politico senza bandiere di partito. Con la moglie Franca Rame fu tra i principali esponenti di Soccorso Rosso Militante.Una vita a farsi beffe del potere, premio Nobel per la letteratura nel 1997. Un premio che fece infuriare tanto gli intellettuali italiani.
Morto a 90 anni e sette mesi per problemi di natura polmonare. Era ricoverato da 12 giorni all’ospedale Sacco di Milano.
Nato a Sangiano il 24 marzo del 1926, da Felice Fo e Pina Rota da famiglia intellettualmente vivace. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, a seguito della chiamata alle armi della neonata Repubblica Sociale Italiana si arruola giovanissimo volontario nelle file dell’esercito repubblichino, prima nel ruolo di addetto alla contraerea di Varese e poi come paracadutista nelle file del Battaglione Azzurro.
La scoperta di questa militanza nelle file della Repubblica Sociale Italiana emerse, per la prima volta, negli anni settanta, scatenando polemiche, querele e processi da parte di Dario Fo che si trascinarono per anni.
Solo in seguito Dario Fo ammetterà e parlerà di questa parentesi, affermando anche che si era arruolato volontario nell’unico esercito esistente, in quanto italiano e non in quanto fascista, solo per non essere deportato in Germania.
Del passato repubblichino di Dario Fo, ci parla con maggiore doviziosa di particolare la collega Ercolina Milanesi con un interessante video che pubblichiamo volentieri.

VIDEO NEL LINK ORIGINALE:

Fonte: http://www.fascinazione.info/2016/10/la-vera-storia-di-dario-fo-nella.html?m=1 Continua a leggere

Mondializzazione inarrestabile

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di Massimo Fini

Mondializzazione inarrestabile

Fonte: ItaliaOggi

Il nostro è un treno che va a mille km/h senza guidatore

 di Goffredo Pistelli

 

Dal salotto di Massimo Fini si vedono i grattacieli di Portanuova, a Milano. Quasi un contrappasso al pensiero antiglobalista, anche se mai no-global, che ha messo a fuoco negli ultimi decenni, fino a farne un quasi un movimento, che nel 2002, chiamò Movimento zero, il cui manifesto fu firmato anche da Alain De Benoist, e che pare tanto il progenitore del Cinque stelle.

Nel salotto di casa Fini – libri, giornali, accendini e sigarette ovunque – siamo tornati per parlare del suo libro appena uscito per Marsilio, La modernità di un antimoderno, e che raccoglie proprio i suoi saggi filosofici usciti dal 1985 in poi.

 

 

Una sorta di Meridiano. Non succede spesso, soprattutto quando lo scrittore è vivente. D’altronde Fini, classe 1943, nato a Cremeno (Lc), da padre pisano e mamma russa, milanese da sempre, d’altronde Fini, dicevamo, è un caso a sé: giornalista di razza, moolto conteso, in una certa fase, dalle tv per la sua capacità di bucare il video, ma anche autore e interprete teatrale, quando nemmeno si sapeva cosa fosse l’orazione civile. E scrittore infaticabile.

Domanda. Un libro importante. Che effetto fa?

Risposta. Beh è gratificante, non è una cosa che si faccia per tutti gli autori e, in genere, solo per quelli defunti. E io, allo stato, sono ancora vivo.

D. In questi libri ci sono molte riflessioni che sono andate a costruire il Manifesto dell’antimodernità, fatto di antiglobalizzazione, di piccole patrie e di decrescita.

Un documento che forse oggi avrebbe avuto più fortuna.

R. Fummo poco abili noi, totalmente disorganizzati.

D. Con basi meno solide, quello di Beppe Grillo ha fatto faville.

R. Guardi, Grillo quando faceva i primi spettacoli impegnati, mi chiese una consulenza amichevole, su come introdurre certe tematiche negli show, avendo letto il mio La ragione ha torto. Ricordo che ci incontrammo a margine di una sua serata in cui distruggeva un computer a colpi di mazza. Non aveva ancora incontrato Gianroberto Casaleggio.

