I badogliani

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Inizia oggi una collaborazione col nostro sito il giovanissimo Michele Chcchi di La Spezia

di Michele Cucchi

Il nuovo governo di destra liberale è in carica ormai da nove mesi: tra sbarchi triplicati e promesse mai realizzate (si prenda il caso delle accise mai tagliate e delle varie supercazzole del tipo: “ci stiamo scontrando con la realtà”. Oppure: “mai promesso il taglio delle accise”, nonostante fosse nello stesso programma di Fratelli d’Italia) Giorgia Meloni continua, stando a ciò che riportano i sondaggi, ad accumulare consensi. Ciò è dovuto sicuramente al fatto che gran parte degli elettori di Fratelli d’Italia ha votato per il simbolo, ignorando le dichiarazioni antifasciste della Meloni e tappandosi il naso, convinti di dover scegliere il “meno peggio”, che in molti casi si rivela essere proprio il peggio.
Così i “camerati” hanno permesso a personaggi del calibro di La Russa di ricoprire la seconda carica dello stato. Ex ministro della difesa nel governo Berlusconi nel lontano 2011, La Russa diede l’appoggio dell’Italia al bombardamento della Libia, diventando così uno dei tanti responsabili del disastro migratorio e della sostituzione pianificata dei popoli europei, sostituzione contro la quale si è scagliato, per ironia della sorte, proprio un membro del suo partito, Lollobrigida, il quale, inspiegabilmente, qualche giorno dopo si è pentito pubblicamente delle dichiarazioni da “suprematista bianco” (Schlein dixit) ammettendo la sua ignoranza (sia mai che un politico osi finalmente schierarsi contro i piani della finanza internazionale). A proposito di finanza internazionale, sarebbe bene ricordare ai festanti seguaci della Meloni, che nel suo periodo d’oro fatto di urla e promesse, si era recata presso Vox, in Spagna, scagliandosi proprio contro la famosa finanza internazionale, salvo poi entrare nell’Aspen Institute, organizzazione foraggiata da fondazioni come la Rockefeller Brothers Fund, in qualità di socia. Le varie dichiarazioni antifasciste, l’appoggio incondizionato agli Stati
Uniti e al suo nuovo braccio armato ucraino non sono solo convenzioni dettate dalle necessità, ma segno di totale asservimento dell’Italia agli interessi stranieri. Parlare, come ha fatto Meloni, di storica alleanza tra Italia e Stati Uniti è semplicemente ridicolo: il nostro popolo ha partecipato alla guerra del sangue contro l’oro (1939-1945) combattendo leoninamente dalla parte del sangue. Le dichiarazioni di Meloni sul fantascientifico blocco navale sono inconciliabili con l’implacabile fame di consumatori dell’economia americana, dalla quale deriva il bisogno di sradicare quanti più popoli possibile dalle loro terre d’origine. Probabilmente quando il badogliano Gianfranco Fini, assassino del Movimento Sociale Italiano, aveva apostrofato Meloni con il termine “antifascista nella sostanza” intendeva questo: “camerata” di cartone in campagna elettorale (del tipo: sono Giorgia, sono una donna, sono cristiana), per poi trasformarsi, una volta raggiunto il potere, nella democristiana che siamo abituati a conoscere oggi, oscillante tra hanukkah ed elogi ad Almirante. A questo punto è lecito chiedersi se sarebbe andata diversamente nel caso di vittoria del Partito Democatico: dopo aver assistito al vertiginoso aumento degli sbarchi, ai milioni di euro e alle armi (per la “pace”)inviati all’Ucraina, come può non sorgere il dubbio che il sistema dei partiti non sia composto da facce della stessa medaglia solo all’apparenza il contrasto fra loro? La nuova stella Elly Schlein e Giorgia Meloni condividono infatti l’appoggio incondizionato alla NATO, all’Unione Europea, (e di conseguenza all’usura dell’euro che fino a qualche anno fa era uno dei bersagli prediletti della Meloni) e differiscono su temi come i “diritti” civili, quali ad esempio l’infanticidio, (ora chiamato aborto) o sui diritti, già ampiamente riconosciti, delle coppie omosessuali. Temi dei quali Meloni ha saputo furbescamente approfittare, trasformando le sue invettive a mò di “sì alla famiglia naturale, no alla lobby lgbt” in trappole per sprovveduti. Quando un politico, in campagna elettorale, si scaglia ferocemente contro i migranti (e non contro le guerre dalle quali fuggono, cause dirette della politica estera americana) e una volta raggiunti i gangli del potere afferma che all’Europa e all’Italia serve immigrazione, viene in mente subito la frase del grande poeta Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o non vale niente lui, o non valgono niente le sue idee”. Nel suo caso i rischi corsi furono: trascorrere 25 giorni rinchiuso come un animale all’interno di una gabbia di rete metallica e l’internamento in un ospedale psichiatrico criminale. Ma nonostante ciò, preferì rimanere Ezra Pound, e non trasformarsi in Badoglio.

Il complesso di superiorità

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di Gianni Petrosillo

Dobbiamo dare pienamente ragione a Orsini benché noi stiamo dicendo le stesse cose da mesi o anni. L’Occidente è in preda ad un delirio di onnipotenza in cui il delirio è molto e l’onnipotenza ormai poca. La battaglia contro la realtà del circo mediatico nostrano ha superato qualsiasi narrazione distopica e non si discosta mai dai dalla versione del potere ufficiale nonostante le evidenti bugie con gambe sempre più corte e il naso chilometrico.
La Russia doveva essere sconfitta in poco tempo ma Putin non doveva essere umiliato perché il suo paese è pur sempre una forza nucleare. Si continua a ripetere queste sciocchezze benché i fatti si siano già incaricati di rovesciare le finte convinzioni che girano dalle nostre parti. Mosca non è stata sottomessa e l’onore di Putin non è mai stato così saldo, almeno in confronto alla reputazione dei suoi omologhi anglofoni ed europei. Aspettiamo con ansia il colpo di grazia all’Ucraina per vedere cos’altro si inventeranno per non farsi abbassare un’autostima smisurata ma senza alcun fondamento.
“I russi perderanno la guerra in pochi giorni perché non hanno voglia di combattere”. E poi i russi hanno vinto, con smodata determinazione, la battaglia di Bakhmut, il corpo a corpo più brutale della guerra. Ecco un ulteriore esempio del complesso di superiorità dell’Europa: “L’esercito russo è tecnologicamente arretrato mentre quello occidentale è avanzatissimo”. Però il blocco occidentale invia armi vetuste all’Ucraina. La superiorità tecnologica dell’Occidente in Ucraina? Non pervenuta.
Nel lungo periodo, i complessi di superiorità distorcono i fatti fino al capovolgimento della realtà.
Per esercitare il ragionamento critico contro le manipolazioni dei media dominanti, individuo periodicamente sul mio canale YouTube quella che chiamo “l’idea più cretina sulla guerra in Ucraina”. Questo mese il podio è di Richard Moore, capo dell’MI6, i servizi segreti esteri britannici. La sua frase, enfaticamente rilanciata dal Corriere della Sera, recita così: “Stiamo attenti a non umiliare Putin”. Le parole di Moore sono un esempio di capovolgimento della realtà causato dai complessi di superiorità dell’Inghilterra nei confronti della Russia. Putin rade al suolo Mariupol, Bakhmut, Severodonetsk, Lysychansk, Kherson, Rubizhne? Epperò! Il blocco occidentale smetta di umiliare Putin! Secondo i media dominanti, Putin distrugge perché è umiliato. Il ragionamento critico impone la seguente domanda: “Se chi distrugge è umiliato, quant’è umiliato chi è distrutto?”. Ecco la mia conclusione contro le manipolazioni dei media: i veri umiliati sono gli occidentali che non riescono a proteggere l’Ucraina dal fuoco russo.

COPPIE OMOSEX: IL RICONOSCIMENTO DELLA DOPPIA GENITORIALITÀ SAREBBE IN LINEA CON LA COSTITUZIONE?

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Pietro Dubolino

Ecco i perché della risposta negativa.

1.  In una intervista comparsa il 1 luglio scorso sul quotidiano “La Repubblica” il prof. Giuliano Amato, già presidente della Corte costituzionale, ha sostenuto che, fatta eccezione per il caso di nascita derivante da “maternità surrogata” (il ricorso alla quale, com’è noto, in Italia ed in numerosi altri paesi è previsto come reato), nulla impedirebbe, a livello costituzionale, che venisse riconosciuta, per legge, la piena genitorialità di entrambi i componenti di una coppia “omoaffettiva” i quali abbiano fatto ricorso, per ottenere la nascita di un figlio, alla fecondazione eterologa, ora consentita, in Italia, soltanto a coppie formate da soggetti di sesso diverso.  In sostanza, si tratterebbe di far comparire, nell’atto di nascita, come genitori, accanto a quello che ha fornito il “materiale biologico” utilizzato per la fecondazione eterologa, anche quello c.d. “intenzionale”, che si è limitato ad esprimere il proprio consenso all’utilizzazione di quel materiale, nella prospettiva, però, di considerare e trattare come figlio anche proprio quello che, a seguito della fecondazione eterologa, sarebbe poi nato. A sostegno di tale posizione si richiama il noto ed indiscusso principio secondo cui, in materia familiare, la “stella polare” (per così dire) alla quale deve farsi riferimento tanto nella legislazione quanto nella prassi applicativa, è quella costituita dal “miglior interesse” di chi, in un modo o nell’altro, viene messo al mondo. Principio, questo, che, in effetti, risulta solennemente affermato in numerose Convenzioni   internazionali, tra le quali, in particolare, la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, resa esecutiva in Italia con legge n. 176/1991 (all’art.3) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, o “Carta di Nizza” (all’art. 24).  E, nella visione del prof. Amato e di quanti condividono la sua posizione, il “miglior interesse” del figlio nato da fecondazione eterologa decisa nell’ambito di una coppia “omoaffettiva” sarebbe indubbiamente quello di vedersi riconosciuta la piena genitorialità di entrambi i componenti di detta coppia. Ciò nel chiaro – ancorchè inespresso – presupposto che avere due genitori, anche se dello stesso sesso, sia sempre e comunque meglio che averne uno solo.

2. Ma è proprio a partire da tale presupposto che l’intera costruzione logico-giuridica finora sommariamente illustrata inizia a mostrare le sue crepe. Non sempre, infatti, il risultare ufficialmente figlio di entrambi i genitori, anche nell’ambito della genitorialità eterosessuale, è da ritenersi per ciò solo rispondente all’interesse del minore. Basti ricordare, al riguardo, che proprio la Corte costituzionale, con la sentenza n. 341 del 1990, ebbe a dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 274 cod. civ., nella parte in cui  non prevedeva che l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità promossa dal genitore esercente la potestà su di un minore degli anni 16 nei confronti dell’altro (presunto) genitore fosse ammessa solo se “ritenuta dal giudice rispondente all’interesse del figlio”; interesse che, quindi, non poteva darsi per automaticamente scontato. E anche nel caso di un minore degli anni 14 (originariamente degli anni 16) già riconosciuto da uno solo dei genitori, il riconoscimento da parte dell’altro genitore può avvenire, in base all’art. 250 cod. civ., soltanto se, a fronte dell’eventuale opposizione da parte del primo, il giudice lo trovi effettivamente rispondente all’interesse del minore.  Se, dunque, anche nel caso di genitorialità eterosessuale, non è sempre detto che il riconoscimento da parte di entrambi i genitori sia nel “miglior interesse” del minore, a maggior ragione deve ritenersi che ciò valga anche nel caso in cui trattisi di genitorialità da attribuirsi a quello, fra i due “partners” di una coppia omosessuale, che, a differenza dell’altro, non ha neppure un rapporto biologico con il preteso figlio; rapporto che, invece,  si presume esistente per entrambi i genitori in una coppia eterosessuale.

D’altra parte, è stata ancora la Corte costituzionale ad affermare (si vedano, in particolare, le sentenze nn. 221/2019 e 230/2020), che non può considerarsi, di per sé, “arbitraria ed irrazionale” l’idea che «una famiglia ad instar naturae – due genitori, di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile – rappresenti, in linea di principio, il “luogo” più idoneo per accogliere e crescere il nuovo nato». Il che significa, in buona sostanza, che, anche nella visione della Corte, è quanto meno ammissibile ritenere che il “miglior interesse” del minore sia quello di avere, appunto, una famiglia rispondente al modello di società naturale scolpito in Costituzione; modello al quale non può in alcun modo ritenersi che sia “sic et simpliciter”, assimilabile quello costituito dalla “famiglia” omogenitoriale. Anzi, dal momento che tale modello si discosta dall’altro non su aspetti marginali, ma su un punto essenziale, che è quello della diversità di sesso dei genitori, appare logico desumerne che esso sia da considerare come radicalmente contrario a quell’interesse. Del resto, se così non fosse, la Corte costituzionale, nel dichiarare, con le sentenze nn. 162/2014 e 96/2015, la parziale incostituzionalità degli artt. 4,9 e 12 della legge n. 40/2004 sulla procreazione assistita, nella parte in cui vietavano in assoluto il ricorso alla fecondazione eterologa, senza escludere dal divieto, in presenza di determinate condizioni, le coppie eterosessuali, non avrebbe avuto ragione di limitare solo a queste ultime l’operatività dell’esclusione e, quindi, la possibilità di ricorrere alla suddetta pratica; possibilità che, non a caso, è stata subordinata alla riscontrata esistenza di “una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili” ovvero alla circostanza che si tratti di “coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), accertate da apposite strutture pubbliche”. Anche dalla puntuale e precisa specificazione di tali condizioni si comprende, quindi, come la Corte abbia volutamente inteso escludere ogni rilevanza costituzionale alle eventuali aspettative di genitorialità congiunta da parte di coppie omosessuali che, pure, volendo, nulla le avrebbe impedito di prendere in considerazione, per giungere quindi ad una diversa e più ampia declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme in questione.

Di qui una prima conclusione, e cioè che una legge in base alla quale dovesse riconoscersi la genitorialità congiunta dei componenti di una coppia omosessuale rispetto al figlio concepito mediante ricorso alle tecniche della fecondazione eterologa, non sarebbe certo in sintonia con le richiamate pronunce della Corte costituzionale ma si porrebbe, piuttosto, con esse in stridente contrasto.

3. Una legge del tipo anzidetto, stando a quanto si desume dalle parole di Giuliano Amato, dovrebbe peraltro applicarsi soltanto al caso della coppia omosessuale che abbia fatto ricorso alla fecondazione eterologa, rimanendo invece escluso quello in cui abba fatto ricorso alla c.d. “maternità surrogata”. Ciò in adesione, tra l’altro, a quanto ritenuto dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n. 33/2021, ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004 (che prevede come reato la suddetta pratica) e di altre norme ad esso collegate, «nella parte in cui non consentono, secondo l’interpretazione attuale del diritto vivente, che possa essere riconosciuto e dichiarato esecutivo, per contrasto con l’ordine pubblico, il provvedimento giudiziario straniero relativo all’inserimento nell’atto di stato civile di un minore procreato con le modalità della gestione per altri (altrimenti detta “maternità surrogata”) del c.d. genitore d’intenzione non biologico» (questi i termini in cui la questione era stata sollevata dalla prima sezione civile della Corte di cassazione). A sostegno di tale decisione la Corte, in sintesi, ha osservato che, da una parte, deve ritenersi meritevole di tutela “l’interesse del minore al riconoscimento giuridico del suo rapporto con entrambi i componenti della coppia che non solo ne abbiano voluto la nascita in un Paese estero in conformità alla lex loci, ma che lo abbiano poi accudito esercitando di fatto la responsabilità genitoriale”; dall’altra, che una tale tutela, nel caso di nascita da “maternità surrogata”, dovrà “essere assicurata attraverso un procedimento di adozione effettivo e celere, che riconosca la pienezza del legame di filiazione tra adottante e adottato, allorché ne sia stata accertata in concreto la corrispondenza agli interessi del bambino”; procedimento che può anche essere quello della c.d. “adozione in casi particolari”, previsto dall’art. 44, comma 1, lett. d), della legge n. 184/1983, da disciplinarsi, però – dice ancora la Corte – in modo da renderlo “più aderente alle peculiarità della situazione in esame”. Ciò in quanto (sempre secondo la pronuncia in discorso) la non riconoscibilità dell’atto straniero nel quale figurino, come genitori del bambino, entrambi i componenti della coppia omosessuale che abbia fatto ricorso alla pratica della “maternità surrogata”, trova una sua giustificazione in quella che viene definita la “legittima finalità di disincentivare il ricorso a questa pratica”. E analogo concetto risulta espresso nella sentenza n. 38162/2022 pronunciata dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione, secondo cui la non riconoscibilità risponde soltanto all’intento, ritenuto legittimo, di “scoraggiare i cittadini dal ricorso all’estero ad un metodo di procreazione che l’Italia vieta nel suo territorio perché ritenuto lesivo di valori primari”.

A ben vedere, però, tutto il ragionamento si basa sul presupposto, chiaramente enunciato nella sentenza della Corte costituzionale e presente anche in quella delle sezioni unite della Cassazione, che anche il genitore c.d. “d’intenzione” si sia preso cura, unitamente a quello “biologico” del bambino, tanto da rendere configurabile l’interesse di quest’ultimo a vedersi riconosciuta, se non la genitorialità, quanto meno una forma di legame giuridicamente rilevante quale, appunto, quella derivante dall’adozione “in casi particolari”. Ma un tale presupposto sarebbe, all’evidenza, del tutto assente qualora, per legge, il rapporto di genitorialità “intenzionale” dovesse essere riconosciuto fin dal momento della nascita. E, d’altra parte, l’esistenza di un rapporto di genitorialità, quale che esso sia, non può che essere affermata con riferimento alla situazione esistente all’atto del concepimento (anche se, in ipotesi, riconosciuta ex post), e non mai con riferimento ad una situazione che si sia maturata in un tempo successivo. E’ quindi giocoforza ammettere che un’ipotetica legge che prevedesse l’automatica attribuzione della genitorialità anche al genitore “d’intenzione” non potrebbe farlo se non basandosi, appunto, su quanto già verificatosi all’atto del concepimento, e cioè soltanto sull’avvenuta prestazione del consenso all’utilizzazione del materiale biologico del “partner”, magari con l’aggiunta (per quanto possa valere) dell’impegno ad adempiere, di fatto, una volta avvenuta la nascita, ai doveri derivanti dalla genitorialità. Ciò comporterebbe, però, il dare per scontato che il “miglior interesse” del minore sarebbe appunto, in ogni caso, quello di vedersi riconoscere, come genitori, tanto quello “biologico” quanto quello “intenzionale”. Il che, oltre a non avere riscontro nella realtà (per le ragioni già illustrate in precedenza), renderebbe difficilmente giustificabile la mantenuta soccombenza di detto interesse rispetto a quello – quando la nascita sia avvenuta mediante ricorso alla vietata pratica della “maternità surrogata” – di “disincentivare” o “scoraggiare” (come si è visto) quanti vi ricorrono recandosi a tal fine nel territorio di Stati nei quali nei quali essa è consentita. Se è vero, infatti, che – come affermato dalla Corte costituzionale, sia pure ad altri fini, nella sentenza n. 272/2017 e ripreso, poi, in altre pronunce della stessa Corte e della Corte di cassazione, tra cui la già citata sentenza delle sezioni unite n. 38162/2022 – il divieto della suddetta pratica trova giustificazione nel fatto che essa “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”, è altrettanto vero che la produzione di tali effetti, quando il divieto venga violato, non è certo addebitabile al soggetto che, a seguito di detta violazione, sia stato messo al mondo. Una qualsiasi limitazione dei suoi diritti rispetto a quelli riconosciuti alla generalità dei nati a seguito di concepimento realizzato in tutti gli altri possibili modi equivarrebbe quindi ad attribuirgli le stigmate di quelli che una volta, ai tempi della deprecata “morale borghese”, si chiamavano “i figli della colpa”. Il che, per quanti si ritengono e vogliono accreditarsi come animati da spirito “progressista” dovrebbe costituire causa di un qualche imbarazzo.

Fonte: https://centrostudilivatino.us18.list-manage.com/track/click?u=36e8ea8c047712ff9e9784adb&id=0e2d44c7cd&e=d50c1e7a20

Memento vivere

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di Livio Cadè

Fonte: EreticaMente

“Aspirate alle cose di lassù e non a quelle che sono sulla terra”

La vita è sogno?

“Ogni causa si decida sulla parola di due o tre testimoni”, prescrive il Deuteronomio. Anche un solo testimone, secondo Crisostomo, è però sufficiente, se è degno di fede e se testimonia non di materia estranea ma di ciò che ha in sé. Poniamo dunque che mille persone, senza rapporto tra loro, mi dicano d’aver visto uno strano animale, e tutti concordino nel descriverne le dimensioni, la forma, i colori, il modo di muoversi ecc.. È più logico credere che quell’animale esista o che tutti costoro stiano mentendo, o che siano tutti vittime di un’allucinazione? Credo che concedere un assenso preliminare sarebbe la soluzione più intelligente.

