BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

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Un intervento a Otto e Mezzo di Frau ̶B̶l̶u̶c̶k̶e̶r̶ Gruber del Senatore Bagnai, che viene accolto con la solita imparzialità dalla presentatrice. Non perdetevi il “I sovranisti europei vostri alleati sono i nostri maggiori nemici, ed è così perchè è un  dato di fatto e lo dico io” della presentatrice. Peccato che i  compagni della Lega siano non al comando, ma all’opposizione (ed in alcuni paesi con percentuali minime) mentre al comando in Austria ci sia il PPE ed in Olanda i Liberali ed i Socialisti, tutti amichetti della Gruber.

Fatta questa premessa un’intervista da ascoltare in cui il Senatore conferma la nullità del Recovery Fund, nonostante l’insistenza della Gruber che, alla fine, non ha nessun reale dato economico o politico da opporre.

Ringraziamo Inriverente per l’appoggio tecnico

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BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

Cassa integrazione con beffa: ai lavoratori metà stipendio

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Secondo Unimpresa, gli assegni erogati dall’INPS per la CIG in deroga non arrivano al 50% dello stipendio di un operaio

Per assurdo, nell’immediato sarebbe stato meglio essere licenziati, piuttosto che essere messi in cassa integrazione. Magari nel medio-lungo periodo la soluzione della cassa integrazione permetterà di non avere problemi quando si tornerà a lavoro e a produrre, ma in questi mesi di crisi piuttosto grave, l’assegno della NaSPI sarebbe stato più corposo di quello ricevuto dalla cassa integrazione.

Questo, almeno, quello che emerge da un documento realizzato e diffuso da Giovanni Assi, consigliere nazionale di Unimpresa. Secondo i suoi calcoli, mediamente i lavoratori in cassa integrazione a causa dell’emergenza sanitaria hanno ricevuto una “retribuzione netta” di 4 euro l’ora. Una cifra di gran lunga inferiore a quella della retribuzione ordinaria, che ha costretto i cassa integrati a stringere non poco la cinghia nel corso di questi mesi.

Assegno CIG in deroga, i conti di Unimpresa

Le cifre snocciolate nel documento Unimprese sono impietose. I lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione (e moltissimi sono ancora in attesa del primo assegno dopo oltre due mesi di attesa) hanno visto ridurre il proprio reddito del 50%. L’INPS, infatti, avrebbe versato assegni lordi di 938,89 euro che, al netto, fanno poco più di 750 euro.
Una sforibiciata netta rispetto agli assegni mensili che questi lavoratori avrebbero percepito normalmente, con tagli che arrivano a toccare il 50% della mensilità garantita dal datore di lavoro. Calcolatrice alla mano, si tratta di una retribuzione netta di circa 4 euro l’ora.

Per andare incontro alle necessità dei lavoratori, e delle famiglie italiane, i rappresentanti di Unimpresa chiedono dunque al Governo di rivalutare l’opzione NaSPI. Come noto, infatti, al momento nessuna impresa italiana può licenziare un suo dipendente. Una decisione, nei piani del Governo, che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori dal rischio di licenziamento e che, invece, finirebbe per penalizzarli. O almeno così affermano da Unimpresa.

Da un punto di vista economico, i conti sono piuttosto semplice. La NaSPI avrebbe garantito alla gran parte dei lavoratori oggi in cassa integrazione un assegno superiore ai 1.200 euro mensili. La nuova disoccupazione prevede, infatti, che il lavoratore percepisca il 75% dello stipendio medio degli ultimi quattro anni (la procedura è più lunga e complessa, prendetela come una semplificazione), fino a un massimo di 1.227,75 euro. Se la cifra dovesse eccedere questo massimale, il lavoratore riceverebbe un’ulteriore integrazione, fino a un massimo di 1.335,4 euro mensili.

Insomma, quasi il doppio rispetto ai 750 euroche, mediamente, stanno percependo in questi mesi i lavoratori in cassa integrazione in deroga. “Tuttavia, il decreto legge “rilancio” ha prorogato a cinque mesi il divieto di licenziamento introdotto dal decreto “Cura Italia”, lasciando inspiegabilmente alle imprese la sola possibilità prorogare gli ammortizzatori sociali per appena cinque settimane, spostando più in là un problema che creerà solo enormi scompensi”.

