Riconoscimento del genocidio armeno: si della Siria, no di Israele

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaarmeni
Comunicato n. 41/20 del 24 aprile 2020, San Fedele da Sigmaringa
 
Riconoscimento del genocidio armeno: si della Siria, no di Israele 
 
Oggi ricorre il 105° anniversario del genocidio armeno. Il governo israeliano persiste nel rifiuto di riconoscere il genocidio (anche per non compromettere la vendita di armi all’Azerbaigian, in guerra contro l’Armenia). Il parlamento siriano invece l’ha riconosciuto, secondo paese arabo a farlo dopo il Libano.
 
Il Parlamento siriano riconosce e condanna il Genocidio armeno
 
Damasco, 14/2/2020 (Agenzia Fides) – L’Assemblea del popolo siriano, nella seduta di giovedì 13 febbraio, ha approvato all’unanimità una risoluzione che riconosce come “Genocidio” la tragedia storica dei massacri di armeni perpetrati nella Penisola anatolica negli anni 1915-1916. “Il Parlamento” riferisce un comunicato diffuso dai media ufficiali siriani, “riconosce e condanna il Genocidio commesso contro gli Armeni dallo Stato ottomano all’inizio del XX secolo”.
 
Con il voto di ieri, la Siria diventa il primo Paese arabo a riconoscere ufficialmente, e ai massimi livelli istituzionali, la natura genocidaria delle persecuzioni pianificate scatenate 105 anni fa contro le popolazioni armene dei territori dell’attuale Turchia. La risoluzione dell’Assemblea del popolo siriano arriva dopo settimane di tensioni tra Ankara e Damasco, seguite agli scontri tra le forze militari dei due Paesi consumatesi nella provincia siriana nord-occidentale di Idlib, dove l’esercito governativo siriano sta assediando le ultime aree controllate da milizie islamiste. 
 
Il riconoscimento del Genocidio armeno da parte della Siria ha provocato l’immediata reazione ufficiale della Turchia: Hamy Aksoy, portavoce del Ministero degli Esteri turco, ha pubblicato una dichiarazione durissima, in cui la risoluzione siriana di condanna del “cosiddetto genocidio” armeno viene bollata come “l’immagine dell’ipocrisia di un regime che da anni ha assecondato ogni tipo di carneficina nei confronti del proprio popolo, comprese quelle contro i bambini; un regime che ha causato la fuga di milioni di propri connazionali ed è rinomato per la sua spregiudicatezza nell’uso di armi chimiche”. 
 
Il 4 marzo 2015, l’Assemblea del popolo siriano aveva già dedicato al Genocidio armeno una “sessione commemorativa”. L’iniziativa, promossa in particolare dalla parlamentare siriana cristiana Maria Saadeh, aveva visto il coinvolgimento dei membri dei Comitati parlamentari per le relazioni estere e la partecipazione dell’Ambasciatore della Repubblica di Armenia in Siria, Arshak Poladyan, che nel suo intervento aveva ricordato l’accoglienza ricevuta cento anni prima, proprio in Siria, dagli armeni che fuggivano dai massacri pianificati dal governo dei Giovani Turchi. 
 
Di recente (vedi Fides 18/5/2019), un appello a ritornare in Siria e a ricostruire le proprie case devastate dal conflitto è stato rivolto dal Presidente Bashar Assad agli armeni siriani che negli anni del conflitto sono fuggiti dal Paese, trovando rifugio in Libano, in Armenia o in altri Paesi del Medio Oriente e dell’Occidente. L’esplicita richiesta di rimpatrio rivolta ai profughi armeni è stata espressa dal leader siriano in occasione del suo incontro con Aram I, il “Catholicos armeno apostolico”, ricevuto a Damasco dal Presidente Assad martedì 14 maggio. In quella occasione, i media governativi siriani avevano riportato anche gli elogi rivolti in quella circostanza da Assad allo “spirito patriottico” dei siriani armeni, da lui definiti “cittadini esemplari”: il Presidente siriano aveva esaltato il contributo da loro offerto alla difesa dell’unità nazionale di fronte al tentativo di smembramento del Paese messi in atto da quella che Assad aveva definito come “barbarie terrorista”. Assad aveva anche paragonato la brutalità da lui attribuita a tale “barbarie terrorista” con la ferocia dei massacri commessi dagli ottomani contro il popolo armeno. 
 

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Riconoscimento del genocidio armeno: si della Siria, no di Israele

Un altro documento inchioda Conte alle sue responsabilità

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Già dal 20 gennaio al Ministero della Salute si ipotizzavano scenari catastrofici, eppure NULLA è stato fatto per prevenirli o affrontarli… perché? Tutte le domande da porre al governo…

Premettiamo che non è una questione politica, ma provoca rabbia e sconcerto lo scoprire che il governo era perfettamente a conoscenza del grave rischio che il Paese correva. Era a conoscenza anche dei possibili scenari catastrofici. Eppure, nonostante ciò non ha fatto praticamente nulla, per evitare che la tragedia travolgesse l’Italia.

