Gentiloni bis e poi Draghi? Oppure vinca il populismo

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Il premier traccia il bilancio di un anno al governo. Rivendica meriti e risultati: «Pochi annunci e molte decisioni». Mentre il Colle scioglie le Camere, emerge una figura su cui all’inizio pochi avevano puntato. Serio, rassicurante, persino popolare. In caso di stallo tocca di nuovo a lui?

«Non tireremo i remi in barca. L’Italia non si mette in pausa». Rassicurante, competente, serio al limite della noia. Persino popolare. Paolo Gentiloni traccia il bilancio di un anno di governo e un dubbio si insinua insistente. Vuoi vedere che il prossimo premier sarà di nuovo lui? A poche ore dallo scioglimento delle Camere, il presidente del Consiglio incontra i giornalisti a Montecitorio nel tradizionale appuntamento di fine anno. Durante il suo intervento rivendica i risultati ottenuti, infonde ottimismo e parla del futuro del Paese. Il profilo ormai è quello noto: mai una forzatura, mai un tono sopra le righe. Gentiloni evita con cura ogni polemica e dosa ogni parola. L’effetto finale è evidente. Molto dipenderà dal risultato elettorale, ma se a marzo il Paese si troverà in una fase di stallo il premier potrebbe essere ancora protagonista. Se dal voto non dovesse emergere una chiara maggioranza, un esecutivo di larghe intese con la presenza del Pd difficilmente potrebbe prescindere dalla sua figura. Continua a leggere

I bambini discoli non sono malati: curate i primi della classe

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di Massimo Fini

I bambini discoli non sono malati: curate i primi della classe

Fonte: Massimo Fini

Secondo un recente orientamento della psichiatria infantile il bambino discolo è un malato che va curato e normalizzato. Ci sarebbe invece da preoccuparsi del contrario. L’essere discoli è una manifestazione di vivacità, di vitalità, di energia, tipica dell’età infantile. Un vecchio non è ‘discolo’ non solo e non tanto perché ha imparato le regole ma perché gli mancano le energie per esserlo.

E’ tipico di questa società totalitaria e totalizzante la pretesa di voler omologare tutto a uno standard comune, che deve valere per tutti. Ogni comportamento che si stacchi da questi standard è considerato una ‘devianza’ da curare, mettendo in campo psichiatri, psicologi, ‘educatori’ di ogni genere e specie. Dobbiamo essere tutti bambini disciplinati, adulti disciplinati, come la produzione e il consumo comandano. Aveva visto giusto Aldous Huxley quando ne Il Mondo nuovo, che è del 1932, immaginava una società di amebe anestetizzate dal soma, una sorta di droga, tipo betel, che masticavano giorno e notte. Se a soma sostituite consumo la previsione di Huxley, di quasi un secolo fa, si rivela esatta. Continua a leggere

Se il complesso di Cenerentola pesa ancora (con appello finale ai “cattolici infanti”)

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di Marco Tarchi (con chiosa finale di “Christus Rex-Traditio”)

Se il complesso di Cenerentola pesa ancora

Fonte: paradoxaforum

Il «complesso di Cenerentola» è una figura retorica fin troppo nota a quanti si occupano in campo scientifico di populismo, tanto da essersi trasformata, in molti di loro, in un’ossessione: a mezzo secolo di distanza dall’occasione in cui Isaiah Berlin la coniò, nel famoso simposio della London School of Economics, non c’è infatti pressoché nessun libro o saggio in argomento che non la citi e ne tragga spunto per qualche considerazione. A beneficio dei non addetti ai lavori se ne può riassumere così il significato: si ha un bell’affannarsi a cercare una definizione astratta di populismo che intenda raccoglierne le caratteristiche essenziali; sta di fatto che, qualunque essa sia, nessun fenomeno politico concreto vi corrisponderà pienamente. Ci sarà sempre qualcosa in più o qualcosa in meno del dovuto. Mai si riuscirà a trovare un piede che si adatti perfettamente alla scarpa confezionata. Continua a leggere

