Ddl Omotransfobia, Fontana: “vogliono imporre il Pensiero unico”

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L’ex ministro leghista della Famiglia: «La nuova legge vuole imbrigliare la libertà di pensiero. Chi difende la famiglia tradizionale rischia di passare per omofobo»

“Se la ricorda la neolingua e magari la psicopolizia? Ecco, siamo un po’ in quel territorio lì…”. Lorenzo Fontana, vice segretario della Lega, capo della Liga veneta nonché ex ministro alla Famiglia, cita la cupa distopia di George Orwell in 1984 nel parlare della legge contro l’omofobia che approderà il mese prossimo alla Camera econtro cui hanno già preso posizione i vescovi italiani.

Fontana, quale è il nesso?
“E’ semplicemente un nuovo tentativo per imbrigliare il pensiero libero. Il dire quello che si pensa potrebbe diventare reato. Se io ritengo che la famiglia sia soltanto quella formata da un uomo e da una donna, chi mi assicura che un domani non si dirà che l’esprimere questa posizione è una forma di istigazione al reato?”.

L’intenzione non sembra quella…
“Io credo che sia l’ennesimo passo avanti in direzione del pensiero unico. Tra l’altro, abbiamo appena visto che nella magistratura qualche problema di indipendenza esiste… Ecco, io temo che una persona possa essere messa sotto indagine anche per un pensiero o per una frase estrapolata dal contesto. E il problema non è soltanto l’indagine”.

Ma cosa, anche?
“Un certo tipo di accusa scatena gli hater, il fatto di essere oggetto di un’inchiesta ti trasforma nel bersaglio degli amici del pensiero unico. Insomma, qualcuno potrebbe farsi intimidire. Qualcuno potrebbe scegliere di stare zitto e di non esprimere i propri valori. E’ un po’ il meccanismo che scatta sull’immigrazione”.

Perché l’immigrazione?
“Perché se ti opponi all’immigrazione incontrollata, vieni immediatamente qualificato come fascista, accusa che a me dà particolarmente fastidio. Se pensi che non è possibile fare entrare tutti, sei fascista. Se difendi la famiglia, che per me è una sola, ti viene dato dell’omofobo. Il fatto è che in tutto il mondo è in corso una battaglia ideologica, il politicamente corretto vorrebbe importi la sua dittatura soft. Lo si vede nella scuola, nei mass media… E la solidarietà nei confronti di chi è vittima di accuse ingiuste è assai meno tangibile di quella per i campioni del politicamente corretto”.

Ma gli atti di omofobia non sono assolutamente odiosi?
“Ma certo. Come lo sono tutti gli atti contro la persona. Io sono convinto che chi li mette in atto debba finire in galera. Ma noi abbiamo già le leggi che sanzionano questi crimini”.

Non sta dipingendo il politicamente corretto come una sorta di Spectre, l’organizzazione che vuole controllare il mondo?
“Guardi, il tema è orientare il pensiero e il sentimento comune. Guardiamo alle proteste ad Hong Kong e a quelle recenti negli Usa. L’enfasi che i media hanno avuto sulla questione statunitense è stata decisamente superiore rispetto a quella di Hong Kong. Per esempio non ho visto nessuno in Parlamento inginocchiarsi per Hong Kong. Il motivo è dovuto anche a un certo uso strumentale della protesta americana contro il presidente degli Stati Uniti, mentre noto nei confronti della Cina una sudditanza psicologica, da parte dei ‘politicamente corretti’, anche del nostro Paese”.

 

DA

https://www.corriere.it/politica/20_giugno_11/omotransfobia-fontana-lega-vogliono-imporre-pensiero-unico-40462e0c-ac0b-11ea-822f-b27e74f859d1.shtml

Pugni chiusi e genuflessi

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Se i simboli e i riti vogliono dire qualcosa e raccontano la realtà più dei fatti e delle parole, quei pugni chiusi, quelle città messe a ferro e fuoco dagli antifa, quella parodia di religione con la genuflessione e la stola arcobaleno al collo e i minuti di penitenza in ginocchio, vogliono dire che una nuova religione fanatica e un nuovo comunismo stanno sorgendo in Occidente. Una religione preterintenzionale, al di là delle intenzioni di chi l’abbraccia: per tanti che si sono inginocchiati in favore di telecamera e hanno simulato un rito religioso, c’era un obbiettivo più basso: schiacciare sotto un ginocchio, il Nemico, la Bestia, Donald Trump. Tutta una messinscena mondiale perché si avvicinano le elezioni. Si rovescia su Trump un brutale assassinio di cui non ha alcuna colpa, un assassinio come tanti della polizia americana, sotto amministrazioni democratiche e repubblicane. Altrettanti, va pure detto, ne subisce la polizia americana, ad opera della delinquenza. Perché l’America resta una società violenta, a tratti selvaggia, sotto la crosta di progresso, tecnologia, ciccia e lattine. Inginocchiarsi per una vittima, quando ogni giorno la delinquenza comune, la persecuzione religiosa e le dittature ne uccidono migliaia, è solo malafede.

Ma una religione si va formando nelle società occidentali intorno al catechismo politically correct. Quella religione è il supporto morale di qualcosa di colossale che sta avvenendo nei nostri giorni, sopra le nostre teste e sotto i nostri occhi. Quel che per anni è stato definito Pensiero Unico sta diventando Potere unico. Come ogni sistema totalitario si fonda su un assoluto: nel nostro caso è l’assoluto sanitario, l’imperativo di salvarci la pelle a ogni costo. Proteggerci dal male, amen; il male è il contagio. Ma la pandemia si presenta in due forme: il covid e il fascio, cioè il virus e l’insubordinazione in forma di assembramento, protesta sociale, obiezione di coscienza al vaccino, alle restrizioni più assurde, al tentativo di renderle permanenti e alle profilassi più fanatiche e insensate. I dogmi imposti dalla scienza e dai virologi sono usati dal potere per allargarsi e durare il più possibile. Il modello implicito è la fonte stessa del virus, di cui ogni giorno si scoprono le gravi responsabilità: la Repubblica totalitaria cinese. Contagio e omertà, restrizioni conseguenti e durature, popolazioni militarizzate, controllo totalitario e molecolare, divieto di manifestazione, repressione del dissenso, uso totalitario della scienza e della tecnologia, dominio commerciale globale; e sullo sfondo il comunismo come orizzonte. Il modello cinese diventa il paradigma in Italia e in alcuni settori progressisti occidentali. Dopo decenni di collusioni tra capitalismo e radical-progressismo, ora si delinea, a viso aperto, quel connubio: il ponte tra capitalismo e comunismo è l’uso imperativo della scienza e l’applicazione totalitaria del controllo. Il fine, come nel comunismo, è sempre il bene dell’umanità, il mondo migliore, l’uomo nuovo, magari transumano per essere più nuovo.

Di dittatura sanitaria ne parlai agli inizi di marzo, quando si stava appena profilando. L’Italia stava candidandosi a diventare il paese pilota, la cavia di laboratorio per l’esperimento. Oggi, dopo tre mesi di pratica, le analisi e le denunce in questo senso sono tante. Vorrei citare due filosofi diversi tra loro e ambedue lontani dal pensiero reazionario, cattolico-tradizionalista o addirittura fascista. Mi riferisco a Giorgio Agamben che denuncia l’inquietante connubio tra religione medica e capitalismo, alla base di un nuovo sistema totalitario, incline a sospendere la libertà e la democrazia; la religione cristiana e in particolare la Chiesa di Francesco soccombe ai loro diktat sanitari e ritiene la salute prioritaria rispetto alla salvezza.

Da altri versanti, un giovane filosofo, Michel Onfray, che teorizzò l’ateismo e criticò la religione, denuncia ora, sulla scia di Orwell, l’avvento di una dittatura globale fondata su sette comandamenti: distruggere la libertà e ridurre a fascisti tutti i dissidenti e gli insubordinati; impoverire la lingua per manipolare le menti; abolire la verità tramite il bipensiero; sopprimere la storia e riscriverla per gli usi del presente; negare la natura, a partire dalla natura umana; propagare l’odio e fondare l’Impero, progressista e nichilista. Non resta, per Onfray, che darci all’ateismo sociale per non “inginocchiarsi” davanti ai nuovi dei arcobaleno. Usa proprio il verbo inginocchiarsi, non sapendo dell’uso mistico-elettorale di questi giorni, scimmiottando la religione (il diavolo, per la Bibbia, è simia dei, scimmia di dio).

