Dal lockdown al knockdown. E a bordo ring eminenti costituzionalisti stimati da Mattarella per il colpo finale a Conte. Al Quirinale, intanto, come da prassi consolidata in periodi turbolenti, si analizzano profili per un possibile successore del capo dell’Esecutivo dopo il no secco di Draghi. L’orientamento è solo verso figure politiche, avendo già scartato ipotesi di novelli “para guru” alla Vittorio Colao, dal quale ci si aspettava molto di più, o di esponenti delle istituzioni, come la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia. I nomi al momento sotto osservazione per un eventuale governo di larghissime intese auspicato pure da Bergoglio sono tre: il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ed i ministri Pd Dario Franceschini, a cui proprio Zingaretti ha delegato i rapporti con il Movimento Cinque Stelle, e Lorenzo Guerini, che alla Difesa ha acquisito una buona dimestichezza con gli interlocutori internazionali, USA in testa, oltre ad essere apprezzato dal mondo industriale. Forse, con un coup de théâtre, potrebbe anche spuntare, Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera dei deputati, con in dote un network europeo di prim’ordine.
Sullo sfondo, i grillini disposti a tutto pur di non andare alle elezioni, Berlusconi che muore dalla voglia di tornare a contare un po’, Salvini che vuole riappropriarsi di un ruolo, Renzi che sogna la Farnesina e la Meloni che difficilmente potrebbe dire no alla Difesa di fronte ad un Paese in drammatica recessione, con la Caritas che non riesce più a sfamare le famiglie senza cibo. Ma quale potrebbe essere il grimaldello che permetterà a Mattarella, a fine estate, di sfrattare da Palazzo Chigi Conte, che continua a disattendere sistematicamente ogni suo suggerimento? Due sono le strade per accelerare, nei prossimi mesi, la formazione di un governo-lampo di “sanità pubblica” che dovrà affrontare una catastrofica crisi economica con 13 milioni di disoccupati e un Pil a meno dodici.
La prima, già in movimento, è la più delicata e potenzialmente esplosiva, che può sintetizzarsi in “chi di Dpcm ferisce, di Dpcm perisce”: da Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale intervistato da QuaranTalks, l’appuntamento organizzato dalla Bologna Business School, che ha ripetuto chiaro e tondo che i Dpcm di Conte sono illegittimi e, come tali, potenzialmente perseguibili. Cassese, peraltro, non solo è uno dei consiglieri più ascoltati da Mattarella, anche per i comuni trascorsi alla Consulta, ma è pure il mentore riconosciuto dell’attuale presidente Cartabia, altrettanto critica verso quello strumento amministrativo ripetutamente adottato. A questo si aggiunga che un altro ex presidente della Corte, Giovanni Maria Flick, aveva iniziato a raccogliere commenti critici da altri giudici costituzionali, iniziativa al momento sopita solo per carità di patria.
Ma a Palazzo Chigi si teme che proprio l’incostituzionalità dei Dpcm possa arricchire la già corposa denuncia, attualmente al vaglio della Procura di Roma, portata avanti dal professor Carlo Taormina che, tra l’altro, sta anche raccogliendo migliaia di firme per una class action. Il combinato disposto tra il parere di autorevoli giuristi e un’iniziativa giudiziaria suggerirebbe di accelerare un’uscita di scena di Conte, il quale si è opposto anche alla consegna, come gli era stato chiesto dall’opposizione, dei documenti stilati dalle mille task force dedicate al Covid-19, com’è prassi consolidata in altri Paesi.
La seconda strada, più elegante, prevede l’uso del fioretto al posto della spada e viene, come al solito, dall’Europa: a parte i pelosi profili giuridici, al Quirinale sono preoccupati per gli sconfortanti giudizi su Conte dalle principali cancellerie europee. A Berlino come a Parigi, a Madrid come a L’Aja, i leader europei si vanno convincendo che le sortite del premier italiano sui risultati nei vertici internazionali e sui negoziati in corso siano meramente strumentali alla sua permanenza a Palazzo Chigi.
È quindi immaginabile che proprio da Bruxelles venga vista favorevolmente la possibilità di un cambio di guardia in Italia, magari con la contropromessa che non ci sarà alcuna tempesta sui mercati. Un nuovo governo con una maggioranza più allargata piace molto a Mattarella, anche perché pure lui, come tutti i presidenti, punta alla riconferma. Tutto il mondo è paese.
Non vi è nulla di più monarchico del denaro. Permette di comprare sudditi, gratifica i più fedeli di privilegi e titoli nobiliari, permette di guardare tutti dall’alto e può essere trasmesso agli eredi. Ci sono molti principi dell’oro: alcune dinastie sono al potere – riservatamente, discretamente, eppure in maniera ferrea – da alcuni secoli. Parliamo dei Rothschild, dei Warburg, dei Rockefeller e di pochi altri. Alcuni siedono direttamente sul trono, non soltanto in Arabia e nei sultanati del petrolio. Le famiglie reali d’Olanda e d’Inghilterra sono tra i super ricchi del pianeta. Alcuni nuovi ricchi – Zuckerberg, Jeff Bezos – hanno presto imparato la lezione e usano spregiudicatamente il potere monarchico conferito dal denaro.
Qualcun altro, come GeogeSoros, ritaglia per sé il ruolo di Grande Vecchio, burattinaio globale della Società Aperta, attraverso le sue ONG volte al mondialismo, all’immigrazione, alla legalizzazione della droga. Ma il re del mondo, lo abbiamo imparato in questi mesi, è William Henry Gates III, il fondatore di Microsoft, inventore del sistema Windows attraverso cui operano un miliardo e mezzo di computer sull’intero pianeta, meglio conosciuto come Bill Gates, nato a Seattle il 28 ottobre 1955, “imprenditore, programmatore, informatico e filantropo statunitense”, secondo Wikipedia, l’enciclopedia globale, digitale e politicamente corretta.
Premesso che chi scrive ribolle di collera alla parola “filantropo”, Gates è davvero re del mondo e imperatore della sanità. È Bill I, il Fondatore, poco importa se è l’uomo più ricco del mondo o se fa soltanto parte della crème dei super ricchi, dall’alto di un patrimonio di almeno 50 miliardi di dollari, spicciolo più, spicciolo meno. A proposito: lorsignori, in questi mesi di crisi sanitaria, economica e finanziaria, sono diventati ancora più ricchi. Nelle ultime settimane, secondo il prestigioso Institute for Policy Studies, tre sole persone, Jeff Bezos di Amazon, Warren Buffett lo speculatore e Bill Gates hanno raggiunto il ragguardevole primato di possedere la stessa ricchezza della metà più povera delle famiglie americane.
Leggeremo poco di questi fatti sulla stampa ed ancor meno ascolteremo notizie sulle grandi catene televisive. Bezos, tra le altre cose, è proprietario del Washington Post, mentre Bill I è un generoso “donatore” – philantropie, come noblesse, oblige – di organi mainstream come l’inglese Guardian, a cui, secondo il sito MintPress, ha graziosamente offerto più di 9 milioni di dollari. Altri 3 sono andati alla catena televisiva NBCUniversal, 4,5 a NPR, National Public Radio, una rete di novecento emittenti radiofoniche americane qualificate “indipendenti”. Un milioncino è toccato agli arabi di Al Jazeera; astronomica la somma dispensata al programma finanziario della BBC Media Action: 49 milioni. Il re del mondo ci tiene a che si parli bene di lui: perciò non bada a spese, approfittando del fatto che i titoli informatici e quelli legati al mondo dei vaccini sono in impetuoso rialzo.
Sono le attività riunte nella sua augusta persona. Il caso più eclatante è quello di Novavax, un piccolo laboratorio del Michigan specializzato in vaccini che ha annunciato il tentativo di sviluppare un vaccino contro il Covid19. In due giorni, la sua capitalizzazione ha raggiunto 600 milioni di dollari. L’azienda americana è uno dei vassalli dell’Impero di Bill I, che vi ha generosamente investito denaro della fondazione intitolata a se stesso e alla regina moglie, Melinda Gates. Pare davvero che il Re sia ossessionato dalla salute dei suoi sudditi, che vuole proteggere attraverso vasti programmi di vaccinazione collettiva ed obbligatoria, accompagnati dalla “tracciatura” delle masse umane sulle quali regna.
Per farcela, si è innanzitutto assicurato il controllo di una delle più influenti istituzioni mondialiste, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pochi sanno che l’OMS, diretta da un politico africano marxista di lungo corso, implicato in massacri e guerre civili, Tedros Adhanom Gebreyesus, scelto soprattutto per il colore della pelle, è sostanzialmente una proprietà privata di Bill Gates. Egli, attraverso la Fondazione e la sua ONG Gavi, è il primo contribuente al bilancio totale. Le donazioni volontarie, informa il British Medical Journal, tra le quali prevalgono quelle del Re del Mondo, costituiscono l’87 per cento del bilancio dell’Oms, e sono in larga misura vincolate a programmi di vaccinazione. Inutile ricordare che chi paga i suonatori decide la musica; superfluo altresì rammentare che non pochi vaccini imposti dall’OMS per volontà di Bill I hanno prodotto gravi problemi, tanto che le sue fondazioni sono sotto inchiesta in India. Gli esperimenti avvengono in corpore vili, nei paesi più poveri del mondo.
Di recente, Bill Gates ha annunciato di volersi impegnare ancor più nella ricerca su ben sette vaccini. Il Coronavirus è un gran bell’affare. Il principio è la strategia dello choc enunciata da Naomi Klein: paura generalizzata, crollo delle piccole e medie imprese, confinamento. Risultato: una immensa recessione mondiale unita alla paura fisica. Fertile terreno per gli interessi dell’uomo che controlla i nostri computer. Quello che interessa i mondialisti è l’omogeneizzazione dei comportamenti, ovvero la loro militarizzazione, “la capacità di far agire una folla come un sol uomo, il vertice dell’arte politica, attraverso metodi di condizionamento, cioè di addestramento comportamentale, tipo cane di Pavlov “. (<strategika.fr>)
Bill Gates è diventato uno dei massimi leader d’opinione mondiali. Il suo pensiero è stato diffuso il 19 marzo scorso sul suo blog. Quattro erano le affermazioni esposte: la soluzione al virus passa necessariamente per un vaccino; quel vaccino dovrà essere accoppiato a un certificato digitale attestante chi è vaccinato e chi non lo è; in attesa di trovare il Santo Graal, bisogna restare a casa e mantenere il distanziamento sociale; tale attitudine non può e non deve essere estesa ai comportamenti politici degli Stati. Secondo l’imperatore, la risposta deve essere infatti più globalismo, più governo mondiale, più “società aperta”. A vantaggio di chi, ce lo raccontano ogni giorno i bollettini di Borsa. Dall’alto del suo potere, ottenuto dispensando denaro, Bill I finge di commettere un errore logico, per instillare nell’opinione pubblica – manipolata e terrorizzata – il convincimento che la pandemia è la conseguenza di un deficit di mondializzazione. Sconcertante.
Detto e fatto: Ursula Von der Leyen, la sturmtruppen tedesca della Commissione Ue, si è affrettata a dichiarare che “il ritorno alle frontiere nazionali costituisce una minaccia per la vita e la salute dei cittadini dell’Unione, poiché verrebbe perturbata la catena di approvvigionamento. Il mercato deve rimanere fluido”. Tutti a casa, insomma, fuorché le loro maestà, le merci e i capitali. Lo sbocco della crisi è quello che interessa il Re: vaccinazione di massa e sorveglianza elettronica. Nulla importa che in varie parti del mondo stiano emergendo terapie di varia natura a costi più bassi e, ovviamente, senza l’invasività vaccinale. Bill I, il pompiere piromane, ha deciso diversamente. Chi ha in mano il sistema, crea un problema o permette che si aggravi, per imporre la sua soluzione. Nel mondo dell’informatica, non è un segreto che virus e antivirus siano concepiti dagli stessi gruppi di ricerca.