Populismo. La fine della destra e della sinistra

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Segnalazione Arianna Editrice

di Eduardo Zarelli

Populismo. La fine della destra e della sinistra

Fonte: Arianna Editrice

Alain de Benoist, uno dei più significativi pensatori contemporanei, si presenta da sé. Lo svolgimento del tema che si è proposto in questa ultima opera [Populismo. La fine della destra e della sinistra (Arianna editrice)] è come sempre rigoroso, sistematico e calzante, ben articolando i punti cardinali con cui si pone la descrizione del fenomeno populista. Questa edizione italiana edita dalla Arianna editrice prende la luce a breve distanza da quella originale francese, ma l’attualità dell’incalzare degli avvenimenti politici internazionali e nazionali non vale la rilevanza di questo testo, che invece si pone in una prospettiva di ben più profonda analisi e di conseguente lungo periodo e mutamento di paradigma che coinvolge il significato stesso del “politico” nella società postmoderna ove i popoli, ormai assuefatti all’idea che votando partiti del tutto interscambiabili nulla possa realmente cambiare, disertano le urne, legittimando così il dominio delle élites. In tale orizzonte, qui non solo si descrive in cosa consista la distanza montante tra governanti e governati nella strutturale crisi di rappresentanza, inadeguatezza e corruzione delle classi dirigenti, ma perché avviene nel dissolversi dell’equivoco moderno del rapporto tra liberalismo e democrazia, tra individualismo e partecipazione comunitaria. Continua a leggere

‘Rivoluzioni colorate’: una riflessione

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di Amedeo Maddaluno

'Rivoluzioni colorate': una riflessione

Fonte: Aldo Giannuli

Riflettere sul complesso “arco di fenomeni” costituito dalle cosiddette “Rivoluzioni Colorate”(quelle succedutesi nei paesi dell’area ex-comunista e, quindi, le rivolte arabe, chiamate “colorate” perché associate ad un colore eletto simbolo delle proteste) è davvero difficile: già il solo costituirne un’unica categoria di eventi lontani tra loro nello spazio, nel tempo e nei contesti culturali potrebbe far gridare al “complottismo” mentre proprio la suggestione complottarda è ciò che dobbiamo scrollarci di dosso.

Pensare che eventi che portano in piazza in modo pacifico, violento o criptoviolento che sia migliaia di persone siano frutto di alchimie concepite negli antri oscuri dei servizi segreti delle grande potenze e da innominabili finanziatori occulti è semplicemente superficiale: guarda caso, i complotti sono così misteriosi ed inenarrabili che il popolo di Facebook ne è sempre informatissimo al minimo dettaglio. Oltre a ciò, non è necessario scomodare la teoria dei giochi per sottolineare come fenomeni di tale complessità e che coinvolgono da centinaia di persone a popoli interi non possano essere gestiti in toto e nel silenzio da occulti burattinai ed orologiai. Continua a leggere

I Premi per la Pace sono delle dichiarazioni di guerra

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di Massimo Fini

I Premi per la Pace sono delle dichiarazioni di guerra

Fonte: Massimo Fini

Il Parlamento europeo ha consegnato l’altro giorno il prestigioso Premio per la libertà di espressione, intitolato a Sacharov il notissimo dissidente durante gli anni dell’Urss, all’opposizione democratica venezuelana.

Credo che le grandi Istituzioni internazionali, Nobel compreso, dovrebbero essere molto più caute nell’assegnare questi Premi. Nel 1991 Aung San Suu Kyi fu insignita del Premio Nobel per la Pace per la sua opposizione alla dittatura dei militari birmani. Arrivata al potere la democratica Aung San Suu Kyi ha condotto, e ancora conduce, una spietata repressione nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya, costringendone 600mila a fuggire in Bangladesh. Ieri Medici senza Frontiere ha denunciato che fra agosto e settembre sono stati uccisi 6700 Rohingya fra cui 730 bambini sotto i 5 anni. Naturalmente l’accusa è di terrorismo islamico che è diventato un passepartout per ogni sorta di repressione e di violenze (mi viene difficile pensare che un bambino di 5 anni possa essere un terrorista). Dopo qualche mese che la democratica Aung San Suu Kyi aveva assunto il potere chiesi al mio caro amico Franco Nerozzi che dirige una onlus, Popoli, che difende i diritti di un’altra minoranza da sempre perseguitata, i Karen, se la situazione fosse migliorata. Rispose: “Migliorata? E’ peggiorata. Di molto”. Continua a leggere

Il linguaggio inclusivo dei discepoli dell’egualitarismo

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di Francesco Marotta

Il linguaggio inclusivo dei discepoli dell’egualitarismo

Fonte: Francesco Marotta

Quello che è difficile da digerire, sono le imposizioni di una minoranza che decide di dedicarsi interamente ad un orientamento, un gusto, una fede religiosa, da cui estrapola dei dogmi messi maggiormente in evidenza a seconda delle esigenze o necessità, legittimati con l’uso strumentale del diritto ad un’intera popolazione.

