THE DONALD CONTRO BILL GATES : PRIMA VITTORIA

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Il generale Jerry Adams, surgeon general , massima autorità sanitaria delle forze armate Usa, ha fatto un annuncio bomba: la task force  americana sul coronavirus  ha abbandonato i modelli  “predittivi”sull’epidemia dell’OMS  dominata da Bill Gates e  raccomandati da Anthony Fauci, e  adotta invece dati reali basati sui test effettivamente fatti. Ciò perché “in quei modelli gonfiati e “basati sulla paura”, sono state propagandate le morti di milioni in tutto il mondo e centinaia di migliaia in America. Questi sono stati usati come base per quella che molti esperti hanno definito una ” risposta gravemente sproporzionata“.

E’ un siluro diretto a  Bill Gates e al suo complice Fauci  che freneticamente stanno girando tutte le tv in un tour mediatico “ minacciando il pubblico che le aziende potrebbero non riaprire per sei mesi o un anno, o fino a quando i governi non acquistano la loro vaccinazione convenientemente brevettata per grandi prodotti farmaceutici”.

E siccome  già nelle poche settimane di quarantena 22  milioni di americani hanno fatto richiesta del sussidio  di disoccupazione, si può capire come la  prospettiva viene vista dai rednecks che hanno votato Trump perché lotti contro il Deep State.

Adesso, in   base ai dati reali e non gonfiati, ha detto il Surgeon General,  “sono fiducioso che alcuni posti inizieranno a riaprire a maggio e giugno. Altri posti non lo faranno; sarà pezzo per pezzo, bit per bit, ma sarà guidato dai dati “.

Il braccio di  ferro di Bill Gates  contro Donald  Trump  dietro  la pandemia sembra essere concluso, per il momento, con la sconfitta del miliardario. Una guerra paradossale   che ha diviso  i politici e l’opinione pubblica su uno scontro farmaceutico  –    farla breve, clorochina contro vaccini  –  essendo inteso che chi è per la clorochina è per Trump, quindi “di destra”, mentre chi  è per  i vaccini sta per Gates ed è progressista.

Il punto è che  l’incolpevole ed apolitica idrossiclorochina è stata indicata da Trump, il 19 marzo, come un farmaco utile contro il Cov-19. Tutti –  ma proprio tutti – i media televisivi  sono saltati alla gola del presidente: ignorante! Rozzo! Cosa ne sai!, ascoltiamo invece il   prof. dott Anthony Fauci che è competente!  Sono state organizzate trasmissioni per dimostrare che Trump difendeva la  clorochina  perché detentore di azioni Sanofi, la presunta  casa produttrice. Per poi scoprire che Donald ha azioni della Sanofi per 435 $. Nessuno scandalo ha suscitato il fatto che il numero 2 dell’OMS, Bruce Aylward,  abbia rumorosamente raccomandato il Redemsivir (il 24 febbraio), senza attendere i risultati dei test, prendendo apertamente le parti per la Gilead che aveva giustappunto brevettato il farmaco. Nessuna curiosità sulla mazzetta probabilmente percepita dall’esperto?

La lotta Gates-Trump  ha esteso il conflitto anche in Francia: dove il microbiologo Didier Raoult,  per aver detto che lui ha guarito dei malati con la clorochina,  come del resto notoriamente in uso in Cina e Corea, è stato aggredito dal Comitato  Scientifico  allestito da Macron contro l’epidemia:  apparentemente perché non ha l’habitus del “grande mandarino della Scienza”  e  disturbava la narrativa  precostituita: solo  il vaccino ci consentirà di tornare liberi. Il fenomeno dei mandarini scientifici l’abbiamo visto anche nelle tv italiane.

Ma negli Stati Uniti la lotta è stata senza esclusione di colpi  bassi  e tragicomici, ma anche epicamente americani. I governatori del Michigan e del Nevada, democratici quindi anti-Trump, hanno preso misure per limitare l’uso della clorochina e prolungato le quarantene;  come risposta, la gente del Michigan, operai, ceto popolare,   con l’incubo della disoccupazione  –  hanno inscenato una colossale manifestazione  con le loro auto, Suv e camion in sostegno a Trump,  e alla clorochina, per tornare al lavoro e al salario  –  e contro il governatore Whitman.

Ancor peggiore è la posizione  come “esperto”  di Anthony Fauci, direttore dell’Istituto Nazionale delle Malattie Infettive e  fautore della quarantena senza limiti “finché non arriva il vaccino”.  Lungi  dall’essere “Lo scienziato oggettivo”, ha lavorato a fianco di Bill Gates al Global Vaccine Action Plan, partenariato pubblico-privato fra l’OMS, Unicef e ….la Bill & Melinda Gates Foundation.

Di fatto il Global Vaccine Action Plan  è  – come dice il suo nome – l’organo con cui Bill Gates  spinge per applicare a tutti, cominciando dal Terzo Mondo, il suo tatuaggio  quantico   con  le informazioni sulle vaccinazioni che la persona ha subito,e  quelle che le mancano ancora.  L’invenzione, annunciata in pompa magna dal MIT  nel dicembre 2019,  era  stata finanziata da Gates … attraverso Jeffrey Epstein, il  pedofilo ucciso,   che come si ricorderà ad un certo punto della sua berve vita  aveva sviluppato un  improvviso interesse filantropico  per LaScienza,  alla quale aveva dedicato donazioni  e inviti  di celebri scienziati  nella sua isola delle femmine (di cui Gates è stato frequente ospite, ça va sans dire).

Ora   diventa chiaro perché Anthony Fauci si sia battuto nei talk show contro la clorochina,  esagerandone gli effetti collaterali e ripetendo che per dimostrare la sua utilità nel Cov-19  bisognava attendere studi e test.  E ad aggravare la sua posizione, è  saltato fuori un rapporto ufficiale del NIH (National Institute of Health, ministero della Sanità) risalente al 2005, che  a  proposito della epidemia SARS , in cui si legge: “La clorochina è un potente inibitore della diffusione del coronavirus SARS”.  Quindi   l’utilità del farmaco era ben nota, anche a Fauci.  (qui il rapporto NIH del 2005

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1232869/

Così si scopre che Donald  ha tutte le ragioni di smettere di finanziare l’OMS con denaro pubblico. L’organo transnazionale è completamente sotto l’influenza di Bill Gates, secondo contributore dopo gli Usa, e ne esegue  gli scopi  strategici, anche  attraverso la Global Alliance for Vaccine and Immunization  – Alleanza Globale per i Vaccini e l’immunizzazione,  organo di cui Bill Gates è il quarto donatore, dopo il Regno Unito. Del resto dal 2016   il network  europeo  Arte   ha mandato in onda un’inchiesta dal titolo “L’Organizzazione Mondiale della Sanità nelle grinfie dei lobbisti”dei giornalisti Juttat Pinzler e Tatjana Mischke.

Gates può contare sui governi europei. Specie  italiano.

Se  Trump ha vinto una battaglia,non è detto che vinca la guerra.  Il 6 aprile un vaccino  fabbricato in gran fretta è già  stato iniettato a volontari; esso è stato concepito dalla Inovio  Pharmaceutical, società finanziata (indovinate?) da Bill Gates, che ha annunciato di poter offrire ai governi un milione di dosi per la fine dell’anno. Poco prima, a marzo, un altro vaccino è stato annunciato dalla Moderna, società  finanziata nel 22016 con 20 milioni di dollari   dal solito Bill Gates.

I governi europei  soprattutto, coi loro  comitati scientifici  mandarini, sono ancora sotto la narrativa “aspettate il vaccino per tornare a lavorare” che Trump ha sgominato. E peggio. Ora si scopre che Conte si è infischiato degli avvertimenti americani,  ha lasciato passare settimane preziose senza preparazione (apposta?) e di fatto si è schierato con la terroristica narrativa-Gates…

https://twitter.com/ImolaOggi/status/1250866687483805697

Ma certo qui si constata – se si vuole prenderne atto  – che è meglio che il potere esecutivo sia in mano ad un ignorante eletto dal popolo, che ha solo il buonsenso del pater familias  e il bisogno di far tornare al lavoro i 20 milioni di suoi elettori disoccupati,  che agli “scienziati” e tecnocrati.  Ed appare in piena luce –  se la si vuol vedere –    non solo l’incompetenza di questi scienziati, esperti e tecnocrati, ma  peggio: la profonda disonestà morale, la loro permeabilità   alla corruzione; e la crudeltà con cui consigliano di lasciar crollare l’economia e gettare sul lastrico milioni di uomini sani, per combattere una epidemia trattabile, di cui hanno nascosto il farmaco che la tratta.

Ci sarebbe da aprire un discorso sulla  scelta che il popolo fa nella democrazia quando è vera: basata su qualcosa che è “la competenza morale del popolo”, come scrisse  il sociologo Raymond Boudon. Il popolo non sa di clorochina  né di eparina,  ma è competente  morale, e ha capito al volo che Fauci era un corrotto, come La Scienza che proclama dai talk show.

Da

THE DONALD CONTRO BILL GATES : PRIMA VITTORIA

Nascita del coronavirus, gli Usa indagano sul laboratorio di Wuhan

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Nascita del coronavirus, giallo sul laboratorio di Wuhan. I funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti hanno riferito che il governo Usa sta esaminando la possibilità che il nuovo coronavirus abbia avuto origine in un laboratorio di Wuhan, in Cina, e non in un mercato, e che sia poi stato diffuso per un errore.

Lo riporta la Cnn citando diverse fonti ritenute vicine alla questione. Secondo la Cnn ci sarebbero due cablogrammi diplomatici tra Stati Uniti e Pechino che risalgono al 2018. In questi cablogrammi gli Stati Uniti puntavano il dito contro le carenze in termini di sicurezza del laboratorio di virologia di Wuhan. Per le stesse fonti però, sarebbe prematuro trarre queste conclusioni. Cnn sottolinea come la teoria che il virus sia nato in laboratorio è stata ripetutamente smentita dalla Cina e messa in dubbio da numerosi esperti.

