13 Ottobre 1917 – Ultima apparizione della Madonna di Fatima e miracolo del Sole

Condividi su:

13 ottobre 1917: Sono 70 mila le persone che, chiamate a raccolta da tre pastorelli alla Cova da Iria presso a cittadina portoghese di Fátima, vedono il sole, che può essere fissato direttamente senza difficoltà, cambiare coloredimensione e posizione per circa dieci minuti.

Durante tutta la notte tra il 12 e il 13 ottobre e tutta la mattina del 13 ottobre cade una pioggia continua, insistente e a volte torrenziale, ma ciò non ferma i pellegrini che raggiungono un numero stimato fra le cinquantamila e le settantamila persone.
Verso le undici e mezza arrivano Lucia, Francesco e Giacinta, sotto la pioggia; ciò nonostante Lucia domanda alla folla, che acconsente, di chiudere gli ombrelli per recitare il rosario.
A mezzogiorno la Madonna compare sul piccolo leccio, preceduta come le altre volte dal lampo da oriente.
La pioggia cessa del tutto e, di colpo, il cielo si rasserena.

VIDEO del MIRACOLO DEL SOLE: https://youtu.be/K3OQXAbgP9c


– Che cosa vuole da me Vostra Grazia? Chiede Lucia.
– Voglio dirti che si faccia qui una cappella in mio onore. Io sono Nostra Signora del Rosario. Che si continui sempre a recitare il rosario tutti i giorni. La guerra sta per finire e i soldati ritorneranno presto alle loro famiglie.
– Avrei molte cose da chiedervi: di guarire alcuni malati e convertire alcuni peccatori, ecc.
– Gli uni sì, gli altri no. Bisogna che si correggano, che domandino perdono dei loro peccati.
Poi, prendendo una espressione più triste:
– Che non si offenda di più Dio, Nostro Signore, perché è già troppo offeso!
Aprendo le mani fece con esse specchio al sole. E, mentre si innalzava, il riflesso della sua luce continuava a proiettarsi sul sole.
Ecco il motivo per il quale ho gridato che guardassero il sole. Il mio scopo non era di richiamare l’attenzione della folla da quel lato: non mi rendevo neppure conto della sua presenza; lo feci soltanto perché trascinata da un moto interiore che mi spingeva.
Una volta sparita la Madonna nell’immensità del firmamento abbiamo visto vicino al sole San Giuseppe col Bambino Gesù e la Madonna vestita di bianco con un mantello azzurro. San Giuseppe ed il Bambino Gesù sembravano benedire il mondo con i gesti che facevano con la mano in forma di croce.
Poco dopo, scomparsa questa apparizione, ho visto il Signore e la Madonna sotto un aspetto che dava l’idea di essere Nostra Signora Dei Dolori Il Signore sembrava benedire il mondo nello stesso modo come aveva fatto San Giuseppe.
Scomparsa questa apparizione mi parve di vedere ancora la Madonna con un aspetto che sembrava Nostra Signora Del Carmelo. Anche questa volta, durante il colloquio, per tre volte, alla base del piccolo leccio, si forma, visibile alla folla, una nube che si ingrandisce e si solleva fina a cinque o sei metri di altezza per poi dissolversi come se fosse il fumo di un grande turibolo dell’incenso .

Quando Nostra Signora si eleva in cielo per allontanarsi e Lucia grida: Se ne va! Se ne va! e poi: Guardate il sole! comincia per la folla il miracolo del sole mentre invece, e contemporaneamente, per Lucia, Francesco e Giacinta avvengono le tre apparizioni descritte prima.
Il sole appare allo zenit, nel cielo senza nuvole, come un disco dal bordo ben netto che è possibile fissare senza danno per gli occhi; esso ha un colore bianco ben chiaro, con sfumature perlacee, da non confondere con quello di un sole velato.
All’improvviso, a tre riprese separate da brevi intervalli, il sole si mette a tremare, a scuotersi con movimenti bruschi, a girare su se stesso, come un fuoco di artificio, a velocità vertiginosa, lanciando intorno fasci di luce abbagliante di tutti i colori dell’arcobaleno, raggi che coloravano la folla.
All’ultima delle tre riprese, dalla folla si alza un clamore, come un grido di angoscia e di terrore: il sole, conservando il suo moto vorticoso di rotazione sembra staccarsi dal firmamento e, rosso sangue, sembra piombare verso la terra, scendendo verso destra con movimenti bruschi, minacciando di schiacciare tutti con la sua massa infuocata mentre un calore intenso si fa sentire. Precipitato fin quasi alla linea dell’orizzonte il sole rimonta verso lo zenit, spostandosi verso sinistra, e, infine, si arresta. Il percorso complessivo sembra una specie di ellisse sinuoso. La folla, passato il terrore, si scopre, con sua sorpresa, asciutta da fradicia che era. Il miracolo è durato circa dieci minuti e, a differenza da quanto successo per i segni straordinari del 13 settembre, è stato visto da tutti, come preannunciato dalla Madonna, e non solo nella Cova da Iria ma anche a distanza di qualche decina di chilometri (villaggi di Alburitel e di Sao Pedro De Muel).
Il grande miracolo del sole, visto da decine e decine di migliaia di persone, preannunciato mesi prima, ci appare come il sigillo visibile, tangibile, incontestabile, che Dio ha voluto apporre alle apparizioni di Fatima, alle profezie, alle promesse, agli avvertimenti terribili che la Madre Sua Immacolata è venuta a rivelare alla Cova da Iria. Il grande miracolo del sole ha avuto l’aspetto di un terribile castigo di Dio che si abbatte sulla umanità peccatrice per sollecitarla a convertirsi: teniamone conto.

Fonte: www.reginamundi.info

“Colombo è uomo nostro” (Leone XIII)

