Nelle mani di capitan Schettino

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Il premier si è messo in sicurezza prima di salvare gli altri italiani. Stesso film della Costa Concordia. Palazzo Chigi aveva mascherine mentre i medici e gli infermieri no. Gravi ritardi nelle gare Consip. Toccava al governo rifornire di ogni protezione la Sanità

C’è un solo precedente nella storia italiana di quello che abbiamo svelato su palazzo Chigi nel giorno di Pasqua, con gli ordinativi di mascherine, gel, guanti, camici, bombole di ossigeno fatti a trattativa diretta il 26 febbraio per mettere in sicurezza Giuseppe Conte e tutti i suoi collaboratori e le gare Consip per tutti gli altri italiani indette dal 9 marzo in poi.

Il precedente è stato quello del naufragio della Costa Concordia nella notte del 13 gennaio 2012 al largo dell’isola del Giglio. Allora come oggi al comando della tragedia c’era un uomo solo. Allora era il capitano Francesco Schettino, oggi è il premier Conte. Allora l’uomo al comando si preoccupò prima di tutto di trovare una scialuppa di salvataggio per se stesso e i suoi collaboratori (non tutti, perché qualcuno fece il suo dovere di ufficiale), e solo una volta a terra pensò alle scialuppe per mettere in salvo gli altri passeggeri, e non fu possibile per tutti.

Stesso film di oggi, con magazzini di palazzo Chigi pieni di protezioni per proteggere il premier e chiunque lavori con lui, e solo dopo che loro si sono messi in sicurezza, si è iniziato a pensare a tutti gli altri italiani. Purtroppo con gli stessi identici risultati di quella tragica notte del 2012. La prima volta che capitan Conte si è posto il problema degli altri italiani, dei medici e degli infermieri che stavano rischiando la loro vita al fronte è stato il giorno 6 marzo, quando è stato chiesto alla Consip e alla protezione civile di procedere a una gara semplificata e urgente per la fornitura di mascherine e tutte le altre protezioni. Tre giorni dopo è stata indetta la prima delle gare, che ha anche avuto le sue belle vicissitudini con la revoca della assegnazione di alcuni lotti e il recente arresto di uno dei vincitori della prima gara. Sull’efficacia delle procedure scelte per mettere in sicurezza tutti gli altri italiani si è espresso con chiarezza nella sua prima conferenza stampa Domenico Arcuri, commissario agli approvvigionamenti sanitari, spiegando che purtroppo quasi la metà del materiale arriverà ad emergenza finita. E quindi sarà buono per prepararsi alla prossima pandemia, ma poco utile per fronteggiare questa.

Qualche lettore mi ha scritto dopo la pubblicazione dei contratti di palazzo Chigi replicando: «ma secondo lei non doveva essere messo in sicurezza il premier? Ha fatto male a cercare le mascherine per proteggersi?». Certo che doveva essere protetto il comandante in capo, ma il ruolo esigerebbe che prima si pensi a tutti gli altri e poi a se stesso. O che almeno lo si faccia nello stesso momento. C’è anche chi consiglia di non disturbare il manovratore in un momento così delicato, e su questo invece non posso essere d’accordo. L’emergenza è di tutti, ma non possiamo tapparci occhi e orecchie sulla gestione della crisi e sugli eventuali errori compiuti. Tanto più se questi riguardano l’uomo solo al comando che si è preso di fatto e nel silenzio di tutti i pieni poteri che agognava Matteo Salvini nelle sue scorribande estive in spiaggia.

La storia delle mascherine è un po’ la cartina al tornasole di quel che è accaduto. Perché le forniture sanitarie non toccavano alle Regioni, come dicono i corifei del nuovo regime assoluto (quello che pretende come accadeva nei paesi guidati da Chavez di regolare in diretta tv i suoi personali conti con gli avversari politici come ha sottolineato ieri Enrico Mentana nel tg La7 da lui diretto). Da anni è la Consip a pensarci, la centrale acquisti del governo centrale a cui si sono dati sempre più poteri stringenti ogni legge di bilancio al grido della spending review e dei costi differenziati che avrebbe avuto in ogni Regione la famosa «siringa». La Consip dipende direttamente dal governo, essendo controllata al 100% dal ministero dell’Economia. Non abbiamo notizia di una segnalazione di Conte a questa società di partire con gli approvvigionamenti di materiale sanitario prima di quel 6 marzo sopra citato. Siccome purtroppo molti medici e infermieri si sono ammalati e decine di loro hanno perso la vita perché non avevano le protezioni necessarie, il governo deve spiegare cosa ha fatto dopo il 31 gennaio. Quel giorno ha dichiarato lo stato di emergenza per sei mesi (è in vigore fino al 31 luglio), perché evidentemente aveva preoccupazioni se non vere e proprie notizie sulla possibile diffusione del virus in Italia. Cosa ha fatto da quel giorno per mettere in protezione il paese? Due sole cose: bloccato i voli da e per la Cina e misurato la temperatura ai passeggeri negli scali aeroportuali italiani. Ma sulla prima regola di ogni emergenza: guardare i magazzini e cercare di riempirli con gli approvvigionamenti del materiale sanitario necessario, che ha fatto? Nulla. Fino appunto al 26 febbraio, quando è partito il primo ordine con la scialuppa di salvataggio del premier.

