Le illusioni sono finite

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Fonte: Il Giornale

Professor Tremonti, oggi è Il suo compleanno. Un giorno di bilanci non solo personali ma anche politici e soprattutto filosofici. Come vede il nostro Paese?

Comici e “crematisti”: queste sono le figure nuove, anzi antichissime, che in questi giorni si presentano sulla scena, occupandola con le loro “arti” e con le loro “magie” applicate alla politica, mettendo in scena la mediocrità o il peggio del nostro possibile futuro. Un tipo di futuro che, invece, dobbiamo e possiamo evitare, mettendoci dal lato giusto della storia.

Da dove partiamo?

Da un po’ lontano, ma forse neanche troppo lontano. Partiamo da Roma, ma arriveremo anche ad Atene, i due luoghi dove tutto, o tanto, è cominciato. Nell’antica Roma agli attori era fatto divieto di fare politica e questo per una ragione molto seria: degli attori si conosceva, ma anche si temeva, la capacità di suggestionare ed influenzare il popolo. Lo stesso valeva, ed a maggior ragione, per i comici. Una categoria, questa, certo non minore, di quell’arte, anzi superiore nella capacità di impressionare la plebe e per questo, a ragione, temuta.

Immagino che ogni riferimento a fatti e persone dei giorni d’oggi sia da considerare casuale…

Nella Roma di oggi è l’opposto di quanto era nella Roma antica. Non è all’arte comica che si vieta la politica, ma è la politica che si sottomette o insegue l’arte comica. Del resto, le grandi maschere italiane appaiono nel Seicento, nella decadenza e nella sottomissione allo straniero di quella che è stata una grande civiltà.

Però Grillo ha rappresentato una vera e propria rivoluzione in Italia… Continua a leggere

L’Italia chiede l’attivazione di un Fondo (il SURE) che non esiste

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di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

È dell’ 8 agosto la notizia che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo hanno inviato a Bruxelles una lettera con cui il governo italiano richiede formalmente l’accesso al programma europeo “anti-disoccupazione” denominato SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), un fondo con una dotazione «fino a 100 miliardi di euro», istituito lo scorso aprile, finalizzato in teoria ad aiutare i paesi europei a sostenere i costi della cassa integrazione. Nella missiva, indirizzata ai commissari Dombrovskis, Gentiloni, Schmit e Hahn, il governo italiano ha chiesto di poter accedere alle risorse del SURE nella misura di 28,5 miliardi.
Ora, la prima cosa da dire è che il SURE – esattamente come il MES e il (grosso del) Recovery Fund – opera secondo la logica tipicamente europea del debito: essenzialmente la Commissione reperirà fino a 100 miliardi di euro sui mercati finanziari e, a propria volta, li presterà ai singoli Stati (andando a gravare sul debito pubblico di questi), che ovviamente dovranno restituirli.
Come per il MES e il Recovery Fund, dunque, l’unico reale vantaggio dal punto di vista finanziario consisterebbe nello spread tra il tasso di interesse offerto dalla Commissione e il costo che un paese come l’Italia dovrebbe affrontare per reperire gli stessi soldi sui mercati (ed eventualmente sulla durata del prestito). Peccato che il tasso di interesse pagato dai singoli paesi sui loro titoli di Stato dipenda, in ultima analisi, dalla BCE, che se volesse potrebbe tranquillamente portare a zero (o meno di zero), domani stesso, il tasso di interesse sui nostri titoli di Stato a lunga scadenza (quello sui titoli di Stato a due anni o meno è già negativo). La ragione per cui non lo fa è abbastanza scontata: in quel caso verrebbe meno il vantaggio, già piuttosto esiguo, del sistema dei prestiti europei.
La strategia della UE, in ultima analisi, è abbastanza chiara: tenere i tassi di interesse pagati dai singoli Stati abbastanza bassi da garantire la solvibilità degli stessi, ma abbastanza alti da rendere “attrattiva”, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, la prospettiva di indebitarsi nei confronti della UE tramite strumenti come il MES, il Recovery Fund e il SURE, favorendo così il trasferimento alla UE di quel brandello di sovranità democratica che ci è rimasta e l’accentramento di ulteriore potere nelle mani di istituzioni anti-democratiche quali la Commissione europea.
Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la connivenza di “proconsoli” europei come il nostro ministro dell’Economia Gualtieri, sempre in prima fila nel promuovere la svendita della sovranità nazionale e gli interessi dell’Unione europea. Non sorprende, dunque, che l’Italia sia in prima fila nel richiedere l’accesso ai fondi SURE (ma lo stesso dicasi dell’entusiasmo mostrato dal governo nei confronti del Recovery Fund, che altro non è che un MES all’ennesima potenza). Continua a leggere