Il biopotere, di cui Bill Gates è maestro, ha bisogno di uno stato di alterazione temporanea del giudizio, di una suggestione indotta e moltiplicata dalla paura e dalla stessa cattività imposta. È l’istinto del gregge. Il biopotere vuole il Grande Confinamento. Per questo ha predisposto, attraverso la tecnologia informatica e di sorveglianza, una grande prigione a cielo aperto. Miliardi di individui isolati, tutti sotto l’occhio del potere e della sua tecnologia di controllo. Verifichiamo, da parte del biopotere, la destabilizzazione dei ritmi biologici e delle costanti antropologiche, con l’obiettivo di cambiare profondamente il destino della nostra specie. Giocano con i nostri nervi e la nostra salute.
Nel caso di Bill Gates poco importa indagare se nelle sue azioni abbia un ruolo il delirio di onnipotenza o il desiderio patologico di passare alla storia; non si deve neppure immaginare una soluzione al Covid-19 diversa dalla vaccinazione universale. Sbaglieremmo se pensassimo che il movente sia il denaro. È già sin troppo ricco, e l’alleanza con i vertici della finanza creatori del denaro fa sì che il denaro sia non un dettaglio, ma solo uno strumento. Importa il dominio, il potere. Un mezzo privilegiato è la vaccinazione obbligatoria di massa, magari unita alla soppressione del denaro “fisico”, accusato di essere un veicolo di trasmissione di virus. Infine, il colpo da maestro, il delitto perfetto: l’introduzione nel corpo umano di componenti chimici ed elettronici che permettono la tracciabilità e l’identificazione numerica degli individui, come e meglio dell’allevamento animale.
Probabilmente, non si tratterà, a lungo termine, della “pulce” a radiofrequenza RFID, ma di oggetti ancora più minuscoli e di “tatuaggi” a punti quantici. Per questo parliamo di una monarchia tirannica il cui simbolo è Bill Gates, geniale tecnologo che conosce meglio di ogni altro le possibilità dell’informatica, unita alla cibernetica e alla chimica. Bill I è ai vertici di un programma di identificazione numerica generalizzata, il cui nome è ID2020. La crisi presente si sviluppa nell’ambito di un confronto sempre più aspro tra Cina e Usa per la supremazia elettronica. Il governo cinese sta cercando di sostituire Windows, la creatura di Microsoft, con un sistema proprio. Se l’operazione riuscisse, vista la potenza crescente del Dragone, Microsoft sarebbe morta, i sistemi occidentali non potrebbero più spiare il mondo. In Asia non sono certo migliori: la sorveglianza elettronica di massa è già una realtà, ad esempio con il sistema di credito sociale a riconoscimento facciale.
Nessuna “diceria dell’untore”: il Rubicone digitale è stato oltrepassato e il programma vaccinale di Bill Gates è una delle tappe fondamentali. Bill I ha parlato chiaro: non ci saranno più raduni di massa senza un vaccino mondiale. Parole di Re o di tiranno. ID2020 annuncia il progetto di “esplorazione di molteplici tecnologie biometriche d’identificazione dei neonati”, basata sulla vaccinazione e sull’“esclusivo utilizzo dei mezzi più efficaci”. Il mezzo essenziale è un tatuaggio di alta tecnologia, realizzato con il MIT di Boston, in grado di immagazzinare dati in un colorante invisibile sottocutaneo. È la realizzazione del marchio della Bestia di cui parla l’Apocalisse, amministrato da Gavi, la ONG “sanitaria” di Bill Gates. La rivista scientifica del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ne ha così spiegato il funzionamento: “I ricercatori hanno dimostrato che il nuovo colorante, composto da nanocristalli chiamati punti quantici, emette una luce simile agli infrarossi che può essere rilevata da uno smartphone specificamente equipaggiato”.
Una delle prime utilizzazioni su grande scala potrebbe portare essere l’abolizione del denaro contante. Per paura del coronavirus, stiamo imparando a usare e gettare una serie di prodotti monouso: perché non abbandonare l’abitudine a banconote e monete? Per alcuni analisti geopolitici, la crisi del Coronavirus e la conseguente depressione economica è utilizzata come copertura per l’avvento di un nuovo sistema finanziario digitale, con la messa in opera di una “nanopulce” obbligatoria unita a un vaccino che crea un’identità numerica completa e individualizzata. Deliri? Temiamo di no. Non crediamo ai filantropi, tanto meno quando sono animati, come Bill Gates, da un inquietante messianismo. L’esito, al di là della terapia antivirus, potrebbe essere il collegamento all’intelligenza artificiale, con un’umanità sorvegliata a tempo pieno. Una distopia destinata ad avverarsi.
Nell’intervista dianzi citata, Bill I ha francamente ammesso (o disposto?) che le attività indispensabili, come la scuola, possono essere organizzate “da remoto”, mentre quelle che richiedono riunioni di massa “possono essere, in un certo senso, opzionali. Dunque, sinché non sarete vaccinati, potrebbero non ritornare affatto.” Padrone, oltreché del sistema operativo che usiamo e dell’OMS, anche del nostro corpo, sino a decidere gli spostamenti e le attività consentite e proibite. Carota e bastone, come molti tiranni: il re del mondo dice chiaramente che certi “raduni di massa” saranno considerati atti di disobbedienza civile, beninteso, se non accettassimo la vaccinazione.
La “riunione di massa” è una costante della vita degli uomini, tanto più nelle società contemporanee, un bisogno della nostra specie. Nessuno vorrà privarsi dell’intrattenimento, dello sport e dello spettacolo, dunque faremo la coda – disciplinati e mansueti come pecore matte – per ottenere da Microsoft il “tatuaggio quantico”, un nome gradevole, tecnologico e progressista. Ci marchieranno con un identificante invisibile mentre ci vaccineranno contro qualcosa, qualunque cosa faccia abbastanza paura.
Intanto, nonostante i significativi successi di diverse terapie alternative, Bill Gates, Big Pharma e il potentissimo apparato tecnoindustriale indicano come unica rotta planetaria, la corsa verso un vaccino anti Covid 19 realizzato e prodotto in gran fretta, di cui non si conoscono gli effetti collaterali, la vera composizione e che farà da battistrada alle nanotecnologie di identificazione. Non aspettiamoci che i ricchi si mettano in coda per essere i primi a beneficiarne. La statistica di una rivista medica statunitense, l’American Journal of Public Health, in California, epicentro della ricerca biometrica e sede dei giganti di Silicon Valley, ha constatato che le richieste di esenzione dalle vaccinazioni è doppia nelle scuole private delle classi superiori. Pare che valvassori e valvassini del re del mondo preferiscano lasciare a noi, popolo e plebe, il vaccino “identitario” che unirà tutte le razze e le istituzioni sotto lo stesso tetto mondialista. Loro continueranno a vivere in quartieri esclusivi, chiusi in un confinamento di filo spinato, guardie armate e distanziamento sociale dalla massa.
Bill Gates – questa è un’altra pessima notizia – ha avuto un lungo colloquio con Giuseppe Conte, dunque l’Italia fa parte dei suoi progetti e del suo impero. Chiunque può informarsi e rendersi conto che il catalogo è questo, il menu unico e obbligatorio preparato dal potere e diretto – niente affatto segretamente – da Bill I Re del mondo e da una formidabile struttura tecnoscientifica e finanziaria dotata di mezzi immensi. Se ci piace, accomodiamoci pure. Altrimenti, almeno non voltiamoci dall’altra parte, non ci balocchiamo in dispute anacronistiche tra guelfi e ghibellini, non fingiamo di non sapere.
Intervenga Mattarella oppure un buon dottore (non un virologo…) perché la “decretomania” e il narcisismo di Conte ci stanno portando nel baratro
Si apre… non si apre. Si esce… No, non si esce. C’è chi apre il 4 maggio o forse il 18, magari l’11. I più “sfigati” l’1 giugno, ma non è detto, magari prima. Oppure dopo, dipende. Si possono andare a trovare i congiunti, ma fino a che grado e fino a quanti chilometri di distanza? La fidanza è “congiunta”? Solo se “continuativa”… Ci vuole l’anello.
Gli over 60 devono stare a casa o possono uscire? Con la App, con il braccialetto elettronico o con il collare identificativo?
Così, contro l’indecisionismo del governo, partono le Ordinanze regionali che dicono tutt’altro… Allora, per non essere da meno, i Comuni fanno le loro Ordinanze contro quelle delle Regioni… I ministri straparlano e si contraddicono a vicenda, Conte si pavoneggia, l’opposizione sbraita… L’unico che fino a oggi ha taciuto è proprio l’unico che dovrebbe intervenire mandando a casa il governo: Mattarella.
In occasione del 1° maggio, finalmente anche lui “esterna”: «Sono necessarie indicazioni – ragionevoli e chiare – da parte delle istituzioni di governo ma, oltre al loro rispetto, è soprattutto decisiva la spontanea capacità di adottare comportamenti coerenti nella comune responsabilità di sicurezza per la salute».
Come dire, un colpo al cerchio e uno alla botte (che siamo noi). Pero, in tutto questo Caos, i cittadini a chi devono dare retta? Perché non è finita qui: con i tamponi come siamo messi? A chi saranno fatti e a chi no?… E i test sierologici? Le mascherine saranno obbligatorie o no, solo in luoghi chiusi o anche all’aperto? Dove le trovo a 0,50 euro come insiste Arcuri, dal momento che farmacie e supermercati non le vendono più perché non vogliono perderci? E i guanti? Bisogna mettere anche quelli? Anche per fare jogging? Ah… la febbre… Bisogna misurarla a tutti i clienti: prima, durante o dopo l’acquisto?
Per le seconde case che si fa? L’ennesimo modello di autocertificazione, ma solo per fare riparazioni, mica per riposarsi un po’. Poi solo se sono nella stessa regione. I milanesi che hanno la casa in Liguria si attaccano…
C’è, infine, lo psico-dramma dei mezzi pubblici… Il governo pretende che si stia “distanziati” e i Tg asserviti al regime si sforzano di mostrare i cartellini sui sedili con il divieto di sedersi… Ma come? se prima manco si riusciva a salire sui treni pendolari, sui vagoni della metropolitana e sui bus al mattino… adesso bisognerebbe stare distanziati? Ma nemmeno se quintuplicassero la frequenza. In auto, poi, si potrà andare in tre o forse in quattro (non è chiaro) però solo appartenendo allo stesso nucleo familiare. Non posso portare un amico o un collega evitando così un po’ di caos dei trasporti?
Siamo in mano ai pazzi
16 Task Force… 447 esperti; un capo della Protezione civile, più un responsabile dell’emergenza, più un super esperto per la Fase 2 (Colao) che però se ne sta in Inghilterra. Un presidente del Consiglio ormai fuori controllo, 21 ministri, 42 sottosegretari… Per partorire questo c…aos?
Conte ha sbagliato tutto prima (affrontando con gravi e colpevoli ritardi l’emergenza sanitaria) sta sbagliando tutto adesso… Prima ha sottovalutato il rischio, adesso spara cifre allucinati parlando del pericolo di avere 150 mila persone in terapia intensiva, quando al massimo della crisi ne abbiamo avute 4.000.
