Le 2 condizioni per santificarsi anche quando si soffrono varie pene

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EDITORIALI

L’APPROCCIO CRISTIANO ALLE CRISI ED ALLE SOFFERENZE

Di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it 

Per ben santificare il momento presente bisogna soffrire ciò che Dio vuole e come Egli lo vuole.

Ne “L’Imitazione di Cristo” (Libro II, Cap. XII) si trova scritto: “disponete pure e regolate tutto secondo i vostri desideri e i vostri gusti e sempre vi troverete obbligati, vostro malgrado, a soffrire e così troverete sempre la croce”. Ma, come ci sono certe condizioni per santificare le azioni e le gioie, così ci sono quelle per santificare le pene.

Lo spiega mirabilmente il canonico Pierre Feige nel suo testo “Santificare il momento presente” (Ed. Fiducia) scritto nel 1926. Evidentemente rivolto a tutta l’umanità, il libro vuole aiutarci a comprendere come comportarsi nei periodi di aridità spirituale, di difficoltà, di crisi, di stravolgimento della vita, causato da eventi, che, spesso, esulano dalla volontà del singolo, ma che portano l’anima ad abbattersi ed il corpo a soffrire.

La prima condizione è lo stato di grazia, che è la prima e fondamentale condizione. Per essere in amicizia con Dio, occorre vivere secondo la Sua Parola e compiendo le buone opere, da persone sacramentalmente ordinate, attraverso una confessione frequente e la preghiera costante. Non si può piacere a Dio se si è sistematicamente in peccato mortale. Coloro che si ritengono esenti da questa condizione soffrono inutilmente come il cattivo ladrone sulla croce, come i dannati nell’Inferno.

La seconda condizione è, pertanto quella di accettare non la croce che noi ci scegliamo ma quella che Lui ci manda, che non c’entra con la nostra volontà, quella inerente la pratica dei nostri doveri. “V’è di più – continua il canonico Feige – ciò che Dio vuole dobbiamo soffrirlo come Dio vuole. Non basta, dice San Francesco di Sales, volere ciò che Dio vuole, bisogna volerlo nella maniera e nelle circostanze che Egli vuole. Per esempio nello stato di malattia, bisogna voler essere malati, poiché così piace a Dio e di quella malattia, non di un’altra e in quel luogo, in quel tempo e in mezzo a quelle persone che Dio vuole. In breve, bisogna fare, in ogni cosa, della santissima volontà di Dio la propria legge. Qui ancora, vedetela quest’anima che Nostro Signore associa alla sua Passione e che si applica a ben santificare il momento presente: essa non si meraviglia per le sue sofferenze, non se ne lamenta, non dice a Dio: che cosa vi ho fatto di male per trattarmi così? Invece, sorride amorevolmente, unisce le sue pene a quelle di Gesù, suo divin Maestro e si sforza di camminare al passo con Lui sulla via dolorosa, ma gioiosa, del Calvario”.

“Coraggio, dunque, o anima santa, visitata dalla sofferenza, ornata dai gioielli crocifiggenti che Dio Padre ha dato al suo Figlio diletto, nel quale aveva posto le sue compiacenze; sì, coraggio! Santificando così ognuno dei momenti sui quali cade una goccia più o meno amara di sofferenza, rendete meritoria questa pena e ne fate un mezzo potente di apostolato per le anime. Da questo punto di vista, tutte le vostre croci, come dice San Francesco di Sales, diventano d’oro e farebbero invidia agli Angeli se l’invidia potesse entrare nel soggiorno di quegli spiriti beati”.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/20/le-2-condizioni-per-santificarsi-anche-quando-si-soffrono-varie-pene/

Quella battaglia che ci salvò dall’invasione islamica

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di Matteo Castagna per Informazione Cattolica

EDITORIALI

UNA GUERRA SCONOSCIUTA AI PIÙ, PROBABILMENTE PERCHÉ POCO STUDIATA IN QUANTO POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA

Una guerra sconosciuta ai più, probabilmente perché poco studiata in quanto politicamente scorrettissima, ha fatto la storia dell’Europa: la battaglia di Vienna del 12 Settembre 1683.
Di questa straordinaria e fondamentale vittoria, paladini della cristianità del XVII secolo furono: il cappuccino Carlo Domenico Cristofori, chiamato Marco D’Aviano e il Papa Innocenzo XI. La crociata fu preparata da un’ intensa opera di apostolato e predicazione in tutta l’Europa, effettuata instancabilmente dal frate, ed accompagnata da una serie di miracoli che accrescevano la credibilità e l’autorevolezza del religioso, in tutto il continente.

Innocenzo XI si fidò unicamente della Provvidenza divina: “In sola spe gratiae coelestis”. Si è occupato della riforma dei costumi, soprattutto in riguardo allo stato spirituale degli ecclesiastici. In particolare, si scagliò contro il lusso che regnava tra i vescovi e cardinali dell’epoca. Nella sua camera e nel suo studio si vide solo la figura di Cristo risorto. “Era tale la compassione che Innocenzo XI provava per i poveri, che si tenne la stessa veste per tutta la durata del pontificato: mai la volle cambiare, nemmeno quando divenne logora e quasi inutilizzabile […]”. Lo storico Ludwig von Pastor, nella sua “Storia dei Papi”, descrive così Benedetto Odescalchi: “Il significato storico-universale del suo pontificato, di gran lunga il più importante e glorioso nella seconda metà del secolo XVII…consiste nella sua politica, mantenuta ferma sino all’ultimo respiro, di unire le potenze cristiane contro l’attacco violento dell’islam”. Naturalmente l’impegno più importante per cui sarà ricordato per sempre è la liberazione di Vienna dall’assedio degli Ottomani nel 1683. Contemporaneamente, Padre Marco d’Aviano trascorreva un’esistenza austera e isolata, dormiva solo tre per notte su un letto di foglie secche, per il resto pregava e leggeva. Mangiava pochissimo, mai carne, uova e formaggio, la sua dieta era poco latte e poi frutta e verdura. Cercò sempre di rispettare scrupolosamente le regole dell’Ordine francescano. Sostanzialmente condusse una “vita intensa e spirito di preghiera; devozione e contemplazione; pratica radicale dell’altissima povertà interiore es esteriore […] grande ardore nella predicazione e apostolato ricondotto alla semplicità e umiltà evangeliche; carità concreta e prontezza nel servire ogni fratello bisognoso; spirito ecclesiale nella sottomissione e totale docilità al Pontefice romano e alla Chiesa gerarchica: queste erano le linee fondamentali della spiritualità ‘cappuccina’ che adottò il frate di Aviano”.