Recovery Fund: un MES all’ennesima potenza

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Fonte: Thomas Fazi

Su una cosa praticamente tutti – giornalisti, commentatori, esponenti del governo (e persino alcuni dell’opposizione!), comuni cittadini – sembrano essere d’accordo: l’accordo raggiunto in sede europea sul cosiddetto Recovery Fund rappresenta una «grande vittoria» per l’Italia e un «evento storico» per l’Europa.
Per capire se è veramente così, vediamo di cosa si tratta. Partiamo innanzitutto dall’aspetto strettamente finanziario. L’accordo si compone di due pezzi: il “Next Generation EU” (NGEU), ovvero i famigerati 750 miliardi che la Commissione potrà prendere a prestito sui mercati; e il quadro finanziario pluriennale (QFP), ovvero il bilancio europeo classico, che andrà dal 2021 al 2027. Per quanto riguarda il NGEU, il totale (750 miliardi) rimane invariato rispetto alla proposta originale della Commissione, ma cambia di molto la sua ripartizione. Sono stati ridotti i “trasferimenti a fondo perduto” – da 500 a 390 miliardi – e sono stati aumentati i “prestiti bilaterali”, da 250 a 360 miliardi. Per quanto riguarda il bilancio europeo, invece, esso avrà in dotazione poco più di mille miliardi di euro, un po’ meno rispetto a quanto proposto inizialmente dalla Commissione.
Per far quadrare i conti, sono stati ridotte alcune voci di spesa del bilancio comunitario. Sono state introdotte anche delle importanti modifiche ai cosiddetti “rebates”, ovvero gli sconti che vengono storicamente fatti ad alcuni Stati che sono contribuenti netti al bilancio comunitario: Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Svezia. L’Olanda, per esempio, riceverà ogni anno circa 500 milioni in più rispetto a quanto era inizialmente previsto. L’ammanco dovrà essere coperto dagli altri Stati membri: questo comporterà un’ulteriore riduzione del trasferimento “netto” dai paesi ricchi a quelli poveri (che già non era enorme) attraverso il bilancio comunitario. Fatto interessante: l’Italia e la Francia, pur essendo contribuenti netti al bilancio comunitario, non hanno nessun “rebate”; la Germania, per qualche ragione, sì.
Veniamo ora al punto che ci riguarda più da vicino: quanti soldi spetteranno all’Italia? La prima cosa da dire è che per ora non esistono cifre ufficiali. Nella ripartizione del NGEU, il metodo di calcolo per il periodo 2021-2022 resta quello inizialmente proposto dalla Commissione, mentre il calcolo per il 2023 prenderà in conto la caduta del PIL cumulata nel periodo 2020-2022. Con le dovute cautele, questo ha portato alcuni a stimare che l’Italia dovrebbe ottenere circa 80 miliardi di trasferimenti a fondo perduto (poco meno degli 85 inizialmente previsti) e circa 127 miliardi di prestiti bilaterali, ovvero 38 miliardi più di quanto previsto inizialmente. Continua a leggere

Bagnai: attenzione che dopo questo “Trionfo” arriveranno i forconi

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Il governo trionfa, ma nel trionfo ci sono sempre i segni della decadenza. In questo complesso e un po’ disturbato intervento di Alberto Bagnai il Professore parla del Recovery Fund e soprattutto dell’assurdo clima di trionfo che accompagna una serie di misure francamente facilmente contestabili, nei contenuti e negli effetti previsti.

