ANCORA SU UE, UNGHERIA E ‘STATO DI DIRITTO’: RISORSE PNRR SOLO CON PROPAGANDA LGBTIQ PER I BAMBINI

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Renato Veneruso

Si intensifica lo scontro fra la Commissione europea e l’Ungheria: il veto del governo magiaro all’introduzione della ‘global minimum tax’ induce Bruxelles a portare la procedura di infrazione per violazione dello ‘stato di diritto’ alla Corte di giustizia, e a mantenere il blocco alla erogazione dei fondi del PNRR di Budapest, dopo averlo appena tolto alla Polonia, per contrastare la legge ungherese che vieta l’ideologia gender nelle scuole.

1. In occasione della seduta a Strasburgo del 6 luglio 2022, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione con cui invita il Governo ungherese a ritirare il parere contrario al sistema di tassazione delle multinazionali – Big Tech comprese – elaborato dall’OCSE e approvato dal G20 con un accordo al vertice di Roma di ottobre 2021, denominato global minimum tax (su cui cf. www.centrostudilivatino.it/global-minimum-tax-1-tassazione-senza-rappresentanza/ e https//www.centrostudilivatino.it/global-minimum-tax-2-chi-guadagna-e-chi-perde/).

Secondo Budapest, il maggior onere fiscale, nel generale contesto della guerra russo-ucraina, potrebbe essere “fatale” per le aziende manifatturiere e andrebbe a danno della competitività Ue.

Il Parlamento invece ritiene che il veto ungherese sia stato opposto, come già accaduto con la Polonia (che lo ha ritirato, appena prima che lo ponesse l’Ungheria, solo lo scorso 18 giugno, una volta ottenuta l’ammissione da parte della Commissione UE al PNRR–Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), in modo strumentale per superare, per l’appunto, la sospensione nell’erogazione dei fondi del Next Generation UE, pari a circa 7 miliardi di euro, vincolata alla verifica del rispetto da parte del Paese magiaro dei princìpi dello ‘stato di diritto’.

I deputati europei sollecitano la Commissione e il Consiglio “a non entrare in contrattazioni politiche”, e ad “astenersi dall’approvare il piano nazionale ungherese per la ripresa e la resilienza fintanto che l’Ungheria non avrà pienamente rispettato tutti i criteri stabiliti nel regolamento”.

Da un lato, quindi, ci si lamenta che il veto ungherese sia lesivo dell’esigenza di rendere efficace la nuova tassazione sui profitti delle multinazionali operanti all’interno dell’Unione; dall’altro, si mantiene la pretesa di bloccare l’erogazione dei fondi europei di aiuto ai singoli Stati membri finché questi non dimostrino che i propri ordinamenti domestici siano rispettosi delle regole dello ‘stato di diritto’.

2. Mettiamo un momento da parte i problemi che il nuovo sistema di tassazione comunque pone (su cui cf. www.centrostudilivatino.it/global-minimum-tax-iii-quando-gli-stati-sono-estromessi-dalla-decisione/): il che rende non peregrina la preoccupazione della sua introduzione in un contesto geopolitico profondamente aggravatosi dalla sua approvazione. Veniamo al dato politico: censurare la strumentalità dell’opzione ungherese dopo avere imposto tale condizionalità agli aiuti economico-finanziari somiglia tanto al detto popolare del “bue che chiama cornuto l’asino”; resta di fondo che il contrasto tra gli organi dell’Unione, principalmente il Parlamento europeo, e con minore veemenza la Commissione europea, contro alcuni degli Stati membri, segnatamente Polonia ed Ungheria, continua a mostrarsi più ideologico che politico-giuridico.

Va infatti ribadito che le materie controverse con i Paesi dell’Est, per le quali questi sono richiesti da anni dal Parlamento europeo di procedura di infrazione davanti alla Corte di Bruxelles, e oggi sono inflitti della condizionalità economica applicata al Next Generation EU, non sono, in base ai Trattati istitutivi, di competenza della UE, ma rimangono di pertinenza dei singoli Stati membri. Se così è, riesce difficile non leggere nella pretesa del Parlamento e della Commissione UE il tentativo di imporre una visione dei princìpi dello ‘stato di diritto’ ispirata al ‘politicamente corretto’ del pensiero unico globalizzante; per esso, vietare la propaganda di contenuti omossessuali ai minori è condotta qualificata come “vergognosa”, come conferma la Presidente della Commissione, Ursula von del Leyen: «I capi di stato e di governo hanno condotto una discussione molto personale ed emotiva sulla legge ungherese, praticamente l’omosessualità viene posta a livello della pornografia, e questa legge non serve alla protezione dei bambini, è un pretesto per discriminare. Questa legge è vergognosa».

Se l’Ungheria non «aggiusterà il tiro», ha aggiunto la Presidente, la Commissione «userà i poteri ad essa conferiti in qualità di garante dei trattati, dobbiamo dirlo chiaramente noi ricorriamo a questi poteri a prescindere dallo stato membro». «Dall’inizio del mio mandato abbiamo aperto circa quaranta procedure di infrazione legate alla protezione dello stato diritto e altri valori Ue e se necessario apriremo altre procedure», ha specificato Ursula von der Leyen.

La Commissione ha infatti appena deferito lo Stato ungherese alla Corte di Giustizia per l’asserito contrasto della propria legge sul ‘divieto di promozione dell’omosessualità ai minori’, che vieta di mostrare ai minori qualsiasi contenuto, nei media e nelle scuole, che ritragga o promuova l’omosessualità o il cambio di sesso: secondo la Commissione, la legge viola le regole del mercato interno, i valori europei e i diritti fondamentali degli individui, in particolare delle persone Lgbtiq. Bruxelles, che ribadisce come la protezione dei bambini sia una priorità assoluta per l’Ue e gli Stati membri, ritiene che il provvedimento ungherese contenga disposizioni che “non sono giustificate sulla base della promozione di questo interesse fondamentale o sono sproporzionate a raggiungere l’obiettivo dichiarato“!

3. La legge magiara, che il premier ungherese Viktor Orban qualifica come “non omofoba” e tesa unicamente alla protezione dei minori, nella prospettazione della Commissione viola invece “in modo sistematico diversi diritti fondamentali” sanciti dalla Carta dei diritti Ue, tra cui l’inviolabilità della dignità umana, il diritto alla libertà di espressione e di informazione, il diritto alla vita privata e familiare, nonché il diritto alla non discriminazione. “Per la gravità di tali violazioni – scrive Bruxelles – le disposizioni impugnate violano anche i valori comuni di cui all’articolo 2 Tue“. Il deferimento alla Corte è la fase successiva della procedura d’infrazione avviata dalla Commissione il 15 luglio 2021 con l’invio a Budapest di una lettera di messa in mora; a essa ha dato riscontro il Governo magiaro con l’invio di un parere motivato, ma le autorità ungheresi – rileva l’Esecutivo UE – non hanno risposto in misura sufficiente alle preoccupazioni sollevate in merito all’uguaglianza e alla protezione dei diritti fondamentali, e non hanno mostrato alcun impegno a porre rimedio all’incompatibilità.

Nella medesima occasione della discussione all’Assemblea plenaria di Strasburgo, Von der Leyen ha stigmatizzato l’istituzione in Polonia delle cosiddette zone «Lgbt free», ovvero le amministrazioni del Paese che si autoqualificano come libere dalla «ideologia Lgbt». «Non possiamo – ha detto von der Leyen – restare a guardare quando ci sono regioni che si dichiarano libere dagli Lgbt. Non lasceremo mai che parte della nostra società sia stigmatizzata a causa di quello che si pensa, dell’etnia, delle opinioni politiche o credi religiosi».