 

da

https://www.iltempo.it/esteri/2020/04/16/news/nascita-coronavirus-stati-uniti-indagano-laboratorio-wuhan-sicurezza-messaggi-cina-smentisce-1315458/

Fake news sul coronavirus? Cominciamo con quelle di “esperti” e comitati scientifici

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Roma, 16 apr – Dopo la prima dell’inchiesta sulle fake news e la disinformazione divulgate dal governo Conte e dalle istituzioni sul coronavirus, passiamo ad analizzare quanto affermato dai cosiddetti “esperti”, dal gennaio 2020 ad oggi. Per stessa ammissione di Massimo Galli, direttore responsabile del reparto malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, nessuno poteva e può definirsi esperto: “Ne sappiamo veramente molto ma molto poco (sul coronavirus) e forse molti di noi, cosiddetti esperti quasi reali e magari non tanto reali, ne abbiamo anche parlato qualche volta a sproposito. Qualcuno sicuramente lo ha fatto”.

Competenti allo sbaraglio

Non è stato soltanto il governo giallofucsia a confondere gli italiani con una comunicazione schizofrenica, contraddittoria e sconclusionata. Virologi ed esperti, prezzemolini nei talk televisivi e intervistati dai quotidiani a tutta pagina, hanno aumentato il caos e la frustrazione dei cittadini. Restrizioni della libertà personale e chiusure delle attività, decretati del governo Conte, sono stati validati perché “ce l’ha detto la scienza”. Quella stessa scienza ha cambiato opinione tempestivamente quando la realtà smentiva quanto aveva pontificato fino al giorno precedente. “Restate a casa” e “lavatevi le mani” sono state poi le uniche soluzioni fornite dai cosiddetti esperti, peraltro senza che abbiano fatto pubblica ammenda per le cialtronerie dichiarate dagli scranni televisivi. La solita spocchia degli incensati competenti ha prevalso sulla corretta informazione che il Paese necessitava in uno dei suoi momenti più difficili.

Alla confusione e alle misure tardive per il contenimento del Coronavirus, ha contribuito lo stesso Comitato tecnico-scientifico della Protezione civilenominato il 3 febbraio dal ministro della Salute Roberto Speranza. Quante volte durante la conferenza stampa quotidiana delle 18 abbiamo sentito affermare da Angelo Borrelli e soci che le mascherine non servivano? L’impreparazione del Comitato di fronte ad un virus sconosciuto, che per questo motivo suggeriva la massima prudenza, lo si è potuto constatare sia nei “Dieci comportamenti da seguire” (“contatta il numero 1500 se hai la febbre o tosse E sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni”) sia nei protocolli indirizzati agli ospedali (“caso sospetto” solo chi fosse stato in aree a rischio della Cina), cambiati solo in seguito allo scoppio dei focolai in Lombardia e Veneto ai primi di marzo.

Quando Ricciardi diceva: “Non fate i tamponi”

Sempre il Comitato aveva smentito l’utilità dei tamponi agli asintomatici, convinzione ribadita a mezzo stampa anche da Walter Ricciardi, membro italiano del board dell’Oms, il 27 febbraio. Il consigliere del ministero della Salute affermò che “chi ha dato l’indicazione di fare i tamponi anche alle persone senza sintomi, gli asintomatici, ha sbagliato”, ribadendo che la strategia della Regione Veneto“non è stata corretta perché ha derogato all’evidenza scientifica”, in quanto le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (test solo su soggetti sintomatici in presenza di due caratteristiche, il contatto con malati di Covid-19 accertati e la provenienza da zone di focolai), riprese dall’ordinanza del ministro della Salute del 21 febbraio, “non sono state applicate”. Ricciardi dichiarò anche se le linee guida fossero state applicate non avrebbero causato “confusione e allarme sociale”. Al momento, sembrerebbe però che la strategia di Luca Zaia dei tamponi a tappeto, anche agli asintomatici, stia dando una risposta decisamente più efficace nel contenimento del coronavirus (così come accade con successo in Germania e Corea del Sud spesso prese ad esempio): al 14 aprile, in Veneto sono stati fatti 208.878 tamponi (popolazione totale 4,9 milioni), mentre in Lombardia 214.870 (popolazione totale 10 milioni).

Probabilmente “l’alleanza stretta tra scienza e politica” in Italia, sbandierata come una strategia di successo da Walter Ricciardi, non è stata così perfetta e efficace nella gestione dell’emergenza coronavirus.

La prima scienziata, che in Italia ha denunciato la pericolosità del coronavirus e la problematicità degli asintomatici nel diffusione del contagio, è stata Ilaria Capua. Nel 2016, la virologa è stata costretta ad emigrare negli Stati Uniti, in seguito ad un articolo pubblicato da L’Espresso due anni prima, che ne ha distrutto la reputazione in Italia. L’inchiesta di Lirio Abbate accusava la Capua di corruzione, abuso d’ufficio e traffico illecito di virus. Nel luglio del 2016, la virologa è stata prosciolta dall’accusa di traffico illecito di virus, nell’inchiesta della procura di Verona, perché “il fatto non sussiste“. Ora la Capua è direttore dell’One Health Center of Excellence presso l’Università della Florida.

Le giravolte di Burioni

All’epoca dei primi avvertimenti di Ilaria Capua, i cosiddetti esperti della verità assoluta erano ancora alla fase “abbraccia un cinese”. Il 2 febbraio, poi ribadito il giorno successivo, Roberto Burioni affermava con determinata sicurezza che il coronavirus in Italia non stesse circolando e quindi il rischio di contrarre il virus fosse zero, grazie anche alle misure intraprese dal governo. Burioni si burlava pure di chi all’epoca indossava le mascherine, affermando che fosse più facile essere colpiti da un fulmine e che fosse impossibile “suicidarsi con il coronavirus”. La stessa teoria è stata poi ribadita dal virologo il 16 febbraio ospite da Fazio, quando denunciò l’emergenza razzismo contro i cinesi, rivendicando con orgoglio il fatto che la moglie e la figlia il giorno stesso avessero pranzato al ristorante cinese.

La posizione di Burioni cambia tempestivamente in seguito allo scoppio dei focolai in Lombardia e Veneto, dissociandosi furbescamente da sé stesso: “Noi pensavamo che qui il virus non ci fosse perché ci dicevano che il virus non c’era”. L’esperto, appollaiato come un vate ancora una volta sulla poltrona di Fabio Fazio ha pure cercato di giustificarsi con una metafora degna di un Mattia Santori qualsiasi: “Eravamo in presenza di un malato che non si misurava la febbre e ci diceva ‘sto bene’”. Come tutti gli altri esperti incoronati dalla televisione, anche Burioni è passato da “le mascherine non servono” a “le mascherine dovremo portarle tutti e a lungo”. Il virologo poi, esattamente il 12 aprile sulla tv pubblica, ha lanciato la sua nuova dottrina in merito alla sperimentazione di un vaccino: “Si prendono persone giovani, persone che non dovrebbero soffrire grande danno dall’infezione, si vaccinano e poi si prova a infettarle. Se questo venisse eticamente accettato noi potremmo ridurre quell’anno a pochi mesi”. Ovviamente, Roberto Burioni non rientra nello standard di “persona giovane”, ma potrebbe immolarsi per la scienza.

Gli errori grossolani della Gismondo

Antagonista di Burioni, ma protagonista dello stesso tipo di disinformazione che ha comportato la minimizzazione dell’emergenza coronavirus, è la direttrice del laboratorio di microbiologia dell’ospedale Sacco di Milano, Maria Rita Gismondo, che probabilmente è stata la fonte scientifica di riferimento dell’insensata campagna “Milano non si ferma” del sindaco Beppe Sala. Dopo i post pubblicati su Facebook, la signora “il coronavirus è come un’influenza” è diventata una delle principali voci dei mainstream media italiani, dove è arrivata pure ad affermare che il virus ha dato una “spinta” ai malati che sarebbero morti ugualmente e che un suo amico gioielliere gli aveva promesso “un ciondolo a forma di coronavirus, un virus molto elegante” per farne un ricordo visto che dopo poche settimane “non ne avremo più sentito parlare”. In perfetta linea con l’ideologia no border, la Gismondo è riuscita ad affermare che i virus non conoscono frontiere e che “non dovrebbero esistere per nessuno”. Maria Rita Gismondo si à lasciata sfuggire però una verità che molti cercavano di tenere nascosta: “A fine dicembre, inizio gennaio, abbiamo osservato delle polmoniti un po’ strane rispetto all’andamento precedente. Ma ovviamente, il coronavirus non era una realtà da attenzione, non avevamo nemmeno i test diagnostici e probabilmente qualche polmonite da coronavirus c’era già stata ma ci è sfuggita”.

Pregliasco: “Il virus non sta circolando”

Altro capolavoro mediatico è stata l’onnipresenza di Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli studi di Milano, direttore sanitario dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano e presidente dell’Anpas, nonché divoratore di involtini primavera in diretta televisiva. Pregliasco ha dichiarato che “i cittadini non devono avere paura di incontrare il coronavirus perché non sta circolando” (4 febbraio), teoria ribadita dieci giorni dopo quando additava come allarmiste le persone che portavano le mascherine in stazione Centrale di Milano, per poi affermare il 23 febbraio che “ce lo aspettavamo” perché “questa patologia è un po’ perfida” dopo lo scoppio dei primi focolai.

L’Istituto superiore di sanità e le indicazioni sbagliate

Come le altre starlette televisive, Fabrizio Pregliasco ha più volte ribadito l’inutilità delle mascherine. Non solo i cosiddetti esperti: anche Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità ha garantito che “l’uso delle mascherine in una persona sana non ha particolare utilità” in un video informativo pubblicato dalla stessa Iss, tesi ripetuta più volte durante la conferenza stampa quotidiana delle ore 18.

È lecito a questo punto chiedersi se i cosiddetti esperti e i tecnici siano stati imboccati dal governo colpevole di non essersi preparato per tempo all’emergenza coronavirus, perché l’Italia era completamente sprovvista di dispositivi di protezione, come si è poi scoperto. Sappiamo che solo il 2 marzo la Protezione Civile è stata autorizzata (Decreto Legge Gualtieri n.9 del 2 marzo 2020) ad acquistare dispositivi di protezione individuali ed altri dispositivi medicali; tra questi, anche le tristemente note mascherine destinate agli ospedali (gli stracci della polvere) che hanno ottenuto l’avallo dell’Istituto superiore di sanità.