Il Seicento fu, per l’Europa cristiana, intriso di paura di essere invasi e conquistati dai turchi. Di fronte a questo vero e proprio incubo, c’era la divisione politica dell’Europa. In particolare, la Francia di Luigi XIV era in continuo dissidio sia con l’imperatore Leopoldo I, che con la Chiesa di Roma. Capita che alcuni governanti diventano protestanti per accaparrarsi i beni della Chiesa. Il re di Francia osteggiò apertamente gli Asburgo nella lotta contro gli ottomani. “Per tutto il Seicento, la discordia fra i principi all’interno degli stati cristiani fu grande e capillarmente diffusa. Essi si combatterono e si indebolirono a vicenda per egoistiche ragioni di predominio”. Invece padre Marco e Innocenzo XI, lavoravano per la liberazione della cristianità dal flagello turco, pertanto appoggiarono l’impero. Addirittura, il Papa affermò: “[…] saria andato volentieri alla testa dell’esercito e salito sulle navi da guerra per combattere contro il comune esercito”. Il pensiero dominante del Pontefice era quello di organizzare una Lega difensiva contro il pericolo turco. Oltre ai due grandi santi, di cui il Papa è già stato proclamato ufficialmente beato, altre grandi personalità li affiancarono o con essi si scontrarono in quel frangente per il futuro dell’intero continente europeo. Segnalo, oltre a Luigi IV e Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, il compagno di viaggio di Marco D’Aviano, padre Cosma da Castelfranco, Giovanni III Sobieski re di Polonia e granduca di Lituania, grande ammiratore di padre Marco. Infine, Eugenio di Savoia-Garignano, comandante supremo dell’esercito imperiale. E poi Kara Mustafa Pasha di Merzifon, comandante in capo dell’armata turca.

Le truppe cristiane erano composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha, che intendeva conquistare prima Vienna e successivamente Roma per fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. A questo proposito scrive lo storico Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco celebra la Messa, servita da due chierichetti d’eccezione: il re di Polonia e il Duca di Lorena, distribuisce la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. Attorno alle 12 ebbe inizio la battaglia. Lo scontro viene descritto da padre Cosma, testimone diretto dell’evento. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il cardinale Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia.

La preoccupazione dei due grandi della Civitas Christiana, Innocenzo XI e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata…”. Ne è convinto anche Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad. Tra l’altro padre Marco dopo queste liberazioni cercò di convincere i regnanti di completare l’opera di liberazione dei territori europei ancora in mano agli ottomani, la salvezza dell’Europa era sempre in cima ai suoi pensieri.

Il cattolico tiepido o chi si finge cattolico è restio a riconoscere la verità storica, determinata sia dall’eccezionale spiritualità dei due sopraccitati protagonisti, che dalle loro indiscutibili capacità politiche, nell’arte della mediazione, della diplomazia, dell’intuizione, della capacità oratoria, basate su quel connubio inscindibile tra Fede e Ragione così caro a San Tommaso d’Aquino. Oggi, se si parla di loro, lo si fa attraverso un’oleografia molto parziale, per non urtare la sensibilità degli islamici. Fortunatamente, il beato Innocenzo XI e padre Marco d’Aviano non furono buonisti, altrimenti da almeno 500 anni saremmo tutti in ginocchio verso la Mecca.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/13/quella-battaglia-che-ci-salvo-dallinvasione-islamica/

 

I cattolici intransigenti: padre Bartolomeo Sandri

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo una figura di spicco della buona battaglia dei cattolici intransigenti: il padre Bartolomeo Sandri (1820 – 1898). 
 
 

La vera libertà

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di Matteo Castagna,  editoriale odierno per www.informazionecattolica.it 

Nel cercare di evitare due opposti fanatismi, quello vaccinista e quello antivaccinista, l’equilibrio sta nel saper utilizzare intelletto e volontà in ottica critica, così da poter fare una libera scelta. Sarebbe davvero grave che questo semplice, quanto logico principio naturale, fosse violato da altri tipi di logiche (o, meglio, interessi) che non hanno nulla a che vedere con la ragione, con la scienza e con la verità. Consigliando di vivere questa crisi globale santificando il momento presente, così come mirabilmente indicato dal canonico Pierre Feige (1857-1947), ispirato a San Francesco di Sales: “pensiamo solamente a far bene oggi; quando l’indomani sarà arrivato si chiamerà oggi ed allora ci penseremo”, vogliamo proprio guardare ai fatti in tale ottica, continuando a rigettare ogni ossessione compulsiva (che è un male in ogni ambito) per continuare a guardare al fine ultimo dell’uomo. E’ Sant’Ignazio di Loyola che ci viene in aiuto, in “Principio e fondamento” della prima settimana degli Esercizi Spirituali più raccomandati dalla Chiesa: “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; (…) perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati”.