Tale dura presa di posizione, fortemente criticata dalla presidente della coalizione parlamentare europea ‘Conservatori e riformisti’, Giorgia Meloni, come «l’ennesimo inaccettabile ricatto politico contro il legittimo governo di una nazione sovrana», è del 6 luglio; il giorno dopo, l’ANSA ha dato notizia che “Dopo il via libera di Bruxelles al piano di ripresa e resilienza polacco, si sono registrati significativi passi in avanti nei negoziati tra Ue e Ungheria. Budapest ha accettato le condizioni della Commissione europea per l’approvazione del piano di ripresa e resilienza ungherese. Ad annunciarlo Gergely Gulyas, capo di gabinetto del premier: la posizione dell’Esecutivo europeo è stata accolta su quattro punti che riguardano, tra gli altri, la lotta alla corruzione, gli appalti pubblici e l’uso di parte significativa dei fondi europei per il raggiungimento del livello più alto possibile di indipendenza energetica, ma non è dato sapere, al momento, quale sarà la conclusione di possibile accordo sullo ‘stato di diritto’.

4. Il 13 luglio è stato approvato il progetto di relazione della LIBE-la commissione per le libertà civili del Parlamento europeo, con 47 voti favorevoli, 10 contrari e 2 astensioni, che verrà discusso e messo al voto nella prossima sessione plenaria in programma dal 12 al 15 settembre a Strasburgo: in base a esso la mancanza di un’azione decisiva dell’Ue ha contribuito all’emergere in Ungheria di un “regime ibrido di autocrazia elettorale“, e un ulteriore ritardo nella procedura di cui all’articolo 7 equivarrebbe a una violazione dello stato di diritto da parte dello stesso Consiglio dell’Ue.

Gli eurodeputati esortano, pertanto, la Commissione europea a ricorrere a tutti gli strumenti a disposizione e, alla luce della guerra russa contro l’Ucraina e delle azioni anti-Ue di Budapest, chiedono all’Esecutivo di non approvare il PNRR magiaro fino a quando l’Ungheria non avrà rispettato le raccomandazioni contenute nel semestre europeo e applicato le sentenze della Corte di giustizia dell’Ue e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra le aree che destano preoccupazione: l’indipendenza della magistratura, la corruzione e i conflitti di interesse, la libertà di espressione, tra cui il pluralismo dei media, il diritto alla parità di trattamento, compresi i diritti Lgbtiq, i diritti delle minoranze, migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

5. E’ un caso che tutto ciò sia avvenuto appena qualche giorno dopo che l’Ungheria ponesse il veto all’introduzione della ‘global minimum tax’ in Europa, per la quale occorre l’unanimità dei consensi da parte dei 27 Stati membri, o è pensar male che si tratti della ennesima strumentalizzazione nell’ambito dello scontro, appunto, ideologico sopra descritto?

Ed è pensar male anche che chi vuole – come il Presidente del Consiglio, ovvero l’appena rieletto Presidente della Francia, Emmanuel Macron – introdurre meccanismi di superamento del criterio della unanimità (nonostante i casi di suo utilizzo siano già, a Trattati vigenti, ben limitati), non lo faccia solo per rendere la UE più capace di adottare misure adeguate contro le emergenze belliche o economiche, bensì per più agevolmente perseguire il disegno di una Europa ispirata non al rispetto della sua identità plurale, bensì alla omologazione del pensiero unico ‘progressista’?

 

Tragedia Marmolada: la natura ha sempre le sue regole, a prescindere dall’uomo

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/?p=45641

SOGGIORNANDO A POCHI CHILOMETRI DALLA MARMOLADA HO SENTITO LA SOFFERENZA PER LA TRAGEDIA DEL DISTACCO DI UNA PARTE DI GHIACCIAIO, CHE HA DILANIATO I CORPI DI 11 ESCURSIONISTI

“La montagna è come una bella donna: va amata, va coccolata, va ammirata e, soprattutto, rispettata”.

Erano queste le parole che il mio maestro di sci utilizzava, per insegnarmi come si va sulle Dolomiti, che sono paradisi naturali, con regole, spesso, spietate.

Anche se molto giovane, ricordo perfettamente la slavina che distrusse il paese di Stava, così come la caduta fatale del fratello di Messner dalla Torre del Vajolet, per un fulmine che gli colpì il chiodo piantato per l’ascesa.

E, in questi giorni, soggiornando a pochi chilometri dalla Marmolada, ho sentito la sofferenza ed espresso il cordoglio per la tragedia del distacco di una parte di ghiacciaio, che ha dilaniato i corpi di 11 escursionisti. La natura ha degli equilibri ben precisi.

Noi viviamo un periodo storico particolare, che non ha nulla a che vedere con l’ideologia gretina del riscaldamento globale, perché non esiste, se non come sinistra ideologia.

Ce lo confermò, di fatto, il censuratissimo Prof. Zichichi, sostenendo che i cambiamenti climatici sono dovuti a mutamenti ciclici del sole.

Qui, in val di Fassa, la deformazione professionale e le conoscenze acquisite in oltre quarant’anni di frequentazione di questi luoghi meravigliosi, mi hanno portato ad informarmi da guide alpine ed esperti in merito alle possibili cause di questa immane tragedia.

Tutti hanno concordato con l’autore di www.storiologia.it Franco Gonzato, che ha salito la Marmolada 35 volte, ed ha affermato: “non si sale né si scende sulla Marmolada quando ci sono 10 gradi”. (…) “La strada è ben segnata, la forcella é attrezzata da un cavo d’acciaio, da staffe e pioli metallici. Poi, giunti sulla cresta in 10 minuti si raggiunge la Punta Penia. Non é per nulla difficile , tutto in 2 ore, ma ci devono essere le condizioni climatiche ottimali. Alle ore 13,25, con 10 gradi sopra lo zero é un suicidio!!!”

“Carlo, il gestore del rifugio Penia, poco distante aveva postato tre giorni prima un video con lo smartphone per la situazione allarmante, non del piccolo ghiacciaio, ma del blocco del seracco in pendenza che, a causa dell’acqua infiltratasi rischiava di staccarsi e precipitare. L’allarme non è stato ascoltato, e anche se lo fosse stato, nessuno avrebbe bloccato tutto il turismo a valle”.

Continua Gonzato:

“Prevedibile? Nello stesso punto, due anni fa, una valanga distrusse il rifugio del Pian dei Fiacconi. Ma quest’anno la situazione climatica era ancora peggiore. Se ci vai o ci scendi a mezzogiorno non dire che è “imprevedibile”; é facilmente fatale.

“Nel ’57 un enorme pezzo di ghiacciaio staccatosi dall’Ortles, dopo aver squarciato un’ intera foresta, raggiunse i 4 tornanti della strada per Solda, dove stava passeggiando il curato leggendo il breviario. Lo ritrovarono dopo 4 mesi.

Nel 1916 alla stessa Marmolada ci fu una valanga quasi uguale perfino maggiore, trascinò nel sottostante lago tutte le caserme degli austriaci: 300 furono i morti.

Ma anche nel 1957 e 1962, la pioggia mancò per mesi e mesi.
Nel 1893 fu l’anno di siccità più grave di tutta Europa. Non piovve per quasi un anno. Il petrolio doveva essere ancora utilizzato, di conseguenza non c’erano i motori a scoppio né le auto che “inquinavano”!

La siccità colpì duramente l’agricoltura; tutti i raccolti: nelle vigne non vi era un grappolo d’uva; di granoturco nemmeno una pannocchia; frutta e verdura appena l’ombra.
Ma nei secoli precedenti non sono mancati i ritiri dei ghiacciai lasciandoci come ricordo “le morene”. Una delle più famose d’Europa è quella alla fine della Val d’Aosta “La Serra”, che va da Ivrea a Santhià (53km – lasciando un muro laterale alto 300 m.).

Significa che dal Monte Bianco il ghiacciaio era su tutta l’attuale Val d’Aosta fino a sbucare a Ivrea nella Val Padana. Mi risulta che allora non c’era l’inquinamento del carbone, del petrolio, delle auto, ecc.

La natura faceva il suo corso, ieri, come con l’uomo di oggi e lo farà anche senza l’uomo…domani”.

Lettera aperta ad un giovane Russo dimorante in Italia. Terza ed ultima parte

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Riceviamo e pubblichiamo la terza ed ultima parte della lettera aperta dell’Avv. Luigi Bellazzi

Caro ragazzo di Russia, 

potresti aver finito il liceo e aver cominciato a gioire dell’estate. O essere già sotto le armi per l'”operazione speciale” in Ucraìna ( “dulce et decorum est pro Patria mori“). In questo Ti stupirai che – dall’Italia nemica dichiarata tra 1941 e 1943 e nemica di fatto tra 1947 e 1989, un Vecchio mai visto Ti scriva come fosse nonno che parli a nipote.

