Il principio di autorità: davvero chi non è in comunione con Bergoglio è fuori dalla Chiesa?

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Pubblichiamo questo articolo di don Francesco Ricossa perché riteniamo che quanto scrive possa essere un’utile, esaustiva risposta a tutti coloro che, in buona o in cattiva fede, accusano chi non è in comunione coi “papi conciliari” di essere fuori dalla Chiesa. L’ironia e la sagacia sono particolarmente apprezzati. (N.d.R.)

Fonte: https://www.aldomariavalli.it/2022/01/08/il-principio-di-autorita-la-botte-piena-e-la-moglie-ubriaca-una-risposta-di-don-ricossa/

Cari amici di Duc in altum, ieri ho pubblicato la lettera di un lettore che mi critica perché ho ospitato nel blog un intervento di don Francesco Ricossa, superiore dell’Istituto Mater Boni Consilii. Poiché l’Istituto – questa la tesi del lettore – non riconosce Francesco come papa, esso si pone fuori dalla Chiesa cattolica e, di conseguenza, non può intervenire su questioni cattoliche. Al lettore ho risposto che non guardo alle etichette appiccicate sopra le persone, ma alle idee sostenute e all’amore nella ricerca della verità. E oggi, con un efficace ricorso all’ironia, risponde lo stesso don Ricossa.  

***

di don Francesco Ricossa

Caro Valli,

come lei sa, mi aveva chiesto un commento all’articolo di The Wanderer (La confessione di Pietro e un “dubium” teologico), commento che lei ha gentilmente pubblicato sul suo blog con il titolo A quali condizioni Pietro è veramente roccia. Ora vedo la sua risposta alla lettera di un suo lettore, che critica la pubblicazione del mio intervento in quanto lei avrebbe affidato il commento al dubbio di The Wanderer a una persona che “si pone al di fuori della Chiesa cattolica”.

Il suo lettore, per la verità, non entra e si rifiuta di entrare nel merito della questione (“non entro nel merito del contenuto dell’articolo”); infatti egli non solo rifiuta di esaminare quanto da me sostenuto, ma persino quanto scritto da The Wanderer (che giunge al punto di dubitare che J. M. Bergoglio creda alla divinità di Cristo): un “non cattolico”, quale sarei io, non avrebbe diritto di trattare di questioni interne alla Chiesa cattolica e “non ha alcun senso dibattere con lui e chiedere il suo parere circa un problema che riguarda specificamente la teologia cattolica”.

In proposito le invio queste poche righe, evitando di trattare degli altri argomenti sollevati dal suo interlocutore, che non mi concernono.

Per quel che mi riguarda, mi preme rendere qui testimonianza della mia Fede cattolica e del mio amore per la Chiesa, nella quale sono nato, vivo e intendo morire. Nel ricevere gli ordini sacri, ho prestato come prescritto il giuramento antimodernista, e professato solennemente la professione di Fede del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano che la Chiesa richiede agli ordinandi. Credo e professo ogni singolo articolo di questa professione di Fede, aborrisco ogni errore ad essa contrario, e se avessi errato in qualunque mio scritto o affermazione contro l’insegnamento della Chiesa ritratto fin d’ora qualunque proposizione contraria a questo insegnamento.

Poiché suppongo che questa mia professione di fede non convincerà il suo lettore, mi voglio porre tuttavia dal suo punto di vista, dal punto di vista cioè di colui che riconosce J. M. Bergoglio come il legittimo Pontefice della Chiesa cattolica, Vicario di Cristo e Successore di Pietro. È questo infatti il motivo per cui il suo interlocutore non mi considera cattolico – pur esponendo in maniera confusa se non errata il mio pensiero (“il soglio di Pietro sarebbe, secondo i sedeprivazionisti, occupato formalmente ma non sostanzialmente, il che vuol dire che di fatto Papa Francesco non sarebbe Papa”; non conosco i sedeprivazionisti e, quanto a padre Guérard des Lauriers o.p., la sua tesi teologica sostiene che Paolo VI e successori occupano materialmente ma non formalmente la Sede di Pietro).

Mettendomi, come detto, nei panni del suo interlocutore, nei panni cioè di coloro che riconoscono senza difficoltà alcuna in J. M. Bergoglio la roccia su cui è edificata la Chiesa di Cristo, mi permetto di far notare quanto segue.

Sono entrato nella Chiesa cattolica il giorno dopo la mia nascita, con il Santo Battesimo (era il 1958). Da allora, come detto, non ho mai dubitato o negato alcuna verità rivelata e che la Santa Chiesa propone a credere (il suo lettore non ne cita neppure una, d’altronde), né ho aderito ad altra confessione religiosa, né sono incorso in alcuna censura di scomunica che avrebbe potuto separarmi dalla Chiesa. Il suo lettore obietterà che sono incorso in una scomunica latae sententiae o ipso facto per non essere in comunione con Papa Francesco, ma a questo proposito non c’è stata finora alcuna sentenza di condanna o anche solo di notificazione dell’essere incorso in detta censura. Se anche essa fosse in futuro comminata, ci sarebbe da chiedersi quale ne sarebbe il valore, provenendo da una autorità che è sospettata persino di non credere pubblicamente nella divinità di Cristo (non sono io che lo affermo, ma l’articolo di The Wanderer, che non ha suscitato nel suo lettore una reazione ostile).

