C’è una gara in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i suoi ministri, i collaboratori, gli scienziati, i leader politici, i vari commissari stanno cercando ognuno di rubare il primato dell’altro: quella delle bugie.
Ne hanno rifilata una dietro l’altra agli italiani, e appena sospettano di essere stati pizzicati perché la verità viene a galla, ecco lanciare in pasto qualche altra mirabolante novità per distrarre i poveretti. Come ieri quando in migliaia sono corsi agli sportelli bancari per avere quel finanziamento da 25 mila euro con garanzia dello Stato totale che era stato promesso loro rapidissimo senza istruttoria. A forza di essere bersagliati dalla raffica di balle che proviene dal governo e che stordirebbe perfino un Mike Tyson mettendolo al tappeto, molti piccoli imprenditori erano convinti di tornare a casa in famiglia ad annunciare: «Non fallisco, ecco qui i soldi. Possiamo tirare avanti e sperare». Si sono trovati davanti una muraglia cinese come avevamo tentato di spiegare ieri leggendo l’incredibile modulo che dovevano compilare e nessuno ieri sera aveva un solo centesimo in più in tasca. In compenso qualcuno ha realizzato che quei 25 mila euro facili facili non sono, perché molte banche li rendono alternativi ai fidi già esistenti, e i tassi di interesse applicati a quei prestiti non sono affatto di favore, tanto che l’aiuto dato dallo Stato diventa perfino poco concorrenziale rispetto a quelli degli strozzini che in queste settimane stanno facendo i saldi. Ma si capisce, quando lo Stato non esiste e ti racconta una balla dietro l’altra, si apre una prateria per la criminalità organizzata pronta a fare capire che dal governo centrale non debbono aspettarsi nulla, ma c’è chi pensa ad aiutare la povera gente e a salvare quel bar, quel ristorante, quella pizzeria e quel negozietto che altrimenti andrebbe gambe all’aria.
Vogliamo fare una tragica scommessa? Alla fine di questa storia a Nord come a Sud interi settori commerciali passeranno in mano alle varie mafie, che ne assumeranno la proprietà lasciandone la gestione agli attuali esercenti una volta che i prestiti non potranno essere restituiti. Saranno stati Conte e i suoi ministri a mettere in mano alle mafie una fetta consistente della economia italiana.
Stessa cosa purtroppo sta accadendo a livello locale, dove anche Nicola Zingaretti e la Regione Lazio si stanno comportando esattamente come il governo centrale: solo promesse che alla prova dei fatti si rivelano false. D’altra parte se i due stanno insieme è perché si sono trovati, e sembrano proprio fatti della stessa pasta: hanno combinato disastri grandi come una casa (Zinga e la sua squadra del Pd hanno provocato il tracollo epidemiologico della Lombardia con i loro apertivi a la page secondo il virologo Andrea Crisanti), poi senza mai chiedere scusa sono diventati campioni nel rovesciare le proprie responsabilità su altri. L’identico copione si sta vedendo in scena con gli aiuti economici della Regione Lazio. Se quelli di Conte chiedono di superare la muraglia cinese, i 10 mila euro promessi da Zingaretti si perdono in un labirinto inestricabile: quelli degli annunciati quattro passaggi con cui compilare la domanda di soldi partendo dal sito «Fare Lazio». Ci si perde in passaggi e richieste di documentazione infinita per non arrivare mai al traguardo: da giorni ci provano inutilmente centinaia di piccoli imprenditori che ce lo hanno segnalato sommergendoci di documenti e di fotografie dello schermo del loro computer durante la pratica impossibile.
Al festival della panzana di Stato partecipa allegramente l’allegra armata Brancaleone che Conte ha messo alla guida dell’emergenza sanitaria: presidenti ed ex dell’Istituto superiore della sanità, dirigenti della protezione civile fino al commissario Domenico Arcuri. Negli ultimi tempi si sono specializzati nel non raccontarla giusta sulla famosa «app» per tracciare i malati e individuare tutti quelli da loro frequentati. Più che un’applicazione da scaricare sul telefonino, l’estremo cappio al collo degli italiani che saranno privati così anche a lungo termine delle libertà costituzionali tolte loro in questo mese e mezzo. Dopo avere detto che la app era anonima e volontaria, giorno dopo giorno svelano che anonima non è (certo, se deve trovare chi è entrato in contatto con i malati ne deve conoscere nome, cognome, numero di telefono e indirizzo di casa e ufficio) e che volontaria si fa per dire, perché chi non accetterà di usarla non sarà restituito alla libera vita di ogni giorno. Se pensano di metterci in prigione con una firma del signor Arcuri o al massimo una firmetta di un dpcm di Conte, si sbagliano davvero di grosso.