E’ in base alla mia esperienza di vita che giudico la campagna di odio e mistificazione in corso contro la Russia negli ultimi quattro mesi così intensa e ignobile da far impallidire quella  nei quarant’anni di Guerra fredda… Chi da allora ha imposto alla Russia una morsa armistiziale sempre più stretta, ora accusa la Russia di volersi espandere, perché difende i confini che sono all’incirca quelli che aveva nel 1921, non quelli del 1945. Usa e Ue parlano di tribunali penali internazionali( per gli Altri) da presiedere, di criminali( sempre gli Altri) da giudicare, di militari da assassinare, di oligarchi da espropriare… Vogliono trattare la Russia come cercarono di trattare la Germania nel 1919, riuscendoci però solo nel 1945, complici, caro il mio Ragazzo, proprio i sovietici di allora, alleati belligeranti della Germania contro la Polonia nel settembre 1939, quando ancora il Re d’Italia sperava di ripetere ai danni dell’Austria- Ungheria e della Germania la sua capriola diplomatica dell’aprile 1915…

Quanto ho sentito discettare di aggrediti e aggressori, di buoni e cattivi, da Coloro che stanno sempre con la ragione( anche se nel loro diario portano i massacri di Abu Gharaib, le torture di Guantanamo, Iraq, VietNam e mille ancor più mille) e mai col torto. Costoro sono propagandisti, non analisti. Così come le controversie personali si risolvono nei tribunali, i conflitti statali si risolvono sui campi di battaglia. Le categorie giusto/sbagliato, colpevole/innocente appartengono al lessico del diritto. Ma è l’interesse nazionale che conta “quando il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare“.

L’interesse nazionale non comprende solo la convenienza economica, ma anche il complesso di valori che dovrebbero permeare una comunità. Resta che le materie prime, specie le risorse energetiche, hanno la parte del leone nel conflitto in Ucraìna. Ma esse non sono tutto. Ci sono anche le ragioni storiche, che affondano nella Terza Roma, e le ragioni geopolitiche. “Chi parla di umanità ti vuole fregare”, ricorda Carl Schmitt. E quanto se ne parla; se ne parla, eccome se ne parla…Se ne parla solo, perchè nessun italiano rinuncerebbe( giustissimamente) ad un solo grado di fresco o ad un solo grado di caldo per sostenere l’Ucraìna.

Personaggi principali della vicenda, in ordine di importanza, sono: Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Germania. A quest’ultima in Italia ora si fa poco caso, se non per il differenziale c.d. “spread“, ma è la Germania, quasi quanto la Russia, il bersaglio della guerra per procura dove gli ucraini muoiono per un un progetto egemonico più Britannico che Russo.

Usa e G.B., combattono la loro guerra contro la Russia fino all’ultimo Ucraìno e fino all’ultimo Europeo ( purchè non British). Brexit è solo lo pseudonimo dell’intento di restaurazione del Commonwealth a egemonia bianca: Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda. Ben lo sanno e molto lo temono non solo la Cina, ma anche la Turchia, l’Iran, l’Indonesia e l’India…

Che cosa fanno gli europei, oltre a prosternarsi, talora a fingere di prosternarsi, alla logica Nato? Già cuore europeo della Nato, la Germania sa bene di essere, con la Russia, il nemico principale degli anglosassoni in questa fase neocoloniale che ha come meta finale la Cina, prima che essa scavalchi il Pil degli Usa.

La guerra in Ucraina ha due antecedenti determinanti: il primo lungamente e apertamente (ricordate film come The Queen nel 2006 e quelli venuti dopo come Il discorso del Re, Dunkirk, le serie tv Downton Abbey e The Crown? Non sono venute a caso)ha preparato la Brexit; il secondo è il Covid, di cui si sa tutto e il contrario di tutto, ma almeno di una cosa si è certi: che in ogni Paese è stato colto dai militari e dai loro scienziati, anche in Italia fin dall’estate 2019, come un episodio di guerra batteriologica, seppur ufficialmente di incerta origine( personalmente riterrei probabile l’origine Cinese).

E’ nell’estate 2019 che è cominciato il ricalco degli “errori” che portarono alla prima fase di guerra civile europea e di connessa guerra mondiale nell’estate 1914 e alla seconda fase nell’estate 1939. Se si va a vedere dove si sono sprigionate le prime scintille, ieri come oggi, si nota che scaturiscono sempre nell’Europa centro-orientale, tra Mar Baltico e Mar Nero. C’è un terreno fertile in questo senso, ma gli Incendiari( USA e G.B. danno fuoco alle casa degli altri, non alla propria). Fuor di metafora, chi ha basato la sua egemonia terrestre pur essendo una potenza marittima e senza disporre di una grande esercito, ma contando sulle rivalità altrui? La Gran Bretagna. Nessuno come gli inglesi è urtato dall’unificazione – perfino la peggiore delle unificazioni – dell’Europa. Perciò De Gaulle non li voleva nel Mercato Comune. Perciò l’Italia ce li voleva, sapendo che Berlino non avrebbe condiviso l’egemonia continentale con Roma, se poteva condividere, alla lunga, l’egemonia mondiale con Londra e Parigi.

Questi piani sono tramontati. La Germania uscirà dal conflitto ucraino ridimensionata nella sua vera forza.

Diventa sempre più urgente ed ineludibile, affrancare l’Europa dalla Camicia di Nesso impostale dall’Entità Sionista che quotidianamente massacra l’Eroico Popolo Palestinese sotto gli occhi indifferenti degli Europei col complesso della immaginifica colpa olocaustica. Abbiamo con la Russia lo stesso problema dell’Inverno demografico e la necessità di mantenere una identità religiosa e razziale. Avremo poi nei decenni a venire un Nemico comune con la Russia, la Cina che con i suoi mille500 milioni di abitanti, deve sostituire gli USA sul gradino più alto del Pianeta. Ripresa Taiwan, la Cina controllerà il bene della vita nel Mondoquei microprocessori la cui produzione ad oggi è spartita tra USA e Formosa.Piuttosto di diventare domani schiavi dei Cinesi, è preferibile oggi essere alleati dei Russi.

luigi bellazzi

P.S.Il Male Americano oggi contro la Russia apre  un  altro fronte servendosi dei Paesi Baltici. USA e G.B. pur di combattere la Russia, ci consentiranno di ricordare che Kaliningrad era Konigsberg( fino al ’45). Ma per Te Giovane Russo, oggi, domani e sempre sarà solo Kaliningrad. Anche se con la saudade rivolta a Konigsberg, oggi l’interesse Nazionale dell’Italia e dell’Europa ci vuole a Kaliningrad. A Konigsberg ci penseremo sempre, senza parlarne mai.

l.b.

LETTERA APERTA AGLI ELETTORI VERONESI (di Gigi Bellazzi)

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Riceviamo e pubblichiamo questa piccata e sempre controcorrente (ma intelligente!) lettera aperta inviataci dall’Avv. Luigi Bellazzi

