Il caso Polonia, tra sovranismo e libertà d’azione: la spina dell’Est nel fianco della Ue

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di Ferdinando Bergamaschi

La Polonia è uno dei 27 Stati membri dell’Unione europea. Insieme a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia fa parte del Gruppo di Visegrád. Questo gruppo, come è noto, si è spesso scontrato con l’impostazione giuridica (e in un secondo momento anche finanziaria) dell’Unione europea.

L’ultimo caso riguarda la Polonia. La Corte suprema di Varsavia nei giorni scorsi ha infatti stabilito che alcune parti della legislazione dell’Unione Europea non sono compatibili con la Costituzione della Polonia. In questo modo, com’è evidente, si dice implicitamente che il diritto nazionale prevale su quello europeo. 

Così facendo, Varsavia pone le basi per un possibile scontro con Bruxelles. A questo proposito il giudizio della Corte polacca è chiaro: “Il tentativo della Corte europea di giustizia di essere coinvolta nei meccanismi legislativi polacchi viola le norme che rispettano la sovranità nell’ambito del processo di integrazione europea”. Ce n’è abbastanza perché molti osservatori parlino già di Polexit. 

Muri e dintorni

Quel che è certo è che la reazione dell’Unione europea non si è fatta attendere. È la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che risponde seccamente alla Polonia: “Useremo tutti i poteri che abbiamo in base ai trattati per assicurare il primato del diritto Ue su quelli nazionali incluse le disposizioni nazionali. È quello che gli Stati membri hanno sottoscritto, come membri dell’Unione europea”. 

In questo clima, che ha visto scendere in piazza anche i polacchi pro Bruxelles, si inserisce un’altra questione spinosa che riguarda ancora una volta direttamente Varsavia. Infatti il Governo guidato da Mateusz Jakub Morawiecki, insieme con altri 11 Paesi dell’Ue (molti dei quali già satelliti dell’impero sovietico più Danimarca, Grecia e Cipro), nelle scorse settimane ha inviato alla Commissione europea una lettera con la richiesta che Bruxelles finanzi la costruzione di muri anti-migranti.

Lapidaria è stata a questo riguardo la risposta da Bruxelles: fate come volete ma non con i soldi comuni. E su questa linea di difesa dei confini nazionali Varsavia, peraltro, ha deciso di prolungare lo stato d’emergenza alla frontiera con la Bielorussia mobilitando migliaia di militari per frenare il flusso di migranti messi (appositamente o meno) in fuga dal regime di Lukashenko. 

È evidente comunque che il nodo della questione è sempre lo stesso: quale sia la capacità dell’Unione europea di risolvere problemi che pur riguardando singoli Stati nazionali riguardano al tempo stesso il fondamento della sua stessa unità ed esistenza.

Est Europa in mezzo al guado

Da un certo punto di vista si può dire che l’imperialismo sovietico era più “nazionalista” di quanto non lo è stato l’imperialismo occidentale. Se infatti la feroce egemonia dell’Urss si basava sul concetto nazionalista della “grande madre patria russa”, l’egemonia o, per meglio dire, l’influenza occidentale era in gran parte fondata sul concetto, internazionalista per eccellenza, di dominio della finanza; e la finanza, per definizione, non ha né patria, né nazione, né terra d’origine. 

Per quanto, quindi, gli stati dell’Est Europa guardino giustamente con orrore alla passata dominazione sovietica, negli stessi è però rimasta una matrice nazionalista. Questo perché il regime stalinista e post-stalinista non era fondato sulla finanza bensì sulla burocrazia, la quale, rispetto alla finanza, quantomeno riconosce l’appartenenza ad una nazione.   

D’altra parte, però, l’Occidente liberaldemocratico, dopo la caduta del muro di Berlino, poteva garantire a quegli Stati una libertà d’azione per i singoli cittadini enormemente superiore rispetto a quella che garantiva la gabbia sovietica.

Ecco allora che quei popoli – e la Polonia ne è l’esempio più lampante – una volta venuta meno la cortina di ferro, si sono trovati in mezzo a due pulsioni: quella della rivendicazione della loro coscienza nazionale che l’Urss, malgrado tutto, non aveva soppiantato; e quella della libertà d’azione che sarebbe stata garantita prima dalla Nato e poi dall’Europa, e quindi dall’Occidente nel suo complesso.  

Così si spiega la ricerca di mediazione che questi Paesi anelano, tra identitarismo con le proprie radici (sovranismo) e libertà d’azione (occidentalismo): ma questa mediazione, crediamo, sarebbe proprio un sano ed equilibrato europeismo.

Gas, prezzi e North Stream 2: le armi di Putin per tenere in pugno l’Europa

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di Ferdinando Bergamaschi

Gas naturale: come si spiega la corsa dei prezzi arrivati alle stelle in queste ultime settimane? Per capire che cosa sta succedendo bisogna alzare lo sguardo sullo scenario globale, partendo ad esempio dalle mosse dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).

Per rallentare gli aumenti, l’Agenzia ha chiamato in causa direttamente Mosca e quindi la Gazprom, colosso russo del settore controllato dal Cremlino. L’Aie così ha invitato Mosca a “fare di più per aumentare la disponibilità di gas in Europa e garantire un adeguato stoccaggio in vista della stagione invernale”. Aggiungendo come sia “impreciso e fuorviante attribuire la responsabilità dell’aumento del prezzo del gas alla transizione verso l’energia pulita”.

Il tutto in un quadro più favorevole, vista la recente soluzione delle tensioni sul gasdotto North Stream 2 di proprietà della Gazprom, per anni oggetto di forti scontri geopolitici, con tanto di minacce e sanzioni, che hanno coinvolto principalmente Russia, Germania e Stati Uniti. Questa pipeline consente infatti a tutta l’Europa di fare a meno del transito di gas dall’Ucraina, Paese che ha rapporti sempre molto tesi con la Russia e strettamente legato a Washington. Tuttavia, dopo che la Germania ha trovato un accordo sul North Stream 2 col Cremlino, nelle ultime settimane anche Biden si è convinto ad accontentare Berlino – e quindi, in questo caso, gli interessi europei – dando sostanzialmente l’ok per il completamento del gasdotto, che dovrebbe entrare in funzione a fine anno. 

La fame del Dragone

Questo clima di “distensione internazionale” sulla vicenda del North Stream 2 non è bastato però a riportare i prezzi del gas nel novero di una normale crescita stagionale. Di certo sugli aumenti stratosferici (oltre il 600% in un anno dei future) ha pesato anche una crescita della domanda globale, che a sua volta dipende in larga parte dalla ripresa economica seguita alla pandemia. E soprattutto da una grande richiesta di gas naturale da parte della Cina.

La strategia a breve termine della Russia sembra comunque quella di limitare le esportazioni di gas verso l’Europa, anche per l’elevata domanda interna russa. Possono essere lette in questa prospettiva le parole dell’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, che nelle scorse settimane aveva dichiarato: “La società sta rispettando i propri accordi di fornitura ed è pronta ad aumentare la produzione se necessario, ma ha avvertito che i prezzi potrebbero salire ulteriormente in inverno”.

Parola di Putin

Uno scenario che vede quindi l’Europa “ostaggio” della Russia, come sottolineato da diversi osservatori? Pare credibile, se è bastato l’intervento di Vladimir Putin a rassicurare gli operatori internazionali e soprattutto l’Europa non più tardi di ieri l’altro. Il presidente russo infatti ha respinto tutte le accuse, dichiarando di voler aumentare le forniture di gas verso il vecchio continente. E questa sola affermazione ha fatto sì che su tutti i mercati il prezzo del gas abbia registrato un netto calo (-7%).

