Tra pegni e usurai: ecco come ci hanno ridotto

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Il governo da 2 mesi promette aiuti che non arrivano, l’UE vuole solo spingerci verso il MES e, intanto, sempre più italiani non ce la fanno più e sono costretti a umiliarsi per tirare avanti

«Sono più di 20 anni che lavoro al Banco dei Pegni, ma scene come quelle che ho vissuto in questo ultimo mese non le avevo mai viste e non le dimenticherò mai». Mario (lo chiameremo così per rispettare la sua volontà di anonimato), lavora come impiegato al Monte dei Pegni di una media città italiana. Qui vengono le persone per avere un aiuto economico lasciando “in pegno” qualche oggetto personale di valore. Una soluzione estrema per “fare cassa” quando ormai si è sull’orlo della disperazione.

In questi giorni, davanti ai Monti di Pietà di tutta Italia si sono riviste code che di persone che non si vedevano dai tempi della guerra.

«Quando fai il mio lavoro – ci racconta Mario- si è abituati ad impattarsi con la povertà e le sue sfumature. Molti si ingegnano a creare storie veramente al limite del credibile per cercare di strapparti qualche euro in più. L’esperienza maturata negli anni, ti aiuta a distinguere con un’alta percentuale di certezza, coloro che mentono da chi ti racconta una storia vera. Negli ultimi giorni, purtroppo, secondo la mia esperienza (ma anche quella dei colleghi con cui ho condiviso certe esperienze), il numero dei “fantasiosi” creatori di storie pietose, è crollato drasticamente».

La realtà, vissuta da molti italiani, è molto più dura di quanto si pensi e certo di quanto NON immagina il governo. Da una parte abbiamo una situazione di emergenza con le attività commerciali, imprenditoriali e professionali chiuse, ma con affitti e bollette da pagare, oltre a spese familiari e di vitto da dover affrontare. Dall’altra, c’è la “potenza di fuoco” delle false promesse governative: aiuti attesi e mai ricevuti. A molti anche i 600 euro non sono mai arrivati, la cassa integrazione non si sa quando verrà accreditata, le banche non concedono “l’atto d’amore” richiesto da Conte e la solita burocrazia ingolfa i passaggi più semplici.

«In fila fin dalle prime ore del mattino, davanti al Monte di Pietà dove lavoro – prosegue il sig. Mario – c’è uno spaccato molto vario della società, con diverse persone che non avresti mai pensato di vedere. Oltre ai precari, disoccupati e ai pensionati presenti anche in tempi ordinari, ora ci sono anche i professionisti, gli artigiani e i commercianti. Tutti a cercare un po’ di denaro liquido per andare avanti ancora qualche settimana. Alcuni di loro mi confidano di avere i risparmi “bloccati”, perché investiti in maniera che, svincolarli adesso, significherebbe accettare forti perdite. Però, di là di quelli che hanno qualcosa da parte, la povertà si è manifestata come non mai e sotto diversi aspetti. In alcuni casi ho l’impressione che il mio lavoro dia una mano concreta, in altri… soffro a dire dolorose verità».

I dati ufficiali, in Italia, parlano di un aumento superiore al 30% di coloro che sono ricorsi ai servizi del Monte dei Pegni in quest’ultimo mese. In genere, ogni anno, sono circa 300 mila gli italiani che usufruiscono del servizio, generando un giro di denaro che supera gli 800 mila euro con un “prestito medio” a riscatto di circa 1.000 euro. Il 95% di coloro che porta un bene, riesce anche a riscattarlo al termine del periodo concordato, mentre il 5% dei beni finisce alle aste.

«Solo l’esperienza acquisita nel tempo – spiega ancora Mario – mi aiuta a trovare le parole quando arrivano anziani, vedove o precari con prole e mi portano cose, per loro, preziosissime: magari piccoli monili che, però, di prezioso hanno solo il valore affettivo. Dirglielo è una pugnalata micidiale. Perché alla delusione del mancato introito per andare avanti, si somma la delusione di essere stati illusi. Ho visto migliaia e migliaia di occhi lucidi implorare una pietà che ogni volta mi dilania il cuore. Vedere gli anziani soli piangere è straziante».

In questi giorni ci sono file continue di persone fuori del MdP e tanti si vergognano anche solo a farsi vedere. Alcuni cercano di non farsi riconoscere e il loro imbarazzo ad essere lì, in attesa di entrare, è manifesto. L’imbarazzo fa crescere la frustrazione e il nervosismo e, in alcuni casi, necessita l’intervento delle Forze dell’ordine per regolare l’afflusso.

«Arrivano con gli oggetti in tasca o in mano – continua Mario – altri con lo zaino pieno dell’argenteria di famiglia. Si distaccano da pezzi della loro storia, da oggetti vissuti che incorporano in sé tanti ricordi, giornate più serene e gioiose di queste, i volti delle persone a cui si è voluto bene e non ci sono più. Sono lacerazioni dell’anima con un senso di umiliazione che gli leggi negli occhi».

Almeno fin qui siamo nella legalità, i beni lasciati in pegno sono valutati equamente e le cifre erogate possono essere restituite a un tasso d’interesse relativamente contenuto. Poi, però, c’è un altro tipo di “servizio” cui si ricorre per trovare liquidità quando si è disperati, questo completamente illegale. Parliamo degli usurai, o “strozzini” o “cravattari”, che prestano soldi a tassi altissimi, persino giornalieri. Qui è la malavita, in ogni suo aspetto, a farla da padrona e, anche qui, purtroppo, sono aumentate esponenzialmente le richieste di denaro, da parte di persone che, forse, non si rendono conto dei rischi enormi a cui vanno incontro.

«Cerco sempre di dissuadere le persone – ci spiega Mario – che mi manifestano l’idea di ricorrere a certi personaggi. Prospetto loro i grandi rischi di finire in mano agli usurai».

Però i problemi economici, i pagamenti in scadenza, le bollette, alcune spese completamente impreviste (non ultimo il funerale di qualche congiunto morto di coronavirus) e, infine, anche i bisogni alimentari della famiglia incombono… Dopo 2 o 3 mesi che non si incassa neanche un euro.

E bisogna davvero ringraziare Dio (non certo il governo) se per le necessità alimentari esistono le mense cattoliche o associazioni come Banco alimentare. Non dimentichiamo, poi, che una consistente parte di italiani ha rinunciato anche a curarsi. Sempre più persone non vanno più a fare analisi o dal dentista per mancanza di soldi e rinunciano ai farmaci non gratuiti.

«La situazione è molto più dura di ciò che ci vogliono far credere – conclude Mario – e credo che i mezzi di informazione siano orientati da chi non vuole che certi campanelli d’allarme siano ascoltati o visti. I mezzi di informazione mirano a un controllo sociale, dicendo e non dicendo, stemperando e tranquillizzando… ma le bugie hanno le gambe corte, la verità emerge sempre».

