Aleppo città martire
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero
La decisione della Suprema Corte: il “contratto di convivenza” va tenuto in considerazione in caso di espulsione per un extracomunitario condannato
di Chiara Sarra
Le unioni civili? Creano una “scorciatoia” per i clandestini. Soprattutto dopo la sentenza della Cassazione che ha accolto il ricorso di un extracomunitario senza permesso di soggiorno che non potrà essere espluso proprio grazie al “contratto di convivenza” previsto dalla nuova legge.

La prima sezione penale della Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio un’ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza di Torino aveva confermato l’espulsione dall’Italia di un extracomunitario. Un’espulsione “obbligatoria”, secondo il giudice torinese, “quale misura sostitutiva da applicarsi nell’ultimo biennio di pena ai condannati privi di titolo di soggiorno”. L’immigrato irregolare, nel suo ricorso in Cassazione, aveva invece rilevato di “aver pienamente e compiutamente documentato di vivere da tempo in Italia con il suo nucleo familiare originario” e, in particolare, di “convivere more uxorio con una cittadina italiana”.
La Cassazione, con una sentenza depositata oggi, ha accolto il ricorso dell’uomo perché “l’applicazione normativa non può ignorare” la legge sulle unioni civili (legge n.76/2016) “giustamente accolta dall’opinione pubblica, dagli operatori e dai teorici del diritto come disciplina epocale, con la quale sono state riconosciute dall’ordinamento statuale e disciplinate positivamente, le unioni tra persone dello stesso sesso e, con esse, anche quelle di fatto tra eterosessuali“. Secondo la Cassazione, infatti, il legislatore voleva “parificare” la nozione di “coniuge” con quella di “persona unita civilmente” attraverso l’introduzione, a fianco del matrimonio, del “contratto di convivenza“. Continua a leggere
di Maurizio Blondet
Sì, si dovrebbe parlare di cose più gravi e urgenti, come le 140 tonnellate di oro di Gheddafi che la Clinton ha fatto sparire per comprare armi ai terroristi siriani (rivelazione di Wikileaks), o il riaccendersi delle provocazioni di Kiev contro i separatisti, o la ‘liberazione’ di Mossul…ma questa è troppo bella. Guardate le pagine di Libération. Il giornale della gauche (e dei Rotschild) impegnato a fondo nella satanizzazione di Vladimir Putin. Lo stesso spartito suonato in Italia da La Stampa e da Repubblica
“Vladimir Putin – Come fermarlo? Indifferente alle pressioni e alle messe in guardia, bombarda Aleppo massicciamente. Quale minacce agitare?”
“L’occidente di fronte alla Corazzata Putin”
La cattedrale ortodossa appena finita a Parigi ha una storia sospetta. Anzi decisamente sporca.

di Thierry Meyssan

Fonte: Megachip
di Matteo Carnieletto

Fonte: Gli occhi della guerra
Nello scontro tra America e Russia i Balcani e l’Europa orientale hanno un ruolo centrale. I fatti di cronaca degli ultimi anni (la rivolta in Ucraina, per esempio) e la sempre maggior attenzione nei confronti dei Paesi baltici (è di oggi l’annuncio del segretario della Nato Jens Stoltenberg che i soldati italiani si affiancheranno a quelli canadesi in una missione a ridosso dei confini russi) stanno lì a dimostrarlo.
Il motivo di questo scontro è stato enunciato con chiarezza da Zbigniew Brzezinski ne La grande scacchiera . Innanzitutto l’allargamento della Nato e dell’Unione europea e poi un sempre maggior interessamento della Nato nei confronti dei Paesi baltici (pp. 82 – 84). Esattamente quello che è successo nel corso di questi anni. Non a caso, Fulvio Scaglione ha detto che, in seguito alla guerra in Ucraina, si stanno realizzando i piani di Brzezinski. Dell’Ucraina, il politologo scriveva: “Il Paese più importante resta l’Ucraina. E, con la progressiva espansione dell’Unione Europea e della Nato, essa dovrà scegliere infine se entrare a far parte di entrambe queste organizzazioni (…). Ma, anche se ciò richiederà del tempo, è bene che già fin d’ora, l’Occidente – mentre intensifica i suoi rapporti economici e la sua collaborazione con Kiev nel campo della sicurezza – cominci a prefigurare una progressivaintegrazione dell’Ucraina, in tempi ragionevoli, tra il 2005 e il 2015, riducendo così il rischio che essa cominci a nutrire il timore che l’espansione dell’Europa, si arresti alla frontiera con la Polonia”.
Ed è proprio alla luce di questi spunti che le elezioni inMontenegro assumono una nuova luce. Nella Nato sì o nella Nato no? È utile andare a istigare ancora Vladimir Putin? Un osservatore acuto come Sergio Romano ha notato che l’espansione della Nato è stata vista da Mosca “come un atto ostile, una potenziale minaccia. Del resto, aprendo la Nato a questi Paesi, che hanno vissuto con l’Armata Rossa in casa e che di Mosca hanno paura, ci siamo portati in casa la maggiore lobby antirussa. Peraltro, chi entra nella Nato, non entra in una qualsiasi alleanza. Entra in un alleanza fatta per combattere, con basi permanenti, un quartier generale, un comandante in capo, un presunto potenziale nemico. Un’organizzazione che ha minuziosamente predisposto un sistema di assistenza reciproca che gli Stati devono darsi. Difficile leggere questo allargamento in un’ottica che non sia ostile alla Russia”. Continua a leggere
di Diego Fusaro

