GEORGE SOROS: IL VERO BURATTINAIO DI VOLODYMYR ZELENSKY?

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Segnalazione di Federico Prati

20 maggio 2019. Volodymir Zelensky trionfa alle elezioni presidenziali in Ucraina, sbaragliando il rivale Petro Poroshenko con uno stratosferico 73 per cento di voti.

23 maggio 2019. Sono passati appena tre giorni dal trionfo e un fitto gruppo di associazioni, enti e organizzazioni inviano al neo presidente un memorandum. Non si tratta di suggerimenti o consigli, ma divere e proprie ‘direttive’, di ordini tassativi, che nel lungo documento inviato a Zelensky, in tono perentorio, definiscono delle precise “LINEE ROSSE” da non oltrepassare mai.

Guarda caso, si tratta proprio di quanto ha messo e sta   mettendo in campo l’obbediente comico-presidente: le vere linee, che cerca di difendere a spada tratta.

Ma di chi era la regia di tutta l’operazione finalizzata a dirigere Zelensky come un perfetto pupazzo? Il regista ha un nome e un cognome ben preciso: si tratta di George Soros, supportato da tutta una serie di sigle che fanno capo alla sua corazzata ‘umanitaria’, la tentacolare ‘OPEN SOCIETY FOUNDATIONS’.

Passiamo ora in rassegna tutti i tasselli del mosaico, per entrare in una story davvero ai confini della realtà.

VE LO DA’ SOROS IL ‘RINASCIMENTO

La tessera da cui partire si chiama ‘International Renaissance Foundation’ (IRF), una ONG fondata da ‘Open’ 32 anni fa esatti.  Dettaglia Wikipedia: “l’IRF è una delle più grandi organizzazioni di beneficenza dell’Ucraina. Il suo obiettivo è fornire assistenza finanziaria e operativa allo sviluppo di una società aperta e democratica in Ucraina, sostenendo iniziative civiche chiave in questo settore. Nel periodo dal 1990 al 2010, la IRF ha sostenuto numerose organizzazioni non governative ucraine, gruppi comunitari, istituzioni accademiche e culturali, case editrici etc. Per un importo di oltre 100 milioni di dollari”.

Tutto rose e fiori. Come precisa ancor meglio mamma ‘Open’.

“La IRF, una parte delle ‘Open Society Foundations’, è stata fondata a Kiev nell’aprile 1990. All’epoca, l’Ucraina faceva ancora ancora parte dell’Unione Sovietica in rapido crollo, ponendo la nuova fondazione in prima linea nello sforzo di George Soros, il fondatore e presidente delle ‘Open Society Foundations’, per usare la sua fortuna per assistere gli ex stati comunisti dell’Europa centrale e orientale. Nel 1994 l’IRF era il più grande donatore internazionale del paese, con un budget annuale di circa 12 milioni di dollari”.

E ancora: “All’inizio degli anni 2000, la fondazione si è orientata sull’integrazione europea, mobilitando al tempo stesso risorse per aiutare le persone colpite dal conflitto dopo l’invasione russa e l’annessione illegale della Crimea nel 2014”.

Molto incisivo l’impegno di IRF sul terreno dell’informazione e della comunicazione. La fondazione – come mamma ‘Open’ descrive – “ha finanziato progetti di giornalismo investigativo come ‘Our Money’ e gruppi come ‘Transparency International Ukraine’, ‘State Watch’, ‘Center Eidos’ e l’‘Anti-Corruption Action Center’”. Inoltre, “la fondazione ha sostenuto la creazione di ‘Stop Fake’, un’iniziativa guidata da due professori universitari dedita a smascherare bugie e miti sull’Ucraina’. ‘Stop Fake’ ora produce i propri programmi TV, radio e materiale online in diverse lingue”.

Vuoi vedere che c’è lo zampino di ‘Stop Fake’ nel pletorico materiale video utilizzato da Zelensky per sbandierare il genocidio organizzato dal macellaio Vladimir Putin?

Ma, più probabilmente, c’è lo ‘zampone’ di un’altra sigla, ancor più ‘invasiva’, partorita dal fecondo ventre di IRF (e quindi griffata OPEN by Soros) e, guarda caso, sempre dedita allo strategico settore delle informazioni.

ECCO A VOI L’‘UKRAINE CRISIS MEDIA CENTER’

Eccoci dunque al vero cuore di tutta la story, a bordo di UCMC, acronimo di ‘Ukraine Crisis Media Center’, la poderosa Ong che – come vedremo tra poco – ha scritto l’Agenda di Zelensky,  tracciando le famose ‘LINEE ROSSE’.

Seguiamo, anche stavolta, il profilo delineato da Wikipedia: “UCMC è un’organizzazione non governativa che fornisce informazioni su eventi in Ucraina, sfide e minacce alla sicurezza nazionale, in particolare nella sfera militare, politica, economica, energetica e umanitaria. L’UCMC assiste i rappresentanti dei media che coprono l’Ucraina nei loro materiali in tutto il mondo”.

Un linguaggio non poco criptico; dal quale, comunque, fa capolino il ruolo di ‘assistenza’ mediatica, con la fornitura di ‘materiali’ informativi ad hoc: come nel caso di Bucha che sta facendo il giro del mondo?

Continua Wikipedia: “Le attività di UCMC sono abilitate con il supporto dei suoi partners: il ‘Dipartimento Affari Pubblici’ dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Kiev; la ‘International Renaissance Foundation’ (che abbiamo visto prima); ‘National Endownment for Democracy (USA); ‘Fondazione mondiale ucraina’(Canada); ‘Fondo europeo per la democrazia’; ‘Programma Matra’ (Ambasciata dei Paesi Bassi in Ucraina); ‘Agenzia Internews’; ‘Mondelez International’ e altri”.