Entrambi, Agamben e Onfray, denunciano la matrice teologica del nuovo totalitarismo, il tentativo di sostituire dio con una nuova divinità. I nuovi fanatici si chiamano antifa, contrazione global di antifascisti; e il fatto che l’elemento di odio – anti – sopravviva al sostantivo, la dice lunga. Il nemico globale è Trump, il nemico complementare è Putin, il nemico ideologico è tutto ciò che viene definito sovranismo. Il piano prevede tre sostituzioni: la fede medico-progressista al posto della fede in Dio, sacra e trascendente; la popolazione mobile dei migranti al posto di popoli o nazioni restanti; il postumano secondo scienza e volontà al posto dell’uomo secondo natura e procreazione. Non c’è un piano globale prestabilito e non ci sono pianificatori; alcuni vi concorrono consapevolmente, molti inconsapevolmente.

L’Italia per la sua fragilità, la sua teatralità, il trasformismo e il servilismo, l’impreparazione del governo, il residuo ideologico depositato dal comunismo e dall’antifascismo, è il tampone esemplare. Da noi la cialtroneria, come già scrivevamo, tempera il totalitarismo nell’inefficienza e nella comicità. Ma il pugno chiuso è nemico della mente aperta.

MV, La Verità 12 mgiugno 2020

 

DA

Pugni chiusi e genuflessi

Executive Order on Blocking Property Of Certain Persons Associated With The International Criminal Court

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By the authority vested in me as President by the Constitution and the laws of the United States of America, including the International Emergency Economic Powers Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (IEEPA), the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1601 et seq.) (NEA), section 212(f) of the Immigration and Nationality Act of 1952 (8 U.S.C. 1182(f)), and section 301 of title 3, United States Code,

I, DONALD J. TRUMP, President of the United States of America, find that the situation with respect to the International Criminal Court (ICC) and its illegitimate assertions of jurisdiction over personnel of the United States and certain of its allies, including the ICC Prosecutor’s investigation into actions allegedly committed by United States military, intelligence, and other personnel in or relating to Afghanistan, threatens to subject current and former United States Government and allied officials to harassment, abuse, and possible arrest. These actions on the part of the ICC, in turn, threaten to infringe upon the sovereignty of the United States and impede the critical national security and foreign policy work of United States Government and allied officials, and thereby threaten the national security and foreign policy of the United States. The United States is not a party to the Rome Statute, has never accepted ICC jurisdiction over its personnel, and has consistently rejected ICC assertions of jurisdiction over United States personnel. Furthermore, in 2002, the United States Congress enacted the American Service-Members’ Protection Act (22 U.S.C. 7421 et seq.) which rejected the ICC’s overbroad, non-consensual assertions of jurisdiction. The United States remains committed to accountability and to the peaceful cultivation of international order, but the ICC and parties to the Rome Statute must respect the decisions of the United States and other countries not to subject their personnel to the ICC’s jurisdiction, consistent with their respective sovereign prerogatives. The United States seeks to impose tangible and significant consequences on those responsible for the ICC’s transgressions, which may include the suspension of entry into the United States of ICC officials, employees, and agents, as well as their immediate family members. The entry of such aliens into the United States would be detrimental to the interests of the United States and denying them entry will further demonstrate the resolve of the United States in opposing the ICC’s overreach by seeking to exercise jurisdiction over personnel of the United States and our allies, as well as personnel of countries that are not parties to the Rome Statute or have not otherwise consented to ICC jurisdiction.

I therefore determine that any attempt by the ICC to investigate, arrest, detain, or prosecute any United States personnel without the consent of the United States, or of personnel of countries that are United States allies and who are not parties to the Rome Statute or have not otherwise consented to ICC jurisdiction, constitutes an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States, and I hereby declare a national emergency to deal with that threat. I hereby determine and order:

Section 1. (a) All property and interests in property that are in the United States, that hereafter come within the United States, or that are or hereafter come within the possession or control of any United States person, of the following persons are blocked and may not be transferred, paid, exported, withdrawn, or otherwise dealt in:
(i) any foreign person determined by the Secretary of State, in consultation with the Secretary of the Treasury and the Attorney General:
(A) to have directly engaged in any effort by the ICC to investigate, arrest, detain, or prosecute any United States personnel without the consent of the United States;
(B) to have directly engaged in any effort by the ICC to investigate, arrest, detain, or prosecute any personnel of a country that is an ally of the United States without the consent of that country’s government;
(C) to have materially assisted, sponsored, or provided financial, material, or technological support for, or goods or services to or in support of, any activity described in subsection (a)(i)(A) or (a)(i)(B) of this section or any person whose property and interests in property are blocked pursuant to this order; or
(D) to be owned or controlled by, or to have acted or purported to act for or on behalf of, directly or indirectly, any person whose property and interests in property are blocked pursuant to this order.
(b) The prohibitions in subsection (a) of this section apply except to the extent provided by statutes, or in regulations, orders, directives, or licenses that may be issued pursuant to this order, and notwithstanding any contract entered into or any license or permit granted before the date of this order.

Sec. 2. I hereby determine that the making of donations of the types of articles specified in section 203(b)(2) of IEEPA (50 U.S.C. 1702(b)(2)) by, to, or for the benefit of any person whose property and interests in property are blocked pursuant to section 1(a) of this order would seriously impair my ability to deal with the national emergency declared in this order, and I hereby prohibit such donations as provided by section 1(a) of this order.

Sec. 3. The prohibitions in section 1(a) of this order include:
(a) the making of any contribution or provision of funds, goods, or services by, to, or for the benefit of any person whose property and interests in property are blocked pursuant to section 1(a) of this order; and
(b) the receipt of any contribution or provision of funds, goods, or services from any such person.

Sec. 4. The unrestricted immigrant and nonimmigrant entry into the United States of aliens determined to meet one or more of the criteria in section 1(a) of this order, as well as immediate family members of such aliens, or aliens determined by the Secretary of State to be employed by, or acting as an agent of, the ICC, would be detrimental to the interests of the United States, and the entry of such persons into the United States, as immigrants or nonimmigrants, is hereby suspended, except where the Secretary of State determines that the entry of the person into the United States would not be contrary to the interests of the United States, including when the Secretary so determines, based on a recommendation of the Attorney General, that the person’s entry would further important United States law enforcement objectives. In exercising this responsibility, the Secretary of State shall consult the Secretary of Homeland Security on matters related to admissibility or inadmissibility within the authority of the Secretary of Homeland Security. Such persons shall be treated as persons covered by section 1 of Proclamation 8693 of July 24, 2011 (Suspension of Entry of Aliens Subject to United Nations Security Council Travel Bans and International Emergency Economic Powers Act Sanctions). The Secretary of State shall have the responsibility for implementing this section pursuant to such conditions and procedures as the Secretary has established or may establish pursuant to Proclamation 8693.

Sec. 5. (a) Any transaction that evades or avoids, has the purpose of evading or avoiding, causes a violation of, or attempts to violate any of the prohibitions set forth in this order is prohibited.
(b) Any conspiracy formed to violate any of the prohibitions set forth in this order is prohibited.

Sec. 6. Nothing in this order shall prohibit transactions for the conduct of the official business of the Federal Government by employees, grantees, or contractors thereof.

Sec. 7. For the purposes of this order:
(a) the term “person” means an individual or entity;
(b) the term “entity” means a government or instrumentality of such government, partnership, association, trust, joint venture, corporation, group, subgroup, or other organization, including an international organization;
(c) the term “United States person” means any United States citizen, permanent resident alien, entity organized under the laws of the United States or any jurisdiction within the United States (including foreign branches), or any person in the United States;
(d) the term “United States personnel” means any current or former members of the Armed Forces of the United States, any current or former elected or appointed official of the United States Government, and any other person currently or formerly employed by or working on behalf of the United States Government;
(e) the term “personnel of a country that is an ally of the United States” means any current or former military personnel, current or former elected or appointed official, or other person currently or formerly employed by or working on behalf of a government of a North Atlantic Treaty Organization (NATO) member country or a “major non-NATO ally”, as that term is defined by section 2013(7) of the American Service-Members’ Protection Act (22 U.S.C. 7432(7)); and
(f) the term “immediate family member” means spouses and children.