Siamo nelle mani dunque di capitan Schettino, e non è la cosa più rassicurante che ci sia. Ma purtroppo lo stesso identico copione si sta seguendo con la gestione della emergenza economica, su cui la guida è proprio inesistente. Fin qui solo slogan e provvedimenti astrusi e complicatissimi che daranno una mano consistente nel fare fallire gran parte di questo paese. Ma prima o poi il nostro capitano di tutto questo dovrà risponderne. Per la vita di tutti assai meglio prima che poi.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/04/14/news/giuseppe-conte-come-francesco-schettino-compra-mascherine-gel-guanti-ossigeno-palazzo-chigi-poi-medici-infermieri-consip-costa-concordia-1314062/

Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

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Quasi 22.000 polacchi, soprattutto ufficiali, ma anche soldati e civili, furono uccisi dai sovietici ma, per decenni, la colpa fu fatta ricadere sui tedeschi, nonostante gli Alleati sapessero la verità

il 13 aprile 1943 quando Radio Berlino diffonde una notizia sconvolgente: in una foresta vicino a Katyn, in Russia, sono stati ritrovati i cadaveri di migliaia e migliaia di ufficiali polacchi (in tutto 21.857 i corpi ritrovati), uccisi uno a uno con un colpo alla nuca. Hanno ancora indosso l’uniforme e i documenti di identificazione. Sono quasi tutti ufficiali e soldati che erano detenuti nei campi di concentramento sovietici di Kozielsk, Starobil’sk e Ostaškov.

Tutto fa pensare che siano stati giustiziati nei primi mesi del 1940, dopo l’invasione “congiunta” russo-tedesca della Polonia. Quegli ufficiali erano caduti nelle mani dei sovietici, eppure i proiettili ritrovati tra i cadaveri sono di fabbricazione tedesca. Com’era possibile? Chi erano i responsabili di quella terribile strage? Una domanda destinata a restare per decenni senza risposta.

Per l’Unione Sovietica di Stalin, l’uccisione di soldati polacchi, e in particolare ufficiali, rispondeva al chiaro intento di stroncare qualsiasi forma di resistenza; addirittura di sopravvivenza, di un popolo. Uccidendo ufficiali, laureati, ragazzi, si annientava un’intera generazione che avrebbe potuto, un domani, costituire la classe dirigente della Polonia.

La verità – ricostruita a fatica solo molti anni dopo la fine della guerra – racconta che il 5 marzo del 1940, Stalin firmò un ordine di esecuzione per migliaia di prigionieri ritenuti “sovversivi e controrivoluzionari”. Per ogni ufficiale venne compilato un dossier che attestava la sua attività antisovietica e sul quale veniva impressa la condanna a morte.

Iniziò così il massacro degli ufficiali (e non solo) a partire dalla notte tra il 3 e il 4 aprile 1940. Celati dal buio della notte, i primi 390 detenuti vennero trasportati verso la foresta di Katyn, dove si sarebbe svolto un rituale, poi ripetuto migliaia di volte: rapido controllo dei dati anagrafici, mani legate dietro la schiena, un colpo alla nuca. Per ucciderli furono usate pistole tedesche fornite direttamente dai servizi segreti, il che testimonia di come il governo comunista avesse premeditato anche il depistaggio. Infine, i cadaveri vennero gettati in una fossa comune dove avrebbe riposato per gli anni a venire.

Notte dopo notte, i camion partivano dai campi carichi di prigionieri e tornavano vuoti all’alba del giorno successivo, ogni notte (a parte quella del 1° maggio!) fino al 19 maggio 1940.
In 47 giorni furono uccisi così quasi 22.000 polacchi, che furono poi dichiarati dal governo sovietico “misteriosamente scomparsi”.

Intanto, infatti, i nuovi equilibri bellici avevano spinto il governo polacco in esilio a Londra a creare, in accordo con gli Alleati e, quindi, anche con l’URSS che occupava i suoi territori, un’armata per combattere i tedeschi. Nel farlo, però, si accorse che mancavano all’appello proprio i suoi ufficiali… Stalin non diede spiegazioni a riguardo, limitandosi a sostenere che dovevano essere fuggiti.

Ironia della sorte, saranno proprio i tedeschi che, nel 1943, avanzavano nel cuore della Russia, a svelare dove fossero finiti: nella fosse comuni della foresta Katyn. Gobbels comprese di avere un’arma molto potente contro il nemico e annunciò la scoperta al mondo, tramite Radio Berlino. A quel punto, il massacro non poteva più essere tenuto nascosta ma – come abbiamo capito molto bene e visto tante volte negli anni a seguire – la verità può essere manipolata.

Si costituì una Commissione d’indagine, voluta proprio dalla Germania e presieduta dalla Croce Rossa Internazionale per far luce sull’accaduto. Tuttavia, le indagini furono subito ostacolate da intimidazioni, minacce e tentativi di depistaggio attuati proprio dal governo di Mosca che voleva a ogni costo nascondere la verità.
Anche l’unico membro italiano della commissione, il professore Vincenzo Palmieri, fu fortemente denigrato e minacciato dal Partito Comunista Italiano, essendo caduto il regime fascista.

Nonostante tutto, le indagini confermarono che l’eccidio andava fatto risalire ai primi mesi del 1940, quando cioè la Polonia era sotto il controllo sovietico e, dunque andava imputato all’Armata Rossa. Stalin non riconobbe mai il verdetto della Commissione additandolo come falsato dalla propaganda nazista.

Il momento era delicato per gli Alleati e, nonostante lo stesso Churchill ammettesse la responsabilità sovietica dell’eccidio, non si poteva rinunciare all’apporto devastante dell’Armata rossa per annientare la Germania.

Molti furono, in quegli anni, i tentativi di insabbiamento. Nel 1944 i sovietici, dopo aver riconquistato Katyn, avviarono una loro “indagine”, affidata a una commissione unicamente sovietica, che sostenne la colpevolezza tedesca, arrivando persino a imbastire un processo farsa contro alcuni prigionieri tedeschi.

