Bergoglio: non svendo la dottrina, seguo il Concilio (che è la stessa cosa)

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L’intervista ad Avvenire

di Stefania Falasca giovedì 17 novembre 2016
Giubileo, ecumenismo, Concilio: intervista di Avvenire a Francesco alla vigilia della chiusura della Porta Santa: «La Chiesa non è una squadra di calcio che cerca tifosi»
Papa Francesco: non svendo la dottrina, seguo il Concilio

«Il Giubileo? Non ho fatto un piano. Le cose sono venute. Semplicemente mi sono lasciato portare dallo Spirito. La Chiesa è il Vangelo, non è un cammino di idee. Questo Anno sulla misericordia è un processo maturato nel tempo, dal Concilio… Anche in campo ecumenico il cammino viene da lontano, con i passi dei miei predecessori. Questo è il cammino della Chiesa. Non sono io. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior ». Casa Santa Marta, è mezzogiorno. La conversazione con papa Francesco entra diretta nelle dinamiche di un periodo ecclesiale intenso, e non poteva che soffermarsi in particolare sugli incontri e sui passi ecumenici compiuti che hanno costellato anche i viaggi apostolici in questo Anno della misericordia che sta per concludersi e sulla ricerca prioritaria dell’unità dei cristiani, in questo tempo storico lacerato dai conflitti.

Dopo il viaggio in Svezia gli dissi al telefono che, durante il volo di ritorno a Roma, dialogando con i giornalisti su quell’importante incontro riconciliato con i luterani, era rimasta inevasa una sua chiosa, e che da tempo pensavo di rivolgergli alcuni interrogativi proprio sull’ecumenismo. Mi prese in contropiede dicendomi che avrebbe potuto rispondere subito. «Ma adesso?…», gli chiesi, e mi accordò un bonario rinvio.

All’appuntamento almeno arrivo in anticipo. Entro con mio figlio, mentre fuori piove. Ma è già ad attenderci sulla porta. Come già in altre circostanze è sulla soglia che lo ritrovo, come il padre di sempre, come la prima volta che lo incontrai, non pochi anni fa. La pazienza nell’aspettare sembra sia la sua fibra, una ragione d’essere, il suo mestiere. Prende gli occhiali e sfoglia senza fretta la sfilza di domande. A margine ha appuntato qual- che nota. Mentre si alza a disporre i fiori bagnati di pioggia penso agli sgoccioli dell’Anno Santo, alla Porta della misericordia che sta per chiudersi, e rileggo un’osservazione di cinquant’anni fa del patriarca ortodosso Atenagora nel dialogo con Olivier Clément, che mi sorprende: «Dovremmo scrutare più profondamente il destino di Pietro nel Vangelo. Pietro – ha scritto san Gregorio Palamas – è il prototipo stesso dell’uomo nuovo, ovvero il peccatore perdonato. Egli può essere qui solo per ricordare alla Chiesa che essa vive del perdono di Dio e non ha altra forza che la Croce. Se nella Chiesa c’è un vescovo che è “l’analogo” di Pietro allora siamo ben lontani dal potere e dalla gloria mondana. E se Pietro dimenticasse che la sua testimonianza fondamentale è quella del peccatore perdonato allora, a immagine di Paolo ad Antiochia, profeti verranno a opporsi a lui “a viso aperto” ( Gal 2,11)». Guardo il Papa in silenzio, poi gli chiedo:

CONTINUA:  https://www.avvenire.it/papa/pagine/giubileo-ecumenismo-concilio-intervista-esclusiva-del-papa-ad-avvenire
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La Fraternità S. Pio X e i modernisti: da “coppia di fatto” a “matrimonio”, senza andare d’accordo

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A lato in foto Mons. Fellay e don Cusick all’inaugurazione del nuovo seminario FSSPX in Virginia, USA

di Matteo Castagna

Don Kevin M. Cusick, corrispondente di Rorate Caeli per l’apertura del seminario della Fraternità San Pio X in Virginia, è cappellano della Marina Militare e il pastore della chiesa di San Francesco di Sales a Benedict, nel Marylamd, Arcidiocesi (occupata dai modernisti) di Washington.