Sec. 8. For those persons whose property and interests in property are blocked pursuant to this order who might have a constitutional presence in the United States, I find that because of the ability to transfer funds or other assets instantaneously, prior notice to such persons of measures to be taken pursuant to section 1 of this order would render those measures ineffectual. I therefore determine that for these measures to be effective in addressing the national emergency declared in this order, there need be no prior notice of a listing or determination made pursuant to section 1 of this order.

Sec. 9. The Secretary of the Treasury, in consultation with the Secretary of State, is hereby authorized to take such actions, including adopting rules and regulations, and to employ all powers granted to me by IEEPA as may be necessary to implement this order. The Secretary of the Treasury may, consistent with applicable law, redelegate any of these functions within the Department of the Treasury. All departments and agencies of the United States shall take all appropriate measures within their authority to implement this order.

Sec. 10. The Secretary of the Treasury, in consultation with the Secretary of State, is hereby authorized to submit recurring and final reports to the Congress on the national emergency declared in this order, consistent with section 401(c) of the NEA (50 U.S.C. 1641(c)) and section 204(c) of IEEPA (50 U.S.C. 1703(c)).

Sec. 11. (a) Nothing in this order shall be construed to impair or otherwise affect:
(i) the authority granted by law to an executive department or agency, or the head thereof; or
(ii) the functions of the Director of the Office of Management and Budget relating to budgetary, administrative, or legislative proposals.
(b) This order shall be implemented consistent with applicable law and subject to the availability of appropriations.
(c) This order is not intended to, and does not, create any right or benefit, substantive or procedural, enforceable at law or in equity by any party against the United States, its departments, agencies, or entities, its officers, employees, or agents, or any other person.

DONALD J. TRUMP

THE WHITE HOUSE,
June 11, 2020.

DA

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/executive-order-blocking-property-certain-persons-associated-international-criminal-court/

Virus Cina, la minaccia. Tremonti, Polimeno Bottai e Sangiuliano: il segreto

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Nuovo appuntamento in diretta su affaritaliani.it con i dibattiti di Eureca. Stavolta si discute della minaccia cinese per l’Europa

Diventare nel giro di una generazione la prima potenza mondiale. Questa – costi quel che costi – la politica imperialistica portata avanti dal leader cinese XI Ji Ping, alla guida dell’ultimo grande bastione comunista. Un pericolo che l’Occidente – distratto o attratto dalle enormi possibilità di guadagno offerte da un Paese che conta un miliardo e mezzo di abitanti- ha contribuito a far crescere concedendo aperture di credito senza chiedere in cambio precise garanzie sul piano politico e dei diritti umani. Atteggiamento di cui oggi comincia pentirsi.

Un tema di grande attualità, reso ancora più attuale dalle manipolazioni cinesi riguardanti l’origine e la diffusione del Covid-19, e che sarà al centro del prossimo appuntamento di EURECA (assoeureca.eu) intitolato La minaccia del virus Cina. Incontro in programma venerdì 12 giugno alle ore 15 (organizzazione tecnica di Claudio Verzola) verrà’ trasmesso in diretta streaming

Ospiti di Angelo Polimeno Bottai, presidente di EURECA E vicedirettore del Tg1, economisti, diplomatici e giornalisti. Tra questi, Giulio Tremonti che è stato tra i sottolineare che la impetuosa crescita economica cinese degli ultimi 20 anni è così rapida da creare enormi squilibri, e dunque una pericolosa instabilità a livello globale. Giulio Terzi, già ministro degli Affari Esteri e già ambasciatore a Washington, anche lui tra i relatori dell’incontro, ritiene che la prima minaccia del modello cinese è verso uno Stato di diritto basato sulla libertà, sulla dignità della persona, su una giustizia equa che risponda esclusivamente a leggi adottate attraverso la libera espressione della volontà popolare e da istituzioni parlamentari che la rappresentino.

Gennaro Sangiuliano, autore del libro ‘Il nuovo Mao’ (Mondadori) racconterà chì è Xi Jinping, come si è affermato, come agisce e dove vuole arrivare.

Infine, Claudio Pagliara, fino a pochi mesi fa  corrispondente Rai a Pechino e attualmente a capo della redazione di New York, spiegherà come e perché Trump intende fronteggiare con decisione la minacciosa offensiva portata avanti dal governo di Pechino. E racconterà come avviene, nella Repubblica Popolare comunista, il controllo dell’informazione.

DA

https://www.affaritaliani.it/roma/virus-cina-la-minaccia-tremonti-polimeno-bottai-sangiuliano-il-segreto-678212.html

L’economia del Centro-Nord sarà presto in mano alle mafie

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DI MATTEO ORLANDO

I diversi arresti in provincia di Verona per un’organizzazione locale di ‘Ndrangheta, con sequestri per oltre 15 milioni di euro e il coinvolgimento di dirigenti locali e indagini aperte che vedono coinvolti vari personaggi eccellenti della città scaligera, ci portano a riflettere, dopo l’analisi sociologico-filosofico-religiosa dello scorso editoriale (vedi qui: https://www.agerecontra.it/2020/06/la-sana-fede-cattolica-per-lottare-contro-le-mafie/), sulla realtà concreta della ‘Ndrangheta che si sta insediando massicciamente nel centro-nord Italia.

La ‘Ndrangheta è, attualmente, l’organizzazione criminale più ricca e potente al mondo, soprattutto grazie al traffico internazionale di droga.

Nata in Calabria, la Ndrangheta è riuscita a espandersi in quasi tutti i continenti, soprattutto grazie alla sua struttura, basata sul vincolo di sangue, come bene hanno spiegato in vari libri il magistrato Nicola Gratteri e lo studioso di mafie Antonio Nicaso, libri che costituiscono la base di queste riflessioni.

Quella della ‘Ndrangheta è una struttura di sangue che, da sempre, la rende forte e impenetrabile. Si tratta di un legame che imprigiona con i suoi obblighi e che protegge l’organizzazione da possibili tradimenti. Infatti, pentirsi e denunciare i crimini della ‘Ndrangheta alla giustizia è quasi impossibile: significherebbe tradire i propri familiari. La famiglia di ‘Ndrangheta è formata da figli, fratelli, cugini, cognati, ma anche compari, persone alle quali si è legati per mezzo di battesimi, cresime e matrimoni. Quindi per gli ‘Ndranghetisti la cosa più importante è il legame di sangue, che diventa un tutt’uno con la stessa organizzazione mafiosa. I vincoli di parentela sono il frutto di vere e proprie strategie matrimoniali, con cui si accresce il potere della famiglia.

La ‘Ndrangheta, che non riesce a vivere senza il rispetto della gente che la teme, è nata nella seconda metà dell’800. Allora era nota con il nome di “picciotteria” e si era sviluppata, soprattutto, per la pratica dell’abigeato, cioè il furto del bestiame. Ben presto la Ndrangheta raggiunse le città, dove si organizzò per sfruttare i piccoli vizi dei contadini: giochi d’azzardo, alcool ecc. In seguito questi delinquenti vennero utilizzati anche per minacciare avversari di questo o di quel partito politico.

Decine di anni dopo la Ndrangheta passò dai furti di bestiame ai sequestri di persona (uomini, donne e bambini, rapiti al Nord e custodi nei luoghi impervi della Calabria), pratica che portò nelle casse della ‘Ndrangheta circa 400 miliardi delle vecchie lire, pari a 200 milioni di euro di oggi.

Negli ultimi decenni questi soldi ottenuti con i sequestri di persona sono stati investiti nel commercio internazionale della droga, il nuovo business che ha portato la ‘Ndrangheta a stringere rapporti con varie criminalità organizzate, come per esempio quelle dei colombiani, dei turchi, dei messicani, degli afghani e dei libanesi.

La mafia calabrese è diventato così sempre più temuta nel centro-sud America, dove ha i suoi brokers che, nei paesi caldo-umidi, vanno alla ricerca della cocaina per poi invadere i mercati europei.

I brokers della ‘Ndrangheta fanno arrivare l’eroina in Europa dall’Afghanistan, dal Kazakistan e dall’Uzbekistan. Mentre portano la cocaina acquistata in centro-sud America (Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Messico) verso l’Europa tramite basisti in Spagna, Ghana, Sierra Leone, Namibia, Liberia, Senegal, Guinea Bissau, Mauritania e, soprattutto, Nigeria.