Quello stesso anno furono gli Stati Uniti a condurre un’indagine tramite un loro plenipotenziario nei Balcani ma, sebbene quest’ultimo indicasse i sovietici come responsabili, Roosvelt continuò a sostenere la responsabilità nazista e lo costrinse al silenzio.

Due anni più tardi, nel corso del processo di Norimberga, i sovietici imposero di processare i vertiti nazisti anche per quel massacro che – di certo – non avevamo commesso. Pur non arrivando mai a questa risoluzione, tanto bastò perché, per decenni, il massacro fosse ascritto al demone nazista anche sui nostri libri di scuola.

In piena guerra fredda, nel 1952, un’indagine del Congresso statunitense concluse che i polacchi erano stati uccisi dai sovietici, ma, siccome l’Unione Sovietica era tra i Paesi vincitori della Seconda guerra, aveva beneficiato dell’amnistia.
Occorrerà quindi attendere la caduta del Muro di Berlino e il ritorno della libertà in Polonia (1989) perché si torni a parlare delle vere responsabilità del massacro.

In Italia questa operazione sarebbe stata bollata come “revisionista”, ma la Storia ha sempre bisogno di essere “revisionata” alla luce della Verità, che – prima o poi – cancella le menzogne.

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Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

Il potere e l’emergenza

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La situazione che stiamo vivendo è nuova per le ultime tre generazioni ed è senza dubbio la più grave, a livello sociale, tra quelle che noi occidentali abbiamo provato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Posso affermarlo con buona certezza non solo come cultore di storia, ma anche come testimone oculare: nato nel 1940 e avendo conosciuto in Italia e in Europa, almeno prima dei fatti avvenuti tra Anni Sessanta e Anni Settanta – dal boom economico alla crisi delle certezze, dall’accelerazione dei processi di secolarizzazione e di crisi della coscienza alla perdita del primato della politica – ho visto e ricordo un altro mondo europeo, una differente società civile: e il discrimine non è stata la seconda guerra mondiale bensì l’avanzata in apparenza irresistibile, nell’ultimo mezzo secolo circa, di un individualismo egoistico e amorale da una parte e di una “rivoluzione” che ha stabilito il primato della finanza, dell’economia e della tecnologia a spese della politica (intesa come scienza volta alla ricerca del bene comune) e della cultura (intesa come capacità di rimettere continuamente in discussione i valori ispirativi di una società) dall’altra.
La fase del processo di globalizzazione che abbiamo vissuto negli ultimi decenni avrebbe dovuto farci riflettere sull’intrinseca contraddizione tra i valori nei quali la società occidentale nel suo complesso sosteneva di credere e gli esiti effettivi del suo modo di comportarsi. Abbiamo sostenuto quasi tutti, sia pure con diversità di accenti e di articolazioni, di voler proceder verso un futuro segnato da sempre maggiori condivisioni, a cominciare da quelle socioeconomiche: ma quel che è accaduto nel mondo almeno dalla guerra nel Vietnam e dalla crisi vicino-orientale in poi ci ha ormai tragicamente posti dinanzi a un’umanità (che ha ormai raggiunto e superato i sette miliardi di persone) in cui le ricchezze e le risorse sono spaventosamente concentrate nelle mani di poche migliaia di soggetti tra dinastie iperoligarchiche e lobbies che decidono incontrastate mentre le istituzioni politiche sono ridotte, rispetto ad esse, a meri comitati d’affari. Mai come oggi le sperequazioni economiche sono state tanto diffuse e tanto gigantesche; mai come oggi la distanza tra la privilegiata sparuta pattuglia di super-ricchi e la massa dei miserabili è stata più abissale, aggravata dall’assottigliarsi dei ceti e dei corpi intermedi. E la cultura, vale a dire la capacità d’informarsi correttamente, di comprendere e di elaborare le informazioni, di poter compiere scelte coerenti con tali forme di comprensione e di elaborazione, si è andata vanificando in quella che Antonio Negri ha chiamato “la moltitudine” mentre si concentrava a sua volta nelle mani di pochi. Il sonno della ragione crea mostri, è stato detto: ebbene, è ora di cominciar esplicitamente ad ammettere che a sua volta il sogno della libertà e dell’uguaglianza ha creato il suo opposto, una realtà d’ignoranza e di sperequazione a livello planetario.
Uno dei segni più allarmanti di tutto ciò è stato e resta il vanificarsi del primato della politica, vale a dire della capacità di discutere razionalmente sulle misure da adottare per tutelare il bene comune e di fornirsi liberamente d’istituzioni in grado di metterle in atto. Marx aveva già precocemente segnalato, in pieno Ottocento, la tendenza dei governi del suo tempo a divenir “comitato d’affari” dei gestori effettivi del capitale (che oggi viene definito, pudicamente e impropriamente, “mercato”). Il convergere dell’abbandono al gioco vuoto della democrazia formale da una parte e i concreti meccanismi di persuasione, di organizzazione del consenso e di falsificazione nell’informazione hanno consentito l’affermarsi di oligarchie di gestori del potere legale che mediamente e immediatamente rispondono alla volontà di gruppi ristretti, chiusi rispetto all’esterno e in grado d’imporre la propria volontà di potenza. Tali gruppi, non li vediamo agire nei consessi internazionali e nei governi, non stanno né nelle Nazioni Unite né nei corpi politici: essi gestiscono semmai organismi come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale e i loro protagonisti ormai da qualche anno si sentono abbastanza sicuri da potersi riunire sia pure in spazi e momenti limitati, addirittura parcamente concedendosi ai media. Li vediamo una volta all’anno, ad esempio, nell’assise di Davos.