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Enciclica “Quarto Abeunte Saeculo” di Leone XIII, 16 luglio 1892
Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi di Spagna, d’Italia e delle Americhe.
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.
Allo spirare del quarto secolo dal giorno in cui, auspice Iddio, un uomo Ligure approdò, primo fra tutti, di là dell’Oceano Atlantico a lidi sconosciuti, i popoli sono lieti di celebrare con sentimenti di gratitudine la memoria di quel fatto, e di esaltarne l’autore. Certamente non si saprebbe trovare agevolmente un motivo più degno di questo d’infervorare gli animi e destare entusiasmo. Infatti, l’impresa in se stessa è la più grande e meravigliosa di quante mai se ne videro nell’ordine delle cose umane: e colui che la portò a compimento non è paragonabile che a pochi di quanti furono grandi per tempra d’animo e altezza d’ingegno. Un nuovo mondo sorse per merito suo dall’inesplorato grembo dell’Oceano: centinaia di migliaia di creature vennero dall’oblio e dalle tenebre a integrare la famiglia umana; dalla barbarie furono condotte alla mansuetudine ed alla civiltà: e quel che infinitamente più importa, da perdute che erano, furono rigenerate alla vita eterna mercé la partecipazione dei beni che Gesù Cristo procurò.
L’Europa, percossa allora dalla novità e dal miracolo dell’inatteso portento, a poco a poco si rese conto di quanto essa doveva a Colombo allorché le colonie stabilite in America, le comunicazioni incessanti, la reciprocità dei servizi e l’esplicarsi del commercio marittimo diedero impulso poderosissimo alle scienze naturali, alle ricchezze comuni, con incalcolabile valorizzazione del nome Europeo.
Fra così varie manifestazioni onorifiche e in questo concerto di rallegramenti non conviene che la Chiesa rimanga muta, dato che essa, secondo il suo costume e il suo carattere, approva volentieri e si sforza di promuovere tutto ciò che appare onesto e lodevole. Vero è che la Chiesa serba i suoi particolari e massimi onori all’eroismo delle più eminenti virtù morali in quanto ordinate alla salvezza eterna delle anime, ma non per questo misconosce né tiene in poco conto gli altri eroismi: ché anzi si compiacque sempre di tributare onore con grande volontà ai benemeriti della società civile, e a quanti vivono gloriosi nella memoria dei posteri. Infatti Iddio è bensì mirabile soprattutto nei suoi santi: ma il marchio del divino valore rifulge anche in coloro nei quali brilla una certa forza superiore d’animo e di mente, in quanto la luce del genio e la sublimità d’animo giungono agli uomini soltanto da Dio Padre e Creatore.
Ma oltre a queste ragioni di ordine generico, abbiamo motivi del tutto particolari di voler commemorare con riconoscenza l’immortale impresa. Infatti Colombo è uomo nostro. Per poco che si rifletta al precipuo scopo onde si condusse ad esplorare il mar tenebroso, e al modo che tenne, è fuor di dubbio che nel disegno e nella esecuzione dell’impresa ebbe parte principalissima la fede cattolica: in modo che in verità per questo titolo tutto il genere umano ha obbligo non lieve verso la Chiesa.
Impavidi e perseveranti esploratori di terre sconosciute e di più sconosciuti mari, prima e dopo di Cristoforo Colombo, se ne contano parecchi. Ed è giusto che la fama, memore delle opere benefiche, celebri il nome loro, in quanto riuscirono ad allargare i confini delle scienze e della civiltà, a crescere il pubblico benessere: e ciò non a lieve costo, ma a prezzo di faticosi sforzi di volontà e sovente di gravissimi pericoli.
C’è tuttavia gran differenza fra essi e l’uomo di cui parliamo. La nota caratteristica che distingue Colombo sta in questo, che nel solcare e risolcare gli spazi immensi dell’Oceano, egli mirava a cose maggiori e più alte degli altri. Non che egli non fosse spinto dal nobilissimo desiderio di conoscere, né di bene meritare della famiglia umana; non che egli disprezzasse la gloria, i cui stimoli di solito sono più acuti nel petto dei grandi, o che tenesse in poco conto la speranza di propri vantaggi; ma sopra tutte queste ragioni umane prevalse il lui il sentimento della religione dei padri suoi, dalla quale egli prese senza dubbio l’ispirazione e la volontà dell’impresa e spesso, nelle supreme difficoltà, trasse motivo di fermezza e di conforto. Risulta infatti che egli intese e volle intensamente questo: aprire la via al Vangelo attraverso nuove terre e nuovi mari.
Tale cosa può sembrare poco verosimile a coloro che, concentrando ogni loro pensiero entro i confini del mondo sensibile, rifiutano di credere che si possa guardare a cose più alte.
Ma, al contrario, a méta più eccelsa amano per lo più aspirare le anime veramente grandi, perché sono meglio disposte ai santi entusiasmi della fede divina. Colombo aveva certamente unito lo studio della natura allo zelo della pietà, e aveva profondamente formati mente e cuore secondo i princìpi della fede cattolica. Perciò, persuaso per argomenti astronomici e antiche tradizioni, che al di là del mondo conosciuto dovevano pure estendersi dalla parte d’occidente grandi spazi terrestri non ancora esplorati, immaginò popolazioni sterminate, avvolte in tenebre deplorevoli, perdute dietro cerimonie folli e superstizioni idolatriche. Riteneva estremamente penoso che si potesse vivere secondo consuetudini selvagge e costumi feroci; peggio ancora in quanto non conoscevano cose della massima importanza e ignoravano l’esistenza del solo vero Dio. Onde, pieno di tali pensieri, si prefisse più che altro di estendere in occidente il nome cristiano, i benefìci della carità cristiana, come risulta evidentemente da tutta la storia della scoperta. Infatti, quando ai re di Spagna, Ferdinando ed Isabella, propose la prima volta di voler assumere l’impresa, ne chiarì lo scopo spiegando che “la loro gloria vivrebbe imperitura ove consentissero di recare in sì remote contrade il nome e la dottrina di Gesù Cristo”. E non molto dopo, soddisfatto nelle proprie richieste, dichiara che egli “domanda al Signore di far sì che con la divina sua grazia i re [di Spagna] siano perseveranti nella volontà di propagare il Vangelo in nuove regioni e nuovi lidi”. A mezzo lettera chiede dei missionari al Pontefice Massimo Alessandro VI: “al fine — come egli stesso scrive — di diffondere in tutto il mondo, con l’aiuto di Dio, il sacrosanto nome di Gesù Cristo e il Vangelo”. Riteniamo dovesse sovrabbondare di giubileo allorché, reduce dal primo viaggio dalle Indie, scriveva da Lisbona a Raffaello Sanchez: “Doversi rendere a Dio grazie infinite per avergli largito sì prospero successo. Che Gesù Cristo s’allieti e trionfi qui sulla terra, come s’allieta e trionfa nei cieli, essendo prossima la salvezza di tanti popoli, il cui retaggio sino ad ora fu la perdizione”.
Che se a Ferdinando e ad Isabella egli suggerisce di non permettere se non a cristiani cattolici di navigare verso il nuovo mondo e avviare commerci con gli indigeni, la ragione è che “il disegno e l’esecuzione della sua impresa non ebbe altro scopo che l’incremento e l’onore della religione cristiana”.
E ciò comprese appieno Isabella, ella che assai meglio di ogni altro aveva saputo leggere nella mente del grande: è anzi fuor di dubbio che quella piissima regina, di mente virile e di animo eccelso, ebbe ella stessa il medesimo scopo. Aveva scritto infatti di Colombo che egli avrebbe affrontato coraggiosamente il vasto Oceano “al fine di compiere un’impresa di gran momento per la gloria di Dio”. E a Colombo medesimo, reduce dal secondo viaggio, scrive: “essere egregiamente impiegate le spese che ella aveva fatte per la spedizione delle Indie, e che farebbe ancora, in quanto ne seguirebbe la diffusione del cattolicesimo”.
Dall’altro canto, se si prescinde da un motivo superiore alle cose umane, donde avrebbe potuto egli attingere perseveranza e forza per affrontare e sostenere tutto ciò che fu obbligato a sopportare e a soffrire fino all’ultimo? Intendiamo le opposizioni dei dotti, i rifiuti da parte dei prìncipi, i rischi dell’Oceano in tempesta, le veglie incessanti, fino a smarrirne più d’una volta la vista; aggiungansi le battaglie coi selvaggi, i tradimenti di amici e compagni, le scellerate congiure, le perfidie degli invidiosi, le calunnie dei malevoli, le immeritate catene. All’enorme peso di tante sofferenze egli avrebbe dovuto senz’altro soccombere, se non lo avesse sostenuto la consapevolezza della nobilissima impresa, feconda di gloria alla cristianità, di salute a milioni d’anime.
Impresa, intorno alla quale fanno splendida luce gli avvenimenti successivi. Infatti Colombo scoprì l’America mentre una grave procella veniva addensandosi sulla Chiesa: sicché, per quanto è lecito a mente umana di congetturare dagli eventi le vie della divina Provvidenza, l’opera di quest’uomo, gloria della Liguria, sembra fosse particolarmente ordinata da Dio a ristoro dei danni che la cattolicità avrebbe poco dopo patito in Europa.
Chiamare gl’Indiani al cristianesimo era senza fallo opera e compito della Chiesa. La quale, fin dai primordi della scoperta, pose mano al suo ininterrotto compito d’amore, e continuò e continua tuttora a farlo, come ultimamente fino all’estrema Patagonia.
Nondimeno persuaso di dover precorrere e spianare la via all’evangelizzazione e tutto compreso da questo pensiero, Colombo coordinò ogni suo atto a tal fine, nulla quasi operando se non ispirandosi alla religione e alla pietà. Rammentiamo cose a tutti note, ma preziose a chi voglia penetrare ben addentro nella mente e nel cuore di lui. Costretto ad abbandonare, senza avere nulla concluso, il Portogallo e Genova e voltosi alla Spagna, fra le pareti di un monastero egli viene maturando l’alto disegno, confortato da un monaco Francescano. Dopo sette anni, giunto finalmente il giorno di imbarcarsi per l’Oceano, prima di partire si preoccupa di fare le cose necessarie per purificarsi l’anima: supplica la Regina del cielo che protegga l’impresa e guidi la rotta: e non comanda di sciogliere le vele se non dopo avere invocato la Santissima Trinità. Avanzatosi quindi in alto mare, fra l’infuriare dei marosi e il tulmutuare dell’equipaggio, mantiene inalterata la serenità del suo animo confidando in Dio. Attestano il suo proposito gli stessi nuovi nomi imposti alle nuove isole: in ciascuna di esse, appena postovi il piede, adora supplichevole Iddio onnipotente, e non ne prende possesso che in nome di Gesù Cristo. Dovunque approdi, il primo suo atto è di piantare sulla spiaggia la Croce: e dopo aver tante volte, al rombo dei flutti muggenti, inneggiato in alto mare al nome santissimo del Redentore, lo fa risuonare egli per primo nelle isole da lui scoperte: e perciò alla Spagnuola dà inizio alla costruzione di una chiesa cominciando le feste popolari con cerimonie religiose.
Ecco dunque ciò che Colombo intese e volle nell’avventurarsi, per tanto spazio di terra e di mare, in regioni inesplorate e incolte fino a quel giorno: esse però in fatto di civiltà, di notorietà e di forza salirono poi velocemente a quell’alto grado di progresso che ognuno vede.
La grandezza dell’avvenimento e la potenza e la varietà dei benefìci che ne derivarono impongono il ricordo grato e la glorificazione del personaggio. Ma è doveroso, innanzi tutto, riconoscere e venerare singolarmente gli alti decreti di quella mente eterna alla quale ubbidì, consapevole strumento, lo scopritore del nuovo mondo.
Per celebrare degnamente e in armonia con la verità storica le solennità Colombiane, è dunque opportuno che allo splendore delle pompe civili si accompagni la santità della religione. Per cui, come già al primo annuncio della scoperta furono rese a Dio immortale, provvidentissimo, pubbliche grazie prima di tutti dal Pontefice Massimo, così ora nel festeggiare la memoria dell’auspicatissimo evento stimiamo doversi fare la stessa cosa.
Perciò disponiamo che il giorno 12 ottobre, o la domenica susseguente, se così giudicherà opportuno l’Ordinario del luogo, nelle Chiese Cattedrali e collegiate di Spagna, d’Italia e delle Americhe, dopo l’ufficio del giorno, sia cantata solennemente la Messa de Sanctissima Trinitate.
Confidiamo che, oltre alle popolazioni sopra nominate, per iniziativa dei Vescovi si faccia la stessa cosa nelle altre, essendo conveniente che tutti concorrano a celebrare con pietà e riconoscenza un avvenimento che tornò utile a tutti.
Intanto come auspicio dei divini favori e pegno della Nostra paterna benevolenza a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro impartiamo affettuosamente la Benedizione Apostolica.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 16 luglio 1892, anno decimoquinto del Nostro Pontificato.

Il giustificazionismo di matrice protestante avanza

Condividi su:

Il Direttore del giornale online www.informazionecattolica.it ci ha comunicato oggi il successo di questi editoriali settimanali, che vengono pubblicati ogni lunedì, da circa un anno e mezzo. Hanno picchi di 38.000 visite sul sito, mentre la pagina Facebook del quotidiano ha superato le 160.000 persone raggiunte. “Si tratta di un risultato molto importante per me – ha detto e scritto Matteo Castagnae soprattutto per i contenuti, non sempre facili ed intuitivi, che esprimo coi miei articoli a carattere teologico e metapolitico. Non mi aspettavo un simile successo, che mi stimola a fare sempre di più per i miei lettori, che sono gli unici miei editori, essendo il mio giornalismo un’opera di apostolato cattolico. Ringrazio il Direttore, che ha sempre riposto fiducia nel mio operato e sono lieto che anche i numeri gli diano ragione”. 