Sul sito americano Rorate Caeli (clicca per leggere l’articolo completo) viene pubblicata una chiacchierata che il sacerdote fraternesco intrattiene col Superiore Generale della Fraternià S. Pio X, Mons. Bernard Fellay, in cui quest’ultimo parla dei negoziati (che sono, almeno, bilaterali per definizione!) con il Vaticano attuale. Il vulnus della notizia era già stata riportata con cappello introduttivo di commento su questo sito, ieri. Ma qui si ha la conferma da una autorevole fonte diretta della Fraternità (il suo Capo!) e l’aggiunta di un particolare, molto importante, che era evidentemente implicito già nell’articolo precedente, ma in questo viene detto chiaramente.

Don Cusick incalza Mons. Fellay  sui “chiarimenti” mancanti per giungere alla Prelatura personale e riceve la conferma che si tratta di alcune non meglio precisate questioni in merito alla libertà religiosa e all’ecumenismo, perché la questione liturgica è già stata affrontata. “Il vescovo – a detta del Reverendo fraternesco – ha descritto gli attuali accordi come “quasi pronti” e in fase di ritocco finale; il suo comportamento e la sua espressione esprimevano fiducia e serenità”. Ha parlato  in particolare della dichiarazione di “Mons.” Müller secondo il quale la Fraternità deve accettare il Vaticano II, comprese le parti in discussione. ed è qui che si sta cercando la quadra o meglio la formulazione accettabile da entrambe le parti.

Müller ha detto che “c’è un sacco di pressione da parte di quelli che noi chiamiamo i modernisti” per rendere le cose impossibili circa l’integrazione della Fraternità.
Egli ha detto che qui è in ballo “una certa mentalità” e “lei sa che è molto difficile cambiare mentalità”; si tratta della mentalità di “una certa generazione” e queste cose “richiedono tempo”. Ha detto che dobbiamo arrivare a un punto in cui è possibile che, riguardo ai detti punti in questione del Vaticano II, si possa “non essere d’accordo e tuttavia continuare ancora ad essere cattolici”. Mons. Fellay sembra preparato ad aspettare se necessario, impegnando il suo tempo a lavorare perché la Fraternità continui a crescere e prosperare.
Qui non ci sono modernisti, conclude il sacerdote su Rorate Caeli. Ci sono solo coloro che aspettano, senza fretta, l’artificio dialettico adeguato alla mentalità di certi modernisti o che essi vengano pensionati dall’età o direttamente dal Padre Eterno, per essere riconosciuti cattolici dai modernisti, anche se non si è d’accordo con loro. Continua a leggere

Al convegno dei “vescovi” le storie di giovani gay e dei genitori con figli omosessuali

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images“UNA CUM” GAY FRIENDLY ?

Continua l’apertura dopo le indicazioni di papa Francesco. Al convegno sulla famiglia di Assisi ascoltate e mandate in diretta streaming le testimonianze di padri e figli omosessuali. 

di Paolo Rodari

CITTÀ DEL VATICANO. Ascoltare le persone omosessuali e ciò che vivono le famiglie quando al loro interno un figlio fa coming out. Per la prima volta, all’interno di un convegno della Cei dedicato alla famiglia e alla pastorale della famiglia, si è aperta una breve ma significativa finestra su questo campo che don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio per la pastorale della famiglia, ha definito “delicato”. In una tre giorni svoltasi ad Assisi e intitolata “Vi occuperete di pastorale familiare” e dedicata ai sacerdoti e alle coppie di sposi responsabili degli uffici diocesani di pastorale familiare, sono state ascoltate, introdotte dal gesuita padre Pino Piva, coordinatore nazionale per i gesuiti degli esercizi ignaziani in Italia e dell’equipe di “spiritualità delle frontiere”, le testimonianze di Edoardo, un giovane gay cattolico, e di Corrado e Michela, due genitori cattolici con un figlio gay, accompagnati da una riflessione a due voci di suor Anna Maria Vitagliani e di don Christian Medos sempre dell’equipe di “spiritualità delle frontiere” sul tema dell’accoglienza e dell’ascolto.