Gas al futuro

Resta da capire che cosa potrebbe succedere quando entrerà in funzione il North Stream 2, visto che Mosca da tempo sostiene che grazie all’apertura della nuova pipeline i prezzi del gas si dovrebbero riequilibrare. Putin li farà calare per dimostrare che aveva ragione? Se succedesse, il segnale avrebbe comunque un valore emblematico: l’Europa sulle forniture resta nelle mani di Mosca. Quindi deve cercare alternative nell’approvvigionamento di gas naturale e puntare su fonti energetiche pulite per sostenere la transizione ecologica.

 

 

Benzina alle stelle: quando l’Italia puntava all’autosufficienza energetica

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di Ferdinando Bergamaschi

Il forte aumento della benzina, ai massimi dal 2014 malgrado il prezzo del petrolio stia tenendo, apre di nuovo il dibattito su quanto il fisco incida nel prezzo dei combustibili. E pensare che l’Italia è stato uno dei primi Stati occidentali a muoversi verso la ricerca di una sovranità energetica che mirasse a tutelare i consumatori. Vediamo allora dove inizia questa storia.

Le tesi di Canali

In un libro dello storico antifascista Mauro CanaliIl delitto Matteotti (Il Mulino, 2004), accanto a una tesi pregiudiziale sull’omicidio del deputato socialista (quella della responsabilità diretta di Mussolini, su cui non siamo d’accordo), si fa luce con una pregevole ricerca storica su quella che è stata “La questione petrolifera e la convenzione Sinclair”. Nell’omonimo capitolo del suo libro Canali approfondisce infatti la vicenda, preambolo nel quale si è generato il delitto del deputato socialista. 

Figura centrale di questi avvenimenti del 1923-1924 legati alla questione petrolifera italiana è stato l’allora ministro dell’Agricoltura del governo Mussolini. Stiamo parlando del liberale di destra Giuseppe De Capitani D’Arzago, uomo politico di indiscussa competenza e capacità, come peraltro si evince anche dai giudizi positivi che su di lui dà Canali e dalla ricostruzione della sua opera di ministro che lo storico ci riconsegna.

Chi era De Capitani? Un liberale di destra, dapprima di orientamento salandrino, che durante la sua reggenza al dicastero dell’Agricoltura aveva sempre cercato di mantenere autonoma la sua posizione e il suo ministero, non senza polemizzare con Mussolini quando questi voleva riunire, riuscendovi, il ministero dell’Agricoltura con quello dell’Industria (creando il Ministero dell’Economia nazionale). 

Italia e trust del petrolio

De Capitani e con lui il funzionario Arnaldo Petretti, direttore generale dei combustili e servizi diversi, volevano proseguire la politica energetica del governo Giolitti e rafforzarla in senso nazionale (oggi si direbbe “sovranista”). De Capitani infatti era un tenace avversario dei trust internazionali, nemico delle loro brame monopolistiche e oligopolistiche. Canali giustamente rileva a tal proposito: «Nel discorso programmatico davanti al Senato, De Capitani confermava la sua intenzione di intensificare la ricerca di petrolio nel sottosuolo nazionale, e di avviare a soluzione in tempi brevi il grave problema dell’approvvigionamento, altrimenti – aveva concluso – “sarà per sempre rinsaldata la dipendenza del nostro mercato dai trust internazionali”».

Addirittura il trust mondiale del petrolio, e la Standard Oil in particolare, vedevano De Capitani come un grande pericolo per le loro strategie. Da un lato infatti era un deciso sostenitore dell’esplorazione del nostro sottosuolo, col fine di rendere indipendente l’Italia nell’approvvigionamento e nella distribuzione del petrolio; e dall’altro lato, visto che comunque ciò non sarebbe bastato, il ministro, non accettando che il mercato fosse così fortemente condizionato dai grandi trust, voleva approvvigionarsi presso compagnie indipendenti. De Capitani addirittura, pur di non piegarsi al monopolio della Standard Oil, aveva tentato la strada di acquistare direttamente all’estero i pozzi da sfruttare. 

Da De Capitani a Mattei

Questo contesto, come si è detto, è quello in cui nasce l’affaire Matteotti che ovviamente per la sua complessità non può in questa sede essere considerato. Qui ci limitiamo ad evidenziare che De Capitani è stato l’iniziatore di quella politica di difesa e potenziamento della sovranità energetica italiana che avrebbe portato poi, due anni più tardi, nel 1926, alla creazione dell’Agip (Azienda Generale Italiana Petroli). Egli è stato il creatore e il grande sostenitore di questa politica energetica nazionale che voleva fosse basata su una partecipazione pubblica e privata.

La scelta di De Capitani, come è noto, nel secondo dopoguerra sarà portata avanti e potenziata dall’imprenditore Enrico Mattei, presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi), che fra l’altro nel 1948 scopre il giacimento di gas e petrolio a Cortemaggiore (dal 1951 l’Agip avrà in produzione campi di gas anche a Podenzano e Pontenure), anch’egli “poco gradito”, evidentemente, ai grandi trust internazionali.
Insomma, l’opera intrapresa da un liberale di destra è stata ereditata e portata avanti da un democristiano di sinistra… a dimostrazione una volta di più che le vie del Signore sono infinite.

Mario Draghi e la partita che va oltre il Quirinale…

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di Ferdinando Bergamaschi

Draghi non è Monti. Non è l’uomo che le élite euroglobaliste in avanzata avevano imposto per il tramite di Napolitano. Non è l’uomo che imporrà politiche assurde di austerity, marchiate “lacrime e sangue”. Mario Draghi è un keynesiano sincero e illuminato che sì, ha lavorato per la Goldman Sachs, ma che evidentemente non ha assimilato dall’alta finanza l’inconfessabile strategia di voler soppiantare popoli e nazioni con un nuovo tipo di uomo completamente sradicato da patrie e territori d’origine. Un tipo d’uomo disposto a tutto pur di rincorrere la neo-divinità “capitale” (che per definizione non ha né patria né territorio). 

Il garante italiano

Draghi, checché ne dicano i sovranisti estremisti, è un uomo di ri-equilibrio e di mediazione tra il nazionale e il sovranazionale, che in più di un’occasione non ha temuto di mettersi contro la Bundesbank e i rigoristi. Per queste doti, e quindi per la sua mancanza di servilismo nei confronti degli altri Stati, specialmente di Germania e Francia, il premier italiano a livello internazionale gode di grande considerazione. A maggior ragione dopo l’uscita di scena della cancelliera tedesca Angela Merkel, viene visto come l’uomo forte dell’Europa.

La partita del Colle

Ecco perché nessun partito, escluso Fratelli d’Italia e poche altre frange d’opposizione, vuole fare a meno di lui, anche se per diverse ragioni legate sia alla strategia sia alla tattica e all’opportunismo. Ed è per questo che l’ex governatore della Bce assume un ruolo da protagonista anche nella difficile partita del Quirinale. Anzi, il ruolo che può assumere Draghi in questa partita ne fa forse qualcosa di più che non la semplice corsa al Colle.

Non è affatto da escludere infatti che il presidente del Consiglio voglia consolidare una “scalata al potere” – in senso neutro, né positivo né negativo – che coinciderebbe con le sue ambizioni personali e con quelle dell’Italia. La sua permanenza ai gradi massimi dello Stato potrebbe quindi allungarsi, con una convergenza tra tutti i partiti che lo sostengono.  