L’EDITORIALE del LUNEDI per InFormazione Cattolica

di Matteo Castagna

NELLA NOSTRA SOCIETA’ MANCA IL SENSO DEL PECCATO

La secolarizzazione porta con sé il fatto grave per cui le autorità, gli opinionisti, i filosofi cattolici sembrerebbero aver dimenticato il senso del peccato. Il giustificazionismo di matrice protestante pare avere avvolto anche i migliori, come la nebbia addormenta, in un certo qual modo, i sensi.

Se la Fede senza le opere è morta – come scrive San Giacomo – è, altresì vero che non basta la sola fede per salvarsi. Occorre, in via ordinaria, morire in grazia di Dio, ovvero riconciliati, attraverso il sacramento della confessione, con il nostro Creatore, che è immensa bontà e, altrettanto, somma Giustizia. Non sarebbe buono se non fosse, parimenti, giusto. E’ ovvio che nessuno può sostituirsi a Dio nel giudizio, così come mettere in discussione la Sua infinita misericordia, tanto quanto non ci si può far scudo di essa per peccare fortemente, con pieno assenso e deliberato consenso, in materia grave. Dove starebbe, altrimenti, il merito per la salvezza eterna? Per questo, possiamo ritenere come il colpo da maestro di Satana non solo il fatto di esser riuscito a far credere al mondo che egli non esista, ma soprattutto aver suscitato nella mente di alcuni e, de facto, nella prassi di molte persone, la facoltà di vivere come se anche il peccato non esistesse, o, comunque, fosse un qualcosa di superabile, perché perdonato, in automatico, dal Signore.

Non vi è nulla di più pernicioso per le anime di non riconoscersi peccatrici. Vediamo perché il peccato vada riconosciuto, accusato, perché siano indispensabili una contrizione perfetta nei suoi confronti, il proponimento serio e sincero di non commetterlo più, ed il pieno ravvedimento. Esso è un atto umano contro la Legge divina, che si esprime in pensieri, parole, azioni o omissioni. Trattandosi di atto umano esso presuppone sempre la cognizione e la libertà del soggetto, e quindi sempre qualche grado di malizia. La legge divina è naturale o positiva. Oltre ai peccati mortali e veniali che differiscono per gravità e livello di malizia, vi sono i peccati di specie morale, che sono gli atti che si oppongono alle virtù, in modo contrario oppure diverso.

Il peccato capitale è quello al quale la natura decaduta dell’uomo è molto proclive, e diviene sorgente di molte altre mancanze, senza che questo appellativo significhi che ciascuno di tali peccati sia necessariamente una colpa mortale. Anche le tendenze ai peccati, per cui conviene, in tal senso, parlare di difetti o vizi capitali. San Gregorio Magno rese comune l’uso di annoverare sette peccati capitali: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la gola, l’ira e l’accidia. S. Tommaso (S. Theol., I-II, q.84, a. 3 e 4) giustifica questo numero tenendo conto dei beni a cui l’uomo decaduto maggiormente tende, e dei mali da cui più rifugge. Tre, infatti, sono i beni creati ai quali la natura umana, dopo il peccato, è più proclive: la propria eccellenza, donde la superbia; i piaceri dei sensi, donde la gola e la lussuria; le ricchezze, donde l’avarizia. Due sono, d’altra parte, i mali dai quali maggiormente rifugge la natura decaduta: la diminuzione della propria eccellenza, donde l’invidia; la privazione della propria quiete e il dolore, donde l’accidia e l’ira. Nella Sacra Scrittura (Eccle. 9,15), la superbia è detta principio di tutti gli altri peccati; è stato, infatti, il peccato degli Angeli decaduti e di Adamo e, per natura sua, può condurre a qualunque peccato. La lotta contro i peccati capitali e le tendenze ad essi dà una pace profonda perché ristabilisce in noi l’ordine infranto dal peccato. Come sarebbe utile sentir predicare in tutte le chiese queste verità, indispensabili alla vita soprannaturale ed allo stato di grazia!

Ci sono, poi, i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, quelli contro lo Spirito Santo e quelli che rendono l’uomo un pubblico peccatore. Dal sec. XVI invalse l’uso di includere nella prima categoria le colpe che infrangono gravemente l’ordine sociale, e delle quali è detto espressamente nelle Sacre Scritture che gridano al cospetto del Signore, ossia invocano il castigo di Dio su coloro che li commettono. Sono quattro: l’omicidio (Gen. 4,10); la sodomia (Gen. 19,13); l’oppressione delle vedove e degli orfani (Es. 22,22 ss.); il negare la mercede dovuta agli operai (Deut. 24, 14 ss: Giac. 5,4); (Tratto da: B. Markelbach, Summa theol. mor., I, Parisiis 1938, n. 445). Nella seconda categoria, l’espressione peccati contro lo Spirito Santo deriva da testi scritturistici (Matt. 12,31; Marc. 3,29; Luc. 12,10). Si intendeva la sistematica opposizione a qualunque influsso della grazia, da parte dei Farisei, i quali, per malizia, attribuivano al diavolo le opere miracolose fatte da Cristo per confermare la sua divina missione a salvare gli uomini. I Padri e gli Scolastici estesero in questa categoria tutti i peccati che consistono nel disprezzo e repulsione, per cattiva volontà, dei mezzi concessi dalla divina bontà all’uomo, al fine di ritrarlo dal peccato e salvarlo: una tale repulsione è un’offesa tutta particolare allo Spirito Santo, cui vengono attribuite le opere divine di santificazione. Essi sono: la disperazione della propria salvezza; la presunzione di conseguire l’eterna beatitudine senza meriti e penitenza; l’impugnazione ossia la negazione della verità cristiana, conosciuta come rivelata da Dio; l’invidia del bene soprannaturale del prossimo; l’ostinazione nel male, ossia la volontà di persistere nel peccato; il proposito di non pentirsi, ossia il resistere fino alla morte agli impulsi della grazia. Infine, peccatori pubblici sono coloro il cui stato di permanenza nella colpa grave è reso noto per mezzo di una sentenza di condanna, o è, di fatto, conosciuta da una gran parte degli abitanti di un luogo o dei membri di una comunità. Fra i pubblici peccatori si devono, dunque, annoverare, tra gli altri: coloro che danno grave scandalo con la loro condotta contraria alle Leggi di Dio, con ubriachezze e bestemmie; i nominalmente scomunicati o interdetti; i manifestatamente infami; i concubinari e le donne pubbliche, da molti conosciute come tali; coloro i quali notoriamente esercitano una professione illecita, o liberamente e pubblicamente fanno parte di una associazione proibita, ad esempio alla Massoneria, al partito comunista, o altre società dello stesso genere. A tali soggetti sono proibiti la Comunione, il Viatico e l’Estrema Unzione, laddove essi non siano pentiti sinceramente e abbiano dimostrato sincera volontà di riparare, nella misura del possibile, allo scandalo dato. (tratto da: B. Merkelbach, Summa Theologiae moralis, III, Parisiis 1939, n. 89, 277, 705, 871; M. Pruemmer, Manuale theologiae moralis, III, Frigurgi B. 1940, n. 79, 503. Cfr pure tutti gli altri testi di teologia morale e di diritto canonico nei trattati de Eucharistia, de sepoltura ecclesiastica. Contenuti presenti nel Dizionario di Teologia Morale, vol. II, pag. 319 – 322 Card. Roberti – Mons. Palazzini, Ed. Effedieffe 2019, da Edizione Studium, 1955).

Gesù non ha mai detto che essere cristiani sia facile. Occorre meritarsi la corona di Gloria, teniamolo sempre a mente, anche se queste eterne verità vengono sottaciute, deformate o, addirittura negate.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/10/11/il-giustificazionismo-di-matrice-protestante-avanza/

Dio è buono perché punisce e manda all’Inferno…altrimenti sarebbe cattivo

Condividi su:

Segnalazione di Redazione BastaBugie

Invece per l’eresia buonista tutti gli uomini sono concepiti immacolati, in quanto, come diceva Rousseau ciò che rende cattivo l’uomo è la società in cui vive
di Pierfrancesco Nardini

In un precedente articolo abbiamo parlato di un atteggiamento sempre più diffuso: quello di prendersela con Dio per le cose negative della vita e mai ringraziarlo per quelle belle [leggi: A DIO PUOI CHIEDERE TUTTO, MA NON PUOI PRETENDERE NULLA, clicca qui, N.d.BB].
A questo si collega un altro pensiero, molto spesso come critica che viene rivolta al mondo della Tradizione: Dio non è cattivo, quindi non punisce, non manda all’Inferno. Questo sottintende (ma a volte lo dicono proprio) che chi parla di peccato mortale, Inferno e cose affini è il solito retrogrado duro di cuore con i paraocchi, che non ha capito nulla di Dio.
Perché si collega al prendersela con Dio?
Sono due lati della stessa medaglia. Da un lato si bestemmia Dio, attribuendoGli cattiveria, dall’altro Gli si attribuisce una sdolcinata accondiscendenza ad ogni disobbedienza alla sua Legge. In ambedue i casi si nega a Dio una sua qualità: la Bontà infinita da un lato, la Giustizia perfetta dall’altro.
Torniamo all’argomento attuale. Dov’è il problema in questo ragionamento (Dio non punisce, Dio non manda all’Inferno, ecc…)? In primis sta in quel che sottintende.
Nei casi di cui parliamo infatti è chiaro che non si dice solo “Dio è buono”, letteralmente (fosse solo questo, sarebbe corretto). Si sottintende invece contrapposizione a una cattiveria erroneamente collegata al giudicare i peccatori. In parole povere si dice che Dio non giudica e non manda all’inferno perché non è cattivo. Lui ama e basta…
Si nota come questo sia una deriva di quel buonismo che ha oramai invaso la Chiesa con evidenti conseguenze sul modo di intendere la dottrina e non solo.

