“Euro? Dobbiamo ammettere che è stato un errore” dice Matolcsy

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«È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è in giro un pericoloso dogma, secondo il quale l’euro sarebbe stato un “normale” passo avanti verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma creare una valuta comune europea non è stato affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari necessarie era soddisfatta. Due decenni dopo il lancio dell’euro, mancano ancora la maggior parte dei pilastri necessari per una moneta globale di successo – uno Stato comune, un bilancio che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle Finanze della zona euro e un ministero per esercitare questo ruolo». Lo dichiara Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca Centrale ungherese, in un editoriale sul Financial Times, tradotto da Voci dall’Estero.

“L’Euro, una trappola della Francia”

Raramente, osserva Matolcsy, «ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare una valuta comune: è stata una trappola della Francia. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora Presidente francese, temeva il crescente potere tedesco e credeva che convincere il Paese a rinunciare al marco tedesco sarebbe bastato a evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’ euro il prezzo da pagare per una Germania unificata».

«Erano entrambi in errore» sottolinea. «Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di un’altra forte potenza tedesca. Ma anche i tedeschi sono caduti nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più potente macchina di esportazione globale dell’Unione europea».

Pochi vincitori e molti perdenti grazie alla moneta unica

Questa opportunità inaspettata, afferma il governatore della banca centrale ungherese, «li ha riempiti di soddisfazione. Hanno trascurato di aggiornare le proprie infrastrutture o di investire adeguatamente nei settori in espansione. Hanno mancato la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire aziende globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer si sono prodotte in inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti».

La maggior parte dei paesi della zona euro, sostiene, «ha avuto un andamento migliore prima dell’euro che dopo la sua entrata in vigore. Secondo l’analisi del Center for European Policy nei primi due decenni di euro ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti. Non era certo stata necessaria una valuta comune per le storie di successo europee di prima del 1999, e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito. Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica dell’Eurozona del 2011-12 la maggior parte dei paesi membri è stata colpita in modo pesante, avendo accumulato enormi debiti pubblici. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto in seguito».

Da

https://oltrelalinea.news/2019/11/04/euro-dobbiamo-ammettere-che-e-stato-un-errore-dice-matolcsy/amp/

 


 

Nomura: Italia in recessione. E l’Europa ci isola di nuovo

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Per la banca d’affari il Pil del 2020 cala a -0,1% Gualtieri a Bruxelles ignorato su conti, bilancio e Mes

Si allarga il fronte degli osservatori che prevedono il peggio. Secondo Nomura, l’Italia entrerà in recessione nel 2020.

Alla frenata di fine 2019 e alle incertezze del quadro internazionale si è aggiunta la crisi da coronavirus. Il risultato, alla fine dell’anno dovrebbe essere un Pil a -0,1%, contro un’indicazione ufficiale del governo italiana per ora ferma a più 0,6% e a quella più recente della Commissione europea dello 0,3%.

Meno tre punti base rispetto alla previsione della stessa banca d’affari giapponese, che aveva precedentemente previsto una crescita dello 0,2% per l’Italia. In un report diffuso ieri Nomura ha anche analizzato le ragioni della probabile recessione. La Penisola sarà colpita sul turismo: è infatti il Paese dell’Eurozona più esposto ai visitatori provenienti dalla Cina (il 5% del totale), ma peserà anche il calo delle importazioni.

Per il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è ancora presto per valutare l’impatto sull’economia. «Attendiamo di monitorare gli sviluppi dell’economia cinese, stiamo monitorando gli effetti economici sui vari settori per individuare eventualmente misure specifiche di sostegno a singoli ambiti».

Comunque le nuove stime sono una notizia pessima visto che il calendario impone al governo di avviare la definizione del Def e quindi della prossima legge di Bilancio. A ricordarlo ieri all’esecutivo sono stati i sindacati. Il governo ha avviato i tavoli, ma «non abbiamo avuto nessuna risposta. Intanto la situazione del Paese si va incancrenendo a causa delle crisi aziendali», ha protestato il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo al termine delle segreterie unitarie con Cgil e Cisl.

Nella migliore delle ipotesi, spiegavano a mezza voce ieri esponenti del mondo delle imprese, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è in standby per via delle elezioni supplettive di Roma. Tesi condivisa da Renato Brunetta di Forza Italia. Nella peggiore, gli spazi di manovra sono ridotti a zero proprio a causa della bassa crescita.