Mettiamo comunque che il suo lettore abbia ragione e che, per motivo di scisma (non essendo in comunione con “Papa Francesco”), mi sarei escluso dalla Chiesa cattolica. In questo caso (dato e non concesso), sarei, secondo il Sacrosanto Concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Lumen Gentium, in comunione imperfetta con la Chiesa cattolica, in virtù del valido battesimo, e ancor più della valida celebrazione della Eucarestia (o il suo interlocutore non riconosce il Vaticano II?). A questi “fratelli separati”, in comunione imperfetta con la Chiesa cattolica, il suo interlocutore proibisce di poter intervenire su questioni riguardanti la teologia cattolica, e a lei di ospitare i loro scritti (senza necessariamente condividerli, d’altronde, visto che molti autori da lei pubblicati difendono altre opinioni). L’opinione del suo lettore mi sembra legata a una disciplina preconciliare, in opposizione al magistero e alla disciplina della Chiesa conciliare (o forse il lettore rigetta l’uno e l’altra?). Mi limiterò ad alcuni esempi.

Durante il Concilio Vaticano II numerosi teologi, questi sì certamente acattolici, furono invitati ufficialmente a partecipare come osservatori all’assise conciliare. È vero che non avevano diritto di parola e di voto, ma è anche vero che collaborarono attivamente all’elaborazione degli schemi conciliari poi votati dai Padri, soprattutto in tema di ecumenismo e libertà religiosa. In materia di dialogo interreligioso (dichiarazione Nostra aetate) la collaborazione con il segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani istituito nel 1960 da San Giovanni XXIII e allora presieduto dal cardinal Bea si estese anche ai non cristiani, in primis lo storico Jules Marx Isaac, appartenente ai B’nai B’rith, che per primo richiese la stesura di un tale documento. La Curia romana comprende attualmente un Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (erede del segretariato di cui sopra), un Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (ex segretariato per i non cristiani) e un Pontificio consiglio per la cultura, erede del Pontificio consiglio per il dialogo con i non credenti (istituito da san Paolo VI nel 1965). Il suo interlocutore sembra legato a forme ormai superate dalle decisioni conciliari, come i metodi del Sant’Uffizio, soppresso da san Paolo VI nel 1965 e sostituito dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stagione ecumenica e interreligiosa ha portato a una intensa collaborazione dottrinale con i non cattolici, i non cristiani e i non credenti, con risultati concreti come i documenti congiunti sottoscritti da cattolici e non cattolici: mi limiterò a citare la dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione, oppure la cosiddetta dichiarazione di Abu Dhabi sottoscritta da Sua Santità Papa Francesco e dal Gran Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb nel 2019.

Se anche fossi non cattolico, non sono stato solennemente anatemizzato da Papa Leone X e dal Concilio di Trento come lo fu Martin Lutero; eppure Sua Santità Papa Francesco ha accolto ben due volte i pellegrini luterani in Vaticano, affiancato da una statua dell’eresiarca sassone, e la seconda volta anche tenendo sullo sfondo i ritratti congiunti di Sua Santità e di Lutero, incoraggiato in questo gesto innovativo dalle dichiarazioni dei suoi Santi predecessori: “Oggi vengo io a voi, all’eredità spirituale di Martin Lutero; vengo da pellegrino” (discorso di Giovanni Paolo II al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, Magonza, 17 novembre 1980). “Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica” (discorso di Benedetto XVI al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, Erfurt, 23 settembre 2011). Se “Papa Francesco” ha affiancato il proprio ritratto a quello di Lutero, non vedo perché, caro Valli, lei non potrebbe pubblicare una letterina di don Ricossa (senza sua fotografia).

Lo stesso rito della Messa (unica espressione del rito romano come rammentato nel motu proprio Traditionis custodes), promulgato da san Paolo VI nel 1969, fu il frutto di una attiva collaborazione ecumenica tra liturgisti cattolici e protestanti, e quindi non cattolici; mi spiace al proposito che la ferrea fedeltà del suo lettore al Santo Padre sia incrinata dal suo suggerimento di criticare detto motu proprio. Terminerò infine (giacché promisi brevità) con una citazione dell’enciclica Ut unum sint di san Giovanni Paolo II, nella quale il santo pontefice richiedeva il contributo dei non cattolici per rivedere in senso ecumenico il concetto del primato petrino.

Di fronte a così tante, autorevoli e persino sante autorità, come può il suo lettore restare ancorato a una visione integralista e sorpassata dei rapporti tra cattolici e non cattolici? Non si può volere “la botte piena e la moglie ubriaca” (per far uso di un volgare proverbio popolare): riconoscere cioè l’autorità dei “Papi conciliari” per accreditarsi come cattolici, senza accettarne il magistero: si tratterebbe di un riconoscimento fittizio e punto sincero, come rammenta proprio J. M. Bergoglio in Traditionis custodes.

Naturalmente, caro Valli, ho fatto uso dell’ironia (non vorrei che qualcuno mi attribuisse un’adesione al pensiero conciliare da Paolo Vi a oggi!); non me ne voglia neppure il lettore che ha obiettato alla pubblicazione della mia letterina precedente. Se gli farà leggere queste mie righe, sappia che comprendo il suo attaccamento al principio di autorità, come comprendo che la situazione attuale generi tanta confusione in chi desidera conservare la Fede.

 

Intervista a don Francesco Ricossa

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di Redazione

Sul sito www.sodalitium.biz è possibile trovare questa interessante e istruttiva intervista a don Francesco Ricossa, Superiore dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia (TO). Pur non riconoscendoci nella Tesi di Cassiciacum, da cattolici sedevacantisti simpliciter come Circolo Christus Rex-Traditio ci affidiamo ai Sacramenti ed alla cura animarum dell’apostolato dell’I.M.B.C.