Al ballottaggio ci sarà il testa a testa tra Tommasi e Sboarina. E’ probabile una minima differenza di voti, tra i due Candidati a Sindaco. Per noi Fascisti, potrebbe essere l’occasione di far pendere l’ago della bilancia. Abbiamo però tutti bisogno di fare un bagno di verità.
Non conosco Damiano Tommasi. Tutti quelli che lo conoscono personalmente, me ne parlano un gran bene per l’aspetto umano.
Conosco Federico Sboarina. Tutti quelli che lo conoscono ne parlano un gran male, per tutti gli aspetti.
Per molti elettori veronesi, Tommasi è la ingannevole speranza; Sboarina è lo spiacevole ricordo.
Tommasi ha una zavorra: si porta a rimorchio la sinistra anarchica, quella dei diritti senza Doveri, ancor più anticomunista che antifascista, riportando in vita un gruppo consiliare di minoranza di sx che reggeva le mutande alla maggioranza di destra: corrotta, corruttrice oltreché imbelle.
Sboarina, ha un salvagente: si aggrappa al ricordo di un M.S.I. eroico, da solo contro tutti, che pagava con l’esclusione il rifiuto di correre in soccorso dei Vincitori, ribadendo l’orgoglio di “anche se tutti, noi No!”. Sboarina mollato in fretta il salvagente, dopo l’elezione nel 2017, eccolo passare subito dalla Rari nantes in gurgite vasto, al podio di Direttore dell’Orchestra della Societas Sceleris che amministra la Città. Del resto, non dimentichiamoci che Sboarina è passato, di recente, a Fratelli d’Italia, quando sono iniziate a suonare le trombe dei sondaggi favorevoli a questo partito. A pensar male …
Probabilmente Tommasi non avrà le palle per dire NO a Finocchierie e Lesbismi, travestiti e pervertiti, Drogati e fluidi Individui di incerta fattura. Tommasi non avrà gli attributi per ricordare a tutti costoro che nello Stato Etico ( Fascista o Comunista che sia) non esiste nessun Diritto, se prima non si è adempiuto a tutti i propri Doveri. Quando la Famiglia naturale è il primo dei doveri! Eh poi quanto conosce il Calciatore, tra Roma, Spagna e Cina, di Verona? Se gli facessimo un esame solo di topografia della città, come andrebbe? Un sindaco ha da fare un lavoro concreto, non ripetere massime buoniste tanto per lisciare il pelo. Senza dimenticare che Tommasi ha riempito la sua lista civica di giovani di belle speranze: ma non siamo stufi delle improvvisazioni nazionali dei Cinque Stelle?Non serve sostituire le persone, se non si cambiano le regole. Chi guiderà Tommasi e gli insegnerà il mestiere di sindaco? Se fosse( e certamente lo sarà) il PD veronese, c’è già da piangere …
Certamente Sboarina ha gettato l’amministrazione Comunale tra le braccia di nani, puttane e ballerini. ”Sboa”, nel 2017, sventolava la bandiera della Trasparenza per impedire infiltrazioni mafiose nelle partecipate. La Bandiera della trasparenza l’ha talmente dispiegata al punto da oscurare l’intero gruppo Agsm-Aim impedendone il controllo da parte dei veronesi mediante l’accesso civico generalizzato. Proprio di quei veronesi da cui oggi Sboarina pretenderebbe il voto.
Nella seconda votazione, ai veronesi verrà chiesto di scegliere tra il “Santo” Tommasi ( con l’ Inferno al seguito) e Barabba Sboarina.
Per fortuna che per noi provvede e ammonisce Cicerone: ”Mala tempora currunt, sed peiora parantur”. Corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori.
In Verona nell’intervallo per il ballottaggio 2022,
( con la certezza che si è persa l’ennesima occasione per una Città che si sappia valorizzare e faccia stare bene i suoi cittadini. Del resto, se vogliamo andare in cerca di questa Verona, possiamo appellarci solo a Cangrande. Ma erano 700 anni fa!)
Fascista, Negazionista Storico, Difensore del Male Assoluto ( cos’altro ancora?)
gigi bellazzi

REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: SANCISCE IL FALLIMENTO DI UNA LEGISLATURA

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

Il mancato raggiungimento del quorum costituisce non soltanto il naufragio dell’iniziativa referendaria – dagli obiettivi condivisibili, ma operata coi mezzi più confusi e contraddittori (cf. https://www.centrostudilivatino.it/referendum-per-la-giustizia-giusta-una-lettura-ragionata-dei-quesiti-proposti/)-, bensì pure il fallimento sui temi della giustizia di una intera legislatura: partita dalla manipolazione della prescrizione, proseguita con l’introduzione di istituti dagli effetti devastanti, quale l’improcedibilità in appello e in cassazione, e con destinazioni dei fondi Pnrr provvisorie e inutili, come l’ufficio per il processo, senza affrontare direttamente uno solo dei problemi emersi dal c.d. ‘caso Palamara’.

Se il bilancio è di cinque anni perduti, unitamente a risorse e a occasioni di riforme, il senso di responsabilità impone alle forze politiche, all’indomani di questa manifestazione di sfiducia dell’elettorato, di individuare i veri nodi della questione giustizia in Italia e, al di là delle divisioni, di assumere l’impegno perché la prossima legislatura sia dedicata ad affrontarli e a risolverli.

Ciò vuol dire, per restare allo stretto ambito della magistratura, puntare, oltre che a una vera e formale separazione delle carriere, che comunque ha bisogno di una modifica costituzionale, a estrapolare il giudizio disciplinare dal CSM, per affidarlo a un giudice non elettivo, ad adeguare gli organici di magistrati e personale di cancelleria, elevando l’attuale media della metà rispetto agli organici degli altri Pesi UE, a rivedere i meccanismi di ingresso nella funzione e di progressione in carriera, e quindi a cambiare le modalità del concorso e della nomina dei capi degli uffici.

Chi ha ricevuto un mandato dagli elettori, e siede in Parlamento e nel Governo, vari queste indilazionabili riforme, senza aggiramenti per via referendaria: che fanno tornare al punto di partenza, avendo nel frattempo bruciato tempo e denaro.

 

Scrivere pericolosamente: lettera aperta ad un Giovane Russo dimorante in Italia. Parte seconda

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Riceviamo e pubblichiamo la seconda parte della Lettera del Lettore che abbiamo ricevuto dall’Avv. Luigi Bellazzi di Verona:

dell’Avv. Gigi Bellazzi

Scrivere pericolosamente:
Lettera aperta ad un Giovane Russo dimorante in Italia. Parte seconda
Sconosciuto ma prezioso Amico,
nella vicenda dell’Ucraina c’è una vendetta della Storia. Nel 1945 le sue frontiere si spostavano a ovest di 500 km, ai danni della Polonia, mentre quelle della Polonia si spostavano di altri 500 km ai danni della Germania.
L’Ucraìna, da allora, non era più omogenea, russa per lingua, ortodossa per cristianesimo. Era diventata il polpettone etnico che conosciamo oggi, una sorta di super Bosnia, fonte di ogni possibile conflitto, nutrita di ricordi (olocausto per fame del 1934 come mito anticomunista per i russofoni; nostalgie asburgiche come mito fondatore per i polacchi diventati, senza volerlo, russi). Ebbene quell’Ucraìna sovietica collaborava dal 1945 con gli anglosassoni alla damnatio memoriae degli eroici tedeschi vinti e dei loro collaboratori ucraìni, criminalizzandoli.

 

Oggi, vigente la dittatura del Pensiero Unico, la Csi – vulgo Russia – subisce analoga sanzione propagandistica. Diventati artificialmente atroci, i simboli dei vinti del ’45 sono riabilitati da agenti degli Usa perché gli ucraini servono – come carne da macello – contro i Russi.

 

Se questo il testo, veniamo al contesto. L’Entità Sionista scatena la fabbrica delle bugie a qualsiasi costo e con qualsiasi simbolo. Torna in auge perfino la Croce Uncinata, vietata nei modellini in scatola di montaggio e sulle gradinate degli stadi. Anch’essa serve, pur di condurre passo a passo, se non al conflitto mondiale in territorio europeo, a incoraggiare come negli anni ‘30/’40 del ‘900 l’emigrazione di ogni cittadini ucraìno che abbia un solo avo ebreo e, più determinante per ottenere accoglienza, un titolo di studio scientifico superiore.

 

Così l’Entità sta ottenendo che il perno geopolitico mondiale torni dall’Estremo Oriente al Medio Oriente. Ovvero che al perno segua l’”attenzione” della Us Navy e quella finanza internazionale(BlackRock), che investiva sui mercati cinesi, non più su quelli europei. E poi, comunque finisca, una parte di Ucraìna sarà da ricostruire. E l’Entità riavrà il ruolo di cuneo tra una Europa ancora ricca di tecnologie, ma sempre povera di risorse energetiche. Cuneo che, alimenti l’integralismo islamico, impedendo la collaborazione con l’Europa cristiana, che si sta tagliando le vene del gas con la Russia.
Ciò che accade da tre mesi pare un telefilm della serie americana The Twilight Zone (in Italia nota come Ai confini della realtà). Solo nella persecuzione contro i negazionisti storici (Irving, Rassinier, Garaudy, Harwood, Butz, Leuchter, Faurisson, Mattogno…) si era vista la quasi totalità della propaganda – stampa, tv, radio, cinema, teatro, fumetti, libri – schierata contro il “Male Assoluto” di turno.