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sull’incapacità e l’irresponsabilità dimostrata da Conte, Speranza e soci nell’affrontare l’emergenza coronavirus le ha potute fugare dopo le rivelazioni del direttore generale del ministero della Salute, Andrea Urbani, al Corriere della sera, confermate con qualche precisazione dal Ministero e anche dallo stesso Roberto Speranza, ospite in tv su Rai Tre.

A dire il vero, Urbani voleva scagionare il governo, addirittura rivendicando i “meriti” del ministro per aver contenuto il contagio. In realtà, lo ha inchiodato alle sue terribili responsabilità.
Tutto nasce da un articolo del Corriere di lunedì – in tutto simile a quelli da noi più volte pubblicati – che ricostruiva i ritardi nella gestione dell’emergenza. Per questo, il dirigente ministeriale ha rivelato che «non c’è stato nessun vuoto decisionale. Già dal 20 gennaio avevamo pronto un piano secretato e quel piano abbiamo seguito. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio».

Stando a quanto riporta il giornale il «documento contiene tre scenari per l’Italia, uno dei quali troppo drammatico per essere divulgato senza scatenare il panico tra i cittadini. Per questo il piano è stato secretato… Cifre impressionanti, insostenibili da qualunque sistema sanitario Urbani parla del rischio di «600 mila-800 mila morti».

Nella tarda serata di martedì è arrivata poi una nota del Ministero per precisare che, durante i lavori della task force sul nuovo coronavirus, istituita al Ministero della Salute il 22 gennaio «è emersa la necessità di elaborare, a cura della Direzione Programmazione del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’INMI Spallanzani, uno studio sui possibili scenari dell’epidemia e dell’impatto sul Sistema sanitario nazionale, identificando una serie di eventuali azioni da attivare in relazione allo sviluppo degli scenari epidemici, al fine di contenerne gli effetti».

La prima versione di questa analisi del 12 febbraio è stata presentata al Comitato Tecnico-Scientifico per il necessario approfondimento. Questo lavoro di studio e approfondimento ha «poi contribuito alla definizione delle misure e dei provvedimenti adottati a partire dal 21 febbraio, dopo la scoperta dei primi focolai italiani».

Nella stessa serata di martedì ospite di Bianca Berlinguer a “Carta Bianca” c’era anche il ministro Speranza che, interpellato sul tema, ha tenuto a precisare che «le riunioni del Comitato scientifico sono tutte riservate» e che non era un piano segreto ma uno studio «su ciò che sarebbe potuto avvenire a seguito di un’epidemia massiccia» da SarsCov2, con «una serie di variabili, per prepararsi ad una eventuale emergenza e capire come intervenire».

Il piano – riporta il Corriere – è un documento di 55 pagine in cui «tecnici e scienziati elaboravano in grafici e tabelle i modelli matematici dei contagi allora in atto a Wuhan, città cinese da cui la pandemia è partita. Il risultato di quelle proiezioni era sconvolgente. Nel terzo scenario preso in considerazione — il più catastrofico, con un tasso di contagiosità (R0) superiore a 2 — se il nostro Paese non avesse scelto di fermare i motori dell’economia, isolare le zone rosse e chiudere in casa le persone i morti sarebbero stati un numero scioccante».

La cosa paradossale è la “rivendicazione” che il ministro Speranza ha fatto di questo studio avendo affermato in tv: «È merito del governo aver elaborato questo studio, per capire come intervenire». No, ministro, sarebbe stato un merito se, poi, il governo avesse agito preparandosi al peggio o fosse intervenuto tempestivamente una volta esploso il contagio. Cosa che, invece, non ha fatto.

Se fino a oggi si poteva ipotizzare una “sottovalutazione”, adesso no, si ha la certezza che il governo sapeva i rischi che correvamo. Quindi la posizione di Conte, Speranza, Borrelli, Franceschini, Di Maio & co. diventa ben più grave.

La passività del governo può essere valutata da un Tribunale come colpevole “complicità” nella diffusione dell’epidemia.

Sette domande a Conte e al suo governo

1 – Perché se il 31 gennaio il governo dichiara lo stato di emergenza non fa provviste di mascherine, tute, guanti e respiratori?
Avendo commissionato il 20 gennaio lo studio sulle possibili conseguenze ed essendo a conoscenza di un possibile scenario catastrofico, il governo – come minimo – avrebbe dovuto provvedere a fare scorta di dispositivi di protezione individuale per medici e operatori sanitari e a predisporre un piano di emergenza per respiratori (come si era visto a Wuhan).