Trump scatenato contro i globalisti. Il presidente Donald Trump ha affermato sabato che la più grande eredità che il coronavirus lascerà agli Stati Uniti è che questi ultimi non avrebbero dovuto fare affidamento sulla Cina per le loro catene di approvvigionamento. “Abbiamo imparato molto sulle catene di approvvigionamento”, ha affermato Trump. “Abbiamo imparato che è bello fare cose negli Stati Uniti, lo dico da molto tempo”. Il presidente ha discusso la questione durante il briefing stampa della Casa Bianca, ricordando come la dipendenza americana sia nata dai pessimi accordi commerciali siglati nell’era Obama.
“Se c’è una lezione utile che viene dal Coronavirus” è che “dovremmo produrre di più negli Stati Uniti”, ha detto. Trump ha promesso che come candidato sarà duro con la Cina e ha ricordato l’accordo commerciale siglato con Pechino. “Cosa succede quando sei in guerra e hai una catena di approvvigionamento in cui la metà delle tue forniture viene prodotta in altri paesi?”. Questo, ha sottolineato, “lo hanno pensato i globalisti e non funziona”.
Trump contro l’Oms: dipende troppo da Pechino
Si può discutere a lungo di come il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia gestito l’emergenza Covid-19. Probabilmente male, come peraltro molti altri leader (compreso il nostro Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con buona pace del “Modello Italia”). Ma su una cosa non ha del tutto torto: criticare l’Oms. Nei giorni scorsi, infatti, il presidente Trump ha rilanciato, come riporta l’agenzia Agi, il suo attacco contro l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dopo aver sospeso ii finanziamenti Usa in attesa dall’esito dell’inchiesta di Washington sulla risposta al coronavirus. Il presidente ha accusato l’Oms di essere “uno strumento cinese”, così come l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). “Hanno trattato gli Usa molto male a favore della Cina”, ha rimarcato Trump, e sui finanziamenti all’Oms “decideremo presto”.
Trump ha accusato inoltre l’Oms di aver ignorato Taiwan. “Perché l’Oms ha ignorato un’e-mail di funzionari sanitari di Taiwan alla fine di dicembre che li avvisava della possibilità che il Covid-19 potesse essere trasmesso tra esseri umani?”, ha scritto Trump su Twitter. “Perché l’Oms ha fatto diverse affermazioni sul Covid-19 che erano inesatte o fuorvianti a gennaio e febbraio, mentre il virus si diffondeva a livello globale? Perché l’Oms ha aspettato il tempo necessario per intraprendere azioni decisive?”, ha aggiunto il tycoon.
I leader mondiali – tra cui Angela Merkel – hanno preso le distanze da Trump e dalle sue critiche all’Oms. Altri, come il premier giapponese Shinzo Abe, non hanno risparmiato critiche all’organizzazione. “In questo momento – ha detto Abe – dobbiamo sostenere pienamente l’Organizzazione mondiale della sanità. Tuttavia, è vero che ci sono problemi e questioni. Penso sia necessario valutarli una volta finita l’epidemia di coronavirus”.
Sarebbe pronta una bozza di legge in 18 articoli dove si parla della regolarizzazione degli immigrati tramite una “dichiarazione di emersione dei rapporti di lavoro”
Con il passare dei giorni sembra sempre più probabile la regolarizzazione di centinaia di migliaia di immigrati presenti in Italia. Il motivo dietro questa decisione, che di sicuro potrebbe creare tensione tra i partiti di maggioranza ed opposizione, sarebbe legato alla difficoltà di procedere con il raccolto a causa dell’emergenza coronavirus.
I braccianti stagionali europei, infatti, sono andati via dal nostro Paese con l’aggravarsi della crisi sanitaria. Terreni e serre, però, non possono aspettare tempi migliori. E così, come racconta il Corriere della Sera, in questo periodo segnato dal Covid-19 gli irregolari diventano appetibili per i raccolti. Tra i ministeri di Agricoltura, Lavoro, Interni,Economia e Giustizia starebbe circolando, per ora in via riservata, una bozza di legge in 18 articoli nella quale si parla esplicitamente della loro regolarizzazione tramite una “dichiarazione di emersione dei rapporti di lavoro”. All’articolo 1 sarebbe scritto che “al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori di agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura”, chi voglia mettere sotto contratto di lavoro subordinato “cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità” può presentare istanza allo sportello unico per l’immigrazione. Il contratto“non superiore a un anno” genera, dopo una serie di verifiche, un permesso di soggiorno, che può essere rinnovato tramite nuovi rapporti di lavoro.
Una regolarizzazione degli immigrati che potrebbe avvenire proprio mentre è in corso una proroga dei permessi di soggiorno in scadenza. L’ipotesi è reale. Basta seguire gli indizi sparsi qua e là. Giovedì nella sua informativa alle Camere, il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, ha dichiarato che gli irregolari in Italia “sono circa 600mila e vivono in insediamenti informali, sottopagati e sfruttati spesso in modo inumano”. Il ministro renziano, uno dei fautori della sanatoria per gli immigrati, ha anche spiegato ai parlamentari di ritenere “fondamentale nella fase emergenziale regolarizzare gli extracomunitari che ricevano offerte di lavoro… o è lo Stato a farsi carico della vita di queste persone o sarà la criminalità a sfruttarla”.