Osservare i 10 Comandamenti è un compito non facile, ma è il modus vivendi attraverso il quale ciascuno di noi attende il Giudizio particolare, sperando in un’ Eternità nella visione beatifica di Dio. Nel corso del suo ultimo anno di vita, San Tommaso d’Aquino volle tenere delle omelie ai suoi studenti ed al popolo napoletano dal pulpito di San Domenico Maggiore. Si tratta di 58 prediche, tra cui troviamo un tesoro spirituale quale un Commento al Decalogo, che è stato pronunciato perché mantenga la sua validità ed autorevolezza lungo tutti i secoli, quindi sempre attuale:

“Per conseguire la salvezza, l’uomo deve conoscere alcune nozioni di base: cosa credere, cosa desiderare e infine che cosa fare. Alla prima esigenza ha risposto il Simbolo, che raccoglie gli articoli della rivelazione; alla seconda, la preghiera del «Padre nostro»; e alla terza, la legge (di Dio). Partendo da questa indagine circa le cose che bisogna praticare (in ordine alla salvezza), ci troviamo di fronte a diversi tipi di legge. Innanzitutto c’è la legge naturale, che altro non è se non il lume della ragione di cui ci ha dotato il Creatore, e in base al quale possiamo conoscere ciò che va fatto e ciò che invece dobbiamo evitare. Questa luce orientativa fu inserita nella natura umana all’atto della creazione; e tuttavia molti credono d’essere scusati circa l’inosservanza della legge appellandosi all’ignoranza della medesima. Il profeta (Davide), dopo aver riportato ciò che essi dicono a propria discolpa («Chi ci mostrerà il bene che dobbiamo fare?» (Sal 4, 6), risponde loro dicendo: «Su di noi è impressa, o Signore, la luce della tua bontà» (Sal 4, 7): il lume cioè della retta ragione. Nessuno infatti ignora che non è bene fare ad altri quanto noi stessi non vorremmo subire, e norme fondamentali del genere.

Ricorderemo in proposito che egli (l’uomo) può essere distolto dal malaffare, e indotto al bene, attraverso due metodi: o quello del timore, o quello dell’amore.

Difatti il deterrente più efficace per strappare un individuo dal peccato è la paura dell’inferno [che accoglierebbe il peccatore] dopo l’estremo giudizio. «Principio di saggezza è il timor di Dio» (Sir I, 16) giacché scaccia la tentazione del peccare (cf. Sir I, 27). Sebbene non possa considerarsi senz’altro un giusto colui che evita di incorrere in colpa per il solo timore dei castighi, tuttavia la sua riabilitazione prende di qui l’avvio. (…)

Vi è però un’altra possibilità d’intervento: quella da parte dell’amore. Tale è la legge di Cristo: la legge della carità evangelica.

Varie le differenze tra legge dell’amore e legge del timore. Questa rende servile l’animo di chi la osserva, mentre la prima crea degli uomini liberi (151). Chi si comporta bene soltanto per paura del castigo, si comporta da servo; chi si ispira all’amore fa invece come i figli, come l’uomo che sia padrone delle proprie azioni (152). «Dove è lo spirito del Signore, ivi c’è libertà» (2 Cor 3, 17).

(…) Le scelte umane, per esser chiamate davvero buone, devono concordare con la regola della carità.

(…) La carità costituisce un valido presidio di fronte alle avversità: chi la possiede non resterà danneggiato ma, all’opposto, trarrà profitto dalle stesse sventure. Ce lo ricorda san Paolo: «Ogni cosa concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28); anzi – a chi ama davvero – perfino le cose avverse e difficili appaiono quasi soavi, ed è un’esperienza che ognuno può far da sé (159).

(La carità) conduce alla felicità, essendo l’eterna beatitudine una promessa serbata per chi avrà vissuto nella pratica della carità. Tutto il resto non conta, se manca l’amore soprannaturale (160). Ormai prossimo al martirio, l’apostolo Paolo confidava di poter ricevere la corona che il Signore, giudice giusto, darà nell’ultimo giorno «a tutti quelli che avranno vissuto con amore l’attesa della sua venuta» (2 Tm 4, 8).

La beatitudine sarà concessa in grado maggiore o minore, in rapporto al grado di carità e non alla perfezione con cui poté essere praticata un’altra virtù. Tanto è vero che si potrebbero citare non poche persone che condussero una vita di maggior astinenza rispetto agli apostoli, eppure questi sorpassano chiunque altro nel grado di beatitudine avendo superato ciascuno di noi per l’ardore della carità, essi che – come Paolo scrisse ai romani – godettero per primi dei doni dello Spirito (161).

(…) La carità comunica all’uomo una superiore dignità. Tutte le creature, certo, rendono testimonianza alla maestà del Creatore come le opere artificiali sono soggette al loro artefice. Con questa differenza però, che la carità rende l’uomo, da servo che era, libero e amico di Dio, sulla parola del Signore: «Non vi chiamo più servi ma amici» (Gv 15, 15). (…) Quantunque (la carità) sia un dono divino, per ottenere la carità occorrono da parte nostra le debite disposizioni. (…)

Infine, ad aumentare la carità contribuisce la fortezza di fronte alle avversità. È noto a chiunque infatti che, quando accettiamo di portare il peso della tribolazione per amore di qualcuno, quel sentimento che ci ha sostenuti viene a esserne rinforzato. Le «grandi acque» di cui parla il Cantico dei Cantici – ossia le più varie tribolazioni – «non poterono spegnere l’amore, né i numi sommergerlo» (Ct 8, 7). Per questo, i santi che sopportano le prove della vita per amore di Dio, ne escono rinvigoriti, con una carità più accesa, un po’ come l’artista che predilige l’opera su cui maggiormente si è affaticato. In modo analogo, quanto più han da soffrire per mantenersi fedeli a Dio nelle angustie, di tanto i giusti si elevano nella scala della carità. Può applicarsi loro l’espressione biblica: «Le acque crebbero e sollevarono l’arca, la quale si alzò al di sopra della terra; ingrossarono e crebbero ancora… e l’arca galleggiava alla superficie. Andarono ancor più aumentando… di modo che tutte le montagne che sono sotto il cielo furono coperte… Non scampò che Noè con quelli che erano insieme a lui nell’arca» (Gn 7, 17). Ebbene, «l’arca» – si intenda la Chiesa o l’anima del giusto – rimarrà a galla sotto l’imperversare delle prove, grazie proprio alla carità”.