D. Che consigli gli dette?

R. Non me ne ricordo nemmeno. E saranno stati sbagliati del tutto.

D. Il suo Movimento zero non era decollato.

R. Massì, feci qualche giro in alcune regioni, ma non sembrava interessare.

D. Volava troppo alto, forse.

R. Forse. E poi era un pensiero davvero radicale. L’obiezione, giusta, che mi si fa ancora è che non ha sbocco. La mia è una critica alla società uscita dalla Rivoluzione industriale, razionalizzata nell’Illuminismo, sia nella versione liberale che in quella marxista, che però non produce alternative.

D. Lei dice che questo sistema non può durare.

R. Collasserà, anche se non si può dirlo.

D. E ce l’ha anche con la democrazia rappresentativa.

R. Certo. Se vuole, la si può risolvere in una battura cruda: è il sistema più sofisticato per metterlo nel culo alla povera gente.

D. Detta in altro modo?

R. È l’uomo che peggiora il sistema, perché la democrazia esisteva anche quando non sapeva d’esserlo: nei villaggi pre-industriali, quando i capi famiglia decidevano tutto, riunendosi in assemblea. Ma quella democrazia diretta non è trasportabile oggi. Non puoi chiamare la gente a decidere, al livello globale su cose sulle quali non sa nulla, come si illudevano Grillo e Casaleggio.

D. Con Grillo vi sentite?

R. Ogni tanto, ma con lui è difficile parlare: in genere ti travolge di discorsi (ride).

D. Quando è stata l’ultima volta?

R. Pochi giorni fa, quando gli ho chiesto di parlare del mio libro sul suo blog.

D. A proposito di democrazia diretta, fra un po’ ci sarà il referendum costituzionale e lei…

R. La fermo subito. È il classico esempio: vorrei sapere che cacchio ha capito la gente. Nemmeno io ho capito nulla.

D. E come vota, mi scusi?

R. Ah faccio come sempre: non voto. La mia religione non lo consente.

D. Quando è che ha votato l’ultima volta, Fini?

R. Sarà stato il 1992 e votai per la Lega Nord.

D. Beh, ne era praticamente il teorico, coi suoi articoli sull’Indipendente, a quell’epoca.

R. Ah, l’Indy.

D. Ma prima votò socialista, lavorava pure all’Avanti.

R. Certo. Anche se c’arrivai da reazionario. Ma era un bell’ambiente, libertario, mi corrispondeva. Comunque non sono mai stato legato a un partito. Non puoi esserlo, in questo lavoro. Anche se…

D. Anche se?

R. Anche se il Psi di Bettino Craxi aveva suscitato speranze: i socialisti si erano tolti l’inferiority complex verso il Pci, proponevano un socialismo moderno, una socialdemocrazia europea.

D. Già si ricorda i dibattiti su Proudhon contrapposto a Marx, su L’Espresso?

R. Come no? Ed erano una classe dirigente mica male, i socialisti: Craxi era ignorante come una scarpa, ma aveva un intuito politico eccezionale, Claudio Martelli era, ed è, un ragazzo intelligente e geniale…

D. Lo definisce «ragazzo» perché siete stati compagni di liceo a Milano…

R. Al Carducci. Un ragazzo intelligente, dicevo, anche se con la moralità di una biscia. E poi, per tornare a quei socialisti, c’era Gianni De Michelis, che si studiava i dossier. Non era davvero male come classe di dirigente.

D. Però finì male.

R. Si perse, non dico per un piatto di lenticchie, ché il piatto molto grosso, ma insomma… Aveva ragione Giorgio Bocca, quando li definiva un comitato d’affari.