Prima o poi i nodi verranno al pettine. Questo governo di incapaci ha sulla coscienza miglia di morti che potevano essere evitate. Ora con i suoi ritardi, le bugie, l’inettitudine e l’asservimento a una Europa sorda e matrigna, ci sta anche rovinando… Possiamo concludere solo ripetendo: #celapagherete

DA

https://www.orwell.live/2020/05/11/tra-pegni-e-usurai-ecco-come-ci-hanno-ridotto/

“La pandemia ha messo fine alla globalizzazione”: parola di Trump

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Roma, 15 mag – Mondo da unipolare e multipolare, avanzata di nuove potenze, Unione Europea che scricchiola, nuovi scenari da mettere in conto nello scacchiare globale. Tutto evidente, in parte auspicabile e già messo in conto da tempo, ma nessun leader politico americano aveva mai messo in discussione l’apparentemente ineluttabile globalizzazione. A farlo ci ha pensato ora addirittura l’attuale presidente degli Stati Uniti, affermando che la pandemia di coronavirus ha posto fine al fenomeno che ha generato una rapida intensificazione di scambi e investimenti internazionali. Donald Trump, in un’intervista rilasciata a Fox Business, lo ha detto senza mezzi termini: la globalizzazione è finita.

Aggiungendo poi che non ha intenzione di rinegoziare l’accordo commerciale con la Cina che tanto ha fatto discutere, e continua a farlo, gli analisti. Il presidente statunitense ha rilanciato così la sua politica di “America first”. Anzi, a ben vedere è andato ben oltre: “E’ un grande momento per avere un dollaro forte”, ha dichiarato Trump dopo che il capo della Federal Reserve, Jerome Powell, ha rigettato la proposta di tassi di interesse negativi. “È un ottimo momento per avere un dollaro forte…Tutti vogliono essere nel dollaro perché l’abbiamo mantenuto forte. L’ho mantenuto forte”, ha specificato Trump con la consueta modestia.

Le previsioni di Trump

Quello del tycoon è senza dubbio un azzardo previsionale, ma questa non è certo una novità. Non è infatti la prima volta che il presidente Usa si lascia andare a toni infuocati e conclusioni lapidarie, senza per questo sbagliare sempre come ritengono i suoi più accaniti detrattori. E’ indubbio che Trump scivoli spesso in uscite fuori luogo e prenda altrettanto di frequente grossi granchi, ma è questo il caso? E soprattutto, quanto rischiamo noi dal rafforzamento del dollaro? Il leader della Casa Bianca sostiene che il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti non scenderà sotto il 10% prima di settembre e ritiene adesso che l’economia nazionale dovrà sostenere un periodo di “transizione” nel terzo trimestre dell’anno in corso. Dopodiché perògli Usa “saranno di nuovo forti” a partire dal prossimo anno.

Eugenio Palazzini

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/pandemia-messo-fine-globalizzazione-parola-trump-156433/

Anche la ministra Pisano non è Immuni dalle bugie

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Emergono sempre più forti e condivisi i dubbi sulla App di tracciamento e contollo che il governo vorrebbe imporre ai cittadini con la scusa del Covid-19

Ci voleva l’ultima puntata di Report (Rai2), andata in onda lo scorso 11 maggio, per far emergere quello che noi denunciamo da settimane, ovvero le incoerenze e i punti oscuri che circondano l’App Immuni. Un servizio accurato, che è divenuto in breve virale, come l’hashtag #abbiamogiarisposto con cui il Ministero dell’Innovazione ha riassunto – grossolanamente – le proprie repliche ai dubbi mossi sull’App di tracciamento e controllo.

«Il codice sorgente sarà rilasciato su github come tutti i nostri progetti, sarà scaricabile dopo i test come in ogni progetto di questo tipo», ha twittato il Ministero. E basterebbe questo per “sbugiardare” il governo, dato che il codice sorgente, in versione open source (dunque controllabile e verificabile da tutti) avrebbe dovuto essere disponibile “prima” dell’adozione dell’App e dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, non “dopo”.

Ma andiamo con ordine. Leggendo sul sito di Report le domande fatte dalla trasmissione al Ministero, le contraddizioni tornano ad esplodere. «Come mai – chiede Report – nonostante la relazione finale sul contact tracing prodotta dal sottogruppo di lavoro 6 in seno alla task force ritenesse opportuno il test in parallelo di due soluzioni tecnologiche individuate, nella nota del 10 aprile viene trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei ministri la decisione di indicare la scelta dell’App Immuni per la realizzazione del sistema nazionale di contact tracing?»
Risponde il Ministero «Perché, come scritto nella relazione del gruppo 6, Immuni mostrava “maggiori garanzie di interoperabilità e anonimizzazione dei dati personali. Tale soluzione, inoltre, risulta essere ad uno stadio di sviluppo più avanzato della soluzione CovidApp».

Meno male che Immuni si trova a uno “stadio più avanzato”. Siamo a metà maggio, la Fase 2 sta per finire ovunque, lasciando spazio a una Fase 3 di riaperture, i contagi sono in costante calo e dell’App ancora non v’è traccia. A che servirà quando arriverà?

La stessa task force, poi, ha formulato il seguente giudizio conclusivo: «La soluzione Immuni utilizza la tecnologia sviluppata dal Consorzio Progetto Europeo PEPP-PT, promettendo quindi maggiori garanzie di interoperabilità e anonimizzazione dei dati personali».

Ma come? Non era stata scelta perché rispettosa della privacy? Il modello PEPP-PT, come si sa e come noi stessi abbiamo da tempo ribadito, è un modello “centralizzato”, dove tutti i dati (la lista di tutti i codici identificativi degli smartphone delle persone con cui un utente è venuto in contatto) vengono immagazzinati sul server. Gli stessi identificativi vengono generati e controllati dal server (quindi possono essere manipolati e controllati)…

Si aggiunge inoltre, con riferimento al decreto-legge 30 aprile 2020, n. 29, art. 6che:

  1. “Il trattamento effettuato per allertare i contatti riguarderà solo i dati di prossimità dei dispositivi, resi anonimi oppure pseudonimizzati”. Che cosa significa “pseudonimizzati”? Che non saranno pienamente anonimi, come invece strombazzato ai quattro venti?
  2. “I programmi informatici di titolarità pubblica sviluppati per la realizzazione della piattaforma e l’utilizzo dell’applicazione di tracciamento saranno resi disponibili e rilasciati sotto licenza aperta e verificabile da chiunque”. Qui torna la domanda: quando? E perché si approva un’App prima che ne sia rilasciato pubblicamente il codice sorgente per sapere a cosa si sta andando incontro?
  3. Viene fissata “l’interruzione dell’utilizzo della piattaforma e del trattamento dei dati personali alla data di cessazione dello stato di emergenza disposto con delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020”. E di qui ad allora quanti sterminati usi impropri dei nostri dati potranno essere fatti?
  4. “Entro la medesima data tutti i dati personali trattati dovranno essere cancellati o resi definitivamente anonimi”. E anche qui ci chiediamo: allora non saranno sul momento “definitivamente anonimi”?