Partners non da poco, soprattutto quelli di marca statunitense, vista la strategica presenza del Dipartimento Affari pubblici dell’Ambasciata Usa a Kiev, che per il bollente biennio 2014-2015 fu il quartier generale di Victoria Nuland, l’attuale numero due (dopo il falco Tony Blinken) al Dipartimento di Stato, in qualità di responsabile degli Affari politici.

Ed infatti, Victoria Nuland è stata un delle guest star nel corso dei briefingpromossi da UCMC, come viene puntualmente segnalato nell’excursus tracciato da Wikipedia: tra gli altri grossi calibri, per fare solo un paio di nomi, il senatore Usa John McCaine e l’ambasciatore UE in Ucraina Jan Tombinski.

Jan Tombinski

Restiamo sempre nel basilare campo mediatico. Tra i ‘gioiellini’ messi in campo da UCMC c’è il ‘Mir v Donbass’ (in inglese, ‘Peace in Donbass’), “un prodotto informativo realizzato con il supporto dell’Ufficio federale degli esteri tedesco, diffuso tra i residenti della zona vicino alla linea di contatto nelle regioni di Donetsk e Luhansk”, le aree del Donbass al centro del conflitto.

Poi spicca la nuova ‘Task force per le comunicazioni’, lanciata da UCMC “nel 2014 con il supporto della ‘International Renaissance Foundation’ come piattaforma di dialogo tra le istituzioni pubbliche, le comunità di esperti e le organizzazioni non governative. Lo scopo di questo progetto è plasmare un atteggiamento comune verso le direzioni e le strategie della riforma”.

Come, in modo spettacolare, ha fatto con la confezione delle ‘LINEE ROSSE’, l’autentico decalogo che Zelensky ha seguito, come un ottimo scolaro, per filo e per segno da quando si è seduto sulla poltrona presidenziale.

E allora, finalmente, esaminiamole più da vicino, queste linee strategiche di demarcazione, e di percorso politico obbligato.

QUELLE “LINEE ROSSE” DA NON VARCARE

Così si presenta il ‘memorandum’: “Dichiarazione congiunta dei rappresentanti della società civile sui primi passi politici del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky – Centro stampa UCDM – 23.5.2019, ore 12.10”.

Ecco l’incipit: “Negli ultimi cinque anni, i sottoscritti, membri delle organizzazioni della società civile, hanno difeso attivamente la sovranità e gli interessi nazionali dell’Ucraina nello spazio dell’informazione globale e contrastato la guerra dell’informazione russa. Ciascuna delle nostre organizzazioni lavora in un campo specifico per rafforzare la società civile e contribuire a costruire istituzioni statali di alta qualità aperte alla comunicazione e al dialogo costanti con i nostri cittadini, responsabili della riforma del nostro Paese e del suo renderlo più stabile e sicuro di fronte a forti minacce e sfide. I nostri principi e posizioni rimangono invariati. La nostra missione è proteggere i valori per i quali gli ucraini hanno combattuto durante la  Rivoluzione: libertà e dignità, indipendenza dell’Ucraina e protezione della statualità ucraina, un sistema di governo democratico, patriottismo, coraggio, responsabilità e onestà come qualità fondamentali per tutti i cittadini ucraini”.

Fin qui liscio come l’olio, e non c’è chi non possa condividere tali ‘valori’ sotto ogni latitudine.

Ma il bello viene adesso. Leggete come prosegue – cambiando totalmente tono – la ‘Dichiarazione’ (dei diritti dell’uomo?).

Viktor Yanukovych

“Rimaniamo politicamente neutrali, ma siamo fortemente preoccupati per le prime decisioni esecutive prese dal neoeletto Presidente. Sfortunatamente, dimostrano una totale mancanza di comprensione delle minacce e delle sfide che il nostro Paese deve affrontare. Siamo fortemente in disaccordo con l’intenzione del Presidente di nominare membri del regime dell’ex presidente Viktor Yanukovych a posizioni chiave del governo, così come persone senza competenze e individui che condividono interessi economici con il presidente Zelensky. Dato il dolore e le difficoltà che il nostro Paese ha sofferto negli ultimi anni, misure così miopi sono destinate ad avere effetti negativi sulla società. E le conseguenze potrebbero essere devastanti. Come attivisti della società civile, presentiamo un elenco di ‘linee rosse da non oltrepassare’. Se il Presidente oltrepasserà queste linee rosse, tali azioni porteranno inevitabilmente all’instabilità politica nel nostro Paese e al deterioramento delle relazioni internazionali”.

Più chiari di così realmente non si può. E non si poteva, a tre giorni dall’insediamento di Zelensky sulla poltrona numero 1 dell’Ucraina.

La lunga ‘Dichiarazione’ – che potete leggere integralmente cliccando sul link in basso – è suddivisa in apposite sezioni: ‘Problemi di sicurezza’ – ‘Questioni di politica estera’ – ‘Problemi economici’ – ‘Identità nazionale’ – ‘Funzionamento del governo’

E si conclude in modo perentorio, senza lasciare alcuno spazio ad equivoci: “Se il Presidente supera queste linee rosse, indicherà che non cerca un vero cambiamento democratico e non desidera stabilire un governo più onesto e responsabile, anche se durante il periodo elettorale ha promesso di farlo”.

Patti chiari e amicizia lunga. Con il sigillo di George Soros.

In calce alla ‘Dichiarazione’ – come potete facilmente osservare scorrendo le pagine del link – vi sono i nomi di decine e decine di sigle, associazioni, organizzazioni, in prevalenza ruotanti nell’orbita sorosiana, ma anche di una vasta area che più filo-occidentale non si può.