Fonte: Il Fatto Quotidiano
L’aspetto che più sorprende della campagna elettorale statunitense è che palesemente la Clinton e i suoi sostenitori non sembrano avere sostanziali argomentazioni se non quella che fa leva sul fatto che non deve vincere Trump. Come se, appunto, la sola ragione del programma della Clinton fosse quella secondo cui scaturirebbero disastri dall’eventuale vittoria del suo rivale.
Intanto, però, i disastri veri li abbiamo visti, a oggi, combinati dalla Clinton e non da Trump, che non ha ancora governato in alcun modo. Chi scrive non è affatto un sostenitore di Trump. E come si potrebbe, d’altro canto, essere sostenitori di un simile personaggio, con tutti i limiti e le contraddizioni che il sistema mediatico non ha mancato di mettere in rilievo?
Non di meno, chi scrive è anche pronto ad avventurarsi a sostenere che peggio di Trump potrebbe esservi solo la Clinton. La quale – lo sappiamo – è aperta sostenitrice dell’ultraliberismo imposto da quei trattati di “libero scambio” che vanno palesemente a nocumento dell’Europa e segnatamente dell’Italia e della sua rete di microimprese destinate a essere letteralmente schiacciate dalle multinazionali. Continua a leggere
di Sergio Romano

Fonte: linkiesta
«Non è la Russia che ha paura di una guerra con l’Occidente. Semmai è il contrario: siamo noi ad avere una paura irrazionale della Russia». Sergio Romano non usa mezzi termini nel leggere le crescenti tensioni tra l’Occidente e Mosca, che hanno spinto molti commentatori a parlare di nuova guerra fredda. Secondo l’ex ambasciatore italiano in Unione Sovietica e alla Nato, le vicende degli ultimi mesi partono da molto lontano: dall’allargamento della Nato ai Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia, alla strategia di difesa missilistica attuata da George W. Bush, alle cosiddette rivoluzioni colorate in Georgia e Ucraina, sino alla guerra in Siria. Una storia, questa, in cui si legge in filigrana la «russofobia che è insita nella nostra cultura». Una russofobia attraverso cui «vediamo solo la pagliuzza negli occhi di Putin, mentre continuiamo a non vedere la trave in quella dell’Occidente».
Lei dice che bisogna partire da lontano, ambasciatore…
La storia comincia parecchi anni fa. E per comprenderla fino in fondo bisogna provare a mettersi nei panni altrui e rendersi conto dello stato d’animo e della psicologia dell’avversario.
A cosa si riferisce?
A tante cose. Ad esempio non dovremmo dimenticare come la Russia abbia vissuto l’allargamento della Nato ai paesi che facevano parte del Patto di Varsavia e addirittura alle repubbliche baltiche che facevano parte dell’ex Unione Sovietica.
Come l’ha vissuto?
Come un atto ostile, una potenziale minaccia. Del resto, aprendo la Nato a a questi Paesi, che hanno vissuto con l’Armata Rossa in casa e che di Mosca hanno paura, ci siamo portati in casa la maggiore lobby antirussa. Peraltro, chi entra nella Nato, non entra in una qualsiasi alleanza. Entra in un alleanza fatta per combattere, con basi permanenti, un quartier generale, un comandante in capo, un presunto potenziale nemico, Un’organizzazione che ha minuziosamente predisposto un sistema di assistenza reciproca che gli Stati devono darsi. Difficile leggere questo allargamento in un’ottica che non sia ostile alla Russia.
Che il Cremlino lo pensi ci sta. Ma era davvero così?
In parte. Alla base ci sono anche ragioni economiche. Consideri che chi entra nella Nato diventa automaticamente un cliente dell’industria bellica americana. Tuttavia concorrono a rafforzare questo timore anche altri eventi che non è facile interpretare altrimenti.
Ad esempio?
Quando Bush denunciò l’accordo del 1972 sulle basi anti-missilistiche.