Ieri al vertice di maggioranza sulle pensioni è rispuntata l’idea di Italia viva di chiudere in anticipo Quota 100, interrompendo la sperimentazione alla fine dell’anno.

Il governo è al lavoro per rilanciare gli investimenti, ma serve un sostegno dall’Europa che stenta ad arrivare. Ieri si è tenuto l’Eurogruppo, oggi l’Ecofin in vista del Consiglio europeo di giovedì.

In agenda la riforma della governance economica. L’Italia vorrebbe scorporare le spese per investimenti pro ambiente dal computo del deficit. Ma ha già incassato un no corale dagli altri Paesi dell’area euro e dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Altro tema caldo dei vertici di questi due giorni, la riforma del bilancio europeo per gli anni 2021 e 2027. Lo scontro in Europa è tra chi vorrebbe riservare a Bruxelles l’1% del Pil e chi vorrebbe di più. Il presidente del Consiglio Ue Charles Michel ha prestato una proposta di sintesi (1,074%) che l’Italia ritiene insufficiente. Il rischio denunciato dal ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola è che vengano tagliati fondi importanti per l’Italia.

Poi c’è la riforma del Mes, il meccanismo di stabilità. I documenti dei vertici confermano che la frenata chiesta dall’Italia non è passata. A marzo, insomma, potremmo essere costretti ad accettare una riforma contro i nostri interessi.

Da https://www.ilgiornale.it/news/politica/nomura-italia-recessione-e-leuropa-ci-isola-nuovo-1828171.html

Da Platone e Aristotele a Pound: la filosofia contro l’usura

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Roma, 16 feb – Nei testi dei filosofi della Grecia antica, in particolare in quelli di Platone e Aristotele (i due “maestri” immortalati da Raffaello al centro del suo affresco sulla Scuola di Atene) non mancano riflessioni sull’economia, un termine che, derivando dalla combinazione di oikos(“dimora”) e nomos (“legge”), indicava anticamente le regole pratiche per la saggia amministrazione della proprietà domestica o, in senso estensivo, della terra dove si è nati e si vive (la patria ovvero, per i greci, la polis, la città-stato).

Tali considerazioni, però, non costituivano ancora una scienza economica propriamente detta, autonoma rispetto alle altre forme del sapere, che emergerà solo in epoca moderna con le pubblicazioni del Tableau économiquedi F. Quesnay (1758) e della Ricchezza delle nazioni di A. Smith (1776). Per i pensatori greci, infatti, l’economia, lungi dall’essere oggetto di una riflessione indipendente, rientrava nel dominio dell’etica, dell’indagine morale(oltre che della politica), rispetto a cui svolgeva un ruolo ancillare analogo a quello che, nella Scolastica medievale, la filosofia rivestì nei confronti della teologia. I filosofi dell’Ellade, infatti, discettavano «della vita buona, dello stato giusto, dell’uomo felice e, poiché erano convinti che il denaro non dava né saggezza né felicità, essi si preoccupavano di suggerire non il modo per aumentare la ricchezza, ma il modo per subordinare l’attività economica alle finalità morali»[1].

Posta tale premessa, nella corposa produzione platonica e aristotelica si trovano comunque disseminate anticipazioni di temi e di concetti dell’economia politica moderna, quali per esempio, in Aristotele la distinzione embrionale tra valore d’uso e valore di scambio di un bene. Tra questi spunti non poteva, ovviamente, mancare una riflessione teorica sulla moneta (in greco nomisma), la cui comparsa è fatta risalire dagli storici alla metà del VII secolo a.C. presso i greci della Ionia, e su finalità e modi del suo utilizzo; una riflessione, questa, al cui interno compare una critica del prestito a interesse sostanzialmente identificato con la pratica dell’usura.

Platone e il divieto della moneta

Già nei dialoghi politici di Platone (428-347 a.C.), la Repubblica e le Leggi, il cui tema è la descrizione di una polis “ideale” dotata di una costituzione (politeia) conforme a equità e giustizia, traspare la diffidenza per la smania di guadagno e la tendenza all’accumulazione di denaro che capovolgono la naturale gerarchia dei valori, ponendo al primo posto quel desiderio di ricchezze materiali che, invece, dovrebbe correttamente occupare la terza posizione, dopo la cura dell’anima e quella del corpo.