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BORGHI: SE IL QUIRINALE TACE E’ PERCHE’ GLI VA BENE COSI’. Il MES progetto politico per condizionare il prossimo governo. La differenza fra moneta e debito

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Intervista a Claudio Borghi ed Alessandro Angelini sul MES a RadioRadio. Dato che il MES “Light” è un molto incerto e nebuloso e, in realtà, non è altro che uno strumento “Sudamericano”, con il quale si prendono quattro soldi per distribuirli subito, chissà poi a chi, per poi condizionare, con le regole del MES,con i suoi controlli, con i suoi inviati, la politica dei successivi governi. Praticamente è la prosecuzione della solita politica traditrice italiana: si chiama lo straniero contro il nemico interno, perchè si preferisce essere dominati da qualcun altro piuttosto che convivere con un avversario interno.

Qualcuno chiede un ruolo più attivo del Quirinale, che sembra quasi scomparso ed interviene molto poco, chiamando solo alla “Solidarietà”ed “Leuropa”. Borghi mette in luce come il Quirinale avrebbe potuto intervenire già molto volte negli scorsi giorni, quando i DPCM sono stati usati per cancellare il diritto ed i diritti individuali, ma non lo ha fatto, tace, per cui vuol dire che gli va tutto bene così!

Quindi un’interessante spiegazione di come lui veda la differenza fra denaro e debito di stato. Il debito pubblico,inun mondo di valuta FIAT e debito dematerializzato, non è altro che un modo per premiare il risparmio tramite gli interessi, tanto che con le operazioni di Quantative Easing un paese normale scambia le due forme monetaria utilizzato dalle banche centrali per controbattere i momenti di crisi economica ciclica o straordinaria.

 

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BORGHI: SE IL QUIRINALE TACE E’ PERCHE’ GLI VA BENE COSI’. Il MES progetto politico per condizionare il prossimo governo. La differenza fra moneta e debito.

ItalExit, la metà degli italiani ora la vuole: perché vale la pena insistere

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ItalExit, i numeri prendono forma

Il 49% degli italiani uscirebbe, ora e subito, dall’UE. Un dato che non sorprende e che forse è anche sottostimato, specialmente se incrociato con altri diffusi nelle ultime settimane con messaggi più indiretti. E che aumenta del 20% il numero dei “ribelli” rispetto ai sondaggi precedenti.

ItalExit? Di certo, “non ci fidiamo più dell’UE”

Questo dicono altri sondaggi, che non pongono la domanda direttamente, ma chiedono sostanzialmente agli intervistati opinioni sull’Unione Europa. Profuma anche di ItalExit quello pubblicato da Repubblica, dove il 70% degli intervistati afferma di avere “poca o nessuna fiducia” nelle sedicenti istituzioni di Bruxelles.

Solo un paio d’anni fa, percentuali simili erano pura fantascienza. Sorge il più grande dei problemi, trovare interlocutori politici che possano essere interessati al salto dell’ItalExit. Ad affrontarlo a muso duro. E di primo piano, non Borghi e Bagnai, con tutto il dovuto rispetto.

Ostaggi di un Feudo, quello europeista

La netta maggioranza (quasi il 70%) dei delusi di tutti i sondaggi di opinione sull’UE delle ultime settimane (di cui quello sopra riportato mostra soltanto l’ultima rappresentazione), in cui la stessa Bruxelles è esplicitamente dichiarata come nemica o simbolo di qualcosa che ci ha condotto verso la rovina, oltre che una presumibile sottostima dei “no UE” (futile spiegare il motivo), diremmo che la consapevolezza nella popolazione c’è.

E si potrà stabilizzare se ci porteranno alla fame come, sembra, vogliano.

Siamo prigionieri da 50 anni di un Feudo (proveniente da sinistra) che non ha mai rappresentato la maggioranza del popolo italiano: in compenso l’ha sempre circuita, vilipesa, condizionata in ogni modo verso il baratro.

La Libertà da loro è, da oggi in poi, la nostra guerra culturale patriottica.

(di Stelio Fergola)

DA

https://oltrelalinea.news/2020/04/13/italexit/amp/

E se facessimo i “Patria Bond”?

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Questo il suggerimento dell’Ammiraglio Nicola De Felice per fronteggiare la situazione ridando fiato all’economia, senza cadere nella trappola del MES

TEMPO DI LETTURA: 7 MINUTI

Abbiamo visto ieri quali sarebbero state le procedure corrette di allarme e di reazione che il governo avrebbe dovuto mettere in atto per affrontare quella che è, a tuti gli effetti, una guerra. Così non è stato e le conseguenze sono evidenti a tutti in termini di caos, sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia, adesso anche, di quella economica.

Abbiamo quindi rivolto qualche domanda all’ammiraglio Nicola De Felice la cui indiscussa esperienza in ambito internazionale maturata ricoprendo i più alti incarichi nella Marina Militare e nello Stato Maggiore della Difesa ci aiuterà a capire qualche cosa in più.