Gli italiani sono meglio di lui (ci vuol poco). Tutti sanno della necessità delle misure di distanziamento sociale (niente strette di mano, niente baci e abbracci) e di quelle igieniche (lavarsi frequentemente le mani, coprirsi la bocca e il naso). Ma tutti abbiamo anche bisogno di vivere, di ricostruire i rapporti sociali e, soprattutto, di lavorare.
La vera emergenza è economica
Infatti, dopo l’emergenza sanitaria (che, in fondo, sarà durata 7, 8 settimane), ciò che preoccupa è l’emergenza economica e sociale che rischia di durare 7, 8 mesi se non di più.
Anche qui, finora, il governo non è riuscito a dare risposte concrete. Solo parole. Ci sono milioni di famiglie che da 2 (anche 3 mesi) non vedono una lira. I 600 euro non sono arrivati a tutti, la cassa integrazione tarda. Ci sono fabbriche ma, soprattutto, negozi, piccole imprese, start up… che non riapriranno né il 4 né mai.
Tutto perché quel vanesio di Conte pensa che sia sufficiente annunciare un decreto perché tutto si risolva… Lui pensa a pavoneggiarsi in Tv «tutto il mondo mi apprezza… mi chiedono gli autografi… si congratulano con me… io passerò alla storia».
I decreti annunciati, poi, impiegano settimane a trasformarsi in leggi che, comunque, non si applicano… come per i prestiti bancari.
«Chiedo alle banche un atto d’amore» ha detto lo gigolò pugliese sbattendo gli occhioni. Perché banca è al femminile e forse lui pensa che siano tutte femmine innamorate di lui. S’è mai vista una banca compiere “un gesto d’amore”? No. E, infatti, nessuna azienda ha ancora visto un euro.
Questa è la situazione che ci attende da lunedì 4 maggio.
Usciamo, quindi, con tutte le dovute precauzioni e cerchiamo di rimediare noi agli errori di questi inetti. Soprattutto, però, ricordiamoci che dovranno rendere conto dei lutti causati e, ora, anche di questo disastro: #celapagherete
Siamo decisi a collaborare con tutti coloro che condividono il nostro impegno a favore della cooperazione internazionale. Siamo pronti a guidare e a sostenere la risposta globale.
Il nostro obiettivo è semplice: il 4 maggio, in occasione di una conferenza dei donatori online, puntiamo a raccogliere una somma iniziale di 7,5 miliardi di euro (8 miliardi di dollari) per sopperire alla carenza globale di finanziamenti che emerge dalle stime del Global preparedness monitoring board (GPMB) e di altri.
Tutti noi metteremo i nostri impegni sul tavolo e siamo lieti che i nostri partner di tutto il mondo faranno altrettanto. I fondi che raccoglieremo avvieranno una cooperazione globale senza precedenti che coinvolgerà scienziati e autorità di normazione, industria e governi, organizzazioni internazionali, fondazioni e operatori sanitari. Sosteniamo l’Organizzazione mondiale della sanità e siamo lieti di unire le forze con organizzazioni esperte come la fondazione Bill e Melinda Gates e il Wellcome Trust.
Lettera firmata da Conte, Macron, Merkel, Michel e von der Leyen. Una risposta globale: lavorare insieme per contribuire a guarire il mondo
Il “Mondo contro il Covid-19”. Su iniziativa della Commissione europea, i capi di stato e di governo di Italia, Francia, Germania e Norvegia, insieme col numero uno del Consiglio Ue, annunciano un piano di cooperazione globale per la ricerca di un vaccino che azzeri il coronavirus, una mossa che coinvolgerà scienziati e autorità di normazione, industria e governi, organizzazioni internazionali, fondazioni e operatori sanitari. L’iniziativa, definita in un lettera che la Stampa pubblica in esclusiva per l’Italia, culminerà lunedì (4 maggio) in una conferenza di donatori con cui si punta a mettere insieme almeno 7,5 miliardi di euro. Il testo è firmato da Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana; Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese; Angela Merkel, Cancelliera federale della Repubblica Federale di Germania; Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo; Erna Solberg, Primo ministro del Regno di Norvegia; Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. “È questo il dovere della nostra generazione – assicurano – e sappiamo di potercela fare: sostenendo insieme la scienza e la solidarietà oggi, getteremo le basi per una maggiore unità domani”.
“Il caso aiuta la mente preparata”, diceva Louis Pasteur, uno dei più grandi scienziati di sempre, padre dei vaccini e di scoperte che negli ultimi tre secoli hanno salvato milioni di vite.
Oggi, proprio come allora, il mondo sta combattendo contro un virus dilagante che ha travolto paesi e continenti, insinuandosi nelle nostre case e nei nostri cuori. Un virus che ha portato caos e sofferenza in tutto il mondo, privandoci dei gesti d’affetto dei nostri cari, dei piccoli piaceri quotidiani, della vista dei luoghi che amiamo.
Questi sacrifici, insieme agli sforzi eroici del personale medico e sanitario, ci hanno aiutato ad appiattire la curva in molte parti del mondo. Mentre alcuni di noi riemergono con cautela dal confinamento, altri sono ancora in isolamento e devono fare i conti con rigorose restrizioni della loro vita sociale e lavorativa. Le conseguenze potrebbero essere particolarmente drammatiche in Africa e nel Sud del mondo.
Quello che ci accomuna è l’impossibilità di guardare avanti e fare progetti, perché nessuno sa con certezza come si evolverà la pandemia.
La posta in gioco è alta per tutti: nessuno è immune, nessuno può sconfiggere il virus da solo e nessuno sarà davvero al sicuro finché non lo saremo tutti, in ogni quartiere, in ogni città, in ogni regione, in ogni paese del mondo. In questo mondo così interconnesso, la forza del sistema sanitario globale è pari a quella del suo anello più debole. Per proteggere ciascuno di noi, dobbiamo proteggerci a vicenda.
Questa situazione pone una sfida globale senza precedenti e ci impone di fare tutto quanto in nostro potere per metterci nelle condizioni di uscirne vincitori. Ciò vuol dire riunire le menti più brillanti e più preparate del mondo per trovare i vaccini e le terapie necessari per rimettere in salute il pianeta, rafforzando al contempo i sistemi sanitari che dovranno renderli accessibili a tutti, in particolare in Africa.
Stiamo concretizzando l’impegno dei leader del G20 a fornire una risposta coordinata al virus su larga scala. Sosteniamo l’appello all’azione dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri soggetti operanti nel campo della sanità a livello mondiale. In quest’ottica abbiamo inaugurato di recente l’acceleratore ACT (Access to Covid-19 Tools), una piattaforma di cooperazione globale che intende dare impulso e potenziare la ricerca, lo sviluppo, l’accesso e la distribuzione equa del vaccino e di altri strumenti diagnostici e terapeutici in grado di salvare vite. Questo ha gettato le basi di una vera alleanza internazionale contro il Covid-19.
Ogni singolo euro o dollaro raccolto sarà convogliato principalmente tramite organizzazioni sanitarie mondiali riconosciute come CEPI, Gavi, l’Alleanza per il vaccino, e tramite il Fondo mondiale e Unitaid, per sviluppare e distribuireil più rapidamente possibile e a più persone possibili gli strumenti diagnostici, le terapie e i vaccini che aiuteranno il mondo a superare la pandemia. Se riusciamo a sviluppare un vaccino prodotto dal mondo per il mondo, questo vaccino sarà un bene pubblico globale unico del 21º secolo. Insieme ai nostri partner, ci impegniamo a renderlo disponibile e accessibile a tutti.
È questo il dovere della nostra generazione e sappiamo di potercela fare. Tecnologie sanitarie di elevata qualità e a basso costo non sono un sogno ad occhi aperti. Negli ultimi vent’anni abbiamo visto come i partenariati pubblico-privato siano riusciti a mettere a disposizione dei più poveri in tutto il mondo numerosi vaccini salvavita.
Sappiamo che la corsa sarà lunga. A partire da oggi facciamo uno sprint verso il primo obiettivo, ma ci prepariamo a una maratona. L’obiettivo iniziale coprirà solo le prime necessitò: la produzione e la distribuzione di medicinali su scala globale richiederanno risorse ben al di sopra di questo obiettivo.
Insieme, dobbiamo garantire che le risorse continuino a essere mobilitate e che si continuino a compiere progressi per ottenere un accesso universale ai vaccini, alle terapie e ai test.
Questo momento è topico per la comunità mondiale. Sostenendo insieme la scienza e la solidarietà oggi, getteremo le basi per una maggiore unità domani. Ispirandoci agli obiettivi di sviluppo sostenibile, possiamo ridefinire il potere delle comunità, della società e della collaborazione globale, per far sì che nessuno sia lasciato indietro.
Il World against Covid-19 è questo. Insieme vinceremo.
Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana
Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese
Angela Merkel, Cancelliera federale della Repubblica Federale di Germania
Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo
Erna Solberg, Primo ministro del Regno di Norvegia
Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea
Oggi più che mai la retorica della festa dei lavoratori del 1° maggio ha raggiunto il punto più basso dal giorno della sua calendarizzazione. Di fatto, inesorabilmente, un’abrogazione di diritti sul lavoro dopo l’altro, da festa dei lavoratori si è trasformata alla “festa ai lavoratori” (vedasi la situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti anti coronavirus, trasformatisi in provvedimenti affossa lavoro e lavoratori).
Dall’unità d’Italia, fino all’avvento del governo monarchico fascista, le condizioni dei lavoratori erano disumane, i pochi provvedimenti in termini di diritti migliorativi si dimostravano gravemente inadeguati e non per tutti.
È storicamente e documentalmente dimostrato, che la dignità che spettava ai lavoratori, viene ad essi consegnata dai provvedimenti introdotti dal governo monarchico fascista, così come onestamente aveva asserito la comunista Margherita Hack.
“Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”.
“Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).
Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio. John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo”, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”.
Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.
L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.
Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.
Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.
Frank Delano Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
Nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia.
Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Incredibilmente, gli Stati Uniti d’America, la casa della democrazia accettò, mutuò ed applicò i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi. Purtroppo, per gli USA, la Corte Costituzionale americana, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti.
Quel che segue è un elenco frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme a favore del lavoratore realizzate dal Fascismo, che cambiarono il volto della società italiana.
Assicurazione Invalidità e Vecchiaia (R.D. 3184 – 30/12/1923); Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (R.D. 1955 – 10/9/1923); Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923); Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928); Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929); Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935); INPS (R.D.1827 – 4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937); ECA (R.D. 847 – 3/6/1937); Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937); Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937); INAM (R.D. 318 – 11/1/1943); Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL (R.D. 928 – 13/5/1929 e R.D. 264 – 23/3/1933)
Il capolavoro per eccellenza fu la socializzazione delle imprese.
<< Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione>>. (BENITO MUSSOLINI, Il primo discorso presidenziale alla Camera dei deputati, in Opera Omnia, XIX, pp. 21-22)
Storicamente nel periodo compreso tra il 1919 (Conferenza di Pace di Parigi) e il 1939 si consuma la chiusura dei conti del Capitalismo Finanziario con i due “indisciplinati” Paesi europei, Germania e Italia. Il progressivo deterioramento dei rapporti tra il Fascismo e le democrazie occidentali, è dovuto principalmente alle decisioni adottate da Mussolini nell’interesse del popolo italiano, che determinarono sostanziali cambiamenti nella vita economica e sociale del nostro Paese.
Vedi la progressiva costituzione dello Stato Corporativo. Il 18 agosto 1926, nel discorso che tenne a Pesaro, Mussolini manifestò la propria intenzione di rivalutare la lira, stabilendo la cosiddetta “Quota Novanta”, cioè il limite massimo del cambio della nostra moneta (lire 92,46) per una sterlina inglese (e di 19 lire per un dollaro degli Stati Uniti).