Questo lo si può dedurre sia da come si è mosso Draghi finora, sia da quello che è il suo tasso di gradimento fra gli italiani. Sul primo punto, il premier si è espresso sinora in modo trasversale: ha abbracciato nel modo più netto possibile la causa della transizione ecologica; ha detto di non volere alzare le tasse (“È il momento di dare, non di prendere”); ha affermato che condivide nello spirito di fondo il reddito di cittadinanza; si è espresso in favore di un patto sociale che coinvolga sindacati e Confindustria.

Draghi politicamente poi si è definito un socialista liberale, e non si può non pensare, rispetto a questa definizione, a due figure in particolare: Carlo Rosselli e Bettino Craxi. Si è messo cioè al centro rispetto all’asse politico formato dai partiti, ma restando pur sempre al di sopra degli stessi.
Circa il secondo punto, che è strettamente legato al primo, il gradimento del premier presso gli italiani rimane altissimo, attorno al 70%.

Verso il presidenzialismo?

Entrambi questi fattori potrebbero così far pensare anche alla possibilità di una svolta presidenzialista della nostra Costituzione sotto l’egida di Draghi, per esempio sul modello francese. Un’ipotesi che già dalla fine degli anni 70 era stata prospettata da Craxi. Il leader socialista si era reso conto che l’eccesso di parlamentarizzazione delle decisioni e del potere di veto rappresentava un grave deficit per le capacità di manovra della Presidenza del Consiglio (e ciò in una logica sia governista, sia come maggior riconoscimento dell’opposizione, allora rappresentata dai comunisti). 

Il lodo Giorgetti

Un Draghi come De Gaulle, insomma. Ed è proprio come il generale francese che lo vede uno dei più importanti rappresentanti del Governo, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. Intervistato da La Stampa ha affermato anche che “è nell’interesse del Paese che Draghi vada subito al Quirinale”. E ha aggiunto: “Appena arriveranno delle scelte politicamente sensibili la coalizione si spaccherà”, sottolineando che “Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente”.

Allo stesso modo del ministro leghista sembra pensarla Confindustria, che per voce del suo presidente Carlo Bonomi ha definito Draghi “l’uomo della necessità”. Un’ipotesi sottesa anche in un’intervista di Matteo Renzi a La Repubblica, quando il leader di Italia Viva ha detto che l’asse con il centrodestra per la partita del Quirinale “non solo è possibile, ma probabile”.

 Appuntamento a febbraio

Percorribile, ma fino a un certo punto, sarebbe invece la strada di riproporre Mattarella al Quirinale fino a fine legislatura, nel 2023, per poi “incoronare” al Colle l’ex presidente della Bce. Come nel caso di Napolitano nel 2013, anche qui servirebbe un’ampissima maggioranza parlamentare per il sì di Mattarella. Ma affinché questo si verifichi, bisognerebbe convincere non solo Meloni ma anche Salvini. E comunque, in questo caso, Draghi dovrebbe sopportare quell’anno di campagna elettorale che paventava Giorgetti. Ecco perché la strada più probabile rimane quella del premier già al Quirinale nel febbraio prossimo.

Lega: tra Giorgetti e Salvini sovranismo al bivio

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Riceviamo e pubblichiamo questa interessante riflessione, pubblicata anche su https://www.ilmiogiornale.net/lega-tra-giorgetti-e-salvini-sovranismo-al-bivio/

di Ferdinando Bergamaschi

Lega di lotta o Lega di governo? Lo scontro che si è consumato nelle ultime settimane tra governisti e sovranisti, cioè tra Giorgetti e Salviniall’interno del Carroccio rivela due differenti approcci politici. Non è tanto legato alla divisione tra “sì green pass” e “no green pass”. E neppure, come molti credono, tra il nord produttivo giorgettiano e l’impostazione nazional-populista salviniana. Bensì è dettato dalla visione ormai nostalgica che ha Salvini della realtà e quella più concreta e anche proiettata nel futuro di Giorgetti.

L’antieuropeismo spicciolo

Salvini pensa (o spera) ancora che la Lega possa rivendicare pulsioni sovraniste nel senso di un antieuropeismo spicciolo. Ma ormai il segretario del Carroccio quella partita l’ha persa, quando al Papeete ha fatto cadere il Governo gialloverde. E ha consegnato quella partita a Fratelli d’Italia che, più coerentemente con la sua storia e in modo più organico, porta avanti una linea con pulsioni quasi autarchiche di forte critica all’Europa e di richiamo all’orgoglio nazionale: il partito di Giorgia Meloni, a differenza di quello di Salvini, può permettersi di fare questo poiché è rimasto all’opposizione.

Torcicollo nostalgico

Salvini, che pure ha avuto l’importante merito di aver dato al suo partito una connotazione nazionale e non più nordista, ha avuto il grande demerito (per paura?) di non aver sviluppato fino in fondo la battaglia che aveva intrapreso da ministro dell’Interno del Conte I e di essere rimasto, però, con la mente e col cuore a quell’epoca (di lotta): un’epoca che però non esiste più (almeno per la Lega governista): soffre cioè di torcicollo nostalgico. 

Linea vincente

Giorgetti, invece, si rende perfettamente conto che l’epoca dell’antieuropeismo per una forza di governo non esiste più. Facendo asse direttamente con Draghi, il ministro dello Sviluppo economico lavora – che piaccia o no – a un nuovo assetto europeo, quindi a una nuova Europa. Sarà la sua, nella Lega, la linea vincente (e già lo è). Salvini quindi si trova attanagliato tra Giorgetti (con i presidenti di Regione governisti che si sono schierati con lui) e la Meloni, e non sarà facile per lui ritagliarsi uno spazio degno delle sue ambizioni; ma d’altronde questo destino se lo è creato da solo, alimentando aspettative che non ha saputo concretizzare.

Quale sovranismo?

Ma il lettore a questo punto si chiederà anche cosa significhi “sovranismo”. Bisogna dire anzitutto che il concetto di sovranismo è un concetto relativo e non assoluto. Infatti, come esiste una sovranità nazionale, esiste anche, ad esempio, una sovranità europea. Europa e nazione quindi non sono necessariamente antagoniste.

Ciò non toglie che il sovranismo nazional-populistico ha avuto (e forse in parte ancora ha) il merito di fare leva sull’orgoglio nazionale, quindi sull’autocoscienza di popolo-nazione, e peraltro ha avuto questo merito in tempi del recente passato in cui il mainstream e il politicamente corretto propugnavano la finta e ipocrita idea di un’Europa che a parole era solidale e che nei fatti prendeva decisioni solo a favore di determinate élite che avevano volontà e interessi opposti a quelli dei popoli nazionali.

Tuttavia, questo valeva per l’epoca pre-Covid. Quella di cui Salvini ha nostalgia, e non di questa nuova epoca, che è una stagione di transizione nella quale i centri di decisione sovranazionali dovranno per forza tenere conto delle volontà dei Governi nazionali se non vogliono implodere.

 

C’è una cospirazione dietro l’emergenza sanitaria?