 

Con gli stessi mezzi mediatici, però oggi il battaglione (?) Azov viene elogiato per riproporre la figura del soldato politico. Da dove scaturisce, dalle trincee del Carso? Dall’epopea del Baltico 1919-21? Dalla guerra di Spagna, evidente modello per internazionalizzare e ideologizzare quella di Ucraina oggi?

 

No, sono i figli dei reduci di Terza Posizione o gli ormai maturi scampati delle bande mercenarie al servizio dei croati (contro i serbi). Ed è grottesco ritenerli gli eredi delle gesta militari delle Waffen Ss. Offrire loro, per la resa, l’onore delle armi, è la speranza ( per i Sognatori?) che i peggiori nemici di oggi diventino i migliori alleati di domani contro il male americano. Magari certe illusioni sono come le promesse elettorali: impegnano solo chi ci crede.

 

Poiché il mondo è ormai piccolo, ricordiamo la Cina, con la quale per la Russia potranno esservi intese tattiche, non strategiche. La Mongolia esterna per i cinesi (per i russi è Siberia), tredici milioni di kmq e trenta milioni di abitanti, è il punto di instabilità che ha finora consentito la stabilità tra Russi e Han (etnia prevalente in Cina). Alle megalopoli serve che le industrie pericolose siano poste fuori dai confini: la Siberia sarebbe la loro auspicata collocazione. Ma la Csi – che, come tutti gli Imperi, vive prima di immagine e poi di forza – non può cedere un solo centimetro di quei milioni di kmq, pena il rischio dello sgretolamento degli altri diciotto milioni di kmq, quelli già nella Csi.

 

Gli Usa, che cercano di staccare Pechino dall’Asse con Mosca (da quello con Berlino ce l’hanno quasi fatta), potrebbero presto immolare Taiwan, con una formula analoga a quella che dal 1997 si applica a Hong Kong, detta “una bandiera, due sistemi”. Può funzionare anche in Europa, come funzionò per mezzo secolo anche alle nostre frontiere, con la Jugoslavia.

 

Belgrado – che per decenni ha fatto manovre militari nel Mediterraneo con la Marina britannica, era alleata di Ankara (che era nella Nato) – aveva attriti scintillanti con l’Albania (alleata della Cina) per il Kosovo e divergenze con l’Italia (anch’essa nella Nato) per Trieste, Istria e Adriatico tutto. Emerse più avanti, ma già prima del trattato di Osimo, che Slovenia e Croazia erano, informalmente, anch’esse nella Nato, mentre il resto della Jugoslavia era col… Patto di Varsavia.

 

Parevano trucchi da magliari, eppure hanno tenuto insieme la Jugoslavia per mezzo secolo e di conseguenza salvato la pace in Europa. La tregua che forse verrà in Ucraìna, dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre, potrebbe essere connessa a una soluzione “bosniaca” per l’Ucraina. Solo una tregua. Per la pace si dovrà aspettare un futuro Presidente USA affrancato dal ruolo di burattino dell’Entità Sionista( ad impossibilia…).

 

A forza di continuare a sostenere con armi e bugie l’Ucraina, stiamo rischiando una terza (quarta?) guerra mondiale. E’ l’esito del “sonnambulismo” dei popoli Europei che si lasciano scivolare consapevolmente e di buon grado nella imminente catastrofe bellica.

 

San Marco 2022

 

Luigi Bellazzi

Attenti: la Cina sta preparando una guerra

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Lo avevamo scritto chiaramente su questo sito che l’obiettivo degli USA non è la Russia ma la Cina. Biden vuole regolare i conti con il suo maggior competitor e rischia un nuovo Vietnam…(n.d.r:)

di Matteo Milanesi

Per la prima volta dall’inizio del mandato, il presidente americano, Joe Biden, si è recato in visita al palazzo imperiale di Tokyo, per incontrare il sovrano Naruhito. Tema centrale del vertice è stata la nascita dell’Ipef, il nuovo accordo tra tredici Stati dell’Indo-Pacifico, in una funzione di contenimento del colosso cinese. Traghettatrice della proposta è stata Washington, la quale aveva già saldato la propria influenza, almeno in territorio asiatico, con la stipulazione di un accordo militare con India, Australia ed il Giappone stesso: il famoso Dialogo quadrilaterale di sicurezza del 2017. Proprio lo scorso 6 gennaio, il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, e quello australiano, Scott Morrison, hanno stipulato un nuovo trattato, denominato “Reciprocal Access Agreement”, con l’obiettivo di creare una più profonda cooperazione militare, anche con il compimento di esercitazioni congiunte.

Nell’Oceano Pacifico, il problema principale non è più Mosca, ma Pechino. Recentemente, il regime comunista di Xi-Jiping ha rafforzato la propria linea di difesa, attraverso il completamento del processo di militarizzazione delle isole artificiali del Mar Cinese meridionale, poche miglia a sud di Taiwan. Il tutto costellato dalle continue rivendicazioni proprio su Taipei, paradossalmente rimasta fuori dall’accordo tra Giappone e Stati Uniti di ieri.

L’avviso di Biden

Nonostante tutto, Biden ha avvisato il nemico: in caso di invasione dell’isola di Formosa, ecco che gli Stati Uniti interverranno militarmente. Non solo, quindi, con un sostegno indiretto, tramite l’invio di armi, come avviene in Ucraina; ma con uno diretto, trovandoci dinanzi ad un’immediata escalation mondiale, che coinvolgerebbe il colosso cinese contro l’alleanza atlantica.

La Cina si è trasformata nell’ago della bilancia geopolitica mondiale. Se, da una parte, cerca di presentarsi come potenza terza, neutrale e mediatrice nel conflitto tra Ucraina e Russia; dall’altra, nell’Indo-Pacifico, mostra la sua immagine contraria, quella più cruda, violenta, aggressiva. Taipei è costantemente violata nel suo spazio aereo, le minacce di Xi continuano a perseguire sia l’Isola di Formosa che Hong Kong, le spese militari del Dragone sono in vertiginoso aumento.

Nel contesto asiatico, Pechino è la nuova Mosca: un regime assetato di espansionismo imperialista, che non ha mai fatto i conti con la storia, con la sovranità di Paesi oggi indipendenti, ma originariamente sotto la sfera d’influenza cinese.

Segnali di guerra

Lo stesso investitore americano, Kyle Bass, ha evidenziato il processo di continua indipendenza, sia economica che militare, della Cina dell’ultimo biennio. In una pluralità di tweet, Bass ha tracciato un profilo inquietante, indicando come l’autarchia di Pechino si stia attestando su precisi piani, programmi, scadenze.

Già nel gennaio 2020, appena prima dello scoppio pandemico, la Cina aggiornava “la sua legge sugli investimenti esteri, che conferisce il potere di nazionalizzare beni ed investimenti esteri, in circostanze speciali, che includono la guerra”. E ancora, prosegue Bass: “Pechino sta accumulando cereali da oltre un anno. Si stanno gettando le basi per il completo sequestro di beni esteri e investimenti in Cina. Se sei un fiduciario istituzionale, è meglio che riconsideri la tua valutazione del rischio di investire in società cinesi pubbliche o private”.

Inoltre, il Dragone sta proseguendo nell’attuazione di una politica di radicale calo delle importazioni, incentivando il mercato interno, formato da oltre un miliardo di cittadini. Il tutto concluso dalla necessità della Russia di affidarsi alle dipendenze di Pechino, da sempre in rapporto di amicizia-conflittualità con Mosca, ma che appare l’unica opzione putiniana per difendersi dalle sanzioni economiche occidentali.

Nel frattempo, i toni di Biden non sembrano tramutare, neanche nei confronti della Cina. Dopo il ventilato auspicio di un “cambio di potere a Mosca”, ecco il nuovo affondo contro il Paese che si avvia a diventare la prima potenza economica mondiale. L’idea di intavolare rapporti diplomatici, facendosi da garanti, guarda caso come avvenne durante la presidenza Trump, non pare piacere all’amministrazione democratica. Speriamo solo che quest’ultima chiamata alle armi non sia quella fatale. Per gli Stati Uniti e per l’Europa.