2 – Perché il 4 febbraio il governo ha respinto la richiesta dei governatori del Nord di mettere in quarantena tutti coloro che tornavano dalla Cina?
Essendoci l’ipotesi di un possibile scenario catastrofico, il governo avrebbe dovuto cogliere ogni occasione per rafforzare le misure di prevenzione.

3 – Perché il 15 febbraio Di Maio ha regalato alla Cina milioni di mascherine, sguarnendo ulteriormente le dotazioni di riserva per i nostri medici e i nostri operatori sanitari?
Il governo non avrebbe dovuto consentire al ministro degli Esteri di fare il “beau geste” verso la Cina (ormai fuori dalla fase acuta di contagio), al contrario avrebbe dovuto richiedere e far produrre quei supporti che, poi, sono sempre mancati.

4 – Perché il 25 e il 26 febbraio il presidente Conte “tranquillizza” gli italiani dicendo che, a parte le zone rosse di Codogno e Vò, la situazione è sotto controllo e la vita deve andare avanti, plaudendo alle iniziative irresponsabili dei sindaci Sala, Gori e Delbono e all’aperitivo milanese di Zingaretti?
Essendo al corrente del possibile scenario catastrofico, il governo avrebbe dovuto rassicurare ma non troppo e soprattutto impedire in ogni modo quelle iniziative dei sindaci che hanno favorito la diffusione esponenziale del virus e dei contagi in Lombardia.

5 – Perché il 3 marzo, dopo la conferma del Comitato Scientifico, non ha dichiarato la zona rossa nel bergamasco?
Essendo al di fronte già a uno scenario catastrofico, il governo avrebbe dovuto immediatamente chiudere Alzano e Nembro, invece, ha ritirato Carabinieri ed Esercito già disposti nei comuni e ha perso giorni che sono costati centinaia di morti.

6 – Perché il governo ha aspettato fino il 6 marzo prima di contattare la ditta emiliana che produce respiratori?
Essendo al corrente di un possibile scenario catastrofico già da gennaio un governo serio avrebbe dovuto muoversi per tempo.

7 – Perché il premier Conte ha “titubato”, la sera del 7 marzo, prima di chiudere la Lombardia consentendo così il pericoloso esodo verso il Sud?
Conoscendo i rischi di catastrofe paventati, un governo serio avrebbe dovuto immediatamente varare il decreto di chiusura, senza indugiare e, soprattutto, senza far trapelare alla “stampa amica” informazioni che hanno generato panico.

Sappiamo che è abitudine di Giuseppe Conte non rispondere neppure in Parlamento a quanto gli viene chiesto… per cui non speriamo che risponda a noi. Risponderà agli italiani. #celapagherete

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https://www.orwell.live/2020/04/23/un-altro-documento-inchioda-conte-alle-sue-responsabilita/

Lenin, l’orrore comincia con lui

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Centocinquant’anni fa nacque colui che portò per primo il comunismo al potere. Vladmir Illich Uljanov, detto Lenin, inventò la miscela più esplosiva della storia contemporanea: il cinismo assoluto al servizio dell’utopia radicale. Idealismo cieco e pragmatismo trasformista. O al contrario, l’idealismo assoluto diventa l’alibi del potere assoluto. “Per la rivoluzione non esistono sacrifici abbastanza grandi” ripete Lenin esprimendo l’essenza mistica e salvifica del comunismo, la sua matrice gnostica ed escatologica. La realtà non merita di esistere, va soppressa. Confessò una volta Lenin a Massimo Gorkij dopo aver ascoltato una sonata di Beethoven: “Non posso ascoltare la musica. Agisce sui tuoi nervi, ti vien voglia di dire delle sciocchezze e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, seppero creare tanta bellezza. E oggi non puoi carezzare nessuno, ti divorerebbero la mano. Bisogna picchiare sulle teste senza pietà, sebbene il nostro ideale sia di non usare la violenza contro nessuno. Eh sì, il nostro mestiere è diabolicamente difficile”. È la miglior sintesi del leninismo e del comunismo: il mondo è una civitas diaboli da epurare, l’uomo presente e reale è cattivo e corrotto e la violenza è la terapia necessaria, pur essendo idealmente per la pace e per la non violenza; è la missione crudele del rivoluzionario che “diabolicamente”, tramite la pratica del male e del terrore, sgombra il mondo dal marciume e produce il bene futuro.

“Molte cose ci sono ancora nel mondo” dice Lenin “che devono essere distrutte col ferro e col fuoco”. Stalin è già in nuce in Lenin, e con lui tutti i regimi comunisti del Novecento. È nella sua pratica quanto nella sua teoria. L’uomo storico, reale e presente, con le sue imperfezioni, è l’agnello sacrificale per l’uomo nuovo, il mondo nuovo, l’ordine nuovo che verrà. I nemici di oggi o domani magari erano pure i compagni di ieri; il cannibalismo fratricida è uno dei tratti costanti del comunismo sin da Lenin.