La rivalutazione della lira era dunque il primo passo del percorso, tracciato da Mussolini, verso la prevista socializzazione delle imprese, enunciata poi, in ben altre, difficili, circostanze nel 1944, come parte fondamentale dei 18 punti del Manifesto di Verona.
Queste le parole di Mussolini “La socializzazione altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia”.
Tappa decisiva di questo processo furono i principi dell’ordinamento corporativo, espressi nella Carta del Lavoro che vide la luce nell’aprile del 1927. La “Carta del Lavoro” attribuiva ai lavoratori quei diritti che per la prima volta permettevano loro di stabilire nuovi e ordinati rapporti con i detentori del capitale.
Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, Art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della legge sulla socializzazione delle imprese. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”.
Finita la guerra, i comunisti che controllavano il C.L.N.A.I., come primo atto ufficiale, firmato da Mario Berlinguer (padre di Enrico), addirittura il 25 aprile, abolirono la legge sulla socializzazione. Era il dovuto riconoscimento da parte dei comunisti verso il grande capitale, per l’aiuto economico elargito da quest’ultimo al movimento partigiano dominato al novanta per cento dai comunisti.
Con l’introduzione della Repubblica – dopo un referendum Monarchia / Repubblica discutibilissimo – le tutele dei lavoratori sono in settantacinque anni stuprati, violentati, abortiti. La legge Biagi, che ha reso il lavoro precario, abrogata e sostituita con una legge ancor più disarmante, il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il recepimento della direttiva Bolkestein, la legge Fornero….
In un Paese, l’Italia, che il 25 aprile festeggia un’OCCUPAZIONE militare (sul territorio italiano 59 basi ed installazioni militari con personale statunitensi con circa 13.000 militari) spacciata per liberazione (stratificata sindrome di Stoccolma), non stupisce che si festeggino i lavoratori quanto in realtà, come già anticipato sopra, è da tempo che hanno fatto la FESTA ai lavoratori con la complicità dei sindacati.
Ps. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è una barzelletta che non fa ridere, è il primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.
Un tribunale di La Coruña (Spagna) ha assolto un uomo che era stato multato per essere andato in chiesa.
Il Tribunale penale numero 1 di La Coruña ha assolto giovedì 30 aprile un cittadino di Carballo che era stato fermato da agenti il 12 aprile nelle vicinanze di una chiesa e poi multato.
L’uomo stava andando in chiesa per fare adorazione, e ai poliziotti aveva detto che questa pratica “non è espressamente vietata”.
Dopo alcuni minuti, i funzionari lo avevano localizzato vicino al Parco di San Martiño e, quando gli è stato chiesto della sua presenza sulle strade pubbliche, aveva detto che, dopo la Chiesa, stava andando al supermercato.
Nella sentenza, il giudice ha assolto l’imputato per il “crimine di disobbedienza” sottolineando che frequentare i luoghi di culto “non è espressamente vietato dal decreto che stabilisce lo stato di allarme”.
“La formulazione dell’articolo 7 può essere dubbia, in termini di limitazione dei diritti, e di più quando si tratta di diritti fondamentali. Dobbiamo considerare che ciò che non è espressamente vietato è consentito”, ha sottolineato il magistrato.
La chiesa era aperta per la preghiera dei fedeli e “il fatto che pochi minuti dopo” uscendo dalla Chiesa, l’uomo aveva detto alle forze dell’ordine che andava ad acquistare cibo “non costituisce una condotta punibile, in quanto è espressamente consentito dal decreto reale”.
“Non è stato dimostrato che non è andato in un supermercato”, ha stabilito il giudice, “anche se ha camminato nella direzione opposta a casa sua”, ha sottolineato il capo del Tribunale penale numero 1 di La Coruña, che ha ricordato che il decreto di allarme “non obbliga a comprare nel supermercato più vicino”.
L’imputato era già stato condannato a pagare una multa di 360 euro dopo aver ammesso di essere sceso in strada senza giustificazione l’8 aprile.
Quel giorno era stato intercettato tre volte dagli agenti, tra le 8.15 e le 9.50, in diverse strade di Carballo.
A quanto pare ci sono ancora giudici di buon senso in Spagna, ma anche continue, e striscianti, persecuzioni alla fede cattolica.
Sono 74 i parlamentari della Lega che hanno trascorso la notte nelle aule della camera e del senato. Presenti, tra gli altri, Matteo Salvini al Senato ed entrambi i capigruppo nei rispettivi emicicli.
Nella mattinata del 30 aprile proseguirà la staffetta di deputati e senatori che non ostacoleranno i lavori parlamentari già previsti. Anzi, fanno notare, sono i deputati della maggioranza che hanno chiesto (e ottenuto nella capigruppo) che domani l’Aula di Montecitorio non votasse il decreto, rimandato a martedì prossimo, per “esser certi di riuscire a partire entro il 1o maggio”.
Una “vergogna” e un “affronto” nei confronti di milioni di italiani che un lavoro non ce l’hanno più o, nel migliore dei casi, è sospeso come la vita di tutti in questa emergenza da Covid 19.
“Noi resteremo a oltranza nelle aule rispettando le regole e silenziosamente” fanno sapere i rappresentanti della Lega finché “il governo non darà risposte precise sul fronte della sicurezza sanitaria, della ripresa del lavoro, del ripristino delle libertà, dei diritti e della democrazia nel Paese e nel Parlamento”. Al momento però, l’unica certezza è che il “tanto sbandierato decreto aprile è definitivamente sparito dalle agende dell’esecutivo e prima di maggio il governo non approverà alcun provvedimento. Intanto famiglie e imprenditori continuano a soffrire”.
Io credo che la verità dei fatti, anche ammesso che si accerti in quanto tale, non sia la verità. (…) La verità di quegli anni è una verità che può essere taciuta in pubblico”. (Adriano Sofri)
Sergio Ramelli, anni diciotto, morto all’Ospedale Maggiore di Milano il 29 aprile del 1975. Il 13 marzo era stato aggredito da un commando di Avanguardia Operaia che gli aveva spaccato la testa a colpi di chiave inglese, la funesta Hazet 36. Negli Anni Settanta, tutti i militanti di destra hanno rischiato di finire così. Anch’io. Anch’io ero un fascista del Fronte della Gioventù. Anch’io entravo a scuola quando c’erano i picchetti dei katanga. Anch’io, quando sentivo urlare ”Hazet 36, fascista dove sei?” pensavo che cercassero me. Anch’io, come Ramelli, mi ero ingenuamente autodenunciato con un tema anticomunista nel compito in classe di italiano.
A me andò bene perché la professoressa mi chiamò alla cattedra e mi disse che l’avrebbe nascosto dove sapeva solo lei. Non in sala professori. Voto sette e mezzo, ma fu tutto merito di Giorgio Pisanò, di cui copiai quasi alla lettera un articolo uscito su “Candido”. Era la primavera del 1976.
L’anno prima, per un tema simile finito in mano agli studenti dell’Istituto Molinari di Milano, uno dei covi del peggior estremismo di sinistra della città, Ramelli era stato processato pubblicamente, più volte picchiato, insolentito, vessato, tanto da dover cambiare scuola. Venne aggredito assieme a suo padre persino quando andò a ritirare i documenti necessari al passaggio in un nuovo istituto. Se la videro brutta anche i pochi professori e il preside che tentarono una minima difesa di quel fastidioso alieno che finalmente toglieva il disturbo. Se uccidere un fascista non era un reato, e per molti probabilmente non lo è ancora, figuriamoci picchiarlo.
Non ho mai smesso di pensare alla coincidenza del tema scritto in classe, della necessità di cambiare strada per andare a scuola, per tornare casa o per andare al “Fronte” in via Locatelli a Bergamo. Ricordo il timore dei miei genitori, in particolare di mio padre, che però non poteva lamentarsi più di tanto perché era stato lui il primo a farmi leggere il “Candido” e il “Borghese”.
Il 29 aprile 1976, primo anniversario della morte di Sergio, entrai a scuola durante l’ennesimo sciopero e l’ennesimo picchetto per farmi interrogare in fisica. Uscii prima del tempo perché le lezioni furono sospese e, alla stazione delle corriere, trovai mio padre che mi caricò in auto e partì subito per tornare a casa: “A Milano hanno ucciso un consigliere provinciale del Movimento Sociale”. Questa volta non si trattava di un ragazzo, il morto era l’avvocato Enrico Pedenovi, che nel pomeriggio avrebbe dovuto partecipare alla commemorazione di Ramelli. Appena avuta la notizia, mio padre aveva lasciato l’officina per venire a cercarmi e portarmi via. Questi erano gli Anni Settanta, anni di piombo in cui morirono anche tanti giovani di sinistra. Ma uccidere uno di noi non era un reato.
Ho parlato di me, ma questa era la vita di tutti i militanti di destra, per i quali non era previsto il rispetto perché non erano uomini: erano solo topi di fogna. Era la vita di Sergio Ramelli ed è stata anche la sua morte, come quella di tanti altri camerati. Uso la parola “camerati” senza prenderne le distanze neanche tanti anni dopo. Per lui, dopo la persecuzione quotidiana, si è compiuto tutto fra il 13 marzo, quando lo assalirono sotto casa in via Paladini, e il 29 aprile 1975, quando morì nell’ospedale milanese. La banda assassina era formata da studenti della facoltà milanese di medicina: otto a presidiare la zona e due a picchiare fino a quando la vittima rimase a terra senza più muoversi.
Naturalmente non fu concesso il corteo funebre, naturalmente non ci fu il minimo segno di cordoglio da parte del cosiddetto “arco costituzionale”, naturalmente fu tutto considerato come una legittima azione antifascista negli ambienti della sinistra estrema e non. Naturalmente, uccidere un fascista non era un reato: “Hazet 36, fascista dove sei?”
Ma la persecuzione non terminò con la morte del topo che aveva osato uscire dalla fogna. I muri di Milano e di tutta Italia si riempirono di scritte che dicevano, “1, 10, 100 Ramelli” a cui molti aggiungevano “Con la riga rossa tra i capelli” facendo sobrio riferimento al cranio che gli avevano rotto. Per anni la famiglia ricevette telefonate e lettere anonime nelle più delicate delle quali si diceva alla signora Anita, la madre di Sergio, che una scrofa poteva solo partorire un maiale. Il fratello, Luigi, che non si occupava di politica, fu terrorizzato da aggressioni e minacce e costretto ad allontanarsi da Milano. La sorella di nove anni poteva andare a scuola solo con la scorta. Il padre morì per infarto.
Tutto senza che la cosiddetta società civile avesse da eccepire, perché uccidere un fascista non era un reato. Tutto nel silenzio omertoso di una sinistra in cui tutti sapevano, ma nessuno parlava, come per decenni è avvenuto nel triangolo della morte in Emilia. Però qui si era nella civilissima Milano, capitale morale di un’Italia marcia, dove la sinistra che conta coincideva con la buona, buonissima borghesia, fatta di medici e giornalisti in carriera, avvocati e architetti di grido, ingegneri e magistrati in voga. Ovviamente democratici, antifascisti e intoccabili.