Matteo Milanesi, 23 maggio 2022

Hitler non volle la guerra

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di Emilio Giuliana

Adolf Hitler non ha voluto la guerra! Il professor Barbero e Orsini, similmente ad altri eminenti storici Carroll Quigley, Anthony Cyril Sutton, Eustace Mullins, Benjamin Freedman, Stephen Zarlenga, Victor Suvorov (per citare i più noti), hanno dimostrato, con i loro lavori, che la tragica svolta nel corso della storia del Novecento, chiamata Seconda Guerra Mondiale, non fu determinata dai Nazionalsocialisti.

Sommessamente aggiungo, che il vero motivo che portò alla seconda guerra mondiale lo esterna senza mezzi termini Winston Churchill“Il delitto imperdonabile della Germania prima della seconda guerra mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto. ”– The Second World War, I960 .

A ribadire le stesse motivazioni il connazionale britannico del fu primo ministro della corona, il generale e storico John Frederick Charles Fuller.

“Quel che ci spinse in guerra contro Hitler non fu la sua dottrina politica; la causa stavolta fu il suo tentativo coronato da successo di dare vita a una nuova economia. La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica. L’economia di Hitler significava la rovina della finanza internazionale.

Se ad Hitler fosse stato permesso di mantenere in funzione il sistema economico che egli aveva ideato e posto in attuazione con successo (in Germania), altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata in modo particolare alla tempia degli Stati Uniti”.

“Passo per passo, sono giunto alla convinzione che le mire del comunismo in Europa sono sinistre e letali. Al processo di Norimberga, io e il mio collega russo, abbiamo condannato l’aggressione tedesca. Credo ora che Hitler e il popolo tedesco non hanno voluto la guerra. Ma noi, (inglesi) abbiamo dichiarato guerra alla Germania, con l’intento di distruggerla, in accordo col nostro principio di equilibrio del potere, e siamo stati incoraggiati dagli ebrei americani vicini a Roosvelt. Abbiamo ignorato le suppliche di Hitler, che chiedeva di non entrare in guerra. Ora siamo obbligati a riconoscere che Hitler aveva ragione. Ci ha offerto la cooperazione della Germania: invece, dal 1945, abbiamo dovuto far fronte all’immenso potere dell’impero sovietico. Mi vergogno e mi sento umiliato nel vedere che gli obbiettivi per i quali Hitler è stato accusato, sono validi e perseguiti ora, solamente sotto un’etichetta differente.”- Avvocato generale britannico, Sir Hartley Shawcross, conferenza di Stourbridge, 16 marzo 1984.

Forse diverrebbe più facile comprendere i fatti della Storia di quel periodo ricordando avvenimenti poco conosciuti, vedi le pesantissime sanzioni punitive a scapito della Germania sancite con il Trattato di Versailles, come conseguenza della sconfitta della prima guerra mondiale. A tal proposito espressero perplesse contrarietà eminenti persone di quel periodo. A seguito dell’inascoltata (tranne l’Imperatore Carlo I d’Asburgo) Nota di Pace, scritta da papa Benedetto XV, La pace di Versailles, siglata al termine del conflitto fu la pace dei vincitori. «Non era questa, no, la pace che i popoli si aspettavano – si legge nell’Osservatore Romano a commento del trattato – che era stata loro promessa per trascinarli al macello». E la colpa era, a detta del Vaticano, delle «voci degli imperialismi, delle ambizioni egemoniche, degli egoismi commerciali, del nazionalismo sopraffattore dei vincitori», mentre «debole e inascoltata è stata la voce dell’umanità». Papa Pio XI nella sua Enciclica Ubi arcano Dei del dicembre 1922 aveva affermato in merito al Trattato di Versailles: “La sostanza ultima di quei 440 articoli è sostanza di guerra e non fattore di pace; una pace artificiale stabilita sulla carta e che invece di svegliare nobili sentimenti aumenta e legittima lo spirito di vendetta e di rancore”.

Non diversamente si esprimerà, a ragion veduta, lo storico comunista inglese Eric John Hobsbawn, di origini ebraiche, che senza mezzi termini ha accusato il Presidente americano Wilson di avere aperto un gigantesco contenzioso fra nazionalità ed etnie diverse fornendo giustificazione alle successive pulizie etniche e financo all’esasperato nazionalismo tedesco e di conseguenza all’olocausto.

«Questa non è una pace, è un armistizio per vent’anni.» – (Ferdinand Foch, ufficiale francese al comando delle forze dell’Intesa sul fronte occidentale nella prima guerra mondiale; 1920.)

David Lloyd George: <<se la Germania ritiene che sia stata trattata ingiustamente nella pace del 1919, troverà i mezzi per esigere la giusta punizione dai suoi conquistatori… Per queste ragioni, pertanto, sono fortemente contrario al trasferimento di tedeschi dal dominio tedesco al controllo di qualche altra nazione, e che eventualmente può essere aiutata. Non riesco a concepire una causa maggiore di una futura guerra, diversa da quella del popolo tedesco, che ha certamente dimostrato di essere una delle razze più vigorose e potenti del mondo, che verrebbe circondato da una serie di piccoli Stati, molti dei quali costituiti da popoli che non hanno mai istituito in precedenza un governo stabile da sé stessi, ma ciascuno di essi ospitano grandi masse di tedeschi, che chiedono a gran voce il ricongiungimento con la loro terra natia, ha proposta della commissione polacca, che vorrebbe porre 2.100.000 tedeschi sotto il controllo di un popolo di religione diversa e che non ha mai dimostrato una capacità di autogoverno stabile in tutta la sua storia, a mio giudizio, porterà prima o poi a una nuova guerra nell’Europa Orientale>>. Essi se l’aspettavano la guerra perché erano consapevoli di averla scientemente provocata.

Altri fatti poco noti la Dichiarazione di Guerra degli Ebrei alla Germania, avvenuta il 23 marzo 1933 quando 20.000 ebrei protestarono al New York’s City Hall (Municipio) e furono organizzati assembramenti all’esterno del North-American German Lloyd e delle Linee di Navigazione Hamburg-American. Picchetti di boicottaggio furono organizzati contro i prodotti della Germania nei negozi, nei magazzini e nelle attività commerciali di New York City. Secondo il quotidiano britannico The Daily Express di Londra il 24 marzo 1933 gli ebrei avevano già proclamato d loro boicottaggio contro la Germania e d suo governo, eletto dal popolo. Il giornale titolò “Judea Declares War on Germany – Jews of All thè World Unite – Boycott of German Goods – Mass Demonstrations” (La Giudea dichiara guerra alla Germania – Ebrei di tutto d mondo unitevi – Boicottaggio dei prodotti tedeschi – Dimostrazioni di massa). L’articolo di fondo descrisse un’imminente “guerra santa” e proseguì implorando gli ebrei di ogni luogo a boicottare t prodotti tedeschi e a partecipare in massa a dimostrazioni contro gli interessi economici della Germania. Secondo l’Express: <<L’ insieme di Israele nel mondo è unito nel dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. L’apparizione dello Svastica come simbolo della nuova Germania ha riportato a nuova vita i vecchi simboli di guerra di Giuda. Quattordici milioni di Ebrei sparsi in tutto d mondo>>[nel 1933]. Sempre l’ Express scrisse che la Germania <<si trova ora di fronte ad un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria … A Londra, New York, Parigi e Varsavia, uomini d’affari ebrei sono uniti per intraprendere una crociata economica.>>