Messa in latino, a Mori si celebra ancora

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Don Ugolino Giugni, sacerdote dell’Istituto Mater Boni, si schiera contro il “motu Proprio” di Papa Bergoglio: “Sopprimere l’uso di una lingua sacra dalla liturgia equivale a profanarla”. Una posizione destinata a fare discutere

TRENTO. In Trentino la Messa in latino si celebra ancora, in una chiesa di Mori acquistata tre anni fa dall’Istituto Mater Boni Consigliai, dove i fedeli si ritrovano due volte al mese.

La Messa tridentina (così chiamata perché la città di Trento fu la sede del celebre Concilio che difese la Messa cattolica dagli attacchi dei protestanti) è tornata alla ribalta recentemente a causa del “motu Proprio” Traditionis custodes di Papa Bergoglio, che ha voluto limitare la celebrazione della Messa antica in latino che era invece stata liberalizzata dal suo predecessore Joseph Ratzinger.  E’ “una situazione che mi addolora e mi preoccupa”, aveva scritto il Papa in una lettera ai vescovi del mondo, sottolineando che “l’intento pastorale dei miei predecessori” proteso al “desiderio dell’unità” era stato “spesso gravemente disatteso”. Il Pontefice aveva ricordato che tale possibilità era stata concessa per evitare lo scisma con i Lefebvriani ma molti tradizionalisti hanno fatto un “uso strumentale” di questo rito anche per rifiutare il Concilio Vaticano II.

Tuttavia, per circa duemila anni la Chiesa cattolica ha celebrato la Messa in latino secondo il rito codificato da Papa San Pio V in ottemperanza alle disposizioni del Concilio di Trento, mentre il “Novus ordo Missæ” di Paolo VI, che risale al 1969, ha una cinquantina d’anni. Una realtà, dunque, che ha radici profonde, come sottolinea don Ugolino Giugni, sacerdote dell’Istituto Mater Boni, che celebra la Tridentina a Mori e ne è un convinto sostenitore. Una posizione, la sua, molto netta e destinata a fare discutere, come avviene da decenni su un tema come questo.

Don Ugolino perché celebrare la messa in latino?

Sono 30 anni da che sono stato ordinato e ho sempre celebrato, e sempre celebrerò la Messa tridentina in latino perché ogni sacerdote cattolico di rito latino deve seguire le disposizioni della bolla “Quo primum” di San Pio V che prescrive che “per l’avvenire e in perpetuo si canti o si dica la messa altrimenti che secondo la forma del messale” – da lui pubblicato – “in tutte le chiese e cappelle del mondo cristiano”.

Cosa pensa della messa in volgare di Paolo VI?

Le risponderò con parole non mie, ma di due illustri cardinali del passato, Ottaviani e Bacci che nel 1969 firmarono un documento critico sul nuovo messale, chiamato “Breve esame critico del Novus Ordo Missæ” che fu presentato a Paolo VI. Essi dissero che: “Il Novus Ordo Missæ rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa, quale fu formulata nella sessione 22 del Concilio Tridentino”. Negli anni settanta la messa nuova veniva apostrofata dai tradizionalisti come la “messa bastarda” o “la messa di Lutero…” lascio a voi di trarre le debite conclusioni… La Messa codificata da S. Pio V è il risultato dell’evoluzione e del continuo arricchimento del rito romano, dai tempi delle catacombe fino ad oggi, mentre il rito di Paolo VI è stato creato a tavolino dai liturgisti modernisti in collaborazione con i rappresentanti delle “chiese” protestanti, nello spirito ecumenista del Vaticano II.

Perché il latino è così importante nella liturgia?

Non esiste religione che non distingua ciò che è sacro da ciò che è profano. Ciò che è sacro è consacrato a Dio, riservato a Lui, e sottratto, di conseguenza, all’uso profano. Nel culto divino, specialmente, vi sono luoghi sacri (le chiese), riti sacri, oggetti sacri, paramenti sacri. La lingua non fa eccezione: ci deve essere una lingua sacra che per la Chiesa Romana è il Latino. Sopprimere l’uso di una lingua sacra dalla liturgia equivale a profanarla, andando in questo modo contro la natura e l’indole stessa della religione. Già nel IV secolo sant’Ilario di Poitiers ci ricordava che “è principalmente in queste tre lingue (ebraica, greca e latina) che il mistero della volontà di Dio è manifestato; ed il ministero di Pilato fu di scrivere anticipatamente in queste tre lingue che il Signore Gesù Cristo è il Re dei Giudei”. Ebraico greco e latino sono le tre lingue dell’iscrizione del titulus della Croce; queste tre lingue, dice don Guéranger che è una vera autorità in campo liturgico, “sono state le sole di cui ci si sia serviti all’altare” nei primi quattro secoli “il che dona loro una dignità liturgica particolare e conferma il principio delle lingue sacre e non volgari nella liturgia”. San Pietro stabilì la sua sede episcopale a Roma facendo sì che la Chiesa fosse romana, e scelse anche la sua lingua, il latino, che divenne nei secoli uno dei simboli di unione delle diocesi sparse nel mondo con la sede dell’apostolo Pietro. Inoltre il latino, che oggi non è più parlato, è ancora un segno della universalità della Chiesa perché appartiene a tutti i popoli e non ad uno solo in particolare, per questo la Chiesa viene chiamata “Cattolica” che vuol dire appunto universale. Il latino è ancora garante dell’unità della Chiesa: lo attesta Pio XII: “L’uso della lingua latina, come vige nella gran parte della Chiesa, è un chiaro e nobile segno di unità” (Enciclica Mediator Dei, 1947). Al contrario, l’adozione della lingua nazionale nella liturgia è spesso fonte di scontro e di divisione tra i popoli. Inoltre il latino è una lingua immutabile, sacra, non più parlata quindi più atta ad esprimere le verità eterne immutabili in cui la Chiesa crede. Ricordiamoci il proverbio che dice: “traduttore, traditore”; anche involontariamente, una traduzione deforma più o meno il testo tradotto, ancora di più se il traduttore è animato dall’intenzione di deformare come è avvenuto nella messa nuova. Sappiamo che già nel IV secolo a Roma si celebrava la liturgia in latino, e molti elementi della Messa in latino, antica, ci fanno risalire ai tempi apostolici; per questo la Messa “antica” è così venerabile.