D. Ma nel Fini-pensiero c’è una via politica a gestire la complessità che viviamo?

R. Gestire la complessità, dopo due secoli e mezzo dalla rivoluzione industriale, non è più possibile. Pur da reazionario, trovo però che, per il «qui e ora», l’idea socialista, di unire libertà civili a giustizia sociale, sia ancora valida. Solo che non c’è più il Partito socialista, ridotto a percentuali da albumina.

D. Uno dei punti del manifesto del suo Movimento zero, era di fatto l’attuale decrescita felice. Lei, infatti, scriveva, molto prima di Grillo, che era il caso di tornare, in maniera ragionata, all’autoconsumo e all’autoproduzione.

R. Sono correnti di pensiero americane, essendo quel Paese la punta di lancia dell’attuale modello, hanno prodotto gli anticorpi per primi: parlo del bioregionalismo e del neocomunitarismo, con la riduzione dei consumi e il ritorno alla terra.

D. Da quel manifesto, che è il condensato del libro oggi pubblicato da Marsilio, sono passati quasi tre lustri. E nel frattempo le hanno costruito qui, a due passi da casa sua, i più bei grattacieli di Milano. Quelle ragioni sono sempre attuali? Si può tornare alla decrescita felice?

R. La decrescita può essere solo dolorosa e infelice, il punto è però un altro.

D. E quale?

R. Che non siamo più in tempo. Le racconto una cosa.

D. Prego.

R. Nell’88 o giù di lì, andai al Cern di Ginevra a parlare con Carlo Rubbia. E gli posi questo tema, appunto. Lui era un po’ infastidito, da bravo positivista, mi disse che ero un apocalittico ecc, ecc. Cambiò atteggiamento quando gli chiesi: «Scusi, ma non è che, andando a questa velocità, stiamo accorciando il nostro tempo?».

D. Che cosa le rispose?

R. Mi disse che il nostro mondo è su un treno lanciato a mille chilometri all’ora e che, per sua coerenza interna, non può che aumentare quella velocità. Un treno senza manovratore o che, se c’è, si illude di poterlo governare. Un convoglio che forse ha superato anche la linea di non ritorno, per cui, anche se freniamo di colpo, comunque andremmo comunque a sbattere contro la montagna. E Rubbia è un illuminista, non è certo il Mullah Omar, mio idolo, e unico vero no global (ride).

D. Gli ha dedicato un libro, infatti. E la globalizzazione è sempre stata oggetto della sua critica spietata, quando ancora c’era chi non ne afferrava il significato. Sempre convinto?

R. Assolutamente. E oggi, anche personaggi come Carlo De Benedetti sono diventati dubbiosi. È sotto gli occhi di tutti che la globalizzazione abbia esasperato tutti i nodi negativi dell’industrial-capitalismo e, oltre a questo, ha incentivato la sperequazione fra ricchi e poveri.

D. Anche se certe statistiche direbbero di no, e cioè che i poveri siano diminuiti complessivamente.

R. Sono palle, mi permetta. Basterebbe vedere le migrazioni. Togliendo i rifugiati per motivi di guerra, la maggioranza sono migranti economici, che fuggono dalla fame. Nell’Africa subsahariana c’è la fame. Qui ci siamo introdotti con l’attraenza del modello del Nord, e abbiamo distrutto quella economia di autoproduzione e autoconsumo su cui erano vissuti. A Lagos ci sono milioni di nigeriani che prima vivevano in campagna e non morivano di fame. A nessuno piace fare questi viaggi per arrivare ad avere il cellulare, che peraltro già hanno.

D. Qualcuno dice che questi migranti non sono proprio i poverissimi del Continente nero ma, piuttosto, membri di una classe media che aspira a una vita migliore. E citano, a riprova, il fatto che mettere assieme il danaro necessario a questi viaggi, dell’ordine di migliaia di dollari, non sia semplicissimo in quei Paesi.

R. Questa obiezione è ragionevole, in effetti. Ma nell’Africa subsahariana ci sono oltre 700 milioni di persone, se si eccettua il Sudafrica. Se solo una parte di loro decidesse di spingersi quassù, non ci sarebbe Matteo Salvini capace di fermarli.