Nell’ opera che reca il titolo ” Ledokol” (termine russo che significa Rompighiaccio), Victor Suvorov, alias Vladimir Rezun, già ufficiale del sovietico GRU (Glavnoe Rayzvedyvatelnoye)vatclnoye Upravlenie -Direzione delle Informazioni Militari), sostiene che le intenzioni bellicose di Stalin, del resto confermate dall’occupazione sovietica dei territori polacchi orientali e, poco dopo, dall’attacco sferrato dall’Armata Rossa contro la Finlandia, sarebbero state chiaramente espresse dallo stesso leader sovietico all’indomani dell’accordo stipulato con i nazionalsocialisti il 23 agosto del 1939. Quando negl’ambienti riservati del Cremlino egli volle discutere con i propri fidati subalterni, segreti risvolti del patto stesso, evidentemente ignorati dalla controparte germanica. L’autore di Ledokol (l’unica edizione italiana è stata pubblicata nel 2000 col titolo “Stalin, Hitler la Rivoluzione Bolscevica Mondiale”), sottolinea infatti gli aspetti della singolare relazione stabilita tra Hitler e Stalin, utile soprattutto a semplificare il compito che l’ Unione Sovietica avrebbe dovuto svolgere. Secondo Suvorov, il patto di non aggressione avrebbe permesso al leader sovietico di ordinare la mobilitazione generale fin dal settembre del 1939 e di predisporre il dislocamento di 160 divisioni dell’Armata Rossa lungo ì confini occidentali dell’URSS (Carelia, Repubbliche Baltiche e territorio polacco situato a est della Vistola), in attesa del colossale attacco che Stalin avrebbe poi sferrato contro la Germania. A tale scopo, il Capo supremo del Cremlino avrebbe ordinato, nel gennaio del ’40, il richiamo di un milione di riservisti, portando a 3.500.000 il numero dei soldati effettivi dell’Annata Rossa, giunta così a costituire, con i 7.500 carri armati e i 6.000 caccia bombardieri a sua disposizione, una potenza bellica senza uguali nel mondo. Il maresciallo Georghy Zhukov avrebbe dovuto definire al più presto il piano di invasione della Germania, detto anche Operazione Groza ( Tempesta), da attuarsi non appena lo schieramento delle armate naziste avesse raggiunto la massima concentrazione sul fronte occidentale, lasciando il fronte opposto sufficientemente indifeso da un possibile attacco proveniente da Est, che, nel calcolo dello Stato Maggiore sovietico, Hitler non avrebbe avuto alcun modo di prevenire. A sostegno delle tesi esposte nel suo “Rompighiaccio” e ribadite nei successivi lavori (M-Day, The Chief Culprit, The – Last Republic), Suvorov cita più volte il discorso (pubblicato da Isvestja nel 1994) che Stalin tenne nel maggio del 1941 ai neo ufficiali dell’Accademia militare di Mosca. Occasione in cui il leader sovietico manifestò l’intento di dare attuazione al più presto al piano di conquista dell’Europa, attaccando per prima la Germania.

Le opere di Suvorov, che tarda accoglienza avrebbero trovato nell’editoria anglosassone, nonostante storici russi del calibro di Boris Sokolov, Alla Paperno e scrittori come Alexander Solzhenytzyn ne raccomandassero una rapida divulgazione in occidente, avrebbero invece destato vasta eco in Germania (ovviamente), ottenendo conferme e sostegno da Joachim Hoffmann, autore dell’opera Stalins Vernichtungskrieg (Stalin’s War of Extermination — The Stalins Pian To conquer Europe), lettura essenziale per la comprensione delle cause del secondo conflitto mondiale, insieme a quella dei libri scritti sullo stesso argomento dall’austriaco Ernst Topitsch. Tutto ciò avrebbe permesso, se non altro, di avanzare seri dubbi sulla tradizionale immagine, artificialmente costruita, di una pacifica Unione Sovietica, vittima della criminale aggressione nazionalsocialista.

Sebbene la storia ufficiale inviti a guardarsi dalle facili speculazioni, la stessa vicenda di Dunkerque, può essere riletta alla luce delle su esposte considerazioni, sufficienti a convincere che quanto avvenne nei pressi di questa città nel nord della Francia, prospicente al Passo di Calais, segnalava la volontà di pace del Fuhrer, e il suo invito a ricercare le condizioni per una sospensione delle ostilità fra la Germania e la Gran Bretagna. A Dunkerque infatti, nel maggio del 1940, stavano ripiegando ben 400.000 soldati francesi e britannici, diretti verso navi alleate, per essere trasportati al sicuro sulle coste inglesi. Il ripiegamento avveniva al cospetto di cinque Panzer Divisionen che, schierate nelle vicinanze, avrebbero potuto facilmente distruggere gli anglofrancesi. Hitler, con grande sorpresa del comando tedesco, si astenne dall’ordinare l’attacco per lanciare a Londra (e al gruppo di pace inglese) un altro avviso della propria disponibilità a concordare un armistizio.

Hitler non volle la guerra.

Fonte:https:/emiliogiuliana.com/2-uncategorised/90-hitler-non-volle-la-guerra.html

L’Avv. Luigi Bellazzi: “non mi piego al pensiero unico”

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Sono Gigi. Sono un uomo. Sono un fascista.
So da un grande comunista che “la verità è sempre rivoluzionaria” e mi oppongo al pensiero unico. Dunque non criminalizzo il “nemico”, come fa abitualmente la fabbrica protestante e anglosassone delle bugie.
Per limitarmi alle guerre che hanno reso il mondo ciò che è, ricordo che nel 1914 l’Impero britannico sosteneva che i tedeschi, invasori del Belgio, tagliassero le mani ai bambini. Ci credettero in tanti, ma non era vero.
Ricordo che, nel 1915, il transatlantico “Lusitania”, con molti passeggeri americani, viaggiava verso la Gran Bretagna carico di armi. Lo si fece sapere ai tedeschi, proprio perché essi l’affondassero; Londra ci rimise le armi, ma quella strage favorì l’ingresso in guerra degli Usa dalla loro parte.
Ricordo che, nel 1941, gli Stati Uniti bloccarono il flusso del petrolio indonesiano verso il Giappone, obbligando quest’ultimo ad attaccarli (ancor oggi i più credono che siano stati i giapponesi gli aggressori…).
Ricordo che gli Stati Uniti “dimenticarono” nel 1950 di includere la Corea del Sud nella lista dell’area asiatica di loro protezione, illudendo così i sovietici di poter unirla a quella del Nord; ne derivò un conflitto di tre anni e l’armistizio tuttora vigente…
Ricordo che, avendo imposto al Vaticano la morte innaturale di un papa italiano e l’avvento di un bellicoso papa polacco, dal 1978 gli Stati Uniti (con soldi del Banco Ambrosiano) sovvertirono proprio la Polonia, esponendo la Francia a pesanti rappresaglie. Infatti, nella Nato, la Francia corrispondeva gerarchicamente a ciò che, nel Patto di Varsavia, era la Polonia…
Ricordo Saddam Hussein, già agente della Cia negli anni ’50 contro il presidente nazionalista Qassem, che nel 1990 chiese il placet agli Usa per completare l’unità irachena col Kuwait, a risarcimento della guerra contro l’Iran del 1980-88. Il Kuwait era stato infatti una provincia dell’Impero ottomano per vari secoli, tutt’uno col resto della Mesopotamia. A proposito: l’Ucraina per secoli non è stata tutt’uno con Russia e Bielorussia? Ma resto per ora a Saddam Hussein. Egli ottenne il silenzio-assenso dalla ambasciatrice Usa a Bagdad, April Glaspie, peraltro almeno lei in perfetta buonafede. Saddam Hussein abboccò. Il resto è storia, atroce, con la strage, oltre che per guerra, per embargo di circa mezzo milione di iracheni, bambini poveri soprattutto.
Indico altre località di stragi “made in Nato” per completare il quadretto. Se la Cecoslovacchia, creatura francese col trattato di Versailles nel 1919, fu demolita pacificamente nel 1992, mentre la Jugoslavia, altra creatura francese col trattato di Versailles, venne frantumata dal 1991 in poi dalla micidiale cooperazione Usa/Vaticano + Austria/Germania. E il modello dell’Ucraina, domani, sarà la Bosnia. oggi: una triste confederazione di popoli nemici:
Quanto a macelleria bellica, rammento quella perpetrata, ogni tot anni, a Gaza, città egiziana abitata da palestinesi e bombardata dagli israeliani. Ma chi piange mai per Gaza nei tg Rai, Mediaset o de La 7, questo prestanome di Mediaset?
Ricordo la Siria, devastata inizialmente da “milizie islamiche”, di origine irachena (ex militari del disciolto esercito, messesi per disperazione al servizio degli israeliani e di chi ne tira i fili).
Via via di questo passo, gli USA trascinano l’Europa nella quarta guerra mondiale (la terza essendo la Guerra fredda). Siamo al suo prologo ucraino, come nel 1939 eravamo al prologo polacco. Un caso? Il 2022 è gemello del 1939. Tutto si volge nella stessa area geografica, tra polacchi diventati ucraini nell’Urss del 1945, ma rimasti cattolici; e russi o russofoni di fede ortodossa.
C’è ora un conflitto per procura, con gli ucraini lì a morire per conto di interessi polacchi, lituani, léttoni, éstoni, finlandesi… Tutti già sudditi dei russi e poco ansiosi di tornarlo. Ma questo è solo il guscio della vicenda. Il fine geopolitico vero degli angloamericani è rompere il nuovo patto di non aggressione tra Germania e Russia.
I guai di domani dei tedeschi di oggi possono anche giovarci, brevemente. Però piangeremo presto anche noi italiani. Non scrivo dunque in nome del torto e della ragione. Scrivo in nome dell’interesse nazionale. All’interrogativo retorico francese del 1939, “Mourir pour Danzig?”, con implicito “no” di allora, fa eco oggi il gesto dell’ombrello che mi suscita il falso dilemma “Pace o condizionatori d’aria?” di un presidente del Consiglio, nominato e non eletto, che così ha ammesso di aver portato l’Italia in guerra senza averla dichiarata.
Poiché sono un fascista in età, ma non un cretino, non volerò a Mosca, come faceva, per affari malcondotti, il duo Salvini & Savoini. Né volerò a Washington a farmi benedire dagli epigoni di Trump, alla maniera di come “Sono Giorgia-sono-una-donna” Meloni il 24 febbraio scorso, proprio il giorno di apertura di previstissime ostilità in Ucraìna.
Sono stato nostalgico di Benito Mussolini. Non sono mai stato nostalgico di Bettino Craxi, pur con i meriti che gli riconosco. Dunque non miagolerò parole sagge, come fa il socialista Alessandro Orsini.
Concludo quindi da temerario. Apprezzo l’esempio della Chiesa ortodossa russa e dello Stato russo nel sostegno alla famiglia tradizionale, con quanti più figli sia naturalmente possibile. Esorto i giovani russi, in Italia e non, a essere fieri della Grande Madre Russia. Mi addolora vederli morire, anche se mi è stato insegnato da ragazzo che “Dulce et decorum est pro Patria mori” (Orazio). Da vecchio so però anche che “non bisogna perdere le guerre” (Hermann Bickler).
Giovani russi, prevedo che in questa rossa [di sangue] primavera i vostri nemici vedranno crescere l’erba. Dalla parte delle radici.
Gigi Bellazzi
P.S. Amate la Vostra Patria, non disprezzate mai i Vostri Nemici. Rispettateli e trattateli con L’Onore che si deve al combattente nemico.I vinti di oggi potranno essere i migliori alleati di domani. Il male americano è la metastasi da estirpare. Il Battaglione Azov e il gruppo Wagner hanno gli stessi simboli e lo stesso mito indo europeo.