Genitori e figli a confronto. La novità più che di sostanza è di stile: se la dottrina della Chiesa in merito alle coppie omosessuali non cambia, muta radicalmente l’approccio al tema. O, per meglio dire, alle persone omosessuali. Tutto – ha detto padre Piva – parte dall’accoglienza e vuole arrivare all’integrazione”. Continua a leggere

Monsignor Fellay: “Quasi pronto l’accordo tra Vaticano e Fraternità San Pio X”

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Dopo l’accordo de facto attivato sostanzialmente con Ratzinger, la FSSPX va per piccoli passi verso quello de iure, sebbene non sia realmente indispensabile averne fretta. La comunicatio in sacris coi modernisti e il riconoscimento delle loro autorità come legittime autorità della Chiesa Cattolica, frutto dell’ambiguità dell’eredità dottrinale del fondatore, sono da anni sufficienti a rifiutare la Fraternità San Pio X come istituto religioso integralmente cattolico. Ringraziamo quei sacerdoti e quei vescovi che già negli anni ’70, ’80 e ’90 ebbero la lungimiranza di comprendere cosa sarebbe avvenuto e con grande coraggio e determinazione seguirono l’unica strada percorribile del sedevacantismo, donando alla Chiesa la continuità apostolica.

Fonte: http://www.lafedequotidiana.it/monsignor-bernard-fellay-quasi-pronto-laccordo-vaticano-fraternita-san-pio-x/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

di Matteo Orlando

fellay

 

Monsignor Bernard Fellay, svizzero, uno dei quattro sacerdoti ordinati vescovi da Lefebvre nel 1988 (a cui il 21 gennaio 2009 è stata revocata la scomunica) in occasione dell’apertura di un nuovo seminario della Fraternità San Pio X in Virginia (USA)  che ha la possibilità di ospitare ben 120 seminaristi, ha detto che l’accordo sullo status finale della Fraternità fondata da monsignor Lefebvre all’interno della Chiesa Cattolica è “quasi pronto”, rimarrebbero solo alcune modifiche da specificare relativamente all’ecumenismo, alla libertà religiosa e alla riforma liturgica.

La Fraternità San Pio X dovrebbe diventare una prelatura (sull’esempio dell’Opus Dei, attualmente l’unica prelatura esistente al mondo)  e per questo monsignor Fellay chiede preghiere e mette in guardia da quelli che chiama “modernista” che cercano di imporre alla Fraternità San Pio X condizioni inassumibili. La fraternità sacerdotale San Pio X, fondata il 1° novembre del 1970 a Friburgo, raccoglie ancora oggi i numerosi continuatori delle idee del vescovo francese Marcel Lefebvre. È composta da sacerdoti ma anche da frati e da suore ed è diretta da un superiore generale, aiutato da due assistenti e da un economo generale.

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La Pontificia Accademia per la Vita introduce il “gender” nel proprio statuto

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pro-sodomite-pope-bergoglioLa Pontificia Accademia per la Vita (PAV) adotta il linguaggio “gender” nel proprio statuto scrivendo come sia suo compito studiare “il rispetto reciproco fra generi e generazioni”. Tale sorprendente ed incomprensibile rivoluzione linguistica, difficilmente imputabile ad una svista, è stata resa nota lo scorso 4 novembre, in occasione della pubblicazione del nuovo regolamento del più importante organismo pro-life vaticano, istituito nel 1994 da Giovanni Paolo II.

“GENDER MAINSTREAM”

L’adozione delle categorie “genderiste” all’interno dello statuto vaticano è un fatto clamoroso ed emblematico di quanto il “gender mainistream” sia riuscito a penetrare ovunque, finanche all’interno delle stesse strutture ecclesiastiche.

La revisione dello statuto in “salsa gender”, messa in atto dal suo neopresidente, monsignor Vincenzo Paglia, fresco di nomina di Papa Francesco, ha per oggetto il paragrafo § 3 completamente revisionato, dell’articolo 1, all’interno del “Titolo I – Natura e finalità”, dove si legge:

“L’Accademia ha un compito di natura prevalentemente scientifica, per la promozione e difesa della vita umana (cfr Vitae mysterium, 4). In particolare studia i vari aspetti che riguardano la cura della dignità della persona umana nelle diverse età dell’esistenza, il rispetto reciproco fra generi e generazioni, la difesa della dignità di ogni singolo essere umano, la promozione di una qualità della vita umana che integri il valore materiale e spirituale, nella prospettiva di un’autentica “ecologia umana”, che aiuti a ritrovare l’equilibrio originario della Creazione tra la persona umana e l’intero universo (cfr Chirografo, 15 agosto 2016)”.