In realtà, nonostante le pressioni esterne, il professore sembra calmissimo nelle proprie affermazioni  anche perchè le conseguenze di questo clima vittorioso sono facilmente prevedibili: una colossale, enorme , delusione quando ci si renderà conto che il “Recovery fund” non evita i fallimenti e non aiuta nella crescita. A quel punto saranno spazzati via, coi forconi, a partire dai politici, per arrivare ai giornalisti.

Buon ascolto.

 

Fonte: https://scenarieconomici.it/bagnai-attenzione-che-dopo-questo-trionfo-arriveranno-i-forconi/

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Eliminare il contante è un favore alle mafie…

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Tutti i giornaloni del mainstream, FattoQuotidiano e Repubblica in testa, spingono per il cashless, cioè per il definitivo superamento del denaro contante. Strada ormai intrapresa dal governo Conte bis e dalla maggioranza giallo-rossa, che nell’ultima legge di bilancio ha ridotto l’attuale limite di 2.999,99 euro a 1.999,99 euro dal 1° luglio di quest’anno e a 999,99 euro a partire dal 1° gennaio 2021.

Ma l’obiettivo di Conte e compagni è quello di arrivare alla definitiva eliminazione del contante, in pratica solo pagamenti tracciabili (carte di credito, bancomat, assegni, bonifici etc).

Esiste anzitutto un problema di libertà. Se sparisse il contante, una consistente fetta della popolazione si estinguerebbe: lavoratori autonomi e imprese che avessero il conto corrente pignorato per debiti con privati o con lo Stato, in assenza di contanti morirebbero di fame. Con la sola moneta elettronica, tutto il denaro che andrebbe sul loro conto corrente finirebbe ai creditori, Stato o privato che sia. È giusto? È sbagliato? Non è questo il punto. Il problema irrisolto è che quelle persone non esisterebbero più e non avrebbero più alcuna possibilità per sostenersi. In assenza di contanti, manco l’elemosina avranno la possibilità di chiedere. Un click dello Stato e non esisti più.

Ma le scimmiette del mainstream continuano imperterrite a sostenere il cashless: l’eliminazione del contante sferrerebbe un colpo mortale alla criminalità organizzata. Ma sarà vero? Tutt’altro. Le mafie oggi non sono quelle con la lupara o con la coppola, come nel film Il Padrino, ma hanno il colletto bianco e agiscono in modo apparentemente legale. Sapete come si paga oggi una mazzetta, una tangente? Facile: regolare fattura elettronica di consulenza e bonifico tracciabile. Con la particolarità che non c’è stata nessuna consulenza e quella società che incassa il bonifico chiuderà tra qualche anno, per poi aprirne altre e così via. Mafiosi felici e contenti di continuare coi loro sporchi affari, tutto secondo le leggi. Insomma, tutto regolare, di contante non ne circola.

E allora a cosa serve questa continua criminalizzazione del contante? Per sconfiggere l’evasione fiscale? Macché, nemmeno quello. La grande evasione, come dimostrano diversi studi, non deriva dal mancato scontrino del bar o del parrucchiere, ma dai movimenti di grosse multinazionali con sedi legali nei paradisi fiscali. Prendersela col pasticcere o con l’idraulico è come sparare ad una mosca sul muro con un colpo di bazooka: sfasci il muro ma la mosca non muore, e se anche morisse, allo Stato costerebbe di più rifare il muro.

Fatto sta che, se si continua a criminalizzare il contante, il vero contraccolpo lo subirà la domanda interna: meno consumi = meno occupazione. Anche perché, soprattutto in alcuni settori, parecchi italiani saranno invogliati ad andare a comprare in Austria o in Germania (nel primo caso il limite è alto, nel secondo non esiste), mentre chi verrà da fuori avrà paura di spendere i suoi soldi in Italia.

Conte e la sua maggioranza stanno per dare un colpo mortale non alle mafie, che continueranno a proliferare più di adesso, ma a milioni di partite Iva e alla domanda interna.