I propugnatori del «linguaggio inclusivo» che incentiva lo sradicamento linguistico delle popolazioni, presente nei cerimoniali dell’ideologia dei diritti, del ribaltamento dell’educazione, dell’informazione- deformazione, della cultura/de-culturalizzata, nella riproposizione di un femminismo massimalista concentrato sull’omofobia in un Occidente già svirilizzato e femminilizzato (Éric Zemmour, “L’uomo maschio”, Editore Piemme, anno 2007), determinano una tendenza in uso che ha delle specifiche agghiaccianti.

L’insieme delle applicazioni, sciorinate secondo i tempi delle lobby pressanti, disgraziatamente, passano in secondo piano. Quanto meno è così, anche per coloro che credono di essersi accollati l’onere di ribaltare la situazione, che, ben contenta, sfugge alla “rapidità” di una chiocciola da riproduzione, perché ha tutta la durata necessaria per deteriorarsi ulteriormente. Ma allora è una questione di intenti e propositi reali, del non riuscire a comunicare per chi non ci sta al gioco? Oppure, è colpa della dipendenza ad un linguaggio dotato di una nuova configurazione? Il problema è già stato risolto a monte: l’ultima frontiera da abbattere, quella del linguaggio inteso come il complesso e la trasmissione da una generazione all’altra, del modo di esprimersi che è la caratteristica propria di determinati popoli e dell’ambiente sociale/cognitivo, è caduta da un pezzo. Continua a leggere

Il lato oscuro della rivoluzione digitale: libertà o schiavitù?

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Segnalazione Arianna Editrice

di Enrica Perucchietti

Il lato oscuro della rivoluzione digitale: libertà o schiavitù?

Fonte: Interesse Nazionale

«Voi non ve ne accorgete, ma state subendo una programmazione. Ora, però, dovete decidere a quanta della vostra indipendenza intellettuale siete disposti a rinunciare». L’appello proviene dall’ex vicepresidente di Facebook Chamath Palihapitiya che in un intervento alla Graduate School of Business di Stanford si è scagliato contro i social network, spiegando di sentirsi «tremendamente in colpa» per aver contribuito a creare degli strumenti che stanno «distruggendo il tessuto sociale» (http://www.universityequipe.com/parole-ex-dirigente-facebook).

L’analisi di Palihapitiya non è nuova né isolata ma è interessante che venga proprio da colui che ha contribuito allo sviluppo di Facebook.

L’analisi di Palihapitiya non è nuova: Evgeny Morozov, per esempio, ha ampiamente spiegato nelle sue opere come Google, Amazon, Facebook, Twitter, ecc. sarebbero soltanto l’incarnazione di una nuova forma di capitalismo mascherato da rivoluzione digitale e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi.

Lo scrivo e lo ripeto da anni: i poteri che spingono per la globalizzazione stanno abbattendo il vecchio mondo e sulle sue macerie hanno bisogno di “creare” un nuovo cittadino che sia facilmente malleabile e controllabile. Un cittadino che sia senza identità, che abbia rinunciato alla sua personalità, al suo spirito critico, alla privacy, che sia sempre “connesso”. Un cittadino che sia  capace di abbracciare il progresso e nel suo nome di accettare qualunque provvedimento, abdicando alla sua stessa umanità. Un Uomo che si fa macchina, che sposa il virtuale preferendo paradisi artificiali alla vita reale fatta anche di dolore, fatica e disperazione.

Per evitare questo scenario distopico, l’entusiasmo per la tecnologia dovrebbe accogliere anche le critiche sulle possibile derive del progresso tecnico, in modo da associare allo sviluppo una controparte etica che miri al benessere collettivo e non meramente al controllo sociale e  al profitto di pochi.

