Il mito del “libero” commercio globale

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Risultati immagini per contro il mercato globaleSegnalazione di Federico Prati

di Pepe Escobar

La chiave del TTIP è il cosiddetto meccanismo di risoluzione delle dispute tra investitori e stati, che essenzialmente dà alle grande compagnie il potere di fare causa ai governi per “mancata implementazione”, nel caso le politiche o le leggi statali interferiscano con i loro profitti. Ma si tratta solo di commercio o c’è dell’altro?
C’era una diretta e cruciale agenda “segreta” che collegava l’incontro del G7 in Germania con quello del Bilderberg, tenutosi in Austria la settimana scorsa: l’avanzamento dei negoziati virtualmente segreti per il Partenariato Transatlantico per il Commercio e l’Investimento, l’imponente accordo commerciale tra USA e UE. Sebbene i poteri aziendali dietro al TTIP scalpitino affinché venga raggiunto un accordo prima della fine del 2015, restano dei seri problemi.

E poi c’è stato il voto di venerdì scorso al Congresso USA. Di fatto due voti: uno per autorizzare il governo USA a seguire la “procedura accelerata” per concludere accordi commerciali, e l’altro per aiutare i lavoratori statunitensi che, in conseguenza degli accordi commerciali, lottano per competere con le importazioni . La procedura accelerata è passata, ma non l’assistenza di adeguamento. Quindi il Senato USA dovrà revisionare la procedura accelerata. Non un divertimento per i poteri aziendali dietro al TPP (e al TTIP).
Eppure l’intero affare va molto oltre la completa autorità presidenziale a negoziare accordi oscuri come il TTIP, il TPP e l’Accordo sul Commercio di Servizi (TISA). L’amministrazione Obama insiste che, una volta concluso l’accordo del Pacifico, per i lavoratori statunitensi ci sarà una cascata di benefici. Ma ciò è altamente discutibile. Continua a leggere

Bilderberg 2015: guerra segreta al denaro contante

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bilderberg_2015

Per alcuni una guerra nascosto contro il denaro contante è in atto da tempo.

Alcuni giornalisti investigativi hanno confermato che le discussioni private tra i mediatori di alto livello di tutto il mondo includono accordi per limitare la valuta e sanzionare – o in ultima analisi anche vietare – in contanti.

Il gruppo Bilderberg ha discusso il progetto di imporre più controlli dei capitali dei cittadini medi, mentre i direttori di HSBC vogliono combattere il riciclaggio di denaro illegale proveniente dal narcotraffico e dare nuovi idee alla struttura fiscale affinché tutti debbano pagare le tasse.

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TTIP? E’ la presa del potere segreta delle multinazionali

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di Joseph Stiglitz – 19/05/2015
Fonte: L’AntiDiplomatico

Il premio Nobel per l’economia: ‘Io spero che i cittadini dell’Europa rispondano con un sonoro no’. Se solo la loro opinione contasse ancora qualcosa…

Mentre Stati Uniti e Unione Europea discutono in gran segreto l’accordo di libero scambio, il famigerato TTIP, che sarebbe la fine ultima di democrazia, benessere e diritti sociali per l’Italia, nel suo ultimo articolo su the Project Syndicate il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz scrive come questi che un tempo si chiamavano “accordi di libero scambio” oggi sono sempre più spesso considerati “partnership”. Ma non si tratta di partnership eque: gli Usa dettano effettivamente i termini.

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Latouche: “L’economia ha fallito, il capitalismo è guerra, la globalizzazione violenza”

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di Giuliano Balestrieri

Il teorico della decrescita felice interviene al Bergamo Festival: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio”. E poi critica l’Expo: “E’ la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori. Serve un passo indietro, siamo ossessionati dall’accumulo e dai numeri” Continua a leggere