Ci si chiede giustamente come faranno gli italiani a fidarsi ancora dei cosiddetti esperti e delle istituzioni che dovrebbero garantire la salute pubblica. Gli scienziati e i tecnici non dovrebbero mai prestarsi ai giochi della politica, ma chiudersi nei laboratori e nelle war room per cercare vere ed adeguate soluzioni alle emergenze sanitarie. Ma soprattutto la politica non deve delegare ai tecnici, ai competenti, la facoltà di decidere e governare anche nelle emergenze. Perché questa pandemia ha dimostrato tutti i limiti e le contraddizioni di competenti e presunti comitati scientifici.

Francesca Totolo

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/fake-news-coronavirus-esperti-comitati-scientifici-153254/

COLAO ARRIVA COME GAULEITER . DI BILL GATES

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Vittorio Colao e la sua “task force”  di tecnici sopraffini che farà  rifiorire l’Italia, per prima cosa ha preteso l’immunità penale  e civile per sé e i suoi   tecnocrati. Vuole insomma l’esenzione anticipata da ogni responsabilità criminale  per gli atti e  le decisioni che prenderà lui e  la “task force”.

Il solo a  lanciare l’allarme è stato Claudio Borghi.  Silenzio, naturalmente, del Quirinale.

https://twitter.com/borghi_claudio/status/1250227068677259265https://twitter.com/borghi_claudio/status/1250227068677259265

Se si avesse voglia di filosofeggiare, si potrebbero fare profonde considerazioni sul nome di cui si fregia una  democrazia  che, mentre ha sostanzialmente privato dell’immunità parlamentare agli eletti dal  popolo,  ha trasferito la più totale immunità da ogni legge ai tecnocrati non eletti.  Perché l’immunità che reclame  per sé e i suoi il Colao,  è  un privilegio che ha il governatore della BCE e   membri del suo consiglio, nei fatti l’hanno i commissari europei, tutti i capi delle organizzazioni sovrannazionali  e globali, e come abbiamo scoperto recentemente, anche il  direttore del Meccanismo Europeo  di Stabilità, il molto discusso MES: “E’ assolutamente, totalmente completamente IMMUNE alle leggi dei 19 stati dell’Area Euro. Non può essere toccato, per nessun motivo, per nessun reato, né lui né i 6 membri del suo board”.

Un privilegio  dei monarchi per diritto divino, è dunque oggi passato a i vertici tecnocratici: un interessante progresso della laicità.  Le azioni del monarca o dell’autocrate legibus solutus un tempo tendevano ad essere   bollate  come “arbitrii”,  governo  arbitrario , dai miscredenti  progressisti;   quegli stessi miscredenti progressisti che oggi ci spingono ad entrare nel MES, assoggettando con tranquillità l’intera nazione  al potere legibus solutus del dottor Klaus Regling, capo pro-tempore per diritto divino del filantropico Meccanismo  a cui il governo da noi non eletto vuol farci entrare, insieme a tutat l’Europa che  conta, ossia immune da ogni conseguenza giudiziaria.

Solo pochi giorni fa l’onnipotente ed immune  il dottor Regling ha smentito di aver mai detto “Italia e Spagna devono venire in ginocchio”.   E ci si può credere,    avendo il sistema degli immuni altri mezzi  di convinzione.   L’aumento dello spread, ormai a 240:  i mercati ci puniscono “per la   lagna no-Mes”,  ci  informa il professor Giampaolo Galli, PD, economista: l’unico economista a  fingere di ignorare che lo spread lo fanno  aumentare non i mercati, la BCE, attraverso Bankitalia, bastando che smetta per qualche ora di comprare i BTP.

“Si tratta di una pressione per mostrare al popolo italiano che deve entrare nel MES. Gli spread miracolosamente scenderanno appena l’Italia porrà la sua firma sul MES, decretando il suicidio economico del Paese”: così  il diplomatico ed economista francese Sébastien Cochard. “Come nel maggio 2018, quando  la BCE cessò di rimpiazzare i titoli italiani in  scadenza nel suo portafoglio; lo spread salì:   questo al momento del braccetto di ferro di Mattarella  e Salvini sulla nomina di Savona. Anche adesso è una pressione per indurre l’Italia ad entrare nel MES. Isabel Scnhabel è in questo  momento quella che agisce sui mercati per la BCE”.

Isabel Schnabel, se ricordate,  è la membra tedesca della BCE, quella che ha suggerito alla Lagarde la frase anti-italiana: «Non siamo qui per chiudere gli spread»  fra Btp e Bund. Ovviamente immune  da conseguenze civili e penali.

Più in generale, dice lo stesso Cochard in una intervista a Sputnik France, “Si servono della crisi attuale per spingere una agenda di integrazione europea”, ovviamente secondo   le regole tedesche : austerità, pareggio di bilancio, e per l’Italia “ avanzo primario del 4%  per 50 anni, ossia il dissanguamento della classe media”.

Il che  ci riporta a Colao e alla sua task force per la  splendida  rinascita. Come mai vuole preliminarmente l’immunità penale e civile? Quale crimine intende commettere impunemente?  E’ l’uomo che ha giudicato un successo   il trattamento che la  UE ha fatto subire alla Grecia: dunque  si servirà della crisi attuale per  spingere un  programma di integrazione europea, con l’Italia al posto della Grecia.   Questo  è ormai un progetto palese e plateale della tecnocrazia  eurocratica, e del PD  di servizio  (i grillini, nemmeno il caso di nominarli). Ma questo non è ancora tutto. Oltre che membro del Bilderberg  della Trilaterale,  Vittorio Colao ha, da gran tempo,  caldi rapporti professionali e personali  con Bill Gates.

E  in questi giorni Gates sta  moltiplicando le interviste su  tutti i media internazionali, e contattando tutti i leader del mondo ,   per promuovere quello che lui stesso chiama “il suo vaccino digitale universale”  per tutti i 7,6 miliardi di esseri umani del pianeta.

“Vaccino digitale universale”:  ai nostri lettori, la terminologia sarà chiara: è il piccolo tatuaggio invisibile,ma elettronicamente leggibile,   con le informazioni su ciascuno di noi, che Gates ha pagato per far mettere a punto.  Non gli importa nemmeno più di fingere di volerci inoculare un vaccino contro il corona; qualunque vaccino  va bene,  l’importante   è che le autorità degli Stati obblighino per legge ad avere il vaccino  – in realtà  il certificato digitale tatuato – per poter uscire a lavorare ed essere liberato dalla reclusione sanitaria.   Anche questo viene a fare Colao? Il Gauleiter di Bill Gates per la colonia Italia.

Come ci ha annunciato gongolante  Gianni Riotta :

Da

COLAO ARRIVA COME GAULEITER . DI BILL GATES.

I viaggi statici

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La quarantena imposta dal virus e la paralisi globale ci costringono a rinunciare ai viaggi e a riscoprire il fascino coatto dell’immobilità. Ma a pensarci bene la pelle del viaggiare è il movimento ma il cuore del viaggiare è l’immobilità. Noi che viviamo correndo, e viaggiamo divorando spazi, in un volo di dodici ore siamo costretti a riscoprire l’antica pazienza del tempo immobile, le ore interminabili dello stare, il prodigio di una lentezza del tempo mentre lo spazio scorre con una velocità prodigiosa. Tutto appare fermo nel lungo navigare tra i continenti di un Boeing, come se a pilotarci fosse Zenone di Elea; è come se fosse il mondo a muoversi, a mutare, per offrire al nostro sguardo immutabile emisferi per noi insondati.

Accade anche in terra, per strada, di scoprire che l’essenza del viaggio è l’immobilità. Mentre correte in autostrada, superate e siete superati da altri corpi viaggianti, dalla sfuggente identità; ad un tratto siete costretti a rallentare e poi a fermarvi, e restare bloccati per ore, in una di quelle code vacanziere ora frequenti, fino a passare dalle luci del giorno a quella della sera. Un paesaggio di oggetti e soggetti si rianima, riprende cuore e sembianze. Sagome di vita lambite in velocità diventano esistenze vere, schiudono i loro abitacoli, scendono dalla loro volatilità e prendono corpo. Nel Viaggio Immobile si rivedono gli uomini, affiorano cenni di convivialità prima negati dalla velocità, segni umani di disappunto e di sofferenza; si ritrovano affetti e bisogni. In quei momenti ti ripassa davanti la vita, velocemente, e ti sorpassa accennando un saluto; ti scorrono le cose che hai lasciato marcire nella scatola nera del tuo cervello. Mentre stai seduto nell’abitacolo o su un guard-rail, sfrecciano i grandi e piccoli eventi che hanno riempito e vuotato la tua vita, e tu cerchi inutilmente di inseguirli o di fermarli allo sguardo. Avevi fretta di arrivare, temi che ormai sia troppo tardi e ti struggi dall’ansia di non essere là; poi lentamente cadono le cataratte dell’apprensione, i pensieri ancheggiano acquistando una calma andatura e magari pensi che qualcosa o qualcuno abbia voluto sottrarti all’incontro, salvandoti. O forse per temprarti nella prigione di un’autostrada, incatenato a una fila di auto che ti costringe a riflettere, a confrontarti con altre impensate occasioni di vita.

Il viaggio che mi fece più sognare è quello che immaginai osservando una pittura sulla parete di fronte al mio letto: su una banchina pulsante di vita un bambino vestito alla marinara, con la mano alla madre, saluta una nave che salpa o che approda, non so, figurando la memoria di un luogo eccezionale, di Indie misteriose, offerta alla dolcezza domestica, quasi materna, di un porticciolo festoso. Il tranquillo molo di una domenica borghese e lo stupore esotico dell’avventura, un intreccio di prossimità e lontananza. Quel viaggio che non feci mi ha dato più emozioni di ogni altro realmente compiuto. Hanno ragione Salgari e Xavier de Maistre, viaggiatori statici.