(L’intervista si interrompe perché dalla segreteria telefonica, nell’altra stanza, si sente arrivare la voce di Renzo Arbore e Fini si sposta, per sentire meglio).

D. Con Arbore siete amici, Fini?

R. Lui, incredibilmente, era un lettore dell’Europeo e l’aveva incuriosito questo «strano» Fini. Ma ci siamo conosciuti e apprezzati molti anni dopo. Quando, nel novembre scorso, ho ricevuto il premio Montanelli, lui ha detto una cosa molto bella: «Siamo gente che guarda da un’altra parte».

D. Torno sul libro. In questo suo approccio politico-filosofico, lei salva dell’Illuminismo, per la capacità di usare il dubbio come categoria. Ma come si concilia con la sua critica a un certo antislamismo di maniera? I musulmani, in genere, non hanno troppi dubbi.

R. C’è un po’ un equivoco: quando faccio la biografia del Mullah Omar, non ne difendo il pensiero, ma il diritto di un popolo a resistere l’occupazione dello straniero, comunque motivata. Il mondo islamico mi è totalmente estraneo: quella è una visione cupa, anche se la nostra è certo migliore. Detto questo…

D. Detto questo?

R. Detto questo, parlando di Islam e non di Isis, bisogna riconoscere che i musulmani hanno valori forti e molte delle cose che abbiamo perduto.

D. Per esempio?

R. Non ho il mito della famiglia ma, visto che ne lamentiamo quotidianamente la crisi, bisogna riconoscere che, presso i musulmani, è ancora viva. È un mondo altro, che non mi riguarda, ma che osservo con interesse. C’è poi questo fenomeno dell’Isis, che ci siamo creati.

D. Anche lei ritiene che sia colpa nostra?

R. Beh, sì da 15 anni siamo in guerra col mondo musulmano. Prima l’Afghanistan, poi l’Iraq, alla Somalia, alla Libia. È chiaro che si sia creato una reazione di questo tipo. Quando Amedie Koulibali…

D. Uno dei terroristi degli attacchi di Parigi…

R. Sì, quello del supermercato kosher. Quando dice: «Voi ci attaccate e pretendete che non vi rispondiamo. Chi siete? I padroni della Terra?», ecco io sono assolutamente d’accordo e l’ho detto anche a Piazza Pulita, tempo fa quando mi hanno invitato. Riconosco il loro diritto di reagire.

D. Scusi ma dopo l’11 settembre, dove avremmo sbagliato? Portare la guerra nel cuore dell’Asia, a costi umani ed economici enormi? Però Osama Bin Laden stava lì. Si ricorda che qualcuno, nelle prime ore dopo l’attacco alle Twin Towers, teorizzava addirittura l’uso della bomba atomica nelle valli dove stava il capo di Al Qaeda?

R. È stato davvero un pretesto. Washington Post e New York Times hanno scritto che i piani di invasione dell’Afghanistan erano già pronti. E comunque Bin Laden gli afgani se lo sono ritrovati: glielo aveva portato il nobile signore della guerra, Ahmad Massoud. Quando Bill Clinton propose al Mullah Omar di far fuori Bin Laden, questi si dichiarò d’accordo, perché gli americani continuavano a colpire alla cieca…

D. E perché non si agì?

R. Perché il mullah aveva posto una pre-condizione: che gli Stati Uniti si assumessero la paternità dell’assassinio. Clinton non volle farlo. Eravamo nel 1998, dopo gli attentati in Kenya e Tanzania contro gli statunitensi. E lo dicono documenti del Dipartimento di Stato.

D. Insomma, se Clinton avesse avuto più coraggio, si sarebbe risparmiato l’11 settembre. Lo avrebbe fatto Barak Obama, anni dopo.