Ci hanno portato via il lavoro, ecco la causa del disastro

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La finanza non spiega tutto: dietro la crisi dell’Occidente, con la fuga dell’industria verso l’ex terzo mondo globalizzato, rappresenta la punizione storica del capitale contro lavoratori evoluti, ben pagati e tutelati da importanti diritti. Lo sostiene Aldo Giannuli, rileggendo il senso della catastrofe in corso, che sta letteralmente devastando l’Europa. «Dalla fine degli anni settanta – scrive lo storico dell’ateneo milanese – si è manifestata a livello mondiale una  tendenza al calo dell’occupazione manifatturiera, nonostante un forte incremento assoluto di produzione industriale». Fenomeno in larga parte spiegabile con il “salto” tecnologico prodotto dalla combinazione fra robot e informatica, che ha drasticamente ridotto la domanda di forza lavoro. Ma attenzione: questo calo non è avvenuto in modo omogeneo: mentre la componente industriale è aumentata vorticosamente nei paesi in via di sviluppo, specie in Asia (Corea e Thailandia, Singapore, Taiwan, e poi Cina, India, Vietnam, Indonesia), coinvolgendo quindi anche Messico, Egitto, Turchia e Argentina), nei paesi avanzati l’occupazione industriale è crollata. Addio lavoro in fabbrica negli Usa, in Europa e in Giappone. Idem nei paesi dell’ex blocco sovietico, salvo Polonia, Germania Orientale e Boemia.
«Questo andamento – scrive Giannuli nel suo blog – è stato determinato in larga parte da un sostenuto processo di deindustrializzazione dei paesi avanzati, nei quali sono stati fortemente ridimensionati settori quali la siderurgia, i materiali da Aldo Giannulicostruzione, la chimica base, il tessile e, parzialmente, l’alimentare». Siamo ormai nella “fabbrica globale”, per cui in alcuni settori (trasporti e meccanica, ma anche informatica e telecomunicazioni) i singoli componenti sono prodotti in diversi paesi emergenti, per essere poi assemblati negli stabilimenti della ditta che firma il prodotto. «Di fatto, in Occidente hanno resistito solo pochi settori (come la chimica fine, l’ottica o la farmaceutica) e hanno conosciuto un incremento (sia in termini di occupati che di fatturato) le sole industrie delle armi, del settore satellitare e del lusso». Questo processo, continua Giannuli, è stato determinato dal massiccio trasferimento di capitali e impianti in paesi dell’Asia e dell’America Latina e dal parallelo processo di smobilitazione industriale nei paesi avanzati. «Tutto ciò è stato il frutto di diversi fattori come il rigetto delle popolazioni locali nei confronti delle lavorazioni altamente inquinanti, ma soprattutto dall’esigenza di parte imprenditoriale di abbattere i salari». Così, le delocalizzazioni «sono state la principale arma imprenditoriale nella rivincita contro i lavoratori».

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Guerra tra banche

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SWISSLEAKS: DAL 'PORTABORSE' DI ASSAD AI TRAFFICANTI DI ARMISegnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo un articolo dell’economista ticinese Alfonso Tuor sulla questione del coinvolgimento della Cia nello scandalo HSBC. 
 
La CIA dietro la lista Falciani, di Alfonso Tuor
L’ex impiegato della HSBC di Ginevra sostiene che si trattava di una guerra economica per indebolire le banche europee
 
La vicenda di quello che è stato chiamato lo Edward Snowden della finanza si tinge di colori sempre più inquietanti. Infatti Hervé Falciani, in un’intervista pubblicata dal Financial Times sabato 25 aprile, afferma che la CIA era direttamente coinvolta nella sottrazione dei dati dei clienti della filiale svizzera del colosso bancario HSBC. Insomma, Hervé Falciani non avrebbe agito da solo, come invece sostengono le autorità svizzere e la stessa banca, ma sarebbe stato uno strumento di una “rete” di persone tra le quali spiccavano agenti della CIA. Addirittura queste persone avrebbero insegnato allo stesso Falciani come aggirare le protezioni informatiche dell’istituto per copiare l’insieme dei dati. L’ex informatico della sede ginevrina di HSBC sostiene pure che in un processo proverà il coinvolgimento della CIA non solo nel sottrarre i dati, ma anche nell’aiuto prestato perché questi files giungessero nelle mani delle autorità giuste. Lo scopo dei servizi segreti americani era di scardinare un bastione del sistema bancario europeo in quella che lo stesso Falciani definisce una vera e propria guerra economica.
Il quotidiano inglese dubita sulla veridicità dei racconti di Falciani, anche se il tempo dei fatti e quanto successe in quegli anni danno grande credibilità alle parole dell’ex informatico. Infatti Hervé Falciani scappò dalla Svizzera nei primi mesi del 2008 portando con sé i dati relativi a più di 100mila clienti della banca. Dunque, questi avvenimenti avvengono proprio mentre si sviluppa la grande offensiva statunitense contro UBS e contro il segreto bancario svizzero, che – come molti hanno scritto – non era tanto mossa dall’obiettivo di lottare contro l’evasione fiscale, quanto da quello di indebolire dei concorrenti e di favorire le banche di Wall Street. Ma questa analisi dei fatti non era confortata da prove che dimostrerebbero che i servizi segreti americani erano coinvolti in attività illecite su suolo svizzero. La conferma in un processo di queste affermazioni sarebbe clamorosa e dovrebbe comportare anche una reazione appropriata del nostro Paese.
Si tratterebbe di una brutta gatta da pelare per il Consiglio federale. E infatti non sorprende che almeno finora queste dichiarazioni dell’ex impiegato di HSBC siano passate “inosservate”. E molto probabilmente resteranno così, poiché nessun Paese vuole veramente intentare un processo contro Hervé Falciani.
Ma se analizziamo quanto è successo negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, si nota che è continuata l’offensiva americana contro il sistema bancario svizzero ed anche europeo. E oggi, nonostante proprio le banche americane siano state la causa della crisi, si deve constatare che tutti i loro principali concorrenti (non solo svizzeri) sono stati ridimensionati, spesso costringendole a patteggiamenti su comportamenti che non erano chiaramente irregolari, come è capitato alla francese BNP-Paribas costretta a pagare 9 miliardi di dollari. Insomma con le buone e con le cattive il dominio di Wall Street e delle sue banche è stato ripristinato. In questo contesto le proposte americane di creare un mercato unico transatlantico (cui anche la Svizzera sarebbe costretta a fare parte), che sono attualmente oggetto di trattative segrete tra Washington e Bruxelles, dovrebbero essere valutate con grande rigore per far sî che l’Europa non sia sempre il “servetto” degli Stati Uniti.
 