Non è tutto. Il Ministero afferma che la Bending Spoons (società privata che ha sviluppato la App) era stata scelta perché avente il know-how e il codice derivanti dal lavoro del consorzio PEPP-PT che, all’epoca, riuniva i maggiori centri di ricerca europei, con competenze epidemiologiche, di cybersecurity e informatiche.
Non si sa se ridere o piangere dinanzi al candore di questa dichiarazione perché, invece, la ministra aveva affermato che si era deciso di adottare un diverso protocollo, il DP-3T. «Su tale soluzione è poi ricaduta la nostra scelta, infatti oggi Immuni utilizza il framework di Apple e Google Exposure Notification ovvero un sistema cosiddetto decentralizzato».

Anche i tempi di questa ridicola storia rispettano quelli biblici dei decreti di Conte… «Apple e Google rilasceranno la versione del sistema operativo con il framework di Exposure Notification intorno al 15 maggio p.v. L’obiettivo è rilasciare l’App intorno alla fine di maggio e al momento stiamo rispettando la tabella di marcia che ci siamo dati per essere pronti non appena la versione del sistema operativo sarà rilasciata dalle due società».
Come dicevamo prima, a che servirà una App di tracciamento dei contagi così tardi? Immuni non era stata scelta perché più avanti rispetto ai competitors?

Ricordiamo che solo qualche giorno fa vi abbiamo parlato di Protetti, una tecnologia open source già pronta e utilizzabile per il contact tracing che, però, non ha avuto il benestare da parte del Governo.

Dove però la ministra Paolo Pisano si guadagna il nostro Pinocchio è per la risposta alla domanda: «Siete al corrente che tra i soci finanziatori della società Bending Spoons, oltre a una partecipazione della StarTip di Gianni Tamburi e H14 dei Berlusconi, c’è anche un fondo con capitale asiatico?»

Come i lettori ricorderanno noi avevamo già svelato i nomi dei veri proprietari della Bending Spoons (figli di Berlusconi, amici di Renzi e sodali di Sala). Ma la ministra, come Alice nel Paese delle meraviglie risponde: «per verificare i soci finanziatori di Bending Spoons è sufficiente una semplice visura camerale, dalla quale si evince che i soci fondatori, poco più che trentenni, detengono l’80% delle quote e il 90% di quelle con diritto di voto, che permettono loro di eleggere il consiglio di amministrazione nella sua interezza».

Il naso cresce alla luce, invece, del coinvolgimento di società come Jakala e Geouniq che hanno centrato il proprio business proprio sul data analytics. Un coinvolgimento che, seppur negato dalla Pisano, getta una luce inquietante sulla vera natura dell’App Immuni e sul suo scopo.
Come se non bastasse, spunta un nuovo nome accanto a Bending Spoons, la Arago di Hans-Christian Boos, noto per il suo sostegno a un modello centralizzato e a un totale controllo dei dati.

In questa sacra alleanza tra potere statale, potentati economici e società di marketing tecnologico gli unici a essere vittime siamo noi. Immuni non va scaricata.

DA

https://www.orwell.live/2020/05/14/anche-la-ministra-pisano-non-e-immuni-dalle-bugie/

Con la crisi 20mila italiani pronti a lavorare nei campi. La fine del mito sui «lavori che non vogliamo più fare»

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Roma, 11 mag– I famosi «lavori che gli italiani non vogliono più fare», in realtà i nostri connazionali li vogliono svolgere, eccome. Soprattutto ora, in piena crisi occupazionale causata da due mesi di chiusura delle attività commerciali e produttive. Camerieri, studenti, partite iva, commessi, o semplicemente disoccupati da prima del lockdown; sempre più italiani si vedono costretti a reinventarsi come braccianti – e nei campi c’è posto per tutti. 

Del resto lo aveva detto la Bellanova: quest’anno mancano 200mila braccianti, in gran parte stranieri, impossibilitati a tornare in Italia. Detto, fatto: un esercito di nostri connazionali – ventimila persone accorse a smentire il luogo comune di cui sopra – si è registrato sulle banche dati delle principali organizzazioni agricole. Un’adunata inaspettata che ha costretto le stesse organizzazioni a creare piattaforme per fare incontrare domande e offerte. Un po’ di numeri: dal 7 aprile, in poco più di un mese sulla piattaforma Agrijob di Confagricoltura sono arrivate 17 mila domande – 12 mila circa di italiani. Il 18 aprile anche Coldiretti ha lanciato Jobincountry, a cui si sono iscritti in 10mila circa – di questi, quasi 9 mila italiani. Il 24 aprile è stato il turno di Lavora con agricoltori italiani: in due settimane 2.500 iscritti, italiani: circa 2mila.

Tra riconvertiti all’agricoltura troviamo anche cinque salentini, in precedenza camerieri impiegati presso l’agriturismo Tenuta Monacelli, alle porte di Lecce: «Fino a tre anni fa — spiega il proprietario Giuseppe Piccinni — l’attività agricola, con i nostri 340 ettari, era prevalente. Poi con il boom del turismo c’è stato il sorpasso. Adesso stiamo tornando alle origini: fino a luglio, almeno, staremo fermi sul fronte turistico e allora ho chiesto ai miei collaboratori più stabili di preparare i terreniper impiantare nuovi ulivi al posto di quelli colpiti dalla Xylella: hanno accettato, ben felici di poter lavorare».

La situazione non cambia nemmeno spostandosi verso il Settentrione: «Ci arrivano diverse richieste dalla costa ligure — racconta Domenico Paschetta, della cooperativa cuneese Agrifrutta — da 30-40enni che lavoravano nel turismo.Abbiamo bisogno, tra raccolta e confezionamento, di 500 persone. Negli scorsi anni erano al 90% stranieri. Ma adesso, con la difficoltà a muoversi da Albania, Romania e Polonia, stiamo cercando gente locale senza problemi di alloggio: in passato i Comuni si erano organizzati con strutture di accoglienza, quest’anno con il distanziamento sarà più difficile».

Cristina Gauri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/crisi-20mila-italiani-lavorare-campi-156103/

Oms, chi comanda davvero: i 194 stati, Bill Gates o la Cina?

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Quando si chiuderà questa drammatica pandemia, l’Organizzazione mondiale della sanità dovrà rispondere del ritardo con cui è stata comunicata. Solo un’inchiesta internazionale indipendente potrà chiarire se davvero l’organizzazione, istituita dall’Onu nel 1948 con funzione di vigilanza sanitaria mondiale, ha commesso errori. Oggi sta anche supervisionando più di 35 operazioni di emergenza (dal focolaio di morbillo in Congo a quello di colera nello Yemen) e coordinando gli interventi contro tubercolosi, diabete, poliomielite e malattie tropicali.