Quando abbiamo avuto bisogno di aiuto, l’Unione Europea si è voltata dall’altra parte e ci sono venuti in soccorso cubani, cinesi, russi e albanesi… Come è possibile?

«Veramente un bel gesto di concreta solidarietà da chi magari non ti aspetti e una grande lezione all’Unione Europea che, come in altre occasioni, rimane impantanata nei suoi nodi strutturali irrisolti, con i soliti che vogliono dettar legge a scapito di tutti gli altri. Una UE pachidermica, lenta e indecisa, che neanche nell’emergenza sa prendere decisioni importanti. Ho personalmente grande stima del popolo russo, dopo la loro solidarietà è arrivata anche quella di altri Paesi dell’Europa (come la Polonia), che si sono dimostrati più volte vicine a noi con fraterna solidarietà. La Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, invece, sono due strutture lontane dalla gente e il loro modo di operare continua ad allontanarli sempre di più».

Eppure, uno dei maggiori quotidiani italiani, “La Stampa”, non ha avuto parole gentili nei confronti dell’aiuto russo, che è stato fatto oggetto di una severa critica… la cosa ha assunto con il tempo una rilevanza diplomatica…

«Si ho letto e francamente non mi so dare una spiegazione. Un articolo che tentava di mettere in cattiva luce l’azione di solidarietà della Russia nei nostri confronti, cercando di far passare messaggi oscuri e francamente molto opinabili. Quando c’è un’emergenza come quella che stiamo vivendo, si mettono in campo esperti di ogni tipo, anche militare e anche in materie che possono in qualche modo dare un grosso contributo di idee e di esperienza. Non c’è da stupirsi se ci sono esperti militari russi di guerra chimico-batteriologica, li abbiamo messi in campo anche noi, facendoli arrivare dalla nostra Scuola militare di Rieti, che si occupa proprio di questo aspetto.
I russi hanno fatto e stanno facendo un gran lavoro, portando tutta la loro esperienza e un gran quantitativo di materiale logistico. È chiaro che hanno avuto bisogno di un periodo di ambientamento, anche il coordinamento con tutta la macchina di aiuti avviene dopo qualche giorno. La migliore risposta alle critiche del quotidiano torinese, l’hanno fornita i tantissimi messaggi di ringraziamento che i cittadini delle località impattate dall’intervento russo, hanno espresso sui social».

Recentemente, l’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha dichiarato che Orban, premier ungherese, dovrebbe essere portato davanti alla Corte di Giustizia Europea e che l’Italia non dovrebbe indugiare nell’accettare il MES, cosa pensa?

«Io da una persona come Emma Bonino, che si è fatta finanziare da Soros, non posso che aspettarmi battute del genere. Nelle sue dichiarazioni segue una strategia che non va di sicuro a vantaggio degli italiani. Orban è stato democraticamente eletto dal popolo ungherese e i pieni poteri, in questo periodo di emergenza, gli sono stati concessi da un parlamento regolarmente eletto e nel pieno delle sue facoltà, quindi, di cosa parliamo?

Se proprio vogliano vedere, il nostro primo ministro, Conte, non è stato eletto da nessuno, eppure ha esercitato pieni poteri, limitando anche libertà costituzionali, senza che questi poteri fossero legittimati da un passaggio parlamentare…

Su Orban va ricordato che anche nella costituzione dell’antica Repubblica Romana si faceva ricorso all’assunzione dei pieni poteri di una magistratura straordinaria, quale era la dittatura, solo in casi straordinari, quali la necessità di combattere particolari pericoli. Tale magistratura, nominata con il consenso del Senato, durava in carica fino a quando non avesse svolto i compiti per i quali era stato nominato.

Del MES cosa pensa?

Per evitare la trappola del MES, ci potrebbe essere una vecchia, ma sempre valida, soluzione… Si potrebbe agire in autonomia, emettendo dei titoli di Stato straordinari (perché il momento è straordinario) come in altre occasioni storiche di emergenza. È già successo nel 1907, nel 1918 e nel 1929 durante la grande crisi. Al quel tempo si parlava di Buoni di Guerra, oggi si dovrebbe parlare di PatriaBond o di ItaliaBond…».