Ma le loro tecniche di potere stanno rapidamente mutando. Esse si sono per lunghi decenni, tra Ottocento, Novecento e inizio del secolo XXI, fondate sulla diffusione di tesi iperliberistiche ch’erano in realtà già entrate in crisi all’inizio del XX secolo – tanto che i totalitarismi sono nati, in realtà, in quanto reazione al loro fallimento – e hanno potuto reggere solo imponendo volta per volta immagini di “Nemici metafisici” che avevano intralciato la loro marcia verso la ricerca della felicità. Gli stati moderni e contemporanei, in una qualche misura, rappresentavano intralci ai loro scopi: quei gruppi sono riusciti a demonizzare qualunque forma di gestione comunitaria del potere e di esercizio del potere stesso volto a scopi diversi da quelli della concentrazione del potere decisionale e dei mezzi economico-finanziari nelle mani di pochi centri sottratti a qualunque forma di controllo. E sono riusciti a vincere la battaglia della persuasione manipolando le coscienze al punto da creare orwellianamente una loro “nuova storia” nella quale la favola bella della democrazia, della libertà, della fratellanza universale riusciva a coprire e a nascondere la realtà delle rapine e delle tirannie ch’essi hanno imposto ad esempio per secoli ai popoli colonizzati d’Asia, d’Africa, d’America latina, d’Oceania. Libertarismo se non addirittura libertinismo, permissività se non addirittura permissivismo a uso interno, per le civiltà dei Padroni del Mondo o che tali si ritenevano; e, al contrario, subordinazione e oppressione esercitata sugli altri popoli.
Ebbene: la pandemia ha avuto sulla società civile del mondo l’effetto che, nella fiaba di Andersen, è ottenuto dal grido del bambino che si è fatto incantare dalle affabulazioni “ideologiche” e, dinanzi allo spettacolo del re che si pavoneggia nella sua nudità effettiva ma inosservata perché registrata da occhi annebbiati dalla menzogna, ha potuto rompere l’incantesimo gridando semplicemente: “Il re è nudo!”. Questo “rompere l’incantesimo”, appunto, è quel che Max Weber ha chiamato “disincanto”. E il disincanto, presentando il quadro dell’eccezione, richiama quel che Carl Schmitt ci ha insegnato parlando del rapporto tra “eccezione” ed “emergenza”. Il potere correttamente esercitato è quello che sa affrontare l’eccezione rappresentata dall’emergenza.
La società del profitto e dei consumi ha invece avuto, negli ultimi decenni, molti cantori che l’hanno descritta in termini idilliaci: un po’ come i teorici politici statunitensi convinti che il benessere del mondo e quindi l’affermarsi d’una società giusta vadano di pari passo con la puntuale ricerca di ciò che sta nell’interesse degli Stati Uniti d‘America. Pensiamo all’iperliberista von Hayek nella finanza, all’iperprogressista Rodney Stark nella sociologia. Cantori che hanno composto poemi interi come variazione d’una musica già composta nel Cinquecento da Giovanni Calvino: il successo e la prosperità in questo mondo sono segno di elezione divina. I frutti di questa Weltanschauung sono stati descritti con esattezza impeccabile nelle pagine dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. E sono stati opposti a quelle rosee speranze.
Ma il rude linguaggio parlato dal Coronavirus ha risposto adeguatamente a tutte queste menzogne. Fornendo tre ordini di risposte di adamantina semplicità. Primo: lo stato sociale, il welfare state tanto odiato, disprezzato e svillaneggiato da legioni di liberal-liberisti delle ultime generazioni si è rivelato viceversa provvido e opportuno, pur essendo stato quasi del tutto smantellato nel mondo; se confrontiamo come ha retto l’Europa, dove brandelli di esso erano rimasti in piedi, rispetto agli Stati Uniti d’America che spendono miliardi e miliardi in armamenti nucleari ma dove poi si è costretti a far dormire i contagiati in aree di parcheggio a cielo libero, la risposta non può non essere ovvia. Secondo: lo stato sociale implica il ritorno al primato della politica – e quindi il ritorno alla politica dei cittadini più preparati, quelli che negli ultimi tempi hanno lasciato il posto agli aspiranti Chief Executive Officiers (CEO) disponibili a infoltire i ranghi degli pseudopolitici compito dei quali è occupare ruoli istituzionali dai quali eseguire gli ordini imposti loro da chi li gestisce – e quindi alla sua forza decisionale. Terzo: tale forza dovrà sapersi esprimere in termini di scelte di priorità, quindi di programmazione (è ad esempio ragionevole e opportuno che gli ospedali italiani restino a corto di respiratori, quando il costo di un migliaio di essi è inferiore alla cifra che noi dovremmo spendere per un solo reattore militare F-35 che ci servirà per andar a fare la guerra “in conto terzi” contro quelli che i governi USA c’indicheranno attraverso la catena di comando della NATO?).
E questo ritorno della politica e alla politica è tanto più necessario e urgente quanto più il Coronavirus ci ha insegnato un’altra realtà: che cioè la nostra società, come sempre accade nelle società complesse, non sta andando affatto in quella direzione beatamente ludica che molti di noi (non solo giovanissimi) ritenevano fino ad ieri, una società nella quale tutto era permesso, una società di diritti totali e generalizzati nei quali fosse soltanto, come si diceva nel Sessantotto, “vietato vietare”. Nossignori. Abbiamo finto o creduto o sognato di vivere in una società del genere in quanto eravamo vittime della stessa forma di illusione magica di Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Il paese dei Balocchi dove tutti fanno quello che vogliono perché hanno il diritto di farlo – quale paese nel quale credono di vivere ancora troppi italiani, non solo bambini o ragazzi o giovanissimi –, semplicemente non esiste: perché non c’è diritto personale che non si rifletta su tutti gli altri e perché non c’è diritto che non comporti come controfaccia un dovere. Molti di noi, non solo ragazzi, se ne sono accorti ora per la prima volta da quando sono stati obbligati a restar chiusi in casa loro: e qualcuno, istericamente, ha paragonato questa situazione a una “guerra”.
No: non c’è nessuna guerra in atto. Siamo solo dinanzi a un’esplicazione più chiara di una realtà della quale avremmo dovuto renderci conto da molto tempo. Perché chiunque di noi ha una carta di credito, un cellulare e un computer – tre semplici accessori-base del modo di vivere odierno – ha imparato negli ultimi tempi di poter essere seguito, monitorato, pedinato e sorvegliato in qualunque momento della sua vita. Il mondo non sta andando verso forme sempre più ampie e perfette di libertà individuale, anche se e quando tale può essere l’apparenza: esso va sempre più verso forme di concentrazione e di gerarchizzazione della ricchezza, del sapere, della capacità di muoversi di decidere e di pensare. Siamo ben oltre Orwell. E a chi, spaventato da questa prospettiva, si chiederà che cosa avrebbe mai potuto realizzare Hitler se avesse vinto la guerra, bisogna rispondere con una domanda: quante volte è accaduto nella storia del genere umano che Hitler (lo Hitler del momento) abbia vinto una guerra? Probabilmente quasi sempre.