È finanziata dai 194 Paesi membri con contributi fissi in base al Pil, sostanzialmente congelati dal 1987, e da contributi volontari (qui tutta la lista).Questi ultimi, che rappresentano la parte più consistente, provengono anche da una moltitudine di soggetti privati: parliamo di 4,6 miliardi di dollari su un budget complessivo di 5,6. Il primo contribuente sono gli Stati Uniti che versano in totale 893 milioni di dollari. Al secondo posto troviamo Bill e Melinda Gates con oltre 600 milioni, al terzo il Regno Unito con quasi 400, al quarto Gavi Alliance (di Bill Gates) con 370, poi il Rotary Club, il National Philantropic Trust e la Cina è al 14esimo posto con 85,8 milioni.

Di fatto l’Oms gestisce il 20% del suo budget, perché il resto sono progetti specifici decisi dai privati, e non tutti trasparenti. Un’organizzazione quindi indebolita dalla mancanza di soldi, e di personale con grande esperienza, liquidato per assumere giovani a contratto.

Le accuse al direttore generale

Chi comanda e decide è il direttore generale, che da statuto «non deve domandare né ricevere istruzioni da nessun governo od autorità straniera». Nel 2017, per la prima volta nella storia dell’Oms, a scegliere non è un gruppo ristretto di 34 membri, ma i rappresentanti di tutti i 194 Paesi, e per la prima volta votano un africano: Tedros Adhanom Ghebreyesus, ex ministro della sanità e degli esteri dell’Etiopia. Accusato da quasi tutti i Paesi e organi di stampa di essere venuto meno al suo dovere primario: la tempestività nell’informare il mondo sulla pandemia in arrivo. Ecco com’è andata.

Gli elogi alla Cina

Il primo ricovero all’ospedale di Wuhan di un malato di Covid-19 è dell’8 dicembre 2019, ma i funzionari cinesi riferiscono agli uffici Oms di Pechino dell’esistenza di casi atipici di polmonite il 31 dicembre (già con Sars la Cina aveva occultato i dati). L’Oms, da Ginevra, informa il mondo con un tweet il 4 gennaio, e solo il 30 gennaio, quando i contagi ufficiali sono già 7.836 e 18 i paesi coinvolti, il direttore generale dichiara Pheic, «un’emergenza sanitaria internazionale». Nella stessa conferenza stampa si sente in dovere di elogiare la Cina: «La velocità con cui ha rilevato l’epidemia, isolato il virus, sequenziato il genoma e condiviso con l’Oms e il mondo è molto impressionante e oltre le parole. La Cina sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie. Non è un’esagerazione». In realtà il ritardo nella comunicazione della Cina stava andando di pari passo con la sottostima dei contagi e il ridimensionamento della portata dell’allarme. Secondo Lancet, al 20 febbraio sarebbero stati 232 mila i contagiati in Cina, contro i 55.508 segnalati. E solo il primo aprile la Cina riconosce il ruolo degli asintomatici. Ancora il 26 febbraio l’Oms è prudente: «L’incremento dei casi fuori la Cina ha portato alcuni media e politici e spingere per la dichiarazione di uno stato di pandemia. Noi non dovremmo essere troppo impazienti, senza un’attenta analisi dei fatti». E sconsiglia restrizioni al traffico aereo verso la Cina. Solo l’11 Marzo, quando il numero dei contagi si era allargato a 114 Paesi, l’Europa in ginocchio, e 4.291 persone che hanno perso la vita, arriva l’annuncio: «Abbiamo valutato che Covid-19 può essere definito come pandemia».

Come avviene la trasmissione

L’Oms conferma la trasmissione interumana il 21 gennaio, e solo il 27 febbraio viene definito che avviene mediante droplets, mentre gli Ecdc europei lo avevano già dimostrato il 2 febbraio. Il ritardo si ripercuote sulle misure di protezione: sull’uso delle mascherine nella popolazione generale, Tedros ne sconsiglia l’utilizzo. Ancora il 6 aprile, quando ormai le evidenze scientifiche mostrano l’efficacia dell’uso di mascherine chirurgiche, dichiara che dovrebbero essere riservate ai lavoratori della sanità, e consiglia ai decisori politici di applicare un approccio basato sul rischio di esposizione al Covid-19 in base alla densità della popolazione. La prima indicazione chiara su cosa fare arriva il 16 marzo: «Testare ogni caso sospetto, se positivo isolarlo, tracciare i contatti nei due giorni precedenti ai sintomi e testare anche loro». Una strada già indicata dalla Corea del Sud: a metà febbraio aveva avviato una tempestiva campagna di test e tracciamenti di massa per bloccare i focolai, portando in un mese i contagi quasi a zero. Ma quale interesse aveva Tedros a tentennare, in un momento in cui l’Oms ha bisogno disperato di fondi?

Chi è Tedros

È stato un eccellente Ministro della sanità in Etiopia, e le sue riforme hanno diminuito la mortalità infantile. Tuttavia sul suo mandato grava l’accusa, sempre respinta, di aver insabbiato 3 epidemie di colera (2006, 2009, 2011), declassandole a diarrea. Dal 2012 al 2016, mentre è Ministro degli affari esteri, gli investimenti della Cina in Etiopia accelerano. A fine mandato si candida alla guida dell’Oms, e l’attività di lobby cinese in suo sostegno dura due anni. Il suo discorso prima del voto è stato chiaro: «Nella battaglia sanitaria voglio stare al fronte». Uno dei primi atti di Tedros da Direttore Generale è stato quello di nominare ambasciatore di buona volontà Mugabe, 93 anni, ex dittatore dello Zimbawe, alleato storico della Cina. Nei suoi 37 anni di malgoverno il paese è diventato un caso di disperata corruzione, miseria diffusa e violazione dei diritti umani su larga scala. Solo la levata di scudi interna ha costretto Tedros a ritirare la nomina.

I rapporti Cina-Etiopia

La Cina è il più grande partner commerciale dell’Etiopia: finanzia infrastrutture ferroviarie, di telecomunicazioni, autostrade, centrali idroelettriche. La precondizione è l’affido esclusivo di appalti ad aziende cinesi. Nel 2016 inaugura il gigantesco parco industriale di Hawassa, dove disloca la sua manifattura (costa meno che in Bangladesh). Sempre nel 2016 sono stati registrati dalla commissione etiope per gli investimenti più di 1.000 progetti cinesi: industria, costruzioni, immobiliare. Ad oggi gli investimenti ammontano a 24,5 miliardi dollari (fonte Aei). La Cina è anche il primo fornitore di armi all’esercito etiope. E l’Etiopia è il suo hub per la strategia di lungo periodo nell’approvvigionamento delle materie prime che stanno nel resto del continente africano, perché è nella capitale Addis Abeba che si incontrano i governi.