DIO NON È CATTIVO
“Ma Dio non è Bontà infinita?” mi potrebbe eccepire qualcuno. “Che c’è di male nel dire che non è cattivo?”.
Nulla di male, ovviamente, a dire che Dio non è cattivo. Ribadiamo che dirlo sarebbe una contraddizione in termini. C’è però differenza tra l’essere buono e l’essere buonista (leggi nota in fondo all’articolo).
Quel “mica Dio è cattivo”, poi, non è solo e semplicemente un ribadire l’ovvio, ma, detto con un certo senso, diventa una riduzione di Dio alla sola Bontà, intesa come un restringimento dell’azione divina ad una stucchevole salvezza per tutti che renderebbe inutile il Sacrificio di Cristo… (a proposito, fa pensare qualcosa il “per tutti” della Messa Novus Ordo rispetto al “pro multis” di quella Vetus Ordo?).
In effetti non è Dio che manda all’Inferno, non è Cristo che si diverte nel giudizio particolare a decidere della nostra gioia o dannazione eterna.
I versetti del Siracide ci ricordano che siamo noi a decidere quel che ci toccherà dopo la morte, che «a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».
È l’uomo che, peccando gravemente, si mette da solo nella condizione di finire all’Inferno. Non è Cristo a deciderlo nel giudizio particolare.
Le suddette eccezioni fanno anche a volte perdere la pazienza perché, neanche troppo sottilmente, accusano di pensare che Cristo, nel giudizio particolare, a priori (ossia senza valutare la vita di chi subisce quel giudizio), decida arbitrariamente chi va dove…
L’errore invece è esattamente il contrario ed è di chi queste eccezioni le solleva.
Come abbiamo detto, proprio perché Dio è Bontà infinita, Amore perfetto, non è Lui che manda all’Inferno, nel senso letterale, ma è l’uomo a “mandarcisi” con il suo peccato.

DIO NON È SOLAMENTE BUONO, È ANCHE GIUSTO
Nel giudizio particolare la sentenza sarà semplicemente “dichiarativa” e non “costitutiva”, come si dice nel gergo del diritto. In sostanza, Gesù non costituirà una situazione nuova (stato di dannazione eterna dal nulla), ma si limiterà ad accertare lo status dell’anima (esistenza o meno del peccato grave) e a dichiarare la conseguenza di quello stato.
«Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».
Dio non è solamente buono, è anche giusto!
Dire che Dio è giusto non significa in alcun modo che Dio è cattivo. L’essere giusto è l’esatto opposto dell’essere cattivo. L’essere giusto non è alternativo o in contrapposizione con l’essere buono.
Se ci si dice invece che Dio è buono e che non è cattivo, ponendo in essere quella contrapposizione, si cade nel gravissimo errore di non riconoscerGli una qualità: la Giustizia.
Provate a chiedere: «ma quindi secondo te Dio non è giusto?», la risposta sarà sicuramente «certo che lo è!». Allora si cala il carico e si risponde «e ti sembra giusto Dio che è solo buono e non manda nessuno all’Inferno, così da dare il premio del Paradiso sia a chi è in stato di grazia sia a chi è in peccato mortale?». O, per essere ancora più chiari: «riterresti giusto il Signore se andassi in Paradiso e vicino a te trovassi chi sai per certo essere in peccato mortale e non aver fatto nulla per uscirne?».
Proprio questo è il problema di questo modo di pensare.
Dire che Dio è (solo) buono nel senso evidenziato non significa dire che non è anche giusto?
Rileggiamo il Catechismo di San Pio X e ricordiamo che «Dio è l’essere perfettissimo» (n. 2), ossia che in Lui «è ogni perfezione, senza difetti e senza limiti» (n. 3). “Ogni perfezione”: quindi anche la Giustizia perfetta.

Nota di BastaBugie: Corrado Gnerre nell’articolo seguente dal titolo “Ti spieghiamo perché il buonismo è il contrario della bontà” spiega la differenza tra il perdono e la pena.
Ecco l’articolo completo pubblicato su I Tre Sentieri il 21 settembre 2021:

Per buonismo s’intende quell’atteggiamento secondo cui bisognerebbe evitare di castigare e di punire.
Si sa però che le deformazioni estremizzate della realtà si traducono sempre in una negazione della realtà stessa; così come l’estremizzazione di una cosa buona si traduce sempre nel suo contrario, cioè in una cosa cattiva.
Lo stesso vale per la bontà; infatti il buonismo è il maggior nemico della bontà. Essere buoni a tutti i costi, dimenticando la punizione e la pena, significa diventare cattivi e ingiusti.
Quando succede qualcosa di tragico, per esempio un pirata della strada che uccide investendo un bambino, oppure un rapinatore che uccide un padre di famiglia, ecc… i giornalisti spesso chiedono ai familiari delle vittime: siete pronti a perdonare? Domanda che nelle intenzioni di chi intervista ha un significato ben preciso: confondere il perdono con la volontà di non infierire, di non pretendere che il colpevole paghi, per la serie: non pretenderai mica che chi è colpevole sconti chissà che cosa…
La dottrina cattolica, invece, ci presenta una differenza importante, quella tra perdono e pena.
Il perdono è il perdono; ma questo non esclude la pena, anzi. Il Sacramento della Riconciliazione (la Confessione) assolve il peccatore, ma non toglie totalmente la pena che deve essere scontata in questa vita o, se non basta questa vita, in Purgatorio.
Dunque, Dio stesso, che è amore e giusto giudice, quando perdona e assolve non elimina la pena. Non è cristiano, quindi, confondere perdono con il fatto che il colpevole non debba “pagare”; né tantomeno può essere accusato di essere vendicativo chi pretende che il colpevole sconti la sua pena.
Ma qual è l’origine del buonismo? La risposta non è facile. Se ne può però individuare un’origine filosofica. Basterebbe fare riferimento al pensiero di Jean Jacques Rousseau. Questi disse che l’uomo nascerebbe buono e che ciò che lo renderebbe cattivo sarebbero le condizioni sociali, quali un certo tipo di progresso. Pertanto, le cause della cattiveria umana non sarebbero da ricercare nell’uomo e nella sua libertà, quanto in ciò che è al di fuori di lui: società, ambiente, educazione, ecc. Insomma, una vera e propria immacolata concezione dell’uomo. Tra parentesi: questa antropologia è stata fatta propria da tutte le dottrine progressiste e materialiste e quindi anche dal positivismo filosofico. Fu così che nella seconda metà dell’Ottocento (anno 1858) la Vergine apparve a Lourdes (dunque in Francia, patria del positivismo) confermando la solenne definizione della sua Immacolata Concezione, proprio per ricordare che, tranne Lei, ogni uomo nasce con il peccato di origine.

Titolo originale: Se Dio non è anche giusto… vuol dire che è cattivo
Fonte: I Tre Sentieri, 5 novembre 2020

Un anniversario da non dimenticare: il martirio di Marcantonio Bragadin (1571-2021)

Condividi su:

Nel corso della catechesi del Circolo Christus Rex del primo mercoledì del mese, l’Ing. raffaele Amato ha tenuto una bellissima relazione sull’attualità della battaglia di Lepanto, soffermandosi particolarmente sulla figura ed il martirio di Marcantonio Bragadin, che rifiutò di apostatare dalla fede cattolica. Un esempio ed un monito importante per tutti i cattolici. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Roberto De Mattei

Vi sono molti personaggi storici che attendono di essere elevati agli altari, perché uccisi in odio alla fede e alla Civiltà cristiana: Simone di Montfort (1170-1218), vittima degli eretici Albigesi; la regina di Scozia Maria Stuart, fatta uccidere nel 1587 da Elisabetta I Tudor; i Reali di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta, ghigliottinati nel 1793 dai giacobini e, non ultimo, Marcantonio Bragadin, l’eroico difensore di Famagosta scorticato vivo dai Turchi nel 1571. Quest’anno, è il 450° anniversario della vittoria di Lepanto, ma anche del sacrificio di Marcantonio Bragadin. La tragica morte del patrizio veneziano è stata tramandata alla storia da un testimone oculare, Nestore Martinengo (1547- 1598), che nel 1572 presentò al governo della Repubblica di Venezia una celebre relazione su L’assedio et la presa di Famagosta. Chi poi volesse inquadrare questo evento nel suo contesto religioso e politico, potrà approfondirlo nel libro da me dedicato a Pio V. Storia di un Papa santo, pubblicato quest’anno dall’editore Lindau.

Tutto iniziò la notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, quando un tremendo boato scosse Venezia. Era saltato in aria il gigantesco deposito di munizioni dell’arsenale. Il Senato della Repubblica ne attribuì la responsabilità a dei sabotatori assoldati da Josef Nassì, un ricco ebreo di origine portoghese, nemico giurato della Repubblica di Venezia, che viveva a Costantinopoli e spingeva il sultano Selim II alla conquista di tutte le isole dell’Egeo.

Selim II (1524-1574), che era succeduto al padre Solimano il Magnifico come capo dell’Impero Ottomano, decise di rompere la pace conclusa nel 1540 con Venezia, rivendicando presunti diritti sull’isola di Cipro, una colonia veneziana che rivestiva grande importanza strategica e costituiva, con Malta, l’unica enclave cristiana in un mare dominato dai Turchi.

Le autorità della Repubblica di Venezia si trovarono di fronte a un dilemma: abbandonare l’isola di Cipro, oppure sfidare la potenza ottomana, rinunciando alla politica di conciliazione verso i Turchi, tenuta dalla “Serenissima” negli ultimi decenni. Il 28 marzo 1570 Selim inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l’isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l’inviato turco e il doge Pietro Loredan durò pochi minuti. “La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell’aiuto di Dio e nella forza delle sue armi”, dichiarò il vecchio doge. Il lunedì di Pasqua nella basilica di San Marco venne consegnato lo stendardo di combattimento al “capitano general da mar” della flotta della Serenissima, Girolamo Zane. Venezia si preparava alla guerra.