Cosa pensa del “Motu proprio” di Papa Francesco che ha soppresso la celebrazione della Messa in latino?

Penso che il m. p. Traditionis custodes, pur non essendo, secondo la posizione teologica del mio Istituto, espressione del diritto e della dottrina della Chiesa, è però insigne testimonianza dell’avversione profonda dei neo-modernisti e degli ecumenisti filo-luterani contro la liturgia immemoriale della Chiesa Romana, e manifesta così chiaramente l’incompatibilità dei due riti (quello tridentino, di sempre, in latino e quello riformato modernista di Paolo VI): i riformatori vogliono far scomparire il rito cattolico, quindi i cattolici devono pregare per ottenere da Dio che un legittimo Pontefice cacci dalle nostre chiese e dai nostri altari quello riformato. “Non si può servire a due padroni” dice il Signore nel Vangelo, non si può neanche pensare di avere il diritto di celebrare la Messa antica in latino tramite l’accettazione del nuovo rito di Paolo VI.

DA

https://www.giornaletrentino.it/cronaca/vallagarina/messa-in-latino-a-mori-si-celebra-ancora-1.2975703

“Traditionis Custodes “: comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii

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Segnalazione del Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii sul “Motu Proprio” Traditionis Custodes   

Come tutti sanno, il 16 luglio 2021 è stata pubblicata la “lettera apostolica sotto forma di motu proprio” Traditionis custodes accompagnata da una lettera dell’attuale occupante della Sede Apostolica ai suoi Vescovi (i “custodi della Tradizione” di cui sopra) con la quale – con inusuale fretta, promulgando immediatamente il documento con la sola pubblicazione sull’Osservatore Romano – vengono revocate le concessioni fatte dal suo predecessore con il “motu proprio” Summorum Pontificum cura del 7 luglio 2007.

A proposito di questo nuovo “motu proprio” valgono da parte nostra le riflessioni e le conclusioni già da noi espresse in occasione del precedente ora parzialmente revocato:  https://www.sodalitium.biz/comunicato-riflessioni-sul-motu-summorum-pontificum-2/

I due documenti sono in evidente opposizione, e forse non solo nelle scelte pastorali (uno revoca le concessioni dell’altro) ma anche su di una questione di principio: sapere cioè se il Rito Romano avrebbe due forme liturgiche (quella ordinaria e quelle straordinaria, per utilizzare l’espressione del documento del 2007) o se la sua unica espressione è quella del rito riformato (come afferma l’attuale documento riprendendo le dichiarazioni di Paolo VI nel concistoro del 24 maggio 1976).

Essi hanno tuttavia un fondamentale punto comune:

sia il m.p. Summorum Pontificum sia il m.p. Traditionis custodes impongono a chi utilizzasse il messale romano del 1962 (di Giovanni XXIII) il riconoscimento della legittimità, della validità e della santità della riforma liturgica in applicazione del Concilio Vaticano II. Su questo punto i due documenti differiscono solo in questo: il m. p. del 2007 presume l’accettazione del Concilio e della Riforma liturgica da parte di chi si avvarrà delle sue concessioni, mentre il m. p. del 2021 revoca dette concessioni perché pretende constatare una diffusa non accettazione di quanto sopra.

Ora, di due cose l’una: o coloro che si avvalgono del messale romano (del 1962) riconoscono l’autorità degli occupanti della Sede Apostolica dal 1965 in poi, e conseguentemente la legittimità, la validità e la santità del messale riformato, ed il valore magisteriale dei documenti del Vaticano II, oppure no.

Nel primo caso, non si vede perché essi provino delle difficoltà a celebrare con il rito riformato, o ad assistere al medesimo, in spirito d’obbedienza a colui che reputano essere Vicario di Cristo e Successore di Pietro, il quale ha tra l’altro espresso il voto che tutti finiscano con l’adottare il messale di Paolo VI: un rito della Chiesa, promulgato dall’autorità della Chiesa, d’altronde, non può essere che legittimo, valido e santo. Nel secondo caso, il m.p. Traditionis custodes avrebbe ragione in questo (l’inconciliabilità dei due riti) ed i sacerdoti e fedeli alla tradizione cattolica dovrebbero coerentemente rifiutare ogni concessione fondata sull’accettazione del Vaticano II e dei nuovi riti, e non dovrebbero avvalersi dei due motu proprio, né quello del 2007 né quello attuale.