Solo dieci anni dopo, in seguito alle rivelazioni di Sergio Martinelli, Michele Viscardi e Maurizio Lombino, tre pentiti della colonna bergamasca di Prima Linea che in città conoscevamo fin troppo bene, vennero a galla i nomi dei partecipanti all’agguato. I primi arresti furono disposti dai giudici istruttori Guido Salvini e Maurizio Grigo nel 1985. Il processo, che si occupava anche del sanguinoso assalto al bar milanese di Largo di Porto di Classe, iniziò nel 1987 e vedeva imputati persone divenute importanti in città, quasi tutte passate da Avanguardia Operaia e Democrazia Proletaria: i medici Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Franco Castelli, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza, la ricercatrice Brunella Colombelli, Giovanni Di Domenico e Antonio Belpiede, divenuto capogruppo del Pci a Cerignola. Di Domenico fu assolto per insufficienza di prove e Cavallari dichiarato estraneo ai fatti. Costa e Ferrari Bravo, riconosciuti come coloro che materialmente colpirono a morte Ramelli, vennero condannati a 15 anni di reclusione e gli altri a pene minori, tutti per omicidio preterintenzionale. In appello fu accolta la richiesta di mutare l’accusa in omicidio volontario, ma le pene furono sensibilmente ridotte, sentenza confermata dalla Cassazione.
Dopo l’arresto dei colpevoli e per tutta la durata del processo, la famiglia Ramelli tornò in un nuovo girone infernale di persecuzioni e minacce. Ma per comprendere quale fosse il clima di quegli anni e quale fosse l’ambiente che lo manipolava, è bene lasciare la parola al giudice Salvini, uomo di sinistra, intervenuto nel 2015 a un ricordo di quei fatti organizzato dal circolo “Ordine Futuro” di Milano.
“Quando il collega Maurizo Grigo ed io riprendemmo in mano quell’indagine semi-abbandonata l’unica pista presente negli atti svolti, assai pochi, portava a quello che si poteva definire un episodio pre-terroristico. (…) Non fu un’indagine facile e non fu facile rompere il muro di omertà che si era creato intorno a quell’omicidio. Quegli studenti, divenuti ormai col tempo medici affermati, appartenevano quasi tutti alla buona borghesia milanese. Uno di essi era addirittura il fratello del segretario milanese di Magistratura Democratica che si trovava accanto a lui, in casa, al momento dell’arresto. (…)
Capimmo solo dopo aver scoperto i colpevoli il significato di qualche ‘vocina’ che ci aveva suggerito di ‘lasciar perdere’ quel vecchio caso irrisolto. E, dopo gli arresti, io e il collega fummo accusati dal mondo di cui avevano fatto parte quei giovani di aver condotto un’azione ‘repressiva’ come se gli omicidi dovessero distinguersi per il colore politico della vittima. Eravamo dei giudici ‘reazionari’ che pretendevano di processare il ’68.
Nessuno dei suoi coetanei che avevano ucciso Sergio Ramelli aveva avuto, dopo quello scempio, una crisi di coscienza che lo portasse a costituirsi. Nessuno di essi si consegnò e tutti fecero prevalere una scelta ideologica di protezione del proprio mondo di riferimento, un mondo che avrebbe riportato un danno politico dalla scoperta degli autori dell’agguato. Se si fossero invece consegnati la confessione in quel momento storico e l’attenzione che ne sarebbe seguita sulle conseguenze della scelta della violenza come metodo di lotta politica avrebbero contribuito a far riflettere e forse a limitare nuove violenze che invece per anni proseguirono. (…)
Del resto l’omicidio di Sergio Ramelli non fu un ‘errore’ enemmeno fu giudicato tale dall’area politica che ne era stata l’istigatricee la responsabile. Sui muri di Milano anzi comparvero per anni a vernice rossascritte con espressioni, che non voglio qui ripetere, che inneggiavano alla fine di Ramelli e nei cortei, ritmato da centinaia di voci, si udiva lo slogan ‘1-10-100 Ramelli’. Non vi fu quindi alcuna riflessione ma piuttosto una lugubre rivendicazione collettiva da parte dell’estrema sinistra.
Qualche mese dopo gli arresti per l’omicidio di Sergio Ramelli, nel dicembre 1985, fu scoperto, del tutto casualmente, in un abbaino di viale Bligny l’archivio della struttura di ‘informazione’ di Avanguardia Operaia, aggiornato costantemente a partire dall’inizio degli anni ‘70 e abbandonato all’inizio degli anni ‘80. Accanto a documenti contenenti informazioni anche di prima mano sull’eversione di sinistra e quella di destra vi erano, in cartelle e contenitori, migliaia di schede su giovani e militanti di destra, le loro fotografie e i loro indirizzi, tra cui quelli del fratello di Ramelli (che non faceva politica) le loro abitudini e i luoghi frequentati, documenti d’identità e agendine sottratte durante aggressioni e addirittura i verbali di alcuni ‘interrogatori’ condotti all’interno di alcune scuole da militanti del servizio d’ordine dell’organizzazione su giovani ritenuti di destra. L’archivio, allegato agli atti del processo faceva capire, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che azioni simili a quella consumata nei confronti di Ramelli non erano frutto di una decisione occasionale o istintiva ma di un capillare controllo sul territorio attuato, in forma sempre violenta, da quella già ho già chiamato una ‘polizia parallela’ che agiva in nome dell”antifascismo’: ovunque fosse possibile l’obiettivo era quello di una ‘pulizia ideologica’ condotta nei confronti del ‘nemico’, molto spesso rappresentato non da estremisti pericolosi ma da semplice ragazzi con idee ‘non consentite’”.
Per completare il quadro, non ci si può esimere dal riascoltare questo brano dell’arringa dell’avvocato Gaetano Pecorella, che in seguito diventerà presidente della Commissione Giustizia alla Camera per conto di Forza Italia. Pecorella difendeva gli imputati dell’assalto al bar i Largo Porto di Classe nello stesso processo per l’omicidio Ramelli e giustificò così l’azione del commando rosso: “Quando i diritti di una comunità non vengono realizzati, la comunità ha il diritto di riappropriarsi di quei diritti: in quel caso togliere spazio e agibilità ai fascisti non è un reato, ma la legittima applicazione di un principio costituzionale. Come si vede, dunque, in questo contesto anche assaltare un bar poteva avere un fine di alto valore sociale”.
In un’intervista rilasciata a Gad Lerner per “L’Espresso” del 6 ottobre 1985, il segretario di Democrazia Proletaria Mario Capanna diceva: “L’assassinio del giovane fascista fu un tragico errore. Di fronte a tutte le stragi e agli assassini rimasti impuniti, un magistrato vuol far luce dieci anni dopo. Mi chiedo se l’inchiesta non sia destinata a produrre più ingiustizia che giustizia. Penso anzitutto agli arrestati e alle loro famiglie, e penso all’attacco portato a Dp, l’ultima rimasta a disturbare il manovratore. Ma la storia non si scrive con il codice Rocco e le leggi speciali”.
Per rispondere al processo agli assassini di Ramelli, Democrazia Proletaria, organizzò un convegno a Milano intitolato Le vere ragioni, i cui atti furono pubblicati dall’editore Mazzotta. Tranne Miriam Mafai, Claudio Petruccioli e il deputato radicale Gianluigi Melega, tutti furono completamente solidali con gli accusati. Adriano Sofri, come sempre il più sulfureamente lucido, disse tra l’altro: “Io credo che la verità dei fatti, anche ammesso che si accerti in quanto tale, non sia la verità. Vorrei fare un piccolo elogio del linguaggio allusivo e dell’ambiguità: io credo che senza l’ambiguità si elimina la possibilità della comunicazione reale tra le persone e resti solo la comunicazione giudiziaria. La comunicazione giudiziaria è in grado di accertare la cosiddetta verità dei fatti, però la verità di quegli anni è una verità che non può essere afferrata univocamente e in alcun modo. La verità di quegli anni è una verità che può essere taciuta in pubblico – infatti fatico molto a parlare di questi argomenti, è un vero problema – oppure espressa in altre forme; può essere espressa da un romanzo, se arriverà”.
Ancora una volta, l’ex leader di Lotta Continua stava un passo avanti a tutti e aveva dato forma compiuta al modo in cui Milano, che ormai era divenuta quella da bere mantenendo sempre la sua anima di sinistra, maneggiava l’omicidio di Sergio Ramelli: la verità non può esistere e, se anche esistesse, non direbbe veramente il vero e dunque va pubblicamente taciuta. Alla radice di questo pensiero ci sono una inequivocabile pulsione gnostica, un tratto esoterico e iniziatico così potenti da governare il silenzio collettivo di una città e poi di un intero Paese che è difficile chiamare Nazione.
Questo pensiero e la prassi che ne segue non sono stati sconfitti dalle confessioni degli assassini e dalle sentenze. Ancora oggi, a 45 anni di distanza, ci si sente in dovere di non ascrivere alla storia l’omicidio di un ragazzo inerme, che mai aveva commesso un gesto di violenza. La sua morte deve essere ancora interpretata e i suoi carnefici non debbono più essere legati alla memoria di quei fatti.
È notizia di nemmeno due settimane che il dottor Claudio Colosio, responsabile dell’unità operativa ospedaliera di medicina del lavoro all’ospedale San Paolo di Milano, è stato escluso dal comitato tecnico scientifico per il rilancio della Lombardia dopo il Coronavirus in quanto condannato per l’omicidio di Ramelli. Commentando il fatto su “Libero” del 18 aprile, Renato Farina riesce obliquamente a dire che, sì, una volta appurata la questione era opportuno rimuovere il dottor Colosio dal comitato. Ma solo per per evitare inutili gazzarre, perché in realtà si tratta di un’ingiustizia: “un uomo non può essere marchiato per sempre, fin nel fondo della sua anima, da un atto efferato ma per cui ha pagato il conto con la società. Come molti altri più di me (ricordo Italio Pilenga che ebbe i suoi cari sterminati gratuitamente dai partigiani) ritengo debba prevalere il desiderio di riconciliazione”.
Renato Farina dimentica che, per quanto abbia pagato il suo debito con la società, un uomo che ha ucciso un suo simile rimarrà per tutta la vita un assassino proprio “fin nel fondo della sua anima”, perché lì non c’è nessun giudice terreno che lo possa assolvere. E, in ogni caso, chiunque è titolato a chiedergliene conto: qui sulla terra e persino il Buon Dio nel giorno del Giudizio, anche se il dottor Colosio, non so Renato Farina, magari non ci crede. La pacificazione non passa attraverso l’oblìo, ma attraverso il ricordo, che può essere abbandonato al tempo soltanto dalle vittime. Mai dai carnefici.
Proprio a questo proposito, nel suo articolo, Renato Farina riesce a dare il peggio. Con fare ancora più obliquo e melmoso, lascia intendere che la signora Anita Ramelli non ha fatto cosa buona negando il perdono agli assassini del figlio. Colosio, ci informa Farina “chiese perdono senza ottenerlo dalla signora Anita, mamma di Sergio, che dopo l’agonia di 48 giorni del figlio non smise mai di battersi per ottenere giustizia, ed è deceduta il 23 dicembre del 2013. È un diritto individuale non perdonare”.
Nel 1997, Anita Ramelli disse in un’intervista: “Io non ho mai chiesto vendetta, ma giustizia. Ho avuto fiducia, nonostante tutto, nella magistratura. Ho sofferto in silenzio aspettando che un giorno mi portassero la notizia ‘Anita, li hanno presi’. Sergio ormai è morto, nessuno può ridarmelo, ma sono andata in aula, al processo, anche per lui, perché fosse fatta giustizia fino in fondo. Un delitto così non poteva restare impunito anche dopo tanti anni. Insomma, non fu una baruffa tra ragazzi, ma un agguato premeditato. Lo ammazzarono in pieno giorno, qui davanti a casa”. E poi, la signora Anita doveva difendere il figlio dalla macchina del fango messa in moto per sporcarne la memoria e attenuare di conseguenza la colpa dei suoi assassini. Salvo rare eccezioni Sergio venne dipinto da tutta la stampa, “Avvenire compreso” si stupì il giudice Salvini, come un picchiatore nero, una sorta di terrorista senza pietà che raccoglieva quanto aveva seminato. Pochi ebbero il coraggio di dire che la sua militanza consisteva nel distribuire volantini e attaccare manifesti e che la domenica faceva servizio all’oratorio.