 
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Euro: cechi, polacchi e svedesi contro l’adozione della moneta unica

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NO EURO

Una fetta consistente degli europei che in futuro dovranno adottare la moneta unica non sono affatto ansiosi di entrare nell’Eurozona, anzi. I più contrari sono i cechi (70%), seguiti da svedesi (66%) e polacchi (53%), mentre la maggioranza di romeni (68%), ungheresi (60%), bulgari (55%) e croati (53%) sono invece a favore della nuova moneta.

A disegnare questo quadro è l’ultima indagine di Eurobarometro condotta dal 20 al 22 aprile nei sette Paesi Ue che hanno ancora la propria valuta e non hanno una clausola di ‘opt-out’ come Danimarca e Gran Bretagna. Secondo l’indagine, l’euro avrebbe effetti positivi per il proprio Paese per oltre la metà degli intervistati in Romania (54%) e il 50% in Ungheria, contro un 40% in Bulgaria, il 39% in Polonia, il 38% in Svezia e appena il 26% nella Repubblica Ceca.

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Quando Draghi diede ragione ad Auriti

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Nell’aprile del 2011 l’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, partecipò all’inaugurazione della mostra “ La moneta dell’Italia Unita: dalla Lira all’Euro” in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia. In tale occasione fece un intervento che squarciò il velo sulla reale concezione di moneta smontando le teorie economiche che identificano la moneta come merce. Ma in quelle dichiarazioni diede implicitamente ragione ad Auriti parlando di “valore della moneta per fiducia” e di “potere di acquisto” della moneta. Quello che Auriti chiamava VALORE INDOTTO.

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Il piano Kalergi: il genocidio dei popoli europei

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ADDIO EUROPA

L’immigrazione di massa è un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema e che la propaganda multietnica si sforza falsamente di rappresentare come inevitabile. Con questo articolo intendiamo dimostrare una volta per tutte che non si tratta di un fenomeno spontaneo. Ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente.

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Kennedy si oppose al signoraggio e pagò con la vita. Ma non era un buon Presidente…

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JFK si oppose allo strapotere delle banche, che creavano denaro dal nulla e indebitavano gli USA (come le altre nazioni) e pagò questa sua coraggiosa mossa con la vita. Ma da qui a dipingerlo come il “presidente buono” ce ne corre. Anche lui ha le sue ombre. 

In realtà Kennedy, ebbe un ruolo importante nel dichiarare guerra al Vietnam, quindi queste parole, ammesso che le abbia mai pronunciate, valgono quanto le espressioni gioiose di Renzi per la presunta ripresa del paese…

Kennedy è stato l’ultimo presidente USA a mettersi contro i poteri forti; si inimicò la Federal Reserve con l’ordine esecutivo 11110 che consentiva al Ministero del Tesoro americano di stampare ‘moneta di stato’ fuori dal controllo della FED; denaro senza debito prontamente ritirato dal suo successore… un atto di coraggio pagato con la vita, ma questo non deve indurre a pensare che fosse un “eroe” che si è immolato per il bene dell’umanità. Ne che fosse sganciato dalle logiche tipiche del potere (altrimenti non sarebbe diventato presidente degli USA)

« Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza. Il Vietnam è il posto giusto per dimostrarlo” » (John F. Kennedy al direttore del New York Times, James Reston, nel giugno 1961) da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Vietnam
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