Politica, Magistratura e un Paese diviso su tutto

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L’Italia è una Repubblica democratica, divisa su tutto: andrebbe riscritto con queste parole l’articolo 1 della Costituzione, a cui si dovrebbe poi aggiungere che la nostra attitudine a farci del male è talmente forte e radicata nel nostro Io di italiani, da essere uscita perfino rafforzata dalla catastrofe-Covid.

Così come i ratti sarebbero tra i pochi superstiti di un conflitto atomico, allo stesso modo l’italica capacità di dividerci sopravvive per il semplice fatto che si nutre rovistando tra le interiora dei nostri istinti più bassi, tra cui l’invidia sociale.

Se mi chiedessero di individuare la causa principale dei mali atavici dell’Italia non avrei il benché minimo dubbio nel puntare il dito contro la nostra divisività, i cui sinonimi sono l’invidia, appunto, ma anche provincialismo, campanilismo e individualismo, cioè i prodromi della nostra incapacità di “fare sistema”, se non in casi estrema necessità, e comunque senza riuscire mai a imparare la lezione.

Uniti siamo usciti da una situazione difficile? Bene, ora che siamo sani e salvi torniamo pure a essere nemici come prima. Altrimenti non si spiegherebbe il livello così basso in cui continua a sprofondare una nazione come l’Italia che, in condizioni non dico eccelse ma quantomeno normali, tra le 5 nazioni più potenti e influenti al mondo dovrebbe starci in scioltezza.

In cosa ci dividiamo? Tutto. Tra imprenditori e professionisti dello stesso settore, tra chi abita in un comune e chi in un altro, tra classi: sociali e perfino di scuola, dove financo i genitori si dividono in fazioni. Poi, serenamente e pacatamente (si fa per dire), veniamo ai poteri dello Stato.

Cominciamo dalla politica che, se non facesse piangere, ci farebbe sbellicare dalle risate: per scongiurare l’arrivo di un altro Mussolini (ricordiamo, però, che passò anch’egli dal Parlamento ricevendo la fiducia in entrambe le Camere, ndr) i Padri Costituenti favorirono – di fatto – la nascita di un altro regime, ovvero quello partitocratico.

Da allora il Parlamento si divide in partiti e partitini che, a loro volta, si dividono in correnti e correntine che, talvolta, danno luogo a scissioni e scissioncine. Perfino i singoli politici riescono a dividersi, scindendo le loro granitiche convinzioni in base all’utilità del momento, saltando con nonchalance da destra a sinistra passando, ovviamente, per il mitologico centro. Risultato: il pantano che, ahinoi, ben conosciamo.

Poi, come detto nel titolo, la Magistratura. Le cronache di questi giorni ci regalano l’immagine degradante di magistrati ed ex magistrati che si lanciano accuse al vetriolo, accompagnate dalle “Ola” delle rispettive tifoserie che alimentano uno scontro tanto stucchevole quanto pericoloso, che non rende certamente giustizia al resto della categoria.

Divisioni – anche qui in correnti – interne alla Magistratura a cui si somma l’incapacità e in qualche caso la disonestà di alcuni, che ci proiettano tra l’incudine e il martello della divisione tra due poteri: legislativo e giudiziario.

Volendo limitarci all’ultimo trentennio, da Tangentopoli in poi abbiamo assistito a una lotta senza quartiere in cui le reciproche invasioni di campo non si contano nemmeno più e che, al netto degli interessi dei protagonisti e dei loro sodali  – elenco lunghissimo, che comprende i rappresentanti di tutte le categorie, compresi giornalisti che grazie a questa dicotomia continuano a campare di rendita -, ci consegna un Paese sempre più lacerato e privo di punti di riferimento, oltretutto nel mezzo di un crocevia decisivo come quello che stiamo atraversando.

Pensare che basterebbe pochissimo, a cominciare dalla presa d’atto che in ogni categoria esistono i buoni e i cattivi, che generalizzare è sempre sbagliato (specie se lo facciamo per convenienza) e che l’unione fa veramente la forza.

Tutti concetti di cui parliamo ai nostri figli, e che dovremo cominciare a mettere in pratica noi per primi.

DA

https://www.orwell.live/2020/05/27/politica-magistratura-e-un-paese-diviso-su-tutto/

E la dittatura impose il reato di vivere

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L’Italia si avvia a diventare un regime totalitario temperato dall’inefficienza e dal ridicolo. Con la scusa della salute è stato introdotto il divieto di sbarco agli italiani in piazza, al bar, al ristorante, sulle spiagge; ora mitigato da libertà provvisoria, con la condizionale. I veri clandestini sono gli italiani, sorpresi a consumare all’aperto il più losco dei crimini: il reato di vivere. L’eversione ha un nome preciso: movida. Acchiappatelo, fa la movida. È pericoloso, ha un’arma in pugno, lo spritz.

Gli unici che hanno diritto di sbarco sulle nostre coste senza dover prenotare lo scoglio né il tavolo o stare a distanza regolamentare, sono i migranti, che è reato chiamare clandestini. Appena sbarcano ricevono la mascherina vanamente cercata dagli italiani per mesi. Difatti hanno ripreso a sbarcare in massa, incoraggiati dalle aperture dell’Italistan e dall’imam che si professa papa. In omaggio ai nuovi arrivati le nuove mascherine promesse dal floppista Commissario agli Interventi Immaginari, detto Arcuri, saranno burqa o chador; ma in virtù della parità dei diritti non saranno riservati alle donne ma estesi pure ai maschi e agli asmatici che così potranno soffocare liberamente per strada, nella loro anidride carbonica.

Dopo un’ottantena di reclusione ci è stata concessa l’ora d’aria, che è poi la tregua in corso. Gli italiani clandestini per strada sono stati regolarizzati dalla legge Bruttavecchia (simmetrica alla legge Bellanova sui migranti); ma col preciso avvertimento che saremo controllati, limitati, dovremo prenotare tutto, dal prete allo scoglio, dal barbiere al bar, fare i turni per respirare. Dovremo vivere separati, mai riuniti, il sesso solo se lo prescrive la Guardia Medica; c’è divieto di associazione come nei regimi totalitari, salvo quelle di stampo mafioso. Purché in bonafede. Il permesso provvisorio di vivere concesso ora potrà essere revocato da un giorno all’altro e comunque si sta già predisponendo il comitato accoglienza del covid-20, il nuovo virus annunciato per l’autunno, molto atteso dagli addetti ai lavori (forzati). Allora ci sarà una nuova stretta, appena varano il vaccino e il 5G, secondo i dettami di Colao-Tse-tung.

Intanto allo scopo di perseguire il reato di vivere, è stata istituita la Guardia del popolo, la guardia civile reclutata dai 5Stelle & Bandiera rossa tra i pasdaran del regime; il Servizio d’Ordine del Partito Grillo e Martello vigilerà sugli italiani come l’Ovra, Organizzazione Vigilanza Repressione Asintomatici.

Siamo diventati una succursale di Hong Kong, mitigata dalla nostra incapacità di pianificare la violenza di Stato (neanche quella funziona) in cui il dissenso in piazza è proibito, naturalmente per ragioni di salute; e una piccola, innocua manifestazione tricolore viene dispersa con uno spiegamento di forza che manco a Piazza Tienanmen; l’opposizione è perseguitata da associazioni di stampo mafioso e da magistrati collusi col potere ed è accusata a sua volta di agire per conto di potenze straniere e clan mafiosi. Si può tenere in cattività un popolo di 60milioni di italiani per più di due mesi ma non si può tenere su una nave, con tutti i comfort, alcune decine di scappati di casa, per una decina di giorni. Questo è sequestro di persona, quella è profilassi sanitaria.

Nella Repubblica Impopolare Filocinese la gente non ha soldi ma la verità, somministrata dell’Istituto Nazionale Propaganda Sociale, detto Inps, afferma tramite il suo satrapo chiamato Tridico perché ha tre narici, di aver “riempito di soldi gli italiani”. Ci governa un’imitazione scadente di totalitarismo prodotta in Cina e venduta a Zingaretti a prezzi gonfiati. L’emergenza a ogni livello – sanitario, previdenziale, giudiziario, ministeriale – viene guidata da un gruppo di persone d’estrazione grillosinistra, che risultano asintomatiche al test sull’intelligenza. Non ci sono neanche i più vaghi sintomi d’intelligenza, forse ne sono immuni. E sono così puri da avere spesso il curriculum immacolato, senza una voce, almeno decente. La tv di regime rispecchia perfettamente i requisiti indicati e offre l’immagine di un Paese felice di vivere sotto questa cappa totalitaria, che porta la foto di Conte nel portafoglio, adora la divinità Kasalino e segue gli ordini del regime, con poche infrazioni represse nel sangue delle multe. Seguono a ruota i giornaloni conniventi col potere per tirar su i profitti dei loro padroni anche sotto i pechinesi della Repubblica impopolare. Avallano le peggiori incompetenze, tacciono le peggiori nefandezze, appoggiano il peggior venditore di fumo al governo. Un po’ come fa, nel suo piccolo, Renzi.

La Lombardia è il loro Tibet, da reprimere e sradicare; all’uopo è stato allestito pure un giornale, la Piccola Vendetta Lombarda, che si occupa ogni giorno di spostare l’attenzione sul duo Fontana-Gallera, reputati la causa di tutti i mali.

Gli Stelle & Coronas guazzano nell’emergenza perché sospende ogni libertà e riduce il Paese a un asilo infantile per grillini; sospende i luoghi del sapere, dando un chiaro impulso all’estensione universale dell’ignoranza come prevede la loro costituzione; dispone dei cittadini come se fossero pupazzetti nelle mani del Pagliaccio, riduce la democrazia e la scuola, il lavoro e la vita a un video-collegamento con la Piattaforma del Grande Fratello o della Grande Sorella col rossetto (tipo Azzolina, per capirci).

Ridendo e scherzando abbiamo un regime comico-totalitario che per nostra fortuna funziona male. Appena aprono le frontiere ce ne andiamo. Oppure finiamola in fretta, dateci di corsa il Mes, ma a una condizione: che ci annetta all’Austria o alla Svizzera, alla Germania, alla Scandinavia o ai Paesi Bassi (e Loschi). La troika è troppo poco.

MV, La Verità 26 Maggio 2020

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E la dittatura impose il reato di vivere

Gianfranco Amato in audizione alla Camera sulla legge “omofobia”

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IN ESCLUSIVA PER AGERECONTRA.IT

INTERVENTO IN COMMISSIONE GIUSTIZIA 26.5.20

Il breve tempo messomi a disposizione non consentirà, ovviamente, una profonda disamina di tutte le quattro proposte di legge, per cui mi limiterò a sollevare due rilievi che ritengo di fondamentale importanza.

1) DEFINIZIONE DI OMOFOBIA

Il primo rilievo riguarda il concetto di “omofobia”. Ancora una volta – mi riferisco in particolare alla proposta C. 868 Scalfarotto – assistiamo al tentativo di introdurre un reato nel nostro sistema giuridico senza definirne il presupposto. Cosa significa omofobia? Si tratta di un neologismo relativamente recente. Questa parola, infatti, è stata coniata nel 1966 dal sociologo nordamericano George Weinberg. Il termine si compone di due vocaboli greci: ὁμός (homos) che significa uguale e ϕοβία (fobia) che vuol dire paura, fobia. Letteralmente omofobia è la paura di ciò che è uguale. L’etimologia, pertanto, non aiuta a comprendere il significato del concetto.

Non esiste una definizione di omofobia a livello legislativo universalmente riconosciuta, e non v’è una definizione medica. L’omofobia non è contemplata come patologia né dal DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, né dall’ICD, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Nonostante ciò, si pretenderebbe di introdurre un reato sulla base del concetto amorfo e indefinibile di “omofobia”, concetto che nessuna delle quattro proposte di legge in esame definisce. 