Cosa regolano i ‘comandamenti’ impartiti dall’Ucraine Crisis Media Center? Vediamo.

I 10 COMANDAMENTI 

Primo. Non bisogna mai consultare il popolo per decidere come negoziare con la Russia;

Secondo – Non bisogna mai fare negoziati diretti con la Russia, senza la presenza dei partner occidentali;

Terzo – Non bisogna mai cedere, anche su un solo punto, nei negoziati futuri con la Russia: né sull’adesione alla NATO, né sul Donbass, né sulla Crimea, né sulle intese e gli accordi internazionali;

Quarto – Non bisogna cedere neanche un centimetro di territorio alla Russia;

Quinto – Non bisogna cedere di un centimetro neanche sul fronte delle sanzioni che l’Occidente ha stabilito contro la Russia per l’illegale invasione della Crimea;

Sesto – Non bisogna né sabotare e nemmeno ritardare il corso strategico per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e alla NATO;

Settimo – Non bisogna fare nemmeno un passo indietro per quanto riguarda l’identità nazionale: non si possono rivedere le leggi in materia di lingua, istruzione e cultura;

Ottavo – Non bisogna interrompere l’ostracismo a media e social russi, né si può stabilire alcun dialogo con i partiti di opposizione filo-russi;

Nono – Non bisogna venire a patti politici con figure coinvolte nell’ex governo Janukovich (quello eletto democraticamente e fatto cadere con un golpe nel 2014, ndr);

Decimo – Non bisogna lanciare operazioni giudiziarie contro il precedente governo Poroshenko.

Non trovate che (tranne un paio) siano proprio i nodi bollenti del conflitto, considerati da Zelensky come punti sui quali l’Ucraina non può transigere? Uno Zelensky che – fin da quel festoso 23 maggio 2019 – li conosce ormai a memoria…

LINK
https://uacrisis-org.translate.goog/en/71966-joint-appeal-of-civil-society-representatives?_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=op,sc
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Lettera di 10 ex corrispondenti di guerra contro la propaganda dei mezzi di comunicazione

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di Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò

“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”
Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”
“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress). “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi“, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.
Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.
Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare” – “Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.
Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi” – “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

Disney: arriva il bacio gay, firmate la petizione?

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Segnalazione di Pro Vita & Famiglia

“c’era una volta…”

C’era una volta la Walt Disney, un’azienda che realizzava cartoni animati e film per intrattenere e divertire le famiglie e i loro figli…

C’era una volta, ma oggi non c’è più.

Adesso c’è la Walt Disney ‘politicamente corretta’ che aiuta le potenti lobby omosessuali e transgender a plasmare la società passando dalle menti dei bambini.

Hanno deciso di inserire un esplicito bacio gay nel cartone animato Lightyear. La vera storia di Buzz (il celebre space ranger del cartone Toy Story) in uscita a giugno.

Genitori e nonni dovrebbero boicottare il film al cinema e sulla piattaforma Disney (magari annullare l’abbonamento).

La Disney sta abusando della fiducia delle famiglie per fare politica sulla pelle dei bambini, e se adesso non reagiamo con forza il “bacio gay” sarà solo l’inizio.

Aiutami a fermare la deriva: firma la petizione rivolta al responsabile della Walt Disney in Italia Daniel Frigo: BASTA usare i cartoni animati per fare propaganda gender LGBT davanti ai bambini di tutto il mondo! [clicca qui per firmare in pochi secondi]

Foto di un gay pride a Disneyland 

Facendo pressione sulla filiale italiana della Disney (con la petizione) faremo sapere alla ‘casa madre’ americana che la politica aziendale in salsa LGBT non conviene alle casse dell’azienda.

Se firmeremo in migliaia, spargendo l’allarme ai nostri familiari e conoscenti, la Disney ci penserà dieci volte prima di ripetere l’errore in futuro.

Basta propaganda LGBT nei cartoni Disney!

[firma qui la petizione]

Ma se non faremo niente, il bacio gay del cartone animato molto presto diventerà un bambino con “due padri” avuto tramite utero in affitto, e non voglio immaginare cos’altro.

Non è una questione di ‘discriminazioni’ o di ‘intolleranza’.

Molto semplicemente, la Disney NON deve fare politica con i suoi cartoni animati.

Se la fa, deve accettarne le conseguenze: il boicottaggio e l’indignazione di milioni di famiglie in tutto il mondo, a partire dall’Italia.

Ho bisogno anche di te: firma qui la petizione per chiedere al responsabile italiano della Walt Disney, Daniel Frigo, di far sapere all’azienda americana che migliaia di famiglie italiane stanno protestando contro l’uso politico dei loro prodotti [clicca qui per firmare in pochi secondi]

Ti anticipo che su questo tema non ci fermeremo alla petizione (importantissima, da firmare), ma metteremo in campo un’azione di denuncia su vasta scala per sensibilizzare il maggior numero possibile di famiglie italiane.

Se oggi mi aiuti firmando la petizione, questo sarà ancor più facile e veloce.

 

Il Mattino del Veneto su Matteo Castagna: “non molla l’osso. Sempre in trincea”

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di Redazione

…E il noto giornalista veronese Achille Ottaviani mette il Responsabile di Christus Rex Matteo Castagna sulla sua pagina del “Mattino del Veneto – Verona Gossip” di ieri, con una bella dicitura: “non molla l’osso. Sempre in trincea”. Del resto, chi conosce il nostro Matteo sa che la tenacia è una delle sue principali caratteristiche, sia di uomo pubblico che privato.

 

Quirinale: chi vincerà la partita del Colle tra Meloni, Salvini, Letta e Conte?