Perchè l’occidente odia la Russia e Putin

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di Fabrizio Marchi

Fonte: Fabrizio Marchi

Anche se può sembrare fantapolitico, specie per chi non si occupa di politica internazionale, è importante sottolineare che l’obiettivo strategico dell’offensiva globale americana (leggi, fra le altre cose, l’espansione della NATO ad est), è la Cina, non la Russia.
L’indebolimento o addirittura la destabilizzazione della Russia sul medio-lungo periodo è “solo” (con molte virgolette…) un passaggio intermedio, anche se di enorme importanza, al fine di isolare la Cina, il vero e più importante competitor degli americani. Che ciò sia possibile è tutto da verificare, naturalmente, ma a mio parere questa è l’intenzione.
Gli Stati Uniti puntano a prolungare quanto più possibile il conflitto in Ucraina se non a renderlo permanente. In questo modo sperano di dissanguare la Russia sia dal punto di vista militare che soprattutto economico, e di logorarla con il tempo anche sul piano psicologico, minando la coesione interna. Sul medio periodo la guerra potrebbe rafforzare e sta già rafforzando molto la leadership di Putin ma sul lungo potrebbe, forse, indebolirla. Del resto, restare impantanati in una guerra di lungo periodo può essere ed è stato destabilizzante per tutti. Pensiamo al Vietnam per gli USA e all’Afghanistan sia per l’America che per l’Unione Sovietica, solo per portare alcuni esempi noti. E per quanto la leadership di Putin sia molto solida, non possiamo escludere a priori nel tempo un suo indebolimento interno. Quanto e se ciò sia possibile, come dicevo, è altro discorso ma io credo che la strategia del Pentagono sia questa.

Subito dopo il crollo dell’URSS (ma il disfacimento era iniziato già da tempo) la Russia era ridotta ad una colonia, un paese con un enorme serbatoio di materie prime da saccheggiare e una grande massa di manodopera a bassissimo costo a disposizione per le multinazionali e le aziende occidentali, più un governo di affaristi senza scrupoli in combutta con la mafia e guidato da un fantoccio ubriacone al servizio degli USA. I quali erano ormai convinti di avere il mondo in pugno. E questo è stato il loro più grave errore. Un errore che per la verità hanno commesso spesso negli ultimi trent’anni. Sono rimasti letteralmente spiazzati dalla crescita economica impetuosa, se non portentosa, della Cina e non pensavano che la Russia potesse risollevarsi e ritrovare la sua forza, il suo baricentro, la sua identità, che è quella di un grande paese, con una grande storia, una grande cultura e un grande popolo che non può accettare di essere ridotto ad una colonia dell’Occidente.
Che ci piaccia o no (questo è del tutto indifferente al fine della comprensione delle cose) Putin è stato l’uomo che ha incarnato questa rinascita. Ed è proprio questo che l’Occidente non gli perdona. Perché gli ha tolto quel grande giocattolo che pensavano di avere ormai tra le mani e così facendo gli ha tolto il sogno – che sembrava ormai raggiunto – di poter dominare sull’intero pianeta.

Che poi la crociata antirussa sia all’insegna della difesa dei valori occidentali, della libertà, dei diritti civili e della democrazia, è ovviamente scontato, ma sono chiacchiere, propaganda delle più scontate, minestrine per ingenui (non voglio infierire…). L’Occidente fa e ha fatto affari, appoggiato, finanziato, armato e spesso creato di sana pianta le più feroci dittature in tutto il mondo (così come non esita oggi a nobilitare la peggiore feccia nazifascista mai vista in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale in poi), figuriamoci se il problema possono essere i diritti e la democrazia. Se Putin fosse al suo servizio potrebbe pure mangiarsi letteralmente i bambini a colazione che non gliene importerebbe assolutamente nulla e troverebbero anche il modo di occultarlo.
Indebolire, ridimensionare drasticamente o addirittura destabilizzare la Russia e insediare un governo compiacente, significherebbe, come dicevo, isolare la Cina. Pensiamo oggi all’India, un paese formalmente collocato nella sfera di influenza occidentale ma di fatto non ad esso omogeneo, per ovvie ragioni geografiche e quindi economiche e commerciali. Venendo meno la Russia, cioè l’altro principale bastione, oltre alla Cina, del blocco (euro)asiatico, l’India verrebbe inevitabilmente risucchiata nella sfera occidentale e forse anche il Pakistan, alleato fino a poco più di un anno o due anni fa degli Stati Uniti.

Si tratta ovviamente di una strategia e di un progetto ambiziosissimi che gli americani potrebbero giocarsi sul medio e lungo periodo. Del resto, se non riescono a spezzare in qualche modo il legame fra Russia e Cina, cioè l’asse centrale del (possibile ma non ancora del tutto omogeneo) blocco asiatico, per gli Stati Uniti e per il blocco occidentale le cose si potrebbero mettere molto male.
E’ per questo che la crisi in corso è sicuramente la più grave e inquietante dal termine della seconda guerra mondiale ad oggi. Una crisi di cui obiettivamente non siamo in grado di prevedere gli sviluppi e soprattutto gli esiti, potenzialmente drammatici.

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