Si spieghi…
Durante la Guerra Fredda, Usa e Urss si accordarono per non avere più di una base anti-missilistica sui loro rispettivi territori. Questo voleva dire che dopo il primo attacco, entrambi i Paesi sarebbero stati vulnerabili e la vulnerabilità era una garanzia di pace. Bush lo denunciò nell’anno della sua scadenza e diciharò di non poterlo rinnovare perche gli Stati Uniti dovevano difendersi dagli stati canaglia mediorientali. Il problema è che le nuove basi anti-missilistiche americane, dalla Polonia alla Repubblica Ceca e alla Romania, avrebbero circondato la Russia, non l’Iran o l’Iraq. Se lei fosse stato russo come avrebbe interpretato questa strategia “difensiva”?
In chiave anti-russa?
Mi pare evidente. Così com’è evidente che le rivoluzioni colorate in Georgia e Ucraina siano siate viste con simpatia e favore dall’Occidente. Quando nel 2008 il governo georgiano decise di invadere l’Ossezia del sud, c’era sul territorio georgiano un contingente americano di 800 addestratori. Non credo che i soldati americani ignorassero quello che stava per accadere.
Sta dicendo che anche Obama, quindi, ha mantenuto la strategia anti-russa del suo predecessore…
Obama dette prova di una certa sensibilità. Nel 2009, a Ginevra, Hillary Clinton, allora segretario di Stato americano donò al ministro degli esteri russo Sergei Lavrov un pulsante rosso con la scritta reset. Il messaggio era chiaro: c’era la volontà americana di rendere la situazione meno tesa, di ricercare un dialogo. Obama, ad esempio, modificò la strategia di Bush accontentandosi di basi di missili intermedi.
di Thierry Meyssan

Fonte: Megachip
di Giacomo Gabellini

Fonte: l’indro
Giorni fa, il magnate e re della speculazione George Soros ha firmato una lettera sul ‘Wall Street Journal’ che si configura fin dalle prime righe come una vera e propria apologia dell’immigrazione di massa, e finisce per rappresentare un appello ai governi europei a favorire questo processo in base ai presunti vantaggi economici, politici e sociali che assicurerebbe.
Soros esordisce scrivendo che «il mondo è investito da un’ondata di migrazioni forzate. Decine di milioni di persone sono in movimento, fuggendo molto spesso dai Paesi d’origine per ricercare una vita migliore all’estero. Alcuni scappano da una guerra civile o dalla tirannia di regimi oppressivi; altri dalla povertà estrema, attirati dalla prospettiva di guadagnare qualcosa di più per se stessi e per le proprie famiglie. Il nostro fallimento nello sviluppare e implementare politiche efficaci per gestire l’aumento dei flussi migratori ha contribuito notevolmente a diffondere miseria umana ed instabilità politica, sia nei Paesi da cui le persone scappano che nelle nazioni che li ospitano più o meno di buon grado. I migranti sono spesso costretti ad una vita di disperazione e di inattività, mentre gli Stati ospitanti non sono capaci di trarre i benefici che potrebbe assicurare l’integrazione di queste persone […]. I governi devono svolgere un ruolo di primo piano nell’affrontare questa crisi creando e sostenendo una adeguata infrastruttura fisica e sociale per migranti e rifugiati. Ma è essenziale usare anche tutta la forza del settore privato. Riconoscendo queste parole, l’amministrazione Obama ha recentemente lanciato una ‘chiamata alle armi’, per chiedere alle imprese Usa di svolgere un ruolo più incisivo nel far fronte alle sfide messe in atto dalla migrazione forzata. Oggi, i leader del settore privato si stanno coordinando alle Nazioni Unite ad assumere impegni concreti ed aiutare a risolvere il problema». Continua a leggere
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