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https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-potere-e-l-emergenza

ItalExit, la metà degli italiani ora la vuole: perché vale la pena insistere

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ItalExit, i numeri prendono forma

Il 49% degli italiani uscirebbe, ora e subito, dall’UE. Un dato che non sorprende e che forse è anche sottostimato, specialmente se incrociato con altri diffusi nelle ultime settimane con messaggi più indiretti. E che aumenta del 20% il numero dei “ribelli” rispetto ai sondaggi precedenti.

ItalExit? Di certo, “non ci fidiamo più dell’UE”

Questo dicono altri sondaggi, che non pongono la domanda direttamente, ma chiedono sostanzialmente agli intervistati opinioni sull’Unione Europa. Profuma anche di ItalExit quello pubblicato da Repubblica, dove il 70% degli intervistati afferma di avere “poca o nessuna fiducia” nelle sedicenti istituzioni di Bruxelles.

Solo un paio d’anni fa, percentuali simili erano pura fantascienza. Sorge il più grande dei problemi, trovare interlocutori politici che possano essere interessati al salto dell’ItalExit. Ad affrontarlo a muso duro. E di primo piano, non Borghi e Bagnai, con tutto il dovuto rispetto.

Ostaggi di un Feudo, quello europeista

La netta maggioranza (quasi il 70%) dei delusi di tutti i sondaggi di opinione sull’UE delle ultime settimane (di cui quello sopra riportato mostra soltanto l’ultima rappresentazione), in cui la stessa Bruxelles è esplicitamente dichiarata come nemica o simbolo di qualcosa che ci ha condotto verso la rovina, oltre che una presumibile sottostima dei “no UE” (futile spiegare il motivo), diremmo che la consapevolezza nella popolazione c’è.

E si potrà stabilizzare se ci porteranno alla fame come, sembra, vogliano.

Siamo prigionieri da 50 anni di un Feudo (proveniente da sinistra) che non ha mai rappresentato la maggioranza del popolo italiano: in compenso l’ha sempre circuita, vilipesa, condizionata in ogni modo verso il baratro.

La Libertà da loro è, da oggi in poi, la nostra guerra culturale patriottica.

(di Stelio Fergola)

DA

https://oltrelalinea.news/2020/04/13/italexit/amp/

Bilderberg sceglie l’Italia: dal 7 al 10 giugno a Torino si riunisce il club fondato da Rockefeller

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La 66esima riunione di Bilderberg si svolgerà dal 7 al 10 giugno a Torino. 128 partecipanti provenienti da 23 nazioni hanno confermato la loro presenza. Tra gli italiani John Elkann; il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi; la giornalista Lilli Gruber; gli economisti Alberto Alesina e Mariana Mazzucato; il direttore di Limes Lucio Caracciolo; la senatrice a vita Elena Cattaneo; il Ceo Vodafone Vittorio Colao, Giampiero Massolo di Fincantieri, il cardinale Pietro Parolin

Torino ospiterà dal 7 al 10 giugno la 66esima riunione del Gruppo Bilderberg, l’esclusivo club fondato da Rockefeller nel 1954. 128 personalità, in rappresentanza di 23 Paesi, hanno già confermato la loro presenza. Si tratta di leader politici, esperti di industria, finanza, del mondo accademico e dei media. Nell’elenco dei partecipanti figurano anche nove italiani: il presidente di Fca ed Exor, John Elkann; il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi; la giornalista Lilli Gruber; gli economisti Alberto Alesina e Mariana Mazzucato; Il presidente di Fincantieri Giampiero Massolo, il direttore di Limes Lucio Caracciolo; la senatrice a vita Elena Cattaneo; Ceo di Vodafone Group, Vittorio Colao. A questi si aggiunge il segretario dello Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Nell’elenco dei presenti compaiono, anche, l’ex presidente della Commissione europea José M. Durao Barroso, l’ex primo ministro francese Bernard Cazeneuve, l’americano Henry Kissinger, il generale statunitense David Petraeus, il primo ministro olandese Mark Rutte. Tra gli argomenti chiave in discussione quest’anno: – Populismo in Europa – La sfida della disparità – Il futuro del lavoro Intelligenza artificiale – Gli Stati Uniti prima delle elezioni medio termine – Libero scambio – La leadership mondiale degli Stati Uniti – Russia – Computer quantistico – Arabia Saudita e Iran – Il mondo “post-verità”    Che cos’è il Bilderberg Fondato nel 1954, la riunione di Bilderberg è una conferenza annuale destinata a promuovere il dialogo tra l’Europa e l’America del Nord. Ogni anno sono invitati a partecipare tra 120 e 140 leader politici ed esperti dell’industria, delle finanze, del mondo accademico e dei media. Circa due terzi dei partecipanti vengono dall’Europa e il resto dall’America del Nord; circa un quarto sono politici e rappresentanti del governo, il resto viene da altri settori.   La conferenza è un forum per discussioni informali sulle questioni fondamentali che e il mondo si trova ad affrontare. Le riunioni si svolgono secondo la Regola di Chatham House, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non può essere rivelata né l’identità né l’affiliazione del relatore (o dei relatori), né qualsiasi altro partecipante. Grazie alla natura privata della conferenza, i partecipanti non sono vincolati dalle convenzioni dei loro uffici o da posizioni già concordate. Date queste premesse, i partecipanti possono prendersi il tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee. Non c’è alcun risultato auspicato, non vengono presi verbali e non viene scritta alcuna relazione. Inoltre, non vengono proposte risoluzioni, non si procede a votazioni e non vengono rilasciate dichiarazioni programmatiche. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Bilderberg-sceglie-Italia-dal-7-al-10-giugno-Torino-club-fondato-da-Rockefeller-584cdab6-3ffd-489a-9589-47436c5b2bd3.html