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Riceviamo e pubblichiamo, perché non vogliamo censurare chi esprime idee critiche, sebbene non le condividiamo nell’impostazione. Precisiamo che quanto qui scritto non appartiene alla linea del Circolo “Christus Rex-Traditio” sull’argomento, ma ad un filone cospirazionista, che prevede giudizi ed un futuro molto opinabili. Noi non abbiamo la sfera di cristallo e ci manteniamo sulla linea del realismo e dell’osservazione dell’evidenza, di fronte a fatti concreti e conclamati.

di Leonardo Motta

Le cure ci sono, ma non valgono, in affari, quanto le sostanze genico-sperimentali iniettate come fosse un vero vaccino, erroneamente chiamato, dai più, vaccino contro il covid-19.
Eppure, oltre a non essere efficiente, è dannoso, con conseguenze per la salute indelebili, ma anche con conclusioni, a volte, e a breve termine, mortali.
Nel prossimo Autunno ci sarà un’altra ondata. Loro vogliono così, e faranno in modo di metterci uno contro l’altro; sarà la più miserabile guerra tra poveri?
La quarta ondata sarà causata soprattutto dai giovani e da coloro che ancora non si sono sottoposti alla non vaccinazione, ma alla “timbratura” con l’ago acuto e velenoso della campagna mondiale di “antidoto di massa contro la verità” avanguardia del transumanesimo e precursore per un controllo totale della popolazione mondiale da parte del vertice della piramide.
Il disegno, unendo i puntini, è abbastanza evidente e l’immagine che viene fuori è inequivocabile ed ha solo un significato. Ci sarà il comando per la terza dose con l’intento di creare definitamente la dipendenza con un ciclo annuale. Toccherà anche agli innocenti e loro, i bambini, pagheranno il tributo più caro per la “nobile causa” e per il trionfo del  “nuovo umanesimo”.
Usciremo da una gabbia stretta,  per un’altra più larga, ma con le maglie molto, molto più piccole.
La verità, si dice, che prima o poi viene a galla, ma il tempo nel mondo, non sempre è tra mani galanti, ha il suo limite, non è perfetto quanto lo è il “Presente Infinito dell’Essere”. Ed è quasi superfluo dire che solo il suo Imperativo Presente, garantisce la libertà.

Pandemia: i cattolici siano tali e non si perda il buon senso!

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Riceviamo e pubblichiamo, condividendone i contenuti, questa lettera per il nostro sito:
di Pietro Ferrari
Dal Messale Romano: “Dopo le calamità pubbliche che si abbatterono nel V Secolo sulla Diocesi di Vienna, nel Delfinato, S. Mamerto stabilì una processione solenne di penitenza nei tre giorni che precedevano la festa dell’Ascensione.
Il Concilio di Orleans (511) propagò questo uso per tutta la Francia, nell’816 Leone III l’adottò per Roma e ben presto l’uso fu esteso a tutta la Chiesa…il loro scopo era di allontanare i flagelli della giustizia di Dio e di attirare le benedizioni della sua misericordia sui frutti della terra.”
Gli eventi catastrofici come le epidemie si sono sempre verificati, ma è necessario oggi evidenziare come nei confronti degli stessi l’atteggiamento umano sia notevolmente cambiato. Quando la religione cattolica impregnava più profondamente la vita civile, era finita l’epoca della scaramanzìa pagana, dei veggenti vegliardi che leggevano qua e là presagi funesti e ancora non iniziava l’epoca attuale, che tolto Iddio, pretende dalla tecnica una protezione onnipotente e la previsione di qualsiasi sciagura che quando si verifica, diventa sempre colpa di qualcuno: ingegneri, politici e scienziati ritenuti come indovini che “dovevano sapere e impedire” il flagello.
Certamente in Italia mancava un piano pandemico aggiornato e la colpa di questo è di tutta la classe dirigente degli ultimi vent’anni.
E’ del tutto evidente che l’ingegno umano possa in parte prevedere oggi molte più cose rispetto al passato, e che la scienza sempre più riesce a contenere gli ‘assalti della natura’, ma tutto ciò assieme all’ateizzazione sociale ha comportato la rimozione dell’arcano, la consapevolezza della precarietà umana, il “metus” nei confronti dell’esistenza che spingeva gli uomini a pregare Dio ed a concepire il male come occasione di castigo anche collettivo.
Per contraccolpo, nell’epoca della liberazione dal sacro è la Natura ad essere divinizzata come vendicatrice, la ‘dea gaia’ che coi suoi nuovi e improvvisati sacerdoti formula l’imputazione dell’evento catastrofico ad un capro espiatorio mutevole.
A dire il vero anche un certo cattolicesimo ha giocato al totodisastro, in piena tragedia ancora in corso nell’occasione del terremoto di Norcia del 2016 (dandone la causa ai peccati altrui, mai a quelli propri). Pertanto ciò che accade di disastroso è una vendetta pseudodvina per le colpe degli altri oppure, come variante, il flagello è costruito in ogni sua parte da qualcuno e quindi vi sarebbe la totale impotenza divina davanti ad un complotto invisibile e permanente.
Ebbene sì, è nata questa terza cerchia che per reazione alle prime due, odia non solo il genere umano ma anche la scienza. E Dio? Non c’è.
Passati da essere fascisti o cattolici tradizionalisti (contro l’individualismo assoluto e l’anarchia della propria coscienza verso il bene pubblico, il sacrificio personale per la Patria e per il prossimo) a libertari pannelliani (la mia autodeterminazione “uber alles” e che si fottano tutti, lo Stato e il prossimo).
Una volta i cattolici pregavano perché Dio allontanasse i flagelli dall’umanità (a peste, fame et bello libera non Domine), oggi invece dicono che il flagello non esiste. Ieri speravano che i vaccini funzionassero, oggi tifano perché falliscano. Nuovi esagitati druidi ammoniscono il gregge sul fatto che addirittura vaccinarsi sia un peccato di cooperazione al male, una forma di cannibalismo. Ieri pensavano che i flagelli fossero castighi per la propria vita, oggi che siano invece fasulli o semmai castighi per il vicino di casa.
Ecco perché la Chiesa previde le Rogazioni come pubblico evento. Roba che oggi farebbe sorridere non solo i devoti della ‘dea gaia’ e gli idolatri della Tecnica, ma anche i cattonovax che infatti non pregano che la pandemia finisca.
Davanti a questo delirio dell’umana ragione, il buon senso sembra essere fuggito lontano.
Che tutto ciò sia da monito.
Quos Deus vult perdere, dementat prius.

SCISMA NELL’EBRAISMO MONDIALE

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Note sulla nuova destra sionista israeliana

Il 19 luglio 2018, giorno in cui la Knesset approva pur con stretta maggioranza la legge che definisce Israele “Stato nazionale del popolo ebraico”, rappresenta certamente una sorprendente rottura di paradigma nella storia israeliana. Identità ebraica e democrazia rappresentativa inclusiva erano i due cardini su cui si reggeva il sionismo storico, di radice laicista e illuminista.

Per quanto la legge venga emendata delle parti più controverse dopo l’intervento del presidente Reuven Rivlin (Likud), è di certo una vittoria storica della destra nazionale religiosa israeliana sulla sinistra internazionalista sionista e globalista, di quella stessa destra nazionale israeliana rappresentata, nello scorso secolo, da frazioni ultraconservatrici che andavano dal Partito revisionista di Ze’ev Jabotinsky al Brit Ha’Birionim (Alleanza degli uomini leali) di Abba Achimeir, Uri Greenberg e Joshua Yeivin, sino al cananismo social-nazionale di Ratosh.
Bentzion Netanyahu, padre dell’attuale premier e insigne rappresentante della destra radicale israeliana, considerava oggettivo nemico politico non tanto il nazionalismo palestinese o panarabista  ma soprattutto quel tradizionale ed egemonico sionismo di sinistra, molto più potente del revisionismo israeliano di destra tra le elite globaliste occidentali e, almeno sino al 1952, anche di quelle sovietiche, rappresentato da Chaim Weizman, David Ben Gurion, Golda Meir.