Mi appoggio a questa premessa in relazione alle testimonianze di coloro – ormai migliaia –  che (come quell’Er di cui narra Platone) hanno avuto un’esperienza di morte e l’hanno potuta raccontare. Si parla, in questi casi, di premorte, di prossimità al morire, convenzionalmente NDE, acronimo di Near Death Experiences. Espressioni incongrue, visto che si tratta di persone clinicamente morte per alcuni minuti, alcune ore, in certi casi addirittura alcuni giorni. Ma l’ambiguità terminologica vorrebbe lasciare uno spiraglio alle spiegazioni razionali. Di fatto, alcuni di questi soggetti sembrano misteriosamente resuscitare. Altri, tornando dal regno dei morti, si trovano inspiegabilmente guariti da patologie gravissime. I medici, che non credono ai miracoli, attribuiscono tali eventi straordinari al ricorrere di minime probabilità statistiche.

Questi casi, un tempo rarissimi, stanno diventando grazie alle moderne tecniche di rianimazione sempre più frequenti. L’aspetto singolare è che alcuni dei soggetti riportati in vita non riemergono da uno stato di assenza mentale (che sembrerebbe ovvio, vista la mancanza di attività cerebrale), ma dicono d’aver vissuto esperienze meravigliose, stati di coscienza straordinari. Di solito ne parlano dopo lunghe reticenze, temendo d’esser presi per pazzi. La ‘scienza’ cerca di darne una spiegazione in termini fisiologici (carenza d’ossigeno, accumulo di anidride carbonica nel sangue, scompigli neuronali) o psicologici (fantasie, immagini che il cervello elaborerebbe in extremis per rimuovere l’idea della morte). Questo è coerente con una neurologia che assimila la mente al sistema nervoso (come se un Corale di Bach stesse nelle corde di budello d’un violino) e con una psicologia che rinnega la psiche, ossia con i dogmi di scienze ostili a ogni prospettiva metafisica.

Tali esorcismi razionalistici hanno qualcosa di assurdo e insieme di maligno. Sembrano ispirati dalla volontà di negare ogni trascendenza, ogni realtà dello spirito, come se evocare Dio o l’anima minacciasse la Weltanschauung bio-meccanicista e la sua trionfale marcia verso il futuro. Sintomi di una follia, che vorrebbe dimostrare e misurare l’essere con strumenti scientifici. V’è però chi cerca di conciliare le NDE con le nuove prospettive della fisica, magari usando “informazione quantistica” invece di termini compromettenti come anima o spirito. Ma anche dietro questa apparente apertura è chiara l’intenzione di rimettere il problema all’onnipotente Dea Ragione.

V’è poi chi relega le testimonianze di premorte – insieme ad avvistamenti Ufo, sedute medianiche, fantasmi e altri fenomeni detti ‘paranormali’ – in una sub-cultura indegna di rientrare negli interessi di una mente colta e razionale. Alcuni anzi sembrano avere come missione nella vita il dimostrare l’inconsistenza o la falsità di tutto ciò che non può addurre ‘prove scientifiche’ o che esce dalle maglie del sedicente ‘metodo scientifico’ (creando di fatto una nuova superstizione).

Sulla scorta della mia premessa, io parto invece dal presupposto che la NDE sia un’esperienza spirituale, come afferma chi l’ha vissuta. Certo è probabile che esistano narrazioni contraffatte, ma le persone coinvolte mi sembrano in genere degne di fede  e sicuramente non parlano di materia estranea ma di qualcosa che hanno in sé (non c’è niente che ci è più nostro della nostra anima, dice Aristotele). Gli scettici diranno che dar peso a questi racconti è una forma d’escapismo, di fuga dalla realtà  (la loro idea di realtà) o un credere ai sogni. Ma può un morto sognare? O non è al contrario la morte un ridestarsi? I protagonisti della NDE affermano proprio questo: il morire induce in loro ex abrupto la sensazione di un risveglio, una consapevolezza più vivida e convincente di ogni altra. Come quando si apron gli occhi al mattino e si sa d’aver dormito, così l’anima, uscendo dal garbuglio delle vicende terrene, capisce che la vita era un sogno.

Mentre i sogni son guazzabugli d’immagini diverse per ciascun dormiente, le NDE presentano una uniformità, una coerenza interna e una vasta serie di concordanze. Non hanno affatto l’aria di allucinazioni prodotte da un soggettivo disordine cerebrale. Sembrano piuttosto il resoconto obiettivo di un viaggio in uno stesso luogo. Raccogliendone i contenuti, si potrebbe organizzare una sorta di scienza tanatologica. Inoltre, a differenza di esperienze prodotte da droghe e da farmaci, la NDE induce quasi sempre nel soggetto una riforma spirituale. Molti riscoprono il valore della preghiera, del meditare, dell’aiutare gli altri. Se ci accostiamo a queste narrazioni senza pregiudizi, potremmo di fatto trovarvi conferme empiriche di un viaggio iniziatico e di una philosophia perennis. E chi non può credervi, la prenda come una ricca allegoria dell’ignoto.

Indistruttibilità dell’essere

La morte è un argomento difficile, specie per una cultura come la nostra, che fa della morte un mero decesso biologico, che spinge a evacuarne il senso, ad alienare l’uomo dal suo morire. Ognuno si pone di fronte alla morte come evento limite e teorico, che non lo riguarda personalmente. Sa razionalmente d’esser mortale, ma intimamente lo nega. La morte è qualcosa che riguarda gli altri. Solo gli altri muoiono – io non sono un altro – io non muoio. Questo rifiuto istintivo toglie valore alla vita stessa, diviene il viatico di un’esistenza banale e dimentica. Ma è in fondo il riflesso, lontano e deformato d’una verità. Perché v’è un altro sillogismo, latente nel profondo d’ogni uomo, che dice: l’essere non può morire – io sono – quindi io non posso morire. Del resto, sarebbe strano essere anime eterne e non saperlo.

Questo io sono è un’evidenza segreta e indimostrabile. Non ci serve la testimonianza di nessuno. Se rientrassimo in noi stessi – nuotando contro la corrente del pensiero dominante – vedremmo che la vita è il tocco dell’essere e che il corpo è solo lo strumento con cui il sé si esprime, un mezzo e insieme un limite che comprime la coscienza entro strutture biologiche. Tutto ciò che esiste occupa uno spazio. Ma non è difficile capire che questa coscienza non è in nessun luogo. E dunque, come dell’anima di cui parla Eraclito, non possiamo trovarne i confini. Tuttavia, la coscienza è sempre associata a organi e funzioni. Quindi, finché dimora in un corpo terreno, può percepire la realtà solo per quel tanto che un cervello umano ne può cogliere. Non è perciò impossibile che, svincolata dai suoi limiti fisici, faccia esperienza di un aldilà, forse attraverso gli organi di un corpo più sottile.

Qualcuno ha sottolineato le coincidenze delle NDE col Bardo Thodol, Libro Tibetano dei morti, dove la casistica del dopo-morte è ampiamente trattata. Ma anche nella storia occidentale, fin dall’antichità, abbiamo testimonianze di mistici che escono dal proprio corpo (“l’anima, spogliatasi della carne, cominciò a contemplare il suo corpo che giaceva immoto sul letto”, scrive Alpais di Cudot, mistica del XII secolo) e comunicano con esseri ultraterreni, vedono cose sorprendenti, attingono a una conoscenza divina. Rapiti in cielo, assorbiti in una luce e in un amore ineffabili. Come se il mistico anticipasse, nella sua estasi, l’esperienza della morte.

Sappiamo che da sempre la dimensione mistica si scontra con l’impotenza delle parole. Così, anche chi ha una NDE incontra difficoltà nel tradurla in concetti umani. Si svolge in un regno dove non valgono più le nostre leggi di tempo e di spazio né i nostri automatismi logici, dove l’intelligenza si allarga, i sensi sembrano acuirsi e intensificarsi. Così, alcuni narrano di indicibili policromie e iridescenze, profumi inebrianti, musiche celestiali, giardini e paesaggi meravigliosi, sorta di Campi Elisi. Tutto si direbbe circonfuso di un’aura primaverile, di dolci brezze. La coscienza è colpita da una bellezza oltremondana che appaga il suo senso estetico più pienamente di ogni bellezza terrena. Ogni cosa sembra emanare un fluido risanante e riparatore. Il buono e il bello si fondono in uno stato di grazia. Anche la sete di conoscenza sembra abbeverarsi in solenni edifici simili a scuole o biblioteche in cui è raccolta ogni forma di scibile. Alcuni  contemplano l’universo, con le sue stelle, le sue galassie, le sue strutture matematiche, ne intuiscono la fonte soprannaturale. A volte hanno premonizioni o rivelazioni sul futuro, visitano epoche remote, vedono antiche civiltà (“l’anima mia si eleva fino all’altezza del firmamento, in aure mutevoli e diverse, e si estende a popolazioni molteplici, in spazi e paesi amplissimi e lontani da me” scrive Hildegard).

La stessa sfera affettiva pare dilatarsi. L’anima non solo ritrova coloro che ha amato (“è impossibile che la morte cancelli dal cuore quello che l’amore vi ha impresso” diceva Angela da Foligno) ma fa anche conoscenza di esseri luminosi – sorta di tutori e maestri che qualcuno definisce angeli o spiriti guida – che la accolgono e la accompagnano, figure sprigionanti amore e comprensione. Fin qui, tutto coincide con ciò che diremmo ‘paradisiaco’. Più rare, ma non meno significative, sono le visioni di ripugnanti figure demoniache, laghi di fuoco, abissi spaventosi in cui brulicano anime cieche e straziate, o altre situazioni ‘infernali’.

È facile supporre che queste descrizioni riflettano gli sfondi culturali, religiosi e immaginativi dei soggetti coinvolti. Se vediamo qualcosa di anomalo o di incomprensibile siamo infatti inclini a ricondurlo entro modelli a noi noti. Come potrebbe un uomo primitivo che vedesse un aereo o un computer descriverli ai suoi simili? Il confine tra un ‘fatto obiettivo’ e la sua ‘interpretazione’ è labile. Questa non è un’obiezione alla sincerità di tali esperienze. È però plausibile che tali rappresentazioni siano trasposizioni su un piano corporeo di realtà immateriali e forse intraducibili, e non vadano prese rigidamente alla lettera.

Un identico cielo può apparire diverso a molteplici occhi. Come dice Dionigi, “è impossibile che il raggio divino brilli per noi altrimenti che avvolto da molteplici veli”. Non sappiamo quali di questi veli la morte sollevi e se altri ne cali su di noi. E la memoria, una volta rientrata nella coscienza fisica e rimessi i suoi vecchi abiti, potrebbe anche alterare involontariamente i dati della sua esperienza nell’aldilà. Tuttavia, questi argomenti han poco peso di fronte alla massiccia sistematicità dei racconti e alle loro regolari consonanze.

Invariabili del morire

Volendo tracciare un canovaccio delle NDE e dei suoi elementi costanti, occorre senz’altro partire dall’uscita dell’io dal corpo fisico al momento della morte (“come una mano si sfila dal guanto” dice la Bhagavad Gita). L’anima – o ‘corpo eterico’ – si ritrova a fluttuare nell’aria, vede e ode le altre persone, percepisce i loro pensieri, le loro emozioni, cerca di comunicare con loro, ma esse non vedono e non sentono lei. Scopre di possedere una forma eterea, che può attraversare i solidi, volare, muoversi nello spazio alla velocità del pensiero. Questa separazione dello psichico dal fisico sembra confermare il sostanziale dualismo sostenuto anche da alcuni studiosi del cervello, cioè l’idea che corpo e mente sono entità distinte, benché connesse, e che la coscienza non è materia neurologica.

Ricorrente è anche l’esperienza di un tunnel attraverso il quale l’anima pare scivolare rapidamente dalla dimensione terrena a quella ultraterrena e al fondo del quale brilla una luce. Secondo gli scettici, il tunnel sarebbe una reviviscenza postuma dell’utero materno da cui si esce al momento della nascita, o effetto di una contrazione pupillare. La luce lontana dipenderebbe invece dall’illuminazione dell’ambiente, lampade, riflessi ecc. Direi che possiamo tranquillamente ignorare simili farfugliamenti (una volta esisteva una scienza ermetica, oggi purtroppo ve n’è una emetica).

Alcuni, non molti, vengono attirati in una zona grigia, desolante e angosciosa, in cui vedono frotte di ombre trascinarsi in un’esistenza larvale, incombere come immateriali vampiri sui corpi viventi, assetate ancora di esperienze terrene, in preda a parossismi di disperazione e di collera per l’incapacità di godere di quei piaceri di cui la morte li ha privati. Succede talvolta che tali spettri sfoghino la loro impotenza maligna sul nuovo arrivato o cerchino di aggregarlo alla loro compagnia di sventura. Risolutivo, in questi casi, sembra essere il potere della preghiera o l’intervento di entità benigne, forti e protettive, che disperdono i fantasmi e conducono l’anima nella sua vera dimora.

Un leit-motiv frequente, e assai più rasserenante, è il senso di ritorno a casa provocato dal morire. “I fiumi ritornano al luogo da dove sono nati”. Così, l’anima, alla morte del corpo, par ritrovare il suo habitat naturale, rientrare in patria dopo un esilio più o meno lungo. Alcuni, pur restando consapevoli, godono di uno sperdimento cullante, assoluta pace vuota di immagini. Altri si sentono beatamente sospesi in una tenebra divina (“vidi Dio in una tenebra … perché egli è un bene più grande di quanto si possa pensare o capire” dice ancora Angela da Foligno) o godono di visioni beatifiche. Ognuno secondo le sue possibilità attinge qualcosa di eterno e infinito.

È una sensazione di totale benessere e libertà, tanto che nessuno vorrebbe più regredire alla claustrofobica dimensione terrena. Anche il ricordo dei figli, del coniuge, delle persone più care, sembra scivolare nella dimenticanza, senza far nascere alcuna nostalgia. Rientrare nel corpo non è quasi mai una scelta spontanea, ma l’adempimento di un dovere, obbedienza a un’autorità tenera e inflessibile insieme. Tutti descrivono la rianimazione, l’esser trascinati indietro, come un’esperienza penosa. Questo però non implica una svalutazione gnostica della fisicità. Il corpo non è visto come prigione dell’anima. Non è neppure il “frate asino”, da bastonare e mortificare. Appare piuttosto lo strumento di cui l’anima dispone per compiere il suo viaggio terreno, sorta di interfaccia tra lo spirito e il mondo, riflesso psicosomatico di entrambi.

Bisognerà dunque vedere cosa l’anima ha fatto di questo strumento, quali suoni ne ha tratto. E difatti la maggioranza delle NDE riferisce di una sorta di anamnesi rituale, prammatico esame della vita passata, cui bisogna sottoporsi par quasi per burocratica necessità, come nel Libro egiziano dei morti si pesa il cuore del defunto. L’anima rivede fatti, pensieri, sentimenti spesso completamente dimenticati, e diviene consapevole delle loro conseguenze. Ancor più, prova in sé quello che i suoi comportamenti hanno causato in altre creature viventi. Quindi, se ha fatto del male a qualcuno ne sentirà la sofferenza, anzi la avvertirà in forma immensamente amplificata, perché è nuda, spogliata di ogni armatura protettiva. Per alcuni è un momento di grande sofferenza, di interiori lacerazioni.

Questo giudizio postumo che l’anima dà di sé stessa pone una questione cruciale. Noi pensiamo che l’universo sia retto da leggi fisiche. Qui invece ci vien detto che non solo la nostra vita ma lo svolgersi dell’intera vicenda cosmica è regolata da un’etica trascendente, e da un sistema retributivo – lo si chiami karma, contrappasso, giudizio divino – che ripaga ognuno con la sua stessa moneta. Ogni nostro minimo atto ci ritorna come un’eco, moltiplicato. Saremmo quindi particelle di un universo morale, alla cui base non v’è una rotazione di protoni e di elettroni ma una fisica del bene e del male.

Una questione controversa riguarda la metempsicosi, concetto naturale per una mente orientale ma che mal si concilia coi dogmi della nostra educazione religiosa. Durante la NDE alcuni hanno visioni delle loro vite passate, anche remote, e viene loro mostrato come l’anima debba passare attraverso varie nascite, morti e rinascite, in un incessante processo di apprendimento e purificazione. Il tunnel che si attraversa dopo la morte è detto esser lo stesso che si ripercorrerà in senso contrario per rientrare in un utero materno. E pare sia l’anima stessa a decidere, prima di reincarnarsi, quale sarà la sua missione, il suo compito nella vita, a definire una sorta di progetto esistenziale che spesso verrà drammaticamente dimenticato e tradito.

La reincarnazione è una dottrina basilare in molte culture, benché nelle stesse filosofie orientali  l’idea di una continuità personale tra vita e vita presenti aspetti controversi. Questa difficoltà è ovviamente inevitabile in quelle dottrine che negano l’esistenza di un sé personale, o atman. La NDE sembra tuttavia avvalorare un concetto popolare di trasmigrazione, dimostrando come l’anima sia un’entità distinta dal corpo fisico, dal quale può sia uscire che entrare. È dunque plausibile che, a tempo debito, l’anima si possa introdurre in un nuovo embrione e rinascere. Secondo le antiche teorie buddhiste, è l’atto sessuale che attira e trascina l’anima nel grembo femminile. Francamente, non so come questa idea si possa armonizzare con lo sviluppo delle nuove tecnologie fecondative, con feti prodotti in laboratorio, magari congelati e impiantati artificialmente in un utero (che forse diventerà meccanico).

Accettare la reincarnazione significa dissolvere il nostro senso di una costante identità corporea (o forse dovremmo definirlo il nostro miraggio, dato che le cellule del corpo muoiono e rinascono in continuazione). Potremmo però ammettere la continuità di un “corpo spirituale”, per usare l’espressione paolina. L’ipotesi di un progetto vitale che l’anima elaborerebbe prima di riprendere forme fisiche, assommato all’influsso delle sue esistenze pregresse, con il loro retaggio karmico, spiegherebbe ciò che comunemente chiamiamo ‘destino’ o casualità. Non saremmo costretti ad attribuire disuguaglianze di vario tipo all’arbitrio di una natura ingiusta o di una cieca fortuna. Ma forse è meglio dubitarne. Chissà che il dubbio non sia una regola del gioco.

La luce vivificante

Il ogni caso, cuore delle NDE mi pare l’incontro con la Luce, da tutti descritto come esperienza di immersione beatifica in un amore incondizionato (“son così posta e sommersa nella fonte del suo immenso amore”, dice Caterina da Genova delle sue estasi). Questo splendore caldo, avvolgente, assume a volte forma umana, a volte quella di globo o caligine, nube lucente. In certi casi ha natura particolare, come nel caso dei cosiddetti angeli, in altri è un oceano luminoso, un Sole spirituale. Ogni cosa, dall’atomo alla stella, ogni realtà fisica o spirituale, sembra una sua emanazione. Si ha qui l’impressione di toccare il ne plus ultra di ogni possibile conoscenza.

Qual è la natura propria di questa luce? Una volta ancora si è costretti a parlar per metafore e approssimazioni. È “abisso della chiarità” nel quale l’anima è inghiottita, per usare le parole dello Pseudo-Agostino. Per Dionigi è “raggio sovrannaturale”. Non è una luce fisica, ci vien detto. È viva, pulsante, intelligente, e non ha altra fonte che sé stessa. “La luce è una sola, e quella luce è coscienza … ed è la vera natura di Shiva. Quella luce nel suo splendore non dipende da null’altro che da sé stessa”, scrive Abhinavagupta, filosofo tantrico del X secolo.

La dialettica tra la Luce e lo sguardo varia nelle NDE secondo i casi. La luminosità è ora sentita come una realtà esterna e indipendente dal soggetto, ora come un’effusione della sua interiorità. Nel primo caso permane una separazione, nel secondo il soggetto confluisce nella luce, in una crasi ontologica. Alcuni sembrerebbero convalidare la formula di Meister Eckhart, secondo cui “l‘occhio nel quale io vedo Dio è lo stesso occhio in cui Dio mi vede”. Vedere Dio ed essere Dio coincidono. Altri ricordano il Prologo di Giovanni: “la luce risplende nelle tenebre”. La tenebra è complemento della luce come l’ignoranza lo è della sapienza, è infatti il buio a permettere che la luce brilli. Questa necessaria oscurità è secondo me la superficie opaca dell’io, che riceve la luce e ne viene illuminata. Questa rifrazione produce un’espansione della coscienza individuale, la rischiara. L’io, tuttavia, è libero di non accogliere la luce, di chiudersi nella sua natura oscura, infera.

Un altro aspetto essenziale è l’identità tra Luce e verità. Essa è quindi una via di conoscenza e di perfezione intellettuale. Ma è anche forza da cui emana spontaneamente e incessantemente il tutto, matrice e cibo della vita. Alcuni identificano questo bagliore immateriale col Cristo, col mistero trinitario, col Logos. Ma, più che farne argomento metafisico, coloro che contemplano la Luce la vivono in sé come esperienza di amore assoluto, un abbraccio che li colma di ineffabile pace e felicità. Direbbe Agostino che “esperimentano la dolcezza delle cose divine”.

Presi nell’amplesso spirituale, vedono che la vita non nasce da una serie di casuali reazioni fisico-chimiche ma da questo amore sorgivo, il cui fine è la beatitudine. “Vi dico queste cose perché la vostra gioia sia completa”. Ma non può esservi gioia dove non c’è amore, né gioia completa dove non vi sia un amore perfetto. Dio è Colui che ti cerca e che vuol essere amato. Perciò Gesù incalza Pietro: “tu mi ami?”, “tu mi ami?”. Il verbo che usa, agapáō, è la traduzione greca di un ebraico‘ahàv, dall’aramaico chàv che significa “accendersi, prendere fuoco”. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco” dice Cristo nel vangelo di Tommaso. L’intero cosmo, immensa sfera pulsante di indistruttibile coscienza, appare dunque il fiammeggiare di un impulso creativo in cui conoscenza e amore sono inseparabili, come luce e calore nel fuoco.