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«Verso noi ebrei, il più aperto di tutti è stato Papa Ratzinger»

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Segnalazione di Federico Prati

di Anna Lesnevskaya
18/10/2016 Ferrara
Il Vaticano e Israele, le differenti strategie diplomatiche degli ultimi tre Papi, Wojtila, Ratzinger e Bergoglio. Passi avanti, intoppi, fraintendimenti: la difficile relazione tra Vaticano, ebraismo, Stato d’Israele. Ne parliamo con lo storico Sergio Minerbi.

Benedetto XVI - Sergio Minerbi

«Sono convinto che nella diplomazia sia importante dire la verità, possibilmente nel momento opportuno e non in modo offensivo. Io l’ho sempre fatto e non mi sono mai pentito». È un principio che Sergio Minerbi non tradisce nemmeno quando deve parlare di un Papa. Lo dimostra dando giudizi piuttosto sferzanti, mentre lo intervistiamo a margine della Festa del Libro Ebraico a Ferrara. L’ex ambasciatore israeliano ed ex senior lecturer all’Università ebraica di Gerusalemme è venuto in Italia per presentare il suo libro sulla storia della sua famiglia, I Minerbi. Una famiglia ebraica ferrarese (Salomone Belforte & C., Livorno, 2015).
Di origini ferraresi, Minerbi però è nato a Roma nel 1929, sopravvivendo alla Shoah grazie al rifugio trovato in un istituto religioso. Eppure su Pio XII e lo sterminio degli ebrei l’ex diplomatico parla senza mezza termini: «È stato terribile, nel momento più triste della storia ebraica. Non solo non ha fatto niente per salvare gli ebrei, ma si è associato ai nazisti».
Probabilmente proprio durante i sei mesi passati al San Leone Magno di Roma, Minerbi ha iniziato a riflettere sui rapporti tra il cattolicesimo e l’ebraismo. Questione che tanti decenni dopo approfondirà ne Il Vaticano, la Terra Santa e il Sionismo (Bompiani, Milano, 1988). Opera scritta dalle posizioni di un fervente sionista – nel 1947 Minerbi emigra nell’allora Palestina – che cerca però di affrontare il tema con più obiettività e fondatezza possibile.
Se l’analisi proposta nel volume arriva fino al periodo del mandato britannico della Palestina, abbiamo chiesto invece all’ex diplomatico di dare una sua lettura dello stato attuale dei rapporti tra la Chiesa e Israele, cui ha dedicato, nel 2015, il volume Una relazione difficile, Vaticano, ebraismo, Israele (Bonanno Editore).
Quando a gennaio papa Francesco ha visitato la Sinagoga di Roma, lei è stato piuttosto scettico sul significato di questo gesto. Perché?
Abbiamo avuto finora tre Papi in Sinagoga. Di questi tre Papi, quello che ho apprezzato di più è stato Ratzinger. Mi è sembrato, in una serie di occasioni, pronto a cogliere la diversità positiva dell’ebraismo. E questo è molto importante. L’esempio di Benedetto XVI mi dice che se c’è la volontà, c’è anche la possibilità di percorrere un cammino diverso, un cammino che non sia apertamente antisemita. Per fare il Papa ci vogliono alcune doti fondamentali. Lui ce le aveva. Ma è stato un’eccezione.
Di quali doti sta parlando?
La volontà di comprendere che ci sono anche altre verità. La volontà di accettare la diversità. Tutto questo manca nell’attuale pontefice. La prima predica di Bergoglio, da Papa, è stata decisamente antisemita. Lui vede tutto sub-specie Vangelo. Ora, quando si è Papa, bisognerebbe cercare di elevarsi al di sopra. C’è stata la volontà da parte di Francesco di cambiare un po’ rotta, nel prosieguo del suo pontificato. C’è stata la visita in Sinagoga, che è un atto di simpatia, un atto di amicizia. Non è abbastanza, ma sempre meglio di niente.
E la preghiera silenziosa di Bergoglio ad Auschwitz non l’ha colpita?
Penso piuttosto a Giovanni Paolo II che ha voluto esaltare in particolare le vittime cattoliche ad Auschwitz, il che, secondo me, è quanto meno uno sbaglio, se non di più. In quanto Auschwitz è purtroppo il “non plus ultra” della persecuzione antisemita. Auschwitz ha rappresentato la volontà di distruggere completamente l’ebraismo europeo e questo non va mai dimenticato.