La legge del 2018 è, anche, una vittoria storica della destra israeliana più intransigente contro la stessa frazione Sharon, laica centrista e liberale, che aveva anche questa ottime entrature nell’elitismo globalista di sinistra dell’ebraismo internazionale e dell’intero Occidente. Durante il passaggio della legge, la frazione di Benjamin Netanyahu (Likud), attuale premier, ha rigettato lo stesso testo predisposto in senso correttivo da Benny Begin, figlio del premier ed ideologo nazionalista conservatore Menachem Begin, il primo, nella storia israeliana, a esautorare dal potere la sinistra socialista o socialdemocratica di Tel Aviv(1977). Benny Begin, in seguito al rigetto della sua proposta da parte della direzione del Likud, ha sostenuto che il nazionalismo israeliano dell’attuale destra avrebbe aperto una nuova fase storica e culturale rispetto al tradizionale sionismo, la cui eredità sarebbe stata cancellata e liquidata dalla frazione Netanyahu.

Vi è, effettivamente, a nostro avviso, una netta rottura e inversione di tendenza sul piano dei principi base. Per la sinistra israeliana e per l’ebraismo mondiale progressista, laico o Reform, Israele sarebbe una conquista storica e politica in quanto Stato secolarizzato quale espressione della storica e originaria essenza socialista e di sinistra del sionismo. Questa tendenza incarna, pur con le varie differenze e sfumature, il concetto di “Medinat Yisra’el”. Viceversa, la frazione nazionalista del Likud si fa promotrice del concetto religioso e atemporale di “Eretz Ysra’el” il quale è stato da Avi Dichter, promotore della legge, sintetizzato nell’immagine di Terra israeliana come fondamento identitario sacrale e originario dello Stato (Medinat), che ne sarebbe parziale contenitore di successiva istanza.

Come la sinistra laburista e globalista è frammentata, così lo è anche la destra nazionalconservatrice. Abbiamo infatti la Nuova Destra israeliana di Bennet e di  Ayelet Shaked, ex ministra della giustizia, i cui spot elettorali rimandano esplicitamente al profumo di fascismo che si leverebbe dalla Tel Aviv sovranista e antiglobalista e alla democrazia nazionalista autoritaria, sostenitrice critica del Likud, abbiamo poi la frazione “russa” di Avigdor Lieberman, linea nazionalista e militaristica ma non religiosa con ottime entrature nell’esercito e nell’intelligence, abbiamo infine il neosionismo messianico di “Lehava”, i seguaci di Benzi Gopstein, un discepolo del noto rabbino Mehir Kahane, movimento molto radicato nel fronte dei coloni, che divenne noto alle cronache quando, nel 2010, intimò alla top model israeliana Bar Refaeli di interrompere seduta stante la promiscua relazione con il “cattolico romano” Di Caprio. “Lehava” contesta da destra, con posizioni ultrascioviniste e razziste, la frazione Netanyahu e in più casi il presidente israeliano Rivlin (Likud) ha definito il movimento d’estrema destra una seria minaccia per il “governo democratico” di Tel Aviv. Sempre alla destra del Likud, abbiamo una circonferenza di movimenti settari messianici nazional-religiosi particolarmente rappresentati nel mondo dei coloni. Il sionismo messianico, a differenza di quello antisionista dei “Guardiani della città” (Neturei Karta), ha paradossalmente democraticizzato la metafisica escatologica ebraica, pur da posizioni politiche e sociali di destra ultraconservatrice: l’inclusione potrebbe inverarsi sul piano nazionale-religioso, evento questo inconcepibile per la rigorosissima ortodossia rituale e religiosa dei “Guardiani della città”, che è viceversa su posizioni politiche genericamente di sinistra e antimperialiste.

L’osservatore politico che voglia essere disincantato deve trarre alcuni elementi per ora definitivi dalla questione israeliana. Sul piano internazionale, l’ascesa della frazione Netanyahu ha voluto dire, per la prima volta nella storia israeliana, il predominio di un Israele a trazione antioccidentale.

Durante la presidenza statunitense di Obama, Putin e Netanyahu, i principali antagonisti mondiali del globalismo obamiano, in più casi marciarono assieme per disarcionare il piano strategico mediorientale della Casa Bianca. Potremmo addirittura affermare, con la prudenza del caso, che il premier israeliano e Erdogan sono sul piano globale i due statisti più “sovversivi” e con il più notevole intuito tattico da statista.

Inoltre, vi è in ballo, nella odierna lotta di frazione dell’ebraismo mondiale, l’egemonia culturale, che significa l’avanzata di una nuova identità ebraica e l’annientamento dell’altra. Edward Luttwak, analista statunitense di origine ebraica, legato alla vecchia frazione Kissinger e neocon, che in Israele voleva dire Ehud Barak-Ariel Sharon, sconfitta su tutta la linea dalla Nuova Destra sionista israeliana di Netanyahu, ha scritto in un interessante articolo che la Silicon Valley è in un certo senso la concretizzazione di una utopia ultraprogressistica e tecnico-scientifica ebraica. A questa utopia ebraica, globalista, progressista e di sinistra liberale, si sta opponendo da anni con fermezza assoluta la contro-utopia neo-israeliana della nuova destra sionista, nazionale e religiosa di Partito-stato di Bibi Netanyahu.

Lo scontro non è economico, non può essere etnico evidentemente. E’ perciò di visione del mondo.

DA

SCISMA NELL’EBRAISMO MONDIALE di F.f.

Riabilitare o condannare il “fascista antisemita” Pinochet?

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Chiara Croce

“La vittoria storica e politica del generale Augusto Pinochet ha certamente cambiato il corso della storia mondiale. E’ stata, soprattutto e in primo luogo, una sonora sconfitta per le forze mondiali del più fanatico laicismo e dell’intollerante progressismo messianico d’estrema sinistra…forze mondiali che avevano ormai l’intera umanità, le università scientifiche americane in primis…,  al loro assoluto servizio. Per questo un normale, necessario autoritarismo di stato viene descritto come la peggiore tirannia della storia!”.

Alexander Solzenicyn 21.03.1976 Madrid

Sono ormai passati quasi ben cinquant’anni da quando, l’11 settembre ’73, il
mondo intero conobbe il volto sereno e impassibile del generale cileno Augusto
Pinochet ma la sua figura storica ancora oggi è amata o odiata, non sembra
ammettere vie di mezzo. Di recente, in Sudamerica si è riaperto un dibattito
quotidiano in quanto vari intellettuali conservatori brasiliani hanno decretato lo
statista cileno “il più grande uomo politico del XX secolo” e Bolsonaro ha
ribadito il giudizio; una macchina propagandistica globale e
occidentale di Sinistra radicale si mise in moto e non si fermò più. Ancora
adesso, nei muri di molte città e cittadine del Nord Italia si possono leggere le
scritte sbiadite dell’epoca che fu: “Pinochet terrorista fascista….”, “Cile tomba
del fascismo…”, “Morte al fascismo cileno” e via di seguito. Come è sempre
avvenuto con i grandi fenomeni storici contemporanei, chiunque lo può
constatare direttamente, la distanza tra chi ha vissuto in prima persona taluni
eventi e la propaganda internazionale, per lo più di sinistra e progressistica, è
assai netta. Parlando del pinochetismo con cileni di classi medie e popolari, la
spiegazione degli eventi che questi forniranno è decisamente differente rispetto
a quella che la macchina propagandistica della Sinistra rivoluzionaria, liberal o
progressistica, fornirà. Le più grandi accuse politiche “globalisticamente” mosse
dalla rivoluzione mondiale neo-sessantottina di Sinistra alla Giunta Pinochet
sono quelle: di essere stata golpista, di aver lavorato in realtà per la frazione
Kissinger statunitense e non per l’interesse popolare cileno, di aver
sistematicamente represso gli oppositori politici di sinistra, di essersi venduta
al liberismo d’oltreoceano e naturalmente di essere neo-fascista. Ora
cerchiamo di vedere uno ad uno i punti di cui la Sinistra radicale antifascista
accusa il generale cileno. Premetto che, a differenza di molti cileni o
sudamericani, non considero affatto Pinochet un eroe o un patriota, né
tantomeno il “padre del Cile” ma al tempo stesso sono abbastanza scioccata
dalla propaganda di sinistra che non ammette i meriti dell’avversario,
nemmeno quando vi sono, mossa da un pensiero di gruppo collettivistico
subordinato da secoli all’elitismo di ristrette frazioni dell’alta finanza ultraprogressista dell’estremo occidente. Al tempo stesso, come vedrà il lettore, mi
guardo bene dal negare la tragedia della repressione antimarxista e antiebraica
del pinochetismo. Ho cercato però di contestualizzarla. Questo breve articolo è
il sunto di una tesina universitaria di alcuni anni fa.