Per lungo tempo si è giustificato il leninismo come un corso intensivo e accelerato di modernità per un paese arretrato come la Russia. Il comunismo di Lenin sarebbe stato per la Russia il concentrato del progresso scandito in Occidente in più tappe: illuminismo, rivoluzione industriale, rivoluzione americana e Rivoluzione francese, la Comune, le guerre d’indipendenza. La rivoluzione sovietica sarebbe un salto rivoluzionario in un paese ancora medievale. Ma il paradiso in terra si rivela subito un acconto dell’inferno. Nel 1919 Lenin disse nel corso di un’assemblea dedicata all’agricoltura: “Sappiamo che non siamo in grado di instaurare ora un sistema socialista: dio voglia che posa essere instaurato al tempo dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Passò il tempo di Lenin e di Stalin, passò il tempo dei figli e dei nipoti. Ma del socialismo realizzato, garante di libertà, emancipazione e benessere, nessuna traccia, in nessun luogo del mondo.

Nel leninismo c’è in germe sia Stalin che Gramsci: ovvero c’è sia il terrore, la deportazione, il regime totalitario e il culto della personalità del capo, sia l’egemonia culturale, il partito-principe e intellettuale collettivo, la via nazionale al socialismo e la conquista per gradi della società.

Nel 1924, prima su Ordine nuovo e poi su l’Unità nello scritto Lenin capo rivoluzionario Gramsci elogia l’uomo e l’opera, l’azione e la dottrina di Lenin, da poco scomparso, riconoscendosi senza riserve nel suo solco. Anzi, Gramsci rimprovera a Mussolini di non essere stato un capo come Lenin, di aver mancato l’occasione che gli offrì il 1914 dopo la settimana rossa e di aver abbandonato il marxismo, accettando poi il compromesso con la monarchia, la chiesa e il capitale. E lo scritto prosegue nel paragone tra il falso capo Mussolini e il vero duce Lenin, con la sua benefica dittatura del proletariato. Cesarismo regressivo e cesarismo progressivo. “Tutto è stato riordinato dalla fabbrica al governo, coi mezzi, sotto la direzione e il controllo del proletariato, di una classe nuova, al governo e alla storia”. I milioni di vittime, le sanguinose repressioni, la soppressione di ogni libertà, non contano. Dettagli contabili. Sull’altro versante, il gulag staliniano è la prosecuzione coerente del terrore e della deportazione già avviati da Lenin. Varando il codice penale sovietico, nel 1922 Lenin sosteneva: “Il tribunale non deve eliminare il terrore, prometterlo significherebbe ingannare se stessi e ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti”. Sono passati cinque anni ormai dalla Rivoluzione e il terrore si fa regime, pratica ordinaria di potere.

Pochi mesi prima della Rivoluzione d’ottobre, Lenin suggeriva invece nelle Cinque Lettere da lontano una transizione graduale al socialismo ritenendo impossibile “rovesciare in un solo colpo” gli assetti dominanti. È Lenin a raccomandare “l’arte di acconsentire e di barcamenarsi, gli zig-zag, le manovre di conciliazione e di ritirata” usate poi dal comunismo occidentale e dalla stessa perestrojka di Gorbaciov. Lenin, prima di Gramsci, ritiene che non esista una sola rivoluzione mondiale, ma differenti vie nazionali al comunismo; né esisterà mai una contrapposizione netta tra borghesia e proletariato, ma si dovrà piuttosto lavorare nella “terra di mezzo” tra contaminazioni e compromessi. Ci sarà magari un pezzo di borghesia che si alleerà alla classe operaia e un pezzo di proletariato che abbraccerà la reazione…

Solzenicyn svela la verità: “Hanno inventato il termine stalinismo. Ma non c’è mai stato nessuno stalinismo. Fu un’invenzione di Krusciov per attribuire a Stalin quelli che sono invece i caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. In realtà aveva già detto tutto Lenin”. Non solo detto, anche fatto.

MV, La Verità 21 aprile 2020

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Lenin, l’orrore comincia con lui

Boss scarcerati, Delmastro rivela: “Avevo avvisato Buonafede, ma lui non capisce nemmeno i disegnini”

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Andrea Delmastro è adirato, costernato di quanto sta accadendo. Con la scusa del coronavirus si mandano in libertà i boss più pericolosi della Cupola. Il parlamentare di FdI si infuria. Il partito di Giorgia Meloni ha presentato un’interrogazione in merito. Ma Delmastro tiene a precisare in che mani l’Italia si finita. Non si capacita dell’inconsistenza imbarazzante del ministro della giustizia.