Non ha parlato apertamente di sanatoria ma il concetto è sostanzialmente è quello. Anche perché successivamente la Bellanova ha spiegato che le associazioni da Nord a Sud denunciano “una carenza di manodopera stagionale tra le 270 e le 350 mila unità”.
Secondo il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, lo scenario è particolarmente grave: “Rischiamo di perdere il 35% di ciò che c’è nei campi, e questo peserà poi soprattutto su chi è più povero”. La sua associazione ha stilato una mappa delle province più colpite da questa inaspettata emergenza. In queste aree lavorava quasi un terzo degli stagionali svaniti: Bolzano e Trento, per fragole, mele e uva; Verona con gli asparagi; Cuneo con pesche, kiwi e susine; Latina coi suoi ortaggi in serra; Foggia coi pomodori, i broccoli e i cavoli. Se non si procederà al raccolto sarà un disastro.
In Trentino, invece, mancano almeno 12 mila braccianti, in gran parte romeni, che rappresentano il 75% della forza lavoro. Addirittura è scesa in campo la diplomazia. La Coldiretti sta aprendo canali con l’ambasciata di Bucarest per convincere i romeni a tornare indietro nei “corridoi verdi”, quelli cioè in sicurezza.
Ma non tutti sono concordi sull’uso della manodopera di immigrati clandestini. Qualcuno, come il già citatoPrandini, spinge per i voucher e spiega che in un solo giorno la piattaforma di Coldiretti “Job in country” ha raccolto“più di 500 richieste di cassintegrati e disoccupati per venire a lavorare nelle nostre aziende” e ha aggiunto di essere sicuro che “in venti giorni possiamo avere migliaia di curricula e fare entrare i lavoratori con procedure più semplici. Abbiamo contro la Cgil, ma insistiamo. E comunque la sanatoria non va, è un tema politico e partitico, queste persone non in regola non è detto affatto che lavorino in un contesto agricolo, anzi”.
I sindacati, però, si sono schierati in maniera compatta contro l’uso dei voucher. In una lettera indirizzata al premier Conte a inizio aprile, i segretari confederali hanno messo nero su bianco la lo posizione: “Si tratta di uno strumento che precarizza il lavoro”. Sempre secondo il Corriere, l’articolo 7 della, al momento presunta, bozza di legge esclude dal provvedimento destinatari di espulsioni, condannati o soggetti pericolosi per la sicurezza dello Stato. Ma difficilmente ciò basterà a placare le tensioni politiche che un simile provvedimento produrrà.
Un incredibile fatto di sangue è avvenuto in Nuova Scozia, una delle province marittime a est del Canada, sul versante atlantico.
Un uomo armato, il 51enne Gabriel Wortman, è apparso ad un certo punto indossando una divisa della polizia ed ha cominciato a sparare all’impazzata uccidendo ben 16 persone, realizzando così la peggiore uccisione di massa, con armi da tiro, della storia degli ultimi 30 anni del paese nordamericano.
“Questo è uno degli atti di violenza più insensati nella storia della nostra provincia”, ha dichiarato Stephen McNeil, Premier della Nuova Scozia.
Daniel Brien, portavoce della Royal Canadian Mounted Police (Rcmp), ha confermato che oltre al sospettato sono 16 le persone risultate uccise.
Tra le vittime c’è anche un ufficiale della Polizia, Heidi Stevenson, madre di due figli e con 23 anni di servizio alle spalle. Anche un altro ufficiale è rimasto ferito. Tra gli altri uccisi, diversi corpi sono stati trovati all’interno e all’esterno di una casa nella piccola città rurale di Portapique, a circa 100 km a nord di Halifax, quella che la polizia ha definito la prima scena del fatto.
In merito al killer, le autorità ritengono che potrebbe aver deliberatamente individuato le sue prime vittime, prima di iniziare una serie di attacchi a caso. La Polizia non ha fornito ancora alcuna indicazione sui motivo del gesto e non ha ancora confermato l’azione solitaria dell’assassino.
“La ricerca del sospetto è terminata la mattina di lunedì 20 aprile quando il sospetto è stato localizzato e ucciso”, ha detto il sovrintendente capo della Rcmp Chris Leather. “I nostri ufficiali sono stati coinvolti nel conflitto a fuoco per porre fine alla minaccia”, hanno aggiunto dalla Serious Incident Response Team (Sirt), un gruppo indipendente che indaga sugli incidenti che coinvolgono le forze di Polizia della provincia canadese.
Il Sirt ha dichiarato che si è verificato uno scontro a Enfield, vicino all’aeroporto di Halifax. Sono state impiegato una mezza dozzina di veicoli della polizia intorno alla stazione di benzina dove il sospetto è poi morto. Adesso un nastro giallo della polizia circonda le pompe di benzina della stazione.
Le sparatorie di massa sono relativamente rare in Canada. Il paese ha revisionato le sue leggi sul controllo delle armi dopo le peggiori sparatorie di massa del 1989, quando Marc Lepine uccise 14 donne e poi lui stesso presso il college “Ecole Polytechnique” di Montreal.