Secondo l’autore della Repubblica, nell’economia della polis perfetta si deve ricercare infatti una via di mezzo tra l’eccesso di povertà e quello di ricchezza, non solo perché la divisone tra abbienti e indigenti spaccherebbe la polis in due città contrapposte minandone l’unità, ma anche perché la disparità di condizioni economiche tra i cittadini sarebbe foriera di instabilità politica e sociale. Come osserva infatti Socrate, l’alter ego di Platone nel dialogo, rispondendo nel libro IV ad Adimanto: «l’una [la ricchezza] produce lusso, pigrizia e moti rivoluzionari, l’altra [la povertà] grettezza e scadente lavorazione, oltre ai moti rivoluzionari». Un tema, questo, che è ripreso dall’Ateniese (anch’egli alter ego di Platone) nel libro V delle Leggi, dove si afferma che, se i fini della legislazione della colonia immaginaria di Magnesia (la cui edificazione è oggetto del dialogo) sono la felicità e la concordia dei cittadini, allora nella nuova polis, per garantire il conseguimento di tali scopi, non dovranno esserci «né la gravosa povertà né la ricchezza». Ne consegue che il legislatore deve fissare d’autorità un limite (calcolato non in denaro, ma in lotti di terreno) per la ricchezza e per la povertà degli abitanti della colonia.

Tornando alla Repubblica, nel libro III, discutendo con Glaucone dello stile di vita dei “guardiani” (i phylakes ovvero l’élite di reggitori-filosofi a cui è affidato il governo della città ideale), Socrate, richiamandosi al mito delle tre stirpi (quella d’oro, quella d’argento e quella di ferro o bronzo), affronta il tema della moneta affermando che «non è pio [per i guardiani] contaminare il possesso dell’oro divino [la virtù che essi portano nell’anima] mescolandolo a quello dell’oro volgare», la detenzione del quale sotto forma di moneta è causa di comportamenti “empi” ovvero non conformi a giustizia. Se dunque il denaro è indegno del reggitore-filosofo, che avendo una “anima d’oro” disprezza l’oro materiale, e se l’amore per il denaro è tipico di quella forma politica degenere che è la “timocrazia”, si capisce perché nella Repubblica ai guardiani (ma non alla massa dei produttori) «non è concesso di maneggiare e di toccare oro e argento» (ovvero sono loro preclusi il possesso e l’utilizzo di moneta). Un divieto analogo è pronunciato, per la costituzione di Magnesia, dall’Ateniese (sempre nel libro V delle Leggi), dove si afferma che, fatta salva la quantità di moneta necessaria agli scambi quotidiani, «non è possibile a nessun cittadino privato possedere assolutamente né oro né argento». È all’incirca in questo punto del dialogo che Platone, ancora per bocca dell’Ateniese, oltre a introdurre una forma di autarchia monetaria (la colonia avrà una sua moneta “di servizio”, funzionale agli scambi tra cittadini, ma priva di corso legale al di fuori di essa), introduce il divieto del prestito a interesse, sancendo che «è lecito a chi ha ricevuto il prestito non restituire affatto né l’interesse né il capitale». Il prestito a interesse è così inserito tra i mezzi di illecito arricchimento ed equiparato, in contrapposizione all’agricoltura, a “turpi” mezzi di guadagno quali, per esempio, quelli «legati alla vendita del bestiame».

Aristotele e la “sterilità” del denaro

Pur nella diversità, rispetto a Platone, dell’impianto teoretico generale, anche in Aristotele (384-322 a.C.), che concentra la sua attenzione sulla tecnica di produzione/appropriazione delle ricchezze o crematistica (da ta chrémata: “beni”, “sostanze”), si ritrovano spunti polemici verso un’idea dell’economia che pone l’accento sulla mera accumulazione/moltiplicazione di beni materiali come fine in sé e non come mezzo di soddisfacimento dei bisogni naturali dell’uomo.