 

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I 4 consigli della Card. Newman Society

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Le scuole cattoliche hanno dovuto adattarsi alle sfide delle misure di isolamento preventivo contro il COVID-19, ma hanno l’ulteriore sfida di mantenere le caratteristiche che rendono l’educazione cattolica un’alternativa ideale per i genitori.
Per aiutare le istituzioni, la Cardinal Newman Society degli Stati Uniti ha tenuto un webinar gratuito e pubblicato una guida con suggerimenti per mantenere l’identità cattolica anche nell’istruzione a distanza.
“In questo momento di ansia e isolamento, il carattere speciale delle scuole cattoliche è più importante che mai”, ha affermato Patrick Reilly, presidente e fondatore della Cardinal Newman Society. Per gli esperti di questa stessa organizzazione Denise Donohue e  Dan Guernesey, l’educazione a distanza deve mantenere i pilastri che identificano chiaramente le istituzioni di ispirazione cattolica: comunità, preghiera,  formazione integrale e creazione di una visione del mondo cattolica.
La prima dimensione, la comunità, si riferisce alla costruzione di un ambiente in cui “vengono trasmesse le nostre tradizioni, valori e credenze cattolici”.
Il senso di comunità viene mantenuto attraverso una più stretta comunicazione tra insegnanti e dei genitori, utilizzando i mezzi disponibili come e-mail, chiamate o videochiamate.
Mantenere la preghiera e la vicinanza ai sacramenti è una sfida durante questa pandemia.
La Cardinal Newman Society ha suggerito di iniziare le lezioni virtuali con una preghiera e invitiato le famiglie a dedicare abbiano un posto dedicato al culto divino il tempo adeguato.
Negli spazi delle classi virtuali, inoltre, dovrebbero essere ricercate le stesse caratteristiche delle aule delle scuole cattoliche. “I genitori dovrebbero essere incoraggiati a imitare la struttura fisica della scuola. Stanze ben illuminate e silenziose, immagini cattoliche e spazi per la preghiera”.
Per promuovere una formazione completa, gli esperti hanno raccomandato di collegare il contenuto accademico con lezioni sulla virtù o sulla fede, al fine di generare domande essenziali che aiutino i genitori a partecipare alla formazione, aiutando a comprendere i concetti attraverso il dialogo e gli esempi.
Altra preoccupazioni che le scuole cattoliche dovrebbero perseguire sono i “pericoli di costringere gli studenti a sedersi davanti a uno schermo per gran parte della giornata”.
Gli esperti raccomandano di usare il più possibile testi fisici e di cooperare tra insegnanti per “quantificare, coordinare e razionalizzare il tempo davanti allo schermo” come “opera di misericordia corporale verso i poveri studenti”.
L’ultimo pilastro, ma non come importanza, è l’insegnamento di una visione del mondo cattolica. “L’educazione cattolica non solo insegna materie secolari come le altre scuole, ma impartisce anche una visione cristiana del mondo, della vita, della cultura e della storia, ordinando l’intera cultura umana alla notizia della salvezza”, hanno chiesto gli esperti della Cardinal Newman Society.
È stata raccomandata la lettura di classici cattolici a casa e, soprattutto, l’offrire una testimonianza cristiana agli altri familiari nel mezzo della pandemia.

MATTEO ORLANDO

Taiwan ha sconfitto il Covid-19. Ma il suo modello imbarazza l’Oms

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Un successo che imbarazza il mondo. È questo il peso che Taiwan è costretto a sopportare da quando ha iniziato la sua battaglia contro il nuovo coronavirus. La piccola isola, considerata dalla Cina una “provincia ribelle”, ha dato una lezione al pianeta intero. Anche a quei governi che non la riconoscono da un punto di vista diplomatico preferendole Pechino.

I numeri d’altronde parlano chiaro. L’ultimo bollettino dei contagi è emblematico: appena tre nuovi casi per un totale di 385 e appena 6 decessi. Come ha fatto Taiwan a ottenere simili risultati? Innanzitutto Taipei si è mossa subito con prontezza, senza perdere tempo in inutili formalismi burocratici. Dopo di che la sua macchina organizzativa ha funzionato alla perfezione, ricordando, per efficienza, il modus operandi sudcoreano.