Si può pensare che identificare la Luce con Dio, con tutto ciò che questo termine comporta, soddisfi un preconcetto religioso. Anche ‘amore’ è un termine ambiguo, che evoca un ampio, eterogeneo spettro di associazioni. Potremmo forse tradurlo con ‘compassione’ o ‘empatia’, emarginando quegli aspetti erotici e sessuali che non sempre implicano cura e affetto dell’altro.  È ancora una volta un problema di parole. In realtà, la luce rappresenta un Mistero incomunicabile, “al di là dell’essere, del divino, del bene”, citando Dionigi. La si potrebbe credere nella sua essenza incomprensibile, e pensare che si riveli ad alcuni come Persona, ad altri come Idea, Forza o Vuoto fecondo, secondo le loro inclinazioni soggettive.

Ma in sostanza, indipendentemente dal fatto che prima della NDE fosse ateo, agnostico o bigotto, ognuno sperimenta in Sua presenza un puro, illimitato, indefettibile Amore. In Lei non v’è né giudizio né condanna. Non si acciglia di fronte alle debolezze umane ma le comprende, a volte ne sorride. Questo Oltre-divino che tutto perdona, tutto ama, anche i peggiori criminali, può deludere chi crede in un Dio maestoso e terribile, Dio degli eserciti, vendicativo e giustiziere. Inoltre, come conciliare tale infinita misericordia con le moltitudini di anime che vediamo scontare nell’aldilà pene spaventose? Alcuni credono che siano tormentate dalle loro stesse passioni, condannate dal loro rifiuto dell’amore divino. Del resto, se si ammette che certe patologie del corpo fisico, anche gravi, dolorose e mortali, abbiano origine in inconsci conflitti, a maggior ragione è concepibile che coscienze incorporee si auto-torturino, ostinate nel male, recalcitranti davanti alla medicina del perdono.

Carattere epifanico della morte

Dice Hildegard di Bingen che la visione mistica non insegna a parlar da filosofi. Le parole ispirate non sono umane, ma somiglianti “a una fiamma che oscilla”. Qualcuno cerca nelle NDE risposte teologiche o la conferma di posizioni confessionali o dogmatiche. Volendo vi potremmo trovare un’escatologia comune, un’apologetica dell’amore come destino ultimo dell’universo. Ma in una prospettiva ultraterrena pare non esistano religioni migliori di altre. Vengono considerate vie per avvicinarsi a Dio, alla Verità. Hanno valore strumentale, come la zattera usata per traghettarsi all’altra riva e poi abbandonata, secondo la nota metafora buddhista. Questo può certo dispiacere a chi trova nell’essere cristiano, induista o maomettano motivo di distinzione e superiorità.

Le NDE presentano una sorta di trascendente unità delle religioni, distillazione e semplificazione delle varie dottrine. Il loro messaggio ce ne dà una sintesi, un promemoria: siamo esseri liberi, spirituali ed eterni, la cui essenza è amore. Non siamo macchine o prodotti di un’evoluzione senz’anima; ogni forma secolare deve intonarsi alla volontà divina; scopo della vita non è sopravvivere, fare carriera o arricchirsi ma coltivare compassione e saggezza. E la morte non esiste. Cose già dette, che già sapevamo, ma che il mondo ci fa dimenticare.

Perciò i casi di NDE sembrano costituire un’aurorale epifania dello spirito. Invitano l’uomo a uscire dal suo soffocante immanentismo e riaprire un dialogo vivente con Dio, con l’oltremondano. Son parte di quei segni per ora minimi, seminali, quasi inavvertibili, dell’avvicinarsi di un’alba che dissiperà la tenebra del vecchio mondo. L’uomo di oggi ha bisogno d’una nuova rivelazione, di una metanoia che lo salvi dalle sue febbri vaneggianti, dalla totale alienazione e dall’autodistruzione. Lo spirito cerca dunque di parlargli ancora, di ricordargli antiche verità, ma la nostra epoca non favorisce certo il nascere di maestri e di profeti. Quindi si serve di morti, persone portate di là, istruite e rimandate di qua come stupefatti protagonisti di una abduction metafisica.

È forse un tentativo di curare le nostre follie. Forse ci vuol dire che il transumano verso cui tendere non è fatto di mostri bio-meccanici, dei deliri del Metaverso o della polisessualità, ma è un umano che realizza la sua interiore trascendenza. Insegnare che in ognuno di noi c’è un valore che tende all’infinito, che vuol esprimersi in forme sempre più compiute. Perciò non addita nel morire una fine ma uno sconfinato procedere. Non v’è alcun “essere per la morte”. Nulla può morire, ovvero, solo il nulla può cessare d’esistere, come svanisce un miraggio. Nascita e morte sono solo il battere e il levare di una vibrazione ritmica, sistole e diastole di un incessante flusso vitale. Un ampliarsi e un rinnovarsi inesauribile della visione, una tensione fra l’abisso luminoso che è in noi e le zone buie della nostra immanenza, attrito da cui sprizza ogni fiamma creativa. Ora l’essere si restringe in una forma corporea, si fa nervi e sangue, ora si dilata nel respiro dell’anima liberata dalla carne. È un’alternanza di contrazioni ed espansioni, ruota samsarica che attende forse un definitivo nirvana, quella dissoluzione d’ogni vincolo che rende la meditazione della morte meditazione della libertà.

Esiste dunque un’inscindibile solidarietà tra cose ultime e cose prime. E questo legame si manifesta nel pensiero rammemorante dell’essere. L’uomo non può chiudersi in un orizzonte finito senza perdere la sua umanità. Si è detto che la civiltà contemporanea congiura contro il silenzio e il raccoglimento. È vero, ma io direi anche che tesse trame oscure a danno della memoria. Non intendo semplicemente la memoria storica dei fatti, ma il ricordo di sé. La società produce in noi un’esiziale amnesia dell’essere, impigliandoci in una rete di apparenze, di realtà esteriori. Allora, solo morendo puoi ricordare. Il memento mori diventa un memento vivere. Non perché un retorico sensus finis ci permetta di godere più voluttuosamente dei piaceri della vita. Non v’è alcun bisogno di stimolare un simile edonismo. È piuttosto un richiamo alla serietà della vita: ricordati che sei eterno e che devi vivere secondo la dignità del tuo spirito.

L’uomo contemporaneo, tecnologico, è condannato a un vivere nella dimenticanza, a un’esistere la cui memoria è delegata ad algoritmi, a processori elettronici o a meccaniche informazioni neuronali. Ma i ricordi non sono semplici archivi, sono pulsazioni di una coscienza vivente, messaggeri di immortalità. L’anima accoglie in sé fatti mortali e li impregna di una sostanza ideale, immune al morire. Così, tutto – volti, affetti, dolori –  sopravvive in lei. Non è solo flusso di rievocazioni coscienti, è il formarsi di un centro, di un cuore che è continuità personale di memorie e di attese. “Io sono stato – io sono – io sarò”, certezza silenziosa che si incarna in Questo, ma affonda le sue radici in Quello da cui eternamente rinasce.

 

Sulla validità e legittimità della Messa “tridentina”

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Sul blog di Aldo Maria Valli sono stati pubblicati alcuni interventi sulla questione dell’assistenza alla Messa di San Pio V: prima la lettera di un lettore, poi la risposta di don Nicola Bux e infine la replica del Distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Un lettore di Sodalitium ha chiesto a don Francesco Ricossa un parere sul contenuto degli interventi. Pubblichiamo prima la risposta di don Ricossa (breve e incisiva) e poi gli interventi precedenti.

Caro F.
su ‘monsignor’ Bux ho già scritto su Sodalitium n. 65 (l’articolo sui tre anelli): è un vero modernista adepto del dialogo interreligioso. Che sia creduto un conservatore o tradizionalista la dice lunga su come i modernisti stiano ‘gestendo l’opposizione’ mettendo loro esponenti a capo dell’opposizione tradizionalista.
Quanto alla Fraternità, essa è ancora più irritante. Da un lato invoca lo stato di necessità (che esiste certamente, ma che richiede che il Papa non ci sia o sia impedito ad agire), dall’altro obietta a Bux tutti i privilegi loro concessi da “Papa Francesco” e predecessori, che li regolarizza di fatto. Ma se la Chiesa è in stato di necessità in quanto governata da modernisti, come mai i modernisti dicono che la Fraternità è cattolica, e le danno il diritto di celebrare, confessare, benedire le nozze ecc. (cosa che non fanno con noi)? Con questi argomenti i sacerdoti della Fraternità si danno la zappa sui piedi.
Infine, paradossalmente, Bux ha ragione, seppur per il motivo sbagliato: le messe della Fraternità sono valide (se dette da sacerdoti ordinati col rito cattolico, da vescovi consacrati col rito cattolico, cosa che ormai nella Fraternità non è più scontata) ma sono illecite, anzi sacrileghe. Non perché sarebbero fuori dalla comunione con Bergoglio, come dice Bux, ma per il motivo opposto: perché sono in comunione con Bergoglio.
don Francesco Ricossa

1) “Ho scoperto la Messa tridentina. Ma quanti dubbi!” / Con una risposta di monsignor Nicola Bux

Caro Valli, sono stato alla Messa in rito tridentino nella chiesa di Santi Celso e Giuliano, a Roma. Il celebrante era un giovane sacerdote, mi sembra dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote.
Nella chiesa c’è una bella immagine di san Giovanni Paolo II (sono molto devoto a questo santo) e da tale particolare deduco che i sacerdoti lì non siano lefebvriani. Pertanto non rischio scomuniche latae sententiae se decido di andarci più spesso, giusto?
Del resto, lo stesso san Giovanni Paolo II era stato nella sostanza tollerante con i fedeli “tradizionalisti” a condizione che riconoscessero l’autorità del pontefice e la liceità delle Messe in volgare.
Inoltre, se non sbaglio, il motu proprio del 2007 emanato da Benedetto XVI ha comunque permesso a tutti i fedeli che ne abbiano il desiderio di partecipare a Messe in rito tridentino, purché celebrate da sacerdoti lecitamente ordinati e in comunione con Roma.
La Messa tridentina è considerata una forma straordinaria del rito romano, e di per sé non è mai stata bandita. La regola dovrebbe essere questa fintantoché non ci siano nuove decisioni di papa Bergoglio. Conferma?
Le confesso che, come tutti quelli della mia generazione (sono nato nel 1982), sono cresciuto con le Messe in rito ordinario e non ho per niente dimestichezza con la liturgia tridentina, ma ne sono attirato.
Tra le differenze più evidenti, noto l’assenza della preghiera dei fedeli e del segno della pace (come mi era stato raccontato dai miei genitori). Non so se il brano del Vangelo coincide con quello del rito ordinario.
Nel complesso, si ha la sensazione che Cristo sia davvero il protagonista della celebrazione e non l’assemblea o il suo “presidente”.
Non vi sono i canti (con chitarre annesse!) che in base alla mia personale esperienza in alcuni contesti sembrano essere diventati più centrali della celebrazione eucaristica stessa.
Inoltre, il testo del Padre nostro dovrebbe rimanere quello tradizionale (a sua volta corrispondente quasi perfettamente alla versione greca risalente alla fine del primo secolo), senza gli adattamenti leciti ma poco convincenti che entreranno in vigore a novembre. Ho capito bene?
Lo ripeto: riconosco di non essere abituato alla liturgia tridentina e mi ci vorrà un po’ di tempo per acquisire familiarità. Ma ora che l’ho scoperta non la lascerò.
Mi può consigliare qualche lettura per aiutarmi in tal senso?
Lettera firmata

2) Risponde monsignor Nicola Bux

Caro Valli, la chiesa romana dei Santi Celso e Giuliano era la parrocchia nella quale fu battezzato Eugenio Pacelli, ilvenerabile papa Pio XII.
L’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, a cui appartiene il celebrante della Messa di cui parla il lettore, è di diritto pontificio e quindi cattolico a pieno titolo. Esso celebra la Santa Messa nella forma straordinaria, chiamata comunemente tridentina.
È vero che in questa Messa risalta maggiormente la centralità di Cristo, perché il sacerdote appare davvero come ministro, servitore di Dio, decentrato rispetto all’altare e alla Croce.In questa Messa, poi, l’ordine delle letture è proprio, risalente a san Girolamo. Invece l’ordine delle letture della Messa nella forma ordinaria è stato confezionato dopo il Vaticano II.
L’Istituto di Cristo Re è uno degli istituti addetti a ciò. Invece la Fraternità Sacerdotale San Pio X, composta dai sacerdoti e fedeli che hanno seguito lo scisma dell’arcivescovo Lefebvre, non è rientrata nella comunione della Chiesa cattolica, nonostante l’atto di revoca delle scomuniche e la licenza del papa regnante riguardante la celebrazione dei sacramenti del matrimonio e della penitenza.
Quanto alla Santa Messa celebrata dai loro sacerdoti, valida anche se non legittima – appunto a motivo della perdurante non comunione – dovrebbe valere quanto stabilito dal Direttorio ecumenico per le confessioni separate da Roma; ossia, i fedeli che si trovano in regioni ove non fosse facile accedere a luoghi di culto cattolico possono supplire andando dagli ortodossi e appunto dai lefebvriani. Dove invece vi fossero chiese cattoliche, non dovrebbe esserci motivo per non andare alla Santa Messa celebrata da ministri in comunione con la Chiesa cattolica.
La ragione è che la legittima celebrazione dell’Eucaristia e la vera partecipazione ad essa, presuppongono come esistente la comunione ecclesiale, per consolidarla e portarla a perfezione(cfr Giovannni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 35). Tra comunione ecclesiale e comunione eucaristica c’è un nesso ineludibile.
Forse tutto ciò, nella confusione attuale, diventa difficile da comprendere. D’altronde se perdurasse lo scisma, e alla morte degli attuali vescovi della Fraternità subentrassero altri vescovi ordinati senza il mandato di Roma, costoro aprirebbero una successione di vescovi illegittimi analogamente a quanto avvenne per gli scismatici orientali ortodossi. E ciò è già avvenuto, in quanto monsignor Williamson, uno dei vescovi consacrati da monsignor Lefebvre, ha a sua volta consacrato altri due-tre vescovi. Le loro ordinazioni sarebbero valide, ma del tutto illegittime. Speriamo quindi che la FSSPX rientri nella comunione cattolica.
Sul Padre nostrorimando al recente libretto a più mani da lei curato, caro Valli: Non abbandonarci alla tentazione? Riflessioni sulla nuova traduzione del “Padre nostro” (Chorabooks, 2020).
Consiglio come letture utili: Claude Barthe, Storia del Messale tridentino, Solfanelli 2018. E, perdonando l’autocitazione: Nicola Bux, Come andare a Messa e non perdere la fede, II edizione, Il Giglio, 2016.
In Domino Iesu
Nicola Bux
https://www.aldomariavalli.it/2020/02/20/ho-scoperto-la-messa-tridentina-ma-quanti-dubbi-con-una-risposta-di-monsignor-nicola-bux/

3) “Valide ma illegittime”? Un intervento dei sacerdoti del Distretto italiano della Fraternità San Pio X

Nei giorni scorsi sul blog di Aldo Maria Valli è apparsa una risposta di monsignor Nicola Bux a una lettera, inviata da un lettore, che chiedeva maggiori lumi sulla Messa tridentina, dopo aver assistito ad una celebrazione dell’Istituto Cristo Re in una chiesa dell’Urbe.
Il sacerdote ne approfittava per spiegare diverse cose, tirando in ballo la Fraternità San Pio X, le cui Messe vengono definite “valide ma illegittime”, e che viene trattata alla stregua di una comunità non cattolica. Ne esce un discorso che, prima ancora di essere teologicamente e canonicamente lontano dalla realtà, è anche incoerente in sé stesso.
Monsignor Bux sostiene che la Fraternità San Pio X sia scismatica, mettendola al pari con le “chiese ortodosse” e dicendo che solo nel caso in cui non vi fosse altra possibilità, sarebbe lecito ricevere i sacramenti da noi (come dagli ortodossi). Facciamo solo notare che, anche da un punto di vista puramente legalistico (come è quello di mons. Bux), già nel 1994 (quindi nel pieno vigore delle cosiddette “scomuniche”) la Pontificia Commissione per l’Unità dei Cristiani, nella persona del cardinal E. Cassidy, rispondeva che la questione della Fraternità non era di sua competenza, essendo questa “una questione interna alla Chiesa cattolica”. Ugualmente, nel 2002 e 2003, la Pontificia Commissione Ecclesia Dei aveva precisato che l’assistenza alla Messa presso la Fraternità San Pio X poteva essere ammessa per soddisfare il precetto domenicale, e non solo in casi estremi. Le stesse concessioni del potere di confessare ovunque e di celebrare matrimoni e Messe nuziali, fatte da Papa Francesco ai preti della Fraternità (e citate dallo stesso mons. Bux), dovrebbero quantomeno fargli capire che il nostro caso non è considerato dalle “norme” alla stessa stregua di quello delle comunità separate. Quindi il parallelo fatto da mons. Bux è impietosamente smentito dai Papi stessi a cui fa riferimento; casomai è la Fraternità a chiedersi in che modo sia ancora cattolico chi ha alterato vistosamente le verità della fede per piacere al mondo, dal Concilio in poi. Per essere sacramentalmente uniti, infatti, ci vuole unità di governo, ma questa stessa è al servizio dell’unità nella vera fede, che mons. Bux nemmeno cita.
Mons. Nicola Bux ci dice che la comunione ecclesiale è essenziale per ricevere insieme la comunione sacramentale. Un principio bellissimo e giustissimo, smentito, però, da quella concessione di ricevere i sacramenti da membri di altre “chiese” da lui citata. A questa nuova dottrina del Vaticano II, contraria al Magistero di sempre, si oppone la Fraternità San Pio X, che appunto ritiene che la Chiesa sia Una. Proprio per opporsi a questa ed altre nuove dottrine, monsignor Lefebvre e la Fraternità sono incorsi in censure da noi sempre ritenute invalide. Mons. Bux, invece, contesta volentieri il Papa regnante, ma non ne assume alcuna conseguenza. Per lui, gravissime eresie possono essere diffuse nella Chiesa senza che questo renda lecita e necessaria una resistenza come quella che, coraggiosamente, intraprese monsignor Lefebvre.
Ma andiamo avanti: nella prima versione del testo, poi modificata (ma leggibile in copia cache e da noi salvata) mons. Bux scriveva quanto segue: «D’altronde se perdurasse lo scisma, e alla morte degli attuali vescovi della Fraternità subentrassero altri vescovi ordinati senza il mandato di Roma, costoro non sarebbero solo illegittimi come i primi, ma anche invalidi, e quindi le eventuali ordinazioni sacerdotali sarebbero nulle». Una tale enormità teologica, poi corretta perché, evidentemente, saltata agli occhi di qualcuno, non può essere scritta nemmeno per sbaglio da chi ha una conoscenza anche elementare della teologia sacramentaria, e fa il paio con quelli che dicono che se si nomina Papa Francesco nel canone la Messa diventa invalida. Mons. Bux aveva detto poco prima che si può andare a Messa dagli ortodossi in certi casi, perché la loro Messa è valida sacramentalmente: ma gli ortodossi ordinano vescovi senza mandato papale da mille anni, e nessuno dubita della validità di tali ordinazioni, che sono “solamente” illecite. Non solo: mons. Rangel, consacrato vescovo per L’Unione Sacerdotale San Giovanni Maria Vianey (Campos, Brasile) dai vescovi della Fraternità San Pio X nel 1991, si riconciliò con Roma nel 2001, e fu considerato (logicamente) dalla Santa Sede come validamente ordinato. Fortunatamente per lui, mons. Bux ha corretto un errore così grossolano; ma, intanto, ha lanciato il sasso e molti lettori possono essersi “bevuti” la prima versione.
Al lettore che ha scoperto la Messa tridentina, noi suggeriamo di andare ancora un po’ oltre: la sua «sensazione che Cristo sia davvero il protagonista della celebrazione e non l’assemblea o il suo “presidente”» è un ottimo punto di partenza per capire che, se i due riti esprimono concetti contraddittori, non possono convivere, ma si escludono. Non sono due versioni di uno stesso rito, ma due linguaggi per esprimere idee opposte su presenza reale, sacrificio della Messa e sacerdozio. Gli consigliamo anche noi delle letture: il Breve esame critico del Novus Ordo Missae, dei Cardinali Ottaviani e Bacci, facilmente reperibile in rete; il libro La Messa di sempre, di Mons. Lefebvre (disponibile presso le edizioni Piane); e anche, sempre di Mons. Lefebvre, Lo hanno detronizzato. Potrà, così, scoprire che, ad essere incompatibili, non sono solo i due riti, ma anche le due teologie, quella cattolica e quella modernista dei Papi del post concilio. Se vedrà che questo è vero, capirà anche le ragioni della resistenza della Fraternità San Pio X che, a differenza di alcuni contestatori dell’attuale Pontefice, non si è limitata a delle velleità, ma ha ritenuto la preservazione della Fede un bene fondamentale, più alto del diritto puramente positivo e da difendere ad ogni costo. Capirà che per poter avere dei preti che non vanno in un seminario dove devono accettare degli errori per essere ordinati, occorreva fare ciò che Monsignor Lefebvre ha fatto. Mons. Bux e alcuni prelati conservatori convengono che almeno in questo pontificato ci siano gravissimi errori, disseminati dalle più alte autorità della Chiesa. Possibile, allora, che questo per loro non sia importante, e che la professione della Fede non conti niente per loro? Un candidato al sacerdozio che si rende conto degli errori di Amoris laetitia o del Sinodo “amazzonico” dovrà fare lo gnorri per tutto il corso del suo seminario, fingendo di essere d’accordo? È questa una situazione accettabile per mons. Bux? O non è forse una situazione eccezionale, che rende leciti mezzi eccezionali, come quelli presi da mons. Lefebvre contro gli errori conciliari e post-conciliari?
Se il lettore seguirà la sua buona ispirazione, unirà la Messa tridentina alla Dottrina cattolica che la esprime e si troverà logicamente ad escludere gli errori: cioè entrerà nella realtà della Fede e non nello sterile legalismo. Non farà, cioè, come mons. Bux e scoprirà che la Messa tradizionale esprime delle verità che l’altro rito nega. In breve, sarà portato a fare una scelta di principio. Non di comodo.
A tutti quelli che volessero approfondire la questione, consigliamo le stesse letture, accompagnate anche da un buon manuale di teologia sacramentaria e da uno di ecclesiologia (magari il De Sacramentis di Padre Cappello, e il De Ecclesia di Billot o di Franzelin). Sulla situazione canonica della Fraternità potrebbe giovare il libro del Prof. Pasqualucci, La persecuzione dei “Lefebvriani”, Edizioni Solfanelli.
I Sacerdoti del Distretto italiano della Fraternità San Pio X

Paolo Di Nella, 37 anni fa l’ennesimo omicidio comunista impunito. Oggi lo ricordiamo

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di Antonio Pannullo

Paolo Di Nella morì 37 anni fa, in questo giorno. Morì, fuori tempo massimo, nel 1983, dopo la stagione degli anni di piombo. Sembrava che quel periodo tragico fosse ormai concluso, con la morte nel marzo 1980 di Angelo Mancia. Il dipendente del nostro giornale assassinato in un agguato partigiano dalla Volante Rossa. Come gli assassini di Paolo Di Nella, anche quelli di Angelo Mancia rimasero impuniti. Paolo Di Nella lo conoscevo, frequentava la sezione del Msi del Trieste Salario in viale Somalia e la federazione provinciale del Fronte della Gioventù. Era amico di tutta quella meglio gioventù di attivisti di quegli anni. Ma in particolare dei fratelli Buffo, di Gianni Alemanno, di Sergio Mariani, di Paolo Omodei e di quel gruppo di giovanissimi che frequentavano la sezione Trieste. Era apparentemente un po’ chiuso, ma sempre pronto a scherzare quando stava con i suoi fratelli. Il gruppo era profondamente legato. Era spesso preso in giro per le sue battaglie ambientaliste, alle quali dedicava tutte le sue energie. Allora non capivamo che Paolo Di Nella era avanti tutti noi.