L’analisi di Palihapitiya non è isolata: solo un mese fa anche Sean Parker, cofondatore di Napster ed ex partner di Zuckerberg, si era scagliato in una conferenza a Philadelphia contro i social network, dichiarando che «sfruttano le vulnerabilità psicologiche delle persone». Parker aveva focalizzato l’attenzione sui possibili danni che potrebbero insorgere dall’uso smodato dei social da parte dei bambini. Da anni, infatti, si parla delle controindicazioni che la tecnologia può avere sui più piccoli: le ricerche sulla sovraesposizione tecnologica su un cervello in via di sviluppo parlano infatti di ansia, irritabilità, depressione infantile, disturbi dell’attaccamento, deficit di attenzione, autismo, disturbo bipolare, psicosi e comportamento problematico (http://www.huffingtonpost.it/cris-rowan/10-motivi-per-cui-i-dispositivi-portatili-dovrebbero-essere-vietati-ai-bambini-al-di-sotto-dei-12-anni_b_9124584.html). Per questo si parla sempre più di “dipendenza” dai dispositivi portatili come se si trattasse di una vera e propria “droga”: effetti che andrebbero ulteriormente indagati e affrontati. La soglia di attenzione è sempre più bassa e ne consegue una diminuzione della concentrazione, della memoria e della capacità critica. Siamo bulimici di attenzione, stiamo diventando incapaci di vivere nella realtà quotidiana fatta di persone in carne e ossa e di rapporti sociali che vadano oltre un like. Gli effetti di questa rivoluzione antropologica li potremo osservare compiutamente solo nei prossimi anni.

Dovremmo anche riflettere sulle nostre responsabilità di adulti: l’abuso tecnologico che le nuove generazioni stanno subendo è una forma di compensazione dovuta alla mancanza di attenzione che proprio gli adulti avrebbero dovuto donare loro. Si tratta un surrogato che può generare dipendenza e questa a sua volta danni permanenti.

Parker e Palihapitiya sono stati coraggiosi a denunciare due risvolti opachi di quella rivoluzione digitale che hanno contribuito ad avviare: da un lato il rischio di essere manipolati, “schedati” e programmati, dall’altra gli effetti collaterali di un’esposizione eccessiva tra i più giovani e le ricadute sulla collettività. Lo ripeto: ciò non significa farsi portavoce di un pensiero oscurantista e reazionario, ma promuovere una nuova visione “etica” che rispetti la persona umana e i rapporti “reali”. Il fatto che lo sviluppo tecnologico sia “inevitabile” non significa che debba essere abbandonato a se stesso senza una guida e dei limiti: non tutto ciò che è possibile realizzare deve essere per questo realizzato. Possiamo orientare la ricerca in senso etico e sostenibile.

Stiamo correndo verso una deriva post-umana in cui i rapporti sociali tendono a corrompersi, in cui le persone rischiano di trovarsi “drogate” dall’abuso dei social, dipendenti dai like e dai commenti degli altri utenti, finendo spersonalizzate e scollate dalla realtà “vera”. I social hanno abbattuto molte barriere, avvicinano ma al contempo allontanano da ciò che è reale, diffondendo un’idea di perfezione virtuale che soprattutto i più giovani tendono a emulare finendo inevitabilmente sfrustrati.

I social non hanno solo illuso di poter offrire una “community” con un senso irreale e irraggiungibile di perfezione, ma hanno anche portato al costituirsi di un odio “democratico” in cui ognuno si sente libero e legittimato (in “diritto” quindi) di manifestare il proprio dissenso (o più delle volte acritico e di pancia) arrivando a insultare e minacciare gli altri: da qui il fenomeno degli haters e del cyber bullismo. È come se non esistesse più un filtro tra il pensiero/emozione e ciò che viene trascritto: in questo caso, però,  la “digital warfare” è solo una scusa per arrivare a censurare il web e le voci alternative, introducendo il reato d’opinione e ulteriore controllo tecnologico. Il problema non è però dei social network in sé, ma nostro: essi sono un mezzo, siamo noi che abbiamo disatteso la capacità di saperli usare al meglio, dimostrandoci eticamente immaturi per gestire la rivoluzione digitale.