R. Quella è la vicenda è la madre di tutto. L’Afghanistan e tutto il resto hanno incendiato l’immaginario musulmano. Quando gli uomini del Califfo tagliano la gola agli ostaggi, li vestono di arancione.

D. Come i prigionieri di Guantanamo, post 11 settembre.

R. Infatti. E poi è arrivato tutto il resto. In Iraq sono morte 650mila persone. Noi europei non pensavamo d’essere in guerra, perché a noi non toccava mai. Col Bataclan ce ne siamo resi conto.

D. A prescindere di torti e dalle regioni, non crede che ci sia, in certi islamisti, l’idea di conquistare l’Europa dall’interno, per via demografica e democratica? Lo diceva, per esempio, Ida Magli.

R. Non credo che ci sia questo rischio. Credo però che ci sia l’esigenza che ognuno resti a casa sua. Noi non dobbiamo rompere i coglioni ai loro mondi, mi scusi l’espressione – e quindi evoluiscano o involuiscano come vogliono -, così noi non dobbiamo pretendere di interferire. Mi pare così elementare.

D. Non mi stupisco che la prima Lega la sentisse vicina.

R. Quel Carroccio aveva avuto un’intuizione brillante: le macroregioni. Umberto Bossi pensava a un’Europa unita, senza stati nazionali e con macroregioni coese da un punto di vista economico, sociale, climatico e via dicendo.

D. Poi l’Europa non s’è unita…

R. E la Lega osteggiata, come nemmeno le Brigate Rosse. Come sta accadendo col M5s, del resto. Ma parlo dei primi Lumbard, poi si unirono a Silvio Berlusconi, in un matrimonio disgraziato: loro localisti e lui globalizzatore, loro antiamericani e lui più americano di un generale del Pentagono.

D. Oggi chi le ricorda la prima Lega? Chi le pare possa realizzare il «Fini pensiero». I Cinque stelle»

R. In effetti, hanno qualcosa di quello che ho sempre detto e scritto, come il superamento delle categorie di destra e sinistra, vecchie di secoli, che non sono per niente in grado di rispondere alle esigenze dell’uomo moderno e occidentale. Esigenze che, nonostante le apparenze, non sono economiche ma esistenziale. È il tema del tempo che, nelle affermazioni di Grillo, talvolta affiora, per cui è il vero valore della vita, molto più che il lavoro. Qualcosa c’è in questo movimento. Per cui faccio il tifo senza implicarmi.

D. Qualche problema l’hanno avuto. Penso a Roma.

R. Beh, usiamo le vecchia parole. Ogni volta che la partitocrazia…

D. …come diceva Marco Panella…

R. Giusto. Ogni volta che la partitocrazia si trova di fronte a qualcosa che esce dai suoi schemi, si ricompatta, sinistra e destra assieme combattono a sangue i fenomeni nuovi. È successo con la Lega, accade oggi col M5s. La storia di Virginia Raggi, a Roma, è veramente grottesca.

D. In che senso?

R. Nel senso che si era appena insediata la giunta, che i giornali hanno cominciato a martellare sui topi di Roma e sulla monnezza di Roma, come se non fossero venti anni che la Capitale affronti queste emergenze. Un’aggressione continua.

D. La Raggi c’ha messo anche del suo.

R. Qualche errore lo ha fatto, sicuramene. Non erano preparata a mettere quadri, dirigenti e via dicendo. In ogni caso, lo dicevo proprio a Grillo l’altro giorno, questa situazione avvantaggia il M5s.

D. Perché?

R. Perché la gente capisce che, forse, qualche ragione costoro ce l’hanno, visto che tutti gli stanno addosso. Si dimostra che sono oltre destra e sinistra, come le dicevo prima.

D. Beh, anche il primo Matteo Renzi, sembrava proiettato oltre il Novecento, ossia oltre queste categorie.

R. Se lei entra in un bar, e a un amico dice «stai sereno» per poi sfilargli il posto un attimo dopo, in quel locale lei non c’entra più.