Il Papa Pio V (1566-1572), che regnava da quattro anni, si rallegrò della notizia: la guerra sarebbe stata una grande occasione per realizzare l’obiettivo che si era posto fin dall’inizio del suo pontificato: la costituzione di una “Santa Lega” dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica. Egli era convinto che ciò che era in gioco non era solo l’interesse di Venezia, ma quello dell’intera Cristianità.

Intanto, il 3 luglio 1570 le truppe di Lala Mustafà Pascià (1500 circa-1580), inviate da Selim II, sbarcarono a Cipro e posero l’assedio a Nicosia, capitale dell’isola. La guarnigione veneta schierava 6000 uomini contro oltre 100.000 ottomani, muniti di 1.500 cannoni e appoggiati da circa 150 navi, che bloccavano l’afflusso di rifornimenti e rinforzi. Nonostante l’accanita difesa. Nicosia cadde dopo un assedio di due mesi, la guarnigione fu massacrata, più di duemila abitanti catturati e venduti come schiavi. Sotto il controllo dei veneziani rimaneva però Famagosta, la principale piazzaforte dell’isola.

I Turchi inviarono ai difensori di Famagosta la testa mozzata del governatore di Nicosia Niccolò Dandolo, per ammonirli ad arrendersi, ma i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni (1526-1571), erano decisi a resistere a oltranza.

Nel gennaio 1571, l’audace comandante veneziano Marco Querini, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con munizioni, viveri e 1600 uomini.  Bragadin e Baglioni riuscirono a resistere per tutto l’inverno, grazie all’ottimo sistema fortificato della città e alle incursioni a sorpresa che effettuavano al di fuori delle mura nell’accampamento degli assedianti. I Veneziani avvelenarono anche i pozzi di acqua esterni e fecero credere di aver fatto evacuare la città, spingendo il nemico ad avvicinarsi senza precauzioni e infliggendogli perdite ingentissime

A primavera gli attacchi dei Turchi si rinnovarono con sempre maggior furore, mentre Pio V era riuscito a costituire la sua Santa Lega, con la partecipazione dello Stato Pontificio, della Spagna e della Repubblica di Venezia.

Bragadin contava ormai solo sull’arrivo dei soccorsi cristiano, ma Mustafà che temeva un’altra disastrosa sconfitta, dopo quella subita a Malta cinque anni prima, chiese ulteriori rinforzi e il suo esercito raggiunse le 250.000 unità, contro poco più di 2000 combattenti veneziani. Dopo undici mesi di eroica resistenza, i continui bombardamenti e la fine dei viveri e delle munizioni, costrinsero Bragadin, il 1 agosto 1571, a decretare la resa di Famagosta.

Lalà Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l’isola, imbarcandosi sulle loro navi, “a tocco di tamburo, con le insegne spiegate, artiglieria, arme et bagaglio, moglie e figli”, ma si macchiò di un infame tradimento. Il 2 agosto Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda di Lalà Mustafà per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Astorre Baglioni e gli altri rappresentanti della delegazione veneziana vennero decapitati seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia sotto il sole cocente, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all’Islam, ma Bragadin rifiutò sdegnosamente.

Il 17 agosto il comandante veneziano fu appeso all’albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui un rinnegato genovese infisse il coltello sulla spalla sinistra e iniziò a scuoiarlo vivo. Il comandante veneziano sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, urlò: “In manus tuas Domine commendo spirituum meum” e spirò Erano le 15 del 17 agosto 1571. Il corpo di Bragadin fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e cotone, e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi appesa all’antenna d’una galea, che la portò a Istanbul come trofeo, insieme con le teste dei capi cristiani.

La risposta cristiana all’eccidio di Famagosta avvenne il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, dove la flotta turca venne annientata. La pelle di Marcantonio Bragadin, sottratta nel 1580 all’Arsenale di Istanbul, fu portata a Venezia e viene venerata come una reliquia nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, nel retro del monumento dell’eroe veneziano. Marcantonio Bragadin meriterebbe di figurare tra i Beati del V Cielo del Paradiso, descritti da Dante nella Divina Commedia, e di essere ricordato accanto ai grandi combattenti per la fede degli ultimi secoli, dai Vandeani ai Cristeros. Un giorno, forse, la Chiesa lo canonizzerà come martire.

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZ1bi1hbm5pdmVyc2FyaW8tZGEtbm9uLWRpbWVudGljYXJlLWlsLW1hcnRpcmlvLWRpLW1hcmNhbnRvbmlvLWJyYWdhZGluLTE1NzEtMjAyMSUyRg==&sig=5gF1nTCxMt847RYZANex9AXk7uLjUhg6DD1MSgvMjj6b&iat=1633554930&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=582A617A15A5906

Avanzando la secolarizzazione sembra perdersi il vero significato della fede cattolica, ma…

Condividi su:

L’EDITORIALE del LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2021/10/04/avanzando-la-secolarizzazione-sembra-perdersi-il-vero-significato-della-fede-cattolica-ma/

AVANZANDO LA SECOLARIZZAZIONE OCCORRE CHIEDERCI DI NUOVO: MA CHE COS’E’ VERAMENTE LA FEDE?

Avanzando la secolarizzazione, sembra perdersi il vero significato della fede cattolica, così da indurre le persone a darne una definizione soggettiva. Ciò comporta che molti credano di averla, ma, in realtà, non è così.

L’errore della modernità è proprio la storicizzazione del dogma e, con la scusante della misericordia divina, il permissivismo verso il peccato, quale non fosse un vizio da combattere, ma uno stato dell’animo da giustificare, sempre e comunque. Ah, quanto si frega le mani il diavolo, davanti a questi atteggiamenti! E quanto tutti i Santi hanno messo in guardia da questi errori!

E’, dunque, utile chiarificare che cosa sia la Fede. In senso etimologico, significa persuasione, confidenza (nei riguardi di Dio). In senso largo è ogni assenso della mente nei confronti delle Leggi di Dio. In senso stretto, teologicamente si può considerare come atto e come abito. Come atto, si può definire “assenso soprannaturale con il quale l’intelletto, sotto l’impero della volontà e l’influsso della grazia, aderisce con fermezza alle verità rivelate per l’autorità di Dio rivelante”. Tale definizione ci presenta tutti gli elementi essenziali della fede.

Essa è:

1) Atto che emana l’intelletto. Il conoscere e l’assentire sono atti dell’intelligenza e, in questo, si distinguono dal “senso religioso”, come vorrebbero i Modernisti, il quale si fonda sull’immaginazione e la sensibilità, il più delle volte con sterile e sciocco sentimentalismo, piuttosto che su di un motivo razionale.

2) Sotto l’impero della volontà. L’atto di fede non emana solo dall’intelletto, ma richiede un atto della volontà, perché non abbiamo l’intrinseca evidenza di una verità, come l’abbiamo in alcuni principi naturali. Mentre due più due fa sempre quattro (sebbene ci sia qualche sconsiderato che, distopicamente, pretenda fare cinque o tre…) e la volontà non può modificare questa evidenza, nella fede abbiamo una ragione estrinseca: l’Autorità di Dio rivelante. Non essendo intrinsecamente evidente, l’intelligenza resta libera, e quindi ha il merito di aderire, se vuole, senza esserne costretta. Ecco perché è necessario l’influsso della volontà. In questo la fede differisce dalla visione beatifica, nella quale si percepisce chiaramente e immediatamente la verità.

3) Sotto l’influsso della Grazia. L’atto di fede è Soprannaturale; non bastano, perciò, le sole forze umane dell’intelletto e della volontà, ma occorre la grazia di Dio che illumini l’intelletto e muova la volontà, oltre la soprannaturalità della Rivelazione, fatta da Dio. In questo, la fede differisce dalla scienza, che aderisce a verità di ordine naturale. Inoltre, l’adesione alla fede deve essere ferma, poiché non può ingannarsi né ingannare. In questo, si distingue dall’opinione, che manca di certezza. La ragione per cui si crede è costituita di verità rivelate, di ordine naturale e soprannaturale che si fondano sulla testimonianza degli uomini, che traiamo dalle Sacre Scritture, dalla Chiesa Cattolica e dalla Tradizione. Vanno credute, senza dubbi, tutte le verità di fede, nessuna esclusa, altrimenti non si è cattolici.

Come abito, la fede si può definire: “Virtù soprannaturale e teologica che dispone la mente ad assentire con fermezza a tutte le verità rivelate da Dio”. La virtù è un abito permanente. Il fine della Fede è il raggiungimento di Dio in modo soprannaturale. (Giuseppe Casali, Somma di Teologia Dogmatica, Ed. Regnum Christi, Lucca, 1964).

Quanto spiegato corrisponde a ciò che è stato definito dal Concilio Vaticano I riguardo alla fede: essa “è una virtù soprannaturale, per la quale, colla aspirazione e aiuto della grazia di Dio crediamo essere vere le cose da Lui rivelate, non per l’intrinseca verità delle cose, veduta alla luce della ragione naturale, ma per l’autorità di Dio rivelante, il quale non può ingannarsi né ingannare” (D.B. 1789).

Nella lettera agli Ebrei (11,1) San Paolo ce ne dà questa descrizione: “La fede è sostanza di cose sperate e convinzione di cose che non si vedono” ma che si vedranno nell’Aldilà. San Giacomo (2,17) ci ricorda che “la fede senza le opere è morta” ma, anche, che “la fede in sé, benché non operi per mezzo della carità, è dono di Dio e atto di Lui opera che riguarda la salvezza” (Conc. Vat. I, D.B. 1791).

Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me

Condividi su:

di Carlos Werner

1 OTTOBRE – SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO, VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA – MEMORIA

Lc 10,13-16

In quel tempo, Gesù disse:

«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.

E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!

Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato».

Commento:

Enorme responsabilità, ammirabile compito: rappresentare – quasi nel senso letterale del verbo – lo stesso Gesù davanti agli uomini.

***

Nostro Signore maledice in questo passo Betsàida e Cafàrnao, due città del lago di Tiberiade che furono testimoni di grandi suoi miracoli. Da Betsàida sarebbero, addirittura, originari Pietro, Andrea e Filippo, Apostoli del Signore.

La maledizione divina si è fatta sentire, e come! In effetti, i resti archeologici di Betsàida si ritrovano oggi lontani dalla riva del lago, perché la città fu spostata in alto da un cataclisma. Letteralmente rasata al suolo, i suoi resti sono difficili da identificare… La parola del Verbo di Dio non uscì dalla sua bocca senza produrre frutti.

E se avessero la stessa sorte alcune città moderne? Perché no? Anche da noi abbiamo assistito, specie in Europa, a tanti miracoli e grazie insigni elargite dalla Provvidenza in profusione. Tanta misericordia non ha generato tra noi veri sentimenti di conversione, malgrado sia a Lourdes che a Fatima la Madonna abbia chiesto con veemenza materna che facessimo penitenza.

Preghiamo per ascoltare il Signore e non disprezzarlo, altrimenti, avremo in sorte un futuro simile a quello avuto da Betsàida e Cafàrnao.

Santa Teresina, nella sua grande bontà, possa attrarre tanti cuori al vero amor di Dio, per evitare che le rovine di un mondo decadente seppelliscano il passato glorioso di fede ed eroismo dei nostri antenati.

Fonte: https://www.cristianitoday.it/?mailpoet_router&endpoint=track&action=click&data=WzE5MCwiZWM1OTA1IiwiMTM2NyIsIjI1ZjI3NjJjNWQwZSIsZmFsc2Vd

La recita del Rosario: come Davide contro Golia

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

All’inizio del mese del Santo Rosario segnaliamo un’enciclica di Pio XII del 1951, dove il papa parla anche delle persecuzioni dei regimi comunisti nei confronti della Chiesa. Sull’incompatibilità del comunismo e del socialismo con la dottrina cattolica: https://www.sodalitium.biz/giornata-la-regalita-sociale-cristo-2021/
Lettera Enciclica “Ingruentium Malorum” di Pio XII del 1951
 
Fin da quando siamo stati elevati alla suprema cattedra di Pietro, per disegno della divina Provvidenza, alla vista dei mali che avanzavano, non abbiamo mai cessato di affidare al validissimo patrocinio della Madre di Dio le sorti dell’umana famiglia, e a questo scopo, come ben sapete, più volte, abbiamo scritto lettere di esortazione. Vi è noto, venerabili fratelli, con quanto zelo e con quanta spontaneità e unanimità di consensi il popolo cristiano abbia risposto dappertutto ai Nostri inviti. Lo hanno magnificamente attestato ripetute volte grandiosi spettacoli di devozione e di amore verso l’augusta Regina del Cielo, e sopra tutto quella manifestazione di universale letizia che i Nostri occhi medesimi poterono in qualche maniera contemplare, quando lo scorso anno dalla Piazza S. Pietro, circondati da una moltitudine immensa di fedeli, abbiamo solennemente proclamato l’assunzione in corpo e anima di Maria vergine in Cielo.
Se il ricordo di queste cose torna a Noi gradito e Ci conforta a sperare fermamente nella misericordia divina, al presente, tuttavia, non mancano motivi di profonda tristezza che tengono in ansia e addolorano il Nostro animo paterno.
Conoscete, infatti, venerabili fratelli, le veramente tristi condizioni dei nostri tempi. L’unione fraterna delle nazioni, da tanto tempo infranta, non è stata ancora dappertutto ristabilita, ma da ogni parte vediamo gli animi sconvolti dall’odio e dalle rivalità, e incombono ancora sopra i popoli minacce di nuovi sanguinosi conflitti. A ciò si aggiunge quella violentissima tempesta di persecuzioni, che già da lungo tempo infierisce contro la chiesa, privata della sua libertà, affliggendola assai duramente con calunnie e angustie di ogni genere, facendo scorrere talvolta anche sangue di martiri. A quali e quante insidie vediamo sottoposte le anime di molti Nostri figli in quelle regioni, perché rigettino la fede dei loro padri, e spezzino con somma loro sventura il vincolo di unione che li lega a questa sede apostolica! Né infine possiamo in alcuna maniera passare sotto silenzio un nuovo misfatto, intorno al quale, con immenso dolore, desideriamo vivamente richiamare non solo la vostra attenzione, ma pure quella di tutto il clero, dei singoli genitori e delle stesse pubbliche autorità: Ci riferiamo a quella iniqua campagna che gli empi conducono a danno della candida innocenza dei fanciulli. Neppure l’età innocente è stata risparmiata, ma si osa, purtroppo, strappare con gesto temerario persino i fiori più belli nel mistico giardino della chiesa, che formano la meravigliosa speranza della religione e della società. Se a ciò si rifletta, non deve destare molta meraviglia il fatto, che tanti popoli gemano sotto il peso dei divini castighi, e vivano sotto l’incubo di calamità ancora maggiori.
Tuttavia la considerazione di uno stato di cose tanto gravido di pericoli non deve abbattere il vostro animo, venerabili fratelli; memori, invece, di quel divino insegnamento: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11, 9), con maggiore fiducia vogliate innalzare spontaneamente i vostri cuori verso la Madre di Dio, cui sentì sempre il bisogno di ricorrere il popolo cristiano nell’ora del pericolo, giacché ella «è stata costituita causa di salvezza per tutto il genere umano»(2)
Per tale motivo con gioiosa attesa e ravvivata speranza guardiamo al prossimo ritorno del mese di ottobre, durante il quale i fedeli sogliono accorrere con maggiore frequenza alle chiese, per innalzare le loro suppliche a Maria per mezzo del santo rosario. Questa preghiera, venerabili fratelli, desideriamo sia fatta quest’anno con maggiore fervore di animo come è richiesto dall’aggravarsi delle necessità. Ci è ben nota, infatti, la sua potente efficacia per ottenere l’aiuto materno della Vergine. Benché non vi sia certamente un unico modo di pregare per poter conseguire questo aiuto, tuttavia Noi stimiamo che il rosario mariano sia il mezzo più conveniente ed efficace, come del resto viene chiaramente suggerito dall’origine stessa, più divina che umana, di questa pratica e dalla sua intima natura.
Che cosa infatti di più adatto e più bello dell’orazione domenicale e del saluto angelico, che formano come i fiori di cui s’intreccia questa mistica corona? Aggiungendosi, inoltre, alle ripetute preghiere vocali la meditazione dei sacri misteri, ne deriva l’altro grandissimo vantaggio, che tutti, anche i più semplici e i meno istruiti, hanno in ciò una maniera facile e pronta per alimentare e custodire la propria fede. E invero, dalla meditazione frequente dei misteri, l’animo attinge e insensibilmente assorbe la virtù che essi racchiudono, si accende straordinariamente alla speranza dei beni immortali, e viene fortemente e soavemente spronato a seguire il sentiero battuto da Cristo medesimo e dalla sua Madre. La recita stessa di formule identiche tante volte ripetute, nonché rendere questa preghiera sterile e noiosa, quale mirabile virtù, invece, possiede, come si può sperimentare, per infondere fiducia in chi prega e fare dolce violenza al cuore materno di Maria!
Adoperatevi, dunque, venerabili fratelli, con particolare sollecitudine, perché i fedeli, in occasione del prossimo mese di ottobre, possano compiere questo fruttuoso ufficio con la maggior diligenza possibile, e il santo rosario sia da essi sempre più convenientemente stimato e diffusamente praticato. Per opera vostra principalmente il popolo cristiano possa comprenderne l’eccellenza, il valore e la salutare efficacia.
Ma soprattutto Noi desideriamo che in seno alla famiglia sia dappertutto diffusa la consuetudine del santo rosario, religiosamente custodita e sempre più sviluppata. Invano, infatti, si cerca di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile, se la società domestica, principio e fondamento dell’umano consorzio non sarà diligentemente ricondotta alle norme dell’evangelo. A svolgere un compito così arduo, Noi affermiamo che la recita del santo rosario in famiglia è mezzo quanto mai efficace. Quale spettacolo soave e a Dio sommamente gradito, quando, sul far della sera, la casa cristiana risuona al frequente ripetersi delle lodi in onore dell’augusta Regina del Cielo! Allora il rosario recitato in comune aduna davanti all’immagine della Vergine, con una mirabile unione di cuori, i genitori e i figli, che ritornano dal lavoro del giorno; li congiunge piamente con gli assenti, coi trapassati; tutti infine li stringe, più strettamente, con un dolcissimo vincolo di amore, alla Vergine santissima, che, come madre amorosissima, verrà in mezzo allo stuolo dei suoi figli, facendo discendere su di essi con abbondanza i doni della concordia e della pace familiare. Allora la casa della famiglia cristiana, fatta simile a quella di Nazaret, diventerà una terrestre dimora di santità e quasi un tempio, dove il rosario mariano non solo sarà la preghiera particolare che ogni giorno sale al cielo in odore di soavità, ma costituirà altresì una scuola efficacissima di virtuosa vita cristiana. I grandi misteri della redenzione, infatti, proposti alla loro contemplazione, col mettere sotto i loro occhi i fulgidi esempi di Gesù e Maria, insegneranno ai grandi a imitarli ogni giorno, a ricavare da essi conforto nelle avversità, e, dagli stessi, verranno richiamati a umilmente volgersi verso quei celesti tesori «dove non giunge ladro, né tignola consuma» (Lc 12, 33); porteranno, inoltre, a conoscenza dei piccoli le principali verità della fede, facendo quasi spontaneamente sbocciare nelle loro anime innocenti la carità verso l’amorevolissimo Redentore, mentre essi, dietro il buon esempio dei loro genitori genuflessi davanti alla maestà di Dio, fin dai teneri anni impareranno quanto sia grande il valore della preghiera recitata in comune.
Non esitiamo quindi ad affermare di nuovo pubblicamente che grande è la speranza da Noi riposta nel santo rosario, per risanare i mali che affliggono i nostri tempi. Non con la forza, non con le armi, non con la umana potenza, ma con l’aiuto divino ottenuto per mezzo di questa preghiera, forte come Davide con la sua fionda, la chiesa potrà affrontare impavida il nemico infernale, ripetendo contro di lui le parole del pastore adolescente: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con lo scudo: ma io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti … e tutta questa moltitudine conoscerà che il Signore non salva con la spada, né con la lancia» (1 Re 17, 44.49).
Per la qual cosa vivamente desideriamo, venerabili fratelli, che tutti i fedeli, dietro il vostro esempio e il vostro incitamento, corrispondano con sollecitudine alle Nostre paterne esortazioni, unendo insieme i loro cuori e le loro voci, nello stesso ardore di carità. Se aumentano i mali e gli assalti dei cattivi, deve parimenti crescere e diventare sempre più vigoroso lo zelo di tutti i buoni; si sforzino costoro di ottenere dalla nostra amorosissima Madre, specialmente per mezzo di questa preghiera, senza dubbio a lei graditissima, che possano ritornare al più presto tempi migliori per la chiesa e per la società.
La potentissima Madre di Dio, mossa dalle preghiere di tanti suoi figli, ci ottenga dal suo Unigenito Figlio – noi tutti la supplichiamo – che coloro i quali hanno miseramente smarrito il sentiero della verità e della virtù, rinnovati nel loro animo, possano ritrovarlo; ci ottenga, che possano felicemente placarsi gli odi e le rivalità, fonti di discordia e di ogni genere di sventura; che la pace, quella vera, giusta e genuina, torni felicemente a risplendere sugli individui, sulle famiglie, sui popoli e sulle nazioni; che finalmente, assicurati, com’è giusto, i diritti della chiesa, quel benefico influsso che da essa deriva, penetrando senza ostacoli nel cuore degli uomini, fra le classi sociali e le arterie stesse della vita pubblica, congiunga fraternamente i popoli tra di loro e li conduca a quella prosperità che regoli, difenda e coordini i diritti e i doveri di tutti, senza ledere alcuno, affermandosi sempre maggiormente, per la vicendevole e comune collaborazione.
Non dimenticate, venerabili fratelli e diletti figli, mentre pregando fate scorrere la corona del rosario fra le vostre mani, non dimenticate, ripetiamo, coloro che languiscono miseramente in prigionia, nelle carceri, nei campi di concentramento. Tra di essi si trovano, come sapete, anche vescovi allontanati dalle loro sedi per avere eroicamente difeso i sacrosanti diritti di Dio e della chiesa; si trovano figli, padri e madri di famiglia, strappati dal focolare domestico e costretti a condurre lontano una vita infelice in terre sconosciute, sotto altri climi. Come Noi prediligiamo e circondiamo di un affetto paterno tutti costoro, così anche voi, animati da quella carità fraterna che la religione cristiana alimenta e accresce, insieme con le Nostre unite le vostre preghiere davanti all’altare della Vergine Madre di Dio, e raccomandateli al suo cuore materno. Essa senza dubbio, con dolcezza squisita, allevierà le loro sofferenze, ravvivando nei cuori la speranza del premio eterno, e non mancherà ancora, come fermamente confidiamo, di affrettare rapidamente la fine di tanti dolori.
Non dubitando che voi, venerabili fratelli, con lo zelo ardente che vi è solito, porterete a conoscenza del vostro clero e del vostro popolo, nella maniera che vi sembrerà più opportuna, queste Nostre paterne esortazioni; così pure nella certezza che i Nostri figli, sparsi ovunque sulla terra, corrisponderanno volentieri a questo Nostro invito, a voi tutti, al gregge affidato a ciascuno di voi – a quelli in particolare che specialmente reciteranno il rosario mariano secondo queste Nostre intenzioni – come segno della Nostra riconoscenza, auspice di celesti favori, con effusione di cuore impartiamo l’apostolica benedizione.
 