Repubblica ha sottolineato come Taiwan abbia 24 milioni di abitanti (cioè poco meno del Nord Italia) e soltanto pochi centinaia di pazienti infetti. Come se non bastasse, l’isola si trova a due passi dalla Cina, Paese dal quale è partita l’epidemia di Covid-19. Dulcis in fundo, Taipei ha saputo gestire la crisi sanitaria senza ricorrere ad alcun lockdown.

La ricetta di Taiwan

Scuole, negozi, aziende. Niente si è fermato a Taiwan, il cui modello di contenimento dovrebbe essere analizzato al pari di quello messo in campo da Corea del Sud e Cina. Eppure il successo di Taipei è eclissato dalla storia di questo stesso Paese. Taiwan è la Cina democratica, la stessa la cui indipendenza non è riconosciuta dalla Repubblica Popolare cinese e da quasi tutte le nazioni, a eccezione di una ventina di governi. La “provincia ribelle”, inoltre, non fa parte neppure dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sempre per i veti di Pechino.

Tralasciando la geopolitica, vale la pena concentrarsi sulla ricetta del successo costruita da Taiwan. Lo scorso 31 dicembre il Paese ha iniziato a monitorare i viaggiatori provenienti da Wuhan; l’8 febbraio ha invece chiuso i confini ai cittadini cinesi. Taipei ha poi delegato il tutto a un Centro di comando anti epidemia, che ha avviato i protocolli creati dopo l’emergenza Sars, epidemia scoppiata a cavallo tra il 2002 il 2003.

Senza indugi, le misure sono state comunicate ai cittadini. Le aziende hanno ricevuto l’ordine di incrementare la produzione di mascherine; applicazioni e big data hanno fatto il resto, tracciando i soggetti contagiati e controllando che i pazienti a rischio restassero chiusi in casa. Morale della favola: pochi casi e niente quarantene di massa.

L’imbarazzo dell’Oms

Di fronte al successo sanitario di Taiwan, l’Oms è sembrata in imbarazzo. Come riconoscere di fronte al mondo intero gli ottimi risultati conseguiti da Taipei nella lotta contro il Covid-19 senza scatenare le ire di Pechino? Difficile se non impossibile. E allora giù il sipario sulla “provincia ribelle”.

Nel frattempo l’Oms è finita nel mirino dei media americani e degli stessi Stati Uniti. Il motivo? Essere troppo sinocentrica. Tra le tante accuse mosse nei confronti di questa organizzazione c’è il peccato madre di non aver dichiarato all’istante l’epidemia di nuovo coronavirus un’”emergenza sanitaria internazionale”. A detta di molti esperti, così non è stato fatto “per non fare un torto a Pechino”.

Dal canto suo il governo di Taiwan ha accusato l’Organizzazione mondiale della sanità di non aver risposto tempestivamente alle sue richieste di chiarimento. Per Taipei, l’Oms “gioca sulle parole” e non ha fornito le risposte sulla trasmissibilità del virus fra le persone. Secondo Taiwan, questo approccio l’ha privata delle informazioni indispensabili. Ricordiamo che a marzo Taipei ha detto di non aver ricevuto alcuna risposta dall’OMS a una richiesta di informazioni sull’epidemia di Wuhan, il 31 dicembre, compresa la possibilità di trasmettere il virus tra le persone. L’Oms si è difesa dicendo che l’e-mail ricevuta non menzionava la trasmissione da uomo a uomo.

Pasticcio Mes, il premier Conte a reti unificate contro l’opposizione

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Poco prima dell’ora di massimo ascolto televisivo ieri sera Giuseppe Conte è apparso agli italiani a reti unificate. Per dire in modo sbrigativo quello che sapevano già: resterà tutto chiuso o quasi fino al prossimo 3 maggio compreso. E infatti non gli interessava quell’argomento, perché subito il premier ha usato lo straordinario spazio televisivo a disposizione per lanciare un attacco violento a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, accusati di “indebolire l’intera Italia”. Lo ha detto con rabbia e grande nervosismo, perché il premier aveva passato una brutta nottata e una pessima giornata dopo quel he era accaduto la sera prima all’Eurogruppo.

L’Italia e lui personalmente erano usciti umiliati dal vertice europeo da Germania e Olanda che si erano opposte ad ogni ipotesi di coronabond e si erano arroccate sull’utilizzo del Mes per concedere prestiti ai paesi che ne avevano bisogno. Solo con le condizioni statutarie per cui Conte finirebbe commissariato in caso di aiuti al sistema economico, e in versione più leggera per finanziare le spese nel settore sanitario (che l’Italia sta facendo con acquisti importanti proprio in Germania). Una debacle su cui naturalmente avevano soffiato sul fuoco sia Salvini che la Meloni, come è abbastanza scontato che faccia l’opposizione. Ma cui stava traballando in maniera molto più seria e pericolosa per la stabilità della poltrona dello stesso Conte il Movimento 5 stelle.

Comprensibile il nervosismo del premier, certo non aiutato dagli ingenui e trionfali cinguettii sull’accordo della sera prima del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri e del commissario italiano Paolo Gentiloni. Così ieri il premier ha usato la diretta a reti unificate per cercare di risolvere il suo personale problema. Ha sconfessato Gualtieri e Gentiloni dicendo le cose che volevano sentirsi dire i grillini: che il ricorso al Mef non sarà mai da lui firmato. Ma il Movimento stelle da tempo è abituato alle bugie del premier, e non si fida più della semplice parola. Così ha dovuto scaldare gli animi con un attacco violento ai leader di opposizione, attribuendo a Salvini e alla Meloni l’ideazione del Mes nel 2012, sostenendo che entrambi erano al governo e addirittura la leader di Fratelli di Italia ministro di quell’esecutivo. Una balla grossa come una casa: il governo era quello di Mario Monti, la Meloni non era ministro, Fratelli di Italia non esisteva ancora e la Lega votò contro il Mes in Parlamento. Ma al premier importava mica della verità, solo di…

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/04/11/news/giuseppe-conte-conferenza-stampa-diretta-oggi-decreto-discorso-opposizioni-mes-menzogne-giorgia-meloni-matteo-salvini-1313092/

BILL GATES E I CERTIFICATI DIGITALI

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A seguito della proposta di Bill Gates di “certificati digitali” che dimostrino che una persona è stata vaccinata contro il coronavirus, il procuratore generale americano William Barr ha dichiarato di essere “molto preoccupato per il terreno scivoloso che ciò rappresenta in termini di invasioni continue sulla libertà personale”.