Di Nella, “uccidere un fascista non è reato”

I fatti sono noti, ma li rievochiamo per quei giovani che oggi portano avanti anche la sua battaglia. Alle 20.05 di quel 9 febbraio 1983 il suo cuore smise di battere. Noi ragazzi del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) ci sentimmo allora irrimediabilmente più soli. Perché sapevamo perfettamente che “uccidere un fascista non è reato” non era solo uno slogan dei “duri” dell’Autonomia operaia (che rivendicò l’assassinio), ma era diventata una legge non scritta. L’avevamo subìta parecchie volte e non ci eravamo mai fermati. Il Fronte non si fermò neanche allora, benché sapessimo perfettamente che anche questo omicidio non sarebbe mai stato punito, così come era accaduto per Francesco Cecchin, ucciso da sconosciuti a piazza Vescovio pochi anni prima. E così è stato. Ancora oggi aggressori a piede libero. Nel caso di Paolo Di Nella le cose andarono un po’ diversamente, anche se una sfortunata vicenda giudiziaria chiuse il caso senza che si fosse arrivati a un colpevole.

Gli inquirenti si mossero solo dopo l’arrivo di Pertini

Anche perché gli inquirenti si mossero con un certo impegno solo dopo che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini accorse, in forma privata, al capezzale di Paolo. Era evidentemente stato colpito dall’efferatezza e dalla gratuità del gesto feroce verso un ragazzo di vent’anni che si batteva per il verde pubblico nel suo quartiere. Pertini fu affrontato – è il caso di dirlo – da una ragazza del Fronte, Marina, che eludendo la sorveglianza al presidente, riuscì a intercettarlo e a dirgli quello che pensava. «Questo è il frutto dell’odio che avete alimentato per quarant’anni! Ci stanno ammazzando tutti!», disse Marina. Pertini la guardò in faccia, rimase a capo chino in silenzio, le posò una mano sulla spalla e si allontanò. Il vecchio partigiano ascoltò con molta attenzione la ragazza in lacrime di rabbia e di dolore, e probabilmente capì che i tempi della giustizia sommaria erano davvero finiti per sempre. Possiamo affermare senza timore di essere smentiti da nessuno, che se gli anni di piombo si chiusero fu solo ed esclusivamente grazie alla buona volontà, al senso di responsabilità, alla civiltà degli “estremisti di destra” di allora, che scelsero consapevolmente di non attuare ritorsioni di alcun genere.

Di Nella e la sua battaglia pacifica

E dopo Pertini, fu un profluvio, piuttosto stupefacente, per noi missini, di solidarietà da tutte le parti: l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, del Pci, venne all’ospedale, il segretario del partito Enrico Berlinguer mandò un commosso telegramma. Il giornalista Giuliano Ferrara scrisse un articolo in difesa di Di Nella e del suo diritto a pensarla come la pensava. E proprio così Paolo conduceva la sua lotta politica: civilmente e pacificamente, talmente fiducioso nel suo diritto da andare ad attaccare manifesti da solo con la sua ragazza, in un periodo in cui questo non era consigliabile.

Paolo aggredito vigliaccamente alle spalle

Paolo non era assolutamente un violento, ma non si fermava mai. Non c’era nulla che si potesse dire o fare per impedirgli di agire come a lui sembrava giusto. Anche quella sera, poiché non c’erano persone disponibili ad accompagnarlo, gli fu proposto di rimandare alla sera successiva l’affissione, ma lui non ne volle sapere. La battaglia di combatte tutti i giorni, e guai a chi si ferma. Andò con una militante del Trieste Salario, che lo accompagnò con l’automobile. E’ grazie a lei se abbiamo una testimonianza precisa di tutto quello che accadde. Paolo scendeva, affiggeva, e ripartivano. L’Autonomia operaia era molto attiva nel quartiere Africano, quello dove Paolo e i suoi camerati lottavano affinché Villa Chigi fosse restituita alla gente. Negli anni e precedenti le sezioni missine della zona, via Migiurtiniaviale Somalia, la Monte Sacro, la Talenti, la Tufello, erano state oggetto di decine di attentati dinamitardi incendiari, assalti armati.

Quella notte in viale Libia

A piazza Gondar, in viale Libia (dove oggi c’è la scritta che lo ricorda), Paolo fu aggredito da dietro da due ragazzi, uno dei quali lo colpì con un oggetto contundente mai identificato. Gli causò la commozione cerebrale che lo portò, dopo una settimana di agonia, alla morte. La ragazza lo accompagnò a sciacquarsi la testa alla fontanella, e lui le gece promettere di non dire nulla a nessuno, che non er aniente. Ma tornato a casa si sentì male e fu portato in ospedale. Vegliato incessantemente – oltre che dalla sua splendida famiglia – da tutti i suoi camerati. Il suo sacrificio è servito a far accorgere agli italiani di quanto accadeva, a far diventare Villa Chigi parco pubblico – oggi è intitolato a suo nome – e a far finire gli anni di piombo.

La responsabilità morale della sua e di altre morti è ascritta per sempre a tutta una classe politica e mediatica che per anni ha chiuso gli occhi di fronte alla palese ingiustizia a cui i giovani missini erano sottoposti da parte di tutti. In quella settimana di agonia di Paolo ci furono affissioni per denunciare l’accaduto, un corteo sfilò per il quartiere, assemblee nelle scuole, ma a nessuno sembrava gliene fregasse qualcosa: al Giulio Cesare anzi si arrivò a confermare il diktat che uccidere un fascista non è reato.

Il comunicato del FdG: “Caduto per la Rivoluzione”

Vogliamo concludere questo ricordo con il comunicato del Fronte della Gioventù emesso qualche giorno dopo la morte di Paolo. “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi. L’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso.

Il volantino di rivendicazione dell’assassinio spuntò il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove c’era stata l’aggressione. È firmato da Autonomia Operaia. L’ultimo atto della tragedia avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo è lentamente esposta e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.

Fonte: https://www.secoloditalia.it/2020/02/paolo-di-nella-37-anni-fa-lennesimo-omicidio-comunista-impunito-oggi-lo-ricordiamo/#amp_tf=Da%20%251%24s&aoh=16759337127036&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&ampshare=https%3A%2F%2Fwww.secoloditalia.it%2F2020%2F02%2Fpaolo-di-nella-37-anni-fa-lennesimo-omicidio-comunista-impunito-oggi-lo-ricordiamo%2F

Il ponte

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di Lorenzo Merlo

Parole al vento di cui soltanto alcuni, agli sgoccioli della generazione, avranno modo di cogliere il senso. Per tutti gli altri, i giovani e quelli che verranno, saranno pensieri di un mondo di cui non avranno consapevolezza, rappresentato dai sussidiari di regime come l’era buia dalla quale ci si è finalmente liberati.

Ci stanno spingendo. Con cani da guardia intelligenti, a cui non serve più mostrare i canini, ci fanno avanzare verso l’imbocco del ponte. È una transumanza che lascia i pascoli analogici, a misura d’uomo, per portarci a quelli digitali, algoritmici e disumani. Come altrimenti nominare la cultura, la società, la politica, gli ideali, i valori, l’educazione fondata sul relativismo?

Tuttavia nel pensiero che considera il relativismo un traguardo raggiunto, da esibire e vantare, è nascosto, si muove il germe del nichilismo. Che non è una corrente filosofica, ma uno stato esiziale dello spirito umano. Una condizione in cui, inconsapevole del doloroso significato che implica, l’uomo celebra la separazione dalla propria trascendenza. Lo condanna ad un’esistenza che i cattolici chiamano Inferno, che i buddhisti e altri riempiono di sofferenza. Uno stato in cui il maligno ha campo libero, e la potenza e la creatività degli uomini sono limitate al loro proprio ego.

Il relativismo è considerato un bene conquistato dall’attuale società del pugno di mosche, in contrasto a quella fondata sui gerarchici, inequivoci, duraturi valori tradizionali. Come in questa sussistevano le solidità identitarie e sociali, all’opposto nell’attuale, transumanistica, dominano i pensieri e le idee propri di un ordoindividualismo a tutto esteso. L’aveva già detto Zygmunt Bauman nel 1999 (1).

La persona, entità base della comunità, che poteva analogicamente relazionarsi a tutto il mondo, è divenuta individuo, entità incapace di comunità se non digitali, virtuali, dall’identità effimera, in quanto aggregata al momento della bisogna, spesso del piacere o dell’interesse personale. Un essere che con due soldi è stato convertito in consumatore e, in quel solo modo, a sua insaputa soppesato. Poi, algoritmicamente anticipato, paurosamente reso prevedibile, digitalmente sempre più sorvegliato. La vita a punti, da guadagnare o perdere in funzione dell’ubbidienza o meno ai canoni che ci attendono al di là del ponte, ne rappresenta l’epilogo. Tutti schedati o, se reietti, progressivamente emarginati dai servizi sociali, fino alla loro resa, autodistruzione o eliminazione.

Il capitalismo della sorveglianza, diversamente da quanto qualcuno lo crede, limitato e alimentato soltanto dai social, dove tra gridolini e cianfrusaglie tutti mettono in pubblico diverse profondità di se stessi, si attua in assai più numerosi percorsi. Riconoscimento facciale e vocale, digitalizzazione pervasiva di tutti gli aspetti della vita, velocità di trasmissione dati, inoculazione informatica. Naturalmente, tutto presentato come progresso, tecnologia salvifica e servizio di miglioramento della vita. Uomini ridotti a dati, elaborati da algoritmi in costante raffinazione che, a boomerang, indurranno loro – quando e dove – a gridolinare, – come e perché – a cianfrusagliare.

La volontà di relativismo è dunque una corrente in cui i pesci convertiti all’individualismo trovano cibo in abbondanza. Una conversione spontanea, che non ha richiesto né spada né solennità d’investitura. L’adepto è infatti desideroso di entrare in scena, di far parte del futuro che verrà. Lo fa con senso di responsabilità, dedicandosi all’ambiente con l’auto elettrica, alla riduzione del riscaldamento globale con la rinuncia al porco e al manzo, all’abbraccio dei diritti individuali; aderendo al politicamente corretto, alla demolizione di ruoli, alla criminalizzazione del parere contrario al proprio. È un individuo che s’indigna se scrivi finocchio, ma che non fiata davanti al ripugnante comportamento dei media d’informazione. Che, sorridendo, riduce a slogan le menzogne di stato.

Lo fa in quanto del tutto ignaro che l’industria della paura non è argomento da complottista, ma una banale osservazione che, forse, per essere compiuta richiede di scendere dal divano. Un’industria che ha anche il monopolio della comunicazione, a sua volta solido sostegno del femminismo di superficie e della bandiera a otto colori. Quella così orgogliosamente e allegramente sventolata nelle piazze, nella cultura, nella politica, nelle istituzioni. Che insieme a quelle della biotecnologia e della bioingegneria, in una grande festa virtuale, conclamerà che la transumanza è stata compiuta. Ormai, da ogni dove si diffondono i suoni e i canti del melodioso concerto che sta accompagnando il gregge sereno e danzante al di là del ponte. Tutti intenti a cercare fuori da sé come affermarsi, inconsapevoli del potere che è nel proprio sé, che neppure sanno cosa sia. Ignari della bellezza come guida e del benessere come ordinarietà. Al loro posto, ora, inseguiamo i loro lontani surrogati, succedanei offerti dall’opulenza e dalla menzogna dei farmaci.

È un’industria estesa, capillare, in grado di inquinare spirito, pensieri e azioni. Che si sposa con la société sécuritaire. Colei che ci vende sicurezza un tanto al chilo, ma sotto clausola, che ci impone una connessione permanente. Che ci ha resi assuefatti e quindi dipendenti, tanto che quella connessione ora è pretesa. Fin dall’infanzia.

Osservazioni banali che, oltre che gravi, sono anche una premessa di atroce garanzia: le culture saranno cancellate, le parole significheranno altro o l’opposto, e le identità saranno a piacere, i bonus faranno sopravvivere gli inutili impegnati in guerre tra poveri, intelligentemente pasturate da chi sa come gira il fumo. La Neolingua di 1984 (2) ne è stata la consapevole anticipazione, ora pienamente in atto.

Perduti ed esauriti nel ciclo dei desideri, gli uomini, assuefatti e dipendenti, vorranno sempre nuovi giri di giostra. Finché esausti, alieni a se stessi, non saranno gettati fuori, lungo qualche tangente marchiata dall’arco nero della depressione, della psicopatologia, della disperazione, dell’ansia permanente, dell’angoscia mortificante.

È il frutto della pianta del nichilismo. Cibo potenzialmente destinato a tutti, e latentemente appeso su tutti come la Spada di Damocle della postmodernità. Alimento che, sebbene con difficoltà, potrà essere rifiutato soltanto da coloro che avranno distinto la natura apparente ed effimera dell’io da quella eterna e infinita del sé. Da quelli che si saranno emancipati dalla logica dell’egocentrismo e, dunque, da quella dell’antropocentrismo. Vera dottrina dell’attuale mattanza spirituale.

Note

  1. Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2011.
  2. George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 2016.

Illusionismo

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di Daniele Dell’orco

Fonte: Daniele Dell’orco

Uno dei principi base dell’illusionismo è quello di ribaltare la verità di fronte all’osservatore incentivandolo a guardare altrove mentre la verità, con un trucco, gli passa sotto il naso.
In questo secolo, nulla è più illusorio della comunicazione: l’arma più potente che esista.
Ieri, mentre le ferrovie polacche erano costellate di mezzi corazzati occidentali, e mentre i Paesi europei scioglievano le riserve sull’invio di Leopard all’Ucraina, è successa una cosa: il governo ucraino ha comunicato ufficialmente di essersi ritirato da Soledar.
Lo schema comunicativo è funzionato alla perfezione. Un villaggio perso tecnicamente nel weekend della befana e fattivamente il 12 di gennaio, è stato dato per “conteso” per altre due settimane contro ogni logica e contro ogni evidenza, in attesa che l’attenzione del pubblico potesse spostarsi altrove per poi ammettere, senza contraccolpi, la semplice verità.
Mi ha ricordato tanto la vicenda di Peski.
Chi segue la pagina dall’estate lo saprà.
Ero in viaggio per Mosca dal Donbass quando il villaggio fuori Donetsk venne conquistato dalle Milizie popolari. Avevo aspettato qualche ora in più per dare la notizia come confermata giusto per sicurezza. Durante il mio tragitto verso Mosca, alcuni che erano con me in Donbass stavano andando proprio a Peski, dove sarei andato anch’io se fossi potuto rimanere qualche giorno in più.
Quando loro mi inviarono le loro foto da Peski, scrissi che il villaggio era caduto, senza più dubbio, perché la “pulizia” di alcune sacche di resistenza non costituisce di per sé alcun tipo di “contesa reale”.
Poiché i comandi militari ucraini negavano la caduta di Peski, commentatori e colleghi per niente super partes dicevano che Peski fosse ancora contesa.
Avevo le foto e i video.
Ma loro niente, era contesa perché l’Ucraina diceva che era contesa.
Fatto sta, Peski era caduta e difatti venne annunciato ufficialmente giorni dopo in qualche trafiletto mentre l’opinione pubblica parlava già d’altro. A Soledar è successa la stessa identica cosa.
La domanda è: a cosa serve avere 10mila (!!!) reporter inviati sul campo da quasi tutto il mondo se poi per dare una notizia vera, fattiva e verificata bisogna aspettare il via libera da Kiev ed essere quindi 10/15 giorni in ritardo rispetto alla cronaca?
Ma attenzione, la colpa non è del metodo di “comunicazione di guerra” ucraino.
L’Ucraina fa il suo lavoro.
La colpa è di chi non lo capisce.

Dove conduce la mentalità americana?

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Segnalazione di Federico Prati

di Solange Hertz 1

postato: 22 giugno 2022

 

 Prefazione

Tra tutti gli eventi storici che hanno contribuito alla nascita delle attuali democrazie moderne, è indubbio che la Rivoluzione Francese (1789-1793) occupi un posto di primaria importanza. È un fatto innegabile che i principî che oggi reggono la nostra società siano gli stessi scaturiti da quella svolta epocale e dalla Francia esportati in tutto il mondo. Essa segnò non solo la fine delle monarchie cattoliche (di nome più che di fatto), ma diede vita per la prima volta nella Storia dell’umanità ad uno Stato laico, ossia ad uno Stato indifferente in materia di religione, e quindi di fatto ateo.

 

Sopra: la dea Ragione, elevata dalla Rivoluzione Francese a divinità da contrapporre alla «superstizione» (il cattolicesimo). Notate che la dea in questione ostenta l’Occhio onniveggente, un simbolo tipico della sètta massonica. Ed ecco svelata l’origine di questo culto.

 

Se tutte le religioni sono buone, nessuna è vera e quindi meritevole di un particolare riguardo. Misconoscendo il principio di sussidiarietà dello Stato e la superiorità della Chiesa su quest’ultimo, a causa del fine soprannaturale dell’uomo (la salvezza eterna dell’anima) che, come dice la parola stessa, è superiore al fine naturale (il bene comune) a cui deve provvedere l’autorità secolare, la Rivoluzione Francese creò un nuovo prototipo di consorzio umano imperniato non più sul rispetto dei Dieci Comandamenti e della Chiesa di Roma (i Diritti di Dio), ma sui «Diritti dellUomo».

 

Sopra: il famoso dipinto che raffigura i Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Anche qui sono presenti fregi di provenienza massonica, come l’Occhio onniveggente nel Triangolo, l’Uroboro (il Serpente che si morde la coda), il berretto frigio e il fascio littorio. La donna a sinistra raffigura la Libertà che spezza le catene della tirannia, mentre l’angelo a destra è l’Essere Supremo che con lo scettro indica l’Occhio che con la sua luce dissipa le tenebre dell’errore e dell’oscurantismo. Il quadro fu realizzato nel 1789 da Jean Jacques François Le Barbier (1738-1826). Notate inoltre la forma delle tavole, molto simili a quelle dei Dieci Comandamenti. I Diritti dell’Uomo sostituiscono quelli di Dio…

 

In realtà, fin dagli esordi, lo Stato laico, nonostante la neutralità dichiarata in materia di religione, ha perseguitato – talvolta anche con toni feroci – il cattolicesimo strappandogli dalle mani l’educazione della prole (la scuola laica), privandolo dei beni materiali necessari al proprio sostentamento (la confisca degli immobili ecclesiastici), giungendo persino alla messa la bando degli Ordini religiosi.

 

Questi e tanti altri soprusi sono il frutto di una mentalità che vede nella Chiesa cattolica un temibile avversario e un ostacolo alla realizzazione di un’utopistica Repubblica Universale dove l’uomo, sciolto dai vincoli di qualsiasi legge immutabile, possa finalmente dare libero sfogo ai proprî istinti e seguire senza impedimenti le proprie inclinazioni.