È illegale possedere una pistola non registrata o qualsiasi tipo di arma a fuoco rapido in Canada. L’acquisto di un’arma richiede l’addestramento, una valutazione del rischio personale, due riferimenti, una notifica sponsale e controlli sui precedenti penali.
“Come paese, in momenti come questi, ci riuniamo per sostenerci a vicenda. Insieme piangeremo con le famiglie delle vittime e li aiuteremo a superare questo momento difficile”, ha dichiarato il Primo Ministro Justin Trudeau.
Tom Taggart, un consigliere che rappresenta Portapique nel comune di Colchester, ha affermato che la comunità è devastata. Nella comunità dove c’è una “suddivisione nei boschi dove le persone hanno acri di terreno lungo la riva”, Wortman possedeva tre proprietà. “È assolutamente incredibile che ciò è potuto accadere nella nostra comunità. Non avremmo mai immaginato che ciò potesse accadere qui”, ha detto Taggart.
Ce l’aveva con le ipotesi di riforma della giustizia, con la proposta di separare le carriere. Il ministro di allora, Castelli, giustamente ribatté: «L’indipendenza della magistratura non è in discussione, ma non lo è neanche quella del governo». Mi viene in mente questa scena di quasi vent’anni fa, perché ora siamo pronti alla medesima invasione di campo.
Con un bell’appello televisivo a Burioni, Rezza e Ricciardi: resistere, resistere e resistere agli arresti domiciliari. Gli illustri scienziati oggi sono intoccabili come i magistrati ieri. Con una differenza drammatica: il governo attuale è loro docile vittima. Sono i teorici, di fatto, del rischio zero, e gli spacciatori delle prossime paure. Attenzione alla seconda ondata, ammoniscono. Poco importa che solo fino a gennaio avessero sottovalutato la prima. Poco importa che i loro istituti non avessero piani pronti all’uso non dico per affrontare la pandemia, ma almeno una direzione unica sull’uso delle mascherine. Poco importa che nel loro campo specifico, la ricerca di soluzioni mediche, brancolino nel buio. Poco importa che molti loro colleghi, molto meno televisivi, dicano che la prossima ondata è tutta da dimostrare. Poco importa che i loro stipendi, così come le loro strutture, siano pagati da quelle fabbriche, da quegli artigiani, da quei commercianti, da quei professionisti che oggi (e per loro anche domani) devono rimanere a fatturato zero.
Loro sono là, con il loro resistere, resistere, resistere. E se ieri chi era contro l’operato di una piccola ma esibita parte della magistratura era di fatto un corrotto, oggi chi si oppone alla trimurti, alla trinità indù dei santoni del virus, è uno sciacallo e adoratore del «Dio Denaro» (il ministro Boccia dixit). Come se poi quel denaro non servisse a tenere in piedi, per dirne una, ospedali e assistenza. La scienza, come ci ha insegnato Popper e non Paperino, «si muove per congetture e confutazioni», eppure per i nuovi eroi del virus, essa appare infusa, acquisita per dono di Dio.
Quella stagione di iper-giustizialismo ha compromesso la nostra competitività. Abbiamo talmente incasinato le regole amministrative, commerciali e fiscali da rendere complicatissimo fare affari in questo Paese: abbiamo legiferato sulla patologia della possibile ed eventuale corruzione, non ragionando sulla sua fisiologica presenza. Per il ladrocinio di pochi corrotti abbiamo messo le catene a tutti. Oggi rischiamo altrettanto con ilgiustizialismo sanitario.
Per arrivare a rischio zero, una follia, metteremo un’ulteriore bardatura alla nostra attività privata. È già scritto. Non si piegano le evidenze scientifiche, finché rimangono tali, alle incompetenze della politica. Non ha senso, per essere pratici, contestare i vaccini su basi fantascientifiche.
Ma possiamo bene chiedere alla nostra trimurti di tornare nei propri laboratori, senza atteggiarsi più a santoni del virus. Ci hanno capito poco, e quel poco lo dicono con troppa arroganza.
Il manager litiga con il premier e indispettisce il Quirinale, a cui punta l’ex presidente della Bce
Caro direttore, il dopo Conte è già iniziato e nel risiko del potere è partita una nuova sfida, quella tra Colao e Draghi. Sullo sfondo le grandi alleanze che si vanno formando, da Washington a Londra, da Berlino al Vaticano. Con un convitato di pietra pronto ad intervenire, la Cina. Ad uscire sconfitto è «Giuseppi», asserragliato nella torre d’avorio di Palazzo Chigi con il valletto Rocco Casalino dopo aver riacceso, con mille decreti, la guerra del Governo contro Regioni e comuni. Ma se il buon giorno si vede dal mattino, Vittorio Colao, che ieri ha discusso per la prima volta molto animatamente proprio con il premier, neanche più al Quirinale, che l’ha fortemente voluto, sembra un generale all’altezza. Primo della classe, tanto puntiglioso quanto poco creativo, Colao è solo la contromossa di un gruppo di potere per cercare di rendere più difficile la corsa per Palazzo Chigi di Mario Draghi dove, peraltro, quest’ultimo non pensa proprio di andare, puntando direttamente al Quirinale.