Ora, il nuovo rito della messa (e dei sacramenti) è stato redatto esplicitamente nello spirito del movimento ecumenista avallato dal Vaticano II: si propone cioè non di difendere le verità della Fede, specie il sacrificio della Messa, il sacerdozio, la Transustanziazione, quanto piuttosto di andare incontro a chi queste verità di fede rigetta, al seguito di Martin Lutero (l’eresiarca omaggiato dagli ultimi occupanti della Sede Apostolica, in particolare dall’autore di Traditionis custodes); non può quindi essere un rito della Chiesa, né pertanto venire da una legittima autorità della Chiesa.

Insomma: la chiave di tutto consiste nel riconoscere la legittimità di Paolo VI che ha promulgato la “costituzione apostolica” Missale romanum, riconosciuta la quale (come fa la stessa Fraternità San Pio X, beneficiata come mai prima, paradossalmente, proprio dall’autore di Traditionis custodes) ne segue inevitabilmente il dover riconoscere la legittimità, la validità e la santità della riforma liturgica nel suo insieme, e la necessità, al di là delle astuzie dei canonisti, di uniformarsi alle disposizioni del m. p. Traditionis custodes.

In base a queste considerazioni, concludiamo:

  • Il m. p. Traditionis custodes – come pure il m. p. Summorum Pontificum e la “costituzione apostolica” Missale Romanum non sono un documento della Chiesa. Non si deve loro pertanto obbedienza o disobbedienza, né devono essere aggirati, ma ignorati.
  • Il m. p. Traditionis custodes, pur non essendo espressione del diritto e della dottrina della Chiesa, è però insigne testimonianza dell’avversione profonda dei neo-modernisti e degli ecumenisti filo-luterani contro la liturgia immemoriale della Chiesa Romana, manifestando così l’incompatibilità dei due riti: i riformatori vogliono far scomparire il rito cattolico, i cattolici devono ottenere da Dio e da un legittimo Pontefice che quello riformato sia cacciato dalle nostre chiese e dai nostri altari.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes conferma l’impossibilità di essere e di celebrare in comunione con colui che ha come scopo dichiarato la soppressione della messa e dei sacramenti della Chiesa.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes potrà avere l’involontario benefico effetto di aprire gli occhi ai dubbiosi, e di far cessare delle celebrazioni “tradizionali” spesso dubbiosamente valide e comunque sempre oggettivamente ingannatrici dato il presupposto dell’accettazione del Vaticano II e della riforma liturgica.
  • I sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii continueranno pertanto tranquillamente a celebrare il Santo Sacrificio della Messa e ad amministrare i santi Sacramenti senza essere in comunione con gli occupanti materiali ma non formali della Sede Apostolica, seguendo i venerati libri liturgici della Chiesa Cattolica Romana promulgati da Papa San Pio V e dai suoi successori, e secondo le rubriche di San Pio X.

Verrua Savoia, 21 luglio 2021.

Omelia del 18 luglio 2021 sul medesimo argomento:

 

Comunicato del Circolo “Christus Rex-Traditio” sul Motu Proprio “Traditionis Custodes”

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COMUNICATO DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO CIRCA IL MOTU PROPRIO “TRADITIONIS CUSTODES” DI J.M. BERGOGLIO

Il Motu Proprio “Traditionis Custodes” (visto il contenuto, questo nome sembrerebbe una presa in giro) di Bergoglio sulla “Messa in latino” fa chiarezza: rompe l’ambiguità dei suoi due predecessori, determinando l’impossibilità della convivenza sotto la stessa Chiesa delle due “lex orandi” perché non sono espressione della stessa “lex credendi”.
Noi Cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel Circolo “Christus Rex” lo sosteniamo da sempre: la “s-messa” di Montini, o Novus Ordo, è il rito espressione della fede ecumenista e criptoprotestante del Conciliabolo Vaticano II, mentre la Messa di San Pio V è l’espressione solenne della Fede Cattolica, Apostolica, Romana, come lasciataci da Gesù Cristo e sancita da tutto il Magistero Perenne dei Papi.
Questo Motu Proprio non è per noi cattolici del piccolo gregge rimasto fedele, nonostante lo tsunami conciliare. Per cui, per noi non cambia nulla, né per i sacerdoti che sono o vorranno finalmente dichiararsi “non in comunione” con la “Contro-Chiesa conciliare” e i suoi rappresentanti, seppur occupanti i Sacri Palazzi. La restaurazione arriverà, perché è stato predetto. “Le porte degli Inferi non prevarranno!”
Rompendo duramente l’ambiguità, Bergoglio crea una frattura con coloro che già vivevano col mal di pancia sotto la sua giurisdizione, inducendoli a una scelta coraggiosa ma conforme al Depositum Fidei, che potrebbe dimostrarsi provvidenziale: o con il piccolo gregge rimasto fedele Cattolico Apostolico Romano Integrale o con la “Contro-Chiesa ecumenista conciliare“. Il Signore saprà ricompensare la loro fedeltà, con le Grazie necessarie, spirituali e materiali, di cui non mancano mai i Suoi figli devoti.
Viva Cristo Re, Viva il Papato Romano!
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NOTA IMPORTANTE, A MARGINE DEL COMUNICATO
Ciò che hanno scordato i “novatori”, da Montini a Bergoglio: “…Perciò, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’orbe Cristiano – dove a norma di diritto o per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.”
Papa San Pio V, Bolla Quo Primum Tempore, 19 luglio 1570 (ad pertetuam rei memoriam!)
17 Luglio 2021
Il Circolo “Christus Rex-Traditio”

Mentre Bergoglio è all’ospedale…

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DI ALDO MARIA VALLI

Mentre il papa è ricoverato all’ospedale (tanti auguri a Jorge Mario Bergoglio) viene spontaneo riflettere, per analogia, sullo stato di salute della Chiesa cattolica.