La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia e votarsi all’ascetismo, ma dovremmo divenire più consapevoli e responsabili dei mezzi che abbiamo e riappropriarci non solo del senso critico ma anche di quello spirito etico che dovrebbe supportare l’innovazione. Affinché la tecnologia sia pensata in funzione e per il bene dell’uomo, per non rischiare altrimenti di finire schiavi delle macchine che abbiamo sviluppato.

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Populismo e “popularismo” nell’estremo Occidente

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di Alberto Buela Lamas

Populismo e "popularismo" nell'estremo Occidente

Fonte: Vita

L’ Europa, ci piaccia o no, spiega il filosofo argentino Alberto Buela Lamas, «ha mille risorse nascoste che può ancora mobilitare. È un’ingenuità affermare che l’Europa è finita, quelli che sono finiti sono i sui dirigenti, influenzati dalla “americanosfera”»

Nel nostro incontro con il professor Alberto Buela Lamas affrontiamo la questione del populismo da altre prospettive: geografica e di pensiero. Buela, infatti, ci porta ad analizzare le differenze che intercorrono tra populismo e “popolarsimo” e tra movimenti europei e movimenti ibero-americani, termine che il Professore sceglie per segnare la differenza con quello comunemente conosciuto, “latinoamericani”, di invenzione francese. Guardando l’Europa dall’“estremo occidente”, il filosofo argentino confida ancora nella centralità europea e nella luce di Roma “ultima datrice di senso delle azioni degli uomini nel mondo.”

Alberto Buela Lamas è un filosofo argentino che ha sviluppato il pensiero ibero-americano.

Ha insegnato presso l’Università Tecnologica Nazionale dell’Argentina e in Spagna presso l’Università di Barcellona. Di formazione classica, è stato il fondatore della visione metapolítica in America, nonché pioniere della “teoria del dissenso” che propagò attraverso le pagine dell’omonima rivista con l’ambizione di edificare un pensiero alternativo rispetto a quello egemonico. Il suo pensiero poggia su autori classici come Platone ed Aristotele, su autori contemporanei europei come Scheler, Heidegger, Bollnow e americani tra cui figurano McIntayre, Wagner de Reyna, Nimio de Anquín, Saúl Taborda.

Il dibattito sul populismo tiene banco sia in ambito accademico, che sui quotidiani. Da filosofo politico potrebbe fornirci una definizione di tale termine e la sua opinione su tale fenomeno? 
La politologia, che è una scissione relativamente recente della filosofia, ha considerato storicamente il populismo in forma spregiativa. Essa, infatti, concedendogli una connotazione negativa, lo ha caratterizzato come una patologia politica, secondo Leo Straus, o come “l’Enfant Perdu” della scienza politica ( Bosc René : Un enfant perdu de la science politique: le populisme, en Projet, n.° 96, junio de 1975, pp. 627-638). Uno studio che si è rivelato a dir poco vergognoso per coloro i quali lo hanno partorito. La più rinomata studiosa del tema, l’inglese Margaret Canovan sostiene che: “il termine populismo si usa comunemente a modi diagnosi per una malattia” (Canovan, Margaret: Populism, Hartcourt Jovanovich, Nueva York-Londres, 1981, p.300).

Con riferimento alla definizione di populismo potremmo dire che: si ha populismo dove il governo fa quello che il popolo chiede e non ha altro interesse che l’interesse del popolo stesso.

La mia opinione sul fenomeno populista è che l’installazione politica del populismo in Europa, in questi ultimi anni, ha obbligato i teorici a ripensare la categoria di populismo con l’intenzione di liberarla della connotazione spregiativa che loro stessi gli avevano attribuito in altri tempi, quando il fenomeno del populismo si manifestava nei paesi periferici o del terzo mondo, come furono i casi di Perón, Vargas o Nasser. Oggi, in Europa, abbiamo non suolo il populismo di destra come il caso del Fronte Nazionale francese, bensì anche quello di sinistra come Podemos in Spagna. Ecco allora che il populismo si è trasformato in una corrente orizzontale che va dalla destra alla sinistra, quando in realtà il fenomeno possiede un asse verticale che va dal basso (l’interesse reale del popolo), verso l’alto, (mettendo in discussione la rappresentanza politica demo liberale e borghese dei partiti politici del sistema).