La richiesta di perdono a cui si riferisce Farina è una lettera del 1986 firmata da Franco Castelli, Luigi Montinari, Claudio Colosio, Claudio Scazza e Walter Cavallari in cui si dice, tra l’altro: “Lo scopo di questa lettera è quello di aprirci con Lei e con i Suoi familiari, con quanti sono stati vittime del nostro gesto. Molti di noi oggi hanno figli e quindi possono ancora meglio capire la Sua sofferenza di allora e di adesso nel ricordo di quei tragici momenti. Può capire il bene che ci lega ai nostri familiari e ai nostri figli; la loro lontananza, che pure abbiamo accettato, e che alcuni di noi tuttora accettano, la separazione dai nostri figli, che pure sappiamo sani e speriamo ingenuamente sereni, ci fanno ancora più comprendere, pur con le dovute differenze, l’abisso di disperazione che l’ha accompagnata in questi anni”.
Chi sono io per giudicare? Non certo Renato Farina e non giudico la sincerità di quella lettera. Prendo atto che venne scritta dopo undici anni di silenzio corrotto dalla collusione soltanto quando la verità, nonostante Adriano Sofri, aveva almeno fatto capolino. “Colosio non si nascose più”, dice Renato Farina con tratto quasi comico se non fosse tragico. Ma prima cosa aveva fatto? Prima cosa avevano fatto gli altri della banda e tutto l’ambiente che li proteggeva?
“Avessi ricevuto prima quella lettera,” ha detto la signora Ramelli “una lettera anche anonima, anche solo due righe in dieci anni, anni di ferite, mi avrebbe aiutato molto… mi avrebbe aiutato a tirare avanti… Ma l’hanno scritta dieci anni dopo che erano stati arrestati e che la verità era venuta alla luce. (…) Poi arrivò la raccomandata con l’offerta di risarcimento danni. Quando l’ho ricevuta ho sofferto tanto, sono tornata indietro nel tempo. Ho pianto per tre giorni quando l’ho letta. Non so, forse è una prassi offrire soldi ai familiari di qualcuno che è stato ammazzato, ma io quei soldi non li ho voluti”.
Queste non sono le parole di una una donna che rifiuta il perdono, sono le parole di una madre che accetta la sofferenza con dignità. E poi non si trattava semplicemente di perdonare le persone che le avevano ucciso il figlio. Alla signora Ramelli veniva chiesto di perdonare l’aggressione collettiva a cui Sergio e la sua famiglia sono stati sottoposti per anni. Veniva chiesto di perdonare l’idea di occultare la verità teorizzata da Sofri. E questo nessuno lo può e lo deve fare. Ma tutto questo Milano non lo sa.
Roma, 29 apr – Il documento del Comitato tecnico scientifico nel quale si ipotizzava il terribile scenario di 151mila pazienti in terapia intensiva nel caso di una riapertura totale – e che, di fatto, ha frenato l’avvio della fase due – conterrebbe un errore di calcolo che ne inficerebbe l’attendibilità.
Le ipotesi considerate dagli esperti nello studio si baserebbero infatti su cifre riferite a una popolazione di 250 milioni di abitanti e non di 60, quale è, invece, il numero dei cittadini italiani. L’errore è stato scoperto dalla holding Carismapresieduta da Giovanni Cagnoli, che ha rivelato come, su 45 dei 46 possibili scenari presi in considerazione dal Comitato tecnico, le proiezioni del numero di posti occupati in terapia intensiva risultavano inferiori rispetto alla capacità nazionale (9mila posti). Un risultato ben lontano dagli spaventosi 151mila ventilati dallo studio.
L’errore riguarda il calcolo statistico-matematico. Nel documento viene impostato un tasso di letalità dei contagi (Ifr) pari allo 0,657%, arrivando poi a quantificare, per ogni fascia d’età, la probabilità di finire in terapia intensiva. Prendiamo ad esempio il caso della Lombardia: considerando il numero di decessi ufficiali (8.311) al momento del picco dei ricoverati in terapia intensiva, cioè il 3 aprile, e applicando la percentuale media di letalità, si arriva a 1.385.000 contagiati. Dal momento che i casi di terapia intensiva in Lombardia al momento del picco erano1.381, si deduce quindi che l’incidenza tra casi di terapia intensiva e numero di infetti è all’incirca dello 0,1%. Il grafico del documento del Comitato tecnico scientifico che sarebbe alla base di tutto il ragionamento contro la riapertura dopo il lockdown «presuppone quindi un’incidenza per fascia di età che, anche se stimata a zero fino a 60 anni, arriverebbe a circa 0,3% mediamente oltre i 60 anni di età», si legge nella nota di Carisma.
Ma allora perché nel grafico in questione «tale incidenza oscilla tra 1% e 6% (mediamente 3,5%) con un errore di almeno 10 volte»? Anche con l’ipotesi che «il fabbisogno di letti di terapia intensiva in Lombardia sia stato 2.000 e non 1.381 l’errore resta superiore a 6 volte. Analizzando la situazione del Veneto, dove non c’è stata scarsità di letti di terapia intensiva, l’errore resta di 6 volte».
Ed è proprio basandosi su tali indici che il calcolo porta allo scenario di 151.231 casi di terapia intensiva all’8 giugno e a più di 440mila casi totali cumulati al 31 dicembre. Ma questi numeri si traducono in «150 milioni di cittadini (151k/0,1%) con età superiore a 20 anni – perché come noto sotto tale età l’incidenza della terapia intensiva è trascurabile» con una stima della popolazione italiana di 200 milioni di persone. «Vorremmo conoscere i 200 milioni di connazionali a noi ignoti», conclude Carisma. Conclusione: «Anche accettando quelli che appaiono errori di calcolo – scrivono – notiamo che il modello in 45 dei 46 scenari esaminati conclude che le previsioni di picco della terapia intensiva sono significativamente inferiori alla capacità nazionale (circa 9.000 posti)». Il rallentamento tanto raccomandato dal governo, quindi, si basa su calcoli completamente falsati.
Renzi a testa bassa: le libertà non ce le concede il governo Rilievi dalla Consulta. Il premier: “Tocca a me decidere”
Matteo Renzi sente l’odore del sangue. È convinto che sul terreno della Costituzione si giochi la partita finale per mandare a casa il governo guidato da Giuseppe Conte.
Prima dalle pagine di Repubblica, poi nell’e-news serale, l’ex presidente del Consiglio affonda il colpo contro l’avvocato del popolo. «L’ultimo dpcm è uno scandalo costituzionale. Non possiamo calpestare i diritti costituzionali. Trasformiamolo in un decreto», dice il leader di Italia viva. Il premier liquida le accuse di Renzi a semplici opinioni: «Onestamente non ho visto la rassegna stampa. Sono rientrato alle 4.30 a Roma, questa mattina presto sono ripartito e non ho avuto tempo. Libertà d’opinione, ma a me tocca decidere», replica da Lodi. Poi in serata, da Piacenza, il presidente del Consiglio è più chiaro: «La tipologia di questa emergenza ci impone di dover intervenire decidendo anche nel giro di poche ore. Questo non significa che le prerogative del Parlamento non siano rispettate: continuerò a riferire. I decreti saranno convertiti in legge. Siamo riusciti a farlo anche in un contesto molto difficile, e il nostro ordinamento non era pronto. Ma è un percorso che non esilia affatto le prerogative del parlamento».
Ma Renzi non molla ed evoca il rischio dello Stato etico: «Non può esistere uno Stato etico che ti fa autocertificare se la tua relazione affettiva è stabile o saltuaria: se nessuno si indigna per questo, significa che abbiamo un problema. La libertà di movimento, la libertà religiosa e tutte le altre libertà non sono consentite da un governo: la libertà viene prima del governo. E se anche rimanessi il solo a dirlo, continuerò a farlo».
Da ieri non c’è più solo l’ex rottamatore a criticare l’operato del governo. Ma anche la Corte Costituzionale mette nel mirino l’inquilino di Palazzo Chigi: «Non esiste un diritto speciale per i tempi eccezionali», spiega il presidente della Consulta Marta Cartabia nella tradizionale relazione annuale. Salvo poi correggere il tiro in serata. L’unico che si immola in difesa del premier è il leader del Pd Nicola Zingaretti: «Tutte le sollecitazioni ad un rigore in materia costituzionale sono importanti, ma credo che non siamo in presenza di violazioni della Costituzione». In direzione opposta va il capogruppo dei dem a Palazzo Madama Andrea Marcucci: «Credo che Conte abbia sbagliato sul crono programma della fase due. La riapertura di bar e ristoranti il 1 giugno temo sia troppo lontana, il Dpcm scade il 17 maggio, lasciamoci lo spazio per decidere di volta in volta se ci sono margini per aprire prima, o per testare le aperture nelle regioni dove la curva epidemiologica è più rassicurante». L’affondo della Consulta spinge il capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini a chiedere la trasformazione dell’ultimo dpcm in decreto legge: «Siamo sempre stati moderati e responsabili ma di fronte all’ultima conferenza stampa autocelebrativa di Conte, osserviamo che accanto alla crisi sanitaria ed economica, c’è una crisi democratica. La prima nostra richiesta è trasformare il dpcm in decreto, in modo che il Parlamento possa dire la propria». Nelle pagine della relazione della Cartabia c’è un messaggio chiaro al capo del governo a tenere la Costituzione come «la bussola anche per navigare per l’alto mare aperto nei tempi di crisi». Il presidente Cartabia spiega che «la Costituzione non è insensibile alle situazioni di emergenza come recita l’articolo 77 della Costituzione in materia di decreti-legge». E come si fa con gli studenti all’Università, il numero uno della Consulta ricorda circostanze analoghe in passato che però «non hanno portato a una sospensione dell’ordine costituzionale». L’intervento a tenaglia (Cartabia-Renzi) sa di ultimatum per un premier sempre più isolato.
COMUNICATO STAMPA DEL 28 APRILE 2020 AZIONI LEGALI E IMPUGNAZIONE DEI “DECRETI CONTE” IN OCCASIONE DELL’EPIDEMIA DA “CORONAVIRUS”
Accogliamo con estremo favore l’iniziativa assunta da altri colleghi e gruppi associativi, tra cui in particolare spicca il Centro Studi Rosario Livatino, che stanno proponendo iniziative legali e impugnazioni al TAR avverso i Dpcm emanati dal governo Conte.
Come Giuristi per la Vita, condanniamo la estrema tardività degli interventi da parte del legislatore e, nel contempo, la grave illiceità del modus procedendi nel gestire la crisi dal punto di vista politico, normativo ed esecutivo.
Per questo valuteremo di intraprendere ogni più opportuna iniziativa, nelle sedi di legge, contro i Dpcm, così come sosterremo analoghe inizitive di altri soggetti, ponendoci in tal modo a disposizione di tutti coloro che ci hanno chiesto un intervento chiaro e netto.
Aiuteremo i sacerdoti che saranno e sono stati sanzionati mentre celebrano le Sante Messe aperte al pubblico, pur adottando idonee misure di sicurezza e distanziamento. Aiuteremo in questo i Vescovi che ce lo hanno chiesto, e tutti i cittadini e le famiglie, i padri di famiglia sanzionati nell’esercizio di diritti fondamentali della persona, gravemente ed illecitamente compromessi e ristretti da meri atti amministrativi monocratici (i dpcm del presidente Conte) senza alcun controllo da parte di leggi statali e quindi del parlamento.