Vorrei ricordare, però, che introdurre un reato senza definirne il suo presupposto giuridico è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto vige quello che viene definito principio di legalità, in virtù del quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento – soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale – prima del processo e non al processo.

Il contrario è tipico delle dittature. In Unione Sovietica, per esempio, vigeva il tristemente noto “delitto di azione controrivoluzionaria”, previsto dall’art. 58 del Codice Penale, che definiva tale reato in questo modo: «Un’azione controrivoluzionaria è qualunque azione diretta a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet operai e contadini e dei governi operai e contadini dell’U.R.S.S. […], o a minare o indebolire la sicurezza esterna dell’U.R.S.S. e le fondamentali conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria». Qualunque azione. In realtà, non esisteva una definizione chiara del delitto di azione controrivoluzionaria semplicemente perché esso veniva utilizzato come strumento per schiacciare l’opposizione e la dissidenza contro il regime comunista. Si trattava di un reato di opinione, esattamente come il cosiddetto reato di omofobia.

In assenza di una definizione della legge, sarà il magistrato in un processo penale a determinare l’eventuale natura omofoba di una condotta. Il problema risiede nell’identificazione dei criteri con cui verificare questa natura.

Prendiamo, per esempio, quello che accade in Gran Bretagna. Anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come procedono? Semplice, il Crown Prosecution Service (CPS), ossia l’organo che rappresenta la pubblica accusa, ha emesso la circolare 448899 CPS – Hate Policy, il cui punto 2.1 stabilisce testualmente quanto segue: «Poiché non esiste una definizione normativa di omofobia, nel perseguire questo reato si procederà nella seguente maniera: si considererà omofobo o tranfobico qualunque azione percepita come tale dalla vittima o da un terzo soggetto».

In Gran Bretagna, pertanto, è la mera percezione della vittima, o di un’altra persona, che definisce se un determinato atto possa essere considerato omofobo, ed è il giudice che è chiamato a decidere. Un cittadino britanno saprà solamente al processo se la sua condotta ha integrato o meno un reato d’odio. A questo punto, sorgono legittimamente alcune domande. Sostenere che l’unica vera famiglia è quella formata da un uomo ed una donna, si può considerare omofobo? Dichiarare pubblicamente che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non può e non deve avere due papà o due mamme, si può considerare omofobo? Affermare pubblicamente che un essere umano nasce da un gamete maschile e da un gamete femminile e non può nascere da due gameti maschili o da due gameti femminili, si può considerare omofobo? Citare pubblicamente il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica che definisce l’omosessualità una «grave depravazione», e ritiene che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati», si può considerare omofobo? Dipende. Dipenderà dal contesto e soprattutto dalla percezione della vittima o di un’altra persona, e deciderà il giudice nel corso di un procedimento penale.

Non convince neppure il tentativo della proposta di legge C. 569 Zan, ossia quello di modificare l’art. 604-bis del Codice Penale, aggiungendo ai motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, anche quelli fondati sull’«orientamento sessuale» o sull’«identità di genere». 

Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica che deriva dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una razza come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie ad apparire aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra razze diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù dell’art.604 bis del Codice Penale, le gravi pene previste da quell’articolo, che arrivano fino ad un massimo di sei anni di reclusione. È facile comprendere cosa accadrebbe, una volta approvata la modifica di quell’articolo, a chi sostenesse pubblicamente che due omosessuali non possono sposarsi o si battesse per mantenere tale divieto per legge. O a chi sostenesse che due omosessuali non possano adottare un minore, e via dicendo. Non parliamo, poi, delle conseguenze per chi osasse citare pubblicamente il menzionato punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Seri problemi sorgerebbero anche per quanto riguarda la libertà di educazione dei genitori, i quali non potrebbero, ad esempio, trasmettere ai propri figli un giudizio moralmente negativo dell’omosessualità, invocando la libertà di educarli secondo i principi, i valori e gli ideali in cui credono. È come se oggi una famiglia, che si dichiari razzista, invocasse il diritto di educare i propri figli secondo tale visione morale. Ciò non sarebbe, ovviamente, possibile. Appaiono quindi sufficientemente evidenti le conseguenze, sul piano della libertà religiosa e della libertà d’educazione, di un’eventuale estensione dell’art. 604 bis del Codice Penale anche all’omosessualità e alla transessualità. Sul punto, peraltro, getta un’ombra inquietante quanto affermato nella relazione introduttiva della proposta di legge C. 107 Boldrini, laddove si afferma testualmente che tale proposta «intende colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima». Questo significa che l’associazione Giuristi per la Vita, di cui sono presidente, potrebbe essere accusata di “apologia di discriminazione” per il fatto di sostenere, per esempio, che due omosessuali non possono e non devono sposarsi, o che non possono e non devono adottare minori? 

 

2) CONCETTO DI IDENTITÁ DI GENERE

Il secondo rilievo riguarda il concetto di «identità di genere», contenuto in alcune delle proposte di legge all’esame. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia poststrutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo». 

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Del resto, la stessa proposta di legge C 107 Boldrini all’art.1, lett. a), così definisce l’identità di genere ai fini della legge penale: «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».

Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. In questa denegata ipotesi, sarebbe interessante capire come dovrebbero essere trattati i numerosi interventi dei Pontefici sul tema, e in particolare quelli di Papa Francesco che ha testualmente definito l’ideologia gender una «bomba atomica», «una confusione mentale per i giovani», una «colonizzazione ideologica», un «guerra mondiale». Ma sarebbe interessante anche vedere come verrebbe valutato il punto 56 dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il quale così recita: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini». Senza considerare, appunto, che cosa accadrebbe nelle scuole con i progetti educativi gender equiparati a quelli contro il razzismo.

L’idea che sta alla base dell’ideologia gender è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema.  

Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili.

Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

La sana dottrina giuridica insegna ancora il principio «leges non sunt multiplicandae sine necessitate», perché l’esperienza ha dimostrato che seminando leggi non sempre si raccoglie giustizia. Certo, però, quello che non si deve assolutamente fare è legiferare per finalità meramente ideologiche. Questo è pericoloso. Cercare di intervenire a livello normativo, come pretendono le quattro proposte di legge in esame, rischia di pregiudicare la tutela di fondamentali libertà costituzionali come quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso. Mi chiedo se valga davvero la pena introdurre, sulla spinta di lobby ideologizzate, norme che creeranno molti più problemi di quanti pretendano di risolvere. 

 

Arruolati anche tu nelle Guardie della Rivoluzione Covid!

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DI GUIDO GIRAUDO

Diventa un “assistente civico” insieme con le “bimbe di Conte” per tenere a casa gli italiani, zitti e buoni, lasciar sbarcare i migranti (portandoli nei campi con la Bellanova) e garantire “Lunga Vita al Presidente Xi-Giu-Con”

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«Sono in arrivo 60 mila “assistenti civici” che avranno il compito di aiutare e vigilare durante la Fase 2. In settimana sarà lanciato il bando rivolto “a inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali”. Ad annunciarlo, in una nota congiunta, sono il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), e il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, sindaco Pd di Bari, spiegando che gli assistenti saranno; ”individuati su base volontaria”».

***

È appena partito l’arruolamento e già sono migliaia le donne in fila davanti alle Casette del Popolo, rapidamente allestite in ogni municipio a cura delle locali sezioni della Protezione Incivile. Sono le avanguardie dell’esercito di “bimbe di Conte” che stanno rispondendo all’appello del fido Deng-Xiao Boccia per diventare “assistente civica”; ovvero Guardia della Rivoluzione Covid.
Insieme con loro, ovviamente, anche tanti uomini: guardoni, delatori, infami di professione, maniaci, pedofili e ogni genere di “inoccupato” per vocazione o scelta.

Nei centri di arruolamento ogni Guardiano della Rivoluzione riceve il kit predisposto dal Partito del popolo Covid, composto da:
– mascherina “made in China”, acquistata dalla Regione Lazio (a prezzo maggiorato) griffata personalmente dal presidente Nicola Zingaretti;
– “Libretto rosso” di Xi-Giu-Con – 1.000 pagine di promesse irrealizzate, tratte dalle conferenze stampa in diretta a reti unificate;
– “Vademecum della Spia del Popolo”, redatto da Rocco Casalino e contenente le indicazioni su come e su chi vigilare;
– App “Immuni” in versione hard… traccia tutti quelli che le Guardie incontrano entrando direttamente nei loro smartphone grazie alla tecnologia Bluetooth controllandone gli spostamenti;
– Bracciale rosso con lo stemma delle Guardie della Rivoluzione Covid: il Virus che sorge con il ritratto del “Grande timoniere”, Xi-Giu-Con.

Ieri, il fido Deng-Xiao Boccia ha reso note le linee guida contenute nel Vademecum dei nuovi Guardiani della Rivoluzione Covid. Boccia ha sottolineato con enfasi che i “pasdaran di Palazzo Chigi” (così li ha definiti), devono essere pronti a imporre il lockdown e a impedire i pericolosi rigurgiti di gioia borghese (happy hours, movida). Ma, soprattutto, dovranno garantire il distanziamento sociale tra italiani per evitare che ci si possa contagiare con idee o pensieri sovversivi.

In sintesi, secondo il Vademecum Casalino, un buon “assistente civico” deve:
– spiare i suoi vicini di casa denunciando chiunque non ascolta i Tg o non legge i quotidiani allineati con la voce del “Grande Timoniere” Xi-Giu-Con;
– Intervenire per sciogliere qualsiasi tipo di assembramento, evitando che le persone parlino tra loro e – soprattutto – si scambino opinioni;
– denunciare come contro-rivoluzionario chiunque tenti di riprendere una vita simile al “pre-Covid”.

In particolare, il Vademecum della Spia del Popolo mette in guardia dalle idee reazionarie, come quella di avere ancora dei “diritti” di stampo vetero-costituzionale (diritto di parola, di opinione, di pensiero, di professare la religione, diritto al lavoro e – men che meno – diritto di voto…).