Ma, a parte la narrazione entusiastica, chi sono gli sponsor e cosa faceva il super manager a Londra dopo che, in anticipo e certamente non per sua volontà, bensì per i non brillanti risultati, aveva lasciato Vodafone? Fondamentalmente andava in bicicletta per le campagne e si annoiava, il fondo General Atlantic non riusciva a sfamare il suo ego, convinto com’è di essere il nuovo Marchionne, del quale non ha mai dimostrato né la statura internazionale, né la necessaria conoscenza di un sistema complesso come quello italiano. A spingerlo nelle braccia di Mattarella, prima in funzione anti Conte e poi anti Draghi, è stata una manovra accerchiante che politicamente ha due nomi, Enrico Letta e Paolo Gentiloni, con l’appoggio di tutto un mondo cattolico, tra cui spiccano Massimo Tononi, ex presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Romano Prodi, i soliti Guzzetti e Bazoli e i consulenti di McKinsey che l’ha sempre sponsorizzato e che ora lui «ricambia», con forza, in ogni dove. In verità l’ex capo di Vodafone, logorato dalla mancanza di potere, non agognava altro che un rientro in Italia da protagonista, ma è caduto in una trappola infernale. Non essendo un cavallo di razza, è inciampato nello stesso ostacolo di vent’anni fa, quando Guido Roberto Vitale lo convinse ad andare a guidare, assicurandogli pieni poteri, Rcs MediaGroup. Allora, come oggi, si scontrò con una pletora di prime donne che non seppe gestire, finendo travolto per non aver mediato né con il direttore dell’epoca Paolo Mieli né con azionisti di peso come Marco Tronchetti Provera, Diego Della Valle e Cesare Geronzi.
Oggi, presiedere una squadra assurda sparsa per il mondo e di fatto non avere alcuna voce in capitolo, forse non era proprio quello che si era immaginato sentendosi già a Palazzo Chigi. Il contentino di inserire nel team un suo vecchio compagno d’arma, Giovanni Gorno Tempini, e Stefano Simontacchi, partner del potentissimo studio Bonelli Erede, – anche se il vero consigliori di Colao è l’avvocato Marcello Giustiniani, sempre dello stesso studio – gli fa rimpiangere i bei tempi delle «lectio magistralis», in cui professava una libera magistratura in un libero Stato, così come in Inghilterra. Qualcuno deve avergli fatto capire che nel Bel Paese non basta un passato militare per salvarsi dai PM e pertanto sta cercando prima di tutto un salvacondotto…
Tutto cambierà, tutto sta cambiando, tutto cambia. Si dissolve lentamente il mondo che conosciamo. L’avvento di questo virus non ha portato soltanto un numero spietato di uomini e donne seppellite senza un fiore, senza una lacrima, senza la dignità del trapasso. Nei nostri silenzi, mentre siamo chiusi nelle nostre scatole di sogni e cemento, un “cavallo di Troia” è stato messo davanti alle nostre porte. Mentre contiamo i giorni e le ore per tornare a vivere, lunghe mani e voci rassicuranti, stanno lavorando senza tregua per convincerci ad accogliere con il sorriso questo dono lasciato all’uscio. Non contiene uomini, non contiene soldati. E’ il “controllo” ciò che porteranno, che stanno portando, che hanno portato. In ogni ingranaggio della società.
E’ un’operazione preparata da qualche tempo. Nulla è casuale. Il virus ha solo velocizzato, in certi settori, un progetto avviato. Ha dato il grimaldello per un’attuazione più veloce e intrusiva nei tessuti sociali. Si è iniziato dal “quarto potere”: l’informazione.
Con l’avvento delle nuove forme di comunicazione tramite social network si è lasciato il “guinzaglio lungo” alle persone. L’apparente forma di liberazione dall’informazione mainstream, ha creato l’illusione di poter avere notizie non veicolate da partiti politici e gruppi di potere. Di conseguenza, la nascita di una miriade di giornali online più o meno professionali, più o meno equilibrati, che garantivano però una visione poliedrica della notizia stessa.