I due decreti legge governativi, hanno solo genericamente descritto (in spregio all’art. 77 della Costituzione e alla legge 400/1988) i casi di possibili restrizioni delle libertà civili delegando ad una componente del potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei ministri, la titolarità di scelta dei tipi di misura da adottare (i “casi”) e il grado d’intensità (i “modi”).
Il che è ancora più grave, dopo ben due mesi dall’inizio di queste misure restrittive, e dopo il susseguirsi di ben 4 dpcm (con il totale silenzio del parlamento e del Presidente della Repubblica) sostanzialmente analoghi e tali da procrastinare situazioni di restrizione pressoché totale: dalla libertà dei bambini di giocare in aree private, alla libertà (prevista da un trattato internazionale, il Concordato) di celebrare le Sante Messe per i fedeli, alla possibilità di operare per i commercianti e gli artigiani di ogni ambito. Tutto questo dopo che a fine gennaio e inizio febbraio, parte della classe politica aveva sottovalutato e irriso il problema Covid 2019, nonostante gli accadimenti in Cina fossero sotto i riflettori mondiali. Invitiamo chiunque a contattarci per l’adesione ed il sostegno alle nostre iniziative alla seguente mail: giuristiperlavita2@gmail.com
Un pericoloso mitomane si è impadronito dell’Italia e sotto la minaccia del virus tiene in ostaggio un intero popolo, violenta la libertà e paralizza il Paese, mandandolo alla rovina, fingendo però che è tutto sotto controllo, anzi ci ammirano e ci studiano in tutto il mondo come modello. Dietro di lui si nasconde un intreccio di poteri, caste, tecnocrati e una pletora di esperti, inclusi gli scienziati che in questa pandemia hanno detto poco, tante ovvietà e pareri discordi.
Non una linea strategica emerge dalla cosiddetta fase due, grotteschi perduranti divieti, assurde restrizioni a macchia di leopardo, senza alcuna logica e buon senso: la scuola liquidata sine die, le attività produttive col freno a mano, i trasporti pubblici resi di fatto impraticabili, perché se vi può accedere solo un quinto degli utenti abituali (in altre versioni meno di un decimo), e se si deve provvedere per ogni corsa una sanificazione, significa paralizzarli. E questo, di conseguenza, paralizza il traffico, perché tanti andranno in auto sapendo che devono aspettare un tempo almeno cinque vote superiore a quello prima atteso (visto lo scaglionamento); non arriveranno mai al loro posto di lavoro o destinazione.
La follia di poter raggiungere solo le case in regione, la follia di tutto l’impianto, la paralisi di tutto, la mancanza di veri, concreti aiuti, l’annuncio continuo di cifre astratte, sempre variabili, di “potenze di fuoco” che sono solo un fuoco di Sant’Antonio delle intimità di chi li annuncia.
La follia è che tutto questo avviene col tacito consenso, o col silenzio-assenso di tutti i poteri che contano: dal Quirinale ai Partiti, dal Parlamento ai poteri istituzionali e costituzionali. La sinistra si rifugia vigliaccamente dietro l’Abusivo che si è impossessato del potere, perché così lui si prende oneri e onori, e intanto toglie di mezzo l’opposizione. I grillini trafficano in cineserie ma sono contenti di vedere tramite lui risalire i consensi che erano in caduta libera, e tramite lui esercitare ancora potere, restare al governo pur avendo dato prova della loro assoluta incapacità, autocertificata in massa.
L’assurdo di questa situazione è che tutti costoro gridavano al timore del dittatore venuto da destra, il Salvini, o il Salvameloni di turno (o anche il Renzi), e intanto lasciavano instaurare un’autocrazia mediatica che non ha precedenti, l’Uomo solo al comando e al telecomando, venuto dal nulla, con poteri pressoché illimitati di costringere la popolazione a ogni genere di schiavitù e di impedimento. Col favore dei grandi media, non solo pubblici. E la stessa cosa si ripete a livello mondiale: tutti gridano e irridono al Dittatore Trump, mentre lasciano crescere il potere e l’influenza nel mondo della vera Dittatura, quella cinese, che ha gravi responsabilità nel virus e che ora si sta espandendo nel mondo, con ogni forma (incluso il 5G) e che trova nella nostra compagnia di burattini denominata governo il suo principale asino di Troia (cavallo sarebbe troppo) per insinuarsi.
Il suddetto millantatore abusivo continua a fare one-man-show in televisione, parla per un’ora su tutte le grandi reti – Rai, Mediaset, Sette – per non dire nulla, e lasciare tutto più sotto l’autocrazia. È ormai un rito di vanità in cui l’impostore si pavoneggia (Rito Pavone), annuncia vittorie in Europa che non ha mai conseguito, preannuncia cose che non rispondono mai alla realtà e limita la sua azione ai verbi perifrastici, stiamo in procinto di, stiamo per varare, stiamo sul punto di. Si vanta di tutto, per dirla con Gioacchino Belli: “Non faccio per vantarmi ma oggi è una bellissima giornata”. E poi il mantra ossessivo di questi giorni, dal primo scienziato all’ultimo telegiornalista, “non abbassare la guardia” che va tradotto a contrario: abbassatevi i pantaloni, in ginocchio, restate fermi, in catene.
Dopo due mesi di carcerazione di massa non è più sopportabile. È necessario non dico ribellarsi, insorgere, fermarlo. Ma quantomeno osservare, sì, le precauzioni sanitarie leggendole però in una chiave compatibile con la vita che riprende, la libertà ritrovata, il buon senso. Chiedo a questo proposito che anche le forze dell’ordine non accettino di diventare esecutori di un’autocrazia irresponsabile che non sa dove ci sta portando; naviga a svista, a orecchio, random. Chiedo loro che interpretino le norme il più possibile in modo duttile, non a danno degli italiani e dei loro primari interessi vitali, e della loro libertà primaria. La stessa cosa sento di chiedere a tutti i sacerdoti, nel nome di quello che anche la Conferenza Episcopale ha denunciato: nessun autocrate può impedire così a lungo l’esercizio elementare della propria fede, le messe. Non c’è nessuna ragione di salute, nessuna maglia di forza della salute, che può impedire questa essenziale libertà, primaria per i credenti. Basterà osservare le norme, distanziamento sociale, mascherine, cautela.
È finita la fase dell’obbedienza cieca, prona e assoluta. È finita la pazienza. Occorre cominciare una ragionevole obiezione di coscienza e di libertà, pur rispettando tutte le cautele, con realismo e con tutte le norme costituzionali. Altrimenti questo viaggio verso la dittatura sanitaria (come la chiamai ormai nei primi di marzo) sarà di sola andata; la sospensione che si prolunga nel tempo rischia di farsi sistemica e perlomeno ricorrente, incombente come una minaccia periodica e un deterrente di fronte a ogni libertà. Il paese si sta sfasciando e non possiamo pensare che l’unico rimedio sia preannunciare – a due mesi dall’emergenza- il prezzo politico alle mascherine. Smascheriamo piuttosto questo dispotismo vanitoso, di uno incapace di tutto. Questo non è dispotismo illuminato, ma dispotismo allucinato. Un incubo da cui svegliarsi.
Roma, 28 apr – Ai tempi del Covid-19, delle dirette di Conte e delle app facoltative obbligatorie, ancora nessuno ha parlato in modo serio, quasi come fosse scomparsa nel nulla, della scuola italiana e dei suoi studenti.Quale futuro aspetta la generazione che in questo momento è chiusa dentro casa, in attesa che le scuole riaprano (forse) a settembre?
Scuola sempre più sottofinanziata
Evidentemente si sottovaluta la portata del danno inferto dalla quarantena obbligatoria al futuro degli studenti: il ministero dell’Istruzione, con la confusione e i continui rimandi sembra voler semplicemente perder tempo in attesa di buone nuove, vuoi per l’inadeguatezza del governo giallofucsia, vuoi perché i fondi destinati alla scuola (come quelli per la sanità) sono stati quelli più colpiti dai tagli dei regimi dell’austerità. Lo stesso Di Maio all’indomani del varo della nota di aggiornamento al Def aveva assicurato che non ci sarebbero stati tagli all’istruzione. Anzi, ai microfoni di Agorà il leader M5S aveva annunciato che la prossima manovra avrebbe aumentato gli investimenti per università e ricerca.
Guardando il testo della Nadef lo scenario sembra tuttavia molto differente. La tabella R1, a pagina 48 del testo pubblicato sul sito del ministero dell’Economia, riassume l’andamento della spesa pubblica age-related. Alla voce scuola scopriamo che gli stanziamenti in percentuale del Pil nel 2020 sono attesi al 3,4 per cento per poi calare progressivamente al 3,2% nel 2025, al 3,1% nel 2030 e al 3% nel 2035. E iniziare la risalita solo nel 2040. Mancano i soldi per le sanificazioni? Domanda retorica. È certo che mancano i soldi, come sono mancati per decenni i fondi destinati all’edilizia scolastica. La diade Manfredi-Azzolina non sembra funzionare e non sembra voler dare risposte concrete a questa emergenza storica.
Il punto non è la pagella, a nessuno importa dei sei o sette in educazione civica, il punto è che non si sta profilando per i giovani una possibilità di educazione e formazione in grado di renderli forti nel mondo del lavoro di domani. Al contrario, si sta pensando e attuando un mondo peggiore, in cui questi studenti si troveranno a confrontarsi con quella manodopera che i cervelloni della sinistra globalista stanno già pensando di regolarizzare. Ancora Ius Soli? Vi chiederete… Peggio, il più bieco e semplice latifondismo. Dobbiamo regolarizzarli per disporre di braccianti agricoli. Quindi, mentre gli studenti italiani sono costretti a casa, mentre le tendenze demografiche danno l’Italia per spacciata, avremo un lavoro sicuro per migliaia di immigrati per farli lavorare nei campi dei nostri agricoltori. Agricoltori che, se anche volessero, non potrebbero far competere le proprie merci ottenute con lavoro ben retribuito con quelle di importazione estera, o peggio, con quelle di una feroce e mafiosa concorrenza interna. Quella che si profila è una vera e propria terzomondizzazione dell’Italia, aggiunta alla catastrofe demografica ed alla distruzione dell’istruzione pubblica. Quali sono le vie percorribili?
Non c’è da chiederlo al governo, ovviamente. Consapevoli o no, Conte e i suoi burattinai stanno facendo imboccare alla nazione Italia una strada senza uscita, a causa della quale ci ritroveremo troika in casa e un comparto industriale, turistico e culturale all’asta del miglior offerente, con una tendenza al ribasso della qualità del lavoro e della vita.
Ripartire dagli istituti agrari
Prima di sparare inesattezze sesquipedali sulla regolarizzazione forzata degli immigrati, qualcuno si è mai chiesto quanti studenti italiani hanno imboccato la via dell’istruzione agraria? Sono quasi 50 mila i ragazzi che alle superiori hanno scelto un percorso didattico legato alla terra, già nell’anno scolastico 2017/18. Un vero e proprio record per il quinquennio. A dirlo la Coldiretti su dati del ministero dell’Istruzione divulgati in occasione della chiusura delle scuole, dai quali emerge il record di studenti nelle scuole superiori di agraria in Italia che fanno registrare un aumento del 36% proprio negli ultimi cinque anni. “Sono tutti figli di agricoltori” diranno i benpensanti col mignolino alzato. Balle: la maggior parte di questi studenti proviene da famiglie non legate alla terra, che però hanno scelto un campo fondamentale su cui si giocano i destini di una sovranità alimentare. Non meno importante della sovranità energetica o della sovranità industriale e militare.