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di Ferdinando Bergamaschi

Quirinale: sulla conquista del Colle si sta giocando una partita nella partita. Non solo quella tra chi ambisce alla carica di presidente della Repubblica. Ma anche tra i leader dei partiti che sull’elezione del capo dello Stato ipotecano una bella fetta di futuro.

Se nelle elezioni del 2015 gli attori principali sulla scena erano il 64enne Pierluigi Bersani e il 78enne Silvio Berlusconi, adesso il quadro è ben diverso. In realtà c’è una costante ed è naturalmente Matteo Renzi. Ma oltre a lui, oggi 47enne, gli altri protagonisti del match sono sempre quaranta-cinquantenni: Giorgia Meloni (44 anni), Matteo Salvini (48), Enrico Letta (55) e Giuseppe Conte (57). 

Un dato anagrafico che evidenzia un sostanziale svecchiamento della classe politica italiana. Se ai nomi già citati infatti aggiungiamo quello di Luigi Di Maio (35 anni), si tratta probabilmente della classe politica più giovane che si sia mai giocata la partita del Colle nella storia della Repubblica. E allora vediamo le mosse di ognuno di loro.

Le ambiguità di Salvini

Da leader nazional-populista con sedicenti ambizioni di rompere gli schemi tra destra e sinistra, il leghista Salvini da un paio d’anni a questa parte si è ritrovato ad essere un liberal-populista (come già lo era stato Berlusconi), dovendo rincorrere a destra la Meloni che sopravanza. Da quando, in pieno Covid, è entrato nel governo di larghe intese presieduto da Mario Draghi ha assunto un atteggiamento molto ambiguo sia nei confronti della pandemia sia nei confronti del governo medesimo. Con questo atteggiamento non ha guadagnato al centro e ha perso a destra fino a farsi sorpassare nei sondaggi dal partito di Giorgia Meloni, se non altro più coerente nella sua linea politica.

Venendo ad oggi, nella partita del Colle, Salvini sembra muoversi su due versanti. Questa volta la sua ambiguità viene riversata sul centrodestra. Da un lato ha sostenuto ufficialmente la candidatura di Berlusconi, dall’altro negli ultimi giorni ha fatto sapere che le carte della Lega devono ancora essere scoperte. E in effetti oggi ha prima annunciato di voler coinvolgere Berlusconi nella scelta di un nome per il Colle (e quindi implicitamente ha escluso quello del presidente di Forza Italia) e poi ha incontrato Conte per cercare una soluzione condivisa. 

Letta in stand by

Democristiano di sinistra, Letta da lungo tempo, come tutto il Pd (sia quello post-democristiano sia quello post-comunista) ha abbracciato la corrente dem, allineandosi con l’impostazione delle più importanti sinistre occidentali a partire da quella americana. Richiamato circa un anno fa a sostituire il dimissionario Zingaretti alla segreteria, secondo D’Alema, ha avuto il merito di guarire il Pd dal virus del renzismo. Merito che ovviamente per Letta è irricevibile, non potendo ammettere che lo stesso fosse malato. 

Nella partita del Colle Letta ha da giocare i numeri del campo che comprende l’alleanza tra Pd e 5 Stelle. Punto fermo il contrasto alla candidatura di Berlusconi. Si è spinto a far sapere di apprezzare la figura di Amato. Non potendo dare le carte, aspetta. E vedremo se, davanti a una diversa e nuova proposta del centrodestra, Letta giocherà di sponda, oppure se, come sul Ddl Zan, deciderà di andare al muro contro muro. 

Meloni win-win?

Fratelli d’Italia è l’unico partito all’opposizione al governo Draghi. Giorgia Meloni rappresenta da sempre una tendenza nazional-conservatrice (o come preferirebbe dire patriottico-conservatrice). Nella partita del Quirinale però è anche colei che per prima si è detta disponibile a considerare la candidatura dell’attuale premier al Colle.

In effetti, se Draghi raggiungesse il Colle per la Meloni si aprirebbero due scenari entrambi abbastanza favorevoli. Il primo: elezioni anticipate. Sondaggi alla mano, la premierebbero portandola a circa il 20% dei consensi. Il secondo: nuovo governo di larghe intese fino alla fine naturale della legislatura nel 2023; in questo caso Meloni forse addirittura potrebbe aumentare il suo consenso. Unica leader d’opposizione, potrebbe cavalcare infatti ogni possibile passo falso di questo governo. Se nei giorni scorsi si era schierata in via ufficiale, come Salvini, per la candidatura di Berlusconi, oggi chiede si organizzi un vertice del centrodestra per scegliere un nome. 

Conte in affanno

In questo momento Conte è quello che sta peggio. È a capo dei 5 Stelle che sono divisi e non hanno una rotta precisa. Quando Conte è andato alla guida del governo gialloverde, il Movimento sembrava aver abbracciato la linea di fondo tesa a un populismo sovranista di tipo moderato; ma dopo la crisi di governo voluta da Salvini ha dovuto cambiare rotta alleandosi col Pd. Accanto ai suoi cavalli di battaglia (tra cui predominano un condivisibile ambientalismo e un discutibile giustizialismo) non ha comunque rinunciato del tutto al suo moderato sovranismo (infatti si deve a lui la rinuncia al Mes). 

Nella partita del Colle così Conte si può muovere con minor agibilità persino rispetto allo stesso Letta. Infatti dai 5 Stelle non è finora uscita nessuna proposta che non fosse un Mattarella bis. L’incontro di oggi con Salvini potrebbe però essere un punto di svolta. 