D. Questo simpatico apologo per dire che cosa?

R. Che non credo a una sola parola di quello che dice Renzi, il quale è poi incardinato in un partito, il Pd, che ha, coi suoi antecedenti, la responsabilità delle pessime condizioni in cui ci troviamo, insieme ai defunti Dc e Psi.

D. Ma i populismi europei non la affascinano, invece?

R. Sa che non ho mai capito il termine «populismo»? Dal punto di vista della democrazia, del governo del popolo cioè, col populismo si dovrebbe andare a nozze. Non mi è chiaro tutto questo disprezzo.

D. E del populismo grillino che pensa?

R. Che un movimento che si pone come rivoluzionario, sia pure in forma pacifica, almeno all’inizio dovrebbe essere leninista.

D. Invece?

R. Invece c’è tutta questa preoccupazione di consultare la base, che Lenin o Trotskij non avevano affatto. Credo che qui risiedano tutti i problemi, tutti gli avvitamenti del M5s attuale. Hanno preso otto milioni di voti, come pensano di far decidere 100mila iscritti a meet up?

D. Lei poi, con la democrazia rappresentativa, ce l’ha un po’ su. Comunque, mi pare che col meccanismo del direttorio le stiano dando ragione.

R. La verità è che Grillo ha ripreso in mano il movimento. Dopo la morte di Casaleggio, si poteva pensare che si aprisse una fase nuova, anche con il coincidente passo indietro di Grillo. Una fase che facesse bene ai giovani leader.

D. Così non è stato?

R. No, perché l’uomo pensa sempre… umano (ride). Per cui le differenze non sono di tipo di ideologico, ma semplici invidie. Quando cominciano a esserci le «tipe» – sa, le tipe dovrebbero essere escluse da tutto – che invidiano la Raggi e quindi… ecc. ecc.

D. Torno al libro e al suo pensiero. Di cosa è figlio, culturalmente?

R. Senz’altro Nietzsche, che per me è stato fondante. La mia lettura della storia non è politica ma esistenziale. «Si stava meglio quando si stava peggio», per dirlo con le parole di Leo Longanesi, riguarda proprio la qualità della vita. Sembra assurdo dirlo, per i balzi in avanti che abbiamo fatto con la Rivoluzione industriale e scientifica, ma ha abbiamo perduto, col mondo che se n’è andato, anche armonia ed equilibrio.

D. Che derivavano da una posizione religiosa.

R. Anche. Quella Chiesa ha dato speranza a generazioni intere e si è opposta, inizialmente con successo, per molto tempo al mercato, sia nel senso del profitto, non solo contro l’usura ma anche contro l’interesse. Nella concezione cattolica il tempo è di Dio e quindi non può essere oggetto di profitto e di mercato. Una battaglia a lungo vittoriosa, poi sconfitta dall’ideologia del mercante. Il grande cambiamento…

D. Il grande cambiamento?

R. Il grande cambiamento hai investito il tempo che, dal ciclico presente, diventa dinamico futuro. Ed è questo che ci fa star male. In un mondo come il nostro, non puoi avere un momento di equilibrio e pace: raggiunto un obiettivo nei hai subito un altro e un altro ancora. Questo pushing, questo spingere sulle persone, è funzionale a tutto il sistema, se non ci fosse, salterebbe. Ludwig von Mises, uno dei più lucidi e coerenti teorici dell’industriali-capitalismo, ricorda che il sistema è basato sull’invidia.

D. Dunque lei riconosce il valore della Chiesa, ma oggi, con papa Francesco, sul soglio di Pietro ci sono idee lontane, direi opposte dalle sue.

R. Massì, questo pontefice è addirittura peggiore di Giovanni Paolo II, che è andato a un passo di liquidare tutto. Questo è anche un piacione, figurarsi. Era molto più interessante il predecessore, Benedetto XVI.