Molteplici analisi ormai, sia da “destra” sia da “sinistra”, dicono che il referto è da paura: stato comatoso. Cala il numero delle persone che si recano in chiesa, calano vertiginosamente le vocazioni, diminuiscono coloro che credono nella vita eterna e nella risurrezione. L’abc della fede si sgretola giorno dopo giorno: una crisi profondissima, ben più grave e sostanziale di quella determinata dagli scandali di natura sessuale o economica che hanno per protagonisti uomini di Chiesa. Certi fenomeni, come il “cammino sinodale” tedesco, anziché testimoniare una residua vitalità sono il sussulto di un corpo agonizzante.

Ho scritto tempo fa un pamphlet (un po’ saggio, un po’ racconto distopico) intitolato Come la Chiesa finì. Beh, direi che ora possiamo mettere da parte le distopie. Basta guardarci attorno: la Chiesa sta finendo. C’è l’involucro, non c’è più la sostanza. Ho scritto anche un articolo, intitolato Roma senza papa, nel quale ho sostenuto che, al di là delle questioni canoniche su chi sia effettivamente il pontefice, Roma è senza papa, di fatto, perché il papa ha smesso da tempo di fare il suo mestiere (confermare i fratelli nella fede) ed è diventato una sorta di cappellano dell’Onu e dell’umanitarismo politicamente corretto. Quelli che amano mettere le etichette alle idee mi hanno accusato di sedevacantismo. In realtà qui di vacante vedo soprattutto la ragione, prima ancora della fede.

Ho capito che la Chiesa è finita una domenica di alcun i mesi fa, quando ho sentito un parroco, terrorizzato dal Covid, dire durante l’omelia: “Per fortuna abbiamo il gel igienizzante e il distanziamento. Comunque, meno siamo meglio stiamo”. Direi che questa è una certificazione. Se un prete, un parroco, uno che, si suppone, ha frequentato un certo numero di anni di seminario e magari pure di una facoltà teologica pontificia, ha espresso un pensiero simile, vuole dire che la Chiesa è finita. Punto. Direte: ma si tratta di un singolo, non puoi generalizzare. Vero. Ma quel parroco secondo me è stato, semplicemente, troppo brutale e sincero. Altri cercano di indorare la pillola, ma la sostanza è quella: credono più nel gel igienizzante che nell’acqua santa (che infatti è stata eliminata), più nel distanziamento sociale che nel potere taumaturgico della santa Eucaristia, più nelle direttive del Comitato tecnico-scientifico che nella Parola di Dio. Che c’è da aggiungere? Fine della storia.

Naturalmente la Chiesa, che è di Cristo, non può finire, e già ora sta rinascendo: più piccola, più nascosta, più perseguitata, più libera, più vera. Ma è finita la Chiesa così come l’abbiamo intesa e vissuta finora. La Chiesa che sta rinascendo non ha nulla da spartire con la gerarchia e le conferenze episcopali e le congregazioni della curia romana. Quella barca ha fatto naufragio ed è colata a picco. La Chiesa che rinasce, sostenuta dallo Spirito, è un miracolo di fede: spes contra spem, segno di contraddizione totale nel rapporto col mondo. Una Chiesa, mi scuso per il termine, un po’ guerrigliera, perché non inquadrata, spesso non visibile. C’è, ma si vede poco o per nulla, e nemmeno vuol farsi vedere. Tiene accesa la fiammella in modi che sono allo stesso tempo antichi e nuovi. Coniuga la Tradizione con l’inventiva che nasce dall’amore. Guarda con sconforto ai documenti ufficiali, alle linee e ai piani pastorali. Anzi, ignora tutto ciò perché sa che da lì può venire, ormai, solo un attentato alla fede. Poiché ha sete di Verità, va direttamente alla fonte dell’acqua che dà la vita e si riunisce attorno ai pochissimi pastori rimasti. A loro volta nascosti e perseguitati.

La conversione che oggi ci è richiesta – oltre a quella quotidiana per dire no al peccato e scegliere Dio – riguarda il modo stesso di concepire la Chiesa: lasciare tutto ciò che conoscevamo ed entrare in una dimensione nuova, all’insegna della piccolezza, del nascondimento e della persecuzione.

Il fenomeno Covid ha determinato un’accelerazione, ma il processo era già in corso. Per quanto mi riguarda (lo dico solo per farmi capire, non certo perché io pensi che il mio caso sia paradigmatico), la svolta è avvenuta con Amoris laetitia. L’ho detto e scritto ormai tante volte: quando mi sono reso conto che lì si era infilata l’apostasia, il velo è caduto. Ho smesso di essere cattolico “regolare” e sono diventato “guerrigliero”.

Non sappiamo come sarà il dopo Bergoglio. Di certo, sappiamo che l’autorità papale, già minata, ha ricevuto con questo pontificato un colpo mortale. Roma locuta, causa finita si diceva una volta, quando Roma, ovvero il papa, aveva autorità riconoscibile e riconosciuta. Adesso potremmo dire: Roma locuta, qui curat? A chi importa? Non interessa a nessuno. La voce del papa è una fra le tante, e nemmeno tra le più autorevoli. Non sto addossando la colpa a Bergoglio, che è solo l’ultimo anello di una lunga catena. Anzi, Bergoglio ha avuto il “merito”, paradossalmente, di portare la questione allo scoperto. Ho letto che qualcuno ha definito Francesco un “papa da aperitivo”. Potrebbe sembrare una definizione simpatica, invece è terribile. Se la voce del papa è paragonabile a quella che possiamo raccogliere da chi ci sta accanto al bar, vuol dire che l’autorità papale è morta e sepolta. E chi potrà ripristinarla? E come?