VIDEO: https://youtu.be/z5sHcTCf_ic

Dall’archivio: il Natale di Don Bosco e dei Socques valdostani

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il panettone di Don Bosco
 
Natale 1853: l’insorgenza dei Socques

Sodalitium n. 72 – “Porco Giuda” (esclamazione popolare)

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Il Circolo Christus Rex-Traditio consiglia la lettura di tutti gli articoli di questo numero della rivista Sodalitium dell’ Istituto Mater Boni Consilii. In particolare, segnaliamo la chiara presa di posizione sulla pandemia e sulla questione vaccinale, con la quale, pur essendo questione disputata, noi ci riconosciamo.

 

Segnalazione Centro Studi Federici

E’ uscito il numero 72 della rivista Sodalitium: https://www.sodalitium.biz/sodalitium_pdf/72.pdf 
Editoriale
 
“Porco Giuda” (esclamazione popolare): https://www.centrostudifederici.org/sodalitium-n-72/

Editoriale di “Opportune, Importune” n. 40

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don Ugo Carandino

La Chiesa nel ciclo liturgico di Natale ci fa meditare la Natività del Salvatore e ci sprona al rinnovamento spirituale, per permettere alla grazia divina di rinascere nei nostri cuori e di accrescere la pratica delle virtù cristiane. 
Per ogni battezzato la vita spirituale è un’esigenza costante, che diventa una necessità impellente nei momenti più difficili, per evitare di trovarsi impreparati a fronteggiare degli avvenimenti avversi, a volte devastanti non solo per il singolo individuo ma anche per l’intera società. 
In quei frangenti l’anima, come tramortita dal peso della prova, se non è sostenuta dalla vita spirituale e da una radicata visione cristiana dell’esistenza, che permette la riflessione ed evita la precipitazione, potrebbe essere esposta allo scoraggiamento e all’esasperazione, sino a sprofondare nella più buia disperazione. Infatti, invece di ricercare il soccorso divino che illumina e fortifica, tante anime davanti alle prove più gravose smarriscono la riflessione, il dominio di sé stesse e la prudenza sovrannaturale (da non confondersi con la meschina prudenza del mondo). E poiché si vive in società, si rischia facilmente di diffondere attorno a sé il proprio malessere interiore, il tutto amplificato dagli attuali mezzi di comunicazione. 
Non è uno scenario ipotetico, poiché è quello in cui ci troviamo ormai da due anni, dove i timori sono diffusi e le incertezze crescenti. La vita ordinaria è scossa alle sue fondamenta e dopo l’incredibile sospensione del culto l’anno scorso, ora persino l’iscrizione ad un albo professionale o lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa sono messi in pericolo, con gravi ripercussioni morali ed economiche. 
È un cupo biennio che si colloca nella lunga vacanza formale della Sede Apostolica, che rende ancora più lacerante la situazione, in quanto il gregge è privato della voce infallibile del Vicario di Cristo, la sola che possa dissipare incertezze e opinioni discordanti sulle diverse materie, distinguendo ciò che è vincolante da ciò che è opinabile. 
Mai come in questi frangenti tutti noi abbiamo bisogno del buon consiglio divino e del buon senso umano, per ponderare le parole, per praticare un giusto discernimento, per premunirsi da giudizi avventati o da eccessi verbali che lederebbero la carità. 
Ecco la grande assente: la carità! La regina tra le virtù a volte sembra scomparsa anche negli ambienti dove dovrebbe regnare sovrana, tra chi ha in comune la stessa fede e lo stesso ideale cristiano. Laddove la carità viene detronizzata si fanno strada la diffidenza e il risentimento, persino le offese, come se gli obiettivi comuni – il combattimento per la Dottrina, il Papato e la Messa – fossero dissolti o comunque diventati del tutto marginali, preferendo in alcuni casi come “alleati” coloro che sulle questioni fondamentali hanno posizioni diverse o del tutto differenti. 
Nella babele dei pensieri (e dei “social”), senza l’àncora della preghiera assidua, si rischia di trovarsi nelle condizioni di Ulisse alle prese con le famose sirene, attribuendo un immeritato credito a personaggi del tutto estranei alla causa antimodernista (la battaglia più importante), se non addirittura ostili. Questi cattivi maestri (o, in certi casi, presunti maestri con pessimi suggeritori) trasmettono, come frutto inevitabile della loro mentalità, un senso di frustrazione e di incattivimento che contribuisce alla destabilizzazione dell’anima. Anche perché in tutti i loro calcoli umani, che portano spesso al peggiore catastrofismo e a un certo compiacimento per esso, sono assenti l’azione di Dio, la Sua Provvidenza, il soccorso della grazia. Di conseguenza, se le peggiori delle ipotesi si dovessero realizzare per davvero (ma allora il Signore darebbe le grazie necessarie per affrontarle), nell’ottica puramente umana (frutto del naturalismo diffuso nella società da bruttissime officine), sarebbe completamente disatteso il valore della sofferenza e la ricompensa eterna per le ingiustizie subite con spirito cristiano. Nostro Signore ci chiede di accettare e portare la croce, non di fuggirla con l’ansia disperata dell’ateo che non crede nell’eternità. E così l’immeritata notorietà di alcuni, che martellano su certi temi, è a discapito dell’equilibrio di giudizio di molti (gli antichi direbbero: “mors tua vita mea”). 
Abbiamo quindi più che mai bisogno delle benedizioni del Bambin Gesù, della intercessione materna di Maria, della protezione di san Giuseppe per la salute del corpo, certamente, ma prima ancora per la salute dell’anima, senza la quale ogni altro bene sarebbe ben poca cosa. Dobbiamo attendere ed invocare queste benedizioni del Natale, in un’atmosfera di profondo raccoglimento per ristabilire in tutto il suo vigore l’ordine interiore. Ovviamente questo suppone l’assistenza alle funzioni religiose, accostarsi al Sacramento della Penitenza e alla SS. Eucarestia, per non ridurre la festa a un pretesto per imbandire abbondantemente la tavola. 
A differenza del mondo, che anche quest’anno sarà indifferente se non ostile al ricordo della nascita temporale di Nostro Signore, noi che siamo nel mondo ma che non gli vogliamo appartenere (almeno si spera), dobbiamo cogliere uno degli aspetti più caratteristici della festa: il silenzio di Maria e di Giuseppe nella Grotta di Betlemme in quella Santa Notte. Il mondo fugge il silenzio mentre noi dobbiamo ricercarlo, per ascoltare le parole di vita eterna che il Verbo Divino incarnato ci rivolge e che da 2000 anni permettono alle anime di affrontare con merito eterno ogni circostanza, anche le più gravi e laceranti. 
 