 

Sopra: tra il 2 e il 5 settembre 1792, oltre 3.000 tra sacerdoti, Vescovi, religiosi e religiose vennero assassinati. I più importanti  massacri ebbero luogo nel Convento del Carmelo, nell’abbazia di Saint-Germain, nel seminario Saint-Firmin e nelle prigioni de la Force, in rue Saint-Antoine (vedi illustrazione). Spesso la rivoluzione rivela il suo volto satanico.

 

Questa smisurata fiducia riposta nella bontà innata dell’essere umano (predicata da JeanJacques Rousseau; 1712-1778), come se esso fosse una creatura angelica immune dalle ferite infertegli dal peccato originale (orgoglio, sensualità, egoismo, sopraffazione, ecc…), congiunta all’odio implacabile verso il cristianesimo, costituiscono il «marchio di fabbrica» della Rivoluzione Francese, i cui «nobili» principî sono usciti direttamente dalle Logge massoniche a cui appartenevano praticamente tutti i suoi fautori.

 

 

Se su questa realtà sono state scritte diverse opere di un certo rilievo – cui rimando il lettore che voglia approfondire tale questione 2 – pochi invece sono gli storici che hanno cercato di mettere in luce i legami esistenti tra questa Rivoluzione e l’altra rivolta che la precedette di un decennio oltre Oceano.

 

Difatti, mentre si riconosce che i figli della Rivoluzione Francese si sono macchiati di orribili delitti (il Terrore, il genocidio vandeano, il soffocamento nel sangue delle varie insorgenze anti-giacobine in Italia, ecc…), la Rivoluzione Americana (1765-1783) è generalmente considerata come una giusta ribellione ad una esosa madrepatria, priva di una qualsiasi connessione ed interdipendenza con l’altra Rivoluzione che scoppiò poco più tardi sul suolo europeo.

 

Il pregio di questo articolo è essenzialmente quello di sfatare il mito della Rivoluzione «buona», documentando la comune matrice di entrambe le Rivoluzioni (gli ideali massonici e liberali) e la grande influenza che esercitarono sugli animi europei la lotta per l’indipendenza e il modello di società forgiato dalle tredici colonie del Nuovo Mondo.

 

 

Leggendo queste pagine, il lettore scoprirà con stupore che lo Stato laico, nemico irriducibile della Regalità Sociale di Gesù Cristo, lungi dall’essere una creazione esclusivamente francese, è stato attuato per la prima volta da quell’America che oggi esporta la democrazia in tutto il mondo a suon di bombe e sembra voler reggere i destini del mondo intero. E visto che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia è diventata una colonia degli Stati Uniti, sia politicamente che da un punto di vista culturale, conoscere la mentalità statunitense è ancora più necessario.

 

Paolo Baroni

 

 «Datemi la libertà»

 

Se si osservano le fotografie dell’insurrezione di Pechino del 1989, si è portati a pensare che l’America non avrebbe affatto sprecato due secoli del suo talento per incitare l’uomo del popolo ad essere libero. Apparentemente, oggi gli Stati Uniti sono la sorgente d’ispirazione sia per il misterioso Oriente che per il pragmatico Occidente.

 

Non è l’icona di Kwan Yin, la dea cinese della misericordia, ad essere stata innalzata sulla piazza Tienanmen, ma una Statua della Libertà in cartapesta, l’idolo massonico degli Stati Uniti d’America. Per di più, essa era ricoperta da striscioni e cartelli che riportavano gli slogan americani più sacri, che andavano dal «non si può ingannare tutto lo popolo per sempre», al «datemi la libertà o datemi la morte» 3.

 

Sopra: statua della Libertà di cartapesta

in Piazza Tienanmen, nel 1989.

 

 Il Nuovo Ordine dei Secoli

 

Tristemente, quest’ultima scelta è diventata troppo reale solamente quando i suoi entusiasti sostenitori sono stati travolti dai carri armati. Che cosa c’è, dunque, di nuovo in tutto questo? Quel fanatico di Thomas Jefferson (1743-1826) lo scriveva nella sua lettera al Colonnello William Stephens Smith (1755-1816):

 

«Che vorranno mai dire alcune vite perdute in un secolo o due? […] Lalbero della libertà devessere di tanto in tanto annaffiato dal sangue dei patrioti e dei tiranniÈ il suo concime naturale».

 

 

Quando venne il suo turno di guidare una rivoluzione, Mao Zedong (1893-1976) non avrebbe potuto dire di meglio delle parole che gli si attribuiscono:

 

«Anche se 300 milioni di cinesi fossero uccisi durante una guerra atomica, ne resterebbero ancora 300 milioni».

 

 

Tali sono le versioni rivoluzionarie delle famose parole di Tertulliano (160-220): «Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani». Tutto porta a credere che la situazione in Cina – benché brutalmente repressa – orchestrata congiuntamente al sollevamento baltico, alla riunificazione delle due Germanie, alle elezioni polacche e agli sconvolgimenti verificatisi alle porte del Cremlino stesso, sembra ordinata al raggiungimento a lungo termine della realizzazione globale detta «Novus ordo seclorum» (sic!), che è raffigurata da molto tempo sul retro delle banconote statunitensi da un dollaro 4.

 

 

Un sistema politico. la cui giustizia risiede non nella legge morale, ma nell’uguaglianza, e in cui la libertà proviene dai «diritti» e non dalla verità che libera gli uomini, non ha assolutamente nulla da spartire con il cristianesimo. Che questa conversione assai diffusa ad una democrazia riscaldata non sia in nessun caso sinonimo della conversione promessa sotto condizione dalla Madonna a Fatima nel 1917, dovrebbe diventare a lungo andare dolorosamente evidente.

 

Il fallito sommovimento cinese è stato accuratamente preparato nelle Università; e se si seguono le sue tracce è facile giungere fino ai 40.000 studenti cinesi presenti nei campus americani. Sul Washington Post, del 25 marzo 1989, Jay Matthews ha scritto:

 

«Interrogati sull’influenza americana, numerosi studenti contestatari hanno sottolineato il potere economico e tecnologico con cui gli Stati Uniti potrebbero dissuadere il governo cinese dal reprimere con violenza la manifestazione di Tienanmen. “La Cina ha chiesto un prestito di denaro agli USA” – dice Victor Han, studente attivista che porta i jeans, la camicia beige e una benda sulla fronte. Non ha paura della morte e aggiunge: “Se la Cina non risolverà il problema degli studenti, gli Stati Uniti accentueranno la loro pressione”».

 

 

Gli Stati Uniti non hanno impedito il massacro, ma ciò non significa che la pressione non sia stata esercitata. Dopo diversi anni di chiusura, il capitale americano può finalmente fluire al di là della Cortina di Ferro grazie alle multinazionali che vendono di tutto: dagli hotel di lusso agli hamburger. È il sistema americano. Nel 1776, la Rivoluzione Americana infuse speranza a tutte le rivoluzioni che covavano sotto la cenere in Europa.

 

Gli Stati Uniti furono i primi a dimostrare che uno Stato fatto dall’uomo in modo puramente laico potesse realizzarsi mediante la rottura violenta con l’autorità costituita. Poco dopo, una successione di eruzioni simili esplodevano attraverso la cristianità occidentale come bombe ad orologeria, rovesciando troni e altari, separando lo Stato dalla Chiesa e, in generale, elevando tutto ciò che era stato abbassato. Lo slancio dato alla rivoluzione mondiale dal successo americano venne sistematicamente mascherato nella misura in cui gli Stati Uniti si placavano e diventavano, per così dire, rispettabili.

 

Ma nel XVIII secolo, il loro ruolo era ben chiaro a tutti. Tre anni prima dello scoppio della Rivoluzione Francese, il marchese illuminista e anti-clericale Nicholas de Condorcet (1743-1794), uno dei suoi principali artefici, e più tardi una delle sue vittime, scrisse un’opera propagandistica intitolata De linfluence de la Révolution dAmérique sur lEurope («Dell’influenza della Rivoluzione d’America sull’Europa»).

 

 

Il vecchio continente seguiva così da vicino gli sviluppi concreti negli Stati Uniti che l’anno seguente Condorcet compose le Lettres dun bourgeois de New Haven à un citoyen de Virginie sur linutilité de partager le pouvoir législatif entre plusieurs corps («Lettere di un borghese di New Haven ad un cittadino della Virginia sull’inutilità di dividere il potere legislativo tra diversi corpi»). Fu poi la volta delle Lettres dun citoyen des ÉtatsUnis à un Français sur les affaires présentes («Lettere di un cittadino degli Stati Uniti ad un francese sulle questioni attuali») 5.

 

 

 Un progetto globale

 

L’intelligentsia di ogni nazione del vecchio continente aveva seguito con estremo interesse l’esperienza americana fin dal suo inizio 6. Come spiegare diversamente il fatto che tanti stranieri fossero apparsi improvvisamente come per miracolo ad occupare i posti di comando nella milizia rivoluzionaria americana?

 

  • I tedeschi: con il Generale barone Friedrich Wilhelm von Steuben (1730-1794) e con il «barone» Johan von deKalb (1721-1780);
  • i polacchi, con Tadeusz Kosciuszko (1746-1817) e con il conte Casimir Pulaski (1748-1779);
  • i francesi, con il conte JeanBaptiste Donatien de Rochambeau (1725-1807), con il conte Alexandre François de Grasse Tilly (1765-1845) e con il marchese de LaFayette (1757-1834).

 

LAFAYETTE, WASHINGTON E LA MASSONERIA
Anche il marchese de LaFayette dovette farsi iniziare nella Massoneria americana. Ecco la sua testimonianza:

 

«Prima l’esercito americano nutriva alcuni dubbi a mio riguardo […]. Dopo essere entrato nella Massoneria americana, il Generale Washington sembrò avere ricevuto un'”illuminazione”. Da quel momento, non ho mai più avuto l’opportunità di dubitare di tutta la sua fiducia. E poco dopo, ricevetti un incarico molto importante».

 

George Washington stesso volle presiedere all’iniziazione di LaFayette (*).

 

(*Cfr. J. Ploncard D’Assac, in Present, del 21 marzo 1991.

 

Senza parlare degli inglesi, degli irlandesi e di tanti altri… 7. Era forse una coincidenza che fossero quasi tutti – se non tutti – massoni? Alcuni, come Pulaski, portavano in battaglia stendardi di guerra con le insegne massoniche. Sul suo personale troneggiava l’Occhio onniveggente nel Triangolo, con le parole «Non alius regit» («Nessun altro è il padrone»).

 

 

Fin dal principio, l’esperienza americana fu un progetto globale. Nel 1792, due anni prima della sua morte in prigione, Condorcet esportò l’ideologia rivoluzionaria in Spagna e in America Latina. Nella prefazione ad un’edizione (1945) di una sua opera, ancora sconosciuta negli Stati Uniti, l’argentino Alberto Palcos scrive:

 

«In effetti, gli Stati Uniti accumularono un certo vantaggio inaugurando una nuova tappa nella storia dell’umanità. Favoriti da due secoli di vita coloniale, durante i quali approfittarono delle libertà ricevute dell’Inghilterra, essi adottarono un saggio sistema repubblicano di governo e proclamarono i nuovi diritti […]Gli Stati Uniti hanno dato una lezione al mondo».

 

 

L’opuscolo di Condorcet è oggi, dice Palcos, da una parte

 

«la prova inconfutabile dell’importanza che gli apostoli della libertà nel vecchio continente davano alla dimostrazione nordamericana, e dall’altra della sua proiezione sulla Rivoluzione Francese. Condorcet la presentò contemporaneamente come un esempio e un avvertimento all’Europa. Egli segnalò i colossali vantaggi conseguiti da una nazione che aveva eliminato al suo interno le odiose e ingiuste differenze, che aveva diffuso l’educazione e aveva incoraggiato il benessere. Inevitabilmente, essa avrebbe attirato carovane di immigranti e stimolato l’agricoltura, l’industria e il commercio internazionale; essa lo desiderava senza sosta, in tutta libertà, senza limite. Un Paese in tali condizioni era come una benedizione. Esso era destinato a trasformarsi in un potente agente mondiale di pace…».

 

Ecco gli Stati Uniti in veste di «potente agente mondiale di pace».

 

Lo scrittore Orestes Brownson (1803-1876) 8, in un eccesso di esaltazione, non riusciva a trattenere il suo entusiasmo per il «destino manifesto» 9 del sistema americano. Il paradiso terrestre era imminente.

 

 

 Incitare alla rivoluzione è tradire

 

Nel bel mezzo del XIX secolo, l’America infondeva queste speranze alla Germania. Il celebre quadro di George Washington (1732-1799) in piedi di fronte al pericolo, su un’imbarcazione mentre attraversa tra i ghiacci il fiume Delaware, non è stato dipinto negli Stati Uniti. Inoltre non è nemmeno un’opera dell’epoca, poiché il grande gonfalone stellato che sventola alle sue spalle non era ancora stato ufficialmente adottato a quell’epoca.

 

Sopra: George Washington attraversa il Delaware.

 

La scena è un’opera di laboratorio dipinta in Germania, nel 1850, da Emmanuel Gottlieb Leutze (1816-1868), che sperava così di ravvivare nei suoi compatrioti scoraggiati il fuoco della mancata rivoluzione tedesca del 1848. Secondo il Presidente del museo William S. Coffin 10, il dipinto originale si trovava nella cantina del Metropolitan per non essere «né storia, né arte». Il suo posto nell’iconografia americana non ne rimane rassicurato dalle molteplici riproduzioni, il cui valore propagandistico resta intatto.

 

 

Leone XIII (1810-1903), Papa «liberale», che fece tutte le concessioni possibili alla democrazia moderna, non aveva tuttavia peli sulla lingua quando nell’Enciclica Immortale Dei (del 1º novembre 1985) scrisse: «Incitare alla rivoluzione equivale a tradire non solamente luomo, ma anche Dio» 11. La rivoluzione non è una restaurazione. Essa è ciò che la parola stessa vuol dire: una sovversione. La rivoluzione è un peccato grave contro il Quarto Comandamento che seduce popoli interi 12. La rivoluzione è disobbedienza.

 

Sopra: Papa Leone XIII e la sua

Lettera Enciclica Immortale Dei.

 

La maggior parte dei cattolici che sono cresciuti alla sua ombra negli Stati Uniti e che hanno assimilato la sua ideologia insieme al latte materno, difficilmente ammetteranno che la rivoluzione è intrinsecamente cattiva. Per essi, è una cara tradizione, l’unica che sia veramente loro, e un beneficio da dividere con gli altri. Inoltre, vi diranno che la loro rivoluzione fu «diversa».

 

Ciò non toglie che sia stata cronologicamente la prima di tutta una serie di rivolte moderne contro la Regalità Sociale di Cristo Re, e solo ora alcuni storici seri iniziano a scoprire i legami e l’ispirazione che hanno chiaramente in comune. Nella sua opera del 1938 The Anatomy of Revolution («L’anatomia della rivoluzione»), Crane Brinton (1898-1968) prende in esame alcune tra le similitudini presenti nelle rivoluzioni inglese, americana, francese e russa.

 

Sopra: Crane Brinton e il suo libro

The Anatomy of Revolution.

 

Egli segnala che, nella loro epoca, sono state tutte, senza eccezione, «rivoluzioni di sinistra». La democrazia, come Lenin (1870-1924) non ha tardato a sottolineare nel suo libro del 1918 Stato e rivoluzione «è solamente una delle tappe nel corso dello sviluppo dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo».

 

Sopra: Lenin e il suo libro Stato e Rivoluzione.

 

In ognuno dei casi, nota Brinton, «il governo ha tentato di imporre delle tasse a persone che si sono rifiutate di pagare». Non erano persone che non potevano pagare, ma che si rifiutavano di farlo: questa distinzione è importante.

 

«Erano tutte società che, nell’insieme, erano in crescita prima che la rivoluzione arrivasse, e i movimenti rivoluzionari sembrano attingere forza dal malessere serpeggiante tra i popoli che non giacevano nella povertà, ma che subivano la costrizione, l’impedimento e l’insoddisfazione piuttosto che un’oppressione veramente schiacciante. È certo che queste rivoluzioni non furono scatenate da barboni o da disgraziati ridotti alla fame. I rivoluzionari non erano persone umiliate o in collera, né figli della disperazione. Queste rivoluzioni sono nate nella speranza e la loro filosofia è formalmente ottimista […]. I reietti si rivoltano molto raramente».

 

Sopra: la presa della Bastiglia, uno dei tanti miti riguardanti la Rivoluzione Francese.  Secondo i libri di Storia, il popolo inferocito e stanco della tirannia avrebbe assaltato la fortezza per liberare gli oppressi: in realtà, come ha rivelato lo storico francese Pierre Gaxotte nella sua opera La Rivoluzione Francese (BUR, Milano 1950)i detenuti liberati furono solo sette, e nessuno di questi per motivi politici: quattro erano falsari; due malati di mente (che poi furono re-internati); uno era un perverso (probabilmente un pedofilo) che era stato incarcerato su richiesta della sua stessa famiglia; le guardie a difesa della fortezza erano ex militari invalidi, non più adatti all’utilizzo in guerra, che furono uccisi nonostante il comandante avesse cercato di trattare con gli insorti (addirittura invitandoli a pranzo all’interno), e avesse concordato una resa a condizione che non ci fosse stato spargimento di sangue; anche lui fu ucciso e decapitato e la sua testa portata in trionfo per la città. La verità è che, com’è stato ampiamente documentato in diverse opere, la Rivoluzione è partita dalle Logge massoniche e dai salotti frequentati dagli intellettuali illuministi appartenenti alla borghesia e alla nobiltà.

 

In altri termini, i rivoluzionari tendono ad essere coloro che «avvertono un divario insopportabile tra ciò che sono giunti a desiderare – i loro “bisogni” – e ciò che hanno realmente». Un cattolico dovrebbe riconoscere molto rapidamente in questi sentimenti la semplice invidia, uno dei sette vizi capitali.

 

 Figaro

 

Per Brinton, il rivoluzionario-tipo è Figaro, l’anti-eroe dei racconti di PierreAugustin Beaumarchais (1732-1799) 13 Le Barbier de Séville (del 1773), reso famoso dell’opera lirica di Gioacchino Rossini (1792-1868), Il barbiere di Siviglia e dall’opera buffa di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) Le nozze di Figaro. Personaggio veramente luciferino, Figaro è il barbiere di un fortunato signore al quale si considera come intrinsecamente superiore in tutto. Egli è persuaso che, se non fosse per la nascita e per le ingiustizie delle istituzioni sociali, la sua innata intelligenza e le sue vaste capacità gli garantirebbero un rango identico a quello del suo signore.

 

Sopra: Pierre-Augustin Beaumarchais e il suo romanzo Le Barbier de Séville.

 

Figaro ne trova la prova sufficiente nel modo in cui il suo padrone dipende da lui. Questo barbiere personifica il dogma democratico secondo cui tutti gli uomini nascono uguali, la sindrome «io-valgo-quanto-il-mio-prossimo». Con un po’ di fortuna, «posso essere tutto ciò che voglio», e ciò non dipende dalla volontà di Dio. Sembra che un po’ di violenza sia un prezzo modesto da pagare per dare le possibilità adatte ai Figaro di questo mondo. Non è dunque sorprendente che

 

«la prima tappa della rivoluzione si conclude nelle nostre quattro società con la vittoria dei rivoluzionari dopo una fase piuttosto drammatica e veramente insanguinata. Il vecchio e odiato regime è stato facilmente abbattuto: la strada è aperta dalla rigenerazione di cui da così tanto tempo questi uomini discutono e sperano».

 

Queste speranze sono germogliate per poco tempo sulla piazza Tienanmen.

 

La Rivoluzione Americana: una guerra civile

 

Si potrebbe obiettare che la Rivoluzione Americana non si è macchiata degli stessi massacri avvenuti in Francia o in Russia. É possibile, ma Brinton ha scoperto che essa ebbe «molti aspetti terroristici» proprî dello stile americano. Siccome sono i vincitori che scrivono la Storia, questi aspetti sono stati passati sotto silenzio.

 

Sopra: battaglia di Lexington, del 19 aprile 1775.

 

Descritta come un conflitto tra buoni americani di nascita e oppressori e tirannici stranieri, la nostra rivoluzione è stata, in effetti, come tutte le altre, una guerra civile tra fratelli di sangue. A giusto titolo, l’Inghilterra non l’ha mai vista diversamente. All’epoca della guerra del 1812 14, il Times di Londra scriveva:

 

«Non c’è sentimento pubblico più forte in questo Paese che l’indignazione contro gli americani. Che gli Stati Uniti abbiano tentato di affondare l’arma del parricidio nel cuore di questo Paese, da cui traggono la loro origine, è un comportamento così orrendo, così nauseante e così odioso che solleva naturalmente l’indignazione che abbiamo appena descritto».

 

Sopra: scontro tra truppe inglesi e i coloni ribelli.

 

Questo fu il parere di molti coloni, perché statisticamente il numero di coloro che combatterono per l’Inghilterra fu pari a quello di chi si batté contro di essa. Un reggimento lealista era interamente costituito da cattolici. Le rappresaglie contro quelli che restarono fedeli al loro re furono crudeli, efficaci, implacabili e in buona parte di natura economica.