Roma, presso San Pietro, 15 settembre, festa dei Sette Dolori di Maria Vergine, nell’anno 1951, XIII del Nostro pontificato. PIO PP. XII
 

 

Gli eretici dei primi secoli e lo spirito romano

Condividi su:

Segnalazione Corrispondenza Romana

del Prof. Roberto De Mattei

Nel corso dei secoli la Chiesa cattolica ha sempre combattuto le opposte deformazioni della sua dottrina morale. Da una parte il lassismo, cioè la negazione degli assoluti morali, in nome del primato della coscienza; dall’altra il rigorismo, cioè la tendenza a creare leggi e precetti che la morale cattolica non prevede. Oggi il lassismo ha il suo esito nella “morale della situazione” modernista, mentre il rigorismo costituisce una tentazione settaria per il tradizionalismo. E’ contro quest’ultimo pericolo che voglio mettere in guardia, ricordando quanto accadde nei primi secoli della Chiesa, con le eresie dei Montanisti, dei Novaziani e dei Donatisti.

I Montanisti, ad esempio, sostenevano che il martirio dovesse essere volontariamente cercato, senza mai cercare di evitarlo. Ben diverso era l’atteggiamento dei veri cristiani che non cercavano il martirio ma una volta posti di fronte alla scelta, non esitavano a preferire la morte all’apostasia. Gli Atti dei Martiri mostrano la differenza tra il comportamento di Quinto Frigio, e quello di Policarpo, vescovo di Smirne, nel 155 dopo Cristo. Quinto si autodenunciò come cristiano, ma poi sotto le minacce e i supplizi apostatò la fede. Policarpo, invece, catturato dal proconsole Stazio Quadrato, ottenne la palma del martirio, pur non avendolo cercato.

Il montanismo venne condannato dalla Chiesa, ma il suo spirito rigorista riemerse, cento anni dopo, con la cosiddetta questione dei “Lapsi”. Nel 250, l’imperatore Decio emanò un editto con il quale ordinava, sotto pena di morte, che tutti i cittadini dell’Impero bruciassero l’incenso davanti alle divinità pagane. Lapsi (caduti) furono chiamati quei cristiani che, per salvare la vita, rinnegarono la fede cristiana ma, una volta passata la persecuzione, chiedevano di essere riammessi nella comunione della Chiesa.

Alcuni vescovi africani negarono ai lapsi la possibilità di accedere ai sacramenti, compreso quello della penitenza. A Roma questo rigorismo morale fu fatto proprio da Novaziano (220 circa- 258), un ambizioso sacerdote che occupava una posizione di rilievo nel clero. Secondo Novaziano il peccato dei lapsi poteva essere perdonato da Dio, ma non dalla Chiesa, che non avrebbe potuto riammetterli al suo interno neppure in punto di morte.

Papa Cornelio (251-253), stabilì che i lapsi che avevano fatto pubblica penitenza avrebbero potuto essere riammessi nella Chiesa. Novaziano contestò la validità dell’elezione di Cornelio e, dopo essersi fatto consacrare vescovo con l’inganno, rivendicò per sé il Papato, svolgendo una intensa attività propagandistica in tutto l’Impero. Egli viene considerato il primo “anti-Papa”.

Se Novaziano aveva rifiutato l’assoluzione agli apostati, i suoi seguaci più coerenti estesero l’errore a tutti i peccati gravi: idolatria, omicidio e adulterio che, a dir loro, non potevano essere perdonati dalla Chiesa, ma solo da Dio. Queste idee vennero raccolte sotto Diocleziano (301-303) dai Donatisti, che prendono nome da Donato, vescovo di Casae Nigrae (Case Nere) in Africa.

Nella sua ultima persecuzione l’Imperatore ordinò che ogni Libro Sacro della Chiesa fosse consegnato e bruciato in pubblico. Coloro che si sottomisero a questo editto vennero definiti dagli altri cristiani traditores perché colpevoli di traditio, cioè di consegna di libri e oggetti sacri ai persecutori. Il vescovo Donato affermò che la consacrazione del vescovo di Cartagine Ceciliano era invalida perché era stata effettuata da un traditor, Felice di Aptonga. Per Donato e i suoi seguaci, né gli eretici, né i peccatori pubblici e manifesti, appartenevano alla vera Chiesa e i sacramenti da loro amministrati erano invalidi. Il valore dei sacramenti dipendeva, per essi, dalla santità del ministro.

Il grande avversario dottrinale del donatismo fu sant’Agostino, vescovo di Ippona, che nello spazio di vent’anni, tra il 391 e il 411 scrisse più di venti trattati contro la setta. Nel Concilio di Cartagine del 411, Agostino, in tre sedute, di cui ci è stato trasmesso il verbale, prese la parola più di settanta volte, confutando la loro dottrina.

Novaziani e Donatisti non intendevano abolire il sacramento della penitenza, ma negando che la Chiesa, in alcuni casi, potesse amministrarlo, aprirono la strada alla sua soppressione da parte di Lutero e di Calvino. Per questo il Concilio di Trento, il 25 novembre 1551, ribadì la condanna dei Novaziani e dei Donatisti (Denz-H, n. 1670), affermando che chiunque cada nel peccato, dopo aver ricevuto il Battesimo, può sempre ripararvi con una vera penitenza. Lo stesso Concilio definì la validità dei sacramenti, indipendentemente dallo stato di grazia o di peccato del ministro (Denz-H, n. 1612).