 

Hodie Christus natus est

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Auguri a tutti i lettori per la festa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo.
 
Filmato: Natale a Betlemme (1954)
 
Catechismo Maggiore di San Pio X – Del santo Natale
 
Sante Messe (Missale Romanum di San Pio V) dell’IMBC
 

Antidoti contro la transizione ideologica

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per InFormazione Cattolica https://www.informazionecattolica.it/2021/12/20/antidoti-contro-la-transizione-ideologica/

di Matteo Castagna

Viviamo i tempi dell’ apostasia di massa, pertanto la conseguenza diretta è il caos. La pandemia ha il merito di aver portato alla luce buona parte del sommerso, non solo sul piano religioso, ma anche politico, sociale, economico. Tutto diviene un’opinione, quindi tutto diventa relativo, fino a far morire addirittura il buon senso comune. Si sente tanto parlare di “transizione ecologica”, sebbene pochi sappiano cosa significhi nella pratica, a parte i rincari sulle bollette e sui carburanti.
Sembrerebbe di esser di fronte ad una transizione ideologica, per cui, ucciso Dio, la religione dell’uomo è il nichilismo, mentre il contorno si chiama tecnologia, green, uguaglianza assoluta, compressione fino alla distruzione del diritto naturale, vita artificiale. Lo smarrimento e la confusione generati raccolgono, in proporzione, una minoranza di persone perché il Sistema sovversivo globale, iniziato con la Riforma luterana, è stato progressivo nel corso dei secoli, per abituare lentamente i popoli a farla finita con la Chiesa e con la filosofia, accettando implicitamente di smetterla di pensare. Obiettivo? Adeguarsi all’iniquità fino a renderla normale quotidianità senza accorgersi che si tratta di gravi iniquità. E’ il colpo da maestro del Principe di questo mondo, che, nel tempo, è riuscito pure a far chiamare bene il male e viceversa. La “nuova normalità” sarà, o forse già è, l’adattamento acritico al paradigma invertito della normalità “bene/male”: si dovrà credere che 2+2 molte volte farà 5, perché allo “Stato servile” – per dirla con Hilaire Belloc (1870 – 1953) – occorre che sia così per realizzare gli interessi della globalizzazione 2.0. E le amebe staranno mute, seguendo come pecore, ogni cattivo pastore, perché crederanno che egli agisca per il loro bene. Una moltitudine di elettroencelfalogrammi piatti non si pone più alcun interrogativo.
Gli inguaribili tomisti, che, coi liberi e seri pensatori costituiranno la minoranza di pecore nere che non si rassegneranno ad annullare il cervello o a mettere la Fede in naftalina, ricorderanno che S. Tommaso d’Aquino è un maestro per tutti, anche e, forse, soprattutto per chi non crede. La sua ventunesima Tesi aiuta a restare o a diventare Uomini. Oltre ad essere costituiti d’anima e corpo, tutti noi, in diversa e differente misura, siamo dotati di intelletto e volontà. “La volontà segue l’intelletto e non lo precede. Inoltre essa desidera necessariamente ciò che le viene presentato come il Bene assoluto. tuttavia riguardo ai beni particolari essa è libera. Perciò la scelta libera segue l’ultimo giudizio pratico, ma è la volontà che rende ultimo quel dato giudizio” (S.Th., I, q. 82-83; De Veritate, q. 22, a.5; De malo, q. 11; Summa contra Gentiles, lib. II, cap. 72). La volontà è un appetito razionale che segue la conoscenza intellettuale. La natura tende al bene, per cui l’oggetto della volontà deve rimanere il bene, anche se solo apparente, perché il male in se stesso è contro-natura. Probabilmente è per questo che la Sovversione ribalta il paradigma bene/male inscritto nell’anima umana. Intelletto e volontà devono collaborare intimamente per non cedere.  “L’intelletto sa che la volontà vuole e la volontà vuole che l’intelletto conosca” (S. Th., I, q. 82, a. 4, ad 1). San Tommaso ci insegna che il bene viene scelto dalla volontà, solo dopo che la libertà di scelta è stata stimolata dall’intelletto. Quest’ultimo offre alla volontà i principi o le conoscenze (l’esempio o il modello) per poter tendere verso qualcosa, le presenta l’essere conosciuto come buono, ma tale presentazione è solo “conditio sine qua non” affinché il bene possa attrarre la volontà. Perciò, possiamo dire, con l’Aquinate, che la volontà realizza l’uomo interamente, offrendogli il suo fine, che è il bene e la felicità. La volontà, tenderà, per questo, all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine (S. Th., I-II, q.4, a.4, ad 2).
La scelta deliberata e consapevole costituisce l’atto libero con cui l’uomo accetta o respinge un determinato bene. Infine, non dimentichiamo che l’uomo che conosce, vuole e agisce deve saper educare la sensibilità e le passioni ad obbedire alla volontà, e questa all’intelletto. Cioè esattamente quello che la transizione ideologica verso il nichilismo vuole compromettere in maniera definitiva. Il diritto naturale è il primo bene da preservare, conservare e ristabilire. Chi ha già la Fede può ben comprendere le parole di Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange (1877 – 1964), che scrisse ne “La sintesi tomistica” (Brescia, Queriniana, 1953, pag. 203): “se nego il valore dell’intelligenza retta, comprometto la bontà dell’azione libera e volontaria. La volontà deve essere educata, illuminata e rettificata dalla sana e retta intelligenza e dal giudizio speculativo vero circa il Fine ultimo. Non si può amare Dio, Sommo Bene e Vero, senza la retta conoscenza della realtà. Tuttavia, l’intelletto pratico, che sceglie i mezzi, dipende dalla buona volontà. Ognuno giudica praticamente secondo la propria tendenza: se l’inclinazione del proprio appetito sensibile o razionale è cattiva (l’ambizioso). il giudizio pratico non è retto (per me qui e adesso è bene rubare). La verità del giudizio dell’intelletto pratico dipende dalla buona volontà”. In quest’epoca in cui ci si riempie la bocca della parola “libertà”, fossilizzandosi maniacalmente sulla questione sanitaria, quasi facendola diventare parte dell’essenziale, i buoni cattolici scrivano su ogni pagina della loro agenda questa frase, sempre buona e giusta, di Cornelio Fabro (1911-1995): “L’unica libertà è la vittoria sul peccato” (Vangeli delle Domeniche, II Ed. Segni, pag. 273).