Secondo lei la minoranza cristiana in Terra Santa si sente accerchiata e minacciata?
Questa è una falsità diffusa dai cattolici. Non sono accerchiati da nessuno. Il governo israeliano li rispetta in pieno. Quindi sono tutte scuse. Loro vogliono continuare la loro politica come hanno sempre fatto, appena moderata da qualche riflessione.
Come vorrebbe che si evolvessero i rapporti tra il Vaticano e Israele?
A me interessa che ci siano delle relazioni normali fra Israele e la Chiesa. Avrei voluto vedere una continuazione di “Nostra aetate” (la dichiarazione del Consiglio Vaticano II del 1965 che rivede accuse e pregiudizio cattolico, ndr). Avrei sperato anche in una ripetizione, perché repetita iuvant. Ma non c’è stata. Non possono dimenticare quello che hanno detto, anche perché è stato voluto da un Papa. Ma certamente pensano che questo avvicinamento sia più che sufficiente per il momento.
I rapporti tra Vaticano e Israele oggi sono a un punto morto?
No, niente è morto. Però forse anche Israele potrebbe fare di più. Dopo la visita del primo ministro israeliano in Vaticano di tre anni fa (Benjamin Netanyahu ha incontrato Papa Francesco nel 2013, ndr), Israele avrebbe potuto cercare di fare alcuni passi avanti. Ha scelto di non farli.
Quali le principali sfide per la diplomazia israeliana riguardo al Vaticano?
Non do consigli sui media al mio governo, anche perché tanto non li segue.
Si potrebbe migliorare lo stato attuale dei rapporti?
Certo, si può migliorare. Da ambo le parti. Inshallah.
La famiglia Minerbi
Ci sono voluti trent’anni di ricerche per raccogliere tutte le storie, notizie e fatti che hanno caratterizzato secoli di vita familiare. Questo materiale è stato pazientemente e tenacemente raccolto da Sergio Minerbi in un libro a metà tra storia, narrativa e autobiografia, I Minerbi. Una famiglia ebraica ferrarese (Salomone Belforte & C., Livorno, 2015), presentato dall’autore sempre alla Festa del Libro Ebraico a Ferrara.
“Sempre corretti negli affari e pronti ai sacrifici per l’Italia, che invece con le Leggi razziali li abbandonò e li perseguitò, i Minerbi sono rimasti una famiglia alla quale abbiamo l’onore di appartenere”, si dice nell’epilogo del libro. “Abbiamo l’onore di appartenere”, appunto. Il plurale non è casuale, visto che l’autore si sente parte di un insieme inscindibile, una collettività, una famiglia con i cui membri continua a dialogare anche oggi. Racconta i loro fatti, li giudica, si associa alle loro azioni o ne prende le distanze.
Così, parlando di Arrigo Minerbi, scultore preferito del D’Annunzio, Sergio Minerbi è intransigente: «Ha fatto una cosa per me inammissibile, nel momento del pericolo si è convertito». O ancora quando si imbatte nel caso dell’unico Minerbi che ha fatto bancarotta fraudolenta, scappando da Trieste a New York, è incerto se includerlo nel libro. Alla fine vince l’amore per la verità storica. In omaggio ai propri avi Minerbi non ha voluto censurare niente.
Nato a Roma nel 1929 dove ha vissuto le leggi razziali e poi ha visto l’arrivo della Brigata Ebraica, Minerbi nel ’47 emigra nell’allora Palestina, milita nei movimenti socialisti, vive nel kibbutz. Poi diventa diplomatico israeliano, professore universitario, autore di importanti pubblicazioni. È conosciuto soprattutto come esperto dei rapporti tra Vaticano e Israele.
«Ho avuto una storia personale del tutto particolare perché ero di madre polacca», racconta. Alla madre rimarrà sempre grato per avergli fatto conoscere l’ebraismo polacco, «che era all’epoca ricchissimo ed è stato distrutto dalla guerra». Il padre, ingegnere, patriota italiano e capitano dell’esercito nella Prima guerra mondiale, ha trasmesso a Minerbi non solo l’amore per la conoscenza («Mi ha dato una lezione importante: quella di studiare e studiare»), ma anche l’attaccamento all’ebraismo ferrarese di cui era impregnata la famiglia. «Gli ebrei hanno visto a Ferrara e nel ferrarese un addentellato importante del loro ebraismo, – dice Minerbi. – Poi le cose sono cambiate, e questo spirito oggi mi sembra svanito»