Per comprendere quanti soldi guadagna la ‘Ndrangheta grazie al traffico internazionale della droga è necessario citare una frase riferita dal grande giudice Nicola Gratteri che ha rivelato una conversazione tra due trafficanti intercettati dalla Polizia. Nell’audio si sente che uno diceva all’altro: “avevamo sotterrato 250 miliardi di lire. Ne abbiamo dovuti buttare 7-8 miliardi perché erano ammuffiti per l’umidità”…

Ma non di sola droga si alimenta la criminalità organizzata calabrese. La ‘Ndrangheta si occupa anche di tantissimi altri crimini come la richiesta del pizzo, l’usura, la tratta dei nuovi schiavi e l’immigrazione clandestina, il contrabbando, i giochi d’azzardo, il traffico di armi ed esplosivi, il controllo dei mercati agroalimentari e dell’import-export, la creazione e/o il controllo delle catene di ristorazione e delle strutture alberghiere, l’infiltrazione negli appalti pubblici, i reati catalogati nella dicitura “ecomafia”.

Da una intercettazione si è scoperto quanto gli ‘Ndranghetisti siano menefreghisti delle necessità e della sicurezza altrui. A proposito dei rifiuti radioattivi, che provenivano da ospedali e industrie, che spesso ancora oggi sono caricati su barche e poi affondate lungo le coste italiane, uno dei due ‘ndranghetisti ebbe a dire all’altro: “basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto e chi vuoi che se ne accorga”. Al rilievo dell’altro (“E il mare? Che ne sarà del mare se lo ammorbiamo?”) il primo criminale rispose: “ma sai quanto ce ne fottiamo del mare. Pensa ai soldi, che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte”.

Ecco, cos’è la ‘Ndrangheta, “una struttura sociale di peccato frutto del Maligno” che da decenni usa i soldi ottenuti illecitamente investendoli nelle città del centro-nord Italia, per costruire alberghi, acquisire ristorante, gestire commerci, creare società di import-export e centri commerciali, infiltrarsi nelle controllate comunali ecc. La Ndrangheta cerca in tutti i modi di aggiudicarsi appalti, licenze edilizie, aree edificabili, e non teme di mettere le mani sui sistemi agroalimentari, esercitando anche il controllo dei mercati ortofrutticoli. Inoltre, la Ndrangheta opera in borsa acquistando azioni di società importanti. Negli ultimi tempi la Ndrangheta è particolarmente attiva nel campo del riciclaggio del denaro sporco, aiutata da prestanome che non hanno mai avuto problemi con la giustizia.

Come la mafia siciliana (“Cosa Nostra”) e la Camorra campana, anche la ‘Ndrangheta calabrese cerca di occupare gli spazi che la società non presidia, che non difende a sufficienza. Così gli ‘ndranghetisti si infiltrano nelle amministrazioni comunali, provinciali e regionali, nel circuito degli appalti, dell’economia. Gestiscono il potere nelle aziende sanitarie locali, nelle imprese private, nelle banche. Fanno vincere i concorsi e raccomandano le persone di propria fiducia. Chi entra negli enti locali, in Parlamento, con i voti della ‘Ndrangheta deve poi garantire appalti, contatti, favori. Il tutto, naturalmente, con la massima prudenza. I mafiosi della ‘Ndrangheta non amano mostrare il loro potere, la loro ricchezza. I boss vivono in mezzo alla gente normalmente, senza caratteristiche esteriori particolari.

Per raggiungere i loro obiettivi (arricchimento, potere e impunità), gli ‘ndranghetisti necessitano di avere rapporti con esponenti del mondo politico, imprenditoriale, economico-finanziario, investigativo-giudiziario, ossia con tutti quei soggetti rientranti nella categoria della cosiddetta “borghesia mafiosa”, formata da soggetti insospettabili in grado di assicurare ai criminali specifici servizi e relazioni. Agli ‘ndranghetisti, infatti, interessa fare affari, riciclare capitali illeciti, esercitare il potere e arricchirsi, riducendo non solo i costi economici ma altresì quelli di carattere penale (carcere e confisca dei beni). Il massimo guadagno va ottenuto con il minor costo, compresa l’impunità. Agiscono secondo una logica utilitaristica: tutto quello che conviene all’organizzazione va fatto, tutto quello che nuoce o può nuocere alla stessa va evitato. Per questo, specialmente nel centro-nord Italia, utilizzano con molta attenzione la violenza. Quest’ultima, se usata in forme tali da creare un elevato allarme sociale, attira l’attenzione dei mass media, delle forze dell’ordine, della magistratura. In questo modo i rischi legati alla possibilità di essere arrestati e di vedersi confiscare le ricchezze accumulate aumentano sensibilmente. Gli ‘ndranghetisti, dunque, utilizzano le armi soltanto quando con altri strumenti (corruzione, intimidazione e minaccia) non riescono a raggiungere i fini prestabiliti. Quando le armi tacciono è segno che tra gli ‘ndranghetisti e le persone che con loro sono in qualche forma di rapporto si è trovato un punto di equilibrio che soddisfa tutte le parti in gioco e gli affari, illeciti e “leciti”, si possono svolgere senza ricorrere all’omicidio. È proprio quando non uccide che questa forma di mafia sta facendo grandi affari, magari in qualche salotto buono. Come è noto il potere della ‘Ndrangheta si fonda principalmente sulla segretezza, sull’omertà, sul silenzio ed un elemento da considerare è costituito anche dalla capacità di questa organizzazione criminale di coniugare la tradizione (così, per esempio, si entra in una ‘Ndrina, la famiglia mafiosa, sottoponendosi ad un rito di affiliazione, pronunciando un giuramento solenne nell’ambito di una cornice altamente simbolica e codificata, in cui si fa ricorso ad immagini e formule sacre) alla modernità (tanto che la ‘Ndrangheta si comporta come una vera e propria impresa, come una holding economico-finanziaria che agisce a livello nazionale e internazionale, unendo alle classiche attività illecite anche la capacità di inserirsi nel sistema economico e politico di un determinato territorio).

Ultimamente, a causa della crisi economica che sta colpendo il mondo intero a causa della pandemia da Coronavirus, la ‘Ndrangheta ha cominciato ad infiltrarsi in aziende e ditte che hanno un bisogno disperato di finanziamenti. La crisi post lockdown sta spalancando le porte delle aziende del centro-nord alla ‘Ndrangheta.

Purtroppo la maggior parte della gente che vive nelle regioni del centro-nord Italia crede ancora che la ‘Ndrangheta sia un problema che riguarda solo la Calabria. Invece questa forma di mafia sta mettendo le sue radici nelle maggiori città italiane dove reinveste, costruisce, presta denaro e accumula capitale rovinando l’economia onesta, di certo non competitiva di fronte a quella criminale. Con i soldi i criminali comprano i migliori cervelli su piazza per architettare strutture societarie occulte dietro imprese legali di copertura. In questo modo l’impresa criminale diventa impresa economica. È un giro vorticoso e reticolare che finisce per risucchiare l’economia sana, costretta a cedere sotto i colpi di un sistema con il quale non può competere. La ‘Ndrangheta parte con denaro a costo zero, senza chiedere nulla alle banche. Chi è pulito, va chiaramente fuori mercato.

Inutile sottolineare che nella lotta alla ‘Ndrangheta la società civile ha un ruolo enorme, anche se la questione morale sembra impallidita, se non eclissata, e così la ‘Ndrangheta si insinua sempre più nel centro-nord Italia e all’estero (Canada, Stati Uniti, Australia, Venezuela, Colombia, Africa, Spagna, Olanda, Belgio, Francia, Germania, Romania, Ungheria, Polonia ecc.).

Come abbiamo visto dall’ultima indagine venuta alla luce in terra veronese, sono presenti anche nel centro-nord Italia famiglie di ‘Ndrangheta, vere e proprie “ndrine” (cosche, famiglie) guidate, ognuna, da un “capobastone”. E quando in un comune ci sono più ‘ndrine si parla di “locale”, retto da tre persone, denominati la “copiata”: il “capobastone” (il quale ha potere di vita e di morte sui suoi uomini ed ha il diritto all’obbedienza assoluta), il “contabile” (addetto alle finanze), il “capo-crimine” (responsabile dell’organizzazione di tutte le azioni delittuose).

Bisogna svegliarsi. Gli amministratori locali e i responsabili dei settori economici pubblici e privati devono spalancare bene gli occhi. I politici e la società civile dovrebbero cominciare a fare le “sentinelle”, gli avamposti della legalità. Ma temiamo che prima che accada tutto ciò la maggior parte dell’economia del centro-nord sarà in mano alle mafie, in primis la ‘Ndrangheta.