C’è la sede dell’Unione Africana: un palazzo di 20 piani donato dalla Cina nel 2012. C’è la sede della Commissione Economica per l’Africa dell’Onu, e hanno base le più importanti organizzazioni non governative. In sostanza fa quello che l’Europa ha fatto per 200 anni, senza però rompere le scatole sui diritti umani. E l’Etiopia ricambia: è stato il primo paese africano ad opporsi alla proposta Onu di sanzioni alla Cina per la violazione dei diritti umani in Tibet.

Dal 5G ai farmaci contraffatti

Ogni Paese gioca la propria partita. Oggi altre quattro importanti agenzie Onu sono a guida cinese: la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, l’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale, l’Unione internazionale per le telecomunicazioni, che definisce gli standard mondiali nell’uso delle onde radio. Mentre sul tavolo dell’Oms ci sono le questioni del secolo: la valutazione sulla sicurezza del 5G, e i rapporti con Impact, la task force che lotta contro la contraffazione dei farmaci (il 7% del totale), molto avversata dai Paesi asiatici. Metà della contraffazione è cinese, e decine di medicinali a larghissima diffusione contengono impurità potenzialmente cancerogene. La stima del valore globale sfiora nel 2020 i 1.000 miliardi di dollari. Poi c’è la questione del vaccino contro il Covid-19. Quando finalmente lo avremo, l’Oms dovrebbe avere voce in capitolo per renderlo accessibile a tutti. Ci sarà da lottare. E proprio nel mezzo della pandemia il Presidente Trump, che dal 2017 non ha nemmeno nominato il membro Usa nell’executive board, decide di sospendere i finanziamenti all’Oms, e lavora alla costruzione di organizzazioni alternative. Quindi della prossima epidemia se ne occuperanno i marines? O Bill Gates? Nulla è più geopolitico della salute.

La fabbrica del mondo a basso costo

Stati Uniti, Europa e Giappone si sono da tempo allontanati dai principi che hanno ispirato la cooperazione tra i popoli, trovando maggiori benefici nei trattati dell’Organizzazione mondiale del commercio. Alle agenzie Onu è stato impedito di mettere becco. La globalizzazione ha prodotto enormi ricchezze per pochi, ed ha regole cogenti: se violo una postilla del Wto pago penali miliardarie, se me ne vado dall’accordo di Parigi sul clima non succede nulla. Abbiamo voluto che la Cina diventasse la fabbrica del mondo a basso costo, poi esplode un virus a Wuhan, centinaia di migliaia di persone si ammalano a Milano o a New York, e non hanno la mascherina, i camici, i presidi sanitari, perché li fabbricano a Wuhan. Il virus ha svelato l’effetto di una interconnessione inestricabile. Vanno rimesse in discussione le cause. Per far fronte alle minacce che incombono sulle nostre vite, dalla rottura dell’ecosistema al debito dei paesi depredati, ad altre pandemie che arriveranno, occorre rafforzare quell’Organizzazione nata da lacrime e sangue, costruendo però un nuovo multilateralismo insieme ai 5 continenti per uno sviluppo sostenibile. E l’unico modo per mettersi d’accordo è la sopravvivenza dell’umanità.

DA

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/oms-coronavirus-bill-gates-cina-stati-uniti-europa-comanda-davvero-covid-pandemia-5g-etiopia/8ca94b96-92dc-11ea-88e1-10b8fb89502c-va.shtml

Scontri e manifestazioni: in tutta Europa monta la protesta contro il lockdown

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Berlino, 11 mag – E’ stato un fine settimana caratterizzato da manifestazioni, scontri e arresti in diverse nazioni europee. Dalla Germania alla Polonia, passando per la Francia, la Svizzera fino all’Olanda, migliaia di cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il “lockdown” e le restrizioni connesse all’emergenza coronavirus. Particolarmente dure le proteste dei tedeschi: a Stoccarda oltre 10 mila persone sono scese in piazza per denunciare la violazione dei diritti costituzionali giustificati dal contrasto al Covid-19, mentre a Berlino le dimostrazioni sono sfociate in scontri con la polizia. Ad Alexanderplatz la polizia avrebbe arrestato 86 persone, mentre altri 45 manifestanti sarebbero stati fermati davanti al Reichstag. Altre manifestazioni sono state registrate in altre città come Dortmund e Colonia.

In Svizzera manifestazione davanti al Parlamento di Berna

Al confine franco-tedesco di Lembach invece alcuni sindaci francesi e tedeschi hanno rimosso le barriere che durante l’emergenza hanno impedito di attraversare il confine, sottolineando le difficoltà per i lavoratori frontalieri. In Svizzera centinaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento a Berna per manifestare contro la chiusura delle attività commerciali, delle scuole e in generale le restrizioni connesse al Covid-19. Questo nonostante in Svizzera le misure siano molto meno dure che in Italia: già da due settimane barbieri, parrucchieri e fiorai sono aperti, mentre oggi riaprono le scuole. Le manifestazioni e i cortei si sono tenuti anche in altre importanti città elvetiche come Zurigo e Basilea.

La polizia smantella un accampamento a Varsavia

In Polonia manifestazioni e scontri con la polizia si sono verificati soprattutto nella capitale Varsavia, dove la protesta organizzata da alcuni imprenditori si è conclusa con 38 arresti. Partita come una dimostrazione a bordo delle proprie auto suonando il clacson, la protesta si è evoluta poi in un vero e proprio accampamento improvvisato realizzato di fronte l’ufficio del primo ministro. La polizia è intervenuta per smantellare il campo e arrestare i manifestanti.

Anche in Olanda si erano registrate proteste contro le restrizioni alcuni giorni fa, prima del fine settimana che ha visto il coinvolgimento di più nazioni europee. Circa 80 persone erano state arrestate all’Aia davanti alla sede del governo, sempre in seguito a proteste contro il lockdown. Le manifestazioni si erano svolte anche ad Utrecht, dove centinaia di persone si erano radunate per suonare il clacson della propria auto (forma di protesta contro le restrizioni partita dagli Usa).

Davide Romano

DA

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Silvia Romano liberata: ecco cosa dovremmo chiederci (e sapere) davvero

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Roma, 11 mag – La liberazione di Silvia Romano, di per sé, è per tutti una buona notizia. Sic et simpliciter per due motivi, il primo sostanziale: un’italiana rapita in Africa è stata riportata a casa, quindi nel caso di specie lo Stato ha fatto lo Stato. Il secondo più prosaico: dopo due mesi di coronavirus serviva una notizia positiva per strappare qualche sorriso. Tutto è bene quel che finisce bene, storia a lieto fine e nulla da aggiungere? Non proprio, perché questa vicenda sta monopolizzando il dibattito politico e mediatico, tra chi festeggia una cooperante milanese da trasformare in nuova icona radical chic e chi la accusa delle peggiori nefandezze perché convertita all’islam.Assistiamo insomma a uno scontro in campo aperto tra armate di commentatori obnubilati da pregiudizi, ipocrisie e letture semplicistiche. Nulla di nuovo, è quanto accade più o meno su qualunque scibile e disputabile questione. Quanto accaduto in Somalia però merita di essere considerato e analizzato evitando il metro del tifo. Dietro alla liberazione e alla conversione di Silvia Romano alias Aisha, difatti, ci sono agenti e fattori scatenanti che provocano risvolti di varia natura.