Ecco, questi alcuni pensierini che ho voluto condividere, amici di Duc in altum. Mentre il papa è all’ospedale (e sempre con tanti auguri a Jorge Mario Bergoglio).

* * * * *

Cari amici di Duc in altum, è disponibile il mio nuovo libro: La trave e la pagliuzza. Essere cattolici “hic et nunc” (Chorabooks).

Uno sguardo sulla situazione della Chiesa cattolica e della fede. Senza evitare gli aspetti più controversi e tenendo conto dell’orizzonte dei nostri giorni, segnato dalla vicenda del Covid. Un diario di viaggio in una realtà caratterizzata da profonde divisioni, ma con la volontà di costruire, non di distruggere. E sapendo che il processo di conversione riguarda tutti, a partire da se stessi.

Il volume prende in esame questioni disparate (dal Concilio Vaticano II al pontificato di Francesco, dalla vita spirituale in regime di lockdown alle vicende vaticane, dal great reset alle questioni bioetiche) ma con un filo conduttore: l’amore per la Chiesa e la Tradizione, unito a una denuncia chiara sia delle derive moderniste sia delle nuove forme di dispotismo che limitano o negano le libertà fondamentali.

* * * * *

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Grazie!

DA

Mentre il papa è all’ospedale…

Mese del Preziosissimo Sangue

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Il mese di luglio è dedicato alla devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù.
 
Litanie del Preziosissimo Sangue 
Signore, abbiate pietà di noi.
Cristo, abbiate pietà di noi.
Signore, abbiate pietà di noi.
Cristo, ascoltateci.
Cristo, esauditeci.
Padre celeste, che siete Dio, abbiate pietà di noi.
Figlio, Redentore del mondo, che siete Dio, abbiate pietà di noi.
Spirito Santo, che siete Dio, abbiate pietà di noi.
SS. Trinità, che siete un solo Dio, abbiate pietà di noi.
Sangue di Cristo, Unigenito dell’Eterno Padre, salvaci (ogni volta).
Sangue di Cristo, Verbo di Dio incarnato,
Sangue di Cristo, Nuovo ed Eterno Testamento,
Sangue di Cristo, che nell’Agonia scorre in terra,
Sangue di Cristo, che sgorghi dalla Flagellazione,
Sangue di Cristo, che emani dalla Coronazione di spine,
Sangue di Cristo, versato sulla Croce,
Sangue di Cristo, prezzo della nostra salvezza,
Sangue di Cristo, senza cui non c’è remissione,
Sangue di Cristo, nell’Eucarestia, bevanda e lavacro delle anime,
Sangue di Cristo, ume di misericordia,
Sangue di Cristo, vincitore dei demoni,
Sangue di Cristo, fortezza dei martiri,
Sangue di Cristo, vigore dei confessori,
Sangue di Cristo, che generi i vergini,
Sangue di Cristo, sostegno nei pericoli,
Sangue di Cristo, aiuto degli oppressi,
Sangue di Cristo, conforto nel pianto,
Sangue di Cristo, speranza dei penitenti,
Sangue di Cristo, sollievo dei moribondi,
Sangue di Cristo, pace e dolcezza dei cuori,
Sangue di Cristo, pegno di vita eterna,
Sangue di Cristo, che liberi le anime del Purgatorio,
Sangue di Cristo, degnissimo d’ogni onore e gloria,
Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, perdonateci o Signore
Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, esauditeci, o Signore
Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, abbiate pietà di noi.
O Signore, eterno ed onnipotente, il quale disponeste che il vostro Figliuolo divenisse il Redentore del mondo e voleste essere placato nel suo sangue: fate che venerando noi il prezzo del nostro riscatto, per i suoi meriti scampiamo da tutti i mali qui in terra, per conseguirne poi in cielo la pienezza dell’efficacia. Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Così sia.

 

DA

Mese del Preziosissimo Sangue

Segnalazioni sul caso Viganò

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Dal sito di Sodalitium
 
Segnaliamo, per i nostri lettori, un interessante articolo di E. Barbieri e R. De Mattei pubblicato il 23 giugno sull’agenzia di informazioni “Corrispondenza Romana”: https://www.corrispondenzaromana.it/caso-vigano-chi-e-il-vero-autore-degli-scritti-di-mons-vigano/, che ha documentato e reso pubblico quanto già trapelava nel cosiddetto “mondo tradizionalista”.
 
La medesima agenzia pubblicò a suo tempo, a firma di E. Barbieri, una recensione del nostro libro “La vergogna della tradizione”, consacrato alle pagine culturali di Radio Spada https://www.corrispondenzaromana.it/esiste-il-pericolo-di-un-tradizionalismo-gay-friendly/
 
Il presente articolo è come una ideale continuazione con il precedente, tanto più che numerosi articoli di Pietro Siffi, alias Cesare Baronio, oggetto dell’articolo odierno, tratti dal sito “Opportune importune” (che nulla ha a che vedere con l’omonimo bollettino della Casa San Pio X di don Ugo Carandino) sono stati pubblicati da Radio Spada: https://www.radiospada.org/?s=+opportune+importune
 
Pur non condividendo “le posizioni teologiche ed ecclesiologhe” dell’attuale “Corrispondenza Romana”, come già avemmo modo di dire nel caso precedente https://www.sodalitium.biz/unimportante-recensione/,  condividiamo con gli articolisti la preoccupazione per il ruolo eventualmente svolto da questo collaboratore di mons. Carlo Maria Viganò, e l’auspicio che il prelato possa fare chiarezza su questa delicata questione.
 
Sul caso Viganò ricordiamo l’intervista a don Francesco Ricossa: https://www.sodalitium.biz/intervista-don-francesco-ricossa-sul-mons-carlo-maria-vigano/ 
 
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