La regola del tre

Almeno tre di questi quattro giocatori della partita del Quirinale dovranno comunque trovare un accordo. Sia che si converga su Draghi sia che si punti su un’altra figura. E chi ne rimarrà fuori sarà fortemente penalizzato anche per il solo fatto di non aver partecipato alla scelta del prossimo presidente della Repubblica.

In particolare c’è il rischio di una spaccatura nel centrodestra tra Meloni e Salvini. Quest’ultimo, infatti, ha fatto sapere nei giorni scorsi che dopo l’elezione del capo dello Stato sarebbe auspicabile che leader politici entrino nel governo per rafforzarne l’azione. Una mano tesa a Conte e Letta e un avvertimento alla Meloni.

Sarà difficile, ma comunque ci pare auspicabile che i quattro leader trovino una soluzione condivisa. Un segnale di distensione che sarebbe molto utile anche per accogliere nel modo migliore il nuovo inquilino del Quirinale.

 

Afghanistan in mano ai talebani: la tragedia continua…

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di Ferdinando Bergamaschi

Afghanistan: da quando l’ultima truppa americana si è ritirata lo scorso 31 agosto, lasciando il Paese nelle mani dei talebani, la situazione a Kabul rimane sempre drammatica per non dire tragica. Le cronache della capitale raccontano per esempio di due esplosioni che il 10 dicembre hanno ucciso almeno due persone e causato quattro feriti. Sui social era circolata una presunta rivendicazione dell’attentato da parte dell’Isis-k, la formazione affiliata allo Stato islamico che si oppone al governo dei talebani. E sempre all’Isis-k molto probabilmente è da attribuire l’attentato del 14 dicembre, quando l’esplosione di una mina posizionata lungo una strada di Kabul ha causato la morte di un civile e il ferimento di due membri delle forze dell’ordine.

A tutto ciò va aggiunta la denuncia del vice Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu Nada Al-Nashif. Sempre il 14 dicembre, ha accusato i talebani di aver effettuato almeno 72 “uccisioni extragiudiziali” di ex membri delle forze di sicurezza e di altri esponenti del precedente governo afghano. Al-Nashif ha aggiunto che “in diversi casi i corpi sono stati esposti in pubblico. Ciò ha esacerbato la paura in una parte significativa della popolazione”. 

Ma al di là degli attentati e delle denunce registrati dalle cronache, la questione afghana sembra essere stata messa nel dimenticatoio. E questo è tanto più sorprendente se si considera la sistematica violazione dei più basilari diritti umani da parte dei talebani sia da un punto di vista sociale, che economico, che culturale.

La tempesta perfetta

La Commissaria europea agli Affari interni Ylva Johansonn aveva delineato un quadro del genere già durante il vertice che aveva presieduto lo scorso 7 ottobre: “Si sta preparando una tempesta perfetta. Oltre il 90% degli afghani affronta la minaccia della fame, il sistema sanitario rischia il collasso. E così l’economia. Ci sono notizie preoccupanti di oppressione, coloro che hanno lavorato con noi e condividono i nostri valori hanno molto da perdere: gli interpreti e le loro famiglie sono vittime di minacce; operatori per i diritti umani vengono arrestati. Ed è peggio per le donne e le ragazze, che spesso hanno paura di andare a scuola o al lavoro: donne giornaliste e dipendenti pubblici licenziate, donne giudici braccate dagli uomini che hanno messo in prigione.” E le cose, purtroppo, sembrano tutt’altro che migliorate.  

Crisi umanitaria 

Secondo il Norwegian Refugee Council, nel Paese 18 milioni di afghani su quasi 39 milioni sopravvivono grazie agli aiuti umanitari; un terzo della popolazione è sottoalimentata e un milione di bambini rischiano di morire di freddo e fame durante l’inverno. Una crisi umanitaria sempre più grave dopo che le riserve della Banca centrale afghana depositate all’estero sono state congelate e i trasferimenti di denaro interrotti, in seguito alla riconquista dei talebani. Per questo a metà ottobre la Commissione europea era intervenuta con un pacchetto di aiuti da un miliardo di euro che andranno direttamente alla popolazione tramite le Ong sul territorio. 

Il dramma dei profughi

Chi non ricorda le resse infernali all’aeroporto di Kabul per fuggire dal Paese? Secondo i dati dell’Onu sono state oltre 200.000 le persone evacuate da Kabul. La grande maggioranza è scappata in Pakistan e Iran con destinazione Turchia, considerata la porta d’accesso per l’Europa. Tuttavia questo flusso spesso si è arrestato nel Paese di Erdogan. Con l’autocrate turco che tiene i profughi in pugno, forte degli accordi con l’Unione europea e li utilizza come leva politica. 

La situazione delle donne

Nel Paese peggiora anche la condizione delle donne. I divieti e le punizioni per loro sono agghiaccianti: fuori casa non possono lavorare; e nemmeno svolgere attività se non accompagnate da un parente stretto; c’è il divieto di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative; naturalmente per loro vige l’obbligo di indossare il burqa; è prevista la lapidazione pubblica se accusate di avere una relazione al di fuori del matrimonio; vengono frustate in pubblico le donne che hanno le caviglie scoperte; e ancora per loro c’è il divieto di praticare sport.

Questi sono solo alcuni dei terribili aspetti del nuovo (o per meglio dire vecchio) corso che il regime dei talebani ha imposto alle afghane. E a noi fa venire i brividi soltanto il fatto che possa esistere una legislazione appositamente femminile, con il mondo che sta a guardare.

 

Reddito di cittadinanza: dopo gli ultimi scandali, va cancellato o va cambiato?