D. Il Papa emerito.

R. Il quale, da cardinale, diceva: «Il progresso non ha migliorato l’uomo e la società e si prospetta come minaccia del genere umano». Finché lo dice Fini, passi, ma un cardinale e un teologo come lui l’avrebbero dovuto ascoltare. Oggi noto che, peraltro, si parla di recupero di valori cristiani, senza precisare però quali.

D. Ossia?

R. Ossia si dimentica che Cristo è entrato nel Tempio dicendo: «Voi avete fatto la casa di Dio, una spelonca di bari e di ladri». E che ha concluso l’happening, frustandoli tutti. Si scorda che lo stesso Gesù ha detto che “non si vive di solo pane», in un’epoca in cui non ce n’era moltissimo, e che «è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio», anche se la traduzione era un po’ imprecisa. Queste cose non si citano perché disturberebbe al manovratore del mondo di oggi.

D. Ma non è questo lo specifico di Francesco?

R. Non lo so. Riconosciuto l’importanza della Chiesa nella storia e, aggiungerei, delle religioni in genere, inclusa quella islamica, bisogna ricordare come tutti i credi siano nati per lenire l’angoscia di morte dell’uomo. D’altra parte siamo gli unici, su questa terra, coscienti lucidamente della nostra fine, inaccettabile per i più. Diceva Mircea Eliade…

D. Lo storico delle religioni…

R. Diceva Eliade che c’è stata una sola società che non ha avuto né dei, né dii unici, né culto e si tratta gli indigeni delle Isole Andemane, nell’arcipelago indiano. Vivono felicemente senza dio e culti e hanno una certa passione per gli scherzi osceni, perché le loro donne hanno un bel culo.

D. Sì ma lei, Fini, come lenisce l’angoscia della morte?

R. Non la lenisco affatto. Il pensiero, oltre che della morte anche della vecchia, mi ha sempre angosciato fin da ragazzino. Credo che sia valida la frase di Menandro e cioè «caro agli dei è chi muore giovane». E infatti, da piccolo, mi sarebbe piaciuto morire in battaglia. Fossi vissuto all’epoca della Grande Guerra, sarei stato così pirla da uscire per prima dalla trincea, pigliandomi subito una pallottola in fronte.

D. Infanzia felice o no?

R. Sì, ma inquinata appunto dalla consapevolezza che sarebbe finita presto. Da piccolo non volevo crescere.

D. Un piccolo Peter Pan.

R. Ho portato i calzoni corti finché ho potuto, tanto cercavo di non farlo. Quando avevo otto anni, sul lungo mare di Savona, mi fermai a guardare alcune piastrelle rosse, pensando: “Voglio fissarmi nella mente questo momento, per potermi ricordare, un giorno, di avere avuto otto anni».

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I SANTI VANGELI (Parte II)

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santi-evangeli-illustrati-quaranta-tavole-pittore-935911fb-72ab-4a25-8de5-5ba8db1c1f2fdi Padre Romualdo Maria Lafitte O.S.B.