MATTEO ORLANDO

Razzismo, ritirati i cioccolatini “moretti”: “Decisione presa per l’attuale dibattito”

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Milano, 11 giu – Niente più moretti in vendita nella catena Migros: l’azienda svizzera ha infatti deciso di togliere dagli scaffali i cioccolatini, che in “lingua originale” si chiamano Mohrenköpfe (“testa di moro”). La decisione è stata resa nota in un tweet dalla catena di supermercati.

Moretti, le accuse di razzismo

Abbiamo deciso di rimuovere il prodotto dalla gamma” si legge nel tweet “L’attuale dibattito qui ci ha spinto a rivalutare la situazione. Siamo consapevoli che questa decisione porterà anche a discussioni”. Quindi, via i moretti perché George Floyd a Minneapolis è stato ucciso. Non fa una grinza, sicuramente tutti gli oppressi del mondo ringrazieranno! Secondo quanto riferisce VareseNews, la Migros avrebbe preso questa decisione a causa del tweet di un follower (che ora non è più reperibile) che accusava i Mohrenköpfe di essere razzisti: “Il nome del prodotto ha una connotazione estremamente razzista e non politicamente corretta”.

Moretti o “baci”?

Tuttavia, il tipo di prodotto non sparirà, solo la sua connotazione “razziale”. Un produttore ancora, nel caso di specie (la Dubler) li chiama ancora col vecchio nome di moretti. E la Migros ci ha tenuto a far sapere che di questo tipo se ne vendevano solo in due supermercati di Zurigo (ma la censura non dorme mai , quindi nel dubbio meglio ritirarli). “Non è il nostro prodotto, quindi non possiamo semplicemente rinominarlo. Questa è la responsabilità del produttore” ha puntualizzato poi la catena svizzera in un tweet. I moretti, in tedesco detti anche “kiss”, sotto questa nomea possono essere acquistati online. E nella versione italiana del sito si riporta ancora il nome politicamente scorretto. Che cioccolata amara …

Ilaria Paoletti

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/razzismo-ritirati-i-cioccolatini-moretti-decisione-presa-per-lattuale-dibattito-159526/?fbclid=IwAR0rEvy_rTkOdCZXLuocsnCyPYrqW0hSU6kYRJA7vMf0Kw5RJwC69NCsWrc

Marion Le Pen non si inginocchia: “Da bianca e francese non chiedo scusa per George Floyd”

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Parigi, 11 giu – Marion Maréchal-Le Pen non si piega al “rullo compressore” seguito alla morte di George Floyd. L’ex deputata del Front National (oggi Rassemblement National) e nipote di Marine Le Pen ha pubblicato un video che in Francia sta sollevando molte polemiche: “Io mi rifiuto di mettere un ginocchio a terra, mi rifiuto di lasciare che il mio Paese diventi il campo da gioco della sinistra e degli antirazzisti. Mi rifiuto di compiere un gesto che non è di rispetto ma è umiliante e di sottomissione”, spiega in un video pubblicato sui suoi profili ufficiali social.

Come donna bianca e francese non devo scusarmi per la morte di un afroamericano negli Stati Uniti e nemmeno per la morte di un criminale, Adama Traorè, una morte accidentale avvenuta in seguito ad un arresto”. Il caso di Adama Traorè, morto per asfissia in una caserma francese nel 2016, è tornato d’attualità in questi giorni definito dagli antirazzisti transalpini il “George Floyd francese”.

“Non sputo sulla mia storia e i miei antenati”

“Io non devo scusarmi perché non ho colonizzato, non ho colonizzato né schiavizzato nessuno”, aggiunge Marion Le Pen. “Allo stesso modo tutti questi gruppi politici che manifestano non hanno mai subito colonizzazioni o schiavitù. Black lives matter e tutti i gruppi antirazzisti non ci chiedono solo di inginocchiarci ma anche di sporcare il ricordo dei nostri antenati, di sputare sulla nostra storia, di eliminare il nostro patrimonio culturale, la nostra eredità e di abbattere le statue”. Infine la nipote di Jean Marie Le Pen accusa il governo di aver ceduto “all’emotività di gruppo, per calcoli politici e stupidità” permettendo manifestazioni violente.

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/marion-le-pen-non-si-inginocchia-bianca-e-francese-non-chiedo-scusa-george-floyd-159534/

Se Mussolini avesse vinto la guerra

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Se Mussolini avesse vinto la guerra, il 10 giugno sarebbe festa nazionale per l’ottantesimo anniversario dell’entrata in guerra. Saremmo nel XCVIII anno dell’era fascista. Benito I Imperatore s’intitolava l’opera provocatoria che uno scrittore, romanziere e giornalista di talento, Marco Ramperti, scrisse nel 1950, quando erano ancora calde, caldissime, le polemiche sul fascismo. Quasi come oggi.

Ramperti immaginava cosa sarebbe accaduto se Mussolini avesse vinto la guerra, grazie alla bomba atomica usata da Hitler anziché dagli Stati Uniti. Dopo aver rischiato il crollo del regime, mentre tutti già accorrevano in soccorso del vincitore, passando baracca e burattini all’antifascismo, il duce riprendeva in extremis il controllo dell’Italia e capovolgendo le sorti usciva vittorioso dalla guerra. Liquidava la monarchia dopo il tradimento e si proclamava Imperatore. Era divertente leggere nella fantacronaca di Ramperti il doppio salto mortale dei voltagabbana, costretti frettolosamente a cambiare nuovamente casacca per stare al passo del potere. Politici, giornalisti, intellettuali, perfino gerarchi da antifascisti tornavano frettolosamente fascisti. Da riciclati a triciclati, con triplo salto carpiato. Il libro naturalmente fu silenziato. Ma noi vorremmo divertirci a fare un’edizione ridotta e aggiornata ai nostri giorni.

Dunque, se Mussolini avesse vinto la guerra, oggi sarebbe morto da pezzo ma ci sarebbe al potere un fascismo di maniera. Al governo del fascismo rococò ci sarebbe un continuatore di nome Giuseppe Conte. Ci sarebbe arrivato grazie al Movimento Cinque Stellette, organizzazione paramilitare fondata del vecchio gerarca Beppe Grillo, e avrebbe avuto il sostegno dei i poteri forti. Conte sarebbe filotedesco agli occhi degli eredi di Hitler che guidano l’Europa; filo-arabo in Africa orientale – nelle nostre colonie di Libia, Eritrea e Somalia; cattolico papalino in Vaticano sulla scia dei Patti Lateranensi. Sarebbe rivoluzionario coi rivoluzionari, imperialista con gli imperialisti, fascio-trasformista con tutti.

Decisivo per il governo l’appoggio del segretario del Partito Nazionale Fascista il camerata Matteo Renzi, pronto a far le scarpe, anzi gli stivaloni, al grido di #staisereno Conteduce. Ministro dell’agricoltura e colonie sarebbe la camerata Teresa Bellanova. Commissario straordinario dell’IRI il camerata Vittorio Colao; commissario con delega a procurare fez e mascherine nere, il camerata Arcuri; alla Propaganda di regime ci sarebbe il camerata Rocco Casalino; all’Opera Maternità e Infanzia la patriota Monica Cirinnà. Governatore di Roma sarebbe la camerata Virginia Raggi, figlia della Lupa capitolina, che avrebbe affidato il Palazzo della Federazione a CasaPound, sfrattando gli altri centri sociali.

I moschettieri del duce, la scorta del Capo di governo, sarebbero capitanati da Nicola Zingaretti e Dario Franceschini, la Protezione Duce in sigla PD. Nella sinistra sindacale il camerata Landini difenderebbe a spada tratta le conquiste dello Stato sociale fascista – la Carta del Lavoro, la Previdenza sociale, l’Opera di assistenza, il Dopolavoro, le colonie estive dei bambini e da ultimo la socializzazione delle imprese. La Camera dei fasci e delle corporazioni sarebbe presieduta dal melodico napoletano, camerata Roberto Fico. Erede di Alfredo Rocco al ministero della giustizia sarebbe il camerata Fofò Bonafede; al posto di Giovanni Gentile alla Pubblica Istruzione ci sarebbe la camerata Lucia Azzolina, al posto di Dino Grandi e Galeazzo Ciano agli esteri ci sarebbe il camerata Luigi Di Maio che prima vendeva poster del duce allo Stadio San Paolo di Napoli. L’erede di Balbo sarebbe Sassoli, di Bottai sarebbe Casaleggio.