La libertà d’informazione, è un bene che non sappiamo e non abbiamo saputo difendere come si poteva e doveva. Dalla nascita di migliaia di siti civetta all’importazione del termine fake news, il tempo è stato un battito di ciglia. Un inglesismo che abbiamo subito fatto nostro, non rendendoci conto della pericolosità di questo termine. Di quanto possa essere una pietra tombale sulla verità dei fatti. Abbiamo iniziato a dar il beneficio del dubbio a notizie palesemente e provatamente false. Abbiamo allargato gli spazi di verità oltre la ragionevolezza, convinti che la verità non abbia confini. Una volta arrivati a questo punto di non ritorno, le stesse persone che hanno regalato metri di guinzaglio, hanno iniziato ad accorciare lo stesso. Un po’ alla volta. Le fake news sono diventate quindi centrali come concetto, abbattendo le evidenti sciocchezze che si manifestavano nel web. Ma era solo la parte iniziale del processo. Oggi, che anche gli ottantenni sanno il significato di “fake news”, i tempi sono maturi. Oggi, con l’esplosione del Covid 19, il concetto stesso di libera informazione è minato nelle fondamenta. Il “guinzaglio” si è stretto ulteriormente. Chi poteva non ha saputo o voluto dare, nemmeno nella violenza del momento, delle linee guida certe. Si è lasciato un popolo sconfinare nelle “verità” di virologi con diverse formazioni e diversi concetti. Ed è nel caos mediatico, che il “capolavoro” di qualcuno ha vita. Una pubblicità martellante, nelle reti Mediaset, ti raccomanda di affidarti all’informazione mainstream e ai suoi editori, viene creata una task force contro le fake news, nell’ambito dell’emergenza pandemica. Una squadra di docenti e ricercatori universitari, con tre giornalisti indirizzati a livello governativo che rappresentano: Repubblica, notoriamente in quota Pd. Fanpage, la cui società editrice gestisce anche la comunicazione dell’Inps in alcuni progetti. Open, il giornale di Enrico Mentana, rappresentata da un “debunker” che proviene dalla Casaleggio & associati. Una squadra di sceriffi ( che certificano in questo modo anche l’onestà intellettuale dei propri giornali ) con la pistola a salve, poiché non hanno nessun potere coercitivo sulle pagine web che mischiano fandonie e verità non accertabili. Operazione all’apparenza inutile ma, in realtà, l’ennesimo passo per avvicinarsi a quella che, tra non molto, racconteranno come una necessità: una commissione di vigilanza sull’informazione, con pieni poteri.
L’unica verità sarà quella dei media mainstream o di chi si è allineato per motivi di interesse. La verità, che può essere prismatica nella lettura, sarà bidimensionale. Avremo solo la facciata illuminata e un lato oscuro che sarà riservato alle “fake news”, che avranno un significato diverso, allargato. Non conterranno solo notizie spudoratamente false, saranno anche le diverse visioni dei fatti a non trovare più spazio nella verità ufficiale. Nonostante siano verità accertabili nelle fonti.
Sarà un cambiamento quasi impercettibile, per la maggior parte delle persone. Sarà questo cambiamento di tendenza nell’informazione ad aprire le porte ad altre forme di “controllo”: nella privacy violata da applicazioni che siamo e saremo costretti ad avere nei nostri telefoni. Applicazioni che tracceranno ogni nostro movimento, desiderio, necessità, pensiero. Una miniera d’oro per chi il potere lo gestisce. Nella magistratura leviatana, che darà un nuovo significato e nuovi confini alla parola criminalità. Una magistratura che vorrà, come lo vediamo in alcuni casi oggi, spazi di gestione e controllo sempre più ampi. Non per assicurare più sicurezza o più contrasto alle mafie, lo vorrà solo per avere fette di potere sempre più garantite e incontrastate.
Questo editoriale non è la narrazione di una nuova Matrix, non è fantascienza. Non è complottismo o settarismo da barzelletta. Non rientra nemmeno nella controinformazione. E’ solo analisi di un golpe “bianco”, uno dei tanti che abbiamo subito nel corso della storia d’Italia. Un golpe senza colpo ferire.
Non aprite quella porta, non fate entrare quel “cavallo di Troia”. Rimanete liberi per cercare una verità che si rivolga ai fatti, con tutte le narrazioni che volete, con tutte le sfaccettature con cui leggerete la realtà. Fate del realismo e della logica il vostro scudo e la vostra spada. La verità è un dono che ha un costo al mercato della vita. Alto. Va difesa, va cercata, va vissuta.
ESCLUSIVO: il Lombardo-Veneto sconfiggerà il virus?
Annunciata in Veneto la correlazione tra l’enzima che provoca il tumore alla prostata (e la calvizie) e il coronavirus, ma il merito potrebbe essere di un giovane ricercatore monzese che abbiamo intervistato in esclusiva
L’Ultimo di una lunga serie di annunci che danno speranza arriva dal Veneto; il nuovo potenziale rimedio contro il Covid-19 sarebbe un farmaco per disfunzioni alla prostata. Quella che, ad oggi, senza una sperimentazione, è una semplice ipotesi scientifica, gira in Italia inascoltata da ormai un mese. Noi di Orwell.live l’avevamo ricevuta da un collaboratore, poi avevamo deciso di non pubblicarla, dopo esserci confrontati con degli esperti in ambito medico.