 

Alcune proprietà che valevano milioni di sterline furono sommariamente confiscate senza alcun indennizzo. In rapporto alla popolazione, la Rivoluzione Americana ha mandato in esilio un numero di persone superiore di cinque volte di quelle esiliate dalla Rivoluzione Francese, sebbene quest’ultima abbia fatto più vittime.

 

Tra le altre cose, le miniere di rame di Simsbury – soprannominate il Newgate del Connecticut – furono trasformate in prigioni per i lealisti catturati. Uno dei suoi reclusi più famosi fu William Franklin (1730-1813), figlio unico di Benjamin Franklin (1706-1790) e Governatore del New Jersey 15. Nei confronti dei prigionieri di basso rango si verificarono delle angherie a base di catrame e piume.

 

«L’8 agosto 1775, alcuni fucilieri acchiapparono un uomo di New Milford, nel Connecticut, scelto nel branco dei più incorreggibili, che li aveva trattati da ribelli, e lo costrinsero a camminare davanti a loro fino a Litchfield, che si trovava a 40 chilometri di distanza, portando con sé una delle sue oche. Giunti a destinazione, lo spalmarono di catrame, gli fecero spennare la sua oca e lo coprirono di piume obbligandolo ad inginocchiarsi per ringraziarli della loro clemenza».

 

 

Per saperne di più, il lettore può consultare l’opera di Crane Brinton, o il capitolo di Wallace Brown «I lealisti e la Rivoluzione Americana», contenuto nel libro Il mito e l’esperienza americana.

 

 Il disprezzo per le persone anziane

 

A differenza dei rivoluzionari europei, gli americani ebbero il vantaggio di potersi accaparrare un’area geograficamente separata dalla madrepatria. Nella loro nuova Atlantide essi poterono rinnegare sia fisicamente che moralmente le loro origini, attribuirsi più facilmente un’identità tutta loro e vivere come cittadini di una nazione che era farina del loro sacco.

 

I sociologi hanno messo in luce un aspetto interessante della rivolta: essa ha fatto nascere, in modo del tutto spontaneo, un vero e proprio vocabolario di termini che esprimevano disprezzo nei confronti delle persone anziane. Diversi soprannomi 16 apparvero per la prima volta, mentre gli altri termini 17, che erano generalmente usati per rivolgersi rispettosamente alle persone di una certa età, iniziarono a scomparire e fino ad eclissarsi definitivamente ai nostri giorni.

 

Quando tutto ad un tratto solo ciò che è giovane e nuovo predomina, è facile dedurre che Colui che la Sacra Scrittura definisce «l’Anziano di giorni» diventa il vero bersaglio, e non solamente l’ingiustizia o l’oppressione. Come il vagabondo Caino, la rivoluzione fugge da Dio e si costruisce una città, e come Caino, essa dà alla città il nome di suo figlio, perché la rivoluzione non può sopportare il passato.

 

Sopra: dopo aver ucciso Abele, Caino fugge da

Dio e vaga ramingo per la terra (Gn 4, 8-15)

 

Non può sopportare nemmeno il presente che cerca sempre di cambiare. Deve tracciare un piano per ogni cosa e non può dunque rimanere che nel futuro, il quale non ha ancora una propria realtà.

 

 I semidèi

 

Il fatto che i capi ribelli americani non siano mai stati generalmente oggetto di stima emerge da una miriade di documenti contemporanei. Thomas Jefferson era guardato con legittimo sospetto, come d’altronde Franklin, il cui figlio restò un convinto lealista fino alla fine. Su George Washington, Benjamin Franklin Bache (1769-1798), il nipote di Franklin, ha espresso probabilmente l’opinione più radicale nella rivista Philadelphia Aurora («L’aurora di Philadelphia»): «Semmai una nazione fu corrotta da un uomo, la nazione americana lo è stata da Washington».

 

 

Parole forti, ma i contemporanei dovrebbero anche ricordare che il primo Presidente degli Stati Uniti d’America fu un ricco accaparratore di terre che non ebbe scrupoli, tra le altre cose, ad impossessarsi dei territori ad Ovest, il cui accesso era stato proibito. Non a caso, solo poco prima del XX secolo, i volti di Washington e di Jefferson furono scolpiti sul monte Rushmore, il monte dei semidèi 18.

 

Sopra: i volti dei quattro presidenti scolpiti

sul monte Rushmore, nel Sud Dakota.

 

A quell’epoca, nella coscienza collettiva si era stabilito il mito secondo cui gli Stati Uniti erano stati fondati come una nazione cristiana poggiante su principî cristiani, semplicemente perché la popolazione era in maggioranza cristiana. I fatti storici e la testimonianza pubblica di Washington parlano un altro linguaggio.

 

I padri fondatori, che raramente – se non mai – si sono riferiti alla divinità, lo hanno fatto utilizzando unicamente i termini massonici più vaghi e più impersonali, e tuttavia vengono ancora considerati come devoti credenti. Nondimeno, anche quando lo erano, non furono mai cattolici. Fu uno di loro, John Adams (1735-1826) 19 che inventò la formula «cristiani cattolicicristiani cabalisti».

 

 La pietà di Washington e il cattolicesimo americano

 

Nell’epoca in cui negli Stati Uniti l’affrancamento postale di un’oncia era di tredici centesimi (un numero sacro per la Massoneria), venne stampato un francobollo di Natale che raffigurava Washington mentre prega in ginocchio nella neve a Valley Forge. Era successo qualcosa di analogo nel 1928, quando una versione della stessa effige in bronzo era stata collocata nell’edificio della Sotto-Tesoreria di New York.

 

Sopra: George Washington prega nella Valley Forge.

 

Fino ad oggi, il pastore Parson Weems (1759-1825), che si era inventato la storia del ciliegio 20, resta l’unico sostenitore di questa pretesa pietà cristiana. Tuttavia, nel 1954, i membri del Congresso costruirono una «sala di preghiera» nel Campidoglio.

 

Sopra: la favola del ciliegio, illustrata dal pastore Weems.

 

Al suo centro c’è una vetrata che mostra Washington in ginocchio sotto la Piramide tronca sormontata dallOcchio onniveggente, un noto simbolo della Massoneria che figura anche sul dorso del Gran Sigillo degli Stati Uniti.

 

Sopra: vetrata nel Campidoglio; sulla figura di George Washington in preghiera campeggia il simbolo massonico della Piramide tronca sormontata dall’Occhio onniveggente presente sulla banconota da un dollaro e il motto «Annuit coeptis. Novus Ordo Seclorum».

 

La verità è che Washington, come Jefferson e la maggior parte degli altri, era conosciuto come una persona che non assisteva che raramente alle funzioni religiose, e questo per un motivo ufficiale. Rupert Hughes (1859-1926), un demistificatore molto conosciuto negli anni ’20, affermò che Washington aveva smesso da molto tempo di mettere piede nella sua chiesa dopo che il pastore gli aveva rimproverato di non ricevere mai la comunione, pratica che Washington disapprovava per principio.

 

 

Nel 1776, il Congresso continentale 21 decretò un giorno di preghiera e di digiuno «per confessare e deplorare i nostri numerosi peccati […], per i meriti e per la mediazione di Gesù Cristo», il che prova che c’erano dei cristiani in questa istituzione. Tuttavia, quando Washington trasmise l’ordine ai suoi uomini, omise il riferimento a Gesù Cristo.

 

Sul suo letto di morte, non lo si sentì menzionare Dio o la religione, e nel suo testamento non lasciò nulla in eredità ad alcuna denominazione religiosa. Ciononostante, contro ogni evidenza, i cattolici americani raccontano ancora la storia della sua «visione della Madonna» a Valley Forge della sua conversione alla fede in punto di morte.

 

Questa leggenda è stata trasmessa attraverso gli anni dagli storici americanisti senza la conferma di uno straccio di documento, se non una «voce» secondo cui Padre Francis Neale s.j. (1756-1837), di Georgetown, sarebbe stato chiamato a Mount Vernon e avrebbe passato con Washington le sue ultime quattro ore di vita. Sicuramente, queste fandonie si rivelarono assai utili al sistema per conquistare molti cattolici, peraltro esitanti, agli ideali del nuovo sistema americano.

 

 

Sotto la guida di una Gerarchia autoctona, il cui iniziale Primate fu l’Arcivescovo gesuita MonsJohn Carroll (1756-1815), scelto personalmente da Benjamin Franklin, la politica ufficiale della Chiesa cattolica americana fu fin da principio una marcata identificazione dei principî democratici con quelli del Corpo mistico. A spese dei cattolici, un incomparabile sistema di scuole parrocchiali venne utilizzato per promuovere l’americanismo, insegnando la stessa storia e la stessa scienza falsificate che si insegnano nelle scuole pubbliche 22.

 

 

Malgrado le angosciate proteste di alcune frange di fedeli, la fusione raggiunse il suo apogeo sotto il Cardinale James Gibbons (1834-1921) e sotto l’Arcivescovo MonsJohn Ireland (1838-1918) 23, e prosperò anche sotto il «papa americano», il Cardinale Joseph Louis Bernardin (1928-1996), già Presidente della Conferenza Episcopale Americana. Non bisogna dunque stupirsi se l’attuale cattolicesimo americano non sia nient’altro che

 

«un miserabile affluente del grande movimento d’apostasia organizzata, in tutti i Paesi, per l’insediamento di una chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regole per lo spirito, né freno per le passioni e che, con il pretesto della libertà e della dignità umana, riporterebbe nel mondo, se potesse trionfare, il regno legale dell’astuzia e della forza, e dell’oppressione dei deboli, di quelli che soffrono e che lavorano».

 

 

Tali sono le parole che Papa San Pio X (1835-1914) rivolse ai democratici francesi nella sua Lettre sur le Sillon, del 25 agosto 1910. Esse possono essere tristemente applicate all’attuale Chiesa cattolica statunitense. All’inizio del XIX secolo, negli Stati Uniti, ci fu un immenso moto di protesta contro la Massoneria quando un partito politico anti-massonico venne formato da coloro che riconoscevano chiaramente il carattere anticristiano del naturalismo massonico e il suo effettivo potere 24.

 

 

Curiosamente, i libelli dell’epoca che smascheravano la Massoneria furono tutti redatti da protestanti e da pastori evangelici. Malgrado le numerose condanne pontificie della Massoneria, nessuno di questi scritti fu opera di un cattolico. Sulla scia dell’«io-non-ne-so-nulla» 25 e degli incendi di conventi, i fedeli erano troppo impegnati a mantenere un profilo basso, nella loro società pluralistica moderna dove regnava la libertà, per rischiare di parlare francamente contro il potere occulto.

 

Sopra: stampa anti-massonica pubblicata negli Stati Uniti sul New England Anti-Masonic Almanac for the Year of Our Lord 1832.

 

 Lapoteosi di Brumidi

 

Non ci fu alcun tipo di protesta quando verso la fine della guerra civile la «canonizzazione» di Washington giunse ad una svolta. Da più di un secolo, i turisti in visita alla capitale della nazione sollevano gli occhi per vedere Washington occupare la posizione centrale di Dio Padre nell’«Apoteosi» dipinta nel Campidoglio da Constantino Brumidi (1805-1880), un massone greco-italiano che in passato aveva restaurato gli affreschi del Vaticano, ma che nel 1852 dovette fuggire dall’Italia a causa delle sue attività sovversive.

 

 

Sopra: l’Apoteosi di Washington affrescata

da Brumidi nella cupola del Campidoglio.

 

Attorniato dalla Vittoria e dalla Libertà, gli altri due membri della trionfante «trinità democratica», Washington regna gloriosamente tra le nuvole del cielo in compagnia di altri dèi e dèe.

 

Sopra: la Libertà tiene in mano il fascio littorio, un antico simbolo

romano ripescato dalla Massoneria… e dal fascismo.

 

Sopra: il fascio littorio appare anche nella sala del Congresso insieme alla scritta «In God we trust» («Noi confidiamo in Dio»), presente anche sulla banconota da un dollaro. Di quale divinità si tratta? Forse del massonico Grande Architetto dell’Universo?

 

Sopra: il fascio littorio è ben visibile anche nel cosiddetto «Decalogo Repubblicano» francese, insieme ad una pletora di simboli massonici.

 

Questo grandioso affresco illustra perfettamente l’origine demoniaca della democrazia moderna: «sarete come dèi» (Gn 3, 5). «Assomiglia molto alla Basilica di San Pietro in Roma», sussurrano sottovoce i visitatori. In verità, gli assomiglia molto.

 

Sopra: nell’apoteosi di Brumidi appare anche il motto gnostico-massonico (che appare anche sulla banconota da un dollaro) «E pluribus unum» («Da molti uno»).

 

Sopra: per concludere, sempre nello stesso affresco appare l’America che combatte i tiranni. Questa immagine ci conferma che sin dalla loro fondazione, gli Stati Uniti si sono sentiti investiti della missione divina di muovere guerra ai nemici della libertà. La figura femminile con tanto di spada e scudo sembrerebbe essere la dea Minerva, il cui simbolo per eccellenza è la Civetta, un animale sacro per la sètta degli Illuminati di Baviera o per il Bohemian Groove, un club esclusivo di cui fanno parte i maggiori esponenti dell’élite politico-finanziaria.

 

Sopra: in cima al Campidoglio svetta ancora la figura della dea Minerva. Sul piedistallo della statua è possibile vedere il motto massonico «E pluribus unum» e diversi fasci littori.

 

Scrisse San Pio X nella sua Lettre sur le Sillon:

 

«Noi temiamo che ci sia anche di peggio. Il risultato di questa promiscuità all’opera, il beneficiario di questa azione sociale cosmopolita può essere solamente una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né ebraica; una religione […] più universale della Chiesa cattolica, riunendo infine tutti gli uomini, diventati fratelli e compagni».

 

 

Negli Stati Uniti, questa religione, fondata su una mitologia, è cresciuta fin troppo per non destare inquietudine. Le sue feste liturgiche secolari sono state accettate senza alcun problema. Anche il calendario dei «santi» secolari, celebra non solo la nascita di Washington, ma anche quella di Abraham Lincoln (1809-1865), di Martin Luther King (1929-1968) e di altri personaggi dello stesso genere.

 

 

I Vescovi cattolici hanno adottato alcune Messe votive per il 4 luglio (festa dell’Indipendenza) e per il Giorno del Ringraziamento, e vorrebbero che questa data diventasse una giornata mondiale di preghiera. Il Campidoglio, il monumento di Washington, i memoriali di Lincoln e di Jefferson sono diventati luoghi santi per tutti e le cappelle «ecumeniche» prosperano. Dove conduce, dunque, la mentalità americana? Ubbidire all’autorità costituita è un precetto cristiano.

 

«Poiché non c’è autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono costituite da Dio. Perciò chi si oppone all’autorità resiste contro l’autorità stabilita da Dio; e coloro che resistono attirano la condanna sopra sé stessi» (Rm 13 1-2).

 

Sopra: statua dedicata a George Washington scolpita nel 1840 e spostata dal Campidoglio al National Museum of American History di Washington D.C. Notate la grande somiglianza della scultura con il Baphomet, il demone androgino con le braccia nella posizione cabalistica «As Above So Below» («Ciò che è in alto è come ciò che è in basso»). Un caso?

 

Possiamo dedurre che San Paolo disapproverebbe il fatto di bruciare la bandiera. Ma avrebbe disapprovato anche che si faccia passare la falsa dottrina per quella vera 26. I primi cristiani furono martirizzati per essersi rifiutati di adorare l’imperatore di Roma. I cristiani di oggi adorano il popolo? Afferma San Pio X nel medesimo documento:

 

«La dottrina cattolica ci insegna che il primo dovere della carità non consiste nella tolleranza delle convinzioni erronee, per quanto sincere esse siano, né nell’indifferenza teorica o pratica verso l’errore o il vizio dove vediamo caduti i nostri fratelli, ma nello zelo per il loro miglioramento intellettuale e morale non meno che per il loro benessere materiale».

 

Sopra: «Una nazione sotto Dio». Troppo spesso il cattolicesimo americanofrutto di un compromesso tra la vera fede e i principî antitetici della rivoluzione.

 

Come diceva questo Santo Pontefice, a differenza della rivoluzione, la Chiesa

 

«non deve liberarsi del suo passato […]. Tutto ciò che occorre, è rianimare, con l’aiuto dei veri artefici di un rinnovamento sociale, le organizzazioni che la rivoluzione ha demolito e adattarle, nello stesso spirito cristiano che le ha ispirate, al nuovo ambiente naturale che risulta dallo sviluppo materiale della società di oggi. In effetti, i veri amici del popolo non sono né i rivoluzionari, né gli innovatorima i tradizionalisti».

 

 La Massoneria allorigine dellunità americana

 

Fino al 1770,

 

«le tredici piccole colonie anglo-americane, separate tra loro da spazi così considerevoli che occorrevano tre settimane alle lettere spedite dalla Georgia per arrivare nel Massachusetts, non avevano né lo stesso governo, né lo stesso genere di amministrazione, né la stessa religione, né gli stessi costumi, né le stesse abitudini sociali, e le razze formavano un mosaico bizzarro […]. Esse erano confuse le une con le altre. E nulla, né gli interessi commerciali, né la paura stessa, sembrava in grado di avvicinarle» 27.

 

Bisogna inoltre aggiungere che per ciò che riguarda la religione che, contrariamente alla Spagna, dove non si permetteva agli eretici di recarsi nelle colonie per timore di contaminazione, l’Inghilterra, aveva pensato che l’eretico fosse un prodotto da esportazione per eccellenza 28. Ne conseguì che in America non ci fu mai un’unità di fede.

 

Sopra: il 9 novembre 1620, dopo aver attraversato l’Atlantico a bordo del Myflower, un centinaio di padri pellegrini sbarcarono nel Massachusetts. Essi erano puritani, una confessione staccatasi nel Cinquecento dalla chiesa anglicana d’Inghilterra per via degli elementi troppo cattolici ancora presenti nell’anglicanesimo.

 

Se i pastori della chiesa episcopaliana, alla quale appartenevano gli ugonotti e gli olandesi, andavano a farsi ordinare in Inghilterra, i ministri congregazionalisti erano dei ribelli in potenza nei confronti della madrepatria, e attorno alla teocrazia che i puritani installarono nella Nuova Inghilterra si svilupparono rapidamente alcuni conflitti di spirito che favorirono la nascita di focolai liberali e democratici.

 

«Solo la Massoneria si impegnò in un’opera pacifica, profonda e prudente per preparare l’unità americana, senza la quale non avrebbe potuto nascere la libertà americana, e non sarebbero mai esistiti gli Stati Uniti» 29.

 

 

Sarebbe troppo lungo spiegare il suo radicamento e i mezzi con cui esercitò la sua influenza. Diciamo solamente che la nuova Massoneria intendeva superare tutte le religioni rivelate, che essa non voleva né rivelazione, né dogmi, né fede, che la sua convinzione era scientifica e la sua moralità sociale 30.

 

 La Dichiarazione dIndipendenza

 

Venne il momento in cui queste tredici colonie scossero il giogo della metropoli quando questa volle imporre loro tasse proibitive e non autorizzate da ciascuno degli Stati. Nel 1775, la resistenza delle colonie si trasformò in un’insurrezione generale. Fin dall’inizio delle ostilità si pensò ad una Dichiarazione d’Indipendenza. Jefferson venne incaricato di redigere questa Dichiarazione che fu proclamata il 4 luglio 1776.

 

• «Riteniamo evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati, dal loro Creatore, di alcuni diritti inalienabili e che questi diritti sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità».

 

 «Questa Dichiarazione, ispirata da Locke, ma anche da Rousseau, afferma che l’oggetto di ogni governo è la garanzia dei Diritti dell’Uomo, che ogni governo deve ottenere i suoi poteri dal consenso dei governati, e che se il governo cessa di garantire questi diritti è dovere del popolo modificarlo o abolirlo» 31.

 

Sopra: la Dichiarazione d’Indipendenza viene promulgata da Washington.

 

Bisogna notare che

 

• «dal 1770, i principî contenuti nelle Dichiarazioni dei Diritti americana e francese erano agli occhi di molti verità riconosciute. I legislatori d’Europa e d’America non inventarono nulla […]. Ma fu il popolo americano ad offrire loro per primo un riparo, che come popolo li accettò e li mise in pratica, mentre in Europa se ne discuteva ancora in modo vago, astratto e confuso» 32.

 

 «Per i massoni d’Europa e per i loro amici, la Dichiarazione d’Indipendenza diventò il vangelo della libertà politica» 33.

 

 

L’insurrezione durò otto anni, dal 1775 al 1783. I soldati scrivevano sui loro cappelli il motto «la libertà o la morte», e molti, si dice, la portavano nel loro cuore.

 

 La formazione dei due partiti americani

 

Dopo la Convenzione del 1787, che ebbe luogo a Philadelphia, quando fu il momento di sottoporre – in una nazione in cui tutto era ancora da fare – la nuova Costituzione per l’approvazione degli Stati e del popolo, la nazione si divise in due: federalisti e anti-federalisti. I federalisti desideravano un’estensione del potere federale.

 

Gli anti-federalisti si chiamavano così, non perché fossero ostili al governo federale, ma perché volevano che i suoi poteri fossero limitati. Ben presto, essi furono chiamati «repubblicani». Era un modo di accusare i loro avversari di essere se non dei monarchici, almeno dei «monocrati». Il dibattito fu sia economico che politico. I federalisti rappresentavano i ricchi negozianti e i capitalisti, e tendevano verso un’America industriale. I repubblicani, che raggruppavano i pionieri e i coltivatori, si orientavano verso un’America agricola. Su un piano umano,

 

• «di fronte al federalismo che voleva reprimere l’individuo per conservare le sue virtù, i repubblicani ricordarono i Diritti dell’Uomo. Alle idee di costrizione e di disciplina religiosa, essi opposero quelle di spontaneità, di libertà e di entusiasmo religioso» 34.