La negazione del potere della Chiesa nel rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo portava inevitabilmente al rifiuto della dimensione istituzionale del Corpo Mistico di Cristo. I Montanisti si definirono “spirituali” e vagheggiarono una chiesa di ispirazione profetica e di diretta comunicazione divina; i Novaziani si chiamarono katharoi, cioè “puri,” termine usato poi, nel Medioevo, dagli eretici albigesi, per distinguersi dai membri della Chiesa gerarchica; i Donatisti si ispirarono ad un medesimo paradigma di “chiesa invisibile”. Le sette che nel XVI secolo proliferarono alla sinistra di Lutero raccolsero gli errori dei Montanisti, dei Novaziani e dei Donatisti, opponendo le loro conventicole alla Chiesa cattolica, fondata da Gesù Cristo.

Per evitare di cadere in questo fanatismo settario, i cristiani dei primi secoli ebbero bisogno di ponderazione e di equilibrio.

Un valente storico come mons. Umberto Benigni (1862-1934), afferma che i primi cristiani, furono prima di tutto coscienti e decisi: «Sapevano che cosa bisognava volere e, fortemente, costantemente, lo vollero. Essi furono, inoltre, disciplinati, contro le tendenze anarchiche o separatiste degli “illuminati”, delle teste calde, degli individualisti; la monarchia episcopale vinse subito le tendenze oligarchiche di qualche profeta o presbitero; e la supremazia papale si venne determinando, di fatto, contro quelle di alcuni vescovi secessionisti. (…) Finalmente i primi cristiani furono equilibrati. Cioè nel loro insieme ortodosso non si lasciarono trascinare dagli eccessi di destra e di sinistra, dai rigoristi né dai lassisti di Cartagine, dalle convulsioni montanistiche né dalle astruserie alessandrine, dalle grettezze dei giudaizzanti né dall’anarchia gnostica. Questa mentalità equilibrata fece ad essi comprendere il loro tempo, e camminargli a lato senza compromessi e senza ombrosità, né zoppicando né galoppando; tenendosi sempre pronti nell’adattarsi, ma per vincere, non per capitolare. Quando Costantino li chiamò a riformare la società romana, essi non ebbero né da precipitare né da rallentare il cammino; ma soltanto continuare sul cocchio imperiale la strada fatta sin allora a piedi» (Storia sociale della Chiesa, Vallardi, Milano 1906, vol. I, pp. 423-424).

Coscienti e decisi, disciplinati ed equilibrati, devono essere oggi i cattolici, respingendo il pericolo del caos e della frammentazione che li minaccia. Un articolo sulla Dublin Review del sacerdote (poi cardinale) Nicholas Wiseman, che paragonava la posizione dei Donatisti africani a quella degli Anglicani, aprì la strada della conversione al cardinale John-Henry Newman, colpito dalla frase di sant’Agostino citata da Wiseman: «Securus iudicat orbem terrarum» (“Il giudizio della Chiesa universale è certo”, in Contra Epistulam Parmeniani, Lib. III, cap. 3). Questa sentenza riassume lo spirito romano dei primi secoli.

Solo la Chiesa ha il diritto di definire una legge morale e la sua obbligatorietà. Chiunque pretende di sostituirsi alle autorità della Chiesa, imponendo norme morali inesistenti, rischia di cadere nello scisma e nell’eresia, come è purtroppo già avvenuto nella storia.

 

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZnbGktZXJldGljaS1kZWktcHJpbWktc2Vjb2xpLWUtbG8tc3Bpcml0by1yb21hbm8lMkY=&sig=5dwPGgPJpbcaYpejQkutpLSeZiZkiCfkwfZuSRx2nvN5&iat=1632910388&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=562A595A15A5694

La massa appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere

Condividi su:
TRE SECOLI DI CULTURA LIBERALE – OVVERO L’APOGEO DEL SOGGETTIVISMO E DEL RELATIVISMO, CHE NON AMMETTONO VERITÀ OGGETTIVE – HANNO PORTATO A VIVERE COME SE DIO NON ESISTESSE

La massa del XXI secolo appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere. Si osservano persone vivere alla giornata, non in funzione di un Aldilà, come era proprio delle generazioni passate, quando l’Italia era profondamente cattolica.

Oggi, ciascuno per sè, senza più alcun senso comunitario, sceglie di sopravvivere come un pagano, senza prospettive trascendenti, come se Dio non esistesse. L’hanno ucciso le ideologie intrinsecamente perverse e oltre tre secoli di cultura liberale, ovvero l’apogeo del soggettivismo e del relativismo, che non ammettono verità oggettive.

Nel nichilismo che ne deriva, ogni forma di pensiero non ha cittadinanza e la religione diviene come un insieme di norme sulla carta o un’ ipocrita abitudine. I media plasmano le coscienze con un’informazione viziata all’origine dal cosiddetto mainstream per annichilire ogni libera espressione di un giudizio critico e circostanziato. Siamo ridotti a degli automi del pensiero o della prassi altrui.

La filosofia, salvo rare eccezioni, è considerata una materia inutile. La teologia è una cosa imperscrutabile, da preti intellettuali. L’esempio evangelico e la Tradizione cattolica sono costantemente irrisi, laddove non palesemente occultati, per non urtare la suscettibilità di altri credi. Gesù non si pose mai questo problema, predicando a tutti e pagando gli strali lanciati ai sacerdoti del Suo tempo, con la morte infame di croce, vinta con la Resurrezione e la redenzione del mondo dal peccato.

Oggi, chi vive in funzione della vita eterna, con le buone opere? Siamo uomini razionali diretti dalla fede, oppure consumatori che hanno accettato la fine di tutto con la morte? Ammettiamo che siamo sempre meno. Il gregge rimasto fedele è ampiamente ridotto.

Il disaccordo delle opinioni sulla persona di Gesù Cristo e sul suo insegnamento, che erano già diffuse quando Egli era su questa terra, fa del mondo una specie di Babele. La gente, oramai, ritiene illusoria la Rivelazione cristiana oppure c’è chi pensa di dover interpretarla a piacimento. Ma non può essere così perché Dio ha parlato chiaramente. Ad un’anima di buona volontà, ad un’anima che cerca la verità con desiderio di trovarla e senza essere schiava di istinti malvagi… ad un’anima che creda ancora alla possibilità per l’intelligenza di trovare la verità…è possibile, con la grazia di Dio, conoscere con certezza la divinità di Gesù Cristo, uniformando, per diretta conseguenza, la propria volontà alla Sua, guardando all’unico fine che non è di questo mondo ma in Paradiso, alla Sua destra, per sempre.

Gesù stesso ci ha avvertiti: “Io sono la via, la verità, la vita, e nessuno può venire al Padre mio se non per mezzo di me” (Gv. XIV,6). San Pietro in Atti IV davanti al Sinedrio ha proclamato che “non c’è salvezza in alcun altro”. San Giovanni Apostolo ci avverte nell’Apocalisse: “per gli schiavi del rispetto umano, per gli increduli, per gli uomini di cattivi costumi, …la loro sorte sarà lo stagno ardente di fuoco e di zolfo” (Ap. XXI,8).

Papa Leone XIII estende la conversione personale alla società: “o il mondo ritornerà alle istituzioni cristiane, o il mondo non si rialzerà” (Rerum novarum). il Santo Padre fu così profetico da rispondere a coloro che perdono tempo nel cercare risposte meramente umane come la creazione del partito dei cattolici o altre simili amenità, scrivendo: “ce ne sono e in gran numero, che spinti dall’amore della pace, vale a dire la tranquillità dell’ordine, si associano e si raggruppano per formare ciò che essi chiamano il partito dell’ordine.

Oh! Vane speranze, fatiche sprecate! Di partiti d’ordine capaci di ristabilire la tranquillità in mezzo alla perturbazione delle cose ce n’è uno solo: il partito di Dio…Tuttavia, venerabili fratelli, questo ritorno delle nazioni al rispetto della maestà e della sovranità divina, non avverrà che mediante Gesù Cristo. L’Apostolo in effetti ci avverte che “nessuno può porre altro fondamento al di fuori di quello che è stato posto e che è Gesù Cristo” “. (1 Cor. III; San Pio X, E supremi apostolatus)

Non vi potrebbe essere vera pace – questa pace di Cristo così desiderata – intanto che non seguiremo fedelmente i principi e gli esempi di Cristo, nell’ordine della vita pubblica come della vita privata” (Pio XI, Ubi arcano).

Pio XII fu realmente profetico nel messaggio di Natale del 1956: “i Cristiani sono sicuri che la contraddizione di cui soffriamo oggi (da una parte: progresso tecnico inebriante, e dall’altra parte: insicurezza) costituisce la prova di una grande rottura tra la vita e la Fede cristiana e che è questo male che bisogna innanzitutto guarire“.

L’unione tra la piena conversione personale alla Regalità Sociale di Gesù Cristo costruisce il motto di San Pio X: “Instaurare omnia in Christo“. Non possono esserci compromessi con l’errore e col peccato, come prevedrebbe la politica politicante. Perché la Verità ha plasmato il mondo, prima d’essere rifiutata, bestemmiata e detronizzata.

Come diceva S. Agostino: “delle due l’una: o il mondo è stato convertito dai miracoli che noi reclamiamo esser stati fatti in favore della Religione Cristiana, ed allora Essa è divina; o il mondo è stato convertito senza miracoli: in questo caso l’insediamento del cristianesimo è per se stesso il più grande dei miracoli“.

La nostra soluzione a tutti i guai del momento presente sta qui: “io credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio“, come predicava con ardente fervore padre Ludovic Marie Barrielle (1897-1983).

1 11 12 13 14 15 16 17 106