Ci spieghi…

«Mentre gli Eurobond sono vincolati a progetti e finanziati solo per investimenti dalla scarsa cassa del Fondo Europeo per gli Investimenti, con scadenze a breve e medio termine, i PatriaBond potrebbero essere garantiti dalla Banca d’Italia con tempi illimitati. Ritengo vincente l’idea di un’emissione straordinaria di buoni del Tesoro destinati agli imprenditori, alle famiglie e agli investitori italiani, con delle fiscalità vantaggiose, con incentivi, aiuti economici e crediti per chi li sottoscriverà.
Come i titoli emessi durante il 1900, per gravi eventi mondiali, con un periodo di ammortamento di 40/50 anni. Da emettere a un valore di 75 centesimi per ogni euro di valore nominale, venendo rimborsati alla pari in tempi lunghi, con il tasso di interesse favorevole al compratore. I tagli disponibili potrebbero essere molto vari a partire da 25€, fino a 10.000€, e non trasferibili. La BCE potrebbe sottoscrivere centinaia di miliardi di titoli di Stato italiani. Eviteremo la patrimoniale e non si metterebbero a rischio i risparmi, il lavoro, le pensioni, le opere d’arte, i monumenti, gli ospedali, i porti o gli aeroporti degli italiani. Il debito pubblico salirà, ma siamo in emergenza».

BAGNAI: ALMENO MODIFICHIAMO IL MES IN BUONAFEDE. Presentazione dei lavori parlamentari

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Intervento quotidiano di Alberto Bagnai in un lungo video nel quale presenta:

  • i lavori parlamentari, con la presentazione di come questi avvengono nella commissione che  fino a giugno presiede;
  • le proposte della Lega per la modifica del decreto di Marzo sul coronavirus,  proposte che prevedevano la prosecuzione del saldo e stralcio, ad esempio, o la sospensione dei versamenti per le società sportive, o un fondo per i comuni per far fronte alle spese. Molte di queste proposte sono state respinte;
  • il MES , verso il cui utilizzo ormai si sta muovendo l’Europa. Si tratta di una vera  e propria trappola, anche se si parla di “Condizionalità leggere”, queste possono comunque sempre essere cambiate a maggioranza. Allora se l’Europa è in buonafede tolga completamente la possibilità di porre condizioni, come pure interrompa definitivamente il “Two pact”, cioè la parte più dura delle norme sul bilancio. Altrimenti siamo in malafede, come sempre, e si applica il classico schema di sopraffazione.

 

 

  • PER IL VIDEO SI RIMANDA A:

 

BAGNAI: ALMENO MODIFICHIAMO IL MES IN BUONAFEDE. Presentazione dei lavori parlamentari

Il premio Nobel per l’economia: “L’Italia può uscire dall’euro, la Germania vi rovina”

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Ce l’ha a morte con la Germania, la considera arrogante, ritiene che l’Italia potrebbe tranquillamente uscire dall’euro senza avere grossi contraccolpi e invita l’Europa a cambiare tutto del suo sistema monetario. No, non è Paolo Savona, il ministro anti-euro ricusato in un primo momento dal Quirinale, e non è neanche Matteo Salvini, tantomeno Giorgia Meloni. L’euro-arrabbiato è un premio Nobel per l’economia, conseguito nel 2001, Joseph Stiglitz, che già lo scorso anno, quando l’alleanza grillo-leghista non era neanche prevedibile, aveva detto, in un convegno a Bologna: “Io credo che sia veramente difficile per l’Italia sopravvivere nell’Eurozona senza che la Germania cambi radicalmente la sua politica. Perché l’austerity è la strada sbagliata, questo è chiaro».

Oggi l’economista rilancia, sugli stessi temi, con un articolo pubblicato su Project Syndicatedal titolo «Can the euro be saved?» («Si può salvare l’ euro?»), durissimo atto d’accusa contro la moneta unica.

«L’ Italia fatica dall’ introduzione dell’ euro. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l’euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni – spesso basate su teorie economico politiche screditate – su deficit, debito, e anche riforme strutturali». Morale della favola? “La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita. L’Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un’ uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell’ eurozona, ma la responsabilità di un’ uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l’ Italia che conterebbe sulla paralisi dell’ Unione europea per scongiurare la rottura finale…”.

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Il premio Nobel per l’economia: “L’Italia può uscire dall’euro, la Germania vi rovina”

Quando la lira vinceva gli “oscar delle monete” assegnati dal Financial Times

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Negli anni del “boom economico”, il prestigioso giornale di economia inglese “Finacial Times” assegnava un premio chiamato “oscar delle monete“, la lira lo vinse due volte nel 1959 e nel 1964.

Vediamo i dettagli in alcuni articoli dell’epoca, che riprendo dall’archivio de “La Stampa”. Riporto gli articoli per intero visto che non sono troppo lunghi. Cominciamo!