Se Mussolini avesse vinto la guerra i vertici delle aziende pubbliche, Eiar in testa (detta Rai), sarebbero più o meno nelle mani degli stessi d’oggi. In tv e nei video dell’Istituto Luce sarebbe un diluvio quotidiano di ricorrenze fasciste, programmi retorici sul Duce e le sue Grandi Opere, inchieste a getto continuo sui crimini dei partigiani e gli orrori del comunismo. Ogni giorno ci sarebbe un anniversario dell’epopea fascista da ricordare; cantanti, attori, registi e scrittori farebbero a gara per vincere i Littoriali e i premi Mussolini e per ricordare di avere nonni fascisti che fecero la Marcia su Roma o andarono a Salò.

Il Popolo d’Italia sarebbe oggi guidato dal camerata Mario Orfeo, campione mondiale di riciclaggio politico plurimo aggravato. Il Corriere della sera sarebbe rimasto filogovernativo e il camerata Urbano Cairoavrebbe garantito la linea fascista del giornale; mentre la Repubblica sociale fondata dal camerata Eugenio Scalfari in omaggio alla Rsi, sarebbe ora nelle mani dei discendenti fascistissimi del già fascista senatore Giovanni Agnelli.

Al Csm garantirebbe le nomine dei giudici fedeli al regime il camerata Luca Palamara; la toga sarebbe per solo una camicia nera più lunga. I custodi del politicamente corretto, gli intellettuali organici – così nominati per separarli nella raccolta differenziata – chiederebbero di perseguire con leggi speciali gli antifascisti residui e i renitenti al catechismo fascista.

Se Mussolini avesse vinto la guerra, saremmo di fronte a un ennesimo remake di Uomini e caporali di Totò dove cambiano i regimi ma i caporali sono sempre gli stessi a comandare. Se Mussolini avesse vinto la guerra io sarei antifascista, scriverei sui fogli alternativi d’opposizione semiclandestina al fascismo rococò, mi batterei per ricordare che non ci sono solo i crimini del comunismo ma anche i crimini nazisti, difenderei migranti e gay dal regime che vorrebbe escluderli dalla giornata dell’Orgoglio Italiano e direi che è tempo di revisionismo storico: anche il duce ha commesso errori, e non come dice il camerata del Colle, Sergio Mascherella, che non si discute, ha fatto solo bene alla Patria.

MV, 9 giugno 2020

DA

Se Mussolini avesse vinto la guerra

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

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Intervento di Alberto Bagnai al’Aria che Tira. I temi sono l’ILVA e l’andamento generale dell’economia. Sul primo tema  il senatore nota che, quando si è trattato di gestire ILVA, ci potevano essere più scelte: società pubblica, mista, o capitali esteri. Quando si è scelta la strada dei capitali esteri bisognava percorrerla con la massima coerenza. Invece, alla fine, si è lasciato tutto nel caos e nelle mani della magistratura, quella italiana,lenta e contraddittoria. Che poteva fare Arcelor Mittal?

La realtà è che aquesto punto, dopo tutti  questi errori, confusioni, passi avanti ed indietro, è  necessario mettere dei veri soldi nell’economia, perchè le famiglie e le aziende sono al limite. Il passo successivo per loro sarà rivolgersi all’”Economia informale”, leggi criminalità, per poter sopravvivere. Una possibilità per un governo che ha liberato i mafiosi e assistito ad evasioni di massa, mentre dava la caccia ai cittadini con i droni.

Ringraziamo Inriverente e buon ascolto.

PER VIDEO E ARTICOLO COMPLETO SI RIMANDA A:

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

«Boldrini e Pd inginocchiati squalificano il Parlamento». L’ira di Donzelli. La Camera si infuoca (video)

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“Una sceneggiata indegna”. La rabbia di Fratelli d’Italia alla Camera esplode nell’intervento di Giovanni Donzelli. ”Quella messa in atto  dalla collega Laura Boldrini e da altri deputati del Pd che in Aula si sono inginocchiati in memoria di George Floyd, è una sceneggiata; che squalifica anche la stessa lotta al razzismo. In Parlamento non ci si  inginocchia, l’Istituzione deve restare in piedi sempre”.Non solo. “Nessuno, inoltre, a sinistra si era mai inginocchiato per la morte di Pamela; per quelle delle Forze dell’ordine; o per i tanti italiani che si stanno togliendo la vita per la grave crisi economica dovuta al Covid-19. Invece di fare questa sceneggiate, la sinistra al governo pensi a risolvere i tanti problemi dell’Italia”.

Perché non si è inginocchiata per Desirée e Pamela?

Seduta in Aula iniziata col botto. Polemica tra opposizione e maggioranza, sotto il segno di George Floyd, per le conseguenze di un’iniziativa assunta alla fine dei lavori d’aula, da Laura Boldrini. La parlamentare  era
intervenuta per ricordare la morte di George Floyd, condannando ogni forma di razzismo. Quindi un gruppo di deputati Dem si erano inginocchiati. Replicando la forma di protesta silenziosa e non violenta, che si è diffusa negli Stati Uniti per condannare la morte del cittadino afro americano ucciso da un agente di polizia a Minneapolis.

Il clima  si è subito surriscaldato. “La Boldrini è liberissima di inginocchiarsi a Montecitorio, platealmente, per George Floyd, ci mancherebbe. Mi domando solo perché non si sia mai inginocchiata da presidente della Camera. Quando avrebbe potuto mandare un messaggio ben più potente, quando in Europa centinaia di cittadini venivano trucidati dagli attentati islamici dell’Isis al Bataclan e nelle capitali europee; o ancora quando il regime islamista turco di Erdogan massacrava dissidenti interni o curdi o quello comunista cinese reprimeva le proteste degli studenti di Hong Kong. La signora Boldrini si inginocchia solo contro le democrazie ma non  contro i dittatori e i terroristi?”. E’ la o dichiarazione di fuoco di  Paolo Grimoldi, deputato della Lega, componente della Commissione Esteri della Camera e presidente della delegazione italiana all’Osce.

“Condanniamo il razzismo sempre, senza se e senza ma – ha dichiarato Giorgio Silli (Cambiamo) – tuttavia la sinistra continua e dividere il mondo in buoni e cattivi. E  loro, guarda caso, stanno sempre dalla
parte dei buoni. Che ragionamento è dire che chi non si inginocchia non condanna il razzismo? Sarebbe come dire che per essere antifascisti, occorre essere iscritti all’Ampi”.

Rampelli: «Valuterà la Giunta per il regolamento»

Il presidente di turno Fabio Rampelli ha cercato di sciogliere il nodo regolamentare: ci si può o no, inginocchiare in aula? “Abbiamo occupato 15 minuti – ha premesso Rampelli – a discutere contro il razzismo, la violenza, le discriminazioni e le intolleranza. Quindi  non abbiamo impiegato male il nostro tempo. Il regolamento in materia  non è chiaro – ha specificato Rampelli – perché si limita a dire che il deputato deve parlare in piedi e la deputata Boldrini ha rispettato questa disposizione. Sulla manifestazione simbolica, nulla è previsto, ma comunque non è stata al di fuori del regolamento. Sarà una falla,  una lacuna che, semmai, andrà approfondita in sede di Giunta per il regolamento”.

La falsa narrazione sulla lotta alla mafia che ha distrutto questo Paese

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Fu il Pci a votare contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxiprocesso. E’ tempo di ristabilire la verità

Ventotto anni fa tra maggio e luglio iniziò la campagna stragista dei corleonesi prima con l’assassinio di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo con la loro scorta e poi con quello di Paolo Borsellino e la sua scorta. Un tempo più lungo della durata del fascismo e quindi sufficiente a ricordare le tappe salienti di quegli anni Ottanta che videro una lotta senza quartiere alla mafia da parte di tutti i governi e in parte anche dell’opposizione. E invece da qualche tempo c’è in giro una falsa narrazione degli accadimenti, addirittura tacendo o omettendo i fatti per come storicamente sono accaduti, da parte di ambienti che notoriamente contrastarono Giovanni Falcone e la sua azione. Ma tralasciamo le opinioni e andiamo ai fatti, pregando e sollecitando i falsi narratori di correggerci se incorriamo in errore. Partiamo dal 1984 quando si avviò di fatto la storia del maxiprocesso intentato da Giovanni Falcone e da quel pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto, capo dell’ufficio Istruzione di Palermo con l’arresto di 380 mafiosi. Un grande successo della lotta antimafia tanto che lo stesso Caponnetto sentì il bisogno di dichiarare a tutta la stampa italiana che quella iniziativa “è stata possibile grazie all’ossigeno che ci è venuto dal ministro dell’Interno Scalfaro e da quello della Giustizia Martinazzoli”. In realtà, già due anni prima con il ministro Rognoni all’Interno e Clelio Darida alla Giustizia furono introdotti il reato di associazione mafiosa (il 416 bis), l’alto commissario antimafia e la legge Rognoni-La Torre che innovò le indagini sui clan mafiosi e le loro ricchezze.