Ci vogliono servi? Rispondiamo da Cattolici!

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ
per InFormazione Cattolica

di Matteo Castagna

IL LIBERAL-CAPITALISMO CHE SI SERVE DELLA PANDEMIA PER RIMODULARE SE STESSO HA FALLITO

Più passa il tempo, e mi accorgo che, ormai, sono passati ben due anni dall’inizio dello stato di emergenza e della sospensione di quella vita normale che tutti rimpiangono.

Ci viene detto che quello stile di vita non tornerà più. Dovremo abituarci ad una “nuova normalità”, fatta di identità digitali, serrati controlli, cittadini virtuosi e non, secondo i paradigmi del liberal-capitalismo, che si serve della pandemia per rimodulare se stesso, in quanto ha fallito.

Ritengo sbagliato l’approccio di chi teme la “nuova normalità” perché partire in difesa crea posizioni irragionevoli, alle volte schizofreniche, certamente prive di quel realismo tomista che dovrebbe guidarci, come cattolici e come cittadini. Il Sistema l’ha già prevista, pertanto ogni tentativo, seppur mosso da buona fede, è destinato a non essere realizzabile. Al contrario, sarà nella “nuova normalità” che la tradizione dovrà trovare il suo spazio. C’è stato un pensatore cattolico che aveva previsto, un secolo fa, questa deriva.

E’ Hilaire Belloc (1870-1953), nel suo libro “Lo Stato servile” del 1912.

L’avvento del cristianesimo ha coinciso con un graduale dissolvimento della schiavitù, ma nuove forme di schiavitù si sono affacciate con l’avvento dell’età moderna. Caratteristica di una societas cristiana, è l’attenuazione delle diseguaglianze (che esistono come dato della natura) per mezzo di una società gerarchica e corporata, dove la garanzia dei rispettivi interessi non deve essere disgiunta dal bene comune.

Papa Leone XIII, eletto al Soglio Pontificio nel 1878, vide che la vita di milioni di persone veniva sconvolta dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo tecnologico, che produsse drammatici scompensi economici e materiali e un profondo disagio morale tra le masse operaie e contadine.

Di fronte alle sfide dello stato liberale e alla minaccia socialista, Leone XIII propose il “cattolicesimo sociale”. Volle la presenza dei cattolici dentro la società, da protagonisti, non la loro esclusione o auto-esclusione sfiduciata e rinunciataria, quindi funzionale a ogni modello anticristiano, cui viene lasciato tutto il campo libero di agire. Delineò, altresì, una concezione cristiana dello Stato e della libertà, che trovano nell’Enciclica Rerum Novarum i punti cardine di un sempre attuale appello ai cristiani, nel rapporto con la politica ed il lavoro.

Belloc individua nel distributismo – cioè quella riforma dell’economia che punta ad incentivare la redistribuzione della proprietà secondo i dettami della dottrina sociale della Chiesa – una valida e umana alternativa al capitalismo e al comunismo. Peraltro, il modello economico distributista, era già ampiamente diffuso in epoca medievale: Belloc spiega come questo sistema inizia a dissolversi quando, con l’avvento della rivoluzione industriale, “al posto di una società nella quale un numero preponderante di famiglie era detentore di terra e capitale, la produzione veniva gestita da corporazioni autonome di piccoli proprietari e la miseria e l’indigenza del proletariato erano sconosciute, subentrò la spaventosa anarchia contro la quale oggi è diretto ogni impegno morale e che va sotto il nome di capitalismo”.

Sempre Belloc scrive un meraviglioso passaggio: “Man mano che la civiltà medievale si sviluppava, che la ricchezza aumentava e le arti fiorivano, progressivamente il carattere di libertà si faceva più marcato”, alla faccia dei soliti detrattori mainstream della più bella epoca che fu il Medioevo, culla di civiltà e espressione di magnificenza culturale, artistica, politica e sociale.