L’ «Oscar» 1959 della moneta assegnato alla lira italiana

Pubblicati dal “Financial Times” di Londra i giudizi del comitato – La nostra valuta “si è affermata una delle più torti del mondo a coronamento di una ripresa durata parecchi anni”

Londra, 11 gennaio 1960

Un comitato di esperti, inglesi e stranieri, ha oggi assegnato alla lira italiana il « premio Oscar finanziario » per il 1959. La decisione — pur non avendo valore pratico — riflette la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta e il loro compiacimento per la destrezza con cui tale obbiettivo è stato conseguito.

L’ «Oscar» 1959 della moneta assegnato alla lira italiana

Pubblicati dal “Financial Times” di Londra i giudizi del comitato – La nostra valuta “si è affermata una delle più torti del mondo a coronamento di una ripresa durata parecchi anni”

Londra, 11 gennaio 1960

Un comitato di esperti, inglesi e stranieri, ha oggi assegnato alla lira italiana il « premio Oscar finanziario » per il 1959. La decisione — pur non avendo valore pratico — riflette la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta e il loro compiacimento per la destrezza con cui tale obbiettivo è stato conseguito.

In Italia nello scorso anno

L’espansione economica calcolata del 10% circa

Roma, 11 gennaio. Secondo le rilevazioni dell’Istituto Nazionale per la congiuntura, il 1959, anno di ripresa per l’economia mondiale, trova al suo termine le economie occidentali in espansione, più o meno pronunciata a seconda delle caratteristiche dei singoli sistemi economici. In Italia l’espansione economica si è concretizzata nel 1959, In un saggio di incremento complessivo tra il 9 e il 10 per cento rispetto all’anno precedente. (…)

Andiamo avanti

A Menichella l’Oscar del più abile governatore di banca nazionale

Londra, 23 gennaio 1961

Il Financial Times ha oggi assegnato il suo « Oscar » per il 1960 al dottor Donato Menichella come il più abile governatore di banca nazionale dell’anno. Il comitato incaricato di assegnare questo riconoscimento rileva che il dottor Menichella non è più, da qualche tempo, governatore della Banca d’Italia ma osserva: «Grazie in larga misura al modo abile e realistico con cui egli ha organizzato l’opera di sviluppo e di attuazione della politica monetaria italiana nel decennio successivo al 1950, è stato possibile all’Italia fare della propria moneta una delle più solide monete al mondo e, nello stesso tempo, realizzare un sensazionale progresso economico ».

L’« Oscar» per quello che riguarda la moneta nazionale è andato per il 1960, al peso argentino; quello per la politica deflazionistica alla Svizzera.

Altri « Oscar » sono stati: assegnati: al Giappone, per; avere ottenuto un considerevole aumento della produzione per il secondo anno consecutivo, pur controllando l’inflazione; alla Germania, per il suo atteggiamento di sfida, essendosi rifiutata di attenuare l’imbarazzo altrui derivante dall’attivo della sua bilancia dei pagamenti, elevando il valore del marco ad un livello più realistico; all’amministrazione Eisenhower, « per il provvedimento più impopolare », quello del mancato aumento del prezzo dell’oro.

Infine un « Oscar » è andato anche alle autorità finanziarie britanniche « per la più grande delusione ». Delusione, spiega il giornale, causata dall’incapacità di attuare una riforma monetaria basata sul sistema decimale.

Le stesse motivazioni le troviamo nel rapporto annuale sul 1959della Banca d’Italia, anno in cui Menichella ha concluso il suo mandato di governatore. A pagina 432-433 leggiamo:

« Il dott. Donato Menichella, dopo di aver ricoperto la ca­rica di Governatore con incomparabile dignità, competenza e solerzia durante un decennio, in uno dei periodi più difficili della storia economica nazionale, è stato costretto a rinunciarvi per motivi di salute.

A nome di tutti i Partecipanti esprimo il più profondo rammarico per questa decisione e per le cause che l’hanno determinata, rinnovando al dott. Menichella il nostro cordiale e affettuoso saluto e un caloroso ringraziamento per l’opera alta­mente meritoria che egli ha svolto a difesa della nostra moneta.

Egli è stato un esemplare servitore dello Stato e soprattutto i risparmiatori italiani nutriranno sempre per lui la più schietta gratitudine, nella certezza che le future generazioni non dimen­ticheranno la sua tenace difesa della stabilità della lira, che è stata una condizione essenziale della ripresa economica del Paese, che abbiamo la gioia di constatare. »

Inoltre, ricordiamo che Menichella fu direttore generale dell’IRI dalla fondazione dal 1933 fino al 1946, e l’autore del testo della legge bancaria del 1936 che separava le banche ordinarie da quelle che giocano in borsa.