Nell’attesa paziente che si aprano le porte di un vagone letto, si avvicinò un attore e raccontò che nonostante i disagi, ama viaggiare nella carrozza dei letti perché da bambino suo padre gli raccontava il mito di dormire viaggiando, di sognare cullati dal sussulto ritmico del treno, con i suoi passaggi di binari. E così pensando alla magica notte in treno, si addormentava vicino a suo padre e sognava viaggi dalla meta imprecisa a bordo di treni infiniti. Suo padre in vagone letto non c’era mai stato, modesti erano i suoi mezzi e più modeste le ragioni di spostarsi da casa; ascoltava quel sussulto di treno solo dal letto di casa, non lontano dalla ferrovia, e immaginava come dovesse essere bello addormentarsi in quella casa viaggiante. Per un sogno riflesso, a suo figlio era rimasto il piacere di viaggiare in vagone letto; per il mito d’infanzia che preludeva ad un sonno di favola, per il ricordo dolcissimo di una voce paterna che lo accompagnava nella carrozza del sogno; e per offrire a suo padre medesimo, a corsa finita, di accedere tramite il figlio a quel sogno mai realizzato. In quel tenero ricordo rividi le mie sere bambine nel lettone, quando mio padre raccontava le medesime cose al passaggio di un treno, col suo misterioso ondeggiare e sbuffare, e poi il suo lento disperdersi nel silenzio della sera. Anche lui non aveva mai viaggiato in vagone letto. Allora viaggiavo da fermo, nel letto di casa; ma ho conosciuto più mondi in quella onirica immobilità di un metafisico treno, che nei viaggi adulti compiuti davvero.

Ad uno sguardo bambino l’incanto del viaggio è anche un semplice finestrino che muta paesaggi, e ancora di più lo sguardo al mondo che lasciamo alle spalle dal lunotto di un’auto, dove la sorpresa del nuovo si unisce all’addio del paesaggio trascorso, che smoriva alla vista. Perfino un cruscotto di legno pieno di lucciole, come apparivano allo stupore infantile le spie luminose che brillavano la sera in una mitica topolino, accendeva la magia del viaggiare. O la pioggia che scroscia sulla lamiera e tambureggia sulla cappotta, e noi riparati a vedere il mondo che annega, a goderci lo spettacolo dell’universo che strepita e piange, seduti al sicuro nell’occhio del ciclone. O l’euforia ragazza di una notte di primavera passata all’addiaccio in attesa di un pullman per la gita scolastica; e poi il ritrovo, la partenza gioiosa, le azzurre luci discrete del pullman di notte, gli sguardi in penombra, gli approcci d’amore e il desiderio di non scendere mai da quel pullman e di non vedere mai spuntare l’alba del disincanto. Di queste immobilità è fatto il viaggiare. Viaggiare è un’illusione. Consoliamoci così ora che siamo carcerati.

MV, aprile 2020

DA

I viaggi statici

Noi occidentali ridotti a “eunuchi”

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Quello che è venuto a mancare in Occidente (la cui cultura ha ormai infettato anche civiltà millenarie ad esso lontanissime e con una visione dell’essere e della sua ragione di esistere quasi diametralmente opposta alla nostra, come la cinese) è il coraggio.

Durante la Seconda guerra mondiale i combattenti delle opposte sponde lasciarono sul terreno 68 milioni di morti, 10 milioni e mezzo appartenenti alle forze dell’Asse (Germania, Giappone, Italia, quest’ultima ne ebbe solo 472 mila) gli altri agli Alleati (russi, col maggior numero di perdite, 25 milioni, americani proporzionalmente col minor numero, 413 mila, inglesi 365 mila più il variegato mondo dei Paesi appartenenti al Commonwealth). Il tutto per cinque anni di guerra. Attualmente (10/4) i morti nel mondo per il Corona sono 86 mila in cinque mesi circa. Dovendo però scomputare in questa macabra ma necessaria comparazione tutti o quasi i Paesi africani che alla Seconda guerra mondiale non presero parte e che attualmente pagano un tributo di 8 mila morti circa. In una comparazione molto approssimativa, perché per esempio la Spagna non partecipò all’ultima guerra mondiale ma oggi è uno dei Paesi più infettati, 68 milioni di morti in cinque anni contro 78 mila in cinque mesi. Quindi anche se nei prossimi quattro anni e mezzo il Corona dovesse procedere progressivamente resterebbe comunque lontanissimo dai 68 milioni di morti della Seconda guerra mondiale. Eppure questa epidemia “tremar il mondo fa”.

Il coraggio è una componente essenziale dell’essere umano, anche se non va confuso con la temerarietà e l’irresponsabilità, perché anche la paura è un’altra importante componente purché sia tenuta sotto controllo. Credo che a tutti noi sia capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi in una situazione di grave pericolo, le reazioni sono di due tipi: c’è chi, sotto adrenalina, reagisce e la scampa e chi ne rimane paralizzato e soccombe.

In tutte le civiltà lato sensu europee che hanno preceduto la nostra  (greca, ellenistica, latina, medioevale) il coraggio non era solo una dote indispensabile al comando, ma il suo valore era ampiamente introiettato anche da tutti gli altri. Sto leggendo Erodoto (Storie) e Tucidide (La guerra del Peloponneso) e negli scontri all’arma bianca quasi nessuno si tira indietro e quei pochi che lo fanno, che Erodoto e Tucidide condannano senza riserve, sono coperti da perpetuo disonore. Se nel Medioevo europeo i nobili avevano la loro tanta contestata supremazia è perché a loro spettava combattere, mentre i contadini restavano sui campi. Estremamente significativa in proposito è la spiegazione che due scudieri di Varennes-en-Argonne danno, verso la fine del Trecento, del fatto che i nobili non devono pagare la taglia, cioè la tassa reale: “Perché, dicono gli scudieri ,in virtù della nobiltà sono tenuti ad esporre i loro corpi e cavalcature alla guerra” (C.Aimond, Histoire de la ville de Varennes-en-Argonne). Ma per tornare un attimo alla società latina, dove per onore ci si suicidava come noi accendiamo una sigaretta, l’unico esempio, a mia memoria, di viltà conclamata è quello di Marco Tullio Cicerone che a 64 anni cerca di sfuggire in modo scomposto e miserevole agli uomini di Antonio che lo ha condannato a morte e una volta raggiunto “presenta ai sicari un volto disfatto” (Plutarco). E infatti i suoi concittadini gli conficcarono uno spillone nella lingua, a significare che era stato bravo solo con quella.

Dopo la Seconda guerra mondiale il coraggio perde il suo primato come valore. Gli americani ne dettero collettivamente un’ultima prova nella guerra del Vietnam dove persero 63 mila soldati. In quanto agli europei di guerre non ne hanno fatte più, tranne gli inglesi per le Falkland o Malvinas dove si comportarono da inglesi mandando in prima linea il Principe Andrea. Poi è nebbia. Anzi peggio. Noi occidentali conduciamo guerre senza epica, senza coraggio, senza gloria, utilizzando i droni, con i loro missili, teleguidati da 10 mila chilometri di distanza. Il coraggio è passato agli islamici. Non solo ai guerriglieri e ai kamikaze dell’Isis o di al Qaida (anche se l’azione di Atta e dei suoi che, armati solo di temperini, sequestrarono un aereo e lo proiettarono contro le Torri Gemelle ha, ammettiamolo, qualcosa di grandioso) ma nel musulmano comune che, come possiamo vedere in questi giorni, se ne fotte del Coronavirus per inciviltà certo, ma anche perché ha meno paura della morte.

Oggi noi occidentali tremiamo ad ogni stormir di foglia. Abbiamo costruito una società che sarebbe ingiusto definire femminea, perché le donne, attrezzate per il parto, hanno più coraggio degli uomini. Una società eunuca.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2020

DA

http://www.massimofini.it/articoli-recenti/1931-noi-occidentali-ridotti-a-eunuchi

L’Anpi torna alle origini: resistenza sì, ma da casa. “Il 25 aprile cantate Bella Ciao alla finestra”

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Roma, 14 apr – “Il 25 aprile #bellaciaoinognicasa alle ore 15”. Eccolo, il flashmob della “liberazione” che tutti gli italiani attendevano – lo attendevano così tanto che dalle terrazze, da un mese a questa parte, pur di non cantare la sgradevole canzoncina partigiana gli italiani hanno estratto dalla naftalina la Macarena.No, dico, qualcuno di voi l’ha sentita intonare da vicini e dirimpettai negli ultimi 40 giorni, affacciandosi al terrazzo intorno alle 18? Ecco, questo dà l’esatta misura di quanto gli italiani siano affezionati a Bella Ciao. In una scala di gradimento, azzarderemmo che potrebbe collocarsi subito dopo al coronavirus stesso.

Il suddetto flashmob, lanciato dalla presidenza e dalla segreteria nazionale dell’Anpi nel 75° anno della “liberazione”,  è corredato di un appello in cui si richiede l’adesione alle associazioni, ai sindacati, ai partiti, ai movimenti “che si riconoscono nei valori della Resistenza, della democrazia e della Costituzione”. L’orario è simbolico: ogni anno, infatti, a Milano proprio alle 15 parte il grande corteo nazionale, che quest’anno non si terrà. Una cosa è sicura: da quest’anno i “partigiani” ritornano ai fasti di un tempo, quando cioè la “resistenza” la passavano imboscati. Fienili, grotte e pollai hanno lasciato il posto a loft e attici…ma sempre di imbosco si tratta.

“L’Italia ha bisogno, oggi più che mai, di speranza, di unità, di radici che sappiano offrire la forza e la tenacia per poter scorgere un orizzonte di liberazione – si legge nel testo dell’appello – Il 25 aprile arriva con una preziosa puntualità. Arrivano le partigiane e i partigiani, il valore altissimo della loro memoria. L’Anpi chiama il Paese intero a celebrarlo come una risorsa di rinascita. Di sana e robusta rinascita. Quest’anno non potremo scendere in piazza ma non ci fermeremo. Il 25 aprile alle ore 15, l’ora in cui ogni anno parte a Milano il grande corteo nazionale, invitiamo tutti caldamente ad esporre dalle finestre, dai balconi il tricolore e ad intonare Bella ciao. In un momento intenso saremo insieme, con la Liberazione nel cuore. Con la sua bella e unitaria energia“. Vedremo quanti italiani saranno interessati a partecipare. Nel caso, basta aprire le finestre e suonare a palla l’Inno di Mameli.

Cristina Gauri

da

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/anpi-origini-resistenza-25-aprile-bella-ciao-153089/

Trump sospende finanziamenti all’Oms. Segretario generale Onu: “Non è il momento di ridurre risorse”

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Come già preannunciato nei giorni scorsi, il presidente americano Donald Trump ha sospeso i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha disposto la sospensione dei finanziamenti all’Organizzazione mondiale della sanità. A rendere nota la decisione è lo stesso capo di stato americano, il quale ha criticato aspramente l’Oms per il suo fallimento “nell’ottenere informazioni tempestive sul coronavirus”.