“Leggo, costernato, che il ministro Bonafede afferma che sia pericoloso sostenere che la scarcerazione dei boss mafiosi sia legata al Cura Italia. A Bonafede ricordo che, dopo aver letto lo scellerato, indegno provvedimento contenuto nel Cura Italia, avevo presentato interrogazione con cui avvisavo della pericolosità della proposta. Proposta  che fatalmente avrebbe influenzato anche sui mafiosi le scelte della magistratura di sorveglianza”.

” Ero stato facile profeta. Lo avrebbe capito un bambino”, si rammarica Delmastro. Ma “conoscendo la disarmante pochezza di Bonafede, avevo sentito l’esigenza di avvisarlo, di fargli dei disegnini. Purtroppo bisogna arrendersi: Bonafede è un bambino che non capisce nemmeno quando gli fai disegnini e sottotitoli”. Brutale verità.

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Boss scarcerati, Delmastro rivela: “Avevo avvisato Buonafede, ma lui non capisce nemmeno i disegnini”

I migranti partono dalla Libia con in tasca il numero degli avvocati italiani da contattare

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Emblematico un episodio venuto a galla a cavallo del giorno di Pasqua: un avvocato ha depositato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo mentre i richiedenti erano ancora a bordo di un gommone in avaria

Già prima di toccare terra e quando il loro barcone ancora era in balia del Mediterraneo, due migranti sono riusciti a contattare un legale per far partire un ricorso presso la Corte europea dei diritti umani.

E quando ancora la loro situazione legata al salvataggio non era risolta, negli uffici della Corte i fascicoli riguardanti il caso erano già stati depositati.

Un episodio che ha dimostrato come, già prima della partenza dei barconi dalla Libia, alcuni migranti abbiano in tasca i numeri dei legati di riferimento. A rendere nota questa situazione è stato un articolo su LaVerità, in cui è stato citato il caso di due giovani a bordo di una piccola imbarcazione rimasta, nei giorni a cavallo della Pasqua, in avaria nel Mediterraneo centrale.

In particolare, i documenti depositati a Strasburgo contengono i nomi di coloro che hanno effettuato il ricorso: si tratta di A. W. M., 28 anni di nazionalità sudanese, e N. D., 21 anni di nazionalità ivoriana. Sono stati loro due a chiamare il proprio avvocato poco dopo la loro partenza dal porto di Al Khoms, cittadina ad est di Tripoli.

Telefonate registrate e, ha fatto sapere il loro legale, già depositate al vaglio dei giudici di Strasburgo. L’avvocato in questione si chiama, come rivelato ancora su LaVerità, Lucia Gennari. Quest’ultima fa parte dello studio legale Antartide ed è la referente per il Lazio dell’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

È a lei dunque che i due migranti si sono rivolti, spiegando la loro situazione e quella del barcone in cui erano a bordo: “I richiedenti – si legge nel documento depositato a Strasburgo – sono al momento a bordo di un gommone bianco e grigio che ha lasciato la Libia da Al Khoms durante la notte tra l’8 ed il 9 aprile 2020”.

Secondo le testimonianze dei due migranti, a bordo vi erano almeno 47 passeggeri. Il 10 aprile è stato lanciato il primo Sos raccolto dal network Alarm Phone, che su Twitter ha allertato le autorità maltesi ed italiane circa la posizione dell’unità navale. Il giorno successivo, sono state diramate altre informazioni, tra cui quelle più allarmanti riguardanti il malore di alcuni migranti a bordo e l’avaria che ha costretto il gommone a rimanere in balia delle onde.

Tutti i vari passaggi sono stati descritti dai migranti che hanno contattato l’avvocato Gennari e le loro testimonianze sono quindi state inglobate nei documenti depositati assieme al ricorso. Si è fatto riferimento, tra le altre cose, al messaggio delle autorità maltesi delle 22:24 del sabato di Pasqua: “Tutte le navi devono controllare e assistere, se necessario – si legge – Malta non è nella posizione di procurare un porto sicuro”.

Secondo chi ha promosso il ricorso, questa risposta da parte di La Valletta avrebbe potenzialmente scoraggiato azioni di salvataggio. Da qui, in considerazione anche del fatto che in quel momento il gommone era in acque Sar maltesi, la richiesta di un procedimento contro Malta. Un primo documento a Strasburgo è stato inviato proprio in quel frangente, in cui viene richiesto l’arrivo in zona di un vascello che offra “immediatamente un porto sicuro” ai migranti.

Un secondo documento è stato invece inviato nel giorno di Pasquetta: in esso, oltre che l’aggiornamento della situazione, è contenuto anche l’elenco delle presunte violazioni dei diritti umani da parte delle autorità maltesi, ma anche di quelle italiane.

I migranti in questione verranno poi salvati da un peschereccio che passava in quella parte del Mediterraneo, riportando tutti gli occupanti del gommone in Libia. Compresi dunque anche i due che hanno contattato il legale direttamente dall’imbarcazione. Adesso in pendenza c’è il ricorso per i mancati soccorsi e per altre presunte violazioni.