Kissinger, l’arte della distensione e la Rivolta conservatrice dell’11
settembre ‘73

Secondo varie frazioni della destra radicale statunitense e neo-maccartista,
Kissinger fu un agente “ebreo comunista” del Deep State. Non so sia vero,
personalmente mi pare eccessivo ma è un fatto che Kissinger espresse per
anni e anni in libri, interviste, congressi il punto di vista che la marcia del
Comunismo mondiale sarebbe stata inarrestabile e l’americanismo dovesse
integrarsi nel Comunismo globalista. La rivoluzione del ’68 fu in effetti una
conseguenza di americanismo e nichilismo antropologico di Sinistra radicalista. Kissinger,
ad esempio, fu un arcinemico di Ronald Reagan in quanto il presidente
statunitense avrebbe abbandonato l’approccio gradualista kissingeriano, che
era in fondo quello tradizionale statunitense e anglosassone, con il Comunismo
– approccio che aveva caratterizzato l’operato di tutti i presidenti della Guerra
Fredda, compreso Nixon a mio avviso, pur con distinguo sui quali non posso
qui soffermarmi – a favore di un atteggiamento offensivo forte del supporto di
Giovanni Paolo II e dei guerriglieri anticomunisti afghani (Cfr. Kissinger,
“Diplomacy”, New York 1994). Ritengo dunque, in definitiva, che Kissinger fu
uomo del Deep State progressista e anticristiano dell’estremo occidente, come
oggi lo è ad esempio oggi Soros, il massimo ideologo della Sinistra radicale del
XXI secolo. L’ideologia kissingeriana, tutta fondata sulla dissuasione  verso il socialismo, preferiva di certo il Comunismo
internazionale, se avesse dovuto scegliere, al fascismo o al conservatorismo
tradizionalista di destra. Non va dimenticato, come ormai noto, che il famoso e
potentissimo Gruppo d’intelligence, londinese, dei 5, al servizio dell’URSS, era
una filiale dei Rotschild di Londra e Parigi. La stessa Thatcher fu costretta con
grande imbarazzo a intervenire sulla questione del Barone Rotschild spia del
Comunismo mondiale (https://www.youtube.com/watch?v=nvH3o_zFiK4). Di
conseguenza, Kissinger, uomo del Deep State dei Rotschild, tutto può essere
stato tranne che uno stretto amico del Cile conservatore ed antiprogressista di
Augusto Pinochet. Sergio Romano, in pagine illuminanti e molto equilibrate
(Cfr. Cinquant’anni di storia mondiale, Longanesi 1995), bene spiega come il
ruolo dell’amministrazione Nixon e dello stesso Kissinger – che spesso fu
peraltro antagonista al nixonismo quando quest’ultimo tentò di uscire dai
condizionamenti del Deep State – nella rivolta nazionale e popolare
anticomunista cilena sia stato pressoché nullo. L’amministrazione Nixon non si
oppose alla prova di forza del generale Pinochet, ma non la incentivò ne tanto
meno fornì supporto logistico di alcun tipo alla stessa. La rivolta conservatrice
pinochetista non fu affatto un golpe, Romano spiega come il Cile neomarxista
di Allende fosse allo stremo, una catena ininterrotta di scioperi e sabotaggi
interni, con rivolte popolari anticomuniste che si susseguivano, che furono il
funerale del marxismo di Allende, ben prima dell’ 11 settembre ’73. L’azione
dell’elite militare pinochetista fu autonoma e non eterodiretta. La rivolta cilena
del ’73 colpì nella sua spina dorsale il bipolarismo di Yalta e l’arte della
distensione promossa dal Deep State e portata avanti da Kissinger. La morte di
Allende e la sconfitta del socialismo in Cile fu un evento epocale, ben più
pesante per il Deep State della crisi coreana, di quella di Cuba o del conflitto
vietnamita. Riprendeva di fatto vigore e forza quella guerra civile ideologica
mondiale che si era, momentaneamente interrotta, nel 1945, conclusasi con la
vittoria della frazione “liberal-marxista”. Come nel ’22 a Roma, nel ’33 in
Germania e nel ’36 in Spagna: Santiago ’73 rimetteva in moto la guerra civile
ideologica su scala mondiale che sembrava vinta dal Deep State che
supportava la Sinistra radicalista, per questo l’immagine di Pinochet è rimasta
impressa nella memoria della coscienza comune universale. La prima voce in
ordine cronologico che si leverà, non a caso, nel mondo per salutare la vittoria
del Conservatorismo anti-progressista cileno fu quella del profeta del
Tercerismo mondiale, il generale argentino Juan Domingo Peròn, il primo e più
grande avversario di Yalta. Poco dopo l’11 settembre 1973, Peròn e Pinochet si
incontreranno in un clima di grande cameratismo, di seguito daranno avvio a
un piano strategico comune volto all’abbattimento di Yalta e del bipolarismo
marxista-americano nel continente sudamericano. La morte del generale Peròn
(1 luglio 1974) complica i piani strategici del Cile pinochetista, che isolato
economicamente e diplomaticamente da tutto l’Occidente cerca così
disperatamente sponde nel mondo islamico (Libia di Gheddafi, Iran, Siria, Iraq)
ma anche all’interno del Patto di Varsavia (Romania, Polonia) e della destra
israeliana (Begin). Non vi sono quindi prove di una liaison Kissinger Pinochet,
tutt’altro, anzi da quando la Sinistra liberal o radicale riconquistava la Casa
Bianca i tentativi delle frazioni di sinistra di CIA e MI6 di sabotare la normale
vita del Cile conservatore si moltiplicheranno, con il soccorso addirittura, in
taluni casi, di DGI cubana e sovietico KGB (cfr. M. Spataro, Pinochet. Le
scomode verità, S. Sigillo 2003). Va infine precisato che i rapporti tra la
dittatura antiperonista argentina di Videla e la democrazia sovrana cilena
furono tutt’altro che buoni. Videla fu organico a Yalta e alleato del comunismo
argentino, uccise e perseguitò sicuramente più peronisti che marxisti e il
regime militare fu sempre sostenuto dal Partito Comunista di Buenos Aires; il
generale Pinochet, continuatore del peronismo, fu invece un irriducibile nemico
di Yalta e del comunismo. Infine, quello di Pinochet non si può nemmeno
tecnicamente definire un Golpe, in quanto il generale, capo di stato maggiore,
rispose con l’intervento antimarxista a una sollecitazione verso l’esercito da
parte di parlamento e magistratura.