Nel suo duro intervento dal Rose Garden, Trump ha accusato l’organizzazione di aver “gestito male e insabbiato” l’emergenza sanitaria:

“I loro errori sono costati delle vite umane”, ha tuonato il tycoon, annunciando un’inchiesta dell’amministrazione sulle modalità in cui l’Oms ha affrontato la pandemia.

La scelta di Trump, che però dovrà prima essere ratificata dal Congresso, porterà ad un taglio complessivo compreso fra i 400 e i 500 milioni di dollari, pagati finora dai contribuenti statunitensi.

E proprio l’entità del contributo americano all’Oms in rapporto a quelli degli altri Paesi è uno dei temi sul quale l’inquilino della Casa Bianca si è soffermato maggiormente, sottolineando come “la Cina contribuisce con circa 40 milioni”.

ONU: “Non è il momento di ridurre risorse Oms”

L’annuncio di Trump, già bersaglio delle critiche in patria per aver sottovalutato l’emergenza Covid-19, non ha lasciato indifferente la comunità internazionale.

Il primo ad esporsi, in questo senso, è stato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres:

“Non è il momento di ridurre le risorse per le operazioni dell’Oms o di qualsiasi altra organizzazione umanitaria nella lotta contro il coronavirus. Ora è il momento dell’unità, di lavorare in solidarietà per fermare questo virus e le sue conseguenze dirompenti”.

DA

https://it.sputniknews.com/mondo/202004158972429-trump-sospende-finanziamenti-alloms-segretario-generale-onu-non-e-il-momento-di-ridurre-risorse/

Nelle mani di capitan Schettino

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Il premier si è messo in sicurezza prima di salvare gli altri italiani. Stesso film della Costa Concordia. Palazzo Chigi aveva mascherine mentre i medici e gli infermieri no. Gravi ritardi nelle gare Consip. Toccava al governo rifornire di ogni protezione la Sanità

C’è un solo precedente nella storia italiana di quello che abbiamo svelato su palazzo Chigi nel giorno di Pasqua, con gli ordinativi di mascherine, gel, guanti, camici, bombole di ossigeno fatti a trattativa diretta il 26 febbraio per mettere in sicurezza Giuseppe Conte e tutti i suoi collaboratori e le gare Consip per tutti gli altri italiani indette dal 9 marzo in poi.

Il precedente è stato quello del naufragio della Costa Concordia nella notte del 13 gennaio 2012 al largo dell’isola del Giglio. Allora come oggi al comando della tragedia c’era un uomo solo. Allora era il capitano Francesco Schettino, oggi è il premier Conte. Allora l’uomo al comando si preoccupò prima di tutto di trovare una scialuppa di salvataggio per se stesso e i suoi collaboratori (non tutti, perché qualcuno fece il suo dovere di ufficiale), e solo una volta a terra pensò alle scialuppe per mettere in salvo gli altri passeggeri, e non fu possibile per tutti.

Stesso film di oggi, con magazzini di palazzo Chigi pieni di protezioni per proteggere il premier e chiunque lavori con lui, e solo dopo che loro si sono messi in sicurezza, si è iniziato a pensare a tutti gli altri italiani. Purtroppo con gli stessi identici risultati di quella tragica notte del 2012. La prima volta che capitan Conte si è posto il problema degli altri italiani, dei medici e degli infermieri che stavano rischiando la loro vita al fronte è stato il giorno 6 marzo, quando è stato chiesto alla Consip e alla protezione civile di procedere a una gara semplificata e urgente per la fornitura di mascherine e tutte le altre protezioni. Tre giorni dopo è stata indetta la prima delle gare, che ha anche avuto le sue belle vicissitudini con la revoca della assegnazione di alcuni lotti e il recente arresto di uno dei vincitori della prima gara. Sull’efficacia delle procedure scelte per mettere in sicurezza tutti gli altri italiani si è espresso con chiarezza nella sua prima conferenza stampa Domenico Arcuri, commissario agli approvvigionamenti sanitari, spiegando che purtroppo quasi la metà del materiale arriverà ad emergenza finita. E quindi sarà buono per prepararsi alla prossima pandemia, ma poco utile per fronteggiare questa.

Qualche lettore mi ha scritto dopo la pubblicazione dei contratti di palazzo Chigi replicando: «ma secondo lei non doveva essere messo in sicurezza il premier? Ha fatto male a cercare le mascherine per proteggersi?». Certo che doveva essere protetto il comandante in capo, ma il ruolo esigerebbe che prima si pensi a tutti gli altri e poi a se stesso. O che almeno lo si faccia nello stesso momento. C’è anche chi consiglia di non disturbare il manovratore in un momento così delicato, e su questo invece non posso essere d’accordo. L’emergenza è di tutti, ma non possiamo tapparci occhi e orecchie sulla gestione della crisi e sugli eventuali errori compiuti. Tanto più se questi riguardano l’uomo solo al comando che si è preso di fatto e nel silenzio di tutti i pieni poteri che agognava Matteo Salvini nelle sue scorribande estive in spiaggia.

La storia delle mascherine è un po’ la cartina al tornasole di quel che è accaduto. Perché le forniture sanitarie non toccavano alle Regioni, come dicono i corifei del nuovo regime assoluto (quello che pretende come accadeva nei paesi guidati da Chavez di regolare in diretta tv i suoi personali conti con gli avversari politici come ha sottolineato ieri Enrico Mentana nel tg La7 da lui diretto). Da anni è la Consip a pensarci, la centrale acquisti del governo centrale a cui si sono dati sempre più poteri stringenti ogni legge di bilancio al grido della spending review e dei costi differenziati che avrebbe avuto in ogni Regione la famosa «siringa». La Consip dipende direttamente dal governo, essendo controllata al 100% dal ministero dell’Economia. Non abbiamo notizia di una segnalazione di Conte a questa società di partire con gli approvvigionamenti di materiale sanitario prima di quel 6 marzo sopra citato. Siccome purtroppo molti medici e infermieri si sono ammalati e decine di loro hanno perso la vita perché non avevano le protezioni necessarie, il governo deve spiegare cosa ha fatto dopo il 31 gennaio. Quel giorno ha dichiarato lo stato di emergenza per sei mesi (è in vigore fino al 31 luglio), perché evidentemente aveva preoccupazioni se non vere e proprie notizie sulla possibile diffusione del virus in Italia. Cosa ha fatto da quel giorno per mettere in protezione il paese? Due sole cose: bloccato i voli da e per la Cina e misurato la temperatura ai passeggeri negli scali aeroportuali italiani. Ma sulla prima regola di ogni emergenza: guardare i magazzini e cercare di riempirli con gli approvvigionamenti del materiale sanitario necessario, che ha fatto? Nulla. Fino appunto al 26 febbraio, quando è partito il primo ordine con la scialuppa di salvataggio del premier.

Siamo nelle mani dunque di capitan Schettino, e non è la cosa più rassicurante che ci sia. Ma purtroppo lo stesso identico copione si sta seguendo con la gestione della emergenza economica, su cui la guida è proprio inesistente. Fin qui solo slogan e provvedimenti astrusi e complicatissimi che daranno una mano consistente nel fare fallire gran parte di questo paese. Ma prima o poi il nostro capitano di tutto questo dovrà risponderne. Per la vita di tutti assai meglio prima che poi.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/04/14/news/giuseppe-conte-come-francesco-schettino-compra-mascherine-gel-guanti-ossigeno-palazzo-chigi-poi-medici-infermieri-consip-costa-concordia-1314062/

Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

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Quasi 22.000 polacchi, soprattutto ufficiali, ma anche soldati e civili, furono uccisi dai sovietici ma, per decenni, la colpa fu fatta ricadere sui tedeschi, nonostante gli Alleati sapessero la verità

il 13 aprile 1943 quando Radio Berlino diffonde una notizia sconvolgente: in una foresta vicino a Katyn, in Russia, sono stati ritrovati i cadaveri di migliaia e migliaia di ufficiali polacchi (in tutto 21.857 i corpi ritrovati), uccisi uno a uno con un colpo alla nuca. Hanno ancora indosso l’uniforme e i documenti di identificazione. Sono quasi tutti ufficiali e soldati che erano detenuti nei campi di concentramento sovietici di Kozielsk, Starobil’sk e Ostaškov.

Tutto fa pensare che siano stati giustiziati nei primi mesi del 1940, dopo l’invasione “congiunta” russo-tedesca della Polonia. Quegli ufficiali erano caduti nelle mani dei sovietici, eppure i proiettili ritrovati tra i cadaveri sono di fabbricazione tedesca. Com’era possibile? Chi erano i responsabili di quella terribile strage? Una domanda destinata a restare per decenni senza risposta.

Per l’Unione Sovietica di Stalin, l’uccisione di soldati polacchi, e in particolare ufficiali, rispondeva al chiaro intento di stroncare qualsiasi forma di resistenza; addirittura di sopravvivenza, di un popolo. Uccidendo ufficiali, laureati, ragazzi, si annientava un’intera generazione che avrebbe potuto, un domani, costituire la classe dirigente della Polonia.

La verità – ricostruita a fatica solo molti anni dopo la fine della guerra – racconta che il 5 marzo del 1940, Stalin firmò un ordine di esecuzione per migliaia di prigionieri ritenuti “sovversivi e controrivoluzionari”. Per ogni ufficiale venne compilato un dossier che attestava la sua attività antisovietica e sul quale veniva impressa la condanna a morte.

Iniziò così il massacro degli ufficiali (e non solo) a partire dalla notte tra il 3 e il 4 aprile 1940. Celati dal buio della notte, i primi 390 detenuti vennero trasportati verso la foresta di Katyn, dove si sarebbe svolto un rituale, poi ripetuto migliaia di volte: rapido controllo dei dati anagrafici, mani legate dietro la schiena, un colpo alla nuca. Per ucciderli furono usate pistole tedesche fornite direttamente dai servizi segreti, il che testimonia di come il governo comunista avesse premeditato anche il depistaggio. Infine, i cadaveri vennero gettati in una fossa comune dove avrebbe riposato per gli anni a venire.

Notte dopo notte, i camion partivano dai campi carichi di prigionieri e tornavano vuoti all’alba del giorno successivo, ogni notte (a parte quella del 1° maggio!) fino al 19 maggio 1940.
In 47 giorni furono uccisi così quasi 22.000 polacchi, che furono poi dichiarati dal governo sovietico “misteriosamente scomparsi”.