Stavolta non si può neppure dire che gli italiani li hanno votati. Conte era un signor nessuno, non si era neppure candidato in Parlamento ed è uscito dal cilindro del M5S, mentre il PD faceva parte della coalizione arrivata ultima. Il centrodestra, che la soglia del contante la vuole invece aumentare, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa dei voti e dei seggi, è rimasto fuori dal governo. La chiamano “democrazia parlamentare”, ma in realtà è solo una grande truffa ai danni del “principio democratico” e del popolo italiano.

Eliminare il contante è un favore alle mafie. Ecco come e perché (di Giuseppe Palma)

LIRA O EURO, L’IMPORTANTE CHE L’EMISSIONE SIA DELLO STATO

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di Emilio Giuliana

Oggi più che mai, con l’avanzare della crisi economica e il conseguente impoverimento degli italiani, per tornare a condizione economiche dignitose si fa sempre più strada l’idea, che la soluzione al problema è il ritorno alla moneta lira dalla moneta euro. In parte,  la maggioranza delle persone, ha percepito che la capitolazione economica è determinata dall’utilizzo che se ne fa della carta moneta, però i più non hanno compreso il meccanismo che disciplina e regolamentazione il conio e la stampa dei “soldi”. I soldi vengono creati da Banche private, oggi l’Euro dalla BCE, ieri la Lira dalla Banca d’Italia privata. Questo è l’inghippo, l’anomalia monetaria, non se europea o nazionale, no se Euro o Lira, ma le Banche private. Dunque è necessario, che sia essa la  Lira o l’Euro, che siano Banche dello Stato a stampare soldi, così come sotto spiegato.

Dopo l’unità d’Italia, nel 1863 la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d’Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta). Settant’anni più tardi si cercò di porre rimedio alle scelte bancarie capestro operate dagli statisti risorgimentali. Nel gennaio del 1933, un regio decreto creò l’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI), con Beneduce alla presidenza e direttore generale Donato Menichella (1896-1984, ex-Bankitalia). Il 13 aprile 1934, le tre grandi banche trasferirono all’IRI l’intero loro patrimonio di partecipazioni industriali. L’IRI si trovò così a detenere il controllo del 94% di Comit e del Banco di Roma, nonché del 78% di Credito Italiano . In cambio dello sgravio dell’immane massa di crediti irrealizzabili – i titoli tossici di allora – i banchieri privati dovettero impegnarsi per iscritto a fare «investimenti di pronta liquidità, escluso ogni immobilizzo di carattere industriale, anche sotto forma di partecipazioni azionarie». Questa la disposizione della legge Glass-Steagal, finalizzata alla separazione del credito ordinario da quello della banca d’affari. I grandi privati si dimostrarono pronti a riprendersi le aziende “irizzate” risanate dalla gestione Beneduce-Menichella.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato, firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, l’art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della sovranità monetaria. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”. Di conseguenza, nel 1945, persa la guerra, gli Americani richiesero l’abolizione dell’IRI e la sua privatizzazione, nell’intento di comprare le banche con i depositi trovati nelle banche stesse. La depredazione fu tuttavia rimandata a tempi migliori e a migliori “padri della patria”: Carlo A. Ciampi, Romano Prodi e Mario Draghi. Continua a leggere

Conte e il bluff degli stati generali

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La kermesse di Villa Pamphili voluta dal Presidente del Consiglio è democraticamente e istituzionalmente assai discutibile in quanto taglia fuori il Parlamento. Ma è soprattutto inutile. Tra gli invitati mancano le opposizioni e personaggi in grado di fornire consigli veramente utili per il futuro economico dell’Italia.

La scelta dei cosiddetti Stati Generali, voluti e organizzati da Giuseppe Conte, è infelice già nel nome. Gli Stati Generali a cui s’ispira il premier erano un’istituzione feudale che riuniva in consessi separati clero, nobili e rappresentanti di città e campagne, ma avevano un potere puramente consultivo e solitamente finivano con il dare ragione al sovrano grazie al voto congiunto di preti e nobili.