In un suo articolo lei ha parlato di differenza tra populismo e “popolarismo” potrebbe spiegarci di cosa si tratta?
Noi siamo ricorsi ad un neologismo, quello del “popularismo” che solo gli uomini di lingua italiana possono comprendere perfettamente, che sostiene che il popolo è: a) fonte principale di ispirazione; b) termine costante di riferimento; c) depositario esclusivo di valori positivi. Il popolo come forza rigeneratrice è il mito fondante nella lotta per il potere politico. Il popolo è il soggetto principale della politica. L’azione del pensiero unico e politicamente corretto, espresso in queste ultime decadi per la socialdemocrazia e le sue varianti “progressiste”, ha cercato la sparizione del popolo (dell’ethospopolare) per trasformarlo in “pubblico consumatore” al fine di manipolarlo facilmente. Questo è il populismo postmoderno di cui parla Ernesto Laclau nella sua Ragione populista (2005) e sposato anche all’interno del nostro ambiente di pensiero. Per Laclau il popolo è sempre popolo sciolto mentre per il peronismo o i governi popolari il popolo è paese organizzato. In una parola, il popolo è al centro attraverso le sue organizzazioni, le organizzazioni libere del popolo, perché suolo attraverso esse esiste.

Altra cosa da aggiungere è che il populismo postmoderno di Chàvez e Kirchner è moltitudine o pubblico consumatore. Sempre nell’idea di egemonia, espressa da Laclau, il populismo contemporaneo crea “diversi popoli particolari” (chiamati indipendentisti, minoranza gay, indigeni etc. etc.) i quali hanno la pretesa di assumere una dimensione universale.

Per tale ragione utilizziamo il termine “popularismo”, al fine di distinguere il vero populismo dal suo falso impostore.

L’attuale modello di crescita si innesta su un pensiero quale quello illuminista, ormai in crisi. Potrebbe ciò aver contribuito alla rinascita del populismo?

Il “popularismo”, o vero populismo, è l’ultima reazione davanti alla democrazia liberale di corte istruita, poiché i suoi meccanismi e le sue istituzioni politiche, non sono più in grado di fornire risposte adeguate alle reali necessità che oggi hanno i popoli. E’ stato provato e comprovato ad nauseam che il sistema democratico liberale borghese non può dare risposte alle nuove necessità del nostro tempo. Allora il “popularismo” si interroga sull’idoneità dell’attuale sistema e reclama cambiamenti inerenti al sistema dei partiti e ai meccanismi di elezione. Per esempio ci si interroga sul monopolio della rappresentatività dei partiti politici come via di accesso al parlamento, proponendo altre forme di accesso. Quest’ultimo aspetto viene denominato, dai teorici statunitensi, “costituzionalismo di comunità” dove le forze della comunità possono accedere direttamente al parlamento senza dover passare attraverso i partiti politici. (In Argentina ci fu un’esperienza simile con la validità della costituzione del Chaco del 1952, conosciuta come “la costituzione del doppio voto”).

Reitero, per rispondere alla sua domanda senza giri, il “popularismo” respinge per incompetenza politica, il pensiero illuminista.

Esistono delle differenze tra populismo europeo e quello latino americano? 
Le differenze sussistono e sono abbastanza evidenti. Il populismo ibero-americano (mi rifiuto di parlare di America Latina, perché come sanno tutti gli italiani, latini sono solo quelli del Lazio e la denominazione America Latina è stata un’invenzione francese per potere giustificare il loro intervento nella Nostra America) è stato sempre un nazionalismo di “Patria Grande”. Ha pensato sempre in termini continentali come Suramérica, Hispanoaméria o Iberoamérica, mentre i populismi europei sono di “Patria Piccola”, e tanto più piccole sono, quanto più accrescono le istanze nazionaliste, così abbiamo i valloni in Belgio, i Catalani in Spagna, i corsi in Francia e la Lega Nord in Italia.

I populisti europei sono quasi tutti istruiti mentre i populisti sud-americani sono capi semibárbaros(questo dicono gli istruiti su essi). I populismi europei negano l’esistenza di un ethos nazionale, mentre gli ibero-americani lo affermano come principio indiscutibile della sua esistenza nell’ecúmene culturale che si esprime in una sola lingua: la lingua ispana. E, per come sosteneva Gilberto Freyre, il gran sociologo brasiliano: “noi uomini ispani possiamo parlare e capire con facilità quattro lingue: il portoghese, lo spagnolo, il galiziano ed il catalano”.