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LETTERE DEL LETTORE

di Ferdinando Bergamaschi

Reddito di cittadinanza: nei giorni scorsi hanno fatto clamore i nuovi e numerosi casi venuti a galla sui cosiddetti furbetti. A intascare senza titolo i soldi previsti dalla misura statale nullatenenti con Ferrari; personaggi che se la spassavano in barca; proprietari di vari appartamenti; la titolare di un autonoleggio con 27 auto; nonché il proprietario di una scuola di ballo. C’è stato anche chi si è inventato di avere dei figli che non aveva.

I nuovi furbetti del reddito di cittadinanza sono stati incastrati tra il 1° maggio e il 17 ottobre dai controlli dei Carabinieri del Comando Interregionale Ogaden, insieme al Comando Carabinieri Tutela del Lavoro. Sono state 4.839 le irregolarità riscontrate, il 12% dei 38.450 nuclei familiari controllati per un campione di 87.198 persone. Ben 1.338 percettori indebiti del reddito erano già noti alle Forze di Polizia per altri motivi e 90 hanno condanne o precedenti penali per gravi reati di tipo associativo.

È emersa così un’altra truffa ai danni dello Stato di quasi 20 milioni di euro indebitamente percepiti soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno (Campania, Puglia Abruzzo, Molise e Basilicata). I controlli delle forze dell’ordine, che continuano in tutto il Paese, tra il 2019 e il 2021 finora hanno portato alla luce circa 48 milioni di incassi illeciti.

Dalla cronaca alla politica

La posizione più dura contro il reddito di cittadinanza è quella espressa da Matteo Renzi che con Italia Viva addirittura ha proposto un referendum per affondare la misura. Poi c’è Giorgia Meloni con il suo partito. La leader di Fratelli d’Italia già si era espressa molto duramente la scorsa estate definendo il Reddito di cittadinanza come “metadone di Stato”, scatenando le ire del Movimento 5 Stelle. E ancora ieri l’altro, a margine del suo incontro col premier Mario Draghi ha pronunciato parole meno forti ma pur sempre emblematiche: “Come sapete FdI è contrario al reddito di cittadinanza ma almeno si mettano dei paletti. Leggiamo di 5 milioni di euro andati a chi non meritava quel sussidio. I controlli si facciano ex ante. Indegno riconoscere 780 euro a un giovane in buona salute e dare 270 euro di pensione di invalidità a un anziano”.

Più sfumata e ragionata, ma pur sempre critica sulla questione, è la posizione della Lega. Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, dopo aver parlato di “lavoro di cittadinanza”, ha auspicato anche di correggere il rifinanziamento al reddito. Il titolare del Mise ha chiesto infatti di cambiare le coperture, non prendendo 40 milioni di euro inutilizzati per i pensionamenti dei lavoratori precoci, cioè coloro che hanno iniziato a lavorare molto presto e che fanno lavori usuranti. “Prendano le risorse da un’altra parte, non da lì”, aveva chiosato Giorgetti, a rimarcare una netta differenza tra lavoratori e percettori del reddito di cittadinanza. 

Le modifiche di Orlando

Soprattutto il ministro del Lavoro Andrea Orlando si è impegnato su un progetto per le politiche attive, che però non tocca nella sostanza il reddito di cittadinanza. Il ministro ha puntato sul rafforzare i Centri per l’impiego, completando le molte assunzioni programmate ma non ancora avvenute. Ed è sempre il titolare del Lavoro che ha posto negli scorsi giorni il problema dell’applicazione del reddito: “Abbiamo detto che vedremo i coefficienti su cui discutere”, ha affermato.

Il reddito di cittadinanza per Orlando dovrebbe essere ricalibrato in primis in base al numero di persone che fanno parte dello stesso nucleo familiare. Altro elemento da valutare, ha fatto sapere il ministro del Pd, “la questione delle modalità di accesso che devono essere in qualche modo ripensate, considerato che durante la pandemia sono emersi alcuni elementi di distorsione”.

Massimo due no

Proprio su quest’ultimo punto si è mosso in particolare il Governo. Ci saranno molto probabilmente delle verifiche preventive al riconoscimento dell’assegno (proprio come chiedeva la Meloni); così come una modulazione dell’importo che decrescerà col passare del tempo. In pratica, se il soggetto beneficiario verrà considerato occupabile, ma continuerà a percepire l’aiuto, il sussidio inizierà ad essere ridotto di cinque euro al mese dopo sei mesi senza impiego. Ciò accadrà fino a quando almeno uno dei membri della famiglia non sottoscriverà un contratto di lavoro. In più, se fino ad oggi i percettori del reddito potevano rifiutare fino a tre proposte di lavoro, con la nuova decisione del Governo le tre offerte potrebbero ridursi a due. E dal prossimo anno, quindi, chi rifiuterà anche la seconda potrebbe perdere l’accesso al reddito.

Un assistenzialismo intelligente 

Ad eccezione di Fratelli d’Italia e Italia Viva tutti i partiti comunque non parlano di cancellazione del reddito di cittadinanza, bensì di una sua trasformazione. Compreso il Movimento 5 Stelle che lo ha imposto sulla scena socioeconomica italiana.

In questo quadro, come Mario Draghi, pensiamo che un assistenzialismo universalista sia ancora necessario: l’economia privata è ancora troppo avida ed egoista perché possa essere del tutto autonoma. L’epoca odierna non è ancora matura per abbandonare un modello misto di economia, cioè un modello che contempli al tempo stesso liberismo e statalismo (attivo e passivo).