Successivamente, il modello capitalistico, che all’epoca peraltro era ancora agli albori, ebbe il demerito di reintrodurre la schiavitù sotto mentite spoglie. Ed è in questa precisa fase che Belloc abbozza il ritorno della società a quella condizione che definisce “Stato servile”, ovvero “l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

Belloc, individuava il ritorno dello “Stato servile”, sia in Inghilterra come in altre nazioni, nel distacco forzato di un numero crescente di persone dalla loro proprietà, un processo avviato con la Riforma protestante, allorché i Tudor e i loro alleati aristocratici espropriarono, non solo i beni dei monasteri, ma anche le proprietà di decine di migliaia di piccoli agricoltori, lasciandoli così bisognosi da renderli inevitabilmente destinatari e vittime del suo crescente dispotismo.

Oggi, sembrerebbe che un’altra rivoluzione industriale, quella della “tecnocrazia globalista”, parallelamente al mondialismo schiaccia popoli ed al keynesianesimo estremo (nella foto sopra John Maynard Keynes, economista britannico, padre della macroeconomia, considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo) stessero prendendo piede, in una parvenza di democrazia, attraverso la malcelata volontà di una progressiva limitazione della proprietà (che inizia con l’imposizione delle patrimoniali) e la schiavitù dell’individuo verso le macchine e la scienza, divinizzata dalla televirologia e dalle istituzioni, nessuna esclusa, nell’ateismo di Stato, spacciato per laicità. Ai nuovi poveri (compresi i furbetti) vittime dell’ ultraliberismo contemporaneo si dà il “reddito di cittadinanza”, ovvero forme assistenzialiste, per mantenere il popolo in difficoltà e nel “debito di sudditanza”, più o meno permanente, verso lo “Stato servile”.

Ai tempi di Belloc, “i risultati furono le masse senza proprietà dei mezzi di produzione che divennero sempre più numerose in età moderna, fino ad essere un elemento centrale dell’odierna stagione ultraliberista. Gli individui sono sempre più soli di fronte allo Stato, privati di dignità ma anche di libertà personale, poiché un individuo privato della proprietà, soprattutto dei mezzi di produzione, è un individuo meno libero”.

Per Belloc, la soluzione non può essere la Stato comunista o socialista poiché fermamente convinto del valore della proprietà, la quale, nell’ottica distributista, serve a garantire non solo l’autosufficienza di ogni uomo, ma anche la capacità di difendersi contro gli sforzi dei governi di limitare la libertà con l’approvazione di leggi coercitive in nome della sicurezza sociale. Stando così le cose, si può ben dire con lo scrittore cattolico che “non esiste una società solida, libera ed equilibrata senza una proprietà diffusa, protetta, responsabile, dei mezzi di produzione” (in L’Occidentale, “il ritorno allo Stato servile” di Vittorio Leo, 21/11/2020).

In definitiva, si ritiene come il progressivo allontanamento dai principi cristiani e dal modello economico che quei principi avevano generato, ha prodotto non solo il ritorno alle vecchie schiavitù ma ne ha prodotte di nuove. Non resta che concludere, con il messaggio di speranza lasciato da Belloc nelle parole conclusive del suo libro: “tutto sommato, sono ottimista sul fatto che la fede tornerà a occupare il suo ruolo di intima guida nel cuore dell’Europa, così credo che questa regressione al nostro paganesimo originario (perché la tendenza allo Stato servile non è altro) sarà fermata ed invertita. Videat Deus”.

A noi la continua battaglia per il mantenimento della fiaccola viva della tradizione e dell’identità, a Dio la vittoria! Come scrisse Belloc ne “L’anima cattolica dell’Europa”: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede».

DA

Ci vogliono schiavi? Rispondiamo da Cattolici!

La devozione all’Immacolata è la cura domiciliare per la pandemia anticristiana

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per https://www.informazionecattolica.it/2021/12/06/la-devozione-allimmacolata-e-la-cura-domiciliare-per-la-pandemia-anticristiana/

LA “PANDEMIA SINISTRA DELL’ASSURDO“, IN NOME DELLA DITTATURA DEL RELATIVISMO, SI STA DIFFONDENDO A MACCHIA D’OLIO NELL’INDIFFERENZA DI TROPPI

Sappiamo di vivere i tempi della “pandemia anticristiana”, che ha come effetto collaterale di breve termine la secolarizzazione e di lungo termine la scomparsa della Fede così come da tutti conosciuta, ovunque e sempre. All’interno di tale “pandemia” spirituale viviamo da sempre nella lotta tra il Bene (Cristo e la Sua unica Chiesa, fondata su S. Pietro) e il male (le sovversioni dell’ordine divino, sia esso morale o naturale).E’ facile comprendere da che parte stia colei che avrebbe voluto cancellare l’augurio di Buon Natale ed il nome di Maria dall’Europa che, nonostante tutto, affonda le sue radici nel Cristianesimo.

E’ la “pandemia sinistra dell’assurdo”, che in nome della dittatura del relativismo (liberalismo massimalista e ultra-liberismo economico) si sta diffondendo a macchia d’olio nell’indifferenza di troppi.

Tutti i sinistri sembrano sguazzare, contenti e garruli nelle pandemie dell’ignoranza, della sub-cultura di un utopistico e transumano egualitarismo di massa, del ritorno alla lotta di classe attraverso la creazione di una pianificata guerra tra vaccinati (buoni e bravi) e non vaccinati (brutti e cattivi).