CAPO VII

1 Non giudicare, affinché non siate giudicati. 2 Perché secondo come giudicherete, sarete giudicati: e nella stessa misura onde avrete misurato, sarà misurato a voi. 3 E perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, e non vedi la trave nel tuo occhio? 4 O come dici a tuo fratello: lascia che io tolga la pagliuzza dal tuo occhio; ed ecco una trave è nel tuo occhio? 5 Ipocrita, cava prima la trave dal tuo oc chio: e allora vedrai a togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. 6 Non dare le cose sante ai cani, né buttate le vostre perle davanti ai porci: perché non accada che le pestino coi loro piedi, e girandosi vi sbranino. 7 Chiedete e vi sarà dato; cercate, e troverete; bussate, e vi sarà aperto. 8 Perché chiunque chiede, riceve; e chi cerca, trova; e al bussando sarà aperto. 9 O chi è l’uomo fra voi, il quale se suo figlio chiede un pane, forse gli porgerà un sasso? 10 O se chiederà un pesce, forse gli porgerà una serpe? 11 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare buone cose ai vostri figli; quanto più vostro Padre, che è nei cieli, darà cose buone a coloro che gliele domandano? 12 Tutto ciò dunque che volete facciano gli uomini a voi, e voi fate loro. Questo è infatti la legge e i profeti. 13 Entrate per la porta angusta: perché larga la porta, e spaziosa è la via che porta alla perdizione, e sono molti che entrano per essa. 14 Quanto angusta la porta e stretta è la via che conduce alla vita: e pochi sono, quei che la trovano! 15 Attento ai falsi profeti, che vengono a voi in vestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li conoscerete. Forse si raccolgono uva dalle spine, o fichi dai triboli? 17 Cosi ogni albero buono fa buoni frutti: ma l’albero cattivo fa cattivi frutti. 18 Non può un albero buono fare frutti cattivi: né un albero cattivo fare frutti buoni. 19 Ogni albero, che non fa frutto buono, è tagliato, e si getta nel fuoco. 20 Dunque dai loro frutti li conoscerete. 21 Non chiunque mi dice, Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli: ma chi fa la volontà del Padre Mio, che è nei cieli, questi entrerà nel regno dei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, forse che non abbiam profetato nel nome tuo, e nel nome tuo cacciammo demoni, e nel nome tuo abbiamo fatto molti miracoli? 23 E allora io confesserò loro che “mai vi ho conosciuti: allontanate vi da me, voi che commetteste l’iniquità”. 24 Chiunque pertanto che ascolta queste mie parole e le pratica, sarà paragonato a un uomo saggio che edificò la sua casa sulla roccia. Continua a leggere

Il futuro è svedese?

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Segnalazione Corrispondenza Romana

teoria-svedese-amore

di Tommaso Scandroglio

Il futuro è svedese, freddo e senza luce come quel Paese. Nell’inverno del ’72 il partito Socialdemocratico produsse un documento chiamatoLa famiglia del futuro. In esso si elaborò la Teoria svedese dell’amore la quale prevedeva che «tutte le relazioni umane autentiche devono basarsi su una fondamentale indipendenza delle persone. Ogni individuo dovrà essere considerato come autonomo, non come l’appendice di qualcun altro. È dunque necessario creare le condizioni economiche e sociali che ci renderanno finalmente individui indipendenti».

Il regista Erik Gandini, metà svedese e metà italiano, ha raccontato nel suo docu-film La teoria svedese dell’amore, uscito nelle sale italiane il 22 settembre scorso, a quali indici di felicità collettiva ha portato questa teoria. Gandini spiega che il partito Socialdemocratico «ebbe una visione rivoluzionaria del futuro: era giunto il momento di liberare le donne dagli uomini, gli anziani dai figli, gli adolescenti dai genitori». Profezia azzeccata addirittura a livello mondiale. Solo per esemplificare, la liberazione delle donne dagli uomini è avvenuta con il femminismo, il divorzio, il sequestro della donna dal focolare domestico ad opera del lavoro H24, le relazioni lesbiche, la fecondazione artificiale eterologa dove il maschio non è più nemmeno partner sessuale ma solo produttore di liquido seminale.

La liberazione degli anziani dai figli è avvenuta con la globalizzazione che ha portato a sradicare molti giovani dal luogo dove sono nati per cercare lavoro lontano da casa e dai parenti, con l’individualismo che relega l’anziano nella casa di riposo perché non più utile. La liberazione degli adolescenti dai genitori è avvenuta con la cancellazione del principio di autorità e la sostituzione di questo con altre false autorità: dalla televisione ad internet, fino ad arrivare ai divi del calcio e della musica. Il minimo comun denominatore di queste spinte centrifughe che tendono a spezzare ogni legame interpersonale è la morte della famiglia. Continua a leggere

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