Sempre dalla Coldiretti nasce la piattaforma online “Job in country”, una vera e propria piazza d’incontro e intermediazione tra imprese e lavoratori del settore. In Italia, sempre secondo Coldiretti, servono 200/250 mila persone che di solito vengono dall’estero come lavoratori stagionali per raccogliere la nostra frutta e verdura. E dal coronavirus arriva una possibilità storica: spezzare la dipendenza dalla manodopera estera e riconsegnare le chiavi dell’agricoltura al popolo italiano e alla sua gioventù. Perché Azzolina & Co. non immaginano un rientro degli studenti italiani di agraria direttamente in tirocini formativi e retribuiti nelle aziende che piangono miseria? Perché non pensare dei veri e propri voucher per permettere agli italiani in cassa integrazione o a chi ha sovvenzioni sociali di non perderle a causa della quarantena, facendo slittare il lavoro verso le nostre campagne?
I giovani ci sono, la voglia sicuramente. Che siano concesse ai ragazzi le armi per combattere noia e disoccupazione tornando ad un lavoro manuale ed artigianale che è di gran lunga superiore ad un posto precario e incravattato in qualche ufficio di città, sicuramente superiore ad un’emigrazione forzata verso le capitali erasmus. Basta con i palliativi: l’economia italiana ha bisogno di tornare all’opera, passando da quello che dovrebbe essere il comparto primario di una nazione, ovvero l’agricoltura. Se non ci aspettiamo risposta dai drogati di liberismo e cultori delle cedole bancarie, siano le opposizioni a chiedere un intervento forte e decisivo sulla scuola pubblica, che se lasciata nelle mani di curatori fallimentari, di uomini piccoli e indecisi, rischia di far appassire ed ammuffire questa nazione. La primavera deve tornare nei campi, il futuro è nelle scuole.
Emilio Giuliana, noto esponente della destra trentina, si è reso protagonista di una protesta che è andata dritta al nocciolo del problema, senza tanti preamboli o diplomazia.
Affiggendo sul balcone di casa lo striscione con scritto a chiare lettere: «Giuseppi Boia» Giuliana lancia un allarme dopo il nuovo provvedimento del premier Conteche delude gli italiani che dovranno ancora limitare i propri spostamenti firmando una nuova autocertificazione.
Una decisione che non è piaciuta a nessuno, vescovi compresi che hanno protestato vivacemente contro il governo giallorosso. Giuliana punta il dito anche sulle regole che per alcuni devono essere rispettate mentre da altri no.
Il riferimento è anche nei confronti degli sbarchi dei migranti che continuano ad avvenire liberamente nonostante in Africa i focolai di coronavirus siano stati confermati in 40 paesi del continente. Giuliana parla anche di banche, democrazia e libertà che ormai sono svaniti e di altri interessanti argomenti. «Negli anni 70 – dice – per una cosa del genere ci sarebbe stata la rivoluzione»
Siamo di fronte ad un golpe bianco?
“Si, viviamo una manipolazione accentuata della realtà, una violazione continua dei fondamentali diritti delle libertà individuali. Non troppo tempo fa il banchiere tecnocrate senatore Monti lamentò l’utilizzo eccessivo democrazia. Il governo Conte, per non fare torto a nessuno, per evitare accessi o abusi, ha sospeso la democrazia. Una “situazione” che mi riporta alla mente un aforisma del saggista Henry Louis Mencken, quando asseriva che “È l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari.”
Come valuta i provvedimenti a puntate del governo?
“Non penso, mi limito a constatare, che il governo attraverso il terrore mediatico mantiene il proprio potere e porta avanti indisturbato le proprie politiche capitalglobalizzanti. In barba alla “pandemia” gli immigrati continuano a sbarcare; le banche continuano ad essere ingrassate; delinquenti e mafiosi scarcerati; immigrati irregolari lasciati liberi di delinquere, quanto le forze di polizia sono impegnate a vessare chi porta ad urinare il cane.”
Che lettura dà del Covid 19?
“ Come prevedibile, coloro che inizialmente si strappavano le vesti contro chi sollevava dubbi sulle scelte del governo, convinti che ci fosse in atto davvero una pandemia, dopo più di un mese di restrizioni, mesti mostrano segni di scoramento, e l’orgogliosa esortazione #iostoacasa# è svanita. La ricaduta in termini economici finanziari sarà devastante, ma d’altronde la sinistra e i sinistri hanno così a cuore i poveri che ogni qualvolta che sono al governo ne creano sempre più!”
Malcontento diffuso ma nessuno si ribella negli anni ‘70 ci sarebbe già stata la rivoluzione, perché?
“Sulle ribellioni spontanee degli anni ’70 e la relativa enfatizzazione sarei cauto e ridimensionerei largamente e grandemente. Ciò premesso, sono io che le pongo la domanda, chi dovrebbe ribellarsi? Un popolo bolso, che si ritrova con la metà dei giovani che c’erano negli anni ’70, i quali sono stati privati anche dell’anno di militare, de virilizzati, che corrono dietro a tutte le miserie materialistiche, volti a soddisfare i soli istinti bestiali, privi di spiritualità, senza riferimenti familiari? Soprattutto senza il senso del sacro, senza Dio. Perentoriamente lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon, sosteneva come la storia ci insegnia che i popoli non sopravvivono a lungo al tramonto della loro fede.”
Si parla di massoneria buona e cattiva, ha prevalso quella cattiva?
“Attualmente, la Massoneria è, senza dubbio, il capo del serpente infernale. Non dico i massoni, ma le loro finalità, la loro organizzazione che è rivolta contro Dio e contro la felicità delle anime”. “L’ateismo comunista pare stia strepitando nel modo più rumoroso e fa di tutto per seminare, ovunque gli riesca, i suoi pregiudizi reazionari. Alle origini di esso possiamo tranquillamente collocare quella mafia criminale che si chiama “Massoneria”»! il martire Padre Massimiliano Kolbe espertissimo in massoneria, non ha mai distinto la massoneria in buona o cattiva”.
Cosa si dovrebbe fare per ripristinare la democrazia?
“Secondo il rapporto di Reporters Sans Frontiers l’Italia è collocata al 41° posto per quanto riguarda la libertà di stampa, addirittura altre agenzie statistiche precipitano l’indegno posizionamento ancora più in basso. Il filosofo francese Guy Debord, nel suo indimenticato “La società dello spettacolo” sostiene che: la democrazia non vive tanto dei propri meriti, ma sopravvive in virtù dei propri nemici, che una certa tecnica dei regimi democratici si sarebbe a tal punto perfezionata da ritenere indispensabile alla sopravvivenza della democrazia la creazione di un suo antagonista. La democrazia è funzionale al capitalismo, quindi aspetti economici finanziari, utile per il profitto pochi, così come insegna la dottrina di Adams Smith. Altra cosa sono le libertà individuali degli uomini, che non trovano nessun nesso ed attinenza con il concetto di democrazia”.
Ma dopo questo periodo crede ancora nella democrazia?
“Ancor oggi studiamo ed abbiamo come modelli ed esempi positivi uomini esistiti migliaia di anni o secoli fa, protagonisti in epoche eticamente e moralmente sublimi, Grecia, Roma, Medioevo (a parte le menzogne che si raccontano prevalentemente sul medioevo, ma purtroppo Hegel constatava che “la storia è la versione dei fatti di chi detiene il potere”), Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, Dante…loro non credevano nella democrazia, la deprecavano. Un uomo sano di mente non può che vivere ancorato ad una visione del mondo tradizionale”.
Allora quale soluzione per uscire dalla prigione coronavirus 19?
“Acclarato che i più preferiscono ad una verità scomoda una rassicurante bugia, le opposizioni di governo abbiano il coraggio all’unisono di smontare questo oscuro teatrino, non lascino a singoli parlamentari o sindaci denunciare la grande truffa costruita ad arte sul virus coronavirus, si organizzino con gruppi di esperti virologi, biologi, medici specializzati per contrastare la prepotente vulgata mainstream e soprattutto pretendere una commissione di inchiesta che indaghi sugli effettivi decessi di covid 19. Noi comuni mortali, rispolveriamo un po di sano orgoglio e dignità umana, rifiutiando l’utilizzo di mascherine e il distanziamento.”
In questo 2020, a causa della pandemia, i 105 anni del genocidio armeno sono stati ricordati in sordina e in silenzio.
Per la prima volta nella storia, tutte le strade che conducono al mausoleo, situato su una collina vicino alla capitale Erevan, che ricorda il genocidio sono state chiuse, lasciando aperta la possibilità di un pellegrinaggio virtuale.
Ogni anno il mausoleo – eretto in occasione del 50 ° anniversario – viene invaso da milioni di armeni in lutto. Ma il 24 aprile scorso è apparso completamente vuoto a causa dell’emergenza Covid-19.
I nomi delle persone che hanno inviato sms solidali sono stati proiettati sulle 12 colonne del mausoleo che rappresentano le 12 province dell’Armenia occidentale.
Questa regione fu occupata dai turchi nel 1915, musulmani che compirono contro i cristiani armeni orrendi crimine contro l’umanità, sequestrando i beni, i monasteri, distruggendo preziosi manoscritti secolari, occuparono il 90% della patria armena.
Il genocidio ha causato non solo l’annientamento della maggior parte degli armeni che vivevano nell’Armenia occidentale, ma li ha privati della loro patria, della spiritualità e della fede, condannando all’oblio i tesori irrecuperabili, non solo materiali, ma anche musica, lingua, cultura e persino alcuni dialetti già persi per sempre.
Il 23 aprile scorso, durante la veglia di ricordo, le campane di tutte le chiese in Armenia e del Nagorno Karabakh hanno suonato all’unisono per 3 minuti, seguite dal blackout di tutte le luci nelle strade e nelle piazze di Everan e da tutte le province del paese. Nello stesso momento, l’intera popolazione, ognuna dalle finestre della propria casa, hanno acceso candele, luci degli smartphone, unendosi al minuto di silenzio collettivo in tutto il paese.
Nel frattempo, in diretta televisiva e sui social network, dal mausoleo venivano trasmesse tristi melodie. Le messe di suffragio per le vittime sono state trasmesse via web, considerando il blocco delle messe aperte ai fedeli.
Il primo a posare una corona, pregando davanti alla fiamma perenne in memoria di un milione e mezzo di vittime, dal Catholicos di tutti gli armeni, Karekine II.
Poi lo stesso ha fatto il premier Nikol Pashinian, accompagnato solo da sua moglie. In un discorso trasmesso in diretta dal mausoleo, il Premier ha ricordato “la politica della fobia armena a guida ottomana” nel 1915. “Il popolo armeno”, ha aggiunto, “ha subito non solo la perdita di un grande numero di vite umane, ma la deportazione forzata e il genocidio culturale. Questo crimine non è stato solo contro la nostra entità etnica, ma un crimine contro la civiltà umana”.
“Siamo grati”, ha detto Pashinian, “ai paesi e ai popoli che lo hanno riconosciuto. Ma le conseguenze del genocidio non sono ancora state eliminate. Fino ad oggi, la Turchia non si è scusata per quanto ha fatto”.
Il genocidio armeno, l’unico genocidio contro i cristiani e il primo genocidio del secolo scorso – definito come “il secolo dei genocidi” da Giovanni Paolo II – continua a essere negato dall’attuale Turchia. Una legge turca penalizza chiunque affermi che ciò è accaduto. In una dichiarazione 3 giorni fa, il Partito Democratico Popolare – partito di opposizione in Turchia – ha criticato il governo di Ankara per non aver affrontato le proprie responsabilità dopo più di un secolo e ha proposto di dare nomi a piazze e strade in Turchia in onore delle vittime armene del genocidio.