L’unica volta in cui, nel 1789, il “terzo stato” s’impuntò pretendendo la trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Nazionale l’istituzione venne sciolta aprendo la strada a quella Rivoluzione che portò Luigi XVI alla ghigliottina. Dunque sia che s’ispiri agli Stati Generali garanti del potere del sovrano attraverso le elite di clero e nobiltà, sia che guardia gli Stati Generali precursori della Rivoluzione Giuseppe Conte rischia di non andare troppo lontano. Ma forse è proprio l’illusione d’essersi trasformato da“avvocato del popolo” – come si definì lui stesso all’inizio del primo mandato – in “sovrano illuminato” ad alterarne la visione politica inducendolo a organizzare la kermesse di villa Pamphili.

Una kermesse impropria istituzionalmente, democraticamente assai discutibile e sostanzialmente inutile dal punto di vista pratico. Il primo a non vederla di buon occhio è quel Presidente della Repubblica da cui dipende la sopravvivenza di Conte e del suo governo. Mattarella, nonostante l’ufficiale riserbo, fa trapelare il fastidio per un’iniziativa presa al di fuori di un Parlamento che rappresenta costituzionalmente l’unico guardiano e l’unico possibile ispiratore delle scelte di governo. Soprattutto se queste riguardano iniziative di stampo economico il cui requisito fondamentale è la copertura finanziaria. Esattamente l’incontrario di quanto avverrà negli Stati Generali di Villa Pamphili. Lì Conte sottoporrà i suoi piani per l’impiego dei fondi promessi, ma non ancora messi a disposizione dall’Unione Europea, ad una variegata platea in cui spicca innanzitutto l’assenza delle opposizioni.

Ovviamente Conte non mancherà d’imputare quell’assenza a Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani colpevoli d’aver rifiutato il suo invito. Un invito in cui, oltre a mancare qualsiasi indicazione sugli argomenti da trattare,non si spiegava la necessità di discuterli in una sede esterna a quel Parlamento. Anche perché le Commissioni economiche di Senato e Camera sono, grazie all’esperienza delle pregresse leggi Finanziarie, le più titolate a giudicare la correttezza di un progetto economico.

Il paradosso più singolare della kermesse di Villa Pamphili sono però gli interventi in videoconferenza della presidente della Commissione Europea Ursula von derLeyen, di Kristalina Gheorghieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale e, quello assai in forse, della presidente della Bce Christine Lagarde. Con questi interventi Conte punta a conferire una patina d’internazionalità alla giornata di apertura degli Stati Generali. Il risultato rischia però di rivelarsi grottesco. E non solo perché l’Europa non ha ancora deciso se, e come, darci i soldi del Recovery Fund, ma soprattutto perché le tre invitate rappresentano la solita vecchia troika e sono quindi le tre parche pronte a filare le condizioni e i limiti imposti al nostro paese nell’utilizzo degli aiuti.

Al di là dell’opportunità politica di affidarsi a quel terzetto c’è da chiedersi quanto valgano il loro giudizio e i loro consigli. Christine Lagarde non è un’economista, ma un avvocato arrivato a guidare il Fondo Monetario Internazionale prima e la Bce poi senza essere mai passata per i vertici di un istituto bancario. La sua totale inadeguatezza emerse nel discorso di esordio alla Bce quando, nel pieno della pandemia, minacciò di cancellare tutte le pregresse politiche di Mario Draghi per il contenimento dello spread causando un crollo delle borse europee.

Ursula von der Leyen, un politico di medio livello abituata in Germania a eseguire gli ordini di Angela Merkel, ci ha messo mesi per capire la gravità della pandemia e non è riuscita, ad oggi a varare delle effettive politiche per la ripresa europea. Già dal primo giorno gli Stati Generali rischiano insomma di rivelarsi una semplice rimasticatura delle promesse e dei dubbi sull’Italia già ripetuti decine di volte dagli euroburocrati di Bruxelles. Il tutto senza nemmeno ascoltare la voce dell’unico vero esperto italiano ovvero quel Mario Draghi che dai vertici della Bce ha difeso gli interessi dell’Italia e contenuto gli egoismi della Germania. Ma ovviamente per lui nel giro tondo di villa Pamphili non c’era posto. Anche perché basta il suo nome a mettere di cattivo umore Giuseppe Conte e ricordargli che da Presidente del Consiglio non c’è mai da star sereni.