Intanto, infatti, i nuovi equilibri bellici avevano spinto il governo polacco in esilio a Londra a creare, in accordo con gli Alleati e, quindi, anche con l’URSS che occupava i suoi territori, un’armata per combattere i tedeschi. Nel farlo, però, si accorse che mancavano all’appello proprio i suoi ufficiali… Stalin non diede spiegazioni a riguardo, limitandosi a sostenere che dovevano essere fuggiti.

Ironia della sorte, saranno proprio i tedeschi che, nel 1943, avanzavano nel cuore della Russia, a svelare dove fossero finiti: nella fosse comuni della foresta Katyn. Gobbels comprese di avere un’arma molto potente contro il nemico e annunciò la scoperta al mondo, tramite Radio Berlino. A quel punto, il massacro non poteva più essere tenuto nascosta ma – come abbiamo capito molto bene e visto tante volte negli anni a seguire – la verità può essere manipolata.

Si costituì una Commissione d’indagine, voluta proprio dalla Germania e presieduta dalla Croce Rossa Internazionale per far luce sull’accaduto. Tuttavia, le indagini furono subito ostacolate da intimidazioni, minacce e tentativi di depistaggio attuati proprio dal governo di Mosca che voleva a ogni costo nascondere la verità.
Anche l’unico membro italiano della commissione, il professore Vincenzo Palmieri, fu fortemente denigrato e minacciato dal Partito Comunista Italiano, essendo caduto il regime fascista.

Nonostante tutto, le indagini confermarono che l’eccidio andava fatto risalire ai primi mesi del 1940, quando cioè la Polonia era sotto il controllo sovietico e, dunque andava imputato all’Armata Rossa. Stalin non riconobbe mai il verdetto della Commissione additandolo come falsato dalla propaganda nazista.

Il momento era delicato per gli Alleati e, nonostante lo stesso Churchill ammettesse la responsabilità sovietica dell’eccidio, non si poteva rinunciare all’apporto devastante dell’Armata rossa per annientare la Germania.

Molti furono, in quegli anni, i tentativi di insabbiamento. Nel 1944 i sovietici, dopo aver riconquistato Katyn, avviarono una loro “indagine”, affidata a una commissione unicamente sovietica, che sostenne la colpevolezza tedesca, arrivando persino a imbastire un processo farsa contro alcuni prigionieri tedeschi.

Quello stesso anno furono gli Stati Uniti a condurre un’indagine tramite un loro plenipotenziario nei Balcani ma, sebbene quest’ultimo indicasse i sovietici come responsabili, Roosvelt continuò a sostenere la responsabilità nazista e lo costrinse al silenzio.

Due anni più tardi, nel corso del processo di Norimberga, i sovietici imposero di processare i vertiti nazisti anche per quel massacro che – di certo – non avevamo commesso. Pur non arrivando mai a questa risoluzione, tanto bastò perché, per decenni, il massacro fosse ascritto al demone nazista anche sui nostri libri di scuola.

In piena guerra fredda, nel 1952, un’indagine del Congresso statunitense concluse che i polacchi erano stati uccisi dai sovietici, ma, siccome l’Unione Sovietica era tra i Paesi vincitori della Seconda guerra, aveva beneficiato dell’amnistia.
Occorrerà quindi attendere la caduta del Muro di Berlino e il ritorno della libertà in Polonia (1989) perché si torni a parlare delle vere responsabilità del massacro.

In Italia questa operazione sarebbe stata bollata come “revisionista”, ma la Storia ha sempre bisogno di essere “revisionata” alla luce della Verità, che – prima o poi – cancella le menzogne.

DA

Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

Il potere e l’emergenza

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La situazione che stiamo vivendo è nuova per le ultime tre generazioni ed è senza dubbio la più grave, a livello sociale, tra quelle che noi occidentali abbiamo provato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Posso affermarlo con buona certezza non solo come cultore di storia, ma anche come testimone oculare: nato nel 1940 e avendo conosciuto in Italia e in Europa, almeno prima dei fatti avvenuti tra Anni Sessanta e Anni Settanta – dal boom economico alla crisi delle certezze, dall’accelerazione dei processi di secolarizzazione e di crisi della coscienza alla perdita del primato della politica – ho visto e ricordo un altro mondo europeo, una differente società civile: e il discrimine non è stata la seconda guerra mondiale bensì l’avanzata in apparenza irresistibile, nell’ultimo mezzo secolo circa, di un individualismo egoistico e amorale da una parte e di una “rivoluzione” che ha stabilito il primato della finanza, dell’economia e della tecnologia a spese della politica (intesa come scienza volta alla ricerca del bene comune) e della cultura (intesa come capacità di rimettere continuamente in discussione i valori ispirativi di una società) dall’altra.
La fase del processo di globalizzazione che abbiamo vissuto negli ultimi decenni avrebbe dovuto farci riflettere sull’intrinseca contraddizione tra i valori nei quali la società occidentale nel suo complesso sosteneva di credere e gli esiti effettivi del suo modo di comportarsi. Abbiamo sostenuto quasi tutti, sia pure con diversità di accenti e di articolazioni, di voler proceder verso un futuro segnato da sempre maggiori condivisioni, a cominciare da quelle socioeconomiche: ma quel che è accaduto nel mondo almeno dalla guerra nel Vietnam e dalla crisi vicino-orientale in poi ci ha ormai tragicamente posti dinanzi a un’umanità (che ha ormai raggiunto e superato i sette miliardi di persone) in cui le ricchezze e le risorse sono spaventosamente concentrate nelle mani di poche migliaia di soggetti tra dinastie iperoligarchiche e lobbies che decidono incontrastate mentre le istituzioni politiche sono ridotte, rispetto ad esse, a meri comitati d’affari. Mai come oggi le sperequazioni economiche sono state tanto diffuse e tanto gigantesche; mai come oggi la distanza tra la privilegiata sparuta pattuglia di super-ricchi e la massa dei miserabili è stata più abissale, aggravata dall’assottigliarsi dei ceti e dei corpi intermedi. E la cultura, vale a dire la capacità d’informarsi correttamente, di comprendere e di elaborare le informazioni, di poter compiere scelte coerenti con tali forme di comprensione e di elaborazione, si è andata vanificando in quella che Antonio Negri ha chiamato “la moltitudine” mentre si concentrava a sua volta nelle mani di pochi. Il sonno della ragione crea mostri, è stato detto: ebbene, è ora di cominciar esplicitamente ad ammettere che a sua volta il sogno della libertà e dell’uguaglianza ha creato il suo opposto, una realtà d’ignoranza e di sperequazione a livello planetario.
Uno dei segni più allarmanti di tutto ciò è stato e resta il vanificarsi del primato della politica, vale a dire della capacità di discutere razionalmente sulle misure da adottare per tutelare il bene comune e di fornirsi liberamente d’istituzioni in grado di metterle in atto. Marx aveva già precocemente segnalato, in pieno Ottocento, la tendenza dei governi del suo tempo a divenir “comitato d’affari” dei gestori effettivi del capitale (che oggi viene definito, pudicamente e impropriamente, “mercato”). Il convergere dell’abbandono al gioco vuoto della democrazia formale da una parte e i concreti meccanismi di persuasione, di organizzazione del consenso e di falsificazione nell’informazione hanno consentito l’affermarsi di oligarchie di gestori del potere legale che mediamente e immediatamente rispondono alla volontà di gruppi ristretti, chiusi rispetto all’esterno e in grado d’imporre la propria volontà di potenza. Tali gruppi, non li vediamo agire nei consessi internazionali e nei governi, non stanno né nelle Nazioni Unite né nei corpi politici: essi gestiscono semmai organismi come la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale e i loro protagonisti ormai da qualche anno si sentono abbastanza sicuri da potersi riunire sia pure in spazi e momenti limitati, addirittura parcamente concedendosi ai media. Li vediamo una volta all’anno, ad esempio, nell’assise di Davos.
Ma le loro tecniche di potere stanno rapidamente mutando. Esse si sono per lunghi decenni, tra Ottocento, Novecento e inizio del secolo XXI, fondate sulla diffusione di tesi iperliberistiche ch’erano in realtà già entrate in crisi all’inizio del XX secolo – tanto che i totalitarismi sono nati, in realtà, in quanto reazione al loro fallimento – e hanno potuto reggere solo imponendo volta per volta immagini di “Nemici metafisici” che avevano intralciato la loro marcia verso la ricerca della felicità. Gli stati moderni e contemporanei, in una qualche misura, rappresentavano intralci ai loro scopi: quei gruppi sono riusciti a demonizzare qualunque forma di gestione comunitaria del potere e di esercizio del potere stesso volto a scopi diversi da quelli della concentrazione del potere decisionale e dei mezzi economico-finanziari nelle mani di pochi centri sottratti a qualunque forma di controllo. E sono riusciti a vincere la battaglia della persuasione manipolando le coscienze al punto da creare orwellianamente una loro “nuova storia” nella quale la favola bella della democrazia, della libertà, della fratellanza universale riusciva a coprire e a nascondere la realtà delle rapine e delle tirannie ch’essi hanno imposto ad esempio per secoli ai popoli colonizzati d’Asia, d’Africa, d’America latina, d’Oceania. Libertarismo se non addirittura libertinismo, permissività se non addirittura permissivismo a uso interno, per le civiltà dei Padroni del Mondo o che tali si ritenevano; e, al contrario, subordinazione e oppressione esercitata sugli altri popoli.
Ebbene: la pandemia ha avuto sulla società civile del mondo l’effetto che, nella fiaba di Andersen, è ottenuto dal grido del bambino che si è fatto incantare dalle affabulazioni “ideologiche” e, dinanzi allo spettacolo del re che si pavoneggia nella sua nudità effettiva ma inosservata perché registrata da occhi annebbiati dalla menzogna, ha potuto rompere l’incantesimo gridando semplicemente: “Il re è nudo!”. Questo “rompere l’incantesimo”, appunto, è quel che Max Weber ha chiamato “disincanto”. E il disincanto, presentando il quadro dell’eccezione, richiama quel che Carl Schmitt ci ha insegnato parlando del rapporto tra “eccezione” ed “emergenza”. Il potere correttamente esercitato è quello che sa affrontare l’eccezione rappresentata dall’emergenza.
La società del profitto e dei consumi ha invece avuto, negli ultimi decenni, molti cantori che l’hanno descritta in termini idilliaci: un po’ come i teorici politici statunitensi convinti che il benessere del mondo e quindi l’affermarsi d’una società giusta vadano di pari passo con la puntuale ricerca di ciò che sta nell’interesse degli Stati Uniti d‘America. Pensiamo all’iperliberista von Hayek nella finanza, all’iperprogressista Rodney Stark nella sociologia. Cantori che hanno composto poemi interi come variazione d’una musica già composta nel Cinquecento da Giovanni Calvino: il successo e la prosperità in questo mondo sono segno di elezione divina. I frutti di questa Weltanschauung sono stati descritti con esattezza impeccabile nelle pagine dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. E sono stati opposti a quelle rosee speranze.
Ma il rude linguaggio parlato dal Coronavirus ha risposto adeguatamente a tutte queste menzogne. Fornendo tre ordini di risposte di adamantina semplicità. Primo: lo stato sociale, il welfare state tanto odiato, disprezzato e svillaneggiato da legioni di liberal-liberisti delle ultime generazioni si è rivelato viceversa provvido e opportuno, pur essendo stato quasi del tutto smantellato nel mondo; se confrontiamo come ha retto l’Europa, dove brandelli di esso erano rimasti in piedi, rispetto agli Stati Uniti d’America che spendono miliardi e miliardi in armamenti nucleari ma dove poi si è costretti a far dormire i contagiati in aree di parcheggio a cielo libero, la risposta non può non essere ovvia. Secondo: lo stato sociale implica il ritorno al primato della politica – e quindi il ritorno alla politica dei cittadini più preparati, quelli che negli ultimi tempi hanno lasciato il posto agli aspiranti Chief Executive Officiers (CEO) disponibili a infoltire i ranghi degli pseudopolitici compito dei quali è occupare ruoli istituzionali dai quali eseguire gli ordini imposti loro da chi li gestisce – e quindi alla sua forza decisionale. Terzo: tale forza dovrà sapersi esprimere in termini di scelte di priorità, quindi di programmazione (è ad esempio ragionevole e opportuno che gli ospedali italiani restino a corto di respiratori, quando il costo di un migliaio di essi è inferiore alla cifra che noi dovremmo spendere per un solo reattore militare F-35 che ci servirà per andar a fare la guerra “in conto terzi” contro quelli che i governi USA c’indicheranno attraverso la catena di comando della NATO?).
E questo ritorno della politica e alla politica è tanto più necessario e urgente quanto più il Coronavirus ci ha insegnato un’altra realtà: che cioè la nostra società, come sempre accade nelle società complesse, non sta andando affatto in quella direzione beatamente ludica che molti di noi (non solo giovanissimi) ritenevano fino ad ieri, una società nella quale tutto era permesso, una società di diritti totali e generalizzati nei quali fosse soltanto, come si diceva nel Sessantotto, “vietato vietare”. Nossignori. Abbiamo finto o creduto o sognato di vivere in una società del genere in quanto eravamo vittime della stessa forma di illusione magica di Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Il paese dei Balocchi dove tutti fanno quello che vogliono perché hanno il diritto di farlo – quale paese nel quale credono di vivere ancora troppi italiani, non solo bambini o ragazzi o giovanissimi –, semplicemente non esiste: perché non c’è diritto personale che non si rifletta su tutti gli altri e perché non c’è diritto che non comporti come controfaccia un dovere. Molti di noi, non solo ragazzi, se ne sono accorti ora per la prima volta da quando sono stati obbligati a restar chiusi in casa loro: e qualcuno, istericamente, ha paragonato questa situazione a una “guerra”.
No: non c’è nessuna guerra in atto. Siamo solo dinanzi a un’esplicazione più chiara di una realtà della quale avremmo dovuto renderci conto da molto tempo. Perché chiunque di noi ha una carta di credito, un cellulare e un computer – tre semplici accessori-base del modo di vivere odierno – ha imparato negli ultimi tempi di poter essere seguito, monitorato, pedinato e sorvegliato in qualunque momento della sua vita. Il mondo non sta andando verso forme sempre più ampie e perfette di libertà individuale, anche se e quando tale può essere l’apparenza: esso va sempre più verso forme di concentrazione e di gerarchizzazione della ricchezza, del sapere, della capacità di muoversi di decidere e di pensare. Siamo ben oltre Orwell. E a chi, spaventato da questa prospettiva, si chiederà che cosa avrebbe mai potuto realizzare Hitler se avesse vinto la guerra, bisogna rispondere con una domanda: quante volte è accaduto nella storia del genere umano che Hitler (lo Hitler del momento) abbia vinto una guerra? Probabilmente quasi sempre.