Possiamo dunque affermare che, il popularismo ibero-americano è inclusivo mentre il populismo europeo è esclusivista.

In Europa, stiamo assistendo ad una crescita esponenziale di partiti e movimenti nazionalisti. Potrebbe un movimento europeo superare queste istanze nazionalistiche e quale dovrebbe essere il collante e l’idea forza?
L’ Europa, ci piaccia o no, è il centro dell’Occidente. L’Europa ha mille risorse nascoste che può mobilitare. È una stupidità affermare che l’Europa è finita, quelli che sono finiti sono i sui dirigenti, influenzati “dall’americanosfera”, per come la definì Guillame Faye.

La decadenza si ha nelle sue classi dirigenti non nei suoi popoli, i quali detengono una ricchezza di particolarità e differenze come nessuno al mondo. L’Europa, inoltre, ha ancora Roma che è l’ultima datrice di senso delle azioni degli uomini nel mondo.

Parigi volle essere la seconda Roma e non poté, Mosca vuole essere la terza Roma e non può, mentre gli Stati Uniti tagliarono i suoi lacci con l’Europa. L’idea di romanità la troviamo espresso perfettamente in Virgilio, il più grande poeta latino, il quale afferma nell’Eneide: “tu, o Romano, ricordati di reggere i popoli con autorità; (tu avrai queste arti) e di imporre norme alla pace; di risparmiare quelli che si sottomettono e debellare i superbi” (Virgilio: Eneide VI).

Noi dall’estremo Occidente, non siamo né ottimisti né pessimisti, bensì realisti speranzosi, e come tali pesiamo che la “vecchia Europa” reagirà, dal momento che ha gli attributi per farlo. E reagirà sull’idea indicata da Virgilo, il padre di Occidente. In questo la dirigenza italiana, quella più genuina, ha molto da dire e su questo può contare sull’Argentina che è la sua testa di ponte naturale in America.

di Filippo Romeo

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E se la Brexit fosse un’occasione e non un errore?

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di Sergio Romano

E se la Brexit fosse un’occasione  e non un errore?

Fonte: Corriere della Sera

Ma in Gran Bretagna esistono ancora uomini politici per cui la Brexit è un errore a cui è possibile rimediare con una coraggiosa correzione di rotta. Uno di questi è Nick Clegg, capo dei liberal-democratici dal 2007 al 2015 e vice Premier per cinque anni nel governo di David Cameron. Le sue credenziali europee sono impeccabili. Ha una moglie spagnola e tre figli con nomi latini. Ha avuto incarichi impegnativi alla Commissione di Bruxelles, parla cinque lingue ed è stato membro del Parlamento europeo. In un libro apparso recentemente (How to stop Brexit and make Britain great again, come fermare la Brexit e ridare alla Gran Bretagna la sua grandezza) Clegg cerca di spiegare ai suoi connazionali quali e quanti vantaggi il Regno Unito abbia ricevuto dall’Unione Europea negli anni in cui ne faceva parte.

Ha potuto lasciare una forte impronta nazionale sulle principali caratteristiche del mercato unico. Ha ottenuto, grazie alla tenacia e alla grinta di Margaret Thatcher, un considerevole sconto sul suo contributo finanziario alla politica agricola comune (85 miliardi di sterline dal 1985 a oggi). È stato esentato (nel gergo dell’Ue ha «opted out») dagli accordi di Schengen per l’apertura delle frontiere ai cittadini dell’Ue; dall’introduzione dell’euro; dalla piena adesione alla co0perazione giudiziaria e di polizia in materia di diritto penale; dal rispetto di tutte le clausole della Carta dei diritti fondamentali. Vi è una materia, tuttavia, in cui non ha chiesto esenzioni. Quando si parla di difesa preferisce partecipare alle discussioni comuni; ma soltanto per opporre il suo veto a ogni progetto di unione militare. Finché la difesa dell’Europa sarà lasciata alla Nato, la Gran Bretagna, grazie ai suoi rapporti con gli Stati Uniti, sarà più atlantica che europea. Continua a leggere

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