Andiamo avanti

Da una commissione di esperti del “Financial Times”

Alla lira l’«Oscar» delle monete per la sua rapida ripresa nel ’64

La motivazione: «In pochi mesi, da quando sembrava sull’orlo della svalutazione, la lira ha riacquistato considerevole vigore» – Un altro premio all’Italia «per la condotta economica più coraggiosa»

(Dal nostro corrispondente)

Londra, 1 febbraio 1965

La lira è stata nominata « moneta vedetta » del 1964 e, per questa sua brillante prova, ha ricevuto l’Oscar del quotidiano londinese Financial Times. Lo stesso simbolico premio fu assegnato alla nostra moneta nel 1959. Allora le fu dato « come una delle valute più forti del mondo », questa volta per la sua spettacolosa ripresa, dopo la crisi dei primi mesi dell’anno.

La scelta è stata fatta da una commissione di esperti, presieduta da «Lombard», pseudonimo di uno dei più autorevoli redattori del giornale. Un grande titolo annuncia questo ed altri riconoscimenti al nostro paese: « L’Italia in testa ai vincitori degli Oscar 1964».

« Moneta vedetta dell’anno testé trascorso — leggiamo fu la lira italiana. Il miglioramento nella sorte di questa moneta ebbe drammatica rapidità. In pochi mesi soltanto, da quando pareva essere sull’orlo della svalutazione, la lira riacquistava considerevole vigore. Ne è una prova il fatto che, nonostante una pessima partenza, la bilancia dei pagamenti italiana finiva l’anno con un attivo di seicento milioni di dollari, mentre, nel dicembre ’63, mostrava un deficit di oltre un miliardo di dollari ».

Il Financial Times prosegue: « La commissione aggiudicatrìce è rimasta inoltre impressionata dall’abilità con cui le autorità italiane si sono messe all’opera per sanare le conseguenze della loro precedente trascuratezza durante il deterioramento nella situazione economica. E soprattutto è rimasta impressionata dalla sagacia con cui tali autorità sono riuscite a ridurre drasticamente le importazioni senza accendere il solito antagonismo nei paesi stranieri ».

Non è questo il solo Oscar raccolto oggi dall’Italia. Il nostro paese riceve anche quello « per la condotta economica più coraggiosa ». Le breve motivazione spiega: « Questo premio è assegnato all’Italia per essersi rifiutata di accettare le condizioni che i suoi partners del Mec intendevano esigere allorché s’offrirono di districare la lira dalla crisi all’inizio del ’64: e per aver messo simultaneamente gli Stati Uniti sotto pressione affinché accorressero con slancio in suo aiuto ».

Ed ecco gli altri Oscar. «Per la migliore prova complessiva»: vince la Grecia.

« Per la miglior politica deflazionistica »: vince l’Australia.

« Per la più intrepida direzione economica ». Il premio va per il terzo anno di seguito al Giappone.

Ma vi sono anche premi negativi: e sono aggiudicati tutti alla Gran Bretagna. L’Oscar per il « più grosso fiasco » va alla Banca d’Inghilterra per la sua « controproducente » decisione di aumentare del 2 per cento (dal 5 al 7) il tasso di sconto alla fine di novembre.

Quello per la « più grossa delusione » va al programma di emergenza governativo, assai simile alle «notorie misure del ’61 ». E quello per l’« iniziativa più impopolare » alla decisione laburista di imporre una soprattassa del 15 per cento sulle importazioni dall’estero.


Come avete visto, gli accordi di Bretton Wood non erano poi così rigidi, mentre per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti la Banca d’Italia – sul rapporto annuale 1964 – dava questi dati:

« La bilancia dei pagamenti economica dell’Italia ha presentato nel 1964 un saldo attivo di 774 milioni di dollari, il più elevato dell’ultimo quin­quennio (fig. 21). Nel 1963 la bilancia dei pagamenti si era chiusa con un disavanzo di 1.252 milioni di dollari. »

Un dato quindi, quello del 64, ancora migliore di quello riportato dall’articolo de La Stampa.

Gli oscar finanziari ’65

La lira al secondo posto tra le valute più forti

Primo il dollaro canadese

(Nostro servizio particolare)

Londra, 24 gennaio 1966

La lista dei premi « Oscar 1965 » per l’economia che vengono assegnati ogni anno da Lombard, redattore del « Financial Times » vede la lira italiana al secondo posto tra le valute più stabili. Il primo posto è detenuto dal dollaro canadese, che ha avuto questo riconoscimento non soltanto per la forza mostrata durante tutto l’anno e per il considerevole ammontare di riserve che tale forza è riuscita ad assicurare alle casse canadesi, ma anche per il fatto che, nello stesso tempo, l’economia dello Stato nord-americano si è sviluppata con ritmo soddisfacente.