La bella notizia diramata l’altro ieri – che sarà approfondita sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine – nasce dall’osservazione che il coronavirus utilizza un vettore-enzima per entrare nelle cellule da infettare, che è lo stesso enzima che viene inibito dai farmaci contro il tumore alla prostata. Infatti, si è constatata una seria correlazione nei pazienti trattati per il cancro alla prostata: chi è stato trattato con questo farmaco non ha avuto problemi di coronavirus – come ha spiegato anche il presidente Zaia – elogiando il lavoro della Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata guidata dal professor Mario Pagano e dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare in collaborazione con l’Università di Padova e la Regione Veneto.
Insomma, un’ipotesi innovativa che, se confermata, potrebbe davvero dare una svolta nella cura del virus.
Come detto, già a metà marzo 2020, avevamo ricevuto lo studio del dottor Simone Mosca, di Monza, intitolato “Potential Beneficial Role Of 5α-Reductase Inhibitors (5-ARIs) In Patients With Coronavirus Disease 2019 (Covid-19)”.
Il dottor Simone Mosca.
Simone Mosca è un giovane studioso e ricercatore, non ancora quarantenne, plurilaureato in Biotecnologie, Farmacia e Chimica presso le Università di Milano e di Pavia e che ha maturato un prestigioso curriculum di ricerca tra Berlino (presso il Max-Planck Institute for Colloids and Interfaces), San Diego (presso lo Scripps Research Institute) e Basilea, come postdoc scientistpresso la Novartis.
Dopo anni di ricerca, è tornato in Italia, a Monza, dove siamo riusciti a contattarlo per approfondire l’argomento.
Ci può spiegare in sintesi la questione?
«I punti chiave alla base della teoria da me suggerita sono i seguenti. Il primo è una presunta correlazione, sotto diversi aspetti, del Covid-19 con ormoni androgeni e condizioni o patologie derivate (prostatiche e calvizie, in primis). Il secondo è l’ampio utilizzo di farmaci consolidati per queste condizioni, con conseguente vantaggio rispetto allo sviluppo di nuovi farmaci specifici per il nuovo coronavirus in termini di tempistiche di sviluppo, conoscenza del profilo farmacologico ed effetti collaterali, nonché di dati già disponibili relativi all’ampio numero di pazienti che li assumono regolarmente o, comunque, con essi trattati: su base statistica, numerosi di questi dovrebbero figurare fra i positivi o quantomeno hanno avuto contatti con soggetti affetti da Covid-19».
Come è nata inizialmente l’idea?
«Confrontando dati raccolti da diversi studi, ovviamente anche in altri Paesi, ho basato la mia ipotesi sui seguenti punti:
dati epidemiologici diffusi già a febbraio/inizio marzo relativi al Covid-19;
2. dati clinici su terapie e farmaci antinfiammatori che sono stati riportati essere efficaci in pazienti affetti da Covid-19;
3. implicazione medesimi mediatori dell’infiammazione (per esempio interleuchina 6) in condizioni infiammatorie androgene (prostatiche e calvizie) e non (per esempio malattie cardiovascolari, CVD) che i dati epidemiologici hanno evidenziato predisporre a sintomatologia grave ed elevata letalità in pazienti con Covid-19;
4. correlazioni fra ormoni androgeni (diidrotestosterone), relative concentrazioni, e i suddetti mediatori dell’infiammazione e condizioni infiammatorie androgene e non;
5. conoscenza dei meccanismi di invasione cellulare del virus SARS-CoV-2, pubblicati a inizio marzo sulla rivista scientifica Cell, e implicazione del medesimo enzima (TMPRSS2) in patologie e condizioni androgeno dipendenti (prostatiche e calvizie), nonché correlazione fra meccanismi regolatori dell’espressione cellulare di questi e i livelli di ormoni androgeni, diidrotestosterone in particolare, anche se – ovviamente – trattasi di un equilibrio ormonale piuttosto complesso, come peraltro noto da anni. In aggiunta non è da escludere una ulteriore correlazione regolatoria dei medesimi ormoni ed il recettore ACE2, punto di ingresso cellulare del virus del Covid-19 e predisponente all’infiammazione che determina la sintomatologia e letalità del Covid-19;
6. ampia disponibilità ed utilizzo di farmaci anti-androgeni (per esempio bloccanti del diidrotestosterone – per esempio i cosiddetti 5ARI) per condizioni e patologie androgeno-dipendenti (calvizie e prostatiche);
7. contatti con pazienti che assumono farmaci anti-androgeni ed analisi relative alle percentuali di contrazione dell’infezione e sviluppo delle forme sintomatiche più gravi di Covid-19 da parte loro».
Che accoglienza ha avuto la sua tesi nella comunità scientifica?
« È chiaro che al momento si tratta solo di un’ipotesi di lavoro come altre ma gli indizi a favore sono molteplici. La mia ipotesi è girata nel mondo accademico e ospedaliero, ma finora purtroppo non si è effettuato alcun test. Ci si è limitati a osservare dati clinici su pazienti che assumevano solo un farmaco e di un solo tipo dei vari in uso per la prostate e considerate quanti si questi avessero contratto il Covid-19. È necessaria una sperimentazione per valutare non solo l’efficacia del farmaco indicato dall’Università di Padova, ma ampliare le osservazioni e la valutazione dei dati relativi a diverse classi di farmaci impiegati per le condizioni e le patologie androgeno dipendenti».