DA

https://it.sputniknews.com/opinioni/202006139198574-conte-e-il-bluff-degli-stati-generali/

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

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Intervento di Alberto Bagnai al’Aria che Tira. I temi sono l’ILVA e l’andamento generale dell’economia. Sul primo tema  il senatore nota che, quando si è trattato di gestire ILVA, ci potevano essere più scelte: società pubblica, mista, o capitali esteri. Quando si è scelta la strada dei capitali esteri bisognava percorrerla con la massima coerenza. Invece, alla fine, si è lasciato tutto nel caos e nelle mani della magistratura, quella italiana,lenta e contraddittoria. Che poteva fare Arcelor Mittal?

La realtà è che aquesto punto, dopo tutti  questi errori, confusioni, passi avanti ed indietro, è  necessario mettere dei veri soldi nell’economia, perchè le famiglie e le aziende sono al limite. Il passo successivo per loro sarà rivolgersi all’”Economia informale”, leggi criminalità, per poter sopravvivere. Una possibilità per un governo che ha liberato i mafiosi e assistito ad evasioni di massa, mentre dava la caccia ai cittadini con i droni.

Ringraziamo Inriverente e buon ascolto.

PER VIDEO E ARTICOLO COMPLETO SI RIMANDA A:

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

BORGHI, COTTARELLI E LA CANCELLAZIONE DEL DEBITO DELLE BANCHE CENTRALI. Meglio il default alla greca o l’uscita dall’Euro?

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La Commissione alla Camera è forse l’unico posto dove, finchè ci sarà Borghi, si riesce a fare un po’ di vera informazione economica in Italia, dove ormai le TV sono  diventate una specie di “Pravda” di epoca sovietica, senza il contraltare però del New York Times o del Thames.

In questo caso si parla di cancellazione del debito da parte della banca centrale, tema che sembrava tabù totale fino ad un anno fa, ma che ora però è   diventato qualcosa di possibile e realistico a fronte della crisi attuale. Quindi Borghi chiede cosa ne pensi Cottarelli, e cosa ne pensi della sentenza della Corte Costituzione di Karlsruhe, che, potenzialmente, può bloccare l’azione della BuBa e metterci di fronte al bivio fra Default alla greca ed uscita dall’Euro.

Cottarelli risponde con due luoghi comuni. Il primo è il timore dell’inflazione fantasma che non si vede da trent’anni e che, sinceramente, non è neppure all’orizzonte in questa crisi economica. Il suo timore è che, di fronte ad una spinta inflattiva, la Banca Centrale debba vendere i titoli di stato italiani che, secondo lui, sul mercato non reggerebbero. La cura la trova perfino lui: la reintroduzione eventuale della riserva obbligatoria nel settore creditizio che, nel caso di aumento inflattivo, ridurrebbe la massa di denaro in circolazione.

IN quanto al default il problema è il tasso di crescita del debito PIL come scarso tasso di crescita. Cottarelli chiama il Signor De La Palisse a rinforzo, affermando che se il debito (da leggersi debito/PIL) calasse del 3% all’anno per la crescita economica, allora le possibilità di una crisi si dimezzerebbero. Bella forza!!  Che crisi può esserci con una crescita del 3%? Naturalmente questo miracolo economico è da raggiungere con le “Riforme”, queste stimmate miracolose dell’economia offertista. Peccato che tutte quelle che abbiamo fatto abbiano avuto l’effetto opposto….

DA

BORGHI, COTTARELLI E LA CANCELLAZIONE DEL DEBITO DELLE BANCHE CENTRALI. Meglio il default alla greca o l’uscita dall’Euro?

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