Chi ha rapito Silvia Romano?

Per comprenderli, partiamo dall’inizio di questa storia: chi l’ha rapita? Il 20 novembre 2018 la cooperante italiana, che si trovava in Kenya  per partecipare come educatrice a un progetto umanitario curato dalla onlus Africa Milele, è stata sequestrata nel villaggio di Chakama. Da quel momento in poi si aprono una serie di buchi neri. Secondo alcuni sarebbe stata rapita da un gruppo di criminali comuni kenioti e poi da loro venduta ai jihadisti somali di al-Shabaab. Stando invece alla ricostruzione di altri, la compagine terroristica somala legata in particolare ad al-Qaeda avrebbe compiuto direttamente il rapimento. Abbiamo scritto “in particolare” volutamente, perché in realtà una parte di al-Shabaab ha giurato fedeltà all’Isis. Dunque si pone un ulteriore punto interrogativo: quale ramo del gruppo terroristico la teneva in ostaggio? Non lo sappiamo con esattezza e probabilmente non lo sapremo mai. In entrambi i casi parliamo di spietati jihadisti che hanno compiuto e continuano a compiere attentati anche contro convogli dell’esercito italiano. Uno studio dell’Armed conflict location and event data project (Acled), già a ottobre 2017 sottolineava il terrificante attivismo di al-Shabaab: era il gruppo jihadista che aveva provocato il più alto numero di vittime tra i civili.Non solo in Somalia, perché parliamo di terroristi in grado di colpire più volte anche nel vicino Kenya. Migliaia di morti, devastazioni, torture, intere porzioni di territorio somalo occupate.

Chi abbiamo pagato?

Non possiamo quindi non chiederci: il governo italiano quanti soldi ha stanziato per liberare Silvia Romano e chi li ha intascati? La cifra che ricorre nelle ultime ore su vari giornali, 4 milioni di euro, è verosimile. Di solito chi paga per liberare un ostaggio in quelle aree versa infatti tra i 3 e i 6 milioni di euro, come sottolineato da un reporter esperto come Fausto Biloslavo. Ma la cifra esatta conta relativamente, perché parliamo in ogni caso di milioni di euro dei cittadini italiani finiti nelle sacche di tagliagole senza scrupoli. Cosa ci faranno con quel malloppo è inutile dirlo, basta appunto vedere cosa hanno fatto fino ad oggi. Dunque Silvia Romano non andava liberata per evitare di foraggiare dei terroristi? E’ la domanda che si pongono in tanti ma è mal posta. Proviamo a rimodularla: Silvia Romano poteva essere liberata senza foraggiare dei terroristi? Sì, era possibile. E come? Sparando. Perché con terroristi fanatici o si paga o si spara, tertium non datur. Inutile dire che se l’Italia avesse compiuto un blitz militare, se avesse sparato appunto, la cooperante milanese avrebbe potuto rimetterci la pelle. Viceversa rischiamo che qualunque compagine terroristica adesso pensi che rapire un italiano sia conveniente, perché il nostro governo poi pagherà il riscatto.

Il ruolo turco

Scelta pericolosa adottata dall’Italia e rischi evidenti a parte, alla luce di quanto sin qui detto si pone un’altra questione: qual è stato il ruolo dei nostri servizi di intelligence in Somalia? Sabato 9 maggio, subito dopo la sua liberazione, è stata scattata una foto diffusa dall’agenzia di stampa turca Anadolu che ritrae Silvia Romano a bordo di un veicolo del Mit, i servizi segreti della Turchia. Uno scatto che mostra la cooperante italiana indossare un giubbotto antiproiettile con la mezzaluna e la stella, le stesse presenti sulla bandiera nazionale turca. La collaborazione tra gli 007 italiani e quelli di Ankara è stata resa nota da subito, ma quella foto è un chiaro tentativo dell’intelligence agli ordini di Erdogan di rivendicare un ruolo determinante (non semplicemente di appoggio quindi). Della serie: siamo stati noi a permettere la liberazione di Silvia Romano. E allora, cosa ci ha chiesto in cambio la Turchia? Non lo sappiamo e anche in questo caso probabilmente non lo sapremo mai. Sappiamo però che in una nostra ex colonia per recuperare un ostaggio italiano siamo costretti ad affidarci ai servizi “neo-ottomani”. Questo la dice lunga sulla nostra capacità di operare in certi contesti e su quanto terreno abbiamo perso negli ultimi decenni.

Quale islam?

Infine l’altro aspetto che fa infuriare tanti “a destra” e sminuire il tutto molti altri “a sinistra”: Silvia Romano si è convertita all’islam. Quindi? Di quale islam stiamo parlando? Non è tanto importante capire se c’entri la sindrome di Stoccolma oppure una reale convinzione maturata in 18 mesi, ciò che conta è comprendere chi sia diventata questa sorridente ragazza milanese. Perché l’islam è una religione che esprime di tutto: mirabili confraternite sufi, raffinati fedeli sciiti, importanti scuole coraniche sunnite. Affatto “pericolosi”, anzi. Purtroppo però ha in seno anche fanatici gruppi che tutti abbiamo imparato tristemente a conoscere negli ultimi anni (gruppi che senz’altro storpiano l’autentico messaggio islamico, ma tant’è). Ecco, Silvia Romano a “quale islam” si è convertita? Quello di al-Shabaab da cui era tenuta prigioniera? Ci auguriamo di no, ma se fosse così sarebbe un bel problema. E dopo quello dei milioni consegnati a dei tagliagole è quello che dovremmo affrontare, in modo assolutamente prioritario.

Eugenio Palazzini

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Continuano le stragi dei Narcos della “Jalisco Nueva Generacion”

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di Matteo Orlando
in esclusiva a per Agerecontra.it
In Messico la violenza dei Narcos non accenna a diminuire. I resti di almeno 25 persone sono stati trovati sepolti in una fossa comune fuori dalla città messicana occidentale di Guadalajara, secondo quanto riferito dalla procura di Jalisco.
Finora i ricercatori hanno “estratto i resti di 25 morti non identificati, nonché cinque sacchi che si presume contengano anche resti umani”.
I vicini hanno spiegato ai giornalisti che sono stati dei cani ad aver scoperto delle ossa in una fattoria abbandonata, nella città di El Salto, a sud di Guadalajara.
Adesso soldati, personale forense e pubblici ministeri lavorano nell’area in cui è stata scoperta la fossa.
Lo scorso 16 gennaio un’altra fossa comune era stata scoperta a Lomas del Vergel nella comunità di Zapopan, sempre nello stato di Jalisco.
I nuovi resti emersi dopo quest’ultimo rinvenimento saranno tutti trasferiti in un obitorio locale per un ulteriore esame.
Finora a Jalisco, solo in questi primi cinque mesi del 2020, sono stati trovati almeno 115 corpi gettati in almeno 10 fosse comuni. La maggior parte di queste fosse comuni sono state scoperte fuori Guadalajara, la seconda città del Messico.
Lo stato di Jalisco è stato teatro di crescenti violenze negli ultimi cinque anni, collegati a un potente cartello della droga, la “Jalisco Nueva Generacion”.
A niente sono serviti gli appelli di politici, militari, religiosi, persone comuni. Il comune grido “non vogliamo più assassini” è rimasto lettera morta e molti madri messicane continuano a cercare i loro figli scomparsi!