« Il secondo posto — prosegue Lombard nella sua presentazione — va all’Italia, per aver mostrato nella sua bilancia dei pagamenti una solidità tale da assicurarle un ammontare di riserve pari a quattro miliardi di dollari ». Ma il Comitato fa rilevare che « questa ammirevole dimostrazione è dovuta in parte al ritmo eccessivamente lento della riespansione economica italiana, l’Italia non si è potuta qualificare per un premio maggiore

Il premio per la migliore prova mostrata da una singola economia nazionale nel suo complesso è andato alla Norvegia mentre quello per la migliore politica disinflazionistica è stato assegnato all’Australia per il secondo anno consecutivo. (Ansa)

Il successore di Menichella fu Guido Carli, lo stesso Guido Carli che nel 1992 andrà a negoziare e firmare il trattato di Maastricht e la conseguente perdita di sovranità monetaria, ma questa è un’altra storia.

da

Quando la lira vinceva gli “oscar delle monete” assegnati dal Financial Times

Partite IVA e precari: lo sfogo

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Da partita iva, sopravvissuta non so come, a decenni di sterminio fiscale e crollo delle vendite, voglio ringraziare, in maniera commossa, questo impareggiabile governo, per il fantastico supporto della mirabile somma di 600 € una tantum e per il rinvio del versamento F24 al 31 maggio.
Questo si che è proteggere le PMI e aiutare con forza gli autonomi! Ora si che possiamo programmare un età dell’oro, ho già prenotato barca e vacanza ai tropici, con tanto di bandiera tricolore, s’intende e chitarra per suonare l’inno.

Il fatturato è completamente a zero, ma, per pagare affitto, spesa e tutto il resto, hanno tirato fuori dei meravigliosi certificati di credito d’imposta che saranno immessi in grande quantità: si chiameranno “sta minchia”.
Devi pagare le rate della macchina o dei beni strumentali? C’è “sta minchia”
Devi pagare dipendenti e fornitori? Tranquillo, ricorri a “sta minchia”
L’attività è chiusa o ferma e non sai come vivere? Nessun problema, paghi con “sta minchia”.
Sono dei buoni tricolore, al centro c’è la faccia (il culo) di Conte, ai lati quella di Di Maio e di Gualtieri.
Dall’altro lato del buono ci sono invece le fattezze di Salvini, Meloni e Berlusconi, che ci ha tenuto ad esserci, prima di fuggire in esilio con la sua nuova mignot………fiamma.

Li ringraziamo tutti sentitamente, i primi soprattutto per l’ardire di parlare di “modello Italia”, che il mondo segue con ammirazione, mentre ci elargiscono questa miseria che sa di estrema unzione, quando invece la Germania ha messo sul piatto liquidità illimitata per le proprie imprese e una immediata pioggia di 550 miliardi (venti volte più di sti scienziati).
I secondi per continuare a sparare fragnacce h 24, senza minimamente accennare alle uniche cose che ci salverebbero nell’immediato, cioè banca di Stato pubblica e il lancio definitivo nel cesso dei parametri di Maastricht.

Se il virus ha un solo lato buono, è proprio quello di rappresentare un occasione unica e irripetibile, per mandare a fare in culo austerità, parametri, euro e troika, di fronte alla catastrofe altrimenti certa.
Ma nessuno dei nostri “Prodi” la prende minimamente in considerazione.
Voi però state tranquilli, continuate a suonare, a cantare, a dire che saremo più forti di prima, proprio mentre ci stanno prendendo le misure per la bara.
Un ultimo consiglio: alle finestre non attaccate le bandiere o gli arcobaleni, attaccate le mutande.
Così quelle, forse, ve li ritroverete. Almeno eviteremo il raccapricciante spettacolo delle mani avanti e dietro.

Marco Palladino 17/3/2020

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Partite IVA e precari: lo sfogo

MES: il vero virus che distruggerà l’Italia

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Approfittando dell’epidemia, i burocrati di Bruxelles guidati dal ministro Gualtieri, con la complicità di Conte, hanno anticipato l’approvazione sulle norme che distruggeranno quel che resta dell’economia nazionale

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Se Conte e Gualtieri fossero uomini politici seri e responsabili chiederebbero per prima cosa all’UE il rinvio della riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) il discusso fondo “salvastati”.
Pensate che quei signori inqualificabili che sono i burocrati di Bruxelles lo hanno inserito addirittura come primo punto all’ordine del giorno della riunione dell’Eurogruppo di lunedì prossimo 16 marzo… Talmente importante che la discussione di provvedimenti contro il Covid-19 slitta addirittura al terzo posto.