In questa ottica rientra, non a caso, il biasimo riservato a coloro che, vivendo con l’ossessione di accrescere le proprie sostanze, «si preoccupano di vivere, ma non di vivere bene, e siccome i loro desideri si estendono all’infinito, pure all’infinito bramano i mezzi per appagarli [cosicché] tutta la loro energia si spende nel procurarsi ricchezze» (Politica, libro I).

Di notevole importanza sono, inoltre, le considerazioni di Aristotele sulla moneta, della quale il filosofo mette in luce la natura convenzionale e la cui introduzione, in sostituzione al baratto, egli fa risalire all’estensione dei commerci oltre l’ambito delle comunità locali (di villaggio o cittadine). In particolare, Aristotele vede chiaramente il rischio di un utilizzo improprio della moneta nella misura in cui essa si mette al servizio di quella attività “innaturale” (cioè non correlata al soddisfacimento di bisogni naturali come sono, invece, la pastorizia, la pesca e la caccia) che è l’“arte di guadagnare” e diventa, come interesse sul prestito, una fonte impropria di accumulazione di ricchezza. Secondo il filosofo, che nella Costituzione degli Ateniesi attesta, tra le cause discusse nei tribunali attici del V-IV secolo a.C., «il mancato pagamento degli interessi sul prestito di denaro», la parola “interesse” (tokos) viene da tiktein, “generare”, nel senso che «l’interesse è moneta [generata] da moneta» (Politica, libro I). Questa etimologia non deve trarre in inganno, in quanto la “nascita” di denaro dal denaro non corrisponde all’utilizzo naturale del medesimo. Aristotele, piuttosto, condanna il prestito a interesse proprio in virtù della sua innaturalità, poiché contrario al principio della “sterilità” della moneta (secondo cui è opposto a natura l’uso del denaro “per fare altro denaro”). Il brano della Politica in cui si tratta il tema dell’usura, infatti, non lascia spazio a equivoci interpretativi: «si ha pienamente ragione a detestare l’usura, per il fatto che i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò [lo scambio] per cui il denaro è stato inventato […] sicché questa [l’usura] è tra le forme di guadagno la più contraria a natura» (Politica, libro I).

Contro l’usura: da Aristotele a Ezra Pound, attraverso Dante

La polemica di Aristotele contro il prestito a interesse attraversò i secoli medievali, durante i quali la Scolastica non solo teorizzò la peccaminosità dell’usura in quanto «furto del tempo che non appartiene che a Dio, perché fa pagare il tempo trascorso tra prestito e rimborso», ma riprese anche l’idea della sua contrarietà al principio della “sterilità del denaro”, motivo per cui Tommaso d’Aquino, «citando Aristotele […] dice: nummus non parit nummos, “il denaro non partorisce denari”»[2].

La condanna dell’usura, risalente ad Aristotele e passata ai medievali, riecheggia anche in Dante («ch’usura offende/la divina bontade»; Inf. XI, 95/96) e, tramite l’Alighieri, in Ezra Pound, che «colse soprattutto da Dante il modello che l’ha confortato a tentare [nei “Cantos”] la moderna versione della Divina Commedia, includendovi come lui il problema della moneta, dei falsari, dell’usura riconsiderata aristotelicamente come delitto contro natura e contro l’arte» (G. Accame. Ezra Pound economista, Firenze, 2017). Fu proprio Pound, che nel Canto XLV aveva riproposto la convinzione antica dell’usura come “peccato” («peggio della peste è l’usura»), a tributare un omaggio ad Aristotele nel Canto LXXIV (il primo dei Cantos Pisani), alludendo alla Politica del filosofo in una delle sue invettive contro «i due imbrogli più grandi» che sono le speculazioni sui tassi di cambio della moneta e, ovviamente, il prestito di denaro a interesse usurario.

Corrado Soldato

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/platone-aristotele-pound-filosofia-contro-usura-146106/

Pressione fiscale totale, Italia prima col 64%

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Nell’analisi Ambrosetti, che ha messo insieme tasse sui profitti e tasse sul lavoro, Roma stacca Francia (62%) e Germania (48%)

Nel momento in cui il governo sta provando a tagliare l’Irpef, c’è una tabella che pesa come un macigno sull’Italia che il governo Conte farebbe bene a consultare: è quella messa della pressione fiscale complessiva (tassazione sui profitti delle imprese, tassazione sul lavoro e altre tasse) messa a punto da Ambrosetti. L’Italia è la prima in classifica in tutta Europa (64,8%), seguita da vicino dalla Francia (62,7%) e da più lontano dalla Germania (48,8% e dalla Gran Bretagna (32%). Insomma, rispetto ai suoi primi concorrenti sui mercati parte qualche metro indietro.