Il dito è puntato contro le autorità maltesi, per via della presenza del gommone all’interno delle acque di proprie competenza e, proprio per questo motivo, il ricorso non è stato presentato anche nei confronti dell’Italia. L’episodio ha quindi dimostrato come, già prima della partenza dalle coste libiche, i migranti sono nelle condizioni di conoscere propri professionisti e legali di riferimento. Una circostanza spesso sospettata in passato, ma mai ufficialmente venuta a galla.

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https://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-migranti-partono-libia-tasca-numero-degli-avvocati-1856621.html

Coronavirus: le colpe del Partito Comunista Cinese. Ipotesi per un risarcimento internazionale

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Obbligare la Cina con strumenti legali a pagare i danni causati dal SARS-CoV-2, il coronavirus che ha sconvolto il mondo, piegandone le economie e danneggiando la popolazione: è la tesi del rapporto Coronavirus compensation? Assessing China’s potential culpability and venues of legal responsedella Henry Jackson Society, think tank neoconservatore con sede a Londra. Autore del rapporto sono Matthew Henderson, Alan Mendoza, Andrew Foxall, James Rogers e Sam Armstrong.

Il documento è una rarità in un contesto internazionale quasi interamente piegatosi al soft power di Pechino, esercitato dal Partito Comunista Cinesecon gli strumenti classici della propaganda per far dimenticare in fretta responsabilità, silenzi e omissioni.“Il Partito Comunista Cinese” così Matthew Anderson, uno degli autori del rapporto“non ha imparato nulla dal suo fallimento rispetto alla SARS del 2002-3. I suoi ripetuti errori, bugie e disinformazione dall’inizio dell’epidemia di COVID-19 hanno già avuto conseguenze molto più letali. Questo rapporto non dà alcuna colpa al popolo cinese per quello che è successo. Sono vittime innocenti, come noi del resto. È colpa del PCC. Come ciò si tradurrà nella pratica, lo dirà il tempo. Calcolando il costo del danno causato alle economie avanzate e riunendo una serie di possibili processi legali cui può fare ricorso l’ordine basato sul diritto, offriamo uno spunto su come il mondo libero potrebbe cercare un risarcimento per il terribile danno commesso dal PCC”.

Secondo il rapporto le cause globali contro la Cina per la sua gestione del COVID-19 potrebbero portare per violazione delle International Health Regulations, il Regolamento Sanitario Internazionale, a un risarcimento di 3200 miliardi di sterline per i soli paesi del G7. Il Regolamento Sanitario Internazionale del 2005 è uno strumento giuridico entrato il vigore il 15 giugno 2007 dopo la sua adozione il 23 maggio 2005 da parte della cinquantottesima Assemblea Mondiale della Sanità. Come sintetizza il Ministero della Salute tale strumento, vincolante per gli Stati firmatari, si prefigge di “garantire la massima sicurezza contro la diffusione internazionale delle malattie, con la minima interferenza possibile sul commercio e sui movimenti internazionali, attraverso il rafforzamento della sorveglianza delle malattie infettive mirante ad identificare, ridurre o eliminare le loro fonti di infezione o fonti di contaminazione, il miglioramento dell’igiene aeroportuale e la prevenzione della disseminazione di vettori”.Tali norme, spiega la Henry Jackson Society, sono applicabili sia attraverso i meccanismi di risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sia potenzialmente attraverso la Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.

Denuncia il rapporto – che ha ricostruito l’intera sequenza di silenzi e omissioni a partire dallo scorso novembre – che il governo cinese sin dalle prime settimane di comparsa della malattia s’è macchiato della mancata divulgazione di dati con la prova della trasmissione del virus da uomo a uomo, violando in questo modo gli articoli 6 e 7 del Regolamento Sanitario Internazionale, mentre lo stesso ha fornito all’Organizzazione Mondiale della Sanità informazioni errate sul numero di infezioni tra il 2 e l’11 gennaio 2020, sempre in violazione degli articoli 6 e 7 del suddetto regolamento.

Gli articoli 6 e 7 fanno parte della sezione su informazioni erisposta sanitaria. Recita l’art. 6, articolo in materia di notifica: “Ogni Stato Parte deve valutare gli eventi verificatisi all’interno del suo territorio utilizzando lo strumento decisionale di cui all’allegato 2. Ogni Stato Parte deve notificare all’OMS – utilizzando i più efficienti mezzi di comunicazione disponibili, tramite il Centro nazionale per il RSI, ed entro 24 ore dalla valutazione delle informazioni relative alla sanità pubblica – tutti gli eventi che possano costituire all’interno del proprio territorio un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, in accordo con lo strumento decisionale, nonché qualsiasi misura sanitaria adottata in risposta a tali eventi. In caso la notifica ricevuta dall’OMS implichi la competenza dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), l’OMS deve notificarlo immediatamente all’IAEA. In seguito ad una notifica, uno Stato Parte deve continuare a comunicare prontamente all’OMS le informazioni sulla sanità pubblica disponibili e relative all’evento notificato in modo sufficientemente preciso e dettagliato, includendo, se possibile, le definizioni di caso, i risultati di laboratorio, la fonte e il tipo di rischio, il numero dei casi e dei decessi, le condizioni che incidono sulla diffusione della malattia e le misure sanitarie adottate; inoltre deve comunicare, se richiesto, le difficoltà incontrate e il sostegno necessario per rispondere alla potenziale emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”.