 

 «Guardando le cose con distacco, si può dire che i repubblicani erano democratici e i federalisti aristrocratici, o più esattamente ancora, che i repubblicani rappresentavano il cittadino contro i poteri, e i federalisti il potere che assiste i notabili» 35.

 

Sopra: nel tempo, il Partito Repubblicano scelse come simbolo

l’elefante, mentre quello Democratico scelse l’asino.

 

 Lopinione americana di fronte alla Rivoluzione Francese

 

Innanzitutto, in America tutti salutarono con molto entusiasmo il vento della libertà che si mise a soffiare sul suolo di Francia.

 

 George Washington

 

Fin dall’aprile del 1789, Washington, da poco eletto Presidente degli Stati Uniti, espresse l’opinione generale quando scrisse che

 

«la Rivoluzione Americana […] ha aperto gli occhi di tutte le nazioni d’Europa, in cui le idee di libertà e di uguaglianza prendono ovunque piede» 36.

 

Sopra: George Washington con le insegne massoniche. Notate la Cazzuola in mano (uno degli attrezzi del Libero Muratore) e l’Occhio onniveggente sul Campidoglio. Sotto, la scritta: «La paternità di Dio… la fratellanza dell’uomo».

 

In Francia, Washington era visto come «l’eroe massonico che si era ribellato suo malgrado», e questa immagine serviva «a provare la santità della ribellione» 37.

 

Sopra: un altro quadro che raffigura George Washington con i paramenti della Massoneria. Notate alla sinistra la lettera «G», che nei Gradi più alti viene interpretata come «Generazione», ossia il culto degli organi sessuali.

 

Benjamin Franklin

 

Quanto a lui, il 5 novembre 1789, Franklin, dichiarò:

 

• «Spero che il fuoco della libertà, che si sta estendendo a tutta l’Europa, agisca sui Diritti dell’Uomo come la fiamma sull’oro, purificandoli senza distruggerli; solo allora un amico della libertà potrà avere come patria tutti i Paesi della cristianità» 38.

 

 «Washington e Franklin sono le due colonne senza le quali il tempio della libertà americana sarebbe immediatamente crollato, e sia Washington che Franklin sono due eminenti massoni» 39.

 

Sopra: stampa che rappresenta Benjamin Franklin con le insegne della sètta massonica. Anche in questo caso, appare in alto a destra la lettera «G»….

 

Franklin divenne massone in Francia; egli venne eletto Venerabile della brillante Loggia delle Nove Sorelle per ben due volte. Postosi al centro della Massoneria intellettuale ed elegante della Francia, Franklin – il cui «sorriso intelligente incantava Parigi» – poté manovrare e in seguito divenire, nel 1777, l’artefice dell’avvicinamento franco-americano.

 

«Secondo il suo spirito, forgiato dall’atavismo e dall’educazione protestante e democratica di Boston, Franklin concepiva una religione morale che avrebbe distrutto i dogmi e sarebbe divenuta l’unica religione» 40.

 

Egli morì nel 1790 e, di conseguenza, non entrò nella storia dello scontro tra i due partiti americani.

 

 I repubblicani: Thomas Jefferson e levoluzione politica del suo partito

 

Il leader dei repubblicani era Thomas Jefferson. Fu intorno alla sua persona che si cristallizzò lo scambio dello spirito rivoluzionario tra la Francia e l’America. Egli sostituì Franklin all’ambasciata americana in Francia dal 1785 al 1789, fatto che fece esclamare allo scrittore francese André Maurois (1885-1967), nella sua Histoire des ÉtatsUnits:

 

«La Francia aveva dato La Fayette all’America, e questa si sdebitava dando Jefferson alla Francia, che consigliava ai suoi amici di Parigi il radicalismo nelle idee e la moderazione negli atti, una combinazione familiare ai Paesi anglosassoni, ma instabile nei Paese latini».

 

Sopra: André Maurois e la sua opera Histoire des États-Units.

 

In effetti, Jefferson

 

«non disdegnò di occuparsi di politica francese e di dare consigli […]. Egli spinse all’azione un gruppo molto influente di giovani nobili e di scienziati da cui era ammirato e ascoltato» 41.

 

Jefferson tornò negli Stati Uniti alla fine del 1789, essendo stato nominato Segretario di Stato da Washington.

 

«Là egli poté esporre a viva voce tutto ciò che aveva visto, e, con i suoi discorsi e con la sua serenità, impressionò profondamente tutta l’opinione americana. A Parigi, aveva visto la nascita dei club e delle società che sostenevano la rivoluzione. Allo stesso modo, con pazienza e con abilità, egli cominciò ad organizzare negli Stati Uniti il Partito Repubblicano» 42.

 

Sopra: la tomba di Jefferson al Monticello Graveyard,

in Virginia. L’Obelisco è un altro simbolo massonico.

 

«Traendo dagli esempi francesi ciò che gli sembrava assimilabile all’America», Jefferson poggiò sulla dottrina francese «che gli serviva ad elaborare la sua. Il suo Partito divenne un Partito nazionale con delle vedute e con una missione mondiali» 43. Le mode rivoluzionarie fecero presto presa sugli spiriti più evoluti. Si diceva:

 

«Cittadino Adams…, cittadino Jefferson…. Alcune società democratiche imitarono i club francesi. A New York, “King street” diventò “Liberty street” […]. La parola “giacobino”, ritenuta un’offesa dal vocabolario delle classi dirigenti, divenne un elogio nel vocabolario dell’opposizione» 44.

 

Le coccarde tricolori erano ostentate dai repubblicani, mentre la coccarda nera era diventata il simbolo esteriore dell’adesione ai principî federalisti. Questi ultimi finirono per avere la meglio presso le sfere governative a partire dal 1794, in parte anche a causa del fatto che era stato constatato che in seno all’Università c’era una sorprendente irriverenza verso gli esercizi religiosi, e che questa ondata di immoralità era stata attribuita all’influenza esercitata dalle idee francesi.

 

 

Quando poi si scoprì che il Ministro degli Esteri CharlesMaurice de Talleyrand (1754-1838) aveva cercato di estorcere del denaro a tre commissari che il Governo degli Stati Uniti aveva inviato a Parigi, un’immensa indignazione prese corpo contro la Francia. Tuttavia, nel 1798, i repubblicani ripresero la loro campagna democratica e mistica basandosi sulle idee che allora erano dette «francesi». In quel momento, si poté constatare che

 

«il religioso rispetto nei confronti della Francia è intimamente legato alla fede nei Diritti dell’Uomo. Essi sono diventati un culto. Non sono più come nel 1776 una mescolanza di spirito biblico e di sentimento nazionale. È oramai una vera e propria religione che domina» 45.

 

 

Tale culto tende ad escludere ogni altra forma di religione. Il trionfo di Jefferson, eletto terzo Presidente degli Stati Uniti nel 1800, fu accolto come il trionfo delle idee francesi. Cosa paradossale in quest’uomo, che nel 1788 biasimava la Costituzione degli Stati Uniti giudicandola troppo monarchica e centralizzata; quando egli governò per otto anni, lasciò il potere centrale più forte che nel 1800.

 

Lui, l’amico della Francia, fu l’artefice della scissione definitiva tra la Francia e gli Stati Uniti. Lui, che esaltava la moderazione negli atti, amava dire che «l’albero della libertà dev’essere di tanto in tanto annaffiato dal sangue dei patrioti e dei tiranni». In effetti, egli era un difensore accanito ed incondizionato della libertà che, nei suoi scritti, sembra essere il fine estremo di tutto, e che, malgrado tutte le atrocità commesse sul suolo di Francia, lo conserverà fino alla fine nella sua determinazione a sostenere la Rivoluzione Francese.

 

Nel 1793, egli scrisse a William Short (1759-1849), il suo successore a Parigi come incaricato agli Affari Esteri:

 

 «Il tono delle (vostre) lettere è stato per me estremamente doloroso a causa della virulenza con cui condannate le misure adottate in Francia dai giacobini […]. Molti colpevoli sono stati giustiziati sommariamente senza alcuna forma di processo, e tra essi anche alcuni innocenti. Li deploro […]. Ma il tempo, che svela poco a poco la verità su tutto, renderà loro giustizia e santificherà la loro memoria. Grazie al loro sacrificio, la posterità potrà così godere di questa libertà per la quale non avrebbero esitato ad offrire la loro vita. La libertà del mondo intero dipendeva dalla riuscita di questo scontro, ed un tale trofeo è mai stato pagato con così poco sangue versato? Avrei preferito vedere metà della terra devastata piuttosto che assistere all’insuccesso della nostra causa» 46.

 

• «Se in ogni Paese non restassero che Adamo ed Eva, ma gaudenti della loro libertà, la Terra sarebbe un posto molto migliore di quanto non lo sia attualmente» 47.

 

 

James Madison

 

Nel Partito repubblicano, a fianco di Jefferson, incontriamo James Madison (1751-1836) e James Monroe (1758-1831), che gli succedettero uno dopo l’altro alla presidenza degli Stati Uniti. Madison, «un uomo di bassa statura, pallido, timido, erudito e spirituale per la
chiarezza delle sue idee, la sua moderazione e la dolcezza del suo carattere»
 48, contribuì in modo determinante al successo della Convenzione del 1787. Egli è considerato anche il padre della Costituzione americana. Madison condivideva interamente l’ottimismo di Jefferson quando questi dichiarava:

 

«La mia fiducia nella ragione delluomo e nelle sua capacità di governarsi è tale che non provo alcun timore nel vederla seguire le proprie inclinazioni» 49.

 

 

Non sembra che questo fosse proprio il suo pensiero, perché amava dire che, se gli uomini fossero degli angeli, non occorrerebbe alcun governo. Checché ne sia, egli orchestrò con gli altri leader repubblicani tutta una campagna dove si tentò di dimostrare quanto la morte di Luigi XVI (1754-1793) fosse legittimata dai pericoli che la Francia correva e dai crimini compiuti dalla monarchia.

 

 James Monroe

 

Probabilmente Monroe condivideva questo punto di vista, poiché era così penetrato dall’ideale rivoluzionario, radicato in lui sotto forma di una specie di misticismo, che questo gli permise di superare l’irritazione che provò contro il governo del suo Paese quando fu inviato in missione in Francia nel 1794 con istruzioni ingannevoli, mentre erano stati intavolati dei negoziati con l’Inghilterra senza che egli ne fosse stato messo al corrente.

 

 

 I federalistiJohn Adams

 

Dal canto loro, i federalisti non stavano con le mani in mano. Il fatto che la Rivoluzione Francese si evolvesse verso un radicalismo sempre più avanzato e che ogni speranza di conclusione svanisse, andò a rafforzare la loro posizione. Tra essi, John Adams

 

«rappresentava l’atteggiamento dei federalisti della Nuova Inghilterra, e si rallegrava di vedere la nascita di una nobiltà in America, e di farne parte» 50.

 

 

Scriveva Adams:

 

«Troppi francesi seguono in ciò troppi americani, e dopo sospirano l’uguaglianza delle persone e delle condizioni. Ahimè, l’Onnipotenza di Dio ha reso questo sogno irrealizzabile e i difensori della libertà che proveranno a raggiungerlo andranno sicuramente incontro ad un insuccesso» 51.

 

John Adams si schierò con la politica francofila di Washington, al quale succedette nel 1797; in lui ci fu sempre una certa diffidenza verso la Francia, mescolata tuttavia ad un’ammirazione per il progresso delle sue scienze e per la sua diplomazia. Nel 1812, egli scrisse a Thomas McKean (1734-1817):

 

«Nella Rivoluzione Francese voi avete visto un messaggero della grazia, mentre io non vi ho visto che uno spiritello diabolico» 52.

 

Fischer Ames

 

Oltre ai personaggi di primo piano, ci siamo soffermati sull’opinione di Fisher Ames (1758-1808), che fu anch’egli un

 

«ardente federalista e fece parte di coloro che di fronte all’estremismo dei rivoluzionari francesi, dopo il 1792, provarono un sentimento di incomprensione e di panico» 53.

 

Egli scriveva:

 

«Affinché cominci il regno della libertà è necessario porre fine al potere della moltitudine. Il nuovo ordine delle cose in Francia è peggiore dell'”Ancien Régime”. La maggior parte delle persone attribuiscono questo insuccesso ad un eccesso di libertà. Pensano che si sia usato troppo liberamente di una cosa fondamentalmente buona» 54.

 

 

Alexander Hamilton

 

Il più focoso dei federalisti e colui che criticò più in profondità le cose, fu Alexander Hamilton (1757-1804). Egli fu una delle più brillanti intelligenze della sua epoca, l’uomo che creò le strutture finanziarie della nazione americana e che divenne l’eminenza grigia di Washington. Preoccupato scrisse:

 

«Da un po’ di tempo, alcune opinioni si sono fatte strada negli animi minacciando le fondamenta della religione, della morale e della società. La rivelazione cristiana è stata attaccata e sostituita con il dogma della religione naturale» 55.

 

Egli si mostrò profondamente urtato dagli eccessi della Rivoluzione Francese:

 

«Quando scopro la dismisura, il disordine e la violenza che dominano al posto della ragione e del sangue freddo, lo riconosco, provo gioia nel constatare che non esiste alcuna somiglianza tra ciò che è stata l’insurrezione americana e ciò che oggi avviene in Francia, e che la differenza tra queste due cause non è meno grande di quella che separa la libertà dall’eccesso» 56.

 

 

Nonostante queste parole, non bisogna però dimenticare che la successiva Guerra di Secessione tra federati e confederati del 1860 causò 600.000 morti (senza contare il genocidio dei nativi americani…).

 

Latteggiamento paradossale dei pastori della Nuova Inghilterra

 

I pastori della Nuova Inghilterra,

 

«finché poterono utilizzare la mistica francese come uno stimolante della vecchia fede, non manifestarono ostilità contro le tendenze rivoluzionarie, ricordandosi probabilmente quanto esse avevano spinto gli Stati Uniti sulla via dell’indipendenza. Protestarono poco o nulla contro la morte di Luigi XVI. Fecero sentire solamente le loro grida di gioia quando seppero della lotta ingaggiata dalla Francia contro il cattolicesimo. Da anni essi predicavano labbattimento del papismo e del dispotismo. Da anni essi cercavano di unificare i dogmi del cristianesimo e lo zelo per la libertà, e a rinsaldare l’uno con l’altro 57 […]. Nella Rivoluzione Francese essi non videro che lo slancio mistico, l’eroico liberalismo, il deismo cristiano. Sembrò loro che si trattasse di una forza nuova e formidabile che operava nella loro stessa direzione e che era strumentalizzabile» 58.

 

Ma di fronte all’evoluzione degli avvenimenti in Francia e all’atteggiamento assunto dal partito francese d’America (ossia dal Partito Repubblicano), quando si capì che il libro di Padre Augustin Barruel s.j. (1741-1820) Mémoires pour servir a lhistoire du jacobinisme («Memorie per servire alla storia del giacobinismo»), apparso in Inghilterra, in cui la Rivoluzione Francese veniva definita come l’anticristo, aveva visto giusto, si svilupparono alcune vedute

 

«che dovevano piacer loro e corrispondere alla loro tendenza mistica, permettendo una chiamata al fervore che questa volta non sarebbe più stato innestato sulla mistica rivoluzionaria, ma che gli sarebbe stato opposto […]. La Francia, prima papista, monarchica e corrotta, poi bruscamente sconvolta da un misterioso soffio di misticismo nuovo e demoniaco, non offriva forse uno scenario da fine del mondo, la bestia di fronte alla quale l’America, pura e cristiana, l’unica sulla retta via, rappresentava la chiesa decimata, ma ancora sulla breccia»? 59.

 

Sopra: Padre Barruel e il suo libro in più volumi

Mémoires pour servir a l’histoire du jacobinisme.

 

Robert Morris

 

C’è un personaggio un po’ in disparte nel bel mezzo di tanti dibattiti così appassionati, di cui non si può tacere il nome, non solo a causa del numero delle sue testimonianze, ma anche per la solidità del suo giudizio. Si tratta del Governatore Robert Morris (1734-1806), un personaggio molto apprezzato da numerosi storici, e in particolare dal filosofo, storico e critico letterario francese Hyppolite Adolphe Taine (1828-1893). Giunto a Parigi nel 1789, ministro plenipotenziario dal 1792 al 1794, egli ebbe l’incarico di informare Washington sugli avvenimenti in terra di Francia.

 

«Abbastanza pessimista per temperamento, egli osservò con minuziosità lo svolgimento della Rivoluzione e si compromise quando tentò di salvare Luigi XVI e la monarchia» 60.

 

 

Osservatore perspicace che conosce cos’è la pasta umana, Morris era un disilluso:

 

«Il partito centrista (quello della Costituente), che è quello dell’onestà e del diritto, trae purtroppo le sue concezioni politiche dai libri […]. Ma siccome capita che gli uomini reali siano molto diversi da quelli che abitano i sogni dei filosofi, non è sorprendente che i sistemi di governo usciti dai libri siano in generale solamente buoni per ritornarvi» 61.

 

Nell’atmosfera della polemica americana di quei tempi, questa voce del buonsenso è apprezzabile.

 

 Giudizio sulla storia di questo periodo

 

In occasione dell’uscita del libro pubblicato nel 1991 di JeanPierre Dormois e di Simon P. Newman intitolato Vue dAmérique. La Révolution Française jugée par les Américains («La Rivoluzione Francese giudicata dagli americani»), si è cercato di dimostrare l’impatto che la Rivoluzione Francese ebbe sull’opinione americana, certamente divisa, ma nell’insieme, e soprattutto  tra il popolo, favorevole alle idee francesi.

 

 

Resterebbe da dimostrare l’influenza americana sullo spirito rivoluzionario in Francia alla vigilia della Rivoluzione. Si pensi alla formidabile novità che costituiva all’epoca la creazione degli Stati Uniti di fronte alle sovranità europee, delle strutture repubblicane che si erano dati e che venivano ad incoronare un stato d’animo in cui

 

«la mistica del diritto divino era stata gradatamente sostituita da una mistica dei diritti del popolo e della moralità spontanea» 62.

 

A ciò si aggiungeva il fatto che «fino ad allora, le rivoluzioni erano state considerate come dei crimini sociali» e che ora invece si vedeva in esse «il compimento di una delle più alte funzioni, sociali» 63. A questo riguardo, lo storico francese René Rémond (1918-2007) nella sua Histoire des ÉtatsUnis, non esita ad affermare che il movimento che ha condotto gli Stati Uniti al rifiuto da dipendere dall’Inghilterra è

 

«all’origine dell’ondata rivoluzionaria che, ripresa ed amplificata dalla Rivoluzione Francese, provocò di epoca in epoca il crollo delle monarchie, fino alla Rivoluzione bolscevica del 1917 […]. La Rivoluzione Americana è allo stesso tempo la madre di tutte le rivoluzioni e di tutti i moti d’indipendenza».

 

Sopra: René Rémond e il suo libro Histoire des États-Unis.

 

A costo di ripeterci, ma nell’interesse dei nostri lettori, riteniamo utile citare qui un lungo passo estratto dall’opera del pensatore francesco Jacques Ploncard dAssac (1910-2005) intitolata Le poids des clefs de Saint Pierre («Il peso delle chiavi di San Pietro»), in cui viene rievocata la responsabilità dell’America nello stato attuale del mondo:

 

«Gli Stati Uniti hanno una responsabilità schiacciante, insieme e subito dopo la Francia, nello sviluppo delle false idee filosofiche, politiche ed economiche. Esiste un legame indiscutibile e del resto indiscusso, tra l’indipendenza americana e la Rivoluzione Francese. L’una e l’altra hanno gettato le basi dell’irregolarità organizzata e sistematizzata di tutte le attività umane. Tuttavia, in Francia si è almeno sviluppata una forte corrente cattolica e controrivoluzionaria che ha potuto, nel bene e nel male, opporsi ai funesti principî del 1789 […].

 

Purtroppo, nulla del genere si è verificato negli Stati Uniti, in cui i principî democratici della Dichiarazione d’Indipendenza non sono mai stati seriamente minacciati, salvo forse durante la Guerra di Secessione. La società americana è il frutto di quattro fattori: innanzitutto del protestantesimo […]. In secondo luogo, dello spirito del XVIII secolo, detto talvolta del 1789, o più generalmente dei Diritti dell’Uomo e del cittadino […]. La molla intima di questi due fattori, che li legò e li fece passare allo stadio pratico e d’azione, furono – impossibile ignorarle – le Società Segrete. Primariamente la Massoneria, un’autentica istituzione nazionale, ma anche tutta una gamma di sètte minori, mescolate con una certa messa in scena, con la mistificazione e con l’attività bizzarra, legate tra loro da un comune antropocentrismo e sempre orientate contro il cattolicesimo.

 

Sopra: simbologia massonica. Notate in alto la Civetta,

l’animale sacro alla sètta degli Illuminati.

 

E, sia chiaro, anche delle Società Segrete degli alti Gradi, legate all’ebraismo. Ed ecco sopraggiungere il trionfo di un’incontestabile prosperità materiale che infonde alla società americana la certezza della bontà dei suoi principî, giustificandoli e cristallizzandoli attorno al capitalismo, all’arricchimento e al benessere, i nuovi valori supremi ai quali i poveri emigrati non chiedono che di crederci» 64.