Godono nel poter sottomettere il popolo in assurde restrizioni, perché in questo contesto possono costruirsi l’uomo nuovo, privo di pensiero e inebetito dal Grande Fratello, facilmente manipolabile e, soprattutto, eterodiretto a distanza soprattutto nei consumi, secondo i desiderata dell’alta finanza keynesiana senza scrupoli.

Magari, qualcuno sogna addirittura il gulag, magari in una dimensione virtuale, per coloro che si ribellano alla nuovo religione globalista, che ha già il suo Dio nella scienza e la sua Maria nella tecnocrazia, per cui chi non si prostra davanti all’idolo del terzo Millennio riceve una sorta di scomunica laica, che, col tempo, consisterà nell’esclusione dalla società.

Il loro nemico era, è e resta il Cristianesimo. Più resistiamo nella fede, più si agitano. Più resistiamo nella difesa della Tradizione Cattolica, più le grandi famiglie che governano il Sistema globale si arrovellano nel pensare a come annientarci, convincendoci che, in realtà, stanno facendo il nostro bene. I figli delle tenebre sono sempre stati più scaltri dei figli della luce, perché hanno una malizia che i secondi non possono avere. E Gesù lo sapeva. Per questo ci lasciò detto di “essere astuti come serpenti e puri come colombe” (Mt., 10,16) per possedere la medicina domiciliare contro la “pandemia anticristiana”.

A breve festeggeremo l’Immacolata concezione di Maria, colei che schiaccia la testa del Serpente, la Madre di Dio e della Chiesa, avvocata nostra al momento del Giudizio particolare, verso la quale dobbiamo avere una tenera devozione filiale, perché nel Suo nome e nel Suo Cuore senza peccato troveremo sempre rifugio, pace, ma anche la forza per combattere la “pandemia anticristiana” che ammorba il mondo.

Il Santo Rosario, recitato ogni giorno, è un farmaco micidiale contro il virus del peccato. Molti, oramai, non si interessano più dell’eccelso significato di questa Festività, fonte di grazie indescrivibili per tutti noi, Suoi figli devoti. A Lei ricorriamo, in questi tempi così terribili ed a Lei affidiamoci. Non ci lascerà mai soli e vinceremo la morte con Lei, per mezzo di Lei.

S.S. Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata l’8 dicembre del 1854. La verità della Immacolata Concezione era già patrimonio della fede orientale e della prima festa sotto questo titolo sin dal secolo VI e VII. Nella Chiesa latina sin dal mille. Il primo grande difensore dell’Immacolato concepimento di Maria, fu il francescano Duns Scoto, detto “Doctor subtilis”, nato a Duns in Scozia nel 1265. La sua assoluta certezza della Verginità di Maria, concepita, vissuta ed assunta in Cielo senza peccato, creò grandi ed accese dispute teologiche. Arrivato il giorno del grande atto Sorbonico, come si chiamava allora la disputa, mentre Scoto si avviava al luogo della discussione, si prostrò davanti ad una statua della Vergine che si trovava sul suo passaggio, e le indirizzò questa preghiera: Dignare me, laudare te, Virgo sacrata: da mihi virtutem contra hostes tuos. La Vergine, ad attestare il gradimento di questo atto, inclinò il capo: posizione questa che avrebbe poi conservata anche in seguito.

Ora, questa verità non è più incerta e disputabile, essa fa parte dei dogmi della nostra fede e fu solennemente definita da Pio IX il giorno 8 dicembre 1854 con la Bolla Ineffabilis, ove si proclama: “Il Dio ineffabile sin dal principio e innanzi ai secoli, elesse e dispose all’Unigenito suo Figlio una Madre, da cui fatto uomo, avesse egli a nascere nella felice pienezza dei tempi, e fra tutte le creature di tanto amore predilesse, lei, da compiacersi in lei sola con propensissimo affetto. Per il che, assai più che tutti i santi, la ricolmò dell’abbondanza di tutte le grazie celesti, tolte dal tesoro della divinità, in un modo così meraviglioso, che sempre affatto immune da ogni macchia, di peccato, e tutta bella e perfetta, ebbe in sé quella pienezza d’innocenza e di santità, di cui maggiore non può concepirsi al di sotto di Dio, e cui nessuno fuor che Dio stesso può raggiungere col pensiero. E per verità era del tutto conveniente, che sempre rifulgesse ornata degli splendori di perfettissima santità, ed affatto immune dalla stessa macchia della colpa originale, riportasse amplissimo trionfo dell’antico serpente, una sì venerabile Madre.

Dopoché mai non cessammo nell’umiltà e nel digiuno, di offrire a Dio Padre, per mezzo del Figliuol suo, le private nostre preghiere e quelle pubblicate della Chiesa, affinché si degnasse di dirigere e confortare la nostra mente colla virtù dello Spirito Santo, implorato il soccorso di tutta la corte celeste, ed invocato con gemiti lo Spirito Paraclito, il medesimo così ispirandoci, ad onore della santa ed individua Trinità, a decoro ed ornamento della vergine madre di Dio, ad esaltazione della fede cattolica e ad incremento della cristiana religione, coll’autorità del Signor Nostro Gesù Cristo, dei Beati Apostoli Pietro e Paolo, e Nostra, dichiariamo, pronunziamo e definiamo, che la dottrina la quale ritiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, Salvatore dell’umano genere, fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale, è da Dio rivelata e quindi da credersi fermamente e costantemente da tutti i fedeli. Per la qual cosa, se alcuni presumessero, il che Iddio tenga lontano, di sentire in cuor loro diversamente da quanto fu da noi definito, conoscano e sappiano per fermo, che condannati dal proprio giudizio, hanno fatto naufragio nella fede” (Atti senigalliesi nel Bicentenario della nascita di Pio IX, Senigallia, 1992, pp. 259-266).