Pinochet non fu liberista

Si continua a ripetere che Pinochet fu liberista per i rapporti con i Chicago Boys
ma chi ripete tali luoghi comuni non si è dato lo sforzo di approfondire. I dati
dei ricercatori e degli economisti (Rogoff-Reinhart, Questa volta è diverso. Otto
secoli di follia finanziaria, Saggiatore 2010) mostrano invece che i settori
strategici industriali dell’economia cilena furono nazionalizzati e di proprietà
statale. CODELCO, corporazione mineraria di rame, assunse valore strategico
sociale nel 1976, tre anni dopo la vittoria pinochetista; di fatto apparteneva al
Presidente della nazione Augusto Pinochet che rappresentava lo Stato del Cile.
I fondi della stessa saranno utilizzati come leva per quel miracolo sociale cileno
riconosciuto da tutti gli standard economici quando il Presidente Pinochet lasciò
il potere. La democrazia plebiscitaria pinochetista protesse la Proprietà, la
piccola e media proprietà in particolare con il fine di incentivare lo Stato
protezionista e nazionale del lavoro; sviluppò un sistema pensionistico e
sanitario che fu considerato dagli specialisti il più avanzato in America Latina;
creò una piccola e media borghesia cilena che il marxismo allendista aveva
deliberatamente abbattuto. Dunque è scorretto considerare Pinochet sia
liberista che liberale. Pinochet dette vita ad una Democrazia plebiscitaria e
Gremialistica, avendo sottoposto il suo Governo a diversi referendum popolari:
quando perse il referendum dell’88, seppur di misura, Pinochet accettò
serenamente il verdetto e il Cile ripiombò nel buio della “democrazia
rappresentativa” e dell’oligarchia finanziaria. Una frase ricorrente dei cileni è
Vuelve mi General, Torna mio Generale, per ricordare gli anni aurei della
Democrazia sovrana non liberale pinochetista. Si pensi che il modello
pedagogico di Allende per le future generazioni prevedeva l’abolizione dello
studio di storia cilena, la negazione di un patriottismo cileno e il culto degli eroi
del socialismo progressistico (per lo più ebrei) nel corso della storia mondiale.
Se è vero che Pinochet, per riparare ai disastri di una cattivissima statizzazione
allendista, liberalizzerà assai, è anche vero che lo Stato Nazionale del Cile sarà
il centro della vita politica. Analizzando l’apporto dei costituenti, nel 1980,
emerge la sostanza neo-peronista (Guzmàn) da destra sociale della democrazia
pinochetista. Si deve parlare dunque per correttezza di “Corporativismo di
mercato” non di liberismo cileno. L’importante distintivo cileno dell’Ordine Bernardo Higgins venne donato dai successivi Governi di sinistra ai Rotschild e ai Rockfeller e non dallo Stato nazionale cileno. Di recente, David Rockfeller veniva visto a passeggio a Santiago con esponenti Socialisti e della sinistra neo-allendista, non con i “fascisti” pinochetisti.

La repressione contro le sinistre radicali

Questo è indubbiamente vero ed è un capitolo non luminoso e poco trasparente della Democrazia sovrana cilena. Qui la sinistra radicale ha ragione. Il generale non smentirà mai
che di fronte alla logica del terrore e della guerra civile messa in moto dai rossi
di Allende, con il sostegno logistico cubano (DGI), fu necessaria quella che
definì una fase chirurgica di “contro-terrore” per riportare il Cile nel
“disciplinamento” dell’organizzazione della vita di comunità. Purtroppo
tristemente famosa diverrà la “carovana della morte” del generale Arellano
Stark, che fece sparire nel nulla più di 120 terroristi comunisti in poco tempo; il
generale Pinochet non era però informato della vicenda e quando la venne a
conoscere punì i responsabili. I terroristi cileni avevano però già precipitato il
paese, spalleggiando Allende, nella fase di guerra civile; i guerriglieri della
sinistra radicale, un esercito di migliaia di soldati e partigiani irregolari, erano
appoggiati finanziariamente e militarmente dai servizi segreti di mezzo mondo,
dalla frazioni progressiste del cattolicesimo e dell’ebraismo americano e
francese, erano ormai entrati nella fase di aggressione diretta all’esercito
cileno. Il tributo di sangue di soldati e carabinieri cileni non si placherà
nemmeno dopo l’11 settembre ’73. Pur non giustificando affatto il “contro-
terrore” dei conservatori cileni, si deve dire che la sinistra radicale uccise
comunque dal 1973 al 1990 647 militari cileni e che tentò in molti casi, con il
supporto della CIA di sinistra, di attentare alla vita di Augusto Pinochet.
Inoltre, se utilizziamo la logica storica novecentesca (ma anche quella odierna,
come stiamo vedendo) va addebitato al Comunismo internazionale e alla
sinistra liberal e radicale che sia il fatto di aver sistematicamente usato lo
strumento principe della strage di massa e dell’annientamento del nemico. E’
inevitabile che prima o poi, per non perire definitivamente, le forze
conservatrici e non progressistiche si autotutelino per l’elementare
sopravvivenza fisica. Va al riguardo segnalato che nel momento in cui ( ad es.
1977 o 1983) Augusto Pinochet allentò le briglia, i terroristi ne approfittarono
per intensificare di nuovo le violenze antinazionali.

Pinochet fu veramente un fascista e un antisemita?