L’art. 7 riguarda, invece, la condivisione delle informazioni durante eventi insoliti e inattesi relativi alla sanità pubblica: “Nel caso in cui uno Stato Parte disponga di prove che confermino un evento riguardante la sanità pubblica insolito ed inatteso all’interno del suo territorio, indipendentemente dall’origine o dalla fonte, che possa costituire un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, dovrà fornire all’OMS tutte le informazioni relative alla sanità pubblica. In tale caso troveranno piena applicazione le disposizioni di cui all’articolo 6”.

Altre sono le accuse contro Pechino. Il governo cinese, così il rapporto, non è riuscitoa vietare vettori evitabili d’infezione virale zoonoticaletale, promuovendo piuttosto attivamente la massiccia proliferazione di pericolose specie virali ospiti per il consumo umano in violazione dell’art. 12 dello International Covenant on Economic, Social, and Cultural Rights, il patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Ha, quindi,consentito a 5 milioni di persone – equivalenti all’incirca all’area metropolitana di San Francisco, della Grande Boston e cinque volte le dimensioni di una città della grandezza di Birmingham – di lasciare Wuhan prima d’imporre il blocco del 23 gennaio, nonostante sapesse del pericolo di trasmissione del virusda uomo a uomo.I documenti di consulenti scientifici del Regno Unito sulle minacce virali ed emergenti, continua il rapporto, registrano come la mancanza di informazioni abbia ritardato la risposta al virus, incluso il mancato screening dei viaggi, mentre uno studio dell’Università di Southampton ha scoperto che se tre settimane prima fossero state introdotte severe misure di quarantena, la diffusione del virus si sarebbe ridotta di circa il 95%.

Riconoscendo le difficoltà nel garantire giustizia su scala internazionale, il rapporto suggerisce dieci diverse possibili vie legali per azioni contro la Cina attraverso sedi giurisdizionali nazionali e internazionali come, ad esempio,la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Permanente di Arbitrato, la Corte di Honk Kong o l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Altri strumenti individuati sono la risoluzione delle controversie attraverso i Trattati Bilaterali di Investimento e azioni presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

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Coronavirus: le colpe del Partito Comunista Cinese. Ipotesi per un risarcimento internazionale

Coronavirus, il governo sapeva a gennaio. Perché ha tardato tanto a intervenire?

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Il ministero della Salute: “Avevamo tre scenari, uno con 800mila morti”. Il piano fu tenuto nascosto “per non scatenare il panico”

Già i primi giorni dell’anno, il ministero della Salute sapeva che in Italia il Coronavirus avrebbe potuto mietere fino a 800 mila vittime. Tutto contenuto in un dossier redatto dallo stesso dicastero di Roberto Speranza, e che è stato secretato per non scatenare il panico su sessanta milioni di italiani. Terrore che di certo ha mandato in tilt il governo Conte 2, condizionando la sua gestione del virus cinese finora quanto meno discutibile, nonostante la portata della stessa emergenza. Discutibile circa i morti di Coronavirus, rispetto alla popolazione italiana e in relazione ai dati planetari. Discutibile, anche sui tempi dell’attuazione del lockdown rispetto a ciò che già accadeva da dicembre in Cina e ai dossier che già da quasi due mesi erano nelle mani del Conte 2, dato che il primo provvedimento che ha fatto scattare gli «arresti domiciliari» per gli italiani è stato firmato dal premier Giuseppe Conte il 10 marzo scorso.

«Con il senno di poi, sarebbe stato meglio un lockdown immediato» ammette al Corriere il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, evidenziando, che «la risposta del Governo all’emergenza sia comunque stata assolutamente adeguata». Come riporta lo stesso quotidiano di Urbano Cairo, nel documento governativo, già il 20 gennaio il ministero della Salute aveva pronto un piano nazionale per contrastare la diffusione del coronavirus in Italia. Un piano che prevedeva tre scenari di cui anche quello che poteva scatenare le 800 mila vittime. Urbani insiste: «Non c’è stato nessun vuoto decisionale. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio». Rivelazioni che gettano nuova luce anche sulla «blanda» circolare diffusa dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria il 5 gennaio a Regioni e ministeri sulla «polmonite da eziologia sconosciuta» proveniente dalla Cina. All’interno i sintomi della malattia di Wuhan: febbre, difficoltà respiratorie e lesioni invasive in entrambi i polmoni.