Coronavirus, il New York Times demolisce il Governo Conte: “In Italia hanno sbagliato tutto, adesso stanno peggio che dopo la Seconda Guerra Mondiale”

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“I funzionari italiani hanno difeso la loro risposta ma l’analisi delle loro azioni mostra occasioni perse e passi falsi critici che hanno lasciato il Paese nelle condizioni peggiori dalla Seconda Guerra Mondiale”

 

Il New York Times, in un lungo articolo pubblicato nell’edizione online, analizza la situazione dell’Italia, alle prese con l’emergenza coronavirus, dove oggi si contano oltre 53.000 casi e oltre 4800 morti. “La tragedia dell’Italia rappresenta un campanello d’allarme per i suoi vicini europei e per gli Stati Uniti. Se l’esperienza dell’Italia mostra qualcosa è che le misure per isolare aree e limitare il movimento della popolazione devono essere prese rapidamente, attuate con assoluta chiarezza e fatte rispettare in modo rigoroso”, si legge. “Nonostante l’adozione di alcune delle misure più rigide nel mondo, le autorità italiane hanno sbagliato molti passi nelle fasi iniziali del contagio, quando contava di più, mentre tentavano di preservare i basilari diritti civili e l’economia”, è un altro passo dell’articolo.

Gli altri governi, oltre l’Italia, rischiano di seguire lo stesso percorso, ripetendo errori familiari e favorendo un’analoga calamità. A differenza dell’Italia, che ha navigato in acque inesplorate per una democrazia occidentale, gli altri governi hanno meno spazio per le scuse. I funzionari italiani, da parte loro, hanno difeso la loro risposta” al virus, “evidenziato che la crisi non ha precedenti nei tempi moderni”. “Sostengono che il governo abbia risposto con velocità e competenza, agendo immediatamente su indicazioni degli scienziati e passando più velocemente all’adozione di misure drastiche ed economicamente durissime rispetto agli altri paesi europei. Ma l’analisi delle loro azioni mostra occasioni perse e passi falsi critici che hanno lasciato il Paese nelle condizioni peggiori dalla Seconda Guerra Mondiale, prosegue l’articolo, prima di passare in minuziosa rassegna gli eventi che hanno scandito gli ultimi 40 giorni nel nostro paese. Qui l’articolo originale.

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http://www.meteoweb.eu/2020/03/coronavirus-new-york-times-gestione-conte-italia/1408581/?fbclid=IwAR1BDKMd7Ffw3PDMoPUKJVvhvGOSVQOba5KF-AT-MAXuaEjkvS0fsXIwM7M

Il Parlamento ungherese blocca l’ideologia gender, le Sardine diffondono fake news

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L’Ungheria del Primo Ministro Viktor Orbán si oppone ancora una volta all’ideologia gender.

Come scrive l’onorevole Luca Volontè su La Nuova Bussola Quotidiana il Parlamento ungherese, “che nonostante una malsana diffusione di ‘fake news’ è nel pieno dei suoi poteri”, ha approvato nei giorni scorsi una Risoluzione (con 115 voti a favore e solo 35 contrari, sui 65 di opposizione), promossa dal partito cristiano democratico, che impegna il Governo a non ratificare la Convenzione di Istanbul e opporsi all’ideologia ‘gender’.

Questa Convenzione del Consiglio di Europa del 2011 è entrata in vigore nel 2014 dopo le prime 10 ratifiche. Dei 47 Paesi del Consiglio di Europa la gran parte dei paesi del centro est Europa non ha ratificato la Convenzione (Ucraina, Slovacchia, Moldavia, Lituania, Liechtestein, Lettonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Armenia, Ungheria e Regno Unito). Alcuni nemmeno hanno firmato il documento (Azerbaijan e Russia), altri hanno accompagnato la firma con distinguo, riserve e severe obiezioni (Romania, Polonia, Andorra, Malta, Slovenia etc.) perché va ben oltre il mandato specifico di lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica e parla del sesso come di una “costruzione sociale”,  indipendente dalla realtà biologica sessuale.

Per Volontè l’Ungheria “prosegue coerentemente nella sua strada nella promozione e difesa di alcuni principi cristiani non negoziabili. Ora è probabile che un nuova ondata di insulti si riverserà sull’Ungheria e sul suo Primo Ministro Viktor Orbán, come già accaduto nel recente passato per la difesa della sessualità biologica, a cui comunque si oppongono molti altri paesi”.

C’è da attendersi una altra campagna stampa internazionale anti ungherese per il rifiuto della Convenzione di Istanbul? Probabile! Anzi certo! In Italia c’hanno pensato le cosiddette Sardine che sulla loro pagina Facebook, accompagnando il post con una foto irriverente, hanno scritto: “Oggi apprendiamo con sconcerto che sono stati utilizzati i ‘pieni poteri’ per non permettere al Parlamento ungherese di ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica. Viktor Orbán avrebbe dovuto usare i suoi poteri speciali solo per situazioni attinenti all’emergenza. E invece ne approfitta per compiere azioni che evocano momenti bui della Storia. In pieno contrasto con i principi della comunità internazionale che dovrebbe condannare l’operato di questo neo-dittatore”.

Ecco come le Sardine diffondono Fake News!

 

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Il Parlamento ungherese blocca l’ideologia gender, le Sardine diffondono fake news

BORGHI: SE IL QUIRINALE TACE E’ PERCHE’ GLI VA BENE COSI’. Il MES progetto politico per condizionare il prossimo governo. La differenza fra moneta e debito

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Intervista a Claudio Borghi ed Alessandro Angelini sul MES a RadioRadio. Dato che il MES “Light” è un molto incerto e nebuloso e, in realtà, non è altro che uno strumento “Sudamericano”, con il quale si prendono quattro soldi per distribuirli subito, chissà poi a chi, per poi condizionare, con le regole del MES,con i suoi controlli, con i suoi inviati, la politica dei successivi governi. Praticamente è la prosecuzione della solita politica traditrice italiana: si chiama lo straniero contro il nemico interno, perchè si preferisce essere dominati da qualcun altro piuttosto che convivere con un avversario interno.

Qualcuno chiede un ruolo più attivo del Quirinale, che sembra quasi scomparso ed interviene molto poco, chiamando solo alla “Solidarietà”ed “Leuropa”. Borghi mette in luce come il Quirinale avrebbe potuto intervenire già molto volte negli scorsi giorni, quando i DPCM sono stati usati per cancellare il diritto ed i diritti individuali, ma non lo ha fatto, tace, per cui vuol dire che gli va tutto bene così!