Liberalismo e secolarizzazione vogliono renderci indifferenti all’Incarnazione

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di Matteo Castagna

DISTRARRE SUL FINE DELLA VITA E, PER PRESUPPOSTO, VIVERE COME SE DIO NON ESISTESSE E FOSSE PRIVO DI DIRITTI, NELLA SUA QUALITÀ DI CREATORE, PORTA ALLA SUPERFICIALITÀ E ALLE IDEOLOGIE EFFIMERE

Il mondo scristianizzato prevede che il fine dell’uomo sia la felicità in questo mondo, che finisce con la morte. Si vive, perciò, assolutamente distratti dal vero fine della vita ossia il godimento di Dio nel Paradiso, per l’eternità, avendolo meritato attraverso la fermezza della fede e la costanza delle opere da essa derivanti. Distrarre sul fine della vita e, per presupposto, vivere come se Dio non esistesse e fosse privo di diritti, nella Sua qualità di Creatore, porta alla superficialità e alle ideologie effimere, che sono tutte finite.

Sopravvive il liberalismo, ovvero il più subdolo tra le invenzioni umane per evitare il rapporto con l’Aldilà, che non per forza nega Dio, ma crea una libertà di coscienza sul credere o meno, elevandola a valore assoluto. In tal modo, esisterebbe chi è legittimato dallo Stato a non credere e chi a credere, a seconda della sensibilità personale, perché la misericordia di Dio sarebbe così universale da non far distinzione tra colpa e merito così da garantire a tutti la salvezza eterna.

Noi che vogliamo, invece, rimanere cattolici, apostolici, romani, desideriamo sganciarci dalle distrazioni del mondo per meditare e lodare quanto ha fatto Cristo per noi e considerare quanto noi dobbiamo a Lui, per poter andare a goderLo per sempre.

Siamo entrati nel periodo di Avvento, che prepara il Natale del Messia, del Figlio del Dio vivente, ma proprio il liberalismo e la secolarizzazione contemporanei ci vogliono rendere indifferenti di fronte all’importanza di questo momento. Dobbiamo, dunque, dare due risposte ad altrettanti interrogativi: l’Incarnazione del Verbo è stata necessaria oppure solo conveniente? Se Adamo non avesse peccato, ci sarebbe stata ugualmente?

E’ teologicamente certo che la necessità dell’Incarnazione non è stata assoluta, anche supposta la volontà divina di riparare il genere umano. dopo il peccato originale, Dio avrebbe potuto distruggere il genere umano o ridurlo all’ordine naturale. Avrebbe potuto condonare la colpa o esigere una riparazione imperfetta da ciascun uomo o mandare un uomo con speciali grazie a riparare per tutti.

La Scrittura fa vedere sempre l’Incarnazione come un dono gratuito di Dio, non come una necessità.Così Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito” (Gv. 3,16). “Giustificati gratis per la grazia di Lui, per la Redenzione che è in Cristo Gesù (Rom. 3,34)”. “Dio, che è ricco nella misericordia, per la sua immensa carità con cui ci ha amato, ci ha vivificato nel Cristo” (Ef. 2,4).

Sant’Atanasio (Orazione 2 contro Ario) dice: “Avrebbe potuto, anche se non fosse venuto mai il Cristo, soltanto parlare Dio, e sciogliere la maledizione. Sant’Epifanio, in una sua opera contro le eresie, dice che il Verbo si è incarnato: “per l’abbondante amore verso gli uomini spinto non da necessità ma da volontario disegno“. Sant’Agostino (De Agone Christiano 11,12) dopo aver posto la domanda di alcuni, che definisce stolti, se Dio non poteva liberare gli uomini, se non incarnandosi, risponde: “Lo avrebbe potuto assolutamente“.

E’ sentenza più probabile e più comune che dopo il peccato originale, posto che Dio esigesse una soddisfazione equivalente, era necessaria l’Incarnazione di una Persona divina. San Leone Magno, nel sermone della Natività (1,2) afferma: “Se non fosse vero Dio, non porterebbe il rimedio” al peccato originale.

Come spiega Giuseppe Casali nella sua Somma di Teologia Dogmatica (Ed. Regnum Christi, Lucca 1964) i Tomisti sostengono che l’offesa fatta a Dio col peccato è enorme ed infinita, perciò la riparazione la può dare solo una Persona infinita. Quindi, tutti i Teologi concordano sul fatto che “Dio ha decretato l’Incarnazione liberissimamente. Con essa ha voluto manifestare le sue perfezioni, ossia la sua gloria eterna. Dio avrebbe potuto volere l’Incarnazione anche indipendentemente dal peccato o da qualsiasi ipotesi”. I Tomisti sostengono che nella presente economia divina l’Incarnazione è talmente ordinata alla redenzione degli uomini, che se Adamo non avesse peccato, l’Incarnazione non ci sarebbe stata. Il nome Gesù, del resto, significa “Dio salva” e parliamo di redenzione in quanto Gesù, vero Dio e vero Uomo, ci ha riscattato, a prezzo del suo sangue, dalla schiavitù di Satana, in cui eravamo caduti per il peccato.

Raccoglierci in preghiera e prepararci al Natale con dei sacrifici volontari, in segno di espiazione dei peccati, con la meditazione di questi santi misteri è assai più consigliabile rispetto alla continua, sterile, maniacale polemica, ormai divenuta compulsiva, sulla nuova religione del mondo, con le sue più che evidenti iniquità.

 

 

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