L’allarme di Falcone

Ma torniamo al maxiprocesso facendo un salto di alcuni anni, senza però dimenticare che nel 1984 Sergio Mattarella divenne commissario provinciale della Dc di Palermo e un anno dopo Lillo Mannino divenne segretario regionale a testimonianza che la Dc schiero due degli uomini più autorevoli per garantire che la lotta alla mafia diventasse una lotta senza quartiere. Mannino è stato processato, incarcerato e poi assolto 19 volte e il secondo è diventato il presidente della Repubblica amato da tutti gli italiani. Andiamo avanti. Ai primi di settembre del 1989 il maxiprocesso era alle battute finali ma c’era un grande rischio e cioè che per la decorrenza dei termini uscissero dal carcere diventando uccel di bosco quasi tutti i boss mafiosi. Falcone avvertì Giuliano Vassalli, ministro socialista di Grazia e giustizia, che riferì subito a Giulio Andreotti presidente del Consiglio che. Quest’ultimo, sentiti subito Mattarella e Mannino entrambi ministri in carica, convocò in un tardo pomeriggio il Consiglio dei ministri che approvo un decreto legge con il quale si raddoppiava la durata del carcere preventivo per gli imputati di associazione mafiosa. Un decreto che di fatto era un mandato di cattura, come dissero alcuni critici, tanto che la sera stessa i carabinieri arrestarono quanti erano da alcune ore già usciti dal carcere. Ebbene, quel decreto legge che pensavamo andasse veloce all’approvazione in parlamento trovò la forte resistenza di Luciano Violante, e quindi dell’intero Partito comunista dell’epoca, con una dura reprimenda al governo in cui si sosteneva che c’erano norme che consentivano il controllo di scarcerati pericolosi e quindi non si doveva raddoppiare la custodia cautelare per gli imputati di associazione mafiosa ma lasciarli liberi benché controllati. La Dc e l’intero pentapartito tenne ferma la posizione e il maxiprocesso continuò, concludendosi anni dopo con condanne durissime a tutto il gotha mafioso. Quell’atteggiamento comunista si sposava con alcuni suoi comportamenti, prima e dopo quella data, nei riguardi di Giovanni Falcone. Nel gennaio del 1988, all’interno del Csm la sinistra giudiziaria e politica – fatta eccezione di Caselli – votò contro la nomina di Falcone a capo di quell’ufficio Istruzione retto sino ad allora da Antonino Caponnetto, costruttore del primo pool antimafia, preferendogli Antonino Mele privo di qualunque esperienza di lotta alla mafia. Paolo Borsellino, commemorando Falcone, definì Giuda alcuni che in quel Csm avevano tradito Falcone. L’avversione a Falcone fu in quegli anni una caratteristica della sinistra politica e giudiziaria che portò lo stesso Falcone prima a doversi presentare alla commissione disciplinare del Csm e poi a dover superare il contrasto comunista sia all’istituzione della Direzione nazionale antimafia e poi alla sua nomina alla guida della nuova istituzione. Agli inizi del 1991, Falcone prese la decisione su sollecitazione di Francesco Cossiga di venire a collaborare con il governo Andreotti diventando direttore generale degli affari penali con l’assenso di Claudio Martelli, ministro della Giustizia. Nei diciotto mesi successivi furono approvate, tra le altre, la legge sui collaboratori di giustizia, sulle norme anti riciclaggio e il contrasto alle infiltrazioni mafiose nei consigli comunali con il loro scioglimento con decreto del ministro dell’Interno. L’ispiratore fu sempre Falcone e l’intero governo agevolava ogni iniziativa.

Chi si oppose al 41 bis

 

Quando Falcone saltò in aria a Capaci, il governo Andreotti, Scotti all’Interno e Martelli alla Giustizia, approvò un decreto legge con il quale estendeva il carcere duro (il famoso 41 bis) anche ai mafiosi, ai camorristi e agli ndranghetisti. E ancora una volta il Pci si oppose facendo prima una pregiudiziale di costituzionalità che se fosse stata accolta avrebbe fatto decadere il decreto e poi, un a volta superato questo scoglio, si astenne sull’approvazione. Nei mesi precedenti, con Falcone ancora in vita, la sinistra politica non perdeva occasione di attaccarlo. Memorabile fu l’attacco di Leoluca Orlando Cascio che accusò in diretta televisiva Falcone di tenere nel cassetto carte compromettenti contro Lima per insinuare che con la sua presenza alla direzione nazionale antimafia si sarebbe venduta l’anima. Ricordo che per Lima non è mai stato richiesto un rinvio a giudizio neanche dalla procura di Palermo. Certo se non ricordassimo il sacrificio di Pio La Torre, di Peppino Impastato e di pochi altri comunisti ammazzati dalla mafia, verrebbe da dire che dal 1988 al 1992 i comportamenti del Pci guidati da Violante potrebbero far pensare alla volontà, essendo all’epoca tra l’altro la crisi del comunismo internazionale alle porte, di costruire una trattativa con alcuni ambienti della criminalità mafiosa. Ma questa è una nostra suggestione interpretativa e come tale va considerata non tenendola neanche in conto, ma i fatti restano questi: il Pci votò contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxi processo, tentò di far cadere il carcere duro del 41 bis, ostacolò la nascita della Dna e fu permanentemente contro Giovanni Falcone oggi ipocritamente elogiato in ogni commemorazione.

Ma c’e ancora qualcosa da ricordare. Dopo la morte di Falcone i carabinieri del Ros Mori e De Donno, oggi accusati e condannati in primo grado per la trattativa stato-mafia, tentarono di far pentire Ciancimino, uno dei capi della mafia che si infiltrò nella Dc da cui fu cacciato nel 1983, molto prima che arrivasse la magistratura. Bene, la famosa trattativa che Mori e De Donno avrebbero fatto fu che convinsero Ciancimino a parlare alla commissione antimafia utilizzando le norme della legge sui collaboratori di giustizia. Nell’ottobre del 1992 fu annunciata da Violante questa convocazione alla commissione antimafia. Qualche giorno prima della audizione, Ciancimino fu arrestato guarda caso dalla procura di Palermo e consegnato alla polizia di stato e Violante, sempre guarda caso, cancellò quella audizione che poteva tranquillamente fare come già la commissione aveva fatto nel 1989 con il detenuto Totuccio Contorno che Gianni de Gennaro tentava di convincere a pentirsi. In questi mesi abbiamo visto una narrazione in televisione e su alcuni giornali che non ha mai riportato questi fatti mentre la liturgia commemorativa di Falcone e Borsellino li nasconde offendendo la loro memoria, come nasconde l’atto di accusa di Borsellino e della Boccassini contro quell’area della magistratura che aveva sempre contrastato in vita Falcone. Quell’area della magistratura rappresentava una parte dello stato così come lo rappresentavano anche Ciampi e Conso, che liberarono dal 41 bis 300 mafiosi nel novembre del 1993 e il cui governo era appoggiato dal Pci. Le bombe che nei mesi precedenti avevano colpito Milano Firenze e Roma improvvisamente cessarono mentre iniziavano i grandi flussi di scarcerazione di mafiosi, camorristi e ndranghetisti, compresi alcuni assassini rei confessi di Falcone dopo pochissimi anni di carcere senza che i mafiologi ne abbiano mai parlato (fino al 2005 erano diecimila).