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Socci attacca “Papa” Francesco, Castagna replica: “Sede Vacante dal 1958” e scoppia la bagarre su Twitter

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Il quotidiano “Leggo” riprende i tweet di Socci, Castagna e un altro signore che vedono una correlazione tra il terremoto e la riabilitazione di Lutero. Castagna rilancia: “Ma è Sede Vacante dalla morte di Pio XII, col conciliabolo si sono fatti un’altra Chiesa, con a capo un Antipapa”. Socci e l’altro signore prendono le distanze, sempre su Twetter, così da rimarcare le differenze, come si aspetta il nostro Castagna. E rimane la Sede Vacante! Mediaticamente sdoganata più che mai. (N.D.R)

http://m.ilgiornale.it/news/2016/11/01/bergoglio-va-in-svezia-per-far-pace-coi-luterani-e-litiga-con-i-teolog/1325523/

Bergoglio va in Svezia per far pace coi luterani E litiga con i teologi

Da molti in Vaticano il suo gesto è visto come provocazione. Socci: “Un oltraggio a Norcia”

Riconciliazione e polemiche. Papa Francesco arriva in Svezia per il suo diciassettesimo viaggio internazionale.

L’occasione è storica: la commemorazione dei 500 anni (meno uno) della Riforma protestante, nella cattedrale di Lund. Era proprio il 31 ottobre 1517 quando Martin Lutero affisse le 95 tesi nella chiesa di Wittenberg. Ed è la prima volta che protestanti e cattolici ricordano insieme quella data spartiacque nelle relazioni tra le due confessioni cristiane. Bergoglio tende la mano, dice che la «separazione con i luterani è una profonda ferita». «Non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi – ha detto Francesco -. Ora abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri».

Ma in Italia è un fuoco di polemiche. «Invece di andare a rendere omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità scrive sul proprio profilo Facebook il giornalista Antonio Socci Bergoglio dovrebbe consacrare l’Italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna». E ancora: «Papa Francesco va in Svezia dal nemico Lutero, mentre la Basilica di Norcia crolla per le scosse del terremoto che ha devastato il centro Italia. San Benedetto è stato il grande unificatore spirituale e culturale dell’Europa. All’opposto del santo di Norcia conclude Socci sta la figura di Martin Lutero, su cui potremo avere mille pareri diversi, ma è incontestabile che sia stato, storicamente, il grande divisore dell’Europa e della cristianità. Lui stesso si definì l’uomo della discordia». La critica fa il giro del web e comincia a propagarsi sui social network: piuttosto che pregare, il Papa vola in Svezia. Alcuni rilanciano: Bergoglio va a rendere omaggio a chi con la sua riforma ha fatto milioni di morti e che avrebbe volentieri «strappato la lingua» ai Papi. Tra molti teologi e porporati il blitz vedese del papa è vista come una vera provocazione. E così durante il volo che da Roma lo ha portato a Malmö, Bergoglio sembra quasi rispondere alle critiche. «Questo viaggio è importante, perché è un viaggio molto ecclesiale nel campo dell’ecumenismo. Aiutatemi a far capire alla gente l’importanza di questo viaggio», ha chiesto con forza ai giornalisti.

Dopo la commemorazione nella cattedrale di Lund, il Papa e il presidente della Federazione luterana mondiale, il vescovo Mubib Yunan, hanno firmato una dichiarazione congiunta: «Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della chiesa», si legge. Stamattina il Pontefice celebra la solenne messa nello Swedbank Stadion a Malmö prima di ripartire, alle 12.30 per rientrare in Vaticano.

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Bergoglio “scomunica” Leone X e riabilita Lutero: ecco a voi LUTEROGLIO!