Quando l’economia privata sarà abbastanza matura, allora si potrà anche fare a meno dell’assistenzialismo ma ancora non è arrivata quest’epoca. Quel che è certo, d’altra parte, è che la vita dell’uomo è fondata sul lavoro e non sull’assistenza: saranno quindi benedetti i tempi in cui l’uomo svolgerà liberamente il suo lavoro in quanto esso coinciderà con la sua vocazione, come vagheggiava Giovanni Gentile parlando di “umanesimo del lavoro”. Saranno i tempi in cui non sarà più necessaria l’assistenza pubblica, poiché libertà e socialità cammineranno insieme.

Quirinale, dal Ddl Zan prove tecniche per l’elezione del capo dello Stato

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LETTERE DEL LETTORE

di Ferdinando Bergamaschi

Quirinale: il voto sul Ddl Zan ha aperto uno squarcio su una nuova prospettiva riguardo all’assetto delle forze in Parlamento. Con questo voto tutti hanno visto quelli che possono essere i futuri schieramenti per la partita del Colle che si giocherà il prossimo febbraio.

Centrodestra: c’è già una maggioranza?

Renzi parla di 40 franchi tiratori e biasima il Partito democratico per avere gestito malissimo questa partita. Il Pd dal canto suo parla di 16 franchi tiratori; e accusa Renzi di aver sabotato l’approvazione della legge votando a favore della tagliola assieme al centrodestra. Salvini, infine, rinfaccia a Letta di aver agito con arroganza, evitando di confrontarsi con la Lega per una mediazione che partorisse una legge sull’omotransfobia condivisa da tutti i partiti.

Comunque stiano le cose, dalla partita sul Ddl Zan è saltata fuori una maggioranza in Senato composta dal centrodestra unito più Italia Viva. E non si può non osservare che questo nuovo quadro può essere considerato come la prova tecnica per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Difficile fare nomi per il Colle che possano uscire da questa maggioranza parlamentare: i più papabili al momento paiono Casini e lo stesso Berlusconi. 

L’indebolimento del Pd

Sullo sfondo di questo nuovo assetto parlamentare però si delinea soprattutto un altro punto: non c’è un centrosinistra sommato ai 5 Stelle che abbia i numeri per giocare da solo la partita del Quirinale. Il Pd (e precedentemente l’Ulivo) infatti era abituato bene dai tempi di Scalfaro fino a Mattarella, riuscendo sempre a far eleggere un capo dello Stato che gli fosse gradito. O addirittura, come nel caso di Napolitano ma anche dell’attuale inquilino del Colle, che fosse espressione diretta della propria classe politica. Questo, con tutta probabilità, non potrà più avvenire dal prossimo scrutinio per eleggere il presidente della Repubblica.

Draghi in pole position

Detto ciò, è inutile negare che la carta di Mario Draghi per il Colle rimane la più plausibile. Metterebbe d’accordo (quasi) tutti. Con il premier che raggiungendo il Quirinale già nel febbraio 2022 potrebbe giocare la sua partita in senso presidenzialista. Naturalmente, per essere eletto da questo Parlamento, Draghi dovrebbe dare a deputati e senatori la garanzia di non sciogliere a stretto giro le Camere, impegnandosi a portare il Paese alle elezioni politiche previste dalla scadenza naturale del 2023. Con un altro vantaggio per il presidente appena eletto: in caso di elezioni anticipate, qualsiasi maggioranza ne uscisse indebolirebbe il suo potere già nel primo anno al Colle, visto che il capo dello Stato dovrebbe adeguarsi in anticipo ai risultati delle urne, rimettendosi alle logiche del nuovo quadro politico.

In più, Draghi sa bene di essere il solo in questo momento a poter dare garanzie internazionali sull’Italia. E probabilmente ritiene in cuor suo che non sia ancora maturo il momento di riaffidare tout court le sorti del Paese ai partiti. Ecco quindi che, come sostiene anche Federica Capurso dalle colonne de La Stampa, potrebbe nascere un asse portante, con 5 Stelle, Italia viva, Forza Italia e la parte di Lega a trazione giorgettiana, pronto a eleggere il premier al Quirinale. E poi pronto a votare un nuovo Governo presieduto dall’attuale ministro dell’Economia Franco, stretto collaboratore di Draghi, fino alla fine naturale della legislatura.

Dai missili ipersonici a Taiwan: alta tensione tra Stati Uniti e Cina

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo questo interessante articolo, che si trova anche su: https://www.ilmiogiornale.net/dai-missili-ipersonici-a-taiwan-alta-tensione-tra-stati-uniti-e-cina/

di Ferdinando Bergamaschi

Missili ipersonici: sono la nuova frontiera militare delle grandi potenze. “Le armi ipersoniche uniscono al vantaggio della velocità quello della manovrabilità, che permette loro di eludere i sistemi di difesa antimissile di teatro e territoriale e di colpire obiettivi situati nel cuore dei territori nemici oppure in mare”, scrive Joseph Henrotin nella prefazione a uno studio dell’Ifri (Institut français des relations internationales) pubblicato lo scorso giugno.

I missili ipersonici, che viaggiano a oltre 6.000 Kmh e hanno una portata superiore ai 2.000 km, sarebbero manovrabili come i missili da crociera e potenti quanto i missili balistici, se non addirittura di più. Questo perché la tecnologia ipersonica consente, e consentirà, di superare delle barriere tecniche in maniera formidabile. 

Delusione a Washington

Dopo i successi dei test compiuti da Mosca e Pechino sui missili ipersonici nelle ultime settimane, era arrivato il turno degli Stati Uniti. Ma clamorosamente le cose per Washington sono andate male. Il Pentagono ha infatti ammesso il fallimento dell’ultimo test avvenuto in Alaska. Il lancio è stato compromesso dal malfunzionamento del razzo usato per portare il missile oltre la velocità del suono. Da qui la grande preoccupazione degli analisti americani. Gli Stati Uniti, infatti, così come per le armi al laser e per i robot-soldato, hanno investito molto su queste nuovissime tecnologie belliche anche in funzione anticinese. 