Ha provato a parlarne ad altri media?
«So che alcuni amici hanno parlato con diversi giornalisti, che però non hanno colto bene la questione. Abbiamo provato a contattare anche alcuni politici ma non hanno dimostrato interesse».
In che modo calvizie e tumore alla prostata sono collegati?
Si tratta di condizioni e patologie correlate ai medesimi ormoni, in particolare il diidrotestosterone. Semplificando, per curare la calvizie si usano farmaci più blandi, sull’ipertrofia prostatica altri e sul tumore alla prostata altri ancora. Per condizioni di gravità crescente, farmaci di efficacia ed effetti collaterali crescenti. Purtroppo, esistono anche ulteriori complicazioni e variabili, anche associate ai farmaci stessi, quali per esempio le differenti tempistiche di azione che rendono necessaria la sperimentazione per appurarne non solo l’efficacia ma anche la compatibilità con le tempistiche di sviluppo dei sintomi e complicanze associate al Covid-19. Non sono sufficienti ipotesi e osservazioni di dati disponibili, che comunque potrebbero fare anche emergere un potenziale “profilattico” verso Covid-19 dei farmaci in questione.
Chiave è il principio da me fatto emergere di utilizzare farmaci per ipertrofia prostatica e condizioni analoghe; la terapia arriverà poi dalla sperimentazione, prima sulla base di osservazioni di efficacia di ciascuna delle opzioni terapeutiche e, poi, con relativi test Covid-19».
Una persona con problemi di calvizie è quindi più facilmente aggredibile dal virus?
«In teoria sì, ovviamente semplificando perché esistono diverse forme di calvizie. Al pari di chi è affetto di patologie a livello prostatico, non opportunamente trattate».
Per questo i bambini sembrano immuni al virus?
«Sempre sulla base della mia ipotesi che, ripeto, necessita di conferme nonostante quanto uscito ieri dall’Università di Padova, è logico immaginare che ciò derivi dalla carenza fisiologica degli ormoni androgeni suddetti, e in particolare il diidrostestosterone».
Anche se Zaia non l’ha citato, sembra si riferissero alla bromexina come farmaco. Cosa ne pensa?
«Ho letto l’intervista del professor Andrea Alimonti – docente all’università di Padova e ritenuto e l’anima della tesi di cui parliamo – che cita due inibitori del menzionato enzima TMPRSS2, la bromexina (farmaco da banco, in Italia ampiamente venduto in farmacia come mucolitico per la tosse grassa) e il camostat (farmaco disponibile in Giappone). Mi limito a rilevare che entrambi questi sono già stati abbondantemente considerati, tant’è che i trial sulla bromexina avrebbero dovuto essere avviati a metà febbraio, seppure sulla base non dell’ipotesi da me suggerita ma sulle proprietà mucolitiche del farmaco. Il camostat è indicato dall’articolo già menzionato pubblicato a inizio marzo sulla rivista Cell nonché citato anche dal professor Pagano.
Tengo a precisare che entrambi questi farmaci sono stati presi in considerazione già a marzo, ma non in Italia e sulla base delle proprietà mucolitiche ed inibitorie del meccanismo di infezione cellulare da parte del virus, ovvero dell’enzima TMPRSS2.
Quindi, per chiarezza, l’utilizzo di farmaci inibitori del TMPRSS2, compresi quelli citati ieri dai docenti dell’Università di Padova, era già stato ampiamente suggerito per il trattamento di Covid-19. Invece la mia ipotesi, pur avvalendosi del supporto di considerazioni relative anche all’enzima TMPRSS2, non si limita a indicare questi o altri farmaci specifici ma a rilevare delle correlazioni e quindi in prima istanza l’analisi di dati relativi a pazienti che hanno assunto o assumono, in maniera più o meno continuativa, diverse classi di farmaci impiegati per il trattamento di condizioni e patologie androgeno dipendenti.
L’analisi di tali dati, già disponibili, ora anche in Italia ma già prima in Cina, avrebbe dovuto evidenziare i farmaci più indicati per la sperimentazione clinica su pazienti affetti da Covid-19».
Sembra che ci siano degli sviluppi sul fronte vaccino e si è già aperto il dibattito se renderlo o meno obbligatorio. Cosa ne pensa?
«La problematica è complessa. Ad oggi non solo le tempistiche ma la stessa possibilità di sviluppare un vaccino sono aleatorie, per diversi motivi correlati sia al virus sia alla eventuale immunità sviluppata. Un vaccino ha comunque bisogno di adeguate sperimentazioni, quindi tempistiche di sviluppo, nonché produttive per coprire la richiesta a livello mondiale. Quindi, considerando anche i dati epidemiologici, sarebbe opportuno valutare di somministrarlo alle classe maggiormente a rischio di contrarre forme gravi e letali di Covid-19, e quindi escludere, almeno inizialmente, i bambini».