1°) Italia 64,8%

2°) Francia 62,7%

3°) Belgio 58,4%

4°) Spagna 50%

5°) Grecia 49,6%

6°) Svezia 49,1%

7°) Germania 48,8%
8°) Portogallo 41%

9°) Paesi Bassi 41%

10°) Norvegia 39,5%

11°) Finlandia 37,9%

12°) Gran Bretagna 32%

13°) Svizzera 28,8%

14°) Danimarca 24,5%.

La media Europea è al 40,6%.

Purtroppo c’è poco altro da aggiungere, se non che classifiche come questa dimostrano il livello esagerato di imposizione cui sono sottoposte tutte le imprese italiane. E indicano la strada che l’esecutivo deve intraprendere al più presto: abbassare le tasse alle aziende. (riproduzione riservata)

 

Da https://www.milanofinanza.it/news/pressione-fiscale-totale-italia-prima-col-64-202002100927486946

“L’assalto alla lira? Fu un successo”. E ora Soros sostiene le sardine

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Soros rivendica l’attacco all’Italia e sostiene Santori & Co. Ora è pronto a tornare in campo con un progetto a favore della “società aperta” e delle migrazioni

“Nessun rimpianto, ho semplicemente anticipato gli eventi”. Oltre a rilanciare il progetto da un miliardo di euro per mettere “in rete” le università progressiste, nel suo nuovo libro Democrazia! Elogio della società aperta, che da martedì arriverà anche nelle librerie italiane, George Soros rivendica con sfrontatezza tutto quello per cui in molti ambienti viene preso di mira e duramente critica.

Se da una parte difende, infatti, il perseguimento di un mondo privo di frontiere dove i migranti siano liberi di muoversi ovunque vogliano, dall’altra si vanta delle sue incursioni finanziarie contro il nostro Paese. “Lo considero un mio successo”, dice. Il suo attacco alla lira, in quel “mercoledì nero” del 1992, fu un durissimo colpo per l’Italia. Obbligò i vertici della Banca d’Italia a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio e portò la nostra moneta ad una svalutazione del 30%.

“Ho sempre agito nel rispetto delle regole”, dice oggi Soros in una intervista rilasciata al Corriere della Sera per promuovere il libro pubblicato con Einaudi. A distanza di quasi trent’anni da quell’attacco, il finanziere non solo difende ancora quell’operazione (“Ho sempre separato la mia attività sui mercati dalle mie critiche ai mercati”) ma vuole addirittura spacciarsi per “un intellettuale”. “Oggi mi considero così”, dice rivendicando di averv sempre criticato “gli eccessi e i mercati senza controllo”. Peccato che, anche grazie a quegli eccessi, ha ottenuto la fama dello speculatore e il bollino dello squalo della finanza. A suo dire le critiche, che oggi gli piovono ancora addosso, sono mosse da “persone ricche e potenti”, che lo vogliono “distruggere perché colpisco i loro interessi”, e “in misura sempre maggiore” dai politici. In realtà proprio dalla politica, in particolar modo quella progressista e radical chic, ha sempre ottenuto appoggi e applausi. Nel 1995, per esempio, come raccontò Bettino Craxi in una intervista (guarda qui), la colossale speculazione sulla lira gli valse, “a riconoscimento”, una laurea ad honoris causa dell’Università di Bologna. L’indicazione arrivò, guarda caso, dal suo amico Romano Prodi.