Una speciale vigilanza dovrà essere effettuata dei Guardiani della Rivoluzione Covid su tutti gli strumenti social. In accordo con Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Youtube) e su semplice segnalazione dei Guardiani, verranno chiusi i profili di chiunque osi criticare i “Sommi decreti” di Xi-Giu-Con o pubblichi foto o video che invoglino a riprendere atteggiamenti politicamente scorretti come: chiacchierare con gli amici, fare una grigliata, prendere il sole in spiaggia, chiedere elezioni…

Tutto ciò, naturalmente – lo hanno ribadito anche Burioni da Fazio e Ricciardi (il finto OMS) dalla Gruber – esclusivamente per il nostro bene e per garantire la salute di tutti.
Viva la Rivoluzione Covid.

da

https://www.orwell.live/2020/05/26/arruolati-anche-tu-nelle-guardie-della-rivoluzione-covid/

Musulmano fugge dall’Iran per diventare cristiano

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Fuggì dall’Iran perché voleva diventare cristiano e sabato 23 maggio lo è diventato, ricevendo nella cattedrale di Burgos il battesimo dal locale arcivescovo, Monsignor Fidel Herráez Vegas.
È la storia di Mahdi, un vero richiedente asilo politico in Spagna, che per il suo desiderio di seguire “il cammino luminoso di Gesù e Maria”, ha lasciato il paese mediorientale con una Bibbia persiana come compagna.
In Iran le conversioni dall’Islam al Cristianesimo, in espansione negli ultimi anni, sono severamente punite. “Le cose vanno molto male in Iran”, ha spiegato Mahdi. “Lì i cristiani sono perseguitati”.
“Adoro il mio paese ma non il governo iraniano”, ha dichiarato questo giovane che è rimasto in fuga dalla Repubblica Islamica per quasi 2 lunghi anni.
Ha viaggiato per mesi e migliaia di chilometri fino a quando, finalmente, un furgone lo ha “lasciato” a Burgos.
Dopo aver visitato la cattedrale il giovane aveva preso coraggio e, recatosi presso la locale stazione di polizia, ha chiesto asilo politico per essere cristiano.
Nel tempo in cui ha risieduto in Spagna prima dell’ottenimento dell’asilo politico il giovane ha completato la sua formazione catechistica. Inizialmente si è aiutato con il traduttore di Google per tradurre dal farsi allo spagnoloe viceversa.
Quindi Mahdi ha cominciato le sue lezioni di spagnolo e adesso, settimana dopo settimana, dopo aver conosciuto le basi principali della fede cattolica ha cominciato a parlare spagnolo. “È un Dio molto diverso dall’Islam, quello Cattolico. Non c’è bisogno di temerlo, perché come dice San Giovanni ‘Dio è amore'”.
Mandi ha spiegato che nel cattolicesimo “è Dio che viene da noi e non è come nell’Islam, dove si pensa che sia l’uomo che deve raggiungerlo”.
“La via di Gesù dona molta luce ed è l’opzione che voglio seguire nella mia vita”, ha spiegato Mahdi. “Da quando mia madre è morta 3 anni fa, sento che la Beata Vergine Maria si prende cura di me e mi accompagna ed è sempre con me”.
Lo stato di allarme per la pandemia di coronavirus aveva costretto il giovane a rimandare il suo battesimo, previsto per l’ultima veglia pasquale. Finalmente due giorni fa ha ricevuto tutti e tre i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Infatti oltre al battesimo ha ricevuto la Cresima e la prima santa comunione.
Adesso per Mahdi inizierà una nuova vita. “Ognuno ha la sua storia, ma la mia è diversa grazie a Dio”.

MATTEO ORLANDO

Il marxismo-leninismo del XXI secolo: la Cina di Xi Jinping

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Roma, 24 mag – Tra le più evidenti contraddizioni del pensiero e dei metodi di comunicazione dell’elitismo occidentale dei nostri tempi vi è quella di dipingere il presidente Trump come un fascista per un paio di tweet in cui citava Benito Mussolini, Vladimir Putin come un altro fascista per taluni riferimenti al filosofo russo Ivan Ilyn, il presidente cinese Xi Jinping, viceversa, come un illuminato capo di Stato che marcia con convinzione verso il globalismo ed il progresso civile universale.

Xi Jinping lo statista

Xi Jinping è indubbiamente un eccelso statista. Presidente della Repubblica Popolare Cinese dal marzo 2013, la sua scalata verso i vertici del fu celeste impero è costellata da varie traversie, tra cui un’antica persecuzione che lo colse in giovanissima età, nel periodo della Grande rivoluzione culturale, in quanto figlio di un dirigente bollato dai maoisti come “controrivoluzionario”. Si è imposto nella lotta di fazione per la conquista della presidenza con l’appoggio di Jiang Zemin e della famosa fazione di Shangai, sconfiggendo Bo Xilai, l’esponente di punta della “Nuova sinistra” socialdemocratica.

Nonostante sia stato appoggiato nella sua scalata dalla fazione di Shangai, una volta rafforzato il suo potere il presidente ha senza problema alcuno arrestato per corruzione esponenti della medesima fazione, tra i quali lo stesso figlio di Jiang Zemin. Questo, può sembrare un particolare irrilevante, è invece già un sintomo del grande statista che sa dove vuole arrivare poiché possiede una strategia. Solo chi ha una ideologia ed una visione del mondo possiede una strategia di lunga durata. Xi è tra questi. L’Occidente ha quasi generalmente fornito un’immagine assai rassicurante della visione del mondo di Xi e della sua élite: Sogno cinese e Nuova Via della Seta sarebbero la sostanza della strategia globalista del Partito Comunista di Xi. Essendo peraltro un progetto globalista, sarebbe in fondo meno pericoloso del “Maga” trumpista e del nazionalismo panrusso di Putin. Ma è realmente così?

L’ideocrazia comunista

Sogno cinese e Belt and road initiative sono in realtà strumenti tattici della grande politica globale di Xi Jinping. Il leader cinese non è un confuciano né un buddhista, tantomeno un nazionalista han, caso quest’ultimo della Repubblica di Cina (Taiwan), che tuttora si ispira ai Tre Principi del Popolo di Sun Yat Sen, in cui vige una modernizzazione corporativistica di stato molto simile a quella del Giappone; la linea patriottica di Taipei è attualmente salvaguardata dal PPD (Minzhu Jinbu Dang, Fronte pan-verde). Se potessimo guardare il pianeta con occhi un po’ meno eurocentrici, dato anche lo scarso peso geopolitico europeo e l’età media senile delle popolazioni del vecchio continente, vedremmo che la Cina è stata forse l’autentica vincitrice della guerra fredda terminata con il crollo sovietico. Il tentativo strategico, che ispirò il processo riformistico di “apertura al mondo” di Deng, di conquistare la leadership del mondo ideologico comunista fu infatti raggiunto da Pechino. I discorsi interni di Xi Jinping non sono di solito tradotti nelle lingue occidentali, di conseguenza abbiamo una immagine assai unilaterale del leader comunista.

Xi è autenticamente ossessionato dal crollo sovietico, per quanto quest’ultimo evento abbia giovato alla causa ideologica e geopolitica di Pechino più di ogni altro. La conclusione a cui è pervenuto è che l’Urss sarebbe crollata perché ha ceduto alla tentazione di criticare Stalin e la Cina odierna non deve commettere il medesimo errore politico: Marx, Lenin, Stalin e Mao debbono quindi rimanere le guide del “socialismo con caratteristiche cinesi”, il marxismo-leninismo la sua pedagogia di base (Xi Jinping, XIX Congresso del Partito Comunista cinese). Il leader di Pechino ha spiegato ai funzionari del Pcc che proprio la Nuova politica economica (NEP) di Lenin inaugurata nel 1921 in Russia, fu lo strumento tattico applicato da Deng Xiaoping per frenare la errata via della Rivoluzione culturale. Xi Jinping non è il nuovo Mao in vena di sperimentalismi, semmai è il nuovo Lenin, la cui finalità storica è mostrare definitivamente al mondo la veridicità dell’analisi scientifica marxiana.

L’élite politica neo-denghiana, di cui Xi continua nonostante tutto a considerarsi parte integrante e punta di avanguardia, è attivamente marxista-leninista e tale sarà sino alla vittoria nello scontro finale con i nemici del marxismo cinese, vittoria che viene considerata irreversibile e certa, come ben mostra la sinologa Alice Ekman nel suo fondamentale saggio sull’ideologia del Pcc, per quanto carente sia sul piano dell’analisi geopolitica. Arte, cultura, sistema pedagogico, interpretazione della storia e della cultura cinesi sono tutti elementi dispiegati in vista dell’omega storico, il regno millenario comunista, una volta superata la fase attuale, caratterizzata ancora da un socialismo mediato con zone economiche di mercato capitalistico: “Studiando la legge marxista del valore, Deng ha avviato la nuova fase, la NEP alla cinese. Le analisi di Marx e Engels delle contraddizioni della società capitalistica non sono per nulla obsolete. Non è obsoleta neppure la previsione centrale del materialismo dialettico in base a cui il socialismo si affermerà in tutto il mondo. Al contrario, è l’inevitabile direzione dell’evoluzione storica, scientifica e sociale”(Xi Jinping, Maggio 2018).

Il silenzio sui Laogai

Xi Jinping si definisce “ateo marxista”, la stessa élite comunista della Repubblica popolare è “inflessibilmente atea”. Le persecuzioni più cruente, per quel che poco che se ne sa, riguarderebbero proprio i “cristiani delle catacombe”, per il loro anti-comunismo e patriottismo han filo-Taipei. L’Arcipelago Laogai ricorda il russofobo Arcipelago Gulag divulgato all’umanità da Solzenicyn; si caratterizza per la sua azione di permanente tortura mentale e fisica di segno marxista-leninista, ma è stato completamente silenziato dall’Occidente progressista, più interessato ai Renmimbi che alla persecuzione delle minoranze religiose o etniche compiuta dall’Esercito popolare di liberazione. Il Vescovo cinese Joseph Zen ha accusato l’élite gesuitica in accordo con il Partito comunista cinese di aver di nuovo ucciso il Cristo, sottolineando ancora una volta che la strategia di Xi è il globalismo materialista ateistico comunista, né il neo-confucianesimo né il nazionalismo han.

Tali espressioni di purezza ideologica marxista leninista espresse dal più influente leader di stato mondiale sembrano quasi compiacere le élite occidentali del deep state. Il punto debole dell’interpretazione di Ekman potrebbe effettivamente essere rappresentato dal fatto che in una visione marxista, nella Cina di Xi, vige la legge del valore, l’alienazione del lavoro e la logica del profitto, più che dalle zone economiche interne di proprietà privata che lasciano il tempo che trovano essendo appunto il potere politico ideologico in saldo possesso di Zhongnanhai rossa. Tali fattori rischiano comunque di essere del tutto secondari in una logica comunista ortodossa, se si considera che pure in Unione Sovietica (come riconobbe Stalin nel 1951), nella Jugoslavia titina e in larga parte nella stessa Cambogia di Pol Pot, le medesime catene erano assolutamente vigenti. Si potrebbe ribattere tirando in ballo la relazione strategica tra Trump e la Repubblica Socialista del Vietnam di Nguyen Xuan Phuc, ma anche in tal caso si potrebbe ricordare come in piena guerra fredda le fazioni progressiste occidentali fossero vicine all’Urss e quelle più conservatrici alla Cina maoista. Non sono dunque questi i criteri per mettere in discussione il comunismo cinese. Le più avanzate tecniche di controllo totalitario sociale, dal riconoscimento facciale al 5G, dall’Ai alla smart city, ora in avanzatissima discussione anche in ambito Ue, sono così strumenti del nuovo sogno globale totalitario marxista-leninista. Come mai il mainstream internazionale punta l’indice contro il “fascista Trump” o “il fascista Putin” ed è tutto sommato accondiscendente e comprensivo verso Xi, anche dopo la pandemia da coronavirus?

Non vi sarà una nuova Yalta

E’ presto detto: l’illusione della gran parte delle élite e dei potentati politico finanziari di casa nostra poggia sulla fiducia strategica di una nuova Yalta e di una nuova spartizione globale con il Partito Comunista di Beijing. Ma ciò non avverrà e non potrà avvenire. La cronica carenza cinese di beni naturali, ambientali e primari necessari farebbe sì, alla luce di una eventuale spartizione di dimensioni insufficienti per la sovrappopolazione interna, che la dirigenza marxista si troverebbe messa al bando dal popolo in rivolta, modello Hong Kong. Il marxismo di Stato per ora regge in quanto ha assicurato un relativo benessere ad almeno la metà di popolazione grazie alla riforma denghiana. Se venisse meno l’incentivo materialistico diffuso a livello popolare, il marxismo cinese crollerebbe. Inoltre, l’élite di Xi è molto abile a cavalcare la ferita storica dei gravissimi crimini dell’imperialismo occidentale bianco e delle “Concessioni straniere” come ulteriore strumento di affermazione e di espansionismo. Tale ferita è in effetti incisa nella memoria popolare ed è il segreto del successo cinese degli ultimi decenni.