 

La falsa narrazione è andata oltre la Dc, ritenendo quella eliminazione dei 300 mafiosi dal 41 bis fu una trattativa fatta da Berlusconi e Dell’Utri ancora non entrati in politica! Ma solo per completare i fatti ricordiamo che da sempre una parte del Pci ha accusato la Dc di collusione o compiacenza con la mafia perché puntualmente perdevano le elezioni, salvo poi che a distanza di anni gli stessi fatti smentivano le ricostruzioni e le accuse fantasiose. Un solo esempio: il noto Michele Pantaleone, deputato all’assemblea siciliana del Fronte popolare, sin dopo la guerra accusò Bernardo Mattarella, padre di Sergio e uno dei fondatori della Dc siciliana insieme ad Alessi, Alderisio e Scelba, di colludere con ambienti mafiosi, salvo poi a venir fuori la documentazione che lo stesso Pantaleone dopo lo sbarco degli americani fu per diverso tempo il delegato del sindaco di Villalba, tale don Calogero Vizzini, noto autorevole capomafia. Pantaleone, dopo una denuncia di Bernardo Mattarella, ritirò ogni accusa scusandosi. E se è giusto ricordare il sacrificio di Pio La Torre e di Peppino impastato, vanno ricordato i tanti morti della Dc, a cominciare dal vicesegretario regionale Vincenzo Campo durante le elezioni del 1948; nel marzo 1979, Michele Reina segretario provinciale della Dc di Palermo; nel gennaio del 1980 Piersanti Mattarella, il sindaco di Palermo Insalaco, gli attentati ai sindaci democristiani Elda Pucci e l’avvocato Martellucci, e non essendo siciliani, non ricordiamo che i morti eccellenti. In ultimo, non possiamo non ricordare che la Cassazione confermando l’assoluzione di Giulio Andreotti per tutti gli anni Ottanta concluse sugli anni precedenti dicendo così: “La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata sulla base di apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che quindi possono essere contestati nel merito ma non in sede di legittimità”. Chi conosce l’italiano, la sintassi e l’analisi logica capirà.

 

Giudicare i fatti per quel che sono

 

E’ tempo dunque che i grandi opinionisti e gli storici dicano con forza i fatti per quel che sono, perché a nostro giudizio fino a quando gli stessi fatti vengono nascosti o falsati, la lotta alla mafia non è vinta. E la festa della Repubblica di ieri e le tensioni sociali che sono all’orizzonte devono far ricordare che quella libertà riconquistata il 25 aprile del 1945 fu difesa da altri autoritarismi definitivamente il 18 aprile del 1948 con la vittoria della democrazia cristiana. Offenderla come fanno alcuni vinti della storia significa offendere la storia repubblicana e i suoi uomini migliori. Lo testimonia il fatto che dopo 25 anni dalla scomparsa della Dc, l’Italia era nelle condizioni in cui si trovava prima della pandemia. Oggi più che mai il paese avverte che la sua àncora resta Sergio Mattarella, democristiano e leader indiscusso della Dc siciliana la cui famiglia pagò con il sangue l’impegno politico dall’immediato dopoguerra in poi e la lotta permanente contro la mafia. Il resto è solo falsa narrazione che deve indignare innanzitutto la sinistra che oggi è al governo del paese con una parte della Democrazia cristiana.

DA

https://www.ilfoglio.it/cronache/2020/06/07/news/la-falsa-narrazione-sulla-lotta-alla-mafia-che-ha-distrutto-questo-paese-320489/

Stiglitz attacca la Ue: “Se Bruxelles non cambia le regole, sarà un disastro”

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Roma, 8 giu – «Se torna il Patto di Stabilità per l’Eurozona sarà il disastro». È questo il monito che ha lanciato Joseph Stiglitz in un’intervista al Fatto Quotidiano. Premio Nobel per l’economia nel 2001, Stiglitz si è distinto negli ultimi anni per le sue posizioni fortemente critiche sulla moneta unica: «L’euro è un sistema praticamente progettato per fallire», è la sua analisi, poi argomentata in un libro di successo.Ora, però, l’economista mette nel mirino le politiche di austerità portate avanti dall’Unione europea con il Patto di Stabilità, che è alla base del Trattato di Lisbona. Una politica economica che, se era discutibile già in tempi normali, nel periodo post-coronavirus per Stiglitz rischia di essere addirittura fatale.

L’Italia non può cedere altra sovranità

Nell’intervista rilasciata al Fatto, il premio Nobel si sofferma sulle divisioni all’interno dell’Unione europea, le quali stanno compromettendo l’efficacia delle misure volte ad affrontare la recessione economica in atto: «Ogni economista direbbe che i soldi devono essere dati all’Italia a fondo perduto, ma alcuni paesi del Nord Europadicono che l’Ue non è un’unione fiscale. Così si torna alla discussione di dieci anni fa», afferma Stiglitz. Che poi spiega le criticità insite nel Recovery Fund: «Si discute poi su quante condizionalità mettere per avere i soldi: a quanta indipendenza dovrebbe rinunciare l’Italia?».

La profezia di Stiglitz

Ma il punto veramente dolente è quello che riguarda la riattivazione del Patto di Stabilità, temporaneamente sospeso a causa della pandemia. Insomma, che succederebbe se tornasse l’austerità? «Sarebbe un vero disastro», taglia corto l’economista statunitense. «Alcuni Paesi infatti avrebbero debiti molto più alti, debiti su cui andrebbero pagati gli interessi. Finché i tassi rimanessero molto bassi, non sarebbe un problema, ma i tassi potrebbero salire. A quel punto – prosegue Stiglitz – se il Patto di Stabilità fosse invocato, ciò avrebbe effetti recessivi sull’economia e costringerebbe i Paesi all’austerità».

Più Stato, meno mercato

Che fare quindi per superare la crisi? Secondo il premio Nobel, sarà fondamentale l’azione degli Stati e dei governi, che «devono giocare un ruolo centrale». Infatti, una volta finita l’emergenza sanitaria, «ci sarà molta più incertezza, il che renderà le persone molto più attente nello spendere: avremo un’insufficienza di domanda aggregata e quindi un’economia debole. L’azione del governo è l’unico modo per uscirne: un’azione collettiva per condividere i rischi, così che le persone abbiano meno paura di spendere, e per stimolare l’economia». Meno mercato, più Stato, quindi. Bruxelles è avvertita.

Valerio Benedetti

 

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/economia/stiglitz-attacca-ue-se-bruxelles-non-cambia-regole-sara-disastro-159162/

I satelliti incastrano la Cina: ospedali di Whuan affollati da agosto

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I satelliti incastrano la Cina sulla data effettiva di diffusione del coronavirus. Stavolta non è Trump a dirlo, ma uno studio dell’università di Harvard. Gli scienziati americani hanno preso in esame le immagini satellitari dei parcheggi dei principali centri ospedalieri di Wuhan, nel periodo tra gennaio 2018 e aprile 2020.

La scoperta è sorprendente. C’è stato, infatti, un aumento anomalo del numero di veicoli fermi davanti ai principali ospedali di Wuhan sin da agosto 2019. La deduzione è inevitabile: il coronavirus si è propagato in città parcchi mesi prima di quanto non sia stato riconosciuto dalle autorità di Pechino. Lo studio porta la fima degli esperti di Harvard Medical School, Boston University of Public Health e Boston Children’s Hospital.

Non solo i satelliti, anche le tracce web

Secondo il dossier, che è ancora in fase di revisione, le immagini dei parcheggi hanno mostrato un “forte aumento” a partire da agosto 2019 e con un picco a dicembre 2019. Tra settembre e ottobre, cinque dei sei ospedali analizzati hanno visto il loro più alto volume giornaliero di automobili. Quanto alle ricerche sul web, l’utilizzo delle parole “diarrea” e “tosse” è aumentato notevolmente circa 3 settimane prima del picco nei casi confermati di Covid-19 alla fine del 2019.

Sebbene non si possa confermare che l’aumento del traffico dei veicoli fosse direttamente correlato al nuovo virus, l’evidenza “supporta altri lavori recenti”. Studi che “dimostrano che l’emergenza è avvenuta prima dell’identificazione (del coronavirus) nel mercato del pesce di Huanan”, alla fine di dicembre, quando i funzionari cinesi avevano riferito di un cluster al mercato nel centro di Wuhan.

La pandemia è partita prima, ma le autorità cinesi hanno negato

“Questi risultati confermano anche l’ipotesi che il virus sia emerso naturalmente nella Cina meridionale e che potenzialmente fosse già in circolazione al momento del cluster di Wuhan”, afferma il rapporto. “Stava succedendo qualcosa in ottobre”, ha detto alla Abc News John S Brownstein dell’ospedale pediatrico di Boston. “Chiaramente, qualcosa stava accadendo. Molto prima che Pechino lo comunicasse ufficialmente”.

DA

https://www.secoloditalia.it/2020/06/i-satelliti-incastrano-la-cina-gli-ospedali-di-whuan-affollati-da-agosto/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

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