 

Sopra: Jacques Ploncard d’Assac e il suo

libro Le poids des clefs de Saint Pierre.

 

 

Nel XVIII secolo, la Francia e l’America sono state «un meraviglioso eccitante l’una per l’altra» 65. «Lintellettualismo francese e la religiosità americana hanno formato un torrente che ha sconvolto il mondo» 66. Tramite la Dichiarazione d’Indipendenza, l’America ha fatto passare «dal campo della speculazione e della polemica a quello della credenza popolare, della pratica e del sentimentalismo» 67 gli ideali di libertà, di uguaglianza, di sovranità del popolo che, in Francia, sotto l’influenza della Massoneria, furono ricevuti con premura ed eretti ad assoluto, finendo per soppiantare la fede secolare della cristianità.

 

Ci fu una sorta di spaccatura che sembra assorbire lo spirito del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) – forse questa non fu per lui una conquista? – quando, seguendo l’esempio dei pastori della Nuova Inghilterra che cercavano di «unificare i dogmi del cristianesimo e lo zelo per la libertà, e a rinsaldare l’uno con l’altro» 68, scrisse al Generale Charles de Gaulle (1890-1970), parlando probabilmente degli Stati Uniti, il 21 novembre 1941:

 

«Penso che l’immensa missione che la Provvidenza ha affidato al movimento, di cui lei è il leader, è di dare al popolo francese la possibilità di riconciliare nella sua stessa vita il cristianesimo e la libertà, queste due tradizioni di fedeltà spirituale e di emancipazione temporale, la tradizione di San Luigi e quella della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo».

 

 

Non si tratta forse di un’affermazione simile a quella di certi ferventi e zelanti cristiani del XIX secolo che pensavano che «Pio IX avrebbe “coniugato la religione e la libertà” come si diceva allora»? Ma come sappiamo, Pio IX (1792-1878) oppose a questa corrente di pensiero il suo «non possumus» («Non possiamo»). Il fatto è che la libertà conquistata dagli insorgenti 69, esaltata dai rivoluzionario francesi e che autorizzava tutto, è stata in qualche modo e per definizione il frutto di una ribellione.

 

Sopra: S. S. Papa Pio IX.

 

Ora, la libertà cristiana è tutt’altra cosa. Essa è un dono di Dio che deve condurre ad un atteggiamento fondamentale di accettazione, di dipendenza acconsentita, di rispetto dell’autorità fino al momento in cui appare evidente che è meglio ubbidire a Dio che agli uomini. Tra queste due concezioni c’è la stessa distanza che separa il fiat di Maria SS.ma dal non serviam tibi («Non ti servirò») di Lucifero. Come ebbe a dire giustamente Giovanni Spadolini (1925-1994), pur essendo un politico liberale e repubblicano,

 

«la libertà cattolica non ha niente a che spartire con la libertà dei liberali. Essa non cerca di liberarsi da qualcosa, ma di sottomettersi a qualcosa» 70.

 

 

 

«Secondo i bisogni dei suoi progetti politici, la Massoneria crea nuove obbedienze, come il Grande Oriente distaccatosi da Londra nel 1771-1773 in previsione della Guerra d’Indipendenza americana, preparata dalla dissidenza delle Logge “degli Anziani” dell’irlandese Lawrence Dermott in Inghilterra con l’aiuto di Benjamin Franklin (iniziato a Filadelfia nel 1730), il quale riuscì ad instaurare uno Stato Federale, apparentemente democratico, ma dove largento è re e i banchieri sono padroni, come è simboleggiato perfettamente dalla scultura nella quale Washington appare – a Chicago – con la mano nella mano del suo Segretario del Tesoro Morris da una parte, e dall’altra di Haim Salomon, finanziatore generale dei sussidi olandesi (tramite Grand e Honegguer), francesi e spagnoli, che sostenevano la lotta» 71.

 

Sopra: da sinistra, il massone irlandese Lawrence Dermott

e il banchiere ebreo Haim Salomon.

 

Sopra: gruppo monumentale (scolpito nel 1944) a Chicago, nell’Illinois. Da sinistra, Haim Salomon, George Washington e Lawrence Dermott. Washington stringe le mani alla Massoneria e all’Alta Finanza, i due poteri senza i quali non avrebbe potuto fare alcuna rivoluzione.

 

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Note

 

1 Traduzione dall’originale francese Où conduit la mentalité américaine? (Action Familiare et Scolaire, Parigi s.d.), a cura di Paolo Baroni.

Nota redazionale: Nell’ora in cui gli Stati Uniti d’America si atteggiano a campioni del Diritto Internazionale e a leader incontestabili nell’edificazione di un «Nuovo Ordine Mondiale», non è superfluo ricordare quali uomini furono i loro fondatori e su quali principî poggiarono il loro operato. Solange Herz (1920-2015), autrice cattolica statunitense di eccellenti studi storici e religiosi, mostra in questo articolo (originariamente intitolato «Whither the American Way»), apparso sulla rivista A Propos (nº 8, 1990), ciò che fu la Rivoluzione Americana, i suoi legami con la Rivoluzione Francese che la seguì a ruota, e la sua saturazione di spirito massonico.

2 Tra i tanti libri su questo argomento ricordo l’opera di Padre Augustin Barruel s.j. dal titolo Storia del giacobinismo: Massoneria e Illuminati di Baviera (Oggero Editore, Carmagnola 1989).

3 Fu al Congresso della Virginia del 1775 che l’avvocato Patrick Henri (1736-1799) e il più brillante oratore della Rivoluzione Americana, esclamò: «La vita è così cara o la pace così dolce che si acquistano al prezzo delle catene e della schiavitù? Dio onnipotente ce ne scampi! Ignoro quale partito sceglieranno gli altri; per quel che mi riguarda, datemi la libertà o datemi la morte»!

4 Bisogna forse vedere in questo motto un’allusione all’età d’oro di cui parla il poeta latino Virgilio («Magnus ab integro sæclorum nascitur ordo»; «Ecco che rinasce dal suo inizio il grande ordine dei secoli»; Egloghe IV)? Oppure la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale?

5 Condorcet, che era Segretario dell’Accademia delle Scienze e sostenitore delle nuove idee, appoggiava la Rivoluzione Americana ed era stato nominato cittadino onorario della città di New-Haven, nel Connecticut, nel 1785. Le tre opere citate nell’articolo sono rispettivamente del 1786, 1787 e 1788.

6 La violenta rottura tra le tredici colonie del Nord America e l’Inghilterra si consumò durante la Guerra d’Indipendenza (1775-1782), detta anche «Rivoluzione Americana». I coloni rifiutarono con crescente irritazione la tutela economica, e in particolare le tasse che Londra imponeva, tanto che alcune sanguinose rivolte esplosero a Boston nel 1770 e nel 1773. A partire dal 1770, i sostenitori dell’Indipendenza ebbero l’idea di farsi rappresentare in Europa, e particolarmente in Francia, da alcune personalità fuori dal comune che seppero guadagnarsi le simpatie, costituire un gruppo di pressione, ottenere degli appoggi, e reclutare alcuni talenti, soprattutto militari. Primo tra tutti, Benjamin Franklin, universalmente celebre e idolo dei francesi. Egli riuscì brillantemente ad imporre la rappresentanza del Congresso Continentale (vedi nota nº ), tra il 1776 e il 1785, e riuscì ad ottenere l’alleanza con la Francia (1778). John Adams, secondo Presidente degli Stati Uniti, sostituì a Parigi Silas Deane che dal 1771 al 1778 arruolò tutti i militari non americani citati in questo articolo, salvo Kosciuszko, evidentemente Rochambeau, Comandante del corpo di spedizione francese, e de Grasse, capo della flotta reale. Jefferson, che doveva diventare il terzo Presidente degli Stati Uniti, succedette a Franklin e passò cinque anni a Parigi tra il 1784 e il 1789. John Jay (1745-1829) raggiunse Parigi nel 1782 per restarvi due anni; egli cercò di isolare la Francia negoziando separatamente con l’Inghilterra alla vigilia del Trattato di Versailles (1783) che pose fine alla guerra e riconobbe l’Indipendenza degli Stati Uniti.

7 Friedrich Wilhelm Von Steuben era un Capitano in pensione dell’esercito prussiano. Egli fu raccomandato dal conte di Saint Germain, Ministro della guerra, a Washington, che lo nominò Generale. Von Steuben combattè agli ordini di La Fayette e, durante il combattimento decisivo di Yorktown (1781), comandò una delle tre divisioni di Washington. Kalb era invece un ufficiale tedesco che aveva servito in un reggimento dell’esercito francese. Egli partecipò alla guerra d’Indipendenza come Generale e morì in combattimento. Kosciuszko era un patriota polacco che partecipò alla guerra d’Indipendenza americana come Colonnello del genio. Ritornato in Europa, egli combatté per l’indipendenza della Polonia. Anche Pulaski era un patriota polacco che si arruolò nell’esercito americano dove divenne Generale della cavalleria. Fu ferito mortalmente durante l’assedio di Savannah. Rochambeau era il capo del corpo di spedizione francese. De Grasse, che era il Comandante dello squadrone francese, e La Fayette contribuirono particolarmente alla vittoria decisiva di Yorktown, il 19 ottobre 1781, che segnò praticamente la fine delle ostilità.

8 Orestes Brownson fu uno spirito fertile, autore di parecchie opere teologiche, filosofiche e politiche. Egli ebbe una vita religiosa assai movimentata prima di diventare cattolico (nel 1844) per restarvi fino alla morte.

9 La formula «destino manifesto» («manifest destiny»), lanciata nel 1845, esprimeva la credenza secondo cui la giovane nazione americana rispondeva ad un disegno provvidenziale. Questa dottrina servì infatti a giustificare politicamente l’espansione territoriale degli Stati Uniti, ad esempio con l’annessione dell’Oregon o a riguardo del Messico.

10 Il Metropolitan Museum of Art di New York fu fondato nel 1870.

11 Leone XIII, Papa dal 1878 al 1903, fu giudicato liberale in certi suoi atti politici, ma mai nella sua dottrina.

12 Al Quarto Comandamento «Onora il padre e la madre», si ricollegano tradizionalmente i doveri verso la patria.

13 Il celebre ed intrigante scrittore Beaumarchais apparteneva alla lobby americana. Sotto la copertura di un’impresa di import-export, spagnola come Figaro, egli procurò armi e navi agli insorti, ma senza riuscire ad incassare un soldo. I suoi eredi si ostinarono, e nel 1835 il Congresso accordò loro qualche risarcimento.

14 La guerra del 1812, scatenata dagli Stati Uniti contro l’Inghilterra per salvaguardare la libertà dei mari, chiamata talvolta «la seconda guerra d’Indipendenza», durò una trentina di mesi e si concluse senza vincitori, né vinti. È all’uscita di questo conflitto che fu adottato l’inno nazionale The Star Spangled Banner.

15 William Franklin, figlio naturale di Benjamin Franklin, Governatore reale del New Jersey nel 1763. Al momento della ribellione, il suo fermo attaccamento all’Inghilterra lo mise
in disaccordo con il padre; gli insorti lo tennero per due anni in prigione. Nel 1782, egli venne definitivamente esiliato in Inghilterra, e più tardi si riconciliò con il padre.

16 «Geezer»«holdy»«oldster»«old goat», epiteti che potrebbero essere pressappoco tradotti come «scemo», «spennato», «vecchia capra» o «vecchio caprone».

17 «Grandame»«gramfer»«granther»«granam»«beldam»«gransire», alcuni dei quali derivano dal francese antico.

18 Quattro Presidenti degli Stati Uniti hanno il viso scolpito su diciotto metri d’altezza nel granito del monte Rushmore, nel Dakota: Washington, Jefferson, Lincoln e Theodore Roosevelt. Questo monumento venne aperto al pubblico nel 1912.

19 Si tratta del secondo Presidente degli Stati Uniti, citato alla nota nº 6.

20 Riportata dal pastore anglicano Parson Weems (in odore di Massoneria) nel suo libro The Life and Memorable Times of George Washington. Questa opera servì soprattutto alla creazione del mito delle virtù di Washington. Si vuol far credere che Washington bambino, avendo abbattuto per divertirsi il più bell’albero da frutto di suo padre, fu costretto a confessare il malfatto senza mezzi termini, dichiarandosi incapace di mentire. In inglese, la frase «farher, I cannot tell a lie» («Padre, mi è impossibile mentire»), rapidamente passata nel folclore americano, è usata spesso con ironia.

21 Il Congresso continentale, costituito dai delegati dei primi tredici Stati americani, ex colonie, fu il governo di fatto, poi di diritto, degli Stati Uniti sotto una forma o un’altra durante i primi quindici anni (1774-1789). Il primo Congresso continentale (1774) protestò contro le decisioni del Parlamento britannico e incitò le colonie ad armarsi per difendere i loro diritti. Il secondo Congresso continentale, riunito a Philadelphia, adottò la Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776. Essa venne redatta principalmente da Jefferson e rivista da personalità come Franklin. Fu il congresso che nominò Washington alla guida dell’esercito insorto (1776) e che firmò l’alleanza con la Francia (1778). Nel
1789, esso trasmise i suoi poteri al primo governo federale, sotto la presidenza di Washington.

22 L’americanismo, uno stato d’animo americano tendente ad adattare quanto più possibile la vita della Chiesa agli ideali della cultura moderna, sembra essere nato con gli Stati Uniti. In questa ideologia l’accento viene posto sulle «virtù attive» (filantropia, democrazia, eugenetica), mentre le attività «passive» sono disprezzate. Alla Chiesa si chiede:

  • di attenuare il rigore delle sue esigenze a riguardo dei convertiti;
  • di mettere in risalto ciò vi è in comune tra i cattolici e gli altri cristiani;
  • di minimizzare le differenze.

Nella Lettera Apostolica Testem benevolentiæ (del 22 gennaio 1899), indirizzata al Cardinale Gibbons, Papa Leone XIII condannò l’americanismo in termini moderati, ma definitivi, evitando di fare dei nomi. L’eresia americanista, così soffocata, si fece più discreta, per riapparire vigorosa a ricongiungersi con il neomodernismo dopo la morte di Pio XII.

23 Il Cardinale John Gibbons, Arcivescovo di Baltimora e secondo Cardinale nordamericano, godeva di un grandissimo prestigio. Egli era un ammiratore e un sostenitore della Costituzione americana, ivi comprese le implicazioni della separazione tra Chiesa e Stato. Fu a lui che Leone XIII inviò la lettera di condanna del dell’americanismo. John Ireland, Arcivescovo di Saint Paul, nel Minnesota, ben disposto nei confronti delle idee liberali e democratiche, si mostrò favorevole all’americanismo.

24 Nel 1826, William Morgan, massone disilluso che si preparava ad esporre la realtà del lavoro delle Logge, venne rapito e molto probabilmente assassinato. Questo avvenimento fece insorgere l’opinione anti-massonnica, e, nel 1828, venne creato un partito anti-massonnico che minacciò seriamente l’egemonia politica dei liberi muratori per alcuni anni. Purtroppo, il Presidente di questo partito era un ex massone insufficientemente convinto delle tesi anti-massonniche. Questi fece, in certi Stati, degli accordi elettorali con un massone che poi rifiutò le sue proposte. Verso il 1840, il partito anti-massonnico cessò di esistere come tale.

25 «Know-nothing» era il soprannome affibbiato ai membri di un partito politico americano che esercitò la sua forte influenza a metà del XIX secolo. Alla sua origine c’era una Società segreta i cui affiliati, in caso di domanda, dicevano sempre di non «sapere nulla». Questo movimento costituiva una reazione degli americani appartenenti alle famiglie dei capostipiti di tradizione protestante che, di fronte alla massiccio immigrazione degli anni 1840, esaltavano una politica di tendenza xenofoba e anticattolica.

26 La Sacra Scrittura non lascia evidentemente dubbio su questo punto: «Guai a quelli che chiamano male il bene e bene il male, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20).

27 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle («La massoneria e la rivoluzione intellettuale del XVIII secolo»), pag. 161.

28 Cfr. A. Maurois, Histoire des États-Units.

29 Cfr. B. Fay, op. cit., pag. 162.

30 Ibid.

31 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

32 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle («Lo spirito rivoluzionario in Francia e in America alla fine del XVIII secolo»), pag. 182.

33 Ibid., pag. 167.

34 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 284.

35 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

36 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, Vue d’Amerique, pag. 35; lettera ad Hector Saint John Crèvecoeur.

37 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle, pag. 162.

38 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, Vue d’Amerique, pag. 39.

39 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle, pag. 161.

40 Ibid., pag. 95.

41 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 175.

42 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

43 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 175.

44 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

45 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 257.

46 E pensare che, in realtà, «in Francia, la monarchia non aveva mai governato contro la nazione» (B. Fay), anche sotto Luigi XVI.

47 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 133.

48 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

49 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 155; lettera a Domenico Diolati, del 3 agosto 1789. Qui risuonano le stesse idee di Rousseau sulla bontà innata dell’uomo.

50 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 207.

51 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 8; lettera al dr. R. Price, del 19 aprile 1790.

52 Ibid., pag. 217.

53 Ibid., pag. 230.

54 Ibid., pag. 210.

55 Ibid., pag. 175.

56 Ibid., pag. 152.

57 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle.

58 Ibid.

59 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 237.

60 Ibid., pag. 74; lettera a George Washington.

61 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 202.

62 Ibid.

63 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle, pag. 175.

64 Cfr. J. Ploncard D’Assac, Le poids des clefs de Saint Pierre, pagg. 201-203.

65 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 105.

66 Ibid., pag. 318.

67 Ibid., pag. 56.

68 Ibid.

69 Termine inglese ripreso dai francesi per designare gli americani che parteggiarono per le colonie contro l’Inghilterra durante la Guerra d’Indipendenza e che significa «ribelli».

70 Così Giovanni Spadolini, in J. Ploncard D’Assac, op. cit., pag. 147.

71 Cfr. O. Nardi, Il vitello d’oro: l’altra faccia della Storia, Linea Diretta, Milano 1989, pag. 113.

Fonte: http://www.centrosangiorgio.com/apologetica/pagine_articoli/dove_conduce_la_mentalita_americana.htm

Zelensky a Sanremo

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di Antonio Catalano

Il Festival di Sanremo potrebbe essere l’occasione per il popolo italiano per seguire una competizione canora all’insegna della spensieratezza e del piacere di ascoltare nuove proposte. Ci sono sempre stati quelli che ogni anno si dissociavano perché la ritenevano una manifestazione nazional popolare, quindi priva di “cultura” alta, così esprimendo un atteggiamento radical chic. Il fatto, purtroppo, è che da un bel po’ di tempo, a partire dagli anni ’90, di competizione canora ce n’è ben poca, i giochi si fanno prima, a seconda dell’aria che tira e degli interessi commerciali della grande distribuzione discografica. Ma il fatto fastidioso è Sanremo diventato una grande passerella, alla quale sono invitati le “migliori” espressioni del pensiero, “artistico” e non, omologato. Operazione tesa a “educare” gli italiani secondo i dettami del pensiero uniformante, fatto di fluidità sessuale (e di regolari baci in bocca non etero), di antirazzismo da operetta, di ambientalismo della grande finanza, di trasgressività concordata con il potere e menate di questo tipo. Una sorta di prolungamento musicale di quel tg 1, che rimane la fonte di principale stordimento nazionale, in cui l’informazione è presentata come un susseguirsi di fatti trattati alla “Novella 2000”: gossip, luoghi comuni, banalità, re e regine, fatti presentati senza approfondimento critico eccetera (non che gli altri siano meglio, ma il tg1 è maestro in questo campo). Il Tg1 di ieri riserva in ultima notizia la “sorpresa” (oh, guarda un po’!) dei Maneskin super ospiti al festival, gli stessi che qualche giorno fa hanno inscenato la misera sceneggiata del “matrimonio” (come distruggere la sacralità di questo rito) prima dell’uscita del loro nuovo album “Rush”. Ma quest’anno la grande “sorpresa” è data dalla presenza nell’ultima serata (in collegamento da Kiev) di Zelensky. Operazione tramata dal gran ciambellano Bruno Vespa e raccolta con entusiasmo («Sono felice di avere questo collegamento») dal conformista baciapile dell’establishment dello spettacolo Amadeus. E qui non c’è più da scherzare. Si tratta di una vera e propria operazione di guerra (che si sa, si combatte anche con le armi della diplomazia, della cultura, dello spettacolo, dello sport, dell’arte…), che si inserisce nel quadro del pieno e sciagurato coinvolgimento bellico che i nostri governi hanno deciso da un anno a questa parte, con l’accelerazione atlantista del governo Meloni. E questo non si può accettare. Non si può accettare che il pupazzo ucraino (il cui popolo è diventato carne da macello per la strategia di dominio geopolitico americana) in quota Nato imperversi anche al festival di Sanremo, tradizionalmente grande appuntamento dell’intrattenimento nazionale. Qui non si tratta di spegnere la tv o girare canale, si tratta di esprimere la piena ostilità a questa campagna di guerra che stanno attrezzando sopra le nostre teste. Zelensky a Sanremo è il senso dell’accettazione della logica di guerra che gli americani vogliono infondere negli italiani (come nei popoli europei). Ben venga quindi qualsiasi manifestazione di protesta ferma e decisa tesa a impedire che questo scempio vada in onda sulla tv nazionale.
NO ZELENSKY A SANREMO!
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