E a rendere più allarmante, oggi, la conclusione delle due pagine redatte, come detto, lo scorso 5 gennaio e che riportavano le rassicurazioni – oggi a dir poco attendibili – dell’Organizzazione mondiale della sanità: «Evitare qualsiasi restrizione ai viaggi e al commercio con la Cina in base alle informazioni attualmente disponibili su questo evento». E così in Italia si è continuato a sbarcare e partire da e per la Cina. E solo il 30 gennaio scorso, il premier Conte, con uno dei suoi tanti decreti, ha fermato i voli con la Cina. Insomma, dubbi ce ne sono. E non pochi sulla gestione del governo di questa emergenza coronavirus. Una gestione affidata finora a oltre duecento consulenti di varia natura (virologi, professori universitari di varie parti del pianeta, e via dicendo) e dove mancano però i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori che sono le uniche categorie che sanno come ci si muove nei posti di lavoro. Una gestione affidata anche agli esperti dei relativi ministeri, alla Protezione civile, ai vari commissari nominati da Conte. Così alla fine della fiera, non si sa, in concreto, chi sta sulla plancia a comandare la nave che appare senza rotta. Ma questa è un’altra storia, rispetto al dossier segretato dal governo per circa quattro mesi.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/04/22/news/coronavirus-governo-sapeva-gennaio-dossier-segreto-800mila-morti-ministro-roberto-speranza-conte-1318866/

Anpi esclusa da celebrazioni per il 25 aprile. I partigiani rosicano e minacciano il governo

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Roma, 22 apr – “Noi ci saremo in ogni caso”. Una sfida che assomiglia ad una vera e propria minaccia. L’Anpi risponde così al governo, dopo che una circolare a firma del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Riccardo Fraccaro, vieta ai rappresentanti dell’associazione di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile per “evitare assembramenti”. Non si è fatta attendere come detto la risposta dell’Anpi, disabituata a ricevere limitazioni di sorta: “Chiediamo al Governo di cambiare questa norma. In ogni caso l’Anpi parteciperà alle celebrazioni”.

Il grido di dolore dei partigiani

Il grido di dolore dei pochi partigiani ancora viventi e dei tanti ragazzotti che infoltiscono le fila della fu associazione reducistica è stato immediatamente raccolto da Repubblica e compagnia. Immaginiamo che a breve scoppierà anche una polemica politica, il cui esito più probabile sarà quello di un compromesso che permetta all’Anpi di partecipare. Staremo a vedere, in ogni caso per il momento l’indignazione dei partigiani è forte: “La Presidenza e la Segreteria Anpi Nazionaliesprimono incredulità e rammarico di fronte ad un atto di indifferenza e scortesia del governo Conte, che mai si sarebbero aspettati. Si tratta di questo: nella giornata del 25 aprile p.v., al mattino, in moltissime città e paesi italiani sono previste celebrazioni con la deposizione di un fiore o di una corona al monumento o altro luogo significativo della Resistenza locale. Ebbene, quest’anno sarà impedito al rappresentante dell’Anpi o di altra organizzazione partigiana o resistenziale, di deporre quel fiore. Potranno farlo soltanto i signori Prefetto e Questore e, ma non è ancora chiaro, il Sindaco”.

Il “pretesto” degli assembramenti

Niente “fiore del partigiano” quest’anno, almeno per il momento. La lamentela dell’Anpi nella seconda parte del comunicato pubblicato si appella direttamente a Fraccaro: “Gli ricordiamo che l’argomento di evitare assembramenti è, in questo caso, assolutamente pretestuoso, perché si tratterebbe di una persona sola e ovviamente dotata di ogni presidio di protezione sanitaria. Tutto ciò è semplicemente inaccettabile. Mentre il governo si accinge a far riaprire varie industrie, vieta ai partigiani e agli antifascisti di portare un fiore sulla tomba dei propri morti. Tutto ciò potrebbe denotare, in ultima analisi, o malafede politica o completa ignoranza della storia patria”.

Il grido di dolore dell’Anpi si conclude poi con una serie di passaggi retorici sull’importanza del 25 aprile etc che poco hanno a che vedere con la polemica in sé, ma che servono ovviamente a chiamare a raccolta tutti quegli esponenti del mondo politico e culturale, a cui sostanzialmente l’Anpi si appella per fare pressione sul governo. Staremo a vedere come andrà a finire. Se le sale scommesse fossero aperte punterei sul fatto che alla fine l’Anpi sarà accontentata, come sempre.

Davide Di Stefano

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/anpi-esclusa-da-celebrazioni-per-il-25-aprile-i-partigiani-rosicano-e-minacciano-il-governo-153965/

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