Biden versus Pechino

Addirittura il presidente americano Joe Biden, poche ore dopo la diffusione delle notizie relative al fallimento dei test dei missili ipersonici, ha rilasciato dichiarazioni molto pesanti contro Pechino. “In caso di attacco dalla Cina, difenderemo Taiwan. Abbiamo un impegno a farlo”, ha affermato l’inquilino della Casa Bianca alla Town hall di Baltimora. La replica cinese non si è fatta attendere. Ed è stata durissima, avvertendo gli Usa di essere prudenti e di non inviare segnali sbagliati all’isola. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, è arrivato ad utilizzare toni minacciosi. “Nessuno dovrebbe sottovalutare la forte risolutezza, determinazione e capacità del popolo cinese di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. La Cina, ha concluso Wang, “non ha margine per compromessi”.  

Il peso di Taiwan 

Non è un caso quindi che Biden sia intervenuto proprio ora, dopo il fallimento dei test sui missili ipersonici americani; e che lo abbia fatto utilizzando toni bellicistici sulla questione di Taiwan. L’isola a circa 150 km dalla costa cinese ha infatti un ruolo molto importante da un punto di vista delle nuovissime tecnologie. Oltre ad essere al centro di mari strategici che la rendono così contesa da un punto di vista geopolitico, per esempio è leader mondiale nella produzione di semiconduttori. Sono i minuscoli dispositivi elettronici basilari per gli smarthphone, i computer e le automobili. E sempre più l’Occidente, dagli States all’Unione europea, guarda a Taiwan come fonte di approvvigionamento di questi componenti, indispensabili per vincere la competizione tecnologica mondiale.

Squid Game: il gioco dell’angoscia che fa volare Netflix

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che si trova anche su: https://www.ilmiogiornale.net/squid-game-il-gioco-dellangoscia-che-fa-volare-netflix/

di Ferdinando Bergamaschi

Squid Game: con questa serie, Netflix si aggiudica il record per la fiction televisiva più vista. In quattro settimane sono 111 milioni le persone che l’hanno seguita finora. E Squid Game supera alla grande un’altra serie proposta sempre da Netflix, Bridgerton, che aveva raggiunto 88 milioni di telespettatori.

Coreani al top

Dopo Parasite al cinema, è ancora la Corea del Sud ad essere la frontiera della fiction di successo. In Squid Game, che nasce da un’idea del regista Hwang Dong-Hyuk, si celebra l’angoscia dell’esistenza. Una vera e propria guerra fra poveri, che vivono sotto il peso di una montagna di debiti. In realtà non si tratta di una guerra ma di un gioco per bambini; ma la sostanza non cambia: è la disperazione che muove i concorrenti di questo gioco. In palio per il vincitore una somma enorme: 45,6 miliardi di Won (la moneta coreana), poco più di 33 milioni di euro. 

La vita in gioco

Ma qual è la trama di questa serie, che sta scatenando molte polemiche per gli effetti che potrebbe avere sul pubblico più giovane? Una misteriosa organizzazione coinvolge 456 persone oberate dai debiti e minacciate dai creditori in un gioco spaventoso. Come nei videogame queste persone dovranno affrontare vari livelli di giochi per bambini. La cosa inquietante è che coloro che perdono vengono uccisi. La posta in palio quindi è la vita stessa. Il tasso di violenza delle serie è molto alto. Solo il vincitore rimarrà vivo e si porterà a casa il montepremi. I giochi a cui questi disperati vengono fatti partecipare hanno solamente tre semplici regole:  

  • il giocatore non può lasciare il gioco;
  • se un concorrente si rifiuta di giocare verrà eliminato (cioè verrà ucciso);
  • il gioco può finire se la maggioranza sarà d’accordo. 

In un ambiente ovattato, ben curato nei minimi dettagli e con scenari di gioco tutti colorati e accompagnati da musichette di sottofondo, una voce fuori campo guida questi poveri malcapitati al massacro, mentre da lontano il padrone del gioco, anch’esso indefinito per via della sua maschera, assiste a queste scene dal suo maxi schermo, sorseggiando il suo cognac.

Spoilerando un pochino, si scoprirà che ad organizzare questo terribile gioco sono dei super ricchi annoiati. Costoro si divertono a fare le loro scommesse sulla pelle di questi emarginati sociali che hanno reclutato. 

Una serie universale

Benché le affinità con La casa di carta, altro grande successo targato Netflix, siano presenti, qui siamo di fronte a un altro scenario. Ne La casa di carta domina l’avventura e un romanticismo di fondo; in quel caso le maschere che coprono il volto non sono anonime e spettrali ma raffigurano il viso di Dalì; la rapina alla Zecca di Stato è il gesto romantico nel quale i rapinatori trovano anche il tempo di baciarsi e cantare Bella Ciao. 

In Squid Game, invece, domina l’angoscia di chi non sa più a cosa aggrapparsi. C’è un realismo macabro. Per quanto ambientata in Sud Corea, questa serie non ha longitudine né latitudine: potrebbe essere girata ovunque.

Crudele aridità

Il peso dei soldi poi schiaccia le persone, che per denaro sono disposte a tutto. In questa serie non c’è più la dicotomia tra buoni e cattivi o tra romantici e aridi. Tutti diventano aridi, tutti sono cattivi. L’unico vincitore guadagna 33 milioni di euro e gli altri 455 sono morti. Ciò che attira lo spettatore è probabilmente proprio questa crudele aridità, questo cinismo portato all’estremo, che è forse la parte oscura e inconfessabile dentro ognuno di noi.

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