Quindi un’interessante spiegazione di come lui veda la differenza fra denaro e debito di stato. Il debito pubblico,inun mondo di valuta FIAT e debito dematerializzato, non è altro che un modo per premiare il risparmio tramite gli interessi, tanto che con le operazioni di Quantative Easing un paese normale scambia le due forme monetaria utilizzato dalle banche centrali per controbattere i momenti di crisi economica ciclica o straordinaria.

 

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BORGHI: SE IL QUIRINALE TACE E’ PERCHE’ GLI VA BENE COSI’. Il MES progetto politico per condizionare il prossimo governo. La differenza fra moneta e debito.

Esclusivo. Matteo Castagna (Christus Rex): “un cattolico è anti massoneria per costituzione”

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“Il cattolicesimo è l’antitesi dei principi massonici. Il potere economico in mano a pochi, che comandano sulla politica, è un modello anticristiano e disumanizzante”. Lo afferma ad Informazione Cattolica il dottor Matteo Castagna, responsabile nazionale del circolo cattolico “Christus Rex-Traditio”. Ecco la sua intervista.

Lei è responsabile nazionale del circolo cattolico Circolo Christus Rex-Traditio. Quando è stato costituito e quali ne sono le finalità?

“L’ho fondato e diretto a partire dal 1 gennaio 2007, come evoluzione di una precedente esperienza tradizionalista, iniziata, per me, nel 1998. La finalità è quella del proselitismo cattolico romano integrale (ma non integralista, perché non siamo dei fanatici!), con le modalità proprie di una associazione composta da laici: lo studio, la preghiera e l’azione pubblica attraverso l’impegno, anche diretto, in politica per la Regalità Sociale di Cristo. Cioè per ristabilire i diritti di Dio sulla società, come prevede la dottrina sociale della Chiesa”.

Nel corso degli anni avete organizzato diversi eventi culturali con ospiti particolarmente importanti. Ci ricorda qualche iniziativa che avete organizzato che vi ha dato grandi soddisfazioni?

“È vero. Tutte ci hanno dato soddisfazione perché, anche grazie ad una ampia rete di conoscenze, non abbiamo mai fatto un flop. Mi piace ricordare i primi eventi, con conferenze sul pericolo dei vaccini (fummo profetici?) e poi quelli con l’Avvocato Gianfranco Amato sui temi della bioetica, o le tante presentazioni del mio libro, avvenute soprattutto grazie all’interesse dimostrato dai dirigenti della Lega di Salvini. La più grande soddisfazione militante fu quella di aver liberato, con un grandissimo impegno, la chiesa di San Pietro Martire di Verona dall’occupazione dei luterani”.

Come vive la sua fede quotidiana?

“Vivo la mia fede quotidiana iniziando con le preghiere del mattino ed il Rosario per il Trionfo del Cuore Immacolato di Maria su questo mondo, avvelenato dalla sovversione anticristiana. Poi con lo studio della teologia e sforzandomi di compiere buone opere, conformemente al catechismo, soprattutto nella carità verso le anime, denunciando l’errore e facendomi portavoce della Speranza di Cristo, unica Via, Verità e Vita”.

A quale santo della storia della chiesa si sente particolarmente legato e perché?

“Credo soprattutto a San Pietro Martire da Verona, grande Inquisitore domenicano, co-patrono della mia città: Verona. Per la Sua Fede senza compromessi, per la Sua combattività e per la Sua fedeltà al Corpo Mistico di Cristo”.

In molti attaccano la messa in latino voluta da San Pio V. Secondo lei perché?

“Perché la sovversione anticristiana odia, per natura, la Santa Eucarestia, che rinnova in modo perfetto la vittoria di Cristo sul Diavolo. La lingua è un pretesto per attaccare la sostanza: il rinnovamento incruento del Sacrificio del Calvario da parte del Redentore dell’umanità. Solo nella Messa di sempre, codificata da San Pio V, ogni formula è chiarissima nell’indicare le finalità con la degna sacralità”.

Tra le chiese cattoliche del mondo che ha visto a quale è rimasto particolarmente affezionato?

“Senza dubbio a Santa Maria Maggiore, a Roma. Un esempio mirabile di Fede di quando la civiltà era davvero e pienamente cattolica”.

Qual è il suo giudizio su quanto sta accadendo nel mondo a proposito di pandemia da coronavirus?

“Credo che ci sia un gran caos, generato da un premier e da un governo che si sono dimostrati incapaci di gestire la situazione, fin dall’inizio. I dati ci dicono che i deceduti sono meno dell’anno scorso. C’è qualcosa di strano e forse qualcuno ne sta approfittando per rimodulare la globalizzazione. Di certo non per il bene comune”.

Qual è il suo giudizio sull’operato in Italia del governo Conte e sulle azioni delle opposizioni parlamentari?

“Conte mi pare un disastro. È passato dall’abbraccio al cinese ad un lockdown che sta mettendo in ginocchio l’economia. Si è circondato di ‘esperti’ che quotidianamente vengono contraddetti da altri scienziati. Mi pare di leggere che dove non si è chiuso tutto, la questione sia stata comunque risolta. E comunque il 4, tutti dovevano poter tornare al lavoro. Credo che la limitazione delle libertà personali, soprattutto quella di culto, siano non solo un errore, ma un motivo di opposizione sul piano giuridico e politico. Difficile far lavorare le opposizioni se si tiene chiuso il Parlamento. Forse potevano fare di più, come contrapporre una task force alternativa a Burioni, ma in democrazia contano i numeri, che il centrodestra non ha per far passare le molte cose giuste proposte”.

Lei è Veneto. Come si sta comportando in materia Luca Zaia?

“Io sono veronese, italiano e veneto. Mi pare che Zaia stia andando nel verso giusto, ovvero in controtendenza rispetto al governo, nei limiti impostigli dalla legge. Per questo è il governatore più amato d’Italia.

Lei è fortemente impegnato nel contrasto alle mafie e alla massoneria. Ci può parlare del suo impegno su questi temi?

Il Cattolico è anti massoneria per costituzione. Il cristianesimo è l’antitesi dei principi massonici. Perciò sono anti massone ma anche anti lobbista, secondo quanto insegna l’Enciclica “Quadragesimo Anno”. Il potere economico in mano a pochi, che comandano sulla politica, è un modello anticristiano e disumanizzante perché pone come valore primario il profitto, alla faccia di ogni etica e di ogni principio morale. Le mafie sono l’organizzazione malavitosa e spietata di una religione basata sull’illegalità, sul disordine e la corruzione. Per questo collaboro con associazioni antimafia dando il mio contributo sul piano giornalistico e della diffusione di una cultura della legalità, non dell’ipocrisia”.

MATTEO ORLANDO

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