DA

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-potere-e-l-emergenza

ItalExit, la metà degli italiani ora la vuole: perché vale la pena insistere

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ItalExit, i numeri prendono forma

Il 49% degli italiani uscirebbe, ora e subito, dall’UE. Un dato che non sorprende e che forse è anche sottostimato, specialmente se incrociato con altri diffusi nelle ultime settimane con messaggi più indiretti. E che aumenta del 20% il numero dei “ribelli” rispetto ai sondaggi precedenti.

ItalExit? Di certo, “non ci fidiamo più dell’UE”

Questo dicono altri sondaggi, che non pongono la domanda direttamente, ma chiedono sostanzialmente agli intervistati opinioni sull’Unione Europa. Profuma anche di ItalExit quello pubblicato da Repubblica, dove il 70% degli intervistati afferma di avere “poca o nessuna fiducia” nelle sedicenti istituzioni di Bruxelles.

Solo un paio d’anni fa, percentuali simili erano pura fantascienza. Sorge il più grande dei problemi, trovare interlocutori politici che possano essere interessati al salto dell’ItalExit. Ad affrontarlo a muso duro. E di primo piano, non Borghi e Bagnai, con tutto il dovuto rispetto.

Ostaggi di un Feudo, quello europeista

La netta maggioranza (quasi il 70%) dei delusi di tutti i sondaggi di opinione sull’UE delle ultime settimane (di cui quello sopra riportato mostra soltanto l’ultima rappresentazione), in cui la stessa Bruxelles è esplicitamente dichiarata come nemica o simbolo di qualcosa che ci ha condotto verso la rovina, oltre che una presumibile sottostima dei “no UE” (futile spiegare il motivo), diremmo che la consapevolezza nella popolazione c’è.

E si potrà stabilizzare se ci porteranno alla fame come, sembra, vogliano.

Siamo prigionieri da 50 anni di un Feudo (proveniente da sinistra) che non ha mai rappresentato la maggioranza del popolo italiano: in compenso l’ha sempre circuita, vilipesa, condizionata in ogni modo verso il baratro.

La Libertà da loro è, da oggi in poi, la nostra guerra culturale patriottica.

(di Stelio Fergola)

DA

https://oltrelalinea.news/2020/04/13/italexit/amp/

Bilderberg sceglie l’Italia: dal 7 al 10 giugno a Torino si riunisce il club fondato da Rockefeller

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La 66esima riunione di Bilderberg si svolgerà dal 7 al 10 giugno a Torino. 128 partecipanti provenienti da 23 nazioni hanno confermato la loro presenza. Tra gli italiani John Elkann; il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi; la giornalista Lilli Gruber; gli economisti Alberto Alesina e Mariana Mazzucato; il direttore di Limes Lucio Caracciolo; la senatrice a vita Elena Cattaneo; il Ceo Vodafone Vittorio Colao, Giampiero Massolo di Fincantieri, il cardinale Pietro Parolin

Torino ospiterà dal 7 al 10 giugno la 66esima riunione del Gruppo Bilderberg, l’esclusivo club fondato da Rockefeller nel 1954. 128 personalità, in rappresentanza di 23 Paesi, hanno già confermato la loro presenza. Si tratta di leader politici, esperti di industria, finanza, del mondo accademico e dei media. Nell’elenco dei partecipanti figurano anche nove italiani: il presidente di Fca ed Exor, John Elkann; il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi; la giornalista Lilli Gruber; gli economisti Alberto Alesina e Mariana Mazzucato; Il presidente di Fincantieri Giampiero Massolo, il direttore di Limes Lucio Caracciolo; la senatrice a vita Elena Cattaneo; Ceo di Vodafone Group, Vittorio Colao. A questi si aggiunge il segretario dello Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Nell’elenco dei presenti compaiono, anche, l’ex presidente della Commissione europea José M. Durao Barroso, l’ex primo ministro francese Bernard Cazeneuve, l’americano Henry Kissinger, il generale statunitense David Petraeus, il primo ministro olandese Mark Rutte. Tra gli argomenti chiave in discussione quest’anno: – Populismo in Europa – La sfida della disparità – Il futuro del lavoro Intelligenza artificiale – Gli Stati Uniti prima delle elezioni medio termine – Libero scambio – La leadership mondiale degli Stati Uniti – Russia – Computer quantistico – Arabia Saudita e Iran – Il mondo “post-verità”    Che cos’è il Bilderberg Fondato nel 1954, la riunione di Bilderberg è una conferenza annuale destinata a promuovere il dialogo tra l’Europa e l’America del Nord. Ogni anno sono invitati a partecipare tra 120 e 140 leader politici ed esperti dell’industria, delle finanze, del mondo accademico e dei media. Circa due terzi dei partecipanti vengono dall’Europa e il resto dall’America del Nord; circa un quarto sono politici e rappresentanti del governo, il resto viene da altri settori.   La conferenza è un forum per discussioni informali sulle questioni fondamentali che e il mondo si trova ad affrontare. Le riunioni si svolgono secondo la Regola di Chatham House, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non può essere rivelata né l’identità né l’affiliazione del relatore (o dei relatori), né qualsiasi altro partecipante. Grazie alla natura privata della conferenza, i partecipanti non sono vincolati dalle convenzioni dei loro uffici o da posizioni già concordate. Date queste premesse, i partecipanti possono prendersi il tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee. Non c’è alcun risultato auspicato, non vengono presi verbali e non viene scritta alcuna relazione. Inoltre, non vengono proposte risoluzioni, non si procede a votazioni e non vengono rilasciate dichiarazioni programmatiche. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Bilderberg-sceglie-Italia-dal-7-al-10-giugno-Torino-club-fondato-da-Rockefeller-584cdab6-3ffd-489a-9589-47436c5b2bd3.html