Per quanto il decisionismo democratico populista trumpiano abbia nei tempi recenti, almeno sino alla diffusione mondiale del coronavirus, ben fronteggiato l’espansionismo totalitario internazionale di Pechino, è lecito nutrire seri dubbi sul fatto che gli Stati Uniti, con un deep state tuttora così potente e per nulla anticinese, possano fermare l’imperialismo marxista di Pechino. Si pensi ai sostanziosi affari del milionario Hunter Biden, figlio del milionario Joe, con Pechino, emersi in tutta la loro portata negli ultimi giorni negli Usa. Si consideri poi che i vari movimenti giovanili occidentali trend propagandati dal mainstream, da Greta Thunberg alle sardine con pugni chiusi e bella ciao, senza disquisire sull’originaria bontà o onestà ideologica di questi, vengono facilmente manipolati e strumentalizzati come “carne da macello” da quel notevole cervello politico e strategico che è il Partito comunista di Pechino. Ben più concreta in definitiva è l’ipotesi che proprio i “patrioti russi”, che con il Samizdat e con la resistenza nei Gulag hanno avuto la forza di condurre alla dissoluzione interna del marxismo sovietico occidentalizzante, alla rinascita della Russia Ortodossa e all’annientamento dell’imperialismo unitario di Yalta, avranno senz’altro anche in questo nuovo conflitto globale un ruolo centrale e decisivo.

Mikhail Rakosi

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/marxismo-leninismo-xxi-secolo-cina-xi-jinping-156760/

Giornalistopoli, giornalisti al servizio dei magistrati

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Emergono dalle intercettazioni numerosi rapporti confidenziali fra magistrati e giornalisti di grandi quotidiani, questi ultimi usati come strumenti per le lotte di potere fra correnti della magistratura. Giornalistopoli dimostra ancora una volta la sudditanza di molti cronisti di giudiziaria alle Procure e alle toghe. È un problema deontologico

In epoca di pandemia ci mancava pure “Giornalistopoli”. Così il quotidiano Il Riformista ha ribattezzato lo scandalo che sta montando in queste ore a proposito dei giornalisti che avrebbero supportato trame di potere ordite da alcuni magistrati. Si tratta di una vicenda torbida nata per gemmazione da “Magistratopoli”, il filone d’inchiesta della Procura di Perugia che ha travolto Luca Palamara, ex procuratore aggiunto di Roma e leader di Unicost, la corrente “moderata” delle toghe.

Delle deprecabili vicende emerse da quelle intercettazioni – nomine pilotate al Consiglio superiore della magistratura in base regolamenti di conti tra correnti delle toghe – si è già detto. La novità sconvolgente è che ora si fa strada l’ipotesi che alcuni cronisti di giudiziaria si siano resi complici di quei giudici per amplificare mediaticamente messaggi funzionali a quelle trame. Nel frullatore mediatico ora finiscono, per la classica eterogenesi dei fini, conversazioni alquanto imbarazzanti tra Palamara e alcune firme note dei principali quotidiani italiani. Si tratta di intercettazioni non penalmente rilevanti e quindi non valutabili ai fini dell’inchiesta Magistratopoli, ma certamente utili per analizzare sul piano deontologico e disciplinare la condotta di quei cronisti.

Chi di intercettazioni ferisce di intercettazioni perisce, verrebbe spontaneo dire. Per anni alcune autorevoli firme del giornalismo cosiddetto giustizialista hanno avviato vere e proprie crociate per difendere la liceità della pubblicazione di intercettazioni penalmente irrilevanti (prive di elementi di reato), considerandole però di interesse pubblico. Hanno difeso la loro pubblicazione in nome del diritto all’informazione dei cittadini. Oggi sono loro stesse vittime di quella pratica assai discutibile di accendere il ventilatore pieno di letame (calzante definizione di Claudio Cerasa, direttore del Foglio) quando non sussistono in realtà elementi sufficienti per violare la privacy delle persone che parlano al telefono. La cosa più raccapricciante è che la notizia, anziché suscitare indignazione unanime nella categoria dei giornalisti, ha acceso una diatriba, sterile e squalificante, tra testate, che sembrano aver ingaggiato una battaglia su come screditare il più possibile i rivali in ambito editoriale.

Ad esempio, il quotidiano Libero, pubblicando ieri le telefonate tra Palamara e Liana Milella, cronista della Repubblica, ha colto l’occasione per bacchettare il quotidiano La Verità, che avrebbe sottaciuto la notizia del coinvolgimento nell’inchiesta di un suo collega, Giacomo Amadori. La Milella avrebbe chiamato Palamara il giorno in cui il suo giornale ha pubblicato la notizia dell’inchiesta Magistratopoli quasi per scusarsi dell’enfasi di quell’annuncio e lo avrebbe avvertito che una sua collega stava per andare a casa sua probabilmente per strappargli una dichiarazione. Nell’informativa ci sono anche chiamate fatte da altri cronisti, come Francesco Grignetti della Stampa, che correttamente cerca notizie sull’inchiesta, senza mostrarsi arrendevole e complice di nessuno.

In altre telefonate risultano coinvolti Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera(definito “vicino ai servizi segreti e cassa di risonanza del gruppo di potere attuale”), Giovanni Minoli (con cui Palamara si confronta sugli articoli e su una possibile intervista a Lucia Annunziata, quest’ultima definita da Minoli “pericolosa perché sta dall’altra parte”), Claudio Tito (che su Repubblica offre diritto di replica a Palamara), Vincenzo Bisbiglia del Fatto Quotidiano (che cerca Palamara per chiedergli informazioni sul conto della moglie, che ha un impiego in Regione Lazio) e altre firme dell’Agi, dell’Ansa, del Tempo, del Tg5 e della Verità.

Piero Sansonetti, direttore del Riformista ironizza: «Curiosamente queste intercettazioni non vengono pubblicate sui giornali. Eppure, proprio i giornalisti intercettati sono gli stessi che di solito pubblicano, a loro firma, paginate intere di intercettazioni di politici». E aggiunge: «I giornalisti più importanti dei grandi giornali parlavano con Palamara e partecipavano alle operazioni politiche in corso per determinare i nuovi equilibri nella magistratura». Le commistioni tra stampa e magistratura toccano l’apice con le pressioni che il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini avrebbe fatto per parlare con Repubblica e condizionare la linea editoriale di quel quotidiano sul caso Palamara. «Il giornalismo politico, in Italia – conclude amaramente Sansonetti –  è del tutto subalterno al giornalismo giudiziario. E questo grazie alle grandi campagne moralizzatrici condotte dai giornali negli anni scorsi. ll giornalismo giudiziario, non tutto, certo, ma quasi tutto, è assolutamente eterodiretto e privo di indipendenza. E dunque non è più giornalismo».

Le intercettazioni delle chiamate con i giornalisti, così come quelle con i politici, son state prese con i trojan sul cellulare dell’ex procuratore aggiunto di Roma, Luca Palamara. Però quelle tra magistrati sono state pubblicate con cautela e ora anche quelle tra giudici e giornalisti escono, ma col contagocce. Mentre quelle che coinvolgono la politica sono sempre state spiattellate ai quattro venti, pur non contenendo quasi mai notizie di reato.

Giornalistopoli dimostra ancora una volta la sudditanza di molti cronisti di giudiziaria alle Procure e alle toghe. E pone un problema deontologico. I giornalisti devono operare al servizio esclusivo dell’opinione pubblica, senza far dipendere le loro scelte editoriali dai desiderata di qualcuno. Dalle telefonate emergono condotte estremamente lesive del principio di autonomia dei giornalisti e i consigli di disciplina competenti per territorio farebbero bene ad occuparsene. Altrimenti diventa arduo attribuire bollini di qualità ai giornali cartacei.

 

DA

https://lanuovabq.it/it/giornalistopoli-giornalisti-al-servizio-dei-magistrati

BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

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Un intervento a Otto e Mezzo di Frau ̶B̶l̶u̶c̶k̶e̶r̶ Gruber del Senatore Bagnai, che viene accolto con la solita imparzialità dalla presentatrice. Non perdetevi il “I sovranisti europei vostri alleati sono i nostri maggiori nemici, ed è così perchè è un  dato di fatto e lo dico io” della presentatrice. Peccato che i  compagni della Lega siano non al comando, ma all’opposizione (ed in alcuni paesi con percentuali minime) mentre al comando in Austria ci sia il PPE ed in Olanda i Liberali ed i Socialisti, tutti amichetti della Gruber.

Fatta questa premessa un’intervista da ascoltare in cui il Senatore conferma la nullità del Recovery Fund, nonostante l’insistenza della Gruber che, alla fine, non ha nessun reale dato economico o politico da opporre.

Ringraziamo Inriverente per l’appoggio tecnico

Da

BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

Marcello Veneziani: «Vi spiego perché la sinistra è una cupola»

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«La sinistra è una cupola». Titolo ed incipit dell’articolo di Marcello Venezianisulla Verità sono da antologia. «La sinistra è un’associazione di stampo mafioso che detiene stabilmente il potere e lo esercita forzando la sovranità popolare, la realtà della vita e gli interessi della gente. Usa metodi mafiosi per eliminare con la rituale accusa di nazifascismo (o in subordine di corruzione) chiunque si opponga al suo potere. Si costituisce in cupola per decidere la spartizione del potere ed eliminare gli avversari, tutti regolarmente ricondotti a Male Assoluto da sradicare e da affidare alle patrie galere o alla gogna del pubblico disprezzo». Lo scrittore, filosofo ed editorialista va giù duro. La sua lettura di questa pagina deteriore di storia politica che stiamo vivendo si collega a un testo illuminante e dimenticato di Panfilo Gentile intitolato «Democrazie mafiose»: libro che, edito dalle Edizioni Volpe, ebbe poi una diffusione capillare dopo che  Montanelli lo elogiò sul Corriere della Sera.

Veneziani: «Ecco il metodo della sinistra»

Il giornalista e polemista Panfilo Gentile circa mezzo secolo fa anticipò con lucidità l’involuzione del sistema democratico e la trasformazione dei partiti in circuiti chiusi e autoreferenziali di stampo mafioso. Se avesse visto quanto sta accadendo oggi – con l’ esproprio del voto fino al disprezzo per la volontà popolare –  si  sarebbe ancora più convinto delle sue analisi. Per Veneziani la sinistra è ua «cupola» perché «si serve delle camorre mediatico-giudiziarie e intellettuali per imporre i suoi codici ideologici per far saltare i verdetti elettorali, per forzare il sentire comune e il senso della realtà, per cancellare e togliere di mezzo chi la pensa in modo differente. E si accorda con altri poteri tecnocratici e finanziari, per garantirsi sostegni e accessi in cambio di servitù e cedimenti: Mafia & Capitale. Metodi incruenti, ma di stampo mafioso -specifica nell’articolo –  e tramite forme paradossali: perché calpesta la democrazia e si definisce democratica, viola le leggi, perfino la Costituzione – sulla tutela della famiglia, sulla difesa dei confini, sul rispetto del popolo sovrano – ma nel nome della legalità e della Costituzione».