La discussione era originariamente prevista per aprile, ma è stata anticipato, probabilmente proprio per approfittare del coronavirus utilizzato come “arma di distrazione di massa”.

Invece il premier Conte e, naturalmente, il ministro Gualtieri (che peraltro prende ordini solo dalla BCE) non hanno neppure risposto alla esplicita richiesta in tal senso formulata da Salvini e dalla Meloni nel corso dell’incontro avuto ieri a Palazzo Chigi.

Può sembrare assurdo ma il MES è una minaccia ancora peggiore del coronavirus. L’epidemia ci colpisce e falcidia per qualche settimana o mese: il MES ci porterà tutti definitivamente alla fame per anni (l’esempio della Grecia è sotto gli occhi di tutti).

Non può stupire, dunque, che oltre all’emergenza coronavirus, Matteo Salvini abbia ricordato che: “Sullo sfondo di tutto c’è il silenzio dell’Ue che pensa più al MES che al virus e che dimostra ancora una volta la sua lontananza dagli italiani». «L’Europa è totalmente assente, deve svegliarsi» ha aggiunto Giorgia Meloni.

Purtroppo, l’introduzione del MES, così come previsto dall’UE, è proprio il motivo principale della presenza di Gualtieri nel governo che, ancor prima di diventare ministro spinse lo scellerato Conte a firmare l’impegno a nome di un’Italia che non ne sapeva nulla. Non ci meraviglieremmo quindi se lunedì Conte darà ancora una volta l’ok.

Come sappiamo l’esecutivo Conte-Gualtieri è nato proprio da un esperimento genetico costruito nei laboratori di Bruxelles.

Gualtieri, collaboratore di Cristine Lagarde, rappresentante della Open society di Soros, può essere considerato il garante dei poteri forti UE per i ruoli ricoperti nelle istituzioni europee, prima di venire a fare il ministro per rovinarci del tutto.

L’ok alla riforma del MES, nel testo attuale, darà il colpo di grazia all’economia italiana, in quanto il nostro Paese dovrebbe versare centinaia di miliardi al fondo, al quale però non potrebbe mai attingere, perché per ottenerne l’aiuto finanziario occorrerebbe non essere sottoposti a procedura per disavanzi eccessivi. Sappiamo bene che, invece, l’Italia – soprattutto ora – non ha certo un deficit inferiore al 3% del Pil né un rapporto fra debito e Pil inferiore al 60%. Anzi, sia con la manovra economica di dicembre sia, ora, con la richiesta di “sforamento” per l’emergenza coronavirus, Gualtieri ha fatto di tutto per portarci fuori da questi parametri.

da “Italia Oggi”

Perché? Perché in queste condizioni l’Italia dovrebbe sottostare a una serie di condizioni capestro per qualsiasi contributo. Di fatto verrebbe commissariata dalla UE o meglio dalla famigerata Troika: UE-BCE-FMI che spolperebbe il nostro Paese di ogni residuo tesoro (Ferrovie, Poste, Leonardo, Fincantieri…).

Oggi l’Italia è economicamente, politicamente e moralmente molto più debole di qualche mese fa e la cattiva gestione dell’emergenza coronavirus ci ha dato il colpo di grazia.
Siamo il Paese con più contagi e morti dopo la Cina e questo grazie solo e soltanto a una politica dissennata, come ormai unariamente riconosciuto a libello mondiale. Un governo inetto che prima ha sottovalutato il pericolo, poi perso tempo, non ha avuto (e non ha) coraggio, ha preso decisioni sbagliate e contraddittorie, sordo agli appelli che giungevano dalle regioni, dagli ospedali e dai virologi.

Dopo Caporetto il governo si dimise e venne sostituito anche il Capo di Stato Maggiore. Qui invece il presidente della Repubblica tace mentre quello del Consiglio dichiara con incredibile faccia di tolla  «Avverto l’opportunità di un coordinamento per l’approvvigionamento di macchinari e attrezzature sanitarie». Capito? Solo il 9 marzo il presidente del Consiglio si è accorto che servono attrezzature: un mese dopo l’inizio dei contagi in Italia, due mesi dopo l’allarme internazionale.

Eppure. sarà proprio questo primo ministro, nominato a Bruxelles e solo ratificato dal Colle ad andare lunedì 16 a dare il benestare al MES e alle nuove norme che affosseranno definitivamente il nostro Paese. Se non riusciremo a fermarlo prima.

 

 

 

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MES: il vero virus che distruggerà l’Italia

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