 

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I 4 consigli della Card. Newman Society

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Le scuole cattoliche hanno dovuto adattarsi alle sfide delle misure di isolamento preventivo contro il COVID-19, ma hanno l’ulteriore sfida di mantenere le caratteristiche che rendono l’educazione cattolica un’alternativa ideale per i genitori.
Per aiutare le istituzioni, la Cardinal Newman Society degli Stati Uniti ha tenuto un webinar gratuito e pubblicato una guida con suggerimenti per mantenere l’identità cattolica anche nell’istruzione a distanza.
“In questo momento di ansia e isolamento, il carattere speciale delle scuole cattoliche è più importante che mai”, ha affermato Patrick Reilly, presidente e fondatore della Cardinal Newman Society. Per gli esperti di questa stessa organizzazione Denise Donohue e  Dan Guernesey, l’educazione a distanza deve mantenere i pilastri che identificano chiaramente le istituzioni di ispirazione cattolica: comunità, preghiera,  formazione integrale e creazione di una visione del mondo cattolica.
La prima dimensione, la comunità, si riferisce alla costruzione di un ambiente in cui “vengono trasmesse le nostre tradizioni, valori e credenze cattolici”.
Il senso di comunità viene mantenuto attraverso una più stretta comunicazione tra insegnanti e dei genitori, utilizzando i mezzi disponibili come e-mail, chiamate o videochiamate.
Mantenere la preghiera e la vicinanza ai sacramenti è una sfida durante questa pandemia.
La Cardinal Newman Society ha suggerito di iniziare le lezioni virtuali con una preghiera e invitiato le famiglie a dedicare abbiano un posto dedicato al culto divino il tempo adeguato.
Negli spazi delle classi virtuali, inoltre, dovrebbero essere ricercate le stesse caratteristiche delle aule delle scuole cattoliche. “I genitori dovrebbero essere incoraggiati a imitare la struttura fisica della scuola. Stanze ben illuminate e silenziose, immagini cattoliche e spazi per la preghiera”.
Per promuovere una formazione completa, gli esperti hanno raccomandato di collegare il contenuto accademico con lezioni sulla virtù o sulla fede, al fine di generare domande essenziali che aiutino i genitori a partecipare alla formazione, aiutando a comprendere i concetti attraverso il dialogo e gli esempi.
Altra preoccupazioni che le scuole cattoliche dovrebbero perseguire sono i “pericoli di costringere gli studenti a sedersi davanti a uno schermo per gran parte della giornata”.
Gli esperti raccomandano di usare il più possibile testi fisici e di cooperare tra insegnanti per “quantificare, coordinare e razionalizzare il tempo davanti allo schermo” come “opera di misericordia corporale verso i poveri studenti”.
L’ultimo pilastro, ma non come importanza, è l’insegnamento di una visione del mondo cattolica. “L’educazione cattolica non solo insegna materie secolari come le altre scuole, ma impartisce anche una visione cristiana del mondo, della vita, della cultura e della storia, ordinando l’intera cultura umana alla notizia della salvezza”, hanno chiesto gli esperti della Cardinal Newman Society.
È stata raccomandata la lettura di classici cattolici a casa e, soprattutto, l’offrire una testimonianza cristiana agli altri familiari nel mezzo della pandemia.

MATTEO ORLANDO

Taiwan ha sconfitto il Covid-19. Ma il suo modello imbarazza l’Oms

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Un successo che imbarazza il mondo. È questo il peso che Taiwan è costretto a sopportare da quando ha iniziato la sua battaglia contro il nuovo coronavirus. La piccola isola, considerata dalla Cina una “provincia ribelle”, ha dato una lezione al pianeta intero. Anche a quei governi che non la riconoscono da un punto di vista diplomatico preferendole Pechino.

I numeri d’altronde parlano chiaro. L’ultimo bollettino dei contagi è emblematico: appena tre nuovi casi per un totale di 385 e appena 6 decessi. Come ha fatto Taiwan a ottenere simili risultati? Innanzitutto Taipei si è mossa subito con prontezza, senza perdere tempo in inutili formalismi burocratici. Dopo di che la sua macchina organizzativa ha funzionato alla perfezione, ricordando, per efficienza, il modus operandi sudcoreano.

Repubblica ha sottolineato come Taiwan abbia 24 milioni di abitanti (cioè poco meno del Nord Italia) e soltanto pochi centinaia di pazienti infetti. Come se non bastasse, l’isola si trova a due passi dalla Cina, Paese dal quale è partita l’epidemia di Covid-19. Dulcis in fundo, Taipei ha saputo gestire la crisi sanitaria senza ricorrere ad alcun lockdown.

La ricetta di Taiwan

Scuole, negozi, aziende. Niente si è fermato a Taiwan, il cui modello di contenimento dovrebbe essere analizzato al pari di quello messo in campo da Corea del Sud e Cina. Eppure il successo di Taipei è eclissato dalla storia di questo stesso Paese. Taiwan è la Cina democratica, la stessa la cui indipendenza non è riconosciuta dalla Repubblica Popolare cinese e da quasi tutte le nazioni, a eccezione di una ventina di governi. La “provincia ribelle”, inoltre, non fa parte neppure dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sempre per i veti di Pechino.

Tralasciando la geopolitica, vale la pena concentrarsi sulla ricetta del successo costruita da Taiwan. Lo scorso 31 dicembre il Paese ha iniziato a monitorare i viaggiatori provenienti da Wuhan; l’8 febbraio ha invece chiuso i confini ai cittadini cinesi. Taipei ha poi delegato il tutto a un Centro di comando anti epidemia, che ha avviato i protocolli creati dopo l’emergenza Sars, epidemia scoppiata a cavallo tra il 2002 il 2003.

Senza indugi, le misure sono state comunicate ai cittadini. Le aziende hanno ricevuto l’ordine di incrementare la produzione di mascherine; applicazioni e big data hanno fatto il resto, tracciando i soggetti contagiati e controllando che i pazienti a rischio restassero chiusi in casa. Morale della favola: pochi casi e niente quarantene di massa.

L’imbarazzo dell’Oms

Di fronte al successo sanitario di Taiwan, l’Oms è sembrata in imbarazzo. Come riconoscere di fronte al mondo intero gli ottimi risultati conseguiti da Taipei nella lotta contro il Covid-19 senza scatenare le ire di Pechino? Difficile se non impossibile. E allora giù il sipario sulla “provincia ribelle”.

Nel frattempo l’Oms è finita nel mirino dei media americani e degli stessi Stati Uniti. Il motivo? Essere troppo sinocentrica. Tra le tante accuse mosse nei confronti di questa organizzazione c’è il peccato madre di non aver dichiarato all’istante l’epidemia di nuovo coronavirus un’”emergenza sanitaria internazionale”. A detta di molti esperti, così non è stato fatto “per non fare un torto a Pechino”.

Dal canto suo il governo di Taiwan ha accusato l’Organizzazione mondiale della sanità di non aver risposto tempestivamente alle sue richieste di chiarimento. Per Taipei, l’Oms “gioca sulle parole” e non ha fornito le risposte sulla trasmissibilità del virus fra le persone. Secondo Taiwan, questo approccio l’ha privata delle informazioni indispensabili. Ricordiamo che a marzo Taipei ha detto di non aver ricevuto alcuna risposta dall’OMS a una richiesta di informazioni sull’epidemia di Wuhan, il 31 dicembre, compresa la possibilità di trasmettere il virus tra le persone. L’Oms si è difesa dicendo che l’e-mail ricevuta non menzionava la trasmissione da uomo a uomo.

Pasticcio Mes, il premier Conte a reti unificate contro l’opposizione

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Poco prima dell’ora di massimo ascolto televisivo ieri sera Giuseppe Conte è apparso agli italiani a reti unificate. Per dire in modo sbrigativo quello che sapevano già: resterà tutto chiuso o quasi fino al prossimo 3 maggio compreso. E infatti non gli interessava quell’argomento, perché subito il premier ha usato lo straordinario spazio televisivo a disposizione per lanciare un attacco violento a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, accusati di “indebolire l’intera Italia”. Lo ha detto con rabbia e grande nervosismo, perché il premier aveva passato una brutta nottata e una pessima giornata dopo quel he era accaduto la sera prima all’Eurogruppo.

L’Italia e lui personalmente erano usciti umiliati dal vertice europeo da Germania e Olanda che si erano opposte ad ogni ipotesi di coronabond e si erano arroccate sull’utilizzo del Mes per concedere prestiti ai paesi che ne avevano bisogno. Solo con le condizioni statutarie per cui Conte finirebbe commissariato in caso di aiuti al sistema economico, e in versione più leggera per finanziare le spese nel settore sanitario (che l’Italia sta facendo con acquisti importanti proprio in Germania). Una debacle su cui naturalmente avevano soffiato sul fuoco sia Salvini che la Meloni, come è abbastanza scontato che faccia l’opposizione. Ma cui stava traballando in maniera molto più seria e pericolosa per la stabilità della poltrona dello stesso Conte il Movimento 5 stelle.

Comprensibile il nervosismo del premier, certo non aiutato dagli ingenui e trionfali cinguettii sull’accordo della sera prima del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri e del commissario italiano Paolo Gentiloni. Così ieri il premier ha usato la diretta a reti unificate per cercare di risolvere il suo personale problema. Ha sconfessato Gualtieri e Gentiloni dicendo le cose che volevano sentirsi dire i grillini: che il ricorso al Mef non sarà mai da lui firmato. Ma il Movimento stelle da tempo è abituato alle bugie del premier, e non si fida più della semplice parola. Così ha dovuto scaldare gli animi con un attacco violento ai leader di opposizione, attribuendo a Salvini e alla Meloni l’ideazione del Mes nel 2012, sostenendo che entrambi erano al governo e addirittura la leader di Fratelli di Italia ministro di quell’esecutivo. Una balla grossa come una casa: il governo era quello di Mario Monti, la Meloni non era ministro, Fratelli di Italia non esisteva ancora e la Lega votò contro il Mes in Parlamento. Ma al premier importava mica della verità, solo di…

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/04/11/news/giuseppe-conte-conferenza-stampa-diretta-oggi-decreto-discorso-opposizioni-mes-menzogne-giorgia-meloni-matteo-salvini-1313092/

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