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DA “IL MESSAGGERO” DI IERI

Bergoglio in Svezia chiede perdono per la scomunica a Martin Lutero: «Abbiamo sbagliato»

di Franca Giansoldati

Malmo “Sarà un viaggio molto importante per l’unità dei cristiani” ha detto il Papa in aereo, non appena partito per Lund, città chiave della realtà luterana, dove è andato per celebrare in modo congiunto i 500 anni dell’affissione sul duomo di Wittenberg delle 94 tesi di Martin Lutero. Una cerimonia commemorativa densa di elementi simbolici perché mai prima d’ora un pontefice aveva sdoganato la Riforma in modo tanto esplicito e intenso. “Lutero ha messo la Parola di Dio nelle mani del popolo”. Papa Bergoglio viene accolto dalla arcivescova che guida la Chiesa luterana, Antje Jackelen, sorridente, vestita di nero, con una gonna longuette e un bel crocifisso d’oro bene in vista sulla giacca. Davanti a lei e a tutti i vertici delle chiese protestanti Papa Francesco pronuncia parole importanti. Un vero mea culpa. “Anche noi dobbiamo guardare con amore e onestà al nostro passato e riconoscere l’errore e chiedere perdono. Dio solo è giudice”. E ancora. “Si deve riconoscere con la stessa onestà che la nostra divisione si allontanava dalla intuizione originaria del popolo di Dio, che aspira naturalmente a rimanere unito, ed è stata storicamente perpetrata da uomini di potere di questo mondo più che per volontà del popolo fedele”. Come dire che aveva ragione Lutero e non Papa Leone X che poi lo ha scomunicato. Oggi, a distanza di 500 anni, le scomuniche non ci sono più, quelle sono morte con la scomparsa del riformatore tedesco anche se restano però tante incomprensioni e diffidenze da stemperare con una buona dose di pazienza. Intanto Francesco e i luterani si incontrano sul terreno della concretezza, presentando una road map di obiettivi comuni che include la lotta contro la violenza, la sfida climatica, la povertà, la questione della pace, il tema del conflitto mediorientale. Una piattaforma impegnativa che il monaco agostiniano certamente avrebbe apprezzato. Continua a leggere

Turchia: un imam permanente nella basilica di Santa Sofia

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Segnalazione Corrispondenza Romana

santa-sofia

Una Turchia sempre più islamizzata, con la forza e coi sotterfugi: piaccia o non piaccia a chi, nonostante tutto, la vorrebbe in Europa, la realtà è questa.

L’ultima riprova è giunta, dopo un tira e molla durato anni, dalla volontà sempre più determinata di trasformare la basilica di Santa Sofia, da museo (qual’era e quale formalmente è ancora, dal 1935) a moschea (come non fan mistero di volere il governo turco guidato dal primo ministro Yildirim e gruppi sempre più consistenti di musulmani, gli stessi che allo scopo hanno promosso insistenti campagne di pressione e che han presentato numerose richieste al Parlamento.

Il primo passo è stato quello di riconoscere da tempo – non si sa a quale titolo – agli imam di passaggio la facoltà di recitare nella basilica due delle cinque preghiere rituali quotidiane islamiche. Ora, secondo quanto diffuso dal sito Ekhathemerini, riprendendo l’agenzia di stampa statale turca Anadolu, la direzione degli Affari Religiosi del governo Yildirim ed il mufti del distretto di Fathi a Costantinopoli hanno congiuntamente deciso a Santa Sofia la nomina di un imam permanente per la recita di tutte e cinque le orazioni previste dal Corano.

Al momento non vi sarebbero in merito reazioni da parte dell’esecutivo greco e del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, da sempre molto critici verso la spregiudicata, progressiva islamizzazione della Turchia. In passato, il governo ellenico definì la trasformazione di Santa Sofia in moschea «un insulto alla sensibilità religiosa di milioni di cristiani», ancor più grave se perpetrato da un Paese aspirante a divenire «membro a pieno titolo dell’Unione Europea»; il Patriarcato di Costantinopoli, invece, dal canto suo, evidenziò come, qualora la si volesse riaprire al culto, la basilica non possa che «essere di nuovo una chiesa cristiana, dato che fu costruita nel VI secolo per essere tale e non una moschea». Tutti richiami tanto chiari quanto, al momento, disattesi. Ed il fatto che la grande stampa internazionale – Europa ed Italia comprese – non ne parli, non è sicuramente un buon segno… (M. F.) Continua a leggere

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