Oggi Soros vanta un patrimonio da 8,3 miliardi di dollari e non molla di un millimetro il suo impegno per cercare di plasmare il mondo come lui vorrebbe. Dal sostegno alle rivoluzioni colorate, che hanno destabilizzato i Paesi del Nord Africa, i Balcani e il vicino Oriente, ai progetti a favore dell’accoglienza dei migranti, passando inevitabilmente per il contrasto a qualsiasi forma di nazionalismo, continua a essere in prima linea e a muovere le fila da dietro le quinta. Anche nei giorni scorsi si trovava al World Economic Forum di Davos per annunciare il nuovo progetto da un miliardo di dollari che servirà a mettere in rete una serie di università progressiste. Sarà una sorta di estensione della sua Central European University, l’ateneo che in Ungheria ha a lungo operato contro il premier Viktor Orbanfinché quest’ultimo non lo ha cacciato dal Paese obbligandolo a trasferirsi a Vienna. Il suo nuovo libro è stato pubblicato proprio per promuovere questa sua idea della società aperta dove, come spiega al Corriere della Sera, “i rappresentanti democraticamente eletti dovrebbero mettere gli interessi degli elettori davanti ai loro”.

A Soros i “rappresentanti democraticamente eletti” vanno a genio solo quando i loro interessi collimano con i suoi. Nella sua black list ci sono ovviamente capi di Stato come Donald Trump, Vladimir Putin, Boris Johnson e ovviamente Viktor Orban. E poi, dice lui stesso, “come si chiama? Ah sì, Salvini”. Dice di preferire i movimenti che partono dal basso, come “il fenomeno delle sardine e i sindaci che si stanno impegnando contro il cambiamento climatico e a favore delle migrazioni interne. Al loro fianco ci sarà sempre lo squalo della finanza, pronto ad aprire il portafogli per plasmare l’Occidente e correggere quelle democrazie che non gli piacciono.

Da https://www.ilgiornale.it/news/politica/soros-lattacco-lira-ho-semplicemente-anticipato-i-tempi-1820096.html

L’Ocse boccia il reddito di cittadinanza: “Attenti ai falsi divorzi”. Tutti i numeri del flop

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Roma, 13 gen – L’Ocse torna a puntare il dito contro il governo italiano per ilreddito di cittadinanza. Dal rischio abusi, a partire dai falsi divorzi, al fatto che faccia passare la voglia di cercare lavoro, fino al paradosso per cui lamisura penalizza le famiglie più numerose, che sono quelle più esposte al rischio povertà, il sussidio fortemente voluto dal M5S non piace all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

“Scoraggia la ricerca di lavoro, alimenta il lavoro nero nelle famiglie con due coniugi”

In una relazione di fine novembre, emerge come il reddito di cittadinanza risulti più generoso con le famiglie monoparentali e meno per i nuclei più numerosi, e questo perché limitare la scala di equivalenza a 2.1 significa che i trasferimenti e le soglie di idoneità non aumentano per le famiglie più grandi di, ad esempio, 2 adulti e 3 bambini o 3 adulti e 2 bambini, che invece sono a maggior rischio di povertà rispetto alle piccole famiglie. E proprio questo fatto alimenta il rischio di abusi con finte separazioni per accedere al sussidio. Il Rdc peraltro, come è noto, crea ”forti disincentivi per i membri delle famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoroo ad accrescere il reddito lavorando più ore”. E il Rdc scoraggia anche la ricerca di lavoro da parte dell’altro coniuge. Nello specifico, ”le attuali norme fiscali e previdenziali generano un livello elevato di aliquote fiscali effettive per il secondo lavoratore nel nucleo familiare che guadagna meno. Questo scoraggia ulteriormente i disoccupati e inattivi a cercare lavoro”. Questo si traduce di fatto in un incentivo per il lavoro in nero nelle famiglie con due coniugi.

Il Rdc aumenta il divario Nord-Sud

Neanche a dirlo, poi, il Rdc aumenta il rischio di ampliare ulteriormente il gap Nord-Sud dell’Italia. Oltre a determinare un illusorio quanto passeggero benessere. Aumentando il reddito delle famiglie beneficiarie, specialmente nelle regioni meridionali, il Rdc infatti può portare ”nell’immediato” ad una ”piccola caduta nel tasso di povertà” ma non incide ”a lungo termine sugli incentivi e sulle capacità delle famiglie passare al lavoro formale’‘, aumentando così il divario tra regioni più vulnerabili e regioni più ricche. In generale, l’Ocse fa presente che “queste politiche combinate con elevata tassazione e contributi che pesano sul reddito scoraggiano il lavoro, in particolare del secondo coniuge”, e “contribuiscono ad ampie disparità sociali e regionali dell’Italia“.