“Alla fine avremo alcuni certificati digitali per mostrare chi è guarito o è stato testato di recente o, quando avremmo un vaccino, chi lo avrà ricevuto”, aveva ipotizzato il fondatore di Microsoft. Barr, invece, ha spiegato di essere preoccupato per “il monitoraggio delle persone e, in generale, soprattutto perché si potrebbe andare avanti per un lungo periodo di tempo”. Tuttavia, “i passaggi appropriati e ragionevoli vanno bene”, ha detto Barr.

La Reuters ha affermato che Bill Gates non ha suggerito di impiantare “capsule nell’uomo” ma la creazione di una piattaforma digitale open source con l’obiettivo di ampliare l’accesso a test sicuri a domicilio”.

Tuttavia, come indicato in un articolo di Scientific American solo pochi mesi fa, la Bill & Melinda Gates Foundation ha finanziato la ricerca del Massachusetts Institute of Technology che ha suggerito di incorporare i registri dei vaccini “direttamente nella pelle” dei bambini: “Insieme al vaccino, al bambino verrebbe iniettato un po’ di colore invisibile ad occhio nudo ma facilmente visibile con uno speciale filtro per cellulare. La tintura dovrebbe durare fino a cinque anni, secondo i test finora svolti sulla pelle di maiale e di topo e sulla pelle umana in vitro”.

Negli ultimi anni, attraverso la sua fondazione, Gates ha investito miliardi di dollari in vaccini. Durante una recente intervista alla CBS ha affermato che la vita dopo COVID-19 non sarà la stessa “per qualche tempo” o almeno fino a quando la popolazione non sarà “ampiamente vaccinata”. Ha predetto che la paura della gente per le grandi riunioni pubbliche rimarrà per almeno 18 mesi. “La nostra fondazione lavora molto sulla diagnostica e sui vaccini”, ha affermato Gates. I produttori di vaccini sono quelli “che possono davvero riportare le cose in pista”, ha affermato. 

Gates, un sostenitore dell’aborto e un sostenitore del controllo della popolazione, in passato ha parlato di come anche i vaccini possano avere un ruolo nella riduzione della popolazione mondiale.

“Se facciamo un ottimo lavoro sui nuovi vaccini, sull’assistenza sanitaria e sui servizi di salute riproduttiva, abbasseremo la popolazione del 10-15 percento”, aveva detto in una conferenza TED nel 2010.

Negli Stati Uniti molti genitori temono che qualunque sia la vaccinazione contro il coronavirus che sarà sviluppata diventerà obbligatoria, annullando qualsiasi obiezione basata sui diritti dei genitori, motivi di salute o preoccupazioni religiose. In particolare creano problemi morali tutti quei vaccini, e sono molti, che vengono prodotti utilizzando cellule di bambini abortiti. E almeno due vaccini in lavorazione per combattere il Coronavirus li utilizzano. 

 

MATTEO ORLANDO

Eurogruppo, raggiunto accordo

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Lo ha annunciato Il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni, dopo la fine della videoconferenza Eurogruppo.

“Eurogruppo ha trovato l’accordo. Un pacchetto di dimensioni senza precedenti per sostenere il sistema sanitario, la cassa integrazione, la liquidità alle imprese e il Fondo per un piano di rinascita. L’Europa è solidarietà”, ha dichiarato Gentiloni in un messaggio su Twitter.

“Messi sul tavolo i bond europei, tolte dal tavolo le condizionalità del Mes. Consegniamo al Consiglio europeo una proposta ambiziosa. Ci batteremo per realizzarla”, ha scritto su Twitter il ministro dell’Economia, Gualtieri.

Chiarezza dal ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire che ha twittato: “Ottimo accordo tra i ministri delle finanze europei sulla risposta economica al Coronavirus: 500 miliardi di euro disponibili immediatamente. In arrivo stimoli finanziari. Europa decide e resiste alla gravità della crisi”.

“Il solo requisito per accedere alla linea di credito del Mes sarà che gli Stati si impegnino a usarla per sostenere il finanziamento di spese sanitarie dirette o indirette, cura e costi della prevenzione collegata al Covid-19. La linea di credito sarà disponibile fino alla fine dell’emergenza. Dopo, gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo, inclusa la flessibilità”, così si sottolinea nelle conclusioni dell’Eurogruppo citate dall’Ansa.

In precedenza ieri il parlamento dell’Olanda ha approvato due risoluzioni che chiedono al governo del loro paese di non accettare gli eurobond e di continuare a proporre l’uso del Mes per gli Stati che avranno bisogno di fondi.

Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano ha attaccato l’Olanda ricordando come sia un paradiso fiscale in Europa che sottrae risorse agli altri partner europei detassando dividendi e royalties delle imprese straniere che passano la loro sede ad Amsterdam (come fece Fca sotto l’era Marchionne).

Anche la Merkel oggi ha affermato che il suo paese respinge le richieste dell’Italia per gli eurobond comuni.

DA

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