Secondo uno storico serio e sempre equilibrato come l’ebreo George Mosse, il
pinochetismo fu più o meno una forma di Nazionalsocialismo cileno, più che il
classico regime autoritario di destra (G. Mosse, Intervista sul nazismo, Laterza
1977). Non solo perché la Giunta conservatrice sarebbe stata antiliberale e
anticomunista ma soprattutto perché la Giunta militare era antisemita. Allende
fu in ottime relazioni ideologiche e geopolitiche con l’ebraismo mondiale.
Allende era già stato vicino all’Histadrut, ai laburisti di Israele e al partito sionista marxista
israeliano, Mapam, il cui segretario politico, Naftali Feder, era stato presente
all’inaugurazione presidenziale cilena nel 1970 e si mantenne sempre in
rapporto con il leader socialista cileno. Circa 200 israeliani stavano lavorando
in Cile per studiare i metodi di irrigazione della terra arida. Allende sostenne in
diversi casi che il conflitto in Medio Oriente poteva essere risolto solo
con l’esistenza e alla sopravvivenza dello stato
socialista ebraico, privo delle componenti sioniste anti-bolsceviche. Allende, esponente di punta della Massoneria globalista dell’America latina, considerava dunque il sionismo nella sua funzione
di forza di sinistra, e per questo Israele fu sostenuto dall’Urss di Stalin. Questo
esperimento per costruire una società diversa aveva ispirato molti giovani
sionisti di sinistra a ritardare la loro aliya per aiutare il governo di Allende. Il
Fronte di sinistra sionista aveva rotto e spaccato i ranghi della comunità
ebraica cilena invitando Allende a rivolgersi a loro durante la campagna
elettorale. Anche loro divennero bersagli durante il regno del terrore di
Pinochet, come “ebrei marxisti e sovversivi antinazionali”. Qualche migliaia di
sionisti di sinistra vennero protetti ospitandoli presso l’ambasciata israeliana
nella capitale, Santiago, per molti mesi prima di essere scortati dai diplomatici
all’aeroporto in rotta verso Israele. Ebrei che avevano servito
nell'amministrazione Allende come Enrique Testa, il capo della comunità
sefardita, furono prima perseguitati dalla destra nazionale cilena, poi cacciati in brutto modo
dal Pesei. Jaime Faivovich, ex sindaco di Santiago, cercò rifugio
nell’ambasciata messicana. Volodia Teitelbaum, il capo del partito comunista,
fuggì in Italia, protetto dai compagni italiani. Il rabbino di nuova nomina, Angel
Kreiman, era progressista e filosocialista, riuscì a ottenere permessi di
salvaguardia per gli ebrei di sinistra ed era vicino al Comitato per la Pace,
istituito dai sacerdoti cattolici di sinistra poco dopo l’11 settembre ‘73. Il
rabbino Kreiman firmò una petizione insieme al cardinale cattolico Silva e al
vescovo luterano Frenz che chiedevano al regime di concedere l’amnistia ai
prigionieri politici. Come si vede il filosocialismo cattolico, ebraico, luterano
facevano blocco contro a livello internazionale contro il conservatorismo Nazionale cileno. Le attività
del rabbino furono criticate da elementi conservatori all’ interno della comunità
ebraica cilena, che guardavano con simpatia il regime nazionale. Il rabbino
Kreiman cercò così di trovare un compromesso tra Pinochet e la sua coscienza
di Sinistra liberal sebbene la stragrande maggioranza dell’ebraismo cileno fu
radicalmente antipinochetista anche, ma non solo, a causa della persecuzione
che finiva per identificare socialismo e ebraismo. In una conversazione,
Pinochet gli disse che il suo governo avrebbe vietato il film Il violinista sul
tetto perché sarebbe stato un film di “propaganda ebraico-socialista” che
mostrava i rivoluzionari che sventolavano una bandiera rossa e sostenevano il
rovesciamento dello Zar, verso cui Pinochet aveva una certa riverenza ideale
per il nobile martirio e per quelle che definì illuminate riforme. I rapporti tra il
Governo cileno e Israele migliorarono un pochino quando Begin (destra
radicale israeliana) diventò nel ’77 primo ministro; un rapporto redatto
da intelligence della CIA del 5 febbraio 1988 affermava che Israele aveva
venduto all’aviazione cilena 100 missili aria-aria Shafrir nel 1978 e altri 50 nel
1980. A questo seguirono 150 carri armati Sherman e aerei Westwind 2.
Nonostante questo, Pinochet coltivò sempre rapporti con l’OLP palestinese e
nel 1978 ospitò un raduno dell’opposizione palestinese non comunista a
Santiago. Durante il conflitto Iran Iraq si approfondiscono le relazioni tra l’Iran
di Khomeini e il Cile pinochetista con scambio operativo tra reparti di
intelligence. Durante il conflitto delle Malvinas, Pinochet disse che “il regime
antiperonista” argentino non poteva essere sostenuto dai militari cileni ma vi
era in ballo pure la tradizionale rivendicazione di Santiago sul Canale di Beagle. In
entrambi i conflitti, i sostegni cileni a Iran khomeinista e Gran Bretagna
giocarono un ruolo molto importante. Nel 1998, durante le cure mediche a
Londra, Pinochet è stato arrestato con un mandato di cattura internazionale
per violazioni dei diritti umani. Il sionismo progressista di sinistra fu una delle
forze strategiche della campagna mondiale contro il pinochetismo. Il rabbino
Micky Roser di Yakar si scagliò contro il “fascismo” cileno; in seguito,
moltissimi ebrei, israeliani e non, reclamavano il fatto che i loro genitori furono
uccisi sotto il regime pinochetista. In Israele, presso il Ministero degli affari
esteri, vi sarebbero 19 mila documenti con date precise e con i nomi degli
ebrei perseguitati e uccisi dai pinochetisti ma l’attuale Governo di destra  israeliano ha classificato la notizia come non rilevante e sembra non voglia
compromettere le buone relazioni israelo-cilene. Risulta così difficile stabilire
con precisione quanto sia stata radicale e pesante l’eventuale persecuzione
antisemita del regime pinochetista cileno. Quanto al fatto che la democrazia
corporativista cilena fosse più o meno fascista, difficile rispondere in modo
definitivo. Va comunque considerato che il comandante Merino, il capo
dell’Armada, aveva un busto di Mussolini nel suo studio con cui accoglieva i
militari e i diplomatici; Pinochet era un grande ammiratore di Petain e del
generalissimo Franco, si definì in tre casi “un peronista cileno” ed in alcune
interviste riabilitò anche il nazionalsocialismo tedesco dicendo esplicitamente
che se non vi fosse stato il nazismo i marxisti avrebbero annientato tutti i
cristiani o gli uomini di destra conservatrice nella terra; la maggior parte dei
soldati cileni erano soliti cantare in continuazione canzonacce dell’epoca
fascista come Battaglioni M sotto gli occhi compiacenti o nel migliore dei casi
indifferenti dei vertici del regime. Non so quello che stabilirà in futuro la storia,
ma è un fatto evidente che la maggior parte dei militari dell’11 settembre
’73 si considerarono i continuatori degli anticomunisti “nazionali” e dei
rivoluzionario-conservatori del ‘900 e appena presero il potere liberarono i
militanti peronisti di destra nazionale arrestati e perseguitati sotto quella che loro stessi definirono “la dittatura comunista ebraica” di Allende.

La fine del mondo e i falsi profeti

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Riceviamo e pubblichiamo una lunga ma interessante riflessione di una nostra attenta lettrice, che preferisce usare, pubblicamente, uno pseudonimo e che ci inoltra un suo scritto per la prima volta.

Le opinioni scritte dai lettori sono espressione del loro pensiero. Noi pubblichiamo qui, solo le lettere che ci appaiono avere spunti interessanti di riflessione ed eventualmente di discussione.

 

di Greta

“E tutti i signori temporali e i prelati ecclesiastici saranno dalla parte dell’Anticristo. E quelli che sono divisi tra loro, i Papi, i Re, i Vescovi e il clero, diranno: “Se il mio avversario mi denuncia a quest’uomo tanto potente, sono morto. Meglio che vada io prima di lui”. Così tutti gli presteranno obbedienza, e non ci saranno né Re né prelati senza che egli lo voglia.”

San Vicente Ferrer, Sermone sulla venuta dell’Anticristo

*****

(L’ ‘altro Vangelo’ di Monsignor Viganò)

Il 7 giugno del 2020, Monsignor Carlo Maria Viganò ha scritto una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, elogiandolo come “coraggioso difensore del diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei Cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto”.

Ma non solo; dopo avere descritto la battaglia spirituale che contrappone le forze del bene a quelle del male (“i figli della luce e i figli delle tenebre”), Viganò arriva a dichiararsi apertamente “compagno di battaglia” del presidente americano.

Donald Trump ha risposto dicendosi “molto onorato per l’incredibile lettera inviatagli dall’arcivescovo”, e augurandosi “che ognuno, religioso o meno, la legga”.

Di fatto la lettera è rimbalzata su tutta la stampa cattolica, senza esclusione per gli ambienti tradizionalisti, raccogliendo approvazioni unanimi. Il consenso ha riunito schieramenti fino ad oggi inconciliabili, perché a tessere le lodi di Monsignor Viganò sono state sia le pagine ufficiali della Fraternità San Pio X che quelle della Società Sacerdotale fondata da Monsignor Faure (SAJM), ma anche pagine apertamente sedevacantiste come la Catholica Pedia di Luis Hubert Remy e il Blog ufficiale di Monsignor Sanborn.

Il 27 giugno i quattro Vescovi della Resistenza hanno dichiarato ufficialmente il loro sostegno a Monsignor Viganò, e dal momento che la Società Sacerdotale degli Apostoli di Gesù e Maria, per esplicita dichiarazione del suo fondatore, si propone di “essere la continuazione dell’opera e della battaglia di Mons. Lefebvre nella fedeltà alla Fede di sempre”, è doveroso fare alcune osservazioni su quella che è “la Fede di sempre”.

1) Donald Trump ha divorziato due volte e si è sposato tre volte. Secondo “la fede di sempre” è un peccatore pubblico; per lo stesso peccato il Re d’Inghilterra Enrico VIII fu scomunicato dal Papa Clemente VII nel 1533. Continua a leggere

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