La ricetta Ocse per migliorare il sussidio

Ecco perché l’Organizzazione parigina suggerisce una ricetta in tre punti per limitare i danni della misura. Primo, migliorare la capacità dei centri per l’impiego. Secondo, ricalibrare il sussidio con incentivi per il lavoro a basso salario. Terzo, combinare il Rdc con un sistema di imposta sul reddito semplificato e progressivo che, a fronte di un costo iniziale modesto, nel lungo termine potrà “incoraggiare l’occupazione” e aiutare lo sviluppo delle regioni povere, generando “entrate pubbliche aggiuntive che ne compenseranno il suo costo”.

I numeri di un flop che danneggia l’Italia

D’altronde, i numeri parlano chiaro. I beneficiari del reddito di cittadinanza in Italia oggi sono 2,3 milioni, di cui circa 791 mila risultano occupabili. Ebbene, analizzando i numeri aggiornati al 10 dicembre 2019, emerge che hanno trovato lavoro soltanto 28 mila beneficiari, cioè il 3,6% del totale.

Adolfo Spezzaferro

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/ocse-boccia-reddito-cittadinanza-attenti-falsi-divorzi-tutti-numeri-flop-142391/

Sui conti pignorati Giuseppi ci impapocchia

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Il presidente del Consiglio grida alla fake news. Invece il suo governo vuole davvero accordare agli enti locali il potere di riscuotere direttamente i tributi non versati

Giuseppe Conte dice che pignorare i conti correnti di chi non paga le tasse è già oggi possibile, dunque il suo governo non avrebbe introdotto nulla di nuovo, se non la possibilità anche per i Comuni, oltre che per il fisco, di riscuotere i tributi. «Sono tutte false notizie, i cittadini devono essere informati correttamente», ha commentato parlando con la stampa e, ovviamente, mettendola sul banco degli imputati per aver diffuso quella che egli ritiene essere una fake news.

In parte il presidente del Consiglio ha ragione, perché è vero che l’Agenzia delle entrate e della riscossione, cioè quella che un tempo si chiamava Equitalia, può accedere ai conti correnti di chi è in debito con il fisco e pignorarli per la somma non pagata. Ma un conto è la mano dell’erario, un’altra è quella dei Comuni italiani e adesso vi spiego perché.

Prima di tutto chiariamo una cosa. L’operazione che oggi viene descritta come assolutamente normale, ovvero l’intervento diretto dell’Agenzia delle entrate sui conti in banca, tanto normale non è, prova ne sia che fino a poco tempo fa il Garante della privacy si opponeva all’accesso diretto del fisco ai depositi degli italiani, imponendo che vi fosse un’autorizzazione della magistratura. Ci doveva cioè essere un’indagine a carico di un soggetto per consentire alla Guardia di finanza di sbirciare gli estratti conto bancari e i movimenti. Ora però non è più così e, a forza di incrociare le informazioni delle banche dati del ministero delle Finanze con quelle degli istituti di credito, praticamente ogni operazione di deposito o prelievo fatta allo sportello è come se fosse fatta davanti al funzionario dell’Agenzia delle entrate.

leggi il resto dell’articolo di Maurizio Belpietro sul sito laverita.info, a pagamento

Da https://www.panorama.it/news/politica/sui-conti-pignorati-giuseppi-ci-impapocchia/

Zitti zitti, aumentano pure l’Imu

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Sorpresa in arrivo per i proprietari di case

Sorpresa dell’ultima ora nella Manovra che è arrivata in Senato. C’è un rischio, che dipenderà dai Comuni e dunque dalla loro libertà impositiva, che l’Imu (la tassa sulla proprietà immobiliare) possa salire. Non c’è nessuna nuova imposta chiaramente ma, l’unificazione dell’Imu e della Tasi, cela, in fieri, un rialzo della tassazione. Continua a leggere

L’ITALIA SALVATA DAI NONNI

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Il Censis rivela: sono stati gli anziani a tirare i consumi più di tutti gli altri, con effetti sul Pil. Hanno pensioni bassine, ma vogliono godersi la vita. Spendono per viaggi, cultura e balli

Da https://www.iltempo.it/economia/2019/10/30/news/censis-nonni-salvano-italia-spese-consumi-ricchezza-pil-pensioni-viaggi-cultura-balli-1232545/

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