«La violenza del lessico della sinistra»

Il termine «Cupola» è forte, indubbiamente, ma Veneziani spiega che il lessico politico disinvolto e fuori misura non è un’invenzione sua, tutt’altro. E’ la sinistra che lo usa come una clava. Per cui l’unico metodo per fronteggare « in modo adeguato la violenza ideologica e propagandistica della sinistra» è rispondere col suo stesso lessico. Del resto, basta leggere come vengono definiti i sovranisti, chi ha a cuore la difesa dei confini, della famiglia, della religione: «È  trattato alla stregua di nipotino di Hitler, di nazista, di razzista. Accuse criminali, ma da parte di chi le rivolge, a vanvera, stabilendo un nesso infame e automatico tra amor patrio e xenofobia, difesa della civiltà e razzismo, amore della famiglia e omofobia», scrive Veneziani sulla Verità. E non dovremmo neanche difenderci di fronte a questi attacchi?, si chiede lo scrittore. E fa l’esempio dell’ «uso mascalzone dell’antifascismo che serve per isolare e interdire il nemico e poi nel nome della democrazia in pericolo per l’incombente minaccia della Bestia Nera, sono consentite le alleanze più ibride, senza limiti…». Sì, per tutto questo è giusto usare l’espressione «la sinistra è ua cupola», Veneziani è convinto: «è giusto alzare il tiro e accusare la sinistra tornata ancora una volta al governo senza passare dalle urne, di essere un’associazione di stampo mafioso, di pensare e agire come una cupola, di calpestare la gente e gli avversari con l’arroganza e la presunzione di essere dalla parte del Giusto da ricordare i più fanatici regimi comunisti… Dal Soviet alla Cupola». Applausi.

DA

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22 maggio 1978: 42 anni dalla legalizzazione dell’aborto “strage degli innocenti”

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In Italia l’aborto diventa legge durante uno dei governi Andreotti, era il 22 maggio 1978. In seguito il già senatore a vita ha sempre raccontato di essersi pentito di aver permesso tale legge; pentimento confermato recentemente dalla figlia di Andreotti.

Le forze che si scagliano contro coloro che non condividono la pratica dell’aborto è violentissima e non vi è angolo della terra dove le angeliche creature non siano esposte a politiche erodiane.

In New Jersey, all’esterno di una clinica della Planned Parenthood, 4 frati dell’ordine religioso dei francescani del rinnovamento, con il fine di sensibilizzare sugli aspetti abortivi, limitandosi nell’omaggiare rose rosse alle donne incinte che si approssimavano a sottoporsi a pratica abortiva, sono stati arrestati.

Purtroppo, le statistiche compilate da Worldometers indicano che nel 2018 ci sono stati quasi 42 milioni di aborti in tutto il mondo.

Ma tutto questo è davvero umano?

Quando si parla di aborto, non si tiene conto della fondamentale differenza che passa tra FORMA e SOSTANZA. I sostenitori dell’aborto – Suppongo in buona fede- si limitano alla FORMA, ovvero considerano degno di vita un essere quando ha maturato interamente le fattezze umane, invece chi contrario all’aborto – vedi il sottoscritto – guarda alla sostanza, ovvero alla nuova vita fino dal principio, sì perchè dall’atto del concepimento esiste già un altro uomo, un uomo che necessità di 9 mesi per svilupparsi. Non è solo il mio istinto, la mia piccola intelligenza, la mia fede religiosa a far maturare queste convinzioni, ma si trova riscontro nella così tanto “amata” scienza. Riporto a seguire il giudizio di eminenti medici del “settore”.

Ippocrate ritenuto il padre della medicina, nel suo giuramento esplicita senza possibilità di interpretazioni la sua contrarietà all’aborto.

Bernard Nathanson durante gli anni giovanili si schierò decisamente in favore della libertà di scelta della donna, e realizzò un aborto su una donna che lui stesso aveva messo incinta. In seguito acquisì notorietà quando divenne membro fondatore della National Association for the Repeal of Abortion Laws (Associazione Nazionale per l’Abrogazione delle Leggi sull’Aborto, oggi NARAL Pro-Choice America). Lavorò con Betty Friedan ed altri per la legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti

I loro sforzi ebbero successo quando si produsse la celebre decisione Roe v Wade. Durante un periodo di tempo fu anche direttore del Center for Reproductive and Sexual Health (“Centro per la Salute Riproduttiva e Sessuale”), la più grande clinica di aborti di New York. Nathanson ha scritto che fu responsabile di oltre 75 000 aborti durante la sua militanza per la libertà di scelta. Negli anni settanta lo sviluppo degli ultrasuoni lo portò a riconsiderare il suo punto di vista sull’aborto, e divenne un forte sostenitore del movimento per la vita.

Nel 1984 realizzò il documentario The Silent Scream (Il grido silenzioso), che mostrava un aborto attraverso l’ecografia. Il suo secondo documentario, Eclipse of Reason (Eclisse della ragione), analizzava invece la tematica degli aborti tardivi. Affermò anche che il numero in passato citato dal NARAL sul numero di aborti illegali erano “numeri falsi”.

La vita inizia quando i 23 cromosomi maschili si fondono coi 23 cromosomi femminili. Lo zigote ha in sé già tutto” – dott. Giorgio Pardi che oltre ad essere stato presidente della Società italiana di medicina perinatale e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani, godeva di una fama che oltrepassa l’oceano, si è sempre dichiarato ATEO.

L’aborto non riguarda solo le donne, le donne non devono avere l’arroganza nel credere e pensare che la gravidanza riguardi solo loro. Il “seme” non è una parte marginale per la produzione dei frutti, così come non è marginale il campo da seminare, entrambi dipendono gli uni dall’altro, ed in entrambi casi nessuno è più padrone dell’altro. Nessuno è padrone, ma entrambi custodi del frutto, perchè seme, terra, frutto sono elementi dipendenti uno dall’altro, ma allo stesso tempo, cose distinte tra loro, così com’è per la Santissima Trinità!

L’aborto volontario è sempre una ingiustificabile barbarie, poniamo fine al sacrificio di cuccioli di uomo indifesi immolati criminalmente sull’altare della cultura dell’incultura della morte.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.

DA

https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/22/22-maggio-1978-42-anni-dalla-legalizzazione-dellaborto-strage-degli-innocenti/

Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa ufficiale. Intervista all’avv. Gianfranco Amato

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Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus

Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa

Intervista all’avvocato Gianfranco Amato

di Samuele Cecotti

 

La crisi sanitaria connessa alla pandemia da COVID-19 ha generato processi economici e politici su scala planetaria tali da delineare un quadro nuovo e preoccupante lasciando già ora intravvedere una fortissima recessione economica globale e gravi indizi di un incipiente totalitarismo post-moderno. Le questioni che una simile crisi di civiltà pone sono molteplici non ultime di carattere giuridico, bioetico e religioso.

Il nostro Osservatorio ha dato vita, a partire dal documento dell’arcivescovo Crepaldi, ad un Tavolo di Lavoro per affrontare cattolicamente la crisi, analizzare i fatti, formulare giudizi e proporre soluzioni alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Gianfranco Amato, giurista, fondatore e presidente nazionale dei Giuristi per la Vita, intellettuale cattolico attivo su molti fronti dell’apostolato culturale, fondatore e presidente del Movimento popolare Nova Civilitas, uno degli organizzatori del Family Day, componente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Novae Terrae, rappresentante per l’Italia dell’organizzazione internazionale Advocates International, è membro e consulente legale dell’organizzazione britannica CORE Comment on Reproductive Ethics, con sede a Londra, per conto della quale coopera in diverse azioni legali intentate su tematiche bioetiche. Sempre a livello internazionale, collabora, come allied attorney, con l’organizzazione statunitense A.D.F. Alliance Defending Freedom, composta da avvocati che si occupano di temi inerenti alla libertà religiosa ed alla bioetica.

 

Avvocato, in questi mesi di emergenza sanitaria proclamata dal governo italiano a fine gennaio, abbiamo assistito, in una prima fase, ad una sottovalutazione del problema (ricordiamo tutti gli hashtag #milanononsiferma e #abbracciauncinese con relativi aperitivi sui navigli) da parte degli stessi esponenti di maggioranza per poi, in una seconda fase, precipitare il Paese in una sorta di “arresti domiciliari” universali stabiliti per dpcm. Si conosce ora l’esistenza d’un Piano elaborato al Ministero della Salute già a gennaio ma tenuto segreto … Ci aiuta a trovare una chiave di lettura per un simile procedere del governo italiano? Vede la possibilità per azioni legali contro l’operato del presidente Conte e del governo?

L’unica chiave di lettura possibile è quella che ci offre la drammatica immagine di un governo caratterizzato da un irresponsabile, dissennato, incosciente dilettantismo. Per nostra sfortuna l’emergenza pandemica del Covid-19 è giunta nel momento storico in cui l’Italia ha registrato il livello politico-culturale più basso della propria classe dirigente negli ultimi settant’anni. Non si è mai visto nulla di simile dal dopoguerra ad oggi.

Le sorti del nostro Paese in uno dei momenti più drammatici della sua storia dopo la Seconda Guerra Mondiale sono, infatti, affidate alla cosiddetta “cabina di regia” della crisi pandemica. In cabina troviamo a dirigere un oscuro avvocato di provincia, tale Giuseppe Conte, che ha l’onore di non rappresentare nessuno, non avendo – a quanto risulta – mai ottenuto un voto in vita sua, e che pare non aver mai amministrato nulla prima d’ora, neppure il condominio del palazzo in cui vive. Segue il fido ed onnipresente portavoce ufficiale, Rocco Casalino, che annovera tra i propri titoli quello di aver partecipato al programma televisivo di dubbio gusto noto come “Grande Fratello”. Non proprio un master ad Harvard o ad Oxford. Lo affianca, sempre in cabina, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che proviene dal mondo dello sport: è stato infatti steward presso lo stadio San Paolo di Napoli. In italiano la definizione è “assistente di stadio”, una professione di tutto rispetto che si estrinseca in varie attività come, ad esempio, il presidio dei varchi di accesso, il filtraggio della tifoseria, la verifica del biglietto, l’accompagnamento al posto assegnato. Nella stessa cabina abbiamo anche un giovane ministro della salute, Roberto Speranza, laureato in Scienze Politiche, che sta alla medicina come un chirurgo sta alla letteratura sanscrita, e che non siamo proprio certi sappia cogliere a colpo d’occhio la differenza tra un batterio e un virus. C’è spazio, infine, per l’ultimo componente della cabina: il responsabile della Protezione Civile, il quale, per meriti di competenza, non poteva che essere un commercialista e revisore dei conti. Stiamo parlando del dott. Angelo Borrelli. Con tutto il rispetto dovuto, a me pare che la competenza del dott. Borrelli in materia di emergenza pandemica sia pari a quella del sottoscritto nel progettare un ponte. Ossia pari a zero.  Qualcuno potrebbe obiettare che un Paese non deve necessariamente essere governato da tecnici. Questo è vero, però nel caso eccezionale di una pandemia mondiale forse a gestire l’emergenza sarebbe più opportuno mettere qualcuno che almeno mastichi la materia, o quanto meno che abbia esperienza politica, nel senso aristotelico della πολιτική τέχνη, ovvero della scienza e dell’arte del governare. Il punto è che nessuno dei soggetti attualmente al governo pare avere il benché minimo senso del concetto di “bene comune”. Il rischio è che una politica incapace di governare abdichi completamente, cedendo lo scettro del comando alla scienza. In un momento in cui la stessa scienza, rispetto ad una sconosciuta pandemia, pare brancolare nel buio. L’unica certezza che sanno darci i virologhi sulla questione è che non ci sono certezze. Così la gestione del bene comune viene fondata sulle sabbie mobili.

Più che azioni legali contro il presidente del Consiglio e la sua “cabina di regia”, – per le quali credo sussistano comunque tutti gli estremi – io vedo l’assoluta necessità di togliere il prima possibile dalle mani di questi dubbi personaggi il destino della nostra Patria.

 

Da giurista come valuta i provvedimenti assunti per gestire la crisi sanitaria limitando pesantemente i diritti fondamentali dei cittadini e determinando quella che è stata da più parti considerata una “sospensione della Costituzione” tramite atto del Presidente del Consiglio dei Ministri? Le risulta che ad oggi sia stata sollevata questione contro i dpcm in oggetto presso il giudice amministrativo e ne sia stata contestata la legittimità costituzionale?

Partiamo dalla premessa che la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto e per restringere diritti soggettivi perfetti come quelli di circolazione, di riunione, di associazione, di culto.

Nel nostro ordinamento giuridico le libertà fondamentali godono di una protezione totale attraverso la previsione di una riserva assoluta di legge. Cosa significa? Semplice: solo una legge statale, o un atto avente forza di legge, può limitare tali libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Gli italiani, infatti, hanno imparato a conoscere anche questo provvedimento, il D.P.C.M., non molto noto prima della pandemia.

Quali sono gli atti aventi forza di legge che sono stati posti a fondamento delle limitazioni costituzionali che tutti noi stiamo vivendo? Sono due decreti legge, adottati dal Governo rispettivamente il 23 febbraio e il 25 marzo 2020. Questi decreti legge, però, si sono limitati a descrivere solo genericamente i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi”). E questo non mi pare possa considerarsi costituzionale. Tra l’altro, l’estrema genericità dei due decreti legge contrasta in maniera evidente con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Chiunque comprende che un decreto legge che ha bisogno di un ulteriore provvedimento – i D.P.C.M. di Giuseppe Conte – per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza. Lo stesso tempo necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce all’origine l’indifferibilità della misura.

Quello che non si può ritenere ammissibile è che il governo Conte abbia adottato pesantissime restrizioni a libertà costituzionali di fondamentale importanza come la libertà di circolazione, di riunione, di associazione e di culto, attraverso atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative.

Non dobbiamo neppure dimenticare, tra l’altro, che solo le leggi (o atti equiparati ad esse come i decreti legge del governo) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza. Quindi non si ha neppure la possibilità di sottoporre a controllo e verifica di costituzionalità i provvedimenti amministrativi con cui sono state limitate alcune fondamentali libertà degli italiani. Tutte le restrizioni che ciascuno di noi sta pesantemente subendo sono state assunte sulla base di atti amministrativi, sottratti ad ogni forma di controllo preventivo e successivo, ed adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica. Mi pare che tutto questo sia sufficiente per generare, dal punto di vista legale e non solo, più di una perplessità.

I D.P.C.M. emessi dal governo Conte in tema di pandemia Covid-19 sono stati impugnati davanti al T.A.R. Lazio dal Centro Studi Livatino. Un’iniziativa encomiabile a cui altre organizzazioni di giuristi, come quella da me presieduta, si stanno aggregando. I Giuristi per la Vita, infatti, hanno deciso di proporre un atto d’intervento ad adjuvandum nel procedimento instaurato a seguito del ricorso del Centro Studi Livatino.

Un segno di unità nella comune battaglia.

 

Le norme imposte dall’autorità di governo hanno violato molte libertà fondamentali garantite costituzionalmente ma, cosa ancor più grave, hanno violato la libertas Ecclesiae, diritto originario della Chiesa pattiziamente riconosciuto dallo Stato italiano con un Accordo di diritto internazionale, attribuendo ad atti amministrativi il potere di decidere la sospensione delle cerimonie religiose (battesimi, cresime, matrimoni, funerali), di impedire la partecipazione del popolo alle S. Messe, di interdire la visita dei Sacerdoti ai morenti per amministrare loro i Sacramenti, di impedire ai ministri del Culto Cattolico la libera circolazione per l’esercizio del proprio ministero di predicazione e santificazione. Come giudicare, in termini di diritto, una simile violenza inferta al diritto della Chiesa?

Non vi è il minimo dubbio che si sia integrata una palese e gravissima violazione del Concordato. A sostenerlo sono state, tra le tante, anche le voci autorevolissime di due Presidenti emeriti della Corte costituzionale: Cesare Mirabelli e Annibale Marini. Siamo giunti anche al punto surreale in cui lo Stato si è arrogato il diritto di decidere quali celebrazioni si potessero tenere e quali no. Un’aberrazione dal punto di vista giuridico. L’art. 7 della Costituzione è chiarissimo: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Il punto, semmai, è un altro. Occorre capire se la Chiesa cattolica intende rivendicare la propria indipendenza e sovranità, oppure se intende far cessare gli effetti del Concordato per desuetudine. Certo non aiutano alcuni atteggiamenti ondivaghi. Non è stato uno spettacolo edificante, per esempio, quello dei vescovi della Sardegna che si sono ricordati di rivendicare la propria competenza in materia spirituale quando hanno contestato il Presidente di quella Regione, Christian Solinas, per aver autorizzato con una propria ordinanza la celebrazione delle Messe, mentre sono stati totalmente silenti quando il governo ha deciso di sospendere ogni attività di culto. Un simile atteggiamento da parte dei presuli sardi non può che indurre nei fedeli confusione, disorientamento e sconcerto.

Mi ha colpito l’ottimo intervento in aula del senatore Lucio Malan, cristiano evangelico, a proposito di un ulteriore atteggiamento illegittimo da parte del governo in tema di libertà religiosa. Malan ha evidenziato, infatti, che gli illegittimi D.P.C.M. hanno, in realtà, violato anche l’art. 20 della Costituzione, il quale stabilisce espressamente che «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative». I summenzionati decreti, infatti, hanno stabilito, per esempio, che quindici persone possano stare nei 40 metri quadrati di un autobus, una persona sola possa, invece, stare nei quaranta metri di un negozio solo se è di un certo tipo (altrimenti neppure una persona), mentre è previsto un massimo di quindici persone, e solo per un funerale, in una chiesa di 100, 200, 300 metri quadri o di 11.000 metri quadri come il Duomo di Milano. Questo modo di procedere non è solamente irragionevole e sproporzionato, ma integra un’evidente discriminazione tra l’attività religiosa e di culto, rispetto ad altre attività. Il senatore Malan ha aggiunto un altro paragone che rende il quadro ancora più assurdo: cinque, dieci o quindici persone in un parco, con i prescritti accorgimenti relativi alle distanze, possono fare ginnastica, ma non possono pregare insieme. Un clima da Repubblica popolare cinese, ha denunciato sempre il senatore Lucio Malan, il quale ha ricordato che la Costituzione dedica almeno cinque articoli alla libertà religiosa, ovvero l’art. 3, l’art. 18, l’art. 19, l’art. 20, l’art. 7 e l’art. 8. Ora, che sia proprio un evangelico a ricordare che esiste l’art.7 della Costituzione sul Concordato tra Chiesa cattolica e Stato, e che proprio un evangelico ne chieda una corretta e piena applicazione, la dice assai lunga sullo stato comatoso di certo cattolicesimo e di una certa parte delle gerarchie ecclesiastiche.

 

Impressiona la irrilevanza pubblica della Chiesa e del Culto a Dio palesemente manifestatasi nella gestione della crisi. Impressiona uno Stato italiano che equipara le chiese alle discoteche e la S. Messa ad un qualunque spettacolo teatrale. Ma impressiona ancor di più una Chiesa che tace innanzi a ciò. È, secondo lei, il segno della affermazione ormai pienamente avvenuta del secolarismo?

Da una parte abbiamo avuto uno Stato che si è dimenticato del fatto che quello di culto è un diritto costituzionalmente protetto e non comprimibile, mentre non esiste un diritto allo stadio o un diritto al teatro. È inaccettabile culturalmente e inammissibile giuridicamente l’idea che la celebrazione della Messa venga equiparata a qualunque evento di aggregazione sociale, come una lezione scolastica, uno spettacolo artistico o una partita di calcio.

Dall’altra parte abbiamo visto una Chiesa inspiegabilmente remissiva e silenziosa. Penso che questo rappresenti un problema. Una Chiesa che non riesce più a rivendicare in maniera ferma e autorevole le prerogative ed i diritti derivanti dal suo particolarissimo status e che non sa più opporre a Cesare la “Libertas Ecclesiae” è una Chiesa caratterizzata da un altissimo tasso di secolarismo. Ha fatto oggettivamente impressione il cedimento immediato della Chiesa italiana alle disposizioni impartite dal governo, soprattutto nella prima fase dell’epidemia, quando cioè molti esercizi pubblici come bar, pizzerie, pub e ristoranti erano aperti.

Ma una Chiesa che tace rischia di veder realizzata la profezia evangelica delle pietre che parlano (Lc. 19, 40). Non ci si deve, quindi, meravigliare se alcuni personaggi del mondo della politica o dello spettacolo dicono cose che vorremmo sentire in bocca ai Pastori. Sono le pietre che parlano al loro posto.

 

Mentre molti nostri concittadini morivano nelle terapie intensive e a molti malati erano procrastinate le cure causa emergenza COVID-19, il Servizio Sanitario Nazionale continuava ad erogare il “servizio” dell’Ivg (l’aborto procurato garantito dallo Stato a carico del Servizio Sanitario Nazionale). Neppure la pandemia ha interrotto la strage dei bambini non nati. Anzi abbiamo assistito ad una intensa campagna di propaganda per promuovere l’aborto chimico domiciliare. Solo poche voci dei soliti coraggiosi pro-life si sono levate in difesa della vita. Ci siamo abituati anche alla normalità dell’aborto? Anche noi cattolici?

C’è un che di irrazionale, e quindi di preternaturale, in questo accanimento in favore dell’aborto. Non ha molto senso sottrarre un medico dal suo compito naturale di salvare la vita di un malato di Covid-19, per destinarlo a sopprimere una vita attraverso l’aborto. Non riesco a non vedere una dimensione spirituale dietro tutto ciò. In realtà, l’aborto, più dell’omicidio, è un attacco allo stesso concetto di Creazione e di Incarnazione. In questo senso l’aborto può esser considerato atto diabolico per antonomasia. Disumanizzare l’umanità è da sempre l’obiettivo del Nemico dell’uomo, perché un’umanità disumanizzata finisce per auto-divorarsi.

Del tutto incomprensibile, e quindi preternaturale, è anche il fatto che in Italia quella sull’aborto sia l’unica legge (194/78) che da quarant’anni non sia stata modificata neppure di una virgola. È un vero e proprio totem ideologico intoccabile. E dire che l’ordinamento giuridico italiano è uno dei più volubili al mondo dal punto di vista normativo. Le leggi vengono modificate con una velocità ed una frequenza da record. La Legge 194, invece, sembra scolpita nel marmo. Non è normale. Il punto è che l’opinione pubblica italiana si sta abituando a questa anormalità. La tragedia, però, sta nel mondo cattolico, dove ormai pare del tutto scomparsa l’idea che il Magistero consideri l’aborto un «crimen nefandum» (GS n.51), ossia un delitto abominevole. Oramai si sente sempre più spesso anche tra i cosiddetti praticanti il teorema che fu alla base della sconfitta del referendum: «Io non praticherò mai l’aborto, ma non posso impedire agli altri la libertà di farlo». Come dire, io non posso uccidere ma non posso impedire agli altri la libertà di uccidere. In questo teorema – che pesa come un macigno nella coscienza cattolica del nostro Paese – si nasconde, però, la celebre risposta di Caino: «Num custos fratris mei sum ego?» (Gn 4, 9). Un cristiano non può girare la testa da un’altra parte quando viene sparso il sangue innocente di suo fratello.

 

L’emergenza sanitaria ha fatto pure emergere pulsioni eutanasiche preoccupanti. L’idea di non curare certe categorie (anziani, handicappati, malati psichiatrici, etc.) è entrata nel dibattito e in molte parti della civile Europa si è fatta legislazione. Come vede la situazione in Italia?

In quella che un tempo si chiamava Cristianità, e oggi viene definita “Europa”, è ormai da decenni che imperversa la cultura della morte. Oggi la pandemia ha avuto il merito di togliere definitivamente la maschera dell’ipocrisia e legittimare pubblicamente la necessità di questo nuovo “darwinismo sociale”.

Nell’opinione pubblica sta sempre più prevalendo la logica dello scarto anche nei confronti degli esseri umani più deboli e fragili, come i disabili, gli anziani, i nascituri difettosi. Sempre più persone si stanno convincendo che, in fondo, è giusto per il bene di tutti eliminare pesi inutili da una società che ha sempre meno risorse da spendere.

Sono anni che denuncio come anche in Italia questa idea stia penetrando nella mentalità comune attraverso il processo della cosiddetta Finestra di Overton. È un vero e proprio piano inclinato che porta inesorabilmente verso l’abisso. Quello che gli inglesi chiamano “slippery slope”. Del resto, se i criteri per riconoscere la dignità di un essere umano non sono oggettivamente ancorati al diritto naturale, essi vengono posti e determinati dal potere attraverso norme di diritto positivo. E il potere è in grado di cambiare questi criteri a seconda della propria convenienza. Può avvenire anche democraticamente, attraverso il gioco delle maggioranze parlamentari. Ma i cristiani, che non riconoscono il principio democratico come assoluto, sanno bene che non può essere la maggioranza parlamentare di un determinato periodo storico a determinare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Quand’anche il parlamento italiano – Dio non voglia – dovesse arrivare ad approvare una legge sull’eutanasia, questa barbara pratica resterebbe comunque un crimen nefandum.

 

Le misure adottate per gestire l’emergenza sanitaria, non solo violano gravemente libertà fondamentali, ma gettano una luce sinistra sul futuro lasciando immaginare una possibile evoluzione totalitaria della nostra società. Un totalitarismo post-moderno fatto di app per il tracciamento, telecamere per il riconoscimento facciale, microchip sottocutanei con tutti i nostri dati personali, abolizione del contante, tracciamento di ogni nostro acquisto, geolocalizzazione di ogni nostro movimento. La fine della privacy e della libertà a favore di un complesso sistema centralizzato di gestione della collettività. Quanto siamo vicini a questo rischio? Cosa fare come cattolici per scongiurarlo?

Mi pare si stia concretamente profilando uno scenario che ricorda i romanzi di fantascienza distopica della metà del secolo scorso. Ascoltando alcune proposte che vengono seriamente prospettate, anche a livello istituzionale, sembra di rivivere davvero le pagine di George Orwell, di Aldous Huxley, di Isaac Asimov. Mi pare, in particolare, che sia proprio la deriva totalitaria tecnico-scientifica paventata da Huxley nel suo Mondo Nuovo, quella più vicina al rischio che stiamo correndo. Del resto, fu proprio quello scrittore inglese a paventare il fatto che il Potere nel futuro non si sarebbe più basato sulla violenza dei campi di concentramento ma su controllo tecnico-scientifico degli individui, spacciato come utile progresso per il bene dell’umanità, al punto da venire accettato da tutti. Il mondo, secondo Huxley, si sarebbe così trasformato in un gigantesco campo di prigionia dove, però, i prigionieri non avrebbero voluto evadere semplicemente perché ignari del fatto di essere prigionieri. Lo ha spiegato bene nella sua ultima conferenza tenuta il 20 marzo 1962 presso l’Università della California, Berkeley, intitolata La rivoluzione definitiva. In quell’occasione, infatti, affermò: «Penso che nella misura in cui le dittature diventeranno più scientifiche, più preoccupate della perfezione tecnica, del funzionamento perfetto della società, saranno sempre più interessate alle tecniche che io ho immaginato e descritto come realtà esistenti nel Nuovo Mondo. Mi pare, quindi, che la rivoluzione definitiva non sia poi così lontana, visto che già oggi esiste un notevole numero di questo tipo di tecniche di controllo degli esseri umani. Resta solo da vedere quando, dove e da chi saranno applicate per la prima volta su grande scala». Questo Huxley lo diceva sessant’anni fa. Oggi noi sappiamo perfettamente dove e chi vuole applicare quelle tecniche su grande scala.

 

Il Signore della storia è il Risorto, Cristo ha già vinto! Con questa fede noi possiamo guardare ad ogni momentanea parentesi anticristica della storia senza disperazione e anzi trovando la ragione per non desistere dalla buona battaglia. Anche in questi tempi bui non mancano segni di speranza: famiglie che si costituiscono e vivono secondo il Vangelo, cattolici militanti che spendono la propria vita per testimoniare pubblicamente la Verità, piccole comunità che si organizzano per vivere cristianamente in un mondo post-cristiano, il numero sempre crescente di scuole parentali cattoliche, giovani mamme che scelgono d’esser casalinghe per amore del marito e dei figli e si dedicano all’homeschooling, ecc… Volendo pensare a una “resistenza cattolica” allo strisciante totalitarismo post-moderno come la immagina?

Bisogna ipotizzare tre scenari.

Il primo è quello di un vero e proprio cataclisma a livello economico, politico e sociale. È il più apocalittico dei tre e richiamerebbe quello che è accaduto alla fine dell’impero romano, quando una civiltà oramai in pieno declino e al culmine della parabola discendente è implosa sotto il peso di una gravissima e irreversibile crisi economica, politica e sociale. In questo caso i cristiani, esattamente come nel VI secolo dopo Cristo, dovrebbero ricostituirsi come piccole comunità di famiglie attorno a centri di spiritualità. Allora furono i monasteri, grazie alla grande intuizione di San Benedetto da Norcia, nel nostro secolo potrebbero essere singoli sacerdoti, santuari, comunità religiose, movimenti laicali e ogni altro luogo dove poter vivere la fede come vera esperienza di vita. Più o meno ciò che Rod Dreher delinea nella sua opera Opzione Benedetto.

Il secondo scenario, invece, è quello dell’instaurazione di una vera e propria dittatura violentemente anticristiana. In questo caso la reazione dovrebbe essere quella del ricorso all’uso legittimo dell’insurrezione. Più o meno come è accaduto in Messico con la cosiddetta “Guerra Cristera” o in Spagna con l’intervento provvidenziale di Francisco Franco che ha liberato la penisola iberica dalla persecuzione anarco-comunista contro i cristiani, salvando la presenza della Chiesa cattolica in quella nazione. In questo periodo di confinamento forzato mi è capitato di rileggere l’interessante documento

Firmissimam constantiam, con cui Pio XI, il 28 marzo 1937, interveniva sulla situazione della Chiesa cattolica in Messico perseguitata dallo spietato governo massonico di Plutarco Elías Calles. In quel testo, il pontefice intervenne, infatti, a favore della liceità della lotta dei cittadini cattolici messicani contro il «potere pubblico», che «ponendosi contro la giustizia e la verità, era giunto al punto di distruggere le fondamenta stesse dell’autorità».  È interessante come, peraltro, una successiva indicazione in tal senso sia poi giunta a distanza di quarant’anni, il 26 marzo 1967, con l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio, in cui quel pontefice legittimò l’insurrezione armata dei cattolici contro «una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese» (P.P. n.31). Una dittatura che arrivasse a chiudere le chiese e perseguitare i cristiani, come accadde in Messico e in Spagna negli anni ’30, autorizzerebbe, quindi, l’uso legittimo della forza per abbattere la tirannia.

Il terzo scenario, forse il più probabile, è quello di una dittatura tecnologica, quella che Aldous Huxley  definì “senza lacrime”, basata su un controllo ed una manipolazione orwelliana degli individui. Una dittatura solo apparentemente più morbida delle dittature classiche ma in realtà molto più pericolosa, perché non si accontenterebbe di sottrarci la vita ma pretenderebbe di cambiare le nostre coscienze per sottrarci un bene ancora più prezioso: l’anima. In questo caso mi pare che la reazione dei cristiani dovrebbe essere quella mirabilmente descritta dal celebre dissidente ceco Vacláv Havel nella sua opera Il potere dei senza potere. Havel in Cecoslovacchia sconfisse l’Impero del Male della sua epoca, l’Unione sovietica comunista, senza lo spargimento di una goccia di sangue. Fu lui, infatti, il padre di quella che venne poi definitiva la “Rivoluzione di velluto”. Ci riuscì semplicemente continuando ad opporre la verità alla menzogna. Noi sappiamo che la menzogna può vincere qualche battaglia. A volte può anche sembrare che le stia vincendo tutte, e per molti anni. Ma non potrà mai vincere la guerra contro la verità.

In questo scenario, l’atteggiamento dei cristiani dovrebbe essere quello delineato da un altro dissidente cattolico amico di Havel e che portava il suo stesso nome: Václav Benda. Fu lui a coniare il concetto che ritengo molto interessante di “polis parallela”. Prima di spiegare di cosa si tratta, faccio una piccola premessa sui tre livelli in cui dovrebbe articolarsi la “resistenza cattolica”. Il primo livello è quello esistenziale dell’individuo, quella sfera segreta della persona fatta di ideali, valori e principi a partire dalla fede cristiana. Per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi. C’è poi un secondo livello che definirei “prepolitico”, in cui la persona si manifesta attraverso i suoi comportamenti, la sua professionalità, la sua testimonianza, il suo coraggio di opporre la verità alla menzogna. Vi è, infine un terzo livello che possiamo, invece, definire “politico” in cui si instaura una vita indipendente da un sistema di potere che non rappresenta più il popolo. Questa vita indipendente si realizza attraverso vere e proprie strutture alternative, ossia la “polis parallela” di Benda. Sono strutture di livello organizzativo-istituzionale come ad esempio l’informazione parallela, l’economia parallela, l’istruzione parallela. Una sorta di società nella società, che richiama in qualche modo l’idea della Civitas Dei di Agostino: una città che vive dentro la città degli uomini e non si identifica con la città degli uomini.

A me pare che quello della “polis parallela” di Václav Benda sia il modello cui guardare e studiare per un’efficace “resistenza cattolica” contro il totalitarismo post-moderno che si profila all’orizzonte.

 

Grazie!

DA

https://www.vanthuanobservatory.org/ita/dilettanti-al-governo-evoluzione-totalitaria-irrilevanza-pubblica-della-chiesa-intervista-allavv-gianfranco-amato/

I tradizionalisti costringono il laicista Macron a far ripartire il culto pubblico

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DI MATTEO ORLANDO

Avrà tempo fino al 26 maggio il Presidente francese Macron per tornare a consentire il culto religioso con i fedeli in terra di Francia. A sorpresa, anche un organo laicista come il Consiglio di Stato ha ordinato al governo francese di “revocare il divieto generale e assoluto di riunioni” nei luoghi di culto.

La notizia è stata accolta  con entusiasmo dai cattolici sui social media in un paese, la Francia, che di cattolico ha ben poco, oramai, ma che vede la rifioritura di numerosi gruppi cattolici ancorati alla tradizione bimillenaria della Chiesa e alla Santa Messa in latino.

Con una decisione inaspettata, il Consiglio di Stato, che è stato interrogato dal presidente del Partito Democratico Cristiano, Jean-Frédéric Poisson, e da altre associazioni cattoliche tradizionaliste, ha chiesto che il decreto dell’11 maggio venga modificato entro otto giorni dalla decisione del Consiglio (che è arrivata lo scorso 18 maggio).

Quindi per i fedeli cattolici questa decisione significa che le Sante Messe con il popolo potranno riprendere prima della domenica di Pentecoste, che quest’anno cade il 31 maggio. Resta da vedere, tuttavia, a quali condizioni riprenderà il culto cattolico e se, anche in Francia, si applicheranno quelle norme fantasmagoriche per consentire la libertà di culto e garantire la protezione della salute dei fedeli che sono state stabilite per l’Italia.

Il 24 aprile scorso la Conferenza episcopale francese aveva inviato un “piano di non confinamento” alle autorità pubbliche. Tuttavia, questo testo era stato ignorato dal governo, che il 28 aprile ha chiesto alle comunità religiose di attendere fino al 2 giugno per ricominciare il culto pubblico.

Mentre la Conferenza episcopale francese aveva scelto “la via amichevole anziché il contenzioso”, come ha pavidamente affermato Vincent Neymon, il suo vice portavoce al quotidiano Le Figaro (un blando tentativo era stato fatto il 15 maggio anche da Monsignor Éric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese, che aveva inviato al governo una lettera relativa al decreto dell’11 maggio che aveva “la stessa conclusione ora adottata dal Consiglio di Stato”), il Partito Democratico Cristiano e diverse associazioni cattoliche tradizionaliste hanno scelto la via legale. 

L’insorgenza delle organizzazioni tradizionaliste ha ottenuto i suoi risultati e i cattolici francesi sono riusciti ad ottenere una sentenza favorevole del Consiglio di Stato.

Nei giorni scorsi varie critiche ai governi locali sono state sollevate per le sospensioni delle Sante Messe con i fedeli che continuano a prorogarsi in alcuni stati come la Gran Bretagna, i paesi Scandinavi e anche il minuscolo Lussemburgo dove è intervenuto il locale Arcivescovo, e Cardinale, Jean-Claude Hollerich.

E in Italia? La ripresa del culto pubblico con assurde pretese comportamentali spacciate per scientificamente valide ha sollevato, al momento, solo la reazione pubblica di qualche sacerdote e di due comitati. Il comitato EUCHARISTIAM GENIBUS “OMNE GENU FLECTATUR” ha scritto che “nessuno può negare a un fedele la Santa Comunione in bocca. La pratica della Chiesa in tempi di epidemia ben più gravi di quello attuale non lascia nessun dubbio ragionevole su questo punto. In più, se la cosa fosse davvero a rischio di contagio si dovrebbe vietare il bacio tra congiunti o familiari. Questo non l’abbiamo mai sentito né dallo stato né da uomini di Chiesa. Per queste ragioni, una tale disposizione manca di buon senso nonché di fondatezza scientifica. Siccome ragione e fede guidano la vita cattolica, ogni fedele è quindi fondato a fare rispettare questo diritto suo con ogni mezzo lecito”.

Più battagliero si è dimostrato il Comitato spontaneo di laici cattolici “beato Francesco BONIFACIO” per la difesa della SS. Eucarestia che ha annunciato, per il 23 maggio a Trieste, in Piazza Sant’Antonio Nuovo, alle ore 17.00, la recitato di un Santo Rosario in riparazione del Protocollo sacrilego sottoscritto dalla CEI in data 7 maggio 2020. Si tratta della prima manifestazione, in Italia, con la quale i fedeli fanno sentire la propria voce per riparare l’oltraggioso Protocollo avente ad oggetto la celebrazione della Messa in virtù del quale Nostro Signore Gesù Cristo non è più ricevuto come l’Ostia Santa Immacolata Incorrotto ed Incorruttibile ma quale possibile strumento di infezione! 

“Noi diciamo NO”, hanno scritto dal Comitato. “Ragione e fede concorrono nel dichiarare inaccettabili le disposizioni disciplinari imposte dal Governo circa la Messa cattolica e accettate dalla CEI. In particolare esse sono censurabili laddove viene reso obbligatorio un guanto per la distribuzione della Santissima Eucarestia e ove si impone ai fedeli la Comunione sulla mano così violando la legge universale della Chiesa che prevede la Comunione sulla lingua”.

 

Matteo Orlando

L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

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Come può sopravvivere l’Europa? Un tempo si sarebbe detto che  solo proseguendo in avanti, con più integrazione, poteva sopravvivere. Ora si inizia a pensare il contrario.

A dirlo non è un sovranista estremista, ma un compassato contributore del Financial Times, Gideon Rachmna. Il ragionamento parte dalla sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, massimo potere giurisdizionale tedesco, che è andato in opposizione su quando deciso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulla legittimità dell’operato della BCE, alla quale si chiede di provare la “Proporzionalità” del proprio operato. A questo punto si tratta di evitare un pericoloso e potenzialmente devastante scontro fra poteri, che metterebbe la Germania in conflitto diretto con la BCE da un  lato e con la Corte di Giustizia dall’altro.

I  sostenitori più fanatici e meno lucidi della UE hanno reagito con orrore alle azioni della corte tedesca. Secondo loro la  sentenza di Karlsruhe ha “Messo a repentaglio l’intero ordinamento giuridico dell’UE” per cui la Commissione dovrebbe reagire portando la Germania in tribunale,cioè iniziando una procedura di infrazione. Bisogna dire che l’Autore si rende conto della insensatezza dell’operazione, che sarebbe distruttiva per diversi motivi:

  • la Germania è il più grande paese dell’Unione edil suo massimo contributore e non sopravviverebbe alla sua uscita;
  • la Corte Costituzionale è ancora una istituzione molto rispettata e soprattutto è l’espressione di una costruzione democratica, veramente democratica;
  • anche la Bundesbank gode di una grande stima.

Colpire queste due istituzioni tedesche significherebbe mettere la Germania contro l’Europa, e soprattutto il popolo tedesco contro le istituzioni europee. Quanto questo può essere utile all’Europa stessa? L’autore però non si rende conto che questa scelta viene a creare un forte, enorme squilibrio all’interno della struttura e, soprattutto, dell’uguaglianza dei cittadini della UE: infatti se viene tollerata l’intromissione a livello europeo della Corte Costituzionale di Karlsruhe, perchè non deve essere lo stesso per i massimi organi di applicazione delle leggi degli altri paesi?

Se la Commissione applicasse una procedura di infrazione alla Germania si creerebbe un corto circuito giuridico: la controversia è sulla superiorità come fonte del diritto fra Corte Tedesca e  Corte Europea, ma  se viene iniziata una procedura di infrazione questa ricade sotto la Corte Europea e questo però ne minerebbe la forza morale. La Germania potrebbe obiettare che la decisione giuridica non viene presa da una corte terza, ma dalla stessa Corte Europea che è messa sotto accusa . Un bel pasticcio.

L’autore purtroppo, evidentemente un frequentatore troppo assiduo di Bruxelles, si lancia in una ardita e quanto mai eccentrica differenziazione fra quanto sta accendendo nei rapporti fra Germania ed Unione e fra Polonia ed Ungheria ed Unione: queste ultime sarebbero “Cattive” perchè in mano a “Governi che stanno distruggendo la democrazia”, peccato che questi governi siano, democraticamente, molto più legittimati della Corte Costituzionale tedesca. Per fortuna che alla fine anche lui comprende che non si può forzare la mano con il cambiamento democratico, che  Bruxelles non può pensare di esportare la democrazia come se Budapest o Varsavia fossero la Baghdad di Saddam, ma bisogna lasciare che siano i rispettivi popoli a cambiare idea, se mai lo faranno.
Le conclusioni sono semplici: non può essere una procedura d’infrazione a far cambiare idea ai tedeschi, o a qualsiasi altro, Utilizzare questo sistema repressivo porterebbe solo all’esplosione del conflitto fra stati nazionali ed Unione. L’unico modo per risolvere il problema è quello di lasciare che , eventualmente lo risolvano gli stessi tedeschi , o polacchi, o ungheresi, e se questo significasse che la Germania vuole lasciare l’euro, beh, non ci sarebbe che da accettarlo. 

DA

L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

Cassa integrazione con beffa: ai lavoratori metà stipendio

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Secondo Unimpresa, gli assegni erogati dall’INPS per la CIG in deroga non arrivano al 50% dello stipendio di un operaio

Per assurdo, nell’immediato sarebbe stato meglio essere licenziati, piuttosto che essere messi in cassa integrazione. Magari nel medio-lungo periodo la soluzione della cassa integrazione permetterà di non avere problemi quando si tornerà a lavoro e a produrre, ma in questi mesi di crisi piuttosto grave, l’assegno della NaSPI sarebbe stato più corposo di quello ricevuto dalla cassa integrazione.

Questo, almeno, quello che emerge da un documento realizzato e diffuso da Giovanni Assi, consigliere nazionale di Unimpresa. Secondo i suoi calcoli, mediamente i lavoratori in cassa integrazione a causa dell’emergenza sanitaria hanno ricevuto una “retribuzione netta” di 4 euro l’ora. Una cifra di gran lunga inferiore a quella della retribuzione ordinaria, che ha costretto i cassa integrati a stringere non poco la cinghia nel corso di questi mesi.

Assegno CIG in deroga, i conti di Unimpresa

Le cifre snocciolate nel documento Unimprese sono impietose. I lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione (e moltissimi sono ancora in attesa del primo assegno dopo oltre due mesi di attesa) hanno visto ridurre il proprio reddito del 50%. L’INPS, infatti, avrebbe versato assegni lordi di 938,89 euro che, al netto, fanno poco più di 750 euro.
Una sforibiciata netta rispetto agli assegni mensili che questi lavoratori avrebbero percepito normalmente, con tagli che arrivano a toccare il 50% della mensilità garantita dal datore di lavoro. Calcolatrice alla mano, si tratta di una retribuzione netta di circa 4 euro l’ora.

Per andare incontro alle necessità dei lavoratori, e delle famiglie italiane, i rappresentanti di Unimpresa chiedono dunque al Governo di rivalutare l’opzione NaSPI. Come noto, infatti, al momento nessuna impresa italiana può licenziare un suo dipendente. Una decisione, nei piani del Governo, che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori dal rischio di licenziamento e che, invece, finirebbe per penalizzarli. O almeno così affermano da Unimpresa.

Da un punto di vista economico, i conti sono piuttosto semplice. La NaSPI avrebbe garantito alla gran parte dei lavoratori oggi in cassa integrazione un assegno superiore ai 1.200 euro mensili. La nuova disoccupazione prevede, infatti, che il lavoratore percepisca il 75% dello stipendio medio degli ultimi quattro anni (la procedura è più lunga e complessa, prendetela come una semplificazione), fino a un massimo di 1.227,75 euro. Se la cifra dovesse eccedere questo massimale, il lavoratore riceverebbe un’ulteriore integrazione, fino a un massimo di 1.335,4 euro mensili.

Insomma, quasi il doppio rispetto ai 750 euroche, mediamente, stanno percependo in questi mesi i lavoratori in cassa integrazione in deroga. “Tuttavia, il decreto legge “rilancio” ha prorogato a cinque mesi il divieto di licenziamento introdotto dal decreto “Cura Italia”, lasciando inspiegabilmente alle imprese la sola possibilità prorogare gli ammortizzatori sociali per appena cinque settimane, spostando più in là un problema che creerà solo enormi scompensi”.

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Per la prima volta una diocesi ha un vicario donna, a Friburgo clero amministrato da Marianne

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Città del Vaticano – Per la prima volta una diocesi cattolica ha nominato una donna vicario episcopale, generalmente un ruolo è sempre spettato ad un uomo e per giunta consacrato. La novità riguarda la città di Friburgo, in Svizzera, e naturalmente ha fatto subito il giro del mondo. Marianne Pohl-Henzen, ha 60 anni, è sposata con tre figli grandi e diversi nipoti. Ha accettato l’incarico come un segno positivo che porterà alla promozione delle donne nella Chiesa.

Negli ultimi anni Marianne si era fatta le ossa lavorando come braccio destro del vicario episcopale precedente. Naturalmente questo non significa che verrà consacrata sacerdote, tuttavia la responsabilità dello staff e le questioni che riguardano il clero diocesano saranno nelle sue mani. Un fatto davvero senza precedenti.

Marianne ha solidi studi teologici alle spalle e non ha nascosto la speranza, che questo passaggio possa essere foriero di novità positive anche a Roma, dove si sta discutendo